Tag Archives: scandali

Richiamo all’Ordine

14 Nov

Vorrei perdermi nei meandri delle mie elucubrazioni. Volare nel vento come pensieri di cenere. Abbandonarmi a uno sfogo immane incentrato sul terrore di tanti e sull’idiozia di alcuni. Ma no. Non lo farò. Mi limiterò a sfoggiare un pragmatismo che non sempre mi appartiene. Così, qui lo dico e qui lo nego: se a questo scempio immane (vedi foto) non seguirà una radiazione da parte dell’Ordine dei giornalisti io, a gennaio, non pagherò la mia quota annuale. Non farò mai parte di un’organizzazione che, in caso di mancati provvedimenti, si farebbe complice di questo autentico schifo.

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libero-bastardi-islamici

Di nome ma non di fatto

27 Mar

Giorni fa vi ho beccato con le mani nelle ostriche. Oddio, non lo so, in realtà, se ci fossero pure quelle. Ma lo champagne sì. Lo champagne c’era eccome. Ve l’ha portato il distinto cameriere del locale a fianco, direttamente in redazione. Se ne stava tutto impettito, lui, con il cestello pieno. Pieno di champagne, appunto, e di ghiaccio. Tanto ghiaccio. E bicchieri, tanti bicchieri, sul vassoio che reggeva con attenzione senza rinunciare mai alla sua posa impettita. La forma è importante, già. Ma la sostanza, a casa mia, lo è molto di più. La sostanza è che vi siete fatti portare in redazione una bottiglia di champagne – con tanto ghiaccio e tanti bicchieri-. La sostanza è che io passavo di lì proprio in quell’istante. Le mie pupille sono inciampate per caso sul petto impettito del ragazzo-cameriere che ve l’ha consegnato e probabilmente servito. Me ne stavo lì, a guardare la scena. E a pensare l’inevitabile. A pensare quanto quella stessa scena fosse un tremendo e immorale schiaffo alla crisi. Non tanto a quella economica su scala globale, ma a quella di un settore che non agonizza. E’ già in coma.

Quanto li pagate i vostri collaboratori? Ma soprattutto, li pagate? E quanti stagisti avete? Quanti redattori avete mandato a casa negli ultimi anni? Quanti tagli avete fatto per riuscire a sopravvivere, voi e il vostro giornaletto di parte? A quante bocche avete tolto il pane, per riempire le vostre di pregiato e bollicinante champagne?

Vedete, questo post rischia di essere una bufala colossale. Ci ho riflettuto per giorni prima di pubblicarlo. La verità è che io non lo so il motivo di quel vostro brindisi. Magari era il compleanno di qualcuno. Magari qualche caporedattore sta per diventare papà. Magari se ne va in pensione un veterano o, meglio ancora, avete assunto venti persone tutte in un colpo e avete giustamente pensato di festeggiare. E’ possibile che i vostri conti siano a posto – oggi come oggi non sarebbe poco – e di fronte al bilancio con il segno più abbiate deciso di dedicare un dignitoso e meritato prosit a tutta la vicenda. Vedete, queste sono tutte le possibili verità. Queste, insieme a tante altre che ora non mi vengono in mente. Ma poi è arrivata la prima pagina di oggi. Poi è arrivata lei e ho deciso di fregarmene di tutte queste stramaledette opzioni. Ho capito che – a prescindere dalle bollicine che ingurgitate – non c’è rispetto in quello che fate. E non vedo perché io debba farvi sconti. Non vedo perché io debba avere rispetto per voi.

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E’ anche per colpa di gente come voi se questo mestiere non ha più una dignità.

Per colpa di Chi

5 Nov

Per colpa di ChiVa bene. Va bene, ho capito. Non c’è bisogno di fare così. Non c’è bisogno di usare le maniere forti, di dirlo con le cattive. Mollo. Io mollo. Mollo tutto. Non voglio più fare il giornalista (se si può dire che in effetti lo stia ancora facendo). Ma davvero, non è il caso di fare così. Non è il caso di umiliarsi per farmi arrivare a tanto. Sarebbe bastato chiedere. Sarebbe bastato continuare con tutte quelle mail del cazzo, tra una risposta finto-gentile e un finto-tariffario e l’altro. Sarebbe bastato aspettare ancora un po’. Senza arrivare a tanto, davvero. Ero già sulla buona strada. Avevo già imboccato la via dell’abbandono. Della rinuncia. Non c’era bisogno di abbassarsi così. Non c’era bisogno di dirmelo con tanta grettezza. Non c’era bisogno di farmi vergognare di voi, e per voi. Voi che avete scambiato il giornale per l’osteria, l’informazione per il sessismo gratuito. Voi che con la dignità vi ci siete puliti il culo. Vi ci siete masturbati, e ora siete qua a farci ascoltare i vostri fottutissimi, amarissimi, squallidissimi gridolini. Vendendo alcuni scatti che immortalano una donna intenta a mangiarsi un gelato come fosse una notizia. In allegato, la vostra anima.

Una cosa del genere non è ammissibile, e va al di là di ogni credo politico. Non c’è notizia, in questo servizio che avete trasformato in un servizietto. Così come non c’è più dignità, in voi, né amor proprio in quello che fate. E io, piuttosto che diventare come voi, mi do al marketing. Io che il marketing lo odio. Io che il marketing lo considero il male in Terra. Un po’ come voi, giornalettari della domenica, anche se oggi è mercoledì. Un brutto mercoledì. E io resto qua, a sperare che qualcuno vi faccia passare anche un brutto venerdì, come si suol dire. Nel frattempo mi rimetto a leggere fumetti. E ora provate a dirmi che sono un gretto superficiale. C’è meno porno in un hentai che tra le vostre pagine incollate dallo sperma.

Ho visto un arcobaleno rivoltarsi nella tomba

8 Ott

Non mi preoccupa tanto il diktat di Alfano per fermare la registrazione dei matrimoni gay, quanto quel 55 per cento che nel sondaggio Sky che gli sta dando ragione.

GAY MARRIAGE BECOMES LEGAL IN CALIFORNIAHo visto un arcobaleno rivoltarsi nella tomba (2)

Il suicidio del cronista

21 Ago

Sabato ho visto uno che stava comprando le parole crociate. Poi ha preso in mano una rivista scandalistica. Io penso che siano quelli come lui che inconsapevolmente ammazzano quelli come me. Alimentano un’editoria che non ha niente da dire, e che se dice qualcosa fa danni. Danno linfa a giornaletti per gente come loro. Senza curiosità, sono semplicemente morbosi. Persone che in realtà non vogliono scoprire un bel niente, ma incensarsi per quello che già sanno. Cercano lo scandalo nelle faccende altrui, e risolvono cruciverba ostentando la loro cultura da quarta elementare (in quinta sono stati bocciati due volte, mi spiace).

Poi ci sono quelli come me, che stanno dall’altra parte della barricata. Gente che va sul posto, che vuole vedere per poi raccontare. Persone che si occupano soltanto di cose serie. Serissime. Che fanno quello che fanno perché il giornalismo è giornalismo, la cultura è cultura, il sapere è sapere. E il mirtillo è mirtillo. Che non c’entra niente, ma però fa bene alla vista. Soprattutto a chi come me passa intere giornate di fronte allo schermo di un Mac, a fare l’orlo ai testi, a lavorare di uncinetto con le locandine dei programmi tv. A scrivere che quello, quello e quell’altro vanno in onda il giorno X all’ora Y. A me che mentre il tizio si prendeva le parole crociate e le riviste per stalker legalizzati me ne stavo lì a guardare lo speciale estivo a colori di Dylan Dog. Senza nemmeno comprarlo. Io penso che siano quelli come me che inconsapevolmente ammazzano quelli come me.

Strano il mio destino

2 Giu

Oggi è festa, e io lavoro. Mi guardo indietro, e vedo una lunga scia di feriali segnati da un fancazzismo forzoso. Il mio mondo va al contrario. Ma mi sento comunque un privilegiato, in questa repubblica di parate che sembrano autogol. In questa festa in barba (!!) alle scosse della terra e all’incapacità di scuotersi da parte di chi la abita.

A cena col nemico

1 Mag

Il culo bello alto, il petto in fuori e gli occhi che parlano da soli. E’ entrata così in quella chiesa sconsacrata, costringendo noi ometti a fare commenti che quella chiesa l’avrebbero sconsacrata comunque. Eravamo lì per un compleanno. Un nostro amico si era fatto convincere da un’altra nostra amica, così ci siamo ritrovati con una convinzione di terza mano a festeggiare le sue ventinove candeline alla cosiddetta Cena del sorriso. Io che sono tradizionalista pensavo si riferissero a quello orizzontale. Poi è entrata lei, e ho capito che forse s’intendeva proprio quel sorriso che va da nord a sud, e che con labbra e denti non ha proprio niente a che vedere. O perlomeno si spera.

Eravamo lì, in terra straniera. In realtà eravamo a un passo dalla Baia delle Zanzare, ma comunque avevamo poggiato i nostri culi sul territorio di un altro comune. Ma poco importa. I sorrisi verticali sono argomento universale. Potremmo anche essere stati in Burundi: in quella tavolata di ottuagenarie lei spiccava alla grande, ed è diventata l’argomento principe di quel dolce inizio di serata.

Il mio compagno di sedia? Un nostro caro amico. Di lavoro fa l’autista, ed è uno poco incline alle metafore. Roba che se ne incontra una per strada la investe di sicuro. E’ uno che se ha in mente una scena da film porno te la racconta come farebbe Tinto Brass dopo quattro mesi di astinenza. Ne sono uscite chiacchiere da osteria. Anzi, da night. Poi l’amica che ci ha trascinati lì (che Dio la benedica) ci ha dato la sveglia. Ragazzi, guardate che quella lì è la sindachessa!!

Dunque. Il tenore dei discorsi, poi, è rimasto all’incirca lo stesso, perlomeno fino all’arrivo dei paccheri con le verdure saltate, che ci ha riempito la bocca con ben altri argomenti. Ma nel frattempo si era insinuato in me uno strano tarlo. Una preoccupazione così velata che quasi non esisteva, accompagnata da un sospetto e da una consapevolezza poco confortante. Io non stavo facendo niente di male, ma poi ho realizzato cosa stesse realmente accadendo. Ero a cena col nemico.

Il fatto è che il giornaletto locale di cui sono direttore è quello di una lista civica che è arrivata seconda alle ultime elezioni di questo comune extra-Baia. A vincere è stata lei, soave 31enne regina del consiglio comu(a)nale che durante la cena ha sorriso a destra e a manca (d’altronde era il tema della serata..), infrangendo cuori e cucinando fondute di giovani elettori che probabilmente chiederanno il domicilio da quelle parti soltanto per poterla votare. Il mio amico anti-metafora abita proprio in un paesino della zona, e quando sarà ora metterà di certo la sua X sulla faccia della sindachessa in cerca di riconferma. Perché secondo il mio amico il voto è un diritto e un dovere. E non c’è più grande dovere (e più grande diritto) di avercelo diritto.

Detto in parole povere, io lavoro per la concorrenza. Per l’opposizione, che al prossimo giro di urne conta di mandare a casa la signorina che ha attirato i nostri bulbi oculari come api al miele. E non c’è niente di male se per puro caso mi sono ritrovato a cena insieme a lei e ad altre cento e passa persone. Il problema è che ho capito che una così non la si batte sicuro, che l’unica chance che i miei “clienti” hanno di vincere le elezioni è di candidare Belen, o sperare che il giorno del voto gli uomini del paese vengano tutti bloccati a casa dalla dissenteria.

A me hanno promesso la direzione del giornalino del Comune. Il problema è che prima il Comune bisogna conquistarlo. La concorrenza è spietata, e ha i mezzi per fare queste e ben altre conquiste. Di certo sarà anche una donna piena di risorse, questo io non lo so e non lo metto mica in dubbio. Ma viviamo nell’epoca del Bunga Bunga, della politica dell’immagine sempre e comunque. E il boss ultrasessantenne della lista civica per cui lavoro non vincerà nemmeno se si raderà la barba e se farà campagna elettorale in autoreggenti. Tantomeno così.

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