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Questa è una donna (e una giornalista)

22 Ott

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Grazie per il tuo lavoro, che per approccio e per contenuti hai di certo svolto meglio di molti altri. Riposa in pace, Maria Grazia, amica degli animali e delle buone notizie, ovvero di tutto ciò di cui si parla poco, troppo poco, e pure male. Ti ricorderò per gli occhi buoni e per le buone intenzioni, per le occhiate in camera e per la voglia di andare avanti. Sempre. Fino all’ultimo.

Ciao, e riposa nella pace che meriti.

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Tanto lo so che è tutta una farsa

23 Apr

Mi sono iscritto al concorsone Rai per i giornalisti.
Il mio senso dell’umorismo non ha proprio limiti.

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Ed ecco, non a caso, il logo ufficiale dell’iniziativa.

Se questo è un cronista

20 Feb

La camminata del dolore. Della sofferenza autoindotta. La passeggiata dei microfoni e delle telecamere. Dei ritornanti a progetto, dei vaganti pagati al pezzo. Mi duole dargli ragione, ma stavolta Grillo mi ha fatto riflettere. Sulla loro condizione, quella dei ritornanti miei colleghi. E sulla mia. Ieri il patron dei 5 Stelle è stato inseguito da un’orda di cronisti accaniti, in un lungo e squallidissimo pianosequenza durato fino all’arrivo all’ingresso dell’Ariston. E’ stato tampinato da una mandria di giornalisti a caccia di parole vaganti, più vaganti di loro. Stavano lì a farsi del male l’un l’altro, in una calca da stadio neanche ci fossero gli U2 in procinto di suonare. Stavano lì a pestarsi i piedi, a gridare “ahia”, a rompersi l’obiettivo a vicenda. Stavano lì a inseguire il politicante di turno, per portare a casa una dichiarazione che ha la stessa sostanza del nulla cosmico, dello zero assoluto, del vuoto pneumatico. Poi ci ha pensato lui, Grillo, a fornire loro del materiale degno di nota (“La Rai è la maggiore responsabile del disastro del Paese”), ma non è questo il punto. E’ il metodo che non mi convince, e soprattutto il fine di tutto quel loro affannarsi.

Lui li ha definiti dei “walking dead”, facendo il verso a una delle serie tv più amate del momento e, probabilmente senza nemmeno saperlo, a uno dei fumetti scritti meglio degli ultimi dieci anni. Lui, il signor 5 Stelle, li guardava dicendo loro che hanno la faccia “di chi si è perso”. E mi duole dargli ragione, ma stavolta Grillo mi ha fatto riflettere. E me ne sto qui, a domandarmi se sia questo il vero giornalismo. Cronisti costretti a tampinare l’oratore che fa audience per registrare ogni sua minima scoreggia, abbassati a mettere in atto uno stalking legalizzato con metodi al limite del violento, dando voce incondizionata a quel politicante e fare così il suo gioco. Perché il cittadino deve sapere. Vero. Ma intanto viene a sapere quello che vuole lui. Quello che vuole il politicante. E i giornalisti se ne tornano a casa con i piedi rotti e le telecamere da mandare in assistenza, credendo di fare un servizio al Paese per quindici miseri euro al pezzo.

Piccolo uomo

13 Gen

Non potrei mai essere ateo. Anche se non avessi un dio, io un dio ce l’avrei comunque. Uno di quelli che sembrano scesi dal cielo per farti vedere come far bene le cose sulla Terra. Ecco, io non ho un dio, ma un messia sì. Un idolo, un modello. Un uomo che sembra più di un uomo. Un esempio che è più di un esempio. Un giornalista che è più di un giornalista. Guardo Riccardo Iacona. E mi sento molto, molto piccolo.

Il cerchio nella vita

2 Gen

Canticchio filastrocche su aspiranti re, di fronte a uno schermo che mi ricorda quali sono le mie vere radici. Davanti ai miei occhi un cucciolo di leone in technicolor. Con tutta la magia dell’accaddì. Non è vero. Io a casa ho ancora un tubo catodico che all’occorrenza mi fa anche da scarico del water. Perché nel frattempo lo scarico vero s’è intoppato. E alla grande. E’ difettoso da una vita, ma i miei genitori hanno preferito fare la pavimentazione in giardino. Così che quando il cesso s’inceppa non ho nemmeno più uno straccio d’erba dove sotterrare i miei surplus digestivi.

Non so come, ma finisco sempre a parlare di cagate.

Vabè.
Dicevo che canticchio filastrocche su aspiranti re. Simba ne sa una più del diavolo. E Pumba assomiglia tanto a me, porcello sacrificale prossimo alle fine delle feste. Mi ricordo buona parte delle parole di certe canzoni, anche se molte cose non sono più come prima. Elton John s’è sposato, e Ivana Spagna s’è comprata il reparto di chirurgia estetica del Gemelli per farsi lo sconto da sola. Il Re Leone l’ho rivisto al cinema pure l’anno scorso. Con tutto lo spettacolo del treddì. E comunque io la colonna sonora l’ho consumata, all’epoca. Ho la cassetta (rigorosamente pirata), e sono praticamente cresciuto a suon di azuvegnaaaa zavavì zivavà.

Fatto sta che i primi quattro minuti di quel film sono una delle vette più alte del cinema mondiale. Una tra le più elevate di sempre. Io me lo ricordo come fosse ieri. E ripeto, a canticchiarle mi tornano in mente buona parte delle parole. Eppure di tempo ne è trascorso. Di acqua ne è passata sotto i ponti, e altrettanto è il vino che è sceso giù per il mio esofago durante queste ferie (o presunte tali). Mi è servito per sturarmi dai pandori interi incastrati tra il crasso e il duedeno. Alla fine il mio intestino si è rivelato tutt’altro che tenue. Il water, per non rischiare, ha già chiesto il trasferimento.

Ho guardato di nuovo i primi minuti del film, poi ho mollato. Sono tornato al mio pc, compagno di (s)ventura di ogni giornalista contemporaneo, aspirante e non. La televisione non fa più per me, anche se campo scrivendo di lei. E’ come se Sgarbi parlasse di Monet senza sapere chi è. Roba che si confonde, e finisce a parlare di portafogli e di salvadanai a forma di scrofa (questa vediamo chi la capisce). Ma poco male. Ho fatto bene a staccarmi da quello schermo (e da quel tubo catodico che emana odori d’oltretombola). Perché non fa bene pensare al tempo che passa. Io canticchio filastrocche su aspiranti re, sì, ma da quel giorno al cinema che ricordo come fosse ieri sono trascorsi quasi vent’anni. Quella volta ero pure magro, in piena età dello sviluppo, periodo che mi ha fatto da dieta dimagrante naturale. Prima ero un botolo, poi un mezzo atleta (più mezzo che atleta), e oggi sto tornando alle origini. Un botolo, insomma. Della serie mesomagnatolulaòppe. Oggi più che il cerchio della vita ho un cerchio nella vita. E alla testa, al pensiero che lunedì si torna tutti in redazione. Senza leoni. Senza canzoni. Ma con tutta la magia dell’accaddì.

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La loro fine sarebbe il mio inizio

2 Gen

Ho avuto un incubo, ma ero sveglio.

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Il mio 2012 è finito più o meno così. Con questa immagine degna dei Maya. Confido vivamente in un anno migliore.

Requiem for a job (2)

12 Nov

Giuro che il post di ieri l’ho scritto senza sapere niente riguardo al video che segue. Ringrazio i coinquilini per la doverosa e puntuale segnalazione (anche se all’ora di pranzo stavano guardando Giletti in cucina, e io sono stato seriamente tentato di saltare il pasto). Ora sappiamo che i colleghi di Studio Aperto soffrono della cosiddetta sindrome di Smallville. Chiedo scusa ai kryptoniani a nome della categoria.

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