Tag Archives: terrorismo

Richiamo all’Ordine

14 Nov

Vorrei perdermi nei meandri delle mie elucubrazioni. Volare nel vento come pensieri di cenere. Abbandonarmi a uno sfogo immane incentrato sul terrore di tanti e sull’idiozia di alcuni. Ma no. Non lo farò. Mi limiterò a sfoggiare un pragmatismo che non sempre mi appartiene. Così, qui lo dico e qui lo nego: se a questo scempio immane (vedi foto) non seguirà una radiazione da parte dell’Ordine dei giornalisti io, a gennaio, non pagherò la mia quota annuale. Non farò mai parte di un’organizzazione che, in caso di mancati provvedimenti, si farebbe complice di questo autentico schifo.

#jesuisparis
#prayforparis
#prayfortheworld
#unitiperparigi

libero-bastardi-islamici

Annunci

Figli di un dio maggiore

7 Gen

Allah è grande. Bene. Perfetto. Ci sto. Voi, invece, siete piccoli. Piccolissimi. Minuscoli. Voi che non sapete ridere. Voi che non conoscete l’ironia e il suo innocente potere. Voi che non sapete cosa sia la satira e il sacrosanto diritto che essa rappresenta. Voi che avete le armi come strumento di dialogo. Voi che rubate la vita degli altri come foste degli dèi, come foste tanti piccoli Allah. Ma Allah è grande. Bene. Perfetto. Ci sto. Voi, invece, siete piccoli. Piccolissimi. Minuscoli. E se davvero siete figli di quel vostro dio una cosa è certa. Siete stati adottati.

Figli di un dio maggiore

Evabèh!

6 Set

Devo avere qualche problema con i dittatori. Voglio dire, chi non ne avrebbe? E’ che io ne ho di più strani rispetto a tutti gli altri. Non sono stato schiavizzato, mutilato,trucidato o chissà quale altra parola che finisce con ato. No. Il mio problema con i dittatori è di tipo professionale. E’ che quando mescolo le parole per parlare di loro faccio sempre qualche danno.

L’altra volta, scrivendo di Bin Laden, ho rischiato di sputtanare il lavoretto che avevo sventolando ai quattro venti che Mister Bin era stato trovato dentro una grotta. Questa volta a crearmi grattacapi è stato nientemeno che Hitler (eh sì, ho dei seri problemi a scegliermi gli amici). Per raccontare di un documentario su di lui e sui suoi amichetti terzoreichisti ho fatto un attacco citando i Litfiba e la loro tesi della grassa bugia riferita alla storia. Secondo me calzava, dato che il programma parla di lati nascosti, di verità mai rivelate. Insu Lina (dovrò smetterla di chiamarla prima per cognome..), che è la mia caposervizio, non c’ha messo neppure le mani. Forse le andava bene. Di certo alla direttrice no. Le è parso inadeguato fare un attacco del genere, con l’estratto di una canzone presa in prestito da una rock band italiana quando si parla di Olocausto e dintorni. Capisco. In un quarto d’ora c’ho messo una pezza, tirando fuori una pantomima su come la storia, però, non sia così lineare come c’insegnano a scuola.

Il problema è stata più che altro la didascalia della foto relativa a quel pezzo. Raffigurati c’erano il buon (?!) Fuhrer e la sua storica compagna. Insu Lina me l’aveva detto. Non puoi scrivere soltanto “Hitler”, metti anche il nome di lei. E poi mi ha ricordato come si chiamava. Bene. L’ho fatto. E’ passato un giorno e il Maestro, il nostro venerabile (e auto-venerante, o così dicono) art director, è venuto da me per farmi notare il mio errore madornale. Guarda come l’hai scritto, ‘sto nome. Non è Eva Brown – ha detto – ma Eva Braun. Come la marca del rasoio.

E’ che faccio fatica ad associare una donna a un rasoio, ho risposto io. Ma questo non mi ha scagionato. Ha detto che sono spiritoso, ma che ho fatto comunque una cazzata. Quanto successo conferma la mia proverbiale ignoranza (d’altronde il giornalista è per definizione “colui che non sa ma fa finta di sapere”). E non me ne voglia la signora Marron, e se ho scritto il suo cognome come fosse il colore della cagarella. Non l’ho fatto apposta. E’ che io ho problemi con i dittatori. La prossima volta che si sposi il Dalai Lama.

La dura legge dell’autogol (5)

27 Lug

No ma è tutto ok. Non è mica vero che ognuno ha le sue maledizioni, le sue palle al piede, i suoi piedi tra le palle. Il mio calcio ai testicoli ha la barba lunga, ma soprattutto è morto da un pezzo. O così dicono. Babbo Natale non c’entra nulla, altrimenti gli avrei già bucato la slitta. Da due mesi a questa parte il mio problema è lo stesso problema che ha avuto il mondo fino a poco più di anno fa. E mica cazzi.

Bin Laden mi perseguita. Non il suo fantasma, ma la notizia della sua morte. Ogni volta che in questa redazione si parla di lui ci sono di mezzo io. E’ successo già quand’ero collaboratore, e com’è andata a finire è cosa nota (leggere per credere). Ora stiamo preparando il numero di settembre, e l’11 si sa, c’è un maledetto anniversario da celebrare. Inevitabile parlare dell’ex leader di Al Qaeda. Altrettanto inevitabile è che questo succeda al mio primo numero in veste di redattore, quando sono titolare delle pagine in cui andrà il pezzo in questione. E ovviamente si tratta dello stesso giornale per il quale scrissi la cazzata che mister Bin era stato trovato in una grotta, e non in un compound.

Ho sapientemente delegato il lavoro a un collaboratore, che poi è un ragazzo che ha frequentato la mia stessa scuola di giornalismo. Non avrei paura a pensarci io, in fondo si tratterebbe di scrivere novecento misere battute su cose trite e ritrite. Ma ormai lo faccio per scaramanzia. Me ne sto ben alla larga, io che sull’immaginario post-11 settembre ho fatto pure la tesi di laurea.

In redazione, però, hanno la memoria lunga, complice la sfuriata dell’altro direttore dopo il mio errore madornale di quella volta. Le sue urla devono aver solcato le pareti (e io che pensavo che l’imbianchino avesse stuccato male!). Così un paio di giorni fa la mia attuale direttrice è entrata di buona lena nella stanza in cui lavoro, e con fare deciso mi si è avvicinata e mi ha detto: Mi raccomando il compound!. Poi se n’è andata con una mezza risata beffarda.

Certi errori ti marchiano a fuoco. Quello è stato proprio il mio 11 settembre.

La dura legge dell’autogol (4)

29 Mag

Il Cielo mi ha perdonato, ma ora a battere sulla tastiera ho una paura fottuta. Temo di sbagliare qualsiasi cosa. Scrivo con il freno a mano tirato. Avevo una Ducati, adesso mi sembra di stare in sella a un Mosquito.

Peso alle parole

21 Mag

“E’ stata la mano di un pazzo”.
E grazie al cazzo.

Faccio rime baciate per non sputare. Sento parole al vento, come non contassero nulla. Come se ci fossero in ballo opzioni che non contemplano la follia. Le tre bombole del gas sono saltate. Melissa non c’è più, e all’ospedale di Brindisi è l’inferno del poi. Io non ho dubbi.

Vi sfido, colleghi, ad affermare che forse non c’era una mente insana a pilotare il dito che ha dato l’ok alla morte. Come se il mafioso, il terrorista, l’omino dei servizi deviati o chi per lui in fondo non fosse un pazzo, ma qualcuno con un lucido obiettivo da raggiungere. Balle. Cazzate. Io ne so quanto voi. Anzi, meno di voi. Ma non ho dubbi. Io so per certo una cosa. Chiunque sia stato non è nient’altro che un folle. E ribadirlo non è che uno spreco di fonemi.

Non c’è interesse che tenga, ideologia che possa farmi cambiare idea. Non c’è verità che possa emergere e che sia capace di farmi ricredere. Mafioso, terrorista, omino dei servizi deviati. Chiunque crede di poter uccidere dei ragazzi è già di per sé un deviato dalla vita. Sempre e comunque un uomo dalla camicia sbagliata. Quella di forza è l’unico modello che gli sta.

Ciao Melissa.

La dura legge dell’autogol (2)

17 Mag

Tempo di Nba. Di nuovo i playoff. Di nuovo ore spese di fronte alla tv mentre invece dovrei leggere più giornali. Così magari la smetto di scambiare i terroristi con i bambini sacri. Il mio decoder però fa le bizze, e ha deciso di non registrare le partite secondo le mie programmazioni. Forse è proprio vero che il Cielo ce l’ha con me. Oppure è un messaggio che mi arriva dall’alto. Leggiti un cazzo di quotidiano e smettila di fare gaffe da idiota – mi dicono da lassù – o finirai per perdere l’unico lavoro decente che hai. Forse è davvero tutto collegato, Cristo! Sì, proprio lui. Il bimbo sacro.

Ma io non demordo. Voglio vedere i playoff, e anche se sono un nottambulo non ho nessuna voglia di guardarli in diretta a tarda ora, che tanto lo so che poi finisco per sonnecchiare davanti al televisore. Li voglio guardare di giorno, in santa pace. Quando sono lucido e sveglio davvero. E quando a casa non c’è nessuno che avendo già letto il risultato post-diretta su Repubblica.it possa farmi facce strane che mi fanno capire com’è andata a finire. Non voglio che si ripeta il casino dell’anno scorso. Né questo. Né quest’altro. Né quest’altro ancora.

Fatto sta che ho pensato che il problema fosse la memoria del decoder intasata. Così mi son messo a fare pulizia. C’erano programmi registrati che stavano lì a fare la muffa da prima della scorsa estate. Roba vecchia di circa un anno. C’è persino la prima puntata di quella porcheria di Tabloid, ma solo perché avevo sentito dire che avevano fatto un servizio sulla sagra medievale che si ripete ogni anno nella mia Baia delle Zanzare. Balle. Centonovanta minuti mandati a velocità trentuplicata per vedere inquadrato anche solo un angolo del mio bel lungomare. Ma niente da fare.

Bene. Via nel cesso, dov’è giusto che stia. Un bel tredici per cento di memoria riconquistato. Ottimo. Andiamo avanti. Toh, va. Uno Speciale Tg3, anche lui vecchio di un anno. Vediamo un po’ di cosa parlavBenvenuti a Speciale Tg3. Come già saprete questa notte è stato ucciso il noto terrorista Obama.. emh.. Osama Bin Laden..

ODDIOOOO!! MI PERSEGUITAAAAA!!!, penso tra me, me stesso e me quell’altro (siamo in tanti qua dentro). Ma non è tutto perchIl capo spirituale di Al Qaeda non si trovava in una grotta, come si è sempre pensato, bensì in un complain. In collegamento abbiamo Giovanna Botteri che..

Basta. Vado a leggere Repubblica.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: