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Di nome ma non di fatto

27 Mar

Giorni fa vi ho beccato con le mani nelle ostriche. Oddio, non lo so, in realtà, se ci fossero pure quelle. Ma lo champagne sì. Lo champagne c’era eccome. Ve l’ha portato il distinto cameriere del locale a fianco, direttamente in redazione. Se ne stava tutto impettito, lui, con il cestello pieno. Pieno di champagne, appunto, e di ghiaccio. Tanto ghiaccio. E bicchieri, tanti bicchieri, sul vassoio che reggeva con attenzione senza rinunciare mai alla sua posa impettita. La forma è importante, già. Ma la sostanza, a casa mia, lo è molto di più. La sostanza è che vi siete fatti portare in redazione una bottiglia di champagne – con tanto ghiaccio e tanti bicchieri-. La sostanza è che io passavo di lì proprio in quell’istante. Le mie pupille sono inciampate per caso sul petto impettito del ragazzo-cameriere che ve l’ha consegnato e probabilmente servito. Me ne stavo lì, a guardare la scena. E a pensare l’inevitabile. A pensare quanto quella stessa scena fosse un tremendo e immorale schiaffo alla crisi. Non tanto a quella economica su scala globale, ma a quella di un settore che non agonizza. E’ già in coma.

Quanto li pagate i vostri collaboratori? Ma soprattutto, li pagate? E quanti stagisti avete? Quanti redattori avete mandato a casa negli ultimi anni? Quanti tagli avete fatto per riuscire a sopravvivere, voi e il vostro giornaletto di parte? A quante bocche avete tolto il pane, per riempire le vostre di pregiato e bollicinante champagne?

Vedete, questo post rischia di essere una bufala colossale. Ci ho riflettuto per giorni prima di pubblicarlo. La verità è che io non lo so il motivo di quel vostro brindisi. Magari era il compleanno di qualcuno. Magari qualche caporedattore sta per diventare papà. Magari se ne va in pensione un veterano o, meglio ancora, avete assunto venti persone tutte in un colpo e avete giustamente pensato di festeggiare. E’ possibile che i vostri conti siano a posto – oggi come oggi non sarebbe poco – e di fronte al bilancio con il segno più abbiate deciso di dedicare un dignitoso e meritato prosit a tutta la vicenda. Vedete, queste sono tutte le possibili verità. Queste, insieme a tante altre che ora non mi vengono in mente. Ma poi è arrivata la prima pagina di oggi. Poi è arrivata lei e ho deciso di fregarmene di tutte queste stramaledette opzioni. Ho capito che – a prescindere dalle bollicine che ingurgitate – non c’è rispetto in quello che fate. E non vedo perché io debba farvi sconti. Non vedo perché io debba avere rispetto per voi.

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E’ anche per colpa di gente come voi se questo mestiere non ha più una dignità.

L’Unità ti fa male lo so

31 Lug

Non farò il romantico. Non farò il nostalgico. Non farò nemmeno il deluso. Farò l’incazzato. Incazzato perché a mezzogiorno erano già tutte finite, le copie dell’ultimo numero de L’Unità.
“No, capirai. Oggi scatta la smania di collezionismo!”, mi ha detto l’edicolante.
“Sono in ritardo, vero?”, ho risposto io ribadendo l’ovvio.
“Eh sì.. Poi anche oggi stessa tiratura. A me ne è sempre arrivata una copia. Una sola. E non l’ho mai venduta. A parte oggi”.

Oggi. Oggi si sono svegliati tutti, in questa città che si è riscoperta di sinistra soltanto di recente, dopo dieci anni di navigazione a vista e disperata sull’altra sponda della politica. Oggi. Oggi si sono svegliati tutti. Tutti, compreso me, che non compro mai L’Unità se non per numeri celebrativi e quant’altro. Tutti, come me, mossi da compassione o pentimento. Oppure, proprio come me, da uno spirito collezionistico risvegliato dagli eventi. Perché oggi L’Unità chiude. Oggi, in edicola, c’è l’ultimo numero del giornale fondato da Antonio Gramsci nel 1924. Cristo, ‘sto quotidiano ha la stessa età dei miei nonni materni!

E’ una grave perdita. Un lutto per l’informazione nazionale. Per me, però, è anche il sintomo di un cambiamento inevitabile. Il segno inequivocabile di un’evoluzione della specie forzata ma necessaria.

Un giornale che muore è sempre un tuffo al cuore. Che fa anche rima, e fa tanto canzone d’amore. Che fa rima a sua volta, e fa ancora più canzone d’amore. Ma avevo detto che non avrei fatto il romantico, né il nostalgico. Non farò nemmeno il deluso e, in questo caso, nemmeno l’incazzato. Mi limito a lanciare una riflessione tra le maglie della Rete, perché io ho un’idea abbastanza definita riguardo a quanto sta succedendo. Un’idea controcorrente, lo so, che potrebbe far incazzare qualche navigante. Ma il mare di Internet è bello perché vario, e nessuno mi toglierà dalla testa che se L’Unità chiude è anche perché non ha saputo cogliere gli umori dei lettori. Lo spirito del tempo. E’ tutto lì. Il segreto non è altro che quello. Lo spirito del tempo. Che devi cogliere. E da cui non puoi prescindere. Sennò sei fuori. Io stesso, come detto, non l’ho quasi mai comprato. Troppo di parte, seppur quella parte non sia nemmeno tanto distante dalla mia visione delle cose. E troppo limitata, rispetto a una concorrenza che seppur faziosa è riuscita a garantire un’informazione più completa, a far respirare vènti a cui un semplice giornale di partito non può arrivare. Il declino de L’Unità va di pari passo con il tonfo fragoroso della politica, una sorta di ectoplasma la cui popolarità è oggi in rapida risalita tra le luci mediatiche e le ombre di contenuto del renzismo. A questo non si può non associare la crisi dell’intero settore. Dicono che il punk sia morto, ma neppure il giornalismo non ha poi una bella cera.

Abbraccio virtualmente i colleghi che da oggi rimangono a casa, in special modo quei collaboratori che, proprio com’è successo a me, saranno i primi a essere tagliati. Ma la mia idea rimane quella di un giornale che non ha osato abbastanza, di una buona fede giornalistica che è rimasta fine a se stessa. Questi sono tempi duri. Questi sono tempi bui. Bisogna oltraggiare l’ordine precostituito. Reinventarsi, e in modo serio. I tentativi fatti non sono bastati. Oggi la rivoluzione (e la sopravvivenza) dei giornali passa per un principio cardine: devi inventarti un pubblico, un pubblico che sia soltanto tuo. Mi devi dare qualcosa che gli altri non mi danno. Sennò, mi spiace, e lo dico con la mano sul cuore, oggi è anche di questo che si muore. Altra rima smielata. Urge dieta ipoclicemica.

Ma no, non farò il romantico. Non farò il nostalgico. Non farò nemmeno il deluso. Farò l’incazzato. Incazzato perché a mezzogiorno erano già tutte finite, le copie dell’ultimo numero de L’Unità. Tutte tranne una (tiè). Ho girato ben nove edicole, che in posti come la Baia delle Zanzare equivale a un quasi tutte. Vicino a casa mi hanno risposto secchi, come si fa con chi chiede l’impossibile e gli si vogliono ammazzare sul nascere tutte le buone speranze. Al mare borbottavano, si lamentavano della tiratura che non è stata alzata nemmeno oggi (vedi alla voce “osare”), e che no, non avevo più nessuna chance di trovarmi la mia copia. Ho tentato in stazione, la cui edicola, per definizione, è e dev’essere più fornita delle altre. Niente. Ho provato pure con l’edicola-bar-tabacchi-forseanchemacellerìa in cui vado sempre con mio padre a gustarmi il miglior sorbetto al caffè della Baia. “Se c’è lo trovi lì, in mezzo agli altri giornali”, mi hanno risposto, probabilmente ignari di chi giorno fosse oggi. L’ultimo giorno de L’Unità. Ma niente, neppure lì. Io, sull’orlo della resa, ho rimesso in moto la mia Punto bianca del ’97 e ho seguito la strada. Non quella di casa, però. Ho proseguito lungo la statale, in preda a un’ultimo conato di speranza. Di fiducia. Di resistenza alle avversità. Così sono finito in un hotel che ha sotto un bar e pure un’edicola con quattro giornali. E no, niente macelleria. Ho scorso con gli occhi quei quattro giornali. Il quarto, giù in basso, mi ha fatto esultare come con un sei al Superenalotto. Era lei, l’ultima copia. La mia copia. Probabilmente l’ultima di tutta la Baia. Spuntata dal nulla alla nona edicola, che poi tanto edicola non è.

Ho insistito. Ho resistito. Ho perseverato. Non mi sono arreso. Mi sono trovato una soluzione, una nuova via, all’improvviso. Ho seguito la strada, senza tornare indietro, quasi spiazzando me stesso. Alla fine ho vinto. Ho raggiunto il mio obiettivo. Ho tenuto a galla il mio sogno del giorno, e ora non è più soltanto un sogno. Chissà che i colleghi dell’Unità non debbano fare lo stesso per sperare in un futuro. Chissà che non debba fare altrettanto anche io, per evitare che i miei sogni di giornalista s’infrangano sull’uscio dell’ottava edicola.

L'Unità ti fa male lo so

Kualkosus l’aspirante qualcosa

28 Lug

Tanti auguri a me. Tanti auguri a me. Tanti auguri stocàzzo. Tanti auguri a me.

E la torta? Dov’è la torta? Dove cazzo è la mia fottutissima torta?! Siete ancora lì ad accampare scuse. Sono quasi cinque mesi che mi state a raccontare che se l’è mangiata il mostro della crisi. Balle. Stronzate. Bufale degne di Minzolini o del peggior Sallusti. La mia torta, il mio lavoro, se l’è mangiata il nepotismo ingordo. La macchina infernale delle raccomandazioni, che con la scusa dei tagli e dei rimpasti salva gli amici e silura tutti gli altri.

Mi avete detto “abbi Fede”, ma è all’incirca dal ’94 che quella parola mi dà l’orticaria. Oramai credo soltanto in me stesso. Nei miei mezzi. E nella mia capacità di reinventarmi. Perché non è detta che per il suo settimo compleanno questo blog si chiamerà ancora così. Perché non è affatto detta che da grande, io, farò davvero il giornalista.

Kualkosus l'aspirante qualcosa

Ho messo via

21 Mag

Un bel po’ di cose. Dicono: “Così si fa”. O perlomeno così dice Luciano. Luciano Ligabue. L’uomo che tra un paio di settimane mi riporterà qui, a Milano. Perché intanto, nel frattempo, io me ne sarò già andato. Avrò già lasciato la città meneghina, in cerca di qualcosa di nuovo. Un nuovo chiamato mare. Un nuovo chiamato gatti. Un nuovo chiamato amici. Un nuovo chiamato famiglia. Un nuovo chiamato nuovo, ma che di nuovo ha davvero poco. E, soprattutto, non ha niente a che vedere con il lavoro.

Il lavoro mi ha tradito. Il lavoro mi ha lasciato. E io, per un perverso giro della logica devo lasciare a mia volta qualcuno. Qualcosa. Milano. Un posto con il quale non credevo che avrei mai provato empatia. Un posto che invece mi resterà sempre nel cuore, perché qua i cuori sono molto meno grigi di quanto si pensi da fuori. Ma questa è un’altra storia. La storia che vi voglio raccontare oggi non è quella di un addio, ma di un arrivederci. Arrivederci, Milano. Non credere di aver chiuso con me. Non t’illudere. Qua io lascio affetti e progetti, progetti e affetti. Spesso, cosa bellissima, le due cose riescono addirittura a coincidere.

Ma intanto ti devo salutare, o mia bela Madunìna. Sono costretto a prendermi una pausa di riflessione. Per questo, da amante un po’ triste e un po’ deluso, sto già facendo i bagagli. In camera, in questa camera che sono in procinto di abbandonare dopo quasi due anni, sono circondato di scatoloni da riempire, sequestrati dal magazzino del Carrefuor vicino casa come fossi un barbone. Con la differenze che quelli, poveracci, una casa non ce l’hanno proprio. Io la mia la sto per mollare, dicevo, e me ne sto per tornare a quella vera. Quella delle origini. Quella dei miei. Arrivederci, Metropoli a Gas. La Baia delle Zanzare è già lì che mi aspetta. E così il mare. E così i gatti. E così gli amici. E così la famiglia. E così quel nuovo che tanto nuovo non è.

Intanto raccolgo, seleziono, organizzo, inscatolo. E ho messo via un bel po’ di cose. Dicono: “Così si fa”. Tra quelle cose, chili e chili di carta prelevati dai cassetti della redazione. Così, rovistando, oggi ho ritrovato le stampate delle prime pagine curate da me. Ho riletto i miei primi titoli, di cui andrò sempre fiero anche a costo di apparire immodesto. Ho ritrovato le correzioni in rosso, sarcastiche, ficcanti e per questo efficaci di Lina Insu, la donna a cui devo questa mia prima vera opportunità di lavoro. E ho ritrovato, lì in mezzo, l’entusiasmo che provavo nel fare certe cose. Nel gestire le mie sezioni. Nello scrivere pezzi sulle grandi magie della tv e dello spettacolo in genere. La soddisfazione di potermi relazionare con dei collaboratori, mentre una volta il collaboratore ero io. Una volta, proprio come adesso. La ciclicità del destino è davvero ridicola e beffarda.

Mi sono ripassate per le mani le stampate degli scambi epistolari con la photoeditor della stanza accanto, che mandarsi le mail era meno faticoso che alzare il culo e andare di là oppure gridarsi a vicenda come fossimo in osteria. Sono ripassati sotto i miei occhi quei timoni fatti e rifatti. I fogli su cui mi segnavo le idee su come sviluppare i temi del mese, puntualmente cassati da chi, sopra di me, aveva già venduto la sua anima di giornalista ai fottuti diavoli del marketing.

Ho ritrovato, lì in mezzo, quella parte di me che tra una corsa e l’altra si divertiva a fare, e che ha voglia di fare ancora. Milano, non credere di aver chiuso con me. Perché io, con te, non ho di certo finito.

Ho messo via

Palle eoliche

15 Apr

Vento. Avete presente il vento? Quella cosa che soffia e che cambia le altre cose. Quella cosa che soffia e che fa girare le pale. Ecco. A me oggi le pale girano che è una meraviglia, ma non credo sia colpa del vento.

C’è una cosa peggiore del seguire una conferenza da freelance sottopagato. E’ andare al Policlinico di Milano per una conferenza e scoprire, una volta sul posto, che è stata annullata. E c’è una cosa ancora peggiore dell’andare al Policlinico di Milano per una conferenza e scoprire, una volta sul posto, che è stata annullata. E’ venire a sapere che non sei stato avvisato perché il coglione di turno, nella redazione di scapestrati per cui lavori, ha cestinato la mail che avvertiva dell’annullamento della conferenza, e senza colpo ferire non ha nemmeno avvisato il collaboratore esterno. Che poi saresti tu. Il collaboratore, non il coglione di turno. Anche se a un certo punto le due cose si sovrappongono.

Io vi avverto. La prossima volta che mi fate uno scherzo del genere vi ci mando io, al Policlinico. Spero che gli intonaci del pronto soccorso siano di vostro gradimento.

Palle eoliche

Brutto senz’anima

28 Feb

LaBellaRipescata è online

LaBellaRipescata: Non è che io non sia contenta. Ma al momento non riesco a esserlo fino in fondo. Perché la cosa è stata gestita male, in modo scorretto e senza una valutazione oggettiva. In questi mesi ho ripetuto tante volte a chi conosco che il lavoro in redazione mi piaceva e che spesso mi sentivo entusiasta nel farlo, nonostante i suoi difetti. Non credo però che il fenomeno sia mai stato legato al lavoro in sé, quanto alle persone con cui ho condiviso la stanza e le ore. Ve lo scrivo ora perché non voglio trascinare questa sensazione fino a domani. Tantomeno ho intenzione di tirarla fuori in un momento in cui staremo tutti insieme. Che poi dovrei chiedere a voi come vi sentite e non parlarvi di questo, lo so, ma ci tenevo a condividere questo pensiero con voi.

KronaKus: Apprezzo queste parole, come ti ho detto anche prima. Mi spiace per come siano andare le cose, ma tu almeno hai avuto l’onestà di vedere il marcio laddove c’è. E ce n’è tanto. Credo che tu ti possa sentire pulita, o perlomeno questa è la mia opinione. Vai e lavora a testa alta. E quando avrai preso il posto del direttore ricordati dei tuoi vecchi colleghi!

LaBellaRipescata: Per prendere il posto del direttore bisognerebbe smettere di avere una vita..

KronaKus: Anche un’anima, probabilmente.

LaBellaRipescata è offline

Resa dei conti a porte chiuse

27 Feb

– Ciao, hai un minuto? – le chiedo.
– ..Sì…
Chiudo la porta della sua stanza. La stanza della mia caporedattrice.
– Senti, ti volevo chiedere cosa sta succedendo al piano di sotto. O non so in quale altre posto, insomma. So che stanno facendo dei colloqui.
– ..Sì. Stanno facendo dei colloqui con alcune persone…
– Scelte con quale criterio?!
– Non c’è nessun criterio, KronaKus.. L’avrai capito. Basta vedere chi hanno scelto…
– Sì, lo so benissimo che un criterio non c’è. L’ho capito appena ho saputo i nomi di quelli che sono stati chiamati. E’ una cosa che avevo ipotizzato già da mesi, ma francamente ormai speravo si potesse evitare questo squallido teatrino finale. Anche perché venerdì scorso io e te avevamo parlato. E la storia che il nuovo service ha i suoi giornalisti e che per noi non ci sarebbe stato niente da fare?!
– Guarda. Io oggi sono arrivata lì e mi hanno detto quale sarebbe stata la mia squadra. Ho avuto potere zero – mi dice unendo i polpastrelli di indice e pollice della mano destra. – A loro è arrivato un elenco di nomi dal cielo. Loro stessi avrebbero voluto affidarsi a gente più esperta, ma non hanno potuto fare altro. Io ho provato a insistere, ma non c’è stato niente da fare. Ho litigato con loro fino a mezz’ora fa. A parte che nemmeno io so se accetterò, perché non siamo d’accordo sul mio compenso. Loro mi offrono molto meno, e se non mi danno la cifra che ho chiesto domani sarà l’ultimo giorno anche per me. Comunque ho provato a spingere per alcuni di voi, ma niente. Ho provato a portarmi dietro BEEEEEEP, che è una garanzia per i palinsesti e per il controllo delle bozze. E’ da tanto che aspetta, e ha pure la moglie in cassa integrazione. Ma niente da fare. Mi sono battuta anche per BEEEEP. Ho detto loro che è una follia non portarselo dietro, dato il mazzo che si è fatto negli ultimi mesi con gli speciali di sport.
– Sì, voglio dire, non è un fatto personale ma lasciar fuori me, BEEEEP, Lina Insu..
– Lina Insu è un caso particolare, lo sai. Comunque loro hanno chiamato soltanto quelli che ci son scritti sull’elenco.
– Sì ma è uno schifo!
– Lo so. Credimi KronaKus, fosse per me me ne andrei anche domani, tanto sono nauseata da tutti. Ogni due anni è la stessa storia. Perdo pezzi ogni volta, e sono molto addolorata. Io stessa mi sto muovendo anche in altre direzioni..
– Sì, guarda, io appena ho saputo dei colloqui sono corso qua. Sinceramente sono incazzato nero.
– Sì, ma hai visto chi hanno scelto, no? Cioè, ti rendi conto? Io di questi qua avrei tenuto soltanto BEEEEEP, che ha un gran carattere, è sveglia e ha un’agenda fortissima. Intervista tutti. E poi diciamocelo, se fosse stato per me BEEEEEP avrebbe chiuso dopo quella cazzata enorme che ha fatto. E non ha neppure ammesso la colpa! E’ gravissimo! Invece per il direttore siamo tutti responsabili tranne lei! Perché? Perché è carina?! Ha deciso tutto lui, KronaKus. Io non ho potuto fare niente.
– Sì, ok. Uno si fa il culo per quasi due anni (più uno da freelance) e poi ad andare avanti sono soltanto gli ultimi arrivati perché sono amici suoi!
– Eh, lo so. Hai visto? C’è pure BEEEEEEP. Io nemmeno lo sapevo. Me lo sono ritrovato lì all’hotel..
– Hotel?
– Sì, stanno facendo i colloqui nell’hotel qua dietro. Me lo sono ritrovato lì mentre stavo uscendo. Lui è arrivato due settimane fa, per la newsletter, e ora lo mettono addirittura a fare il magazine!
– Sì, appunto!
– Ma ormai questo giornale è un morto che cammina, KronaKus. E’ questione di un anno, forse mesi. Non è più nemmeno un giornale, è uno strumento di marketing..
– Ah lo so!
– Comunque, KronaKus, sai benissimo che non è un fatto di professionalità. Tu hai lavorato benissimo. Scrivi benissimo. Sei il miglior titolista che abbiamo qui dentro..
– Ti ringrazio. Però a quanto pare non è bastato.
– Eh no, non è bastato. Sono subentrate altre logiche. Ma hai visto che collaboratori abbiamo dovuto tenere fino adesso? Prendi BEEEEEEP. Ma l’hai visto come scrive? Io gliel’ho fatto presente, al direttore, ma lui mi ha risposto: “Devi farla scrivere, sennò mi ritrovo suo padre (che lavora all’Ansa) che mi telefona!” Cioè, capisci ora qual è il criterio?!
– Lo so! Ma venerdì scorso, quando ne abbiamo parlato, mi hai detto che quelli nuovi hanno già i loro giornalisti!
– E’ successo tutto tra ieri e oggi. Comunque tu non preoccuparti. Sei giovane, sei bravo, hai talento. Davvero, fai dei titoli pazzeschi, e quella è una cosa che non s’insegna. O ce l’hai o non ce l’hai. I tuoi titoli sono di gran classe. Qua dentro, in quanto a talento, ti considero il migliore dopo Lina Insu. Lei, come sai, è a tutto un altro livello..
– Sì, lo so.
– Però è come se tu di quel talento ne utilizzassi soltanto il cinquanta per cento..
– Cioè? In che senso?
– Non lo so, è come se ti fermassi al tuo compitino. Poi quello lo fai benissimo, ma ti manca un po’ di grinta. Questo mestiere lo vogliono fare in tanti, KronaKus. E il talento non basta, ci devi mettere più grinta. Ecco, devi imparare a sporcarti di più le mani.
– Sì, ma io qua non ho nemmeno avuto modo di esprimermi di più. Non voglio negare i miei limiti, ma qui.. voglio dire.. io ad esempio non sono mai stato d’accordo quando tu mi dicevi che ero troppo lento. Fino a tre o quattro numeri fa qua c’era qualcosa che non andava. Prima che arrivasse BEEEEEP a fare i palinsesti io ho sempre avuto troppe pagine da fare. C’è stato un mese in cui io ne ho avute trenta e BEEEEEEP soltanto nove!
– Sì lo so che certe volte c’è stata una disparità con il numero di pagine, ma devi considerare anche che pagine sono. Non è che il tuo lavoro contasse meno, ma le tue sezioni non erano quelle più importanti..
– Ma no! Non è quello il punto! Le pagine le devi comunque gestire, le devi seguire. Se sono tante non hai il tempo materiale per fare di più. E poi all’inizio ho provato a metterci del mio, a tirar fuori delle idee, ma sembrava che non andassero mai bene. Quindi ho smesso, considerando anche il fatto che non c’è stato il tempo per andare oltre il “compitino”. Insomma, non voglio negare i miei limiti caratteriali, ma conta anche il contesto in cui si lavora. E invece per quanto riguarda le collaborazioni? Immagino che pure lì non ci sarà niente da fare..
– No, non lo so, ancora. Certamente se ce ne sarà la possibilità ti contatterò senz’altro.. Comunque, come ti dicevo, io stessa mi sto muovendo, perché sono nauseata da tutto questo. E se dovessi finire in un’altra realtà tu saresti senz’altro una delle persone che terrei in considerazione.
– Va bene. Ti ringrazio.

Ero entrato nella stanza della mia caporedattrice con una malsana voglia di fare la guerra, invece abbiamo quasi finito per fare la pace. Io con me stesso, innanzitutto, togliendomi due o tre scogli dalle scarpe. Zavorre che mi hanno impedito di camminare bene durante questo mio periodo lavorativo. Pesi di cui mi sono finalmente liberato, alla vigilia dell’inevitabile apocalisse. L’accusa di eccessiva lentezza, innanzitutto, valida all’inizio ma poi divenuta un cliché dovuto soltanto alla solita, penosa organizzazione del lavoro. Problemi interni che hanno provato a spacciare per personali, caratteriali. Ma io mi sono sempre opposto, seppur silenziosamente. Lavorando a testa bassa. Fin troppo bassa. Conosco i miei limiti, ma so anche di aver sempre avuto la coscienza a posto.

Purtroppo la coscienza non basta. Qui a passare il turno sono soltanto i raccomandati. Cose che di solito vedi nei film, le leggi sui giornali, ma soltanto quando tocca a te ne percepisci davvero la potenza. La potenza distruttiva, per i nervi quanto per tutto il sistema del lavoro. La parola meritocrazia ha sempre vissuto ai margini del mio vocabolario, perché mai fino a ora ero stato colpito dal suo esatto contrario: l’antico vizio di voler trasformare qualsiasi azienda, persino una multinazionale, in una ditta a conduzione familiare. A lavorare sono i conoscenti, gli amici, i figli di. Mentre i veri figli di (puttana), quelli che alimentano questo sistema corrotto e malsano, gongolano tra i favori che ne trarranno in cambio. Si coccolano al pensiero delle anime tenute a bada attraverso le promesse finalmente mantenute, anche se sul piatto c’era oro e loro gli stanno dando bronzo. Perché di questo si tratta, di un lavoro che per alcuni continua, sì, ma che in alcuni casi si rivela sottopagato. E adesso una squadra di inesperti si ritroverà a fare un giornale senza avere più un vero punto di riferimento. Perché a rimanere fuori dai giochi siamo in tre. Noi tre. Io, BEEEEP e Lina Insu. In un certo senso, i veterani di questo periodico. Quelli che finora ne hanno retto le fila, lottando contro i mulini a vento per non farlo assomigliare definitivamente a un volantino obeso attraverso cui vendere rugoli di merda travestiti da lingotti.

Auguri a chi resta e figli maschi. O meglio, femmine. Avranno certamente più chance di fare carriera.

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