Tag Archives: quotidiani

Questo è un uomo

6 Feb

Non è più una questione di bavaglio, non è soltanto una questione di libertà.
È una questione di umanità. L’umanità che a qualcuno manca, e a cui di certo mancherà sempre. L’umanità che di certo non mancava a quest’uomo, a questo ragazzo. Un martire della verità. Semplicemente un uomo più uomo di altri.

Ciao Giulio.
Ora facci un bel reportage da lassù.

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Richiamo all’Ordine

14 Nov

Vorrei perdermi nei meandri delle mie elucubrazioni. Volare nel vento come pensieri di cenere. Abbandonarmi a uno sfogo immane incentrato sul terrore di tanti e sull’idiozia di alcuni. Ma no. Non lo farò. Mi limiterò a sfoggiare un pragmatismo che non sempre mi appartiene. Così, qui lo dico e qui lo nego: se a questo scempio immane (vedi foto) non seguirà una radiazione da parte dell’Ordine dei giornalisti io, a gennaio, non pagherò la mia quota annuale. Non farò mai parte di un’organizzazione che, in caso di mancati provvedimenti, si farebbe complice di questo autentico schifo.

#jesuisparis
#prayforparis
#prayfortheworld
#unitiperparigi

libero-bastardi-islamici

Di nome ma non di fatto

27 Mar

Giorni fa vi ho beccato con le mani nelle ostriche. Oddio, non lo so, in realtà, se ci fossero pure quelle. Ma lo champagne sì. Lo champagne c’era eccome. Ve l’ha portato il distinto cameriere del locale a fianco, direttamente in redazione. Se ne stava tutto impettito, lui, con il cestello pieno. Pieno di champagne, appunto, e di ghiaccio. Tanto ghiaccio. E bicchieri, tanti bicchieri, sul vassoio che reggeva con attenzione senza rinunciare mai alla sua posa impettita. La forma è importante, già. Ma la sostanza, a casa mia, lo è molto di più. La sostanza è che vi siete fatti portare in redazione una bottiglia di champagne – con tanto ghiaccio e tanti bicchieri-. La sostanza è che io passavo di lì proprio in quell’istante. Le mie pupille sono inciampate per caso sul petto impettito del ragazzo-cameriere che ve l’ha consegnato e probabilmente servito. Me ne stavo lì, a guardare la scena. E a pensare l’inevitabile. A pensare quanto quella stessa scena fosse un tremendo e immorale schiaffo alla crisi. Non tanto a quella economica su scala globale, ma a quella di un settore che non agonizza. E’ già in coma.

Quanto li pagate i vostri collaboratori? Ma soprattutto, li pagate? E quanti stagisti avete? Quanti redattori avete mandato a casa negli ultimi anni? Quanti tagli avete fatto per riuscire a sopravvivere, voi e il vostro giornaletto di parte? A quante bocche avete tolto il pane, per riempire le vostre di pregiato e bollicinante champagne?

Vedete, questo post rischia di essere una bufala colossale. Ci ho riflettuto per giorni prima di pubblicarlo. La verità è che io non lo so il motivo di quel vostro brindisi. Magari era il compleanno di qualcuno. Magari qualche caporedattore sta per diventare papà. Magari se ne va in pensione un veterano o, meglio ancora, avete assunto venti persone tutte in un colpo e avete giustamente pensato di festeggiare. E’ possibile che i vostri conti siano a posto – oggi come oggi non sarebbe poco – e di fronte al bilancio con il segno più abbiate deciso di dedicare un dignitoso e meritato prosit a tutta la vicenda. Vedete, queste sono tutte le possibili verità. Queste, insieme a tante altre che ora non mi vengono in mente. Ma poi è arrivata la prima pagina di oggi. Poi è arrivata lei e ho deciso di fregarmene di tutte queste stramaledette opzioni. Ho capito che – a prescindere dalle bollicine che ingurgitate – non c’è rispetto in quello che fate. E non vedo perché io debba farvi sconti. Non vedo perché io debba avere rispetto per voi.

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E’ anche per colpa di gente come voi se questo mestiere non ha più una dignità.

Gazza ladra

16 Nov

Gazza ladra

Da oggi la Gazzetta dello Sport cambia pelle. Ma sono convinto che non cambierà affatto il suo modo roboante di fare i titoli. Per questo non vedo l’ora che sia domenica prossima, che la squadra del redivivo Mancini vinca il derby e che quelli della Gazza esordiscano con questa esclamazione stampata in prima pagina a caratteri cubitali:

INTERSTELLAR!

Colori compresi.

Se lo faranno, sappiatelo, li querelerò per plagio. E per loro, la vita, non sarà più così rosea.

(Segue risata malefica)

 

L’Unità ti fa male lo so

31 Lug

Non farò il romantico. Non farò il nostalgico. Non farò nemmeno il deluso. Farò l’incazzato. Incazzato perché a mezzogiorno erano già tutte finite, le copie dell’ultimo numero de L’Unità.
“No, capirai. Oggi scatta la smania di collezionismo!”, mi ha detto l’edicolante.
“Sono in ritardo, vero?”, ho risposto io ribadendo l’ovvio.
“Eh sì.. Poi anche oggi stessa tiratura. A me ne è sempre arrivata una copia. Una sola. E non l’ho mai venduta. A parte oggi”.

Oggi. Oggi si sono svegliati tutti, in questa città che si è riscoperta di sinistra soltanto di recente, dopo dieci anni di navigazione a vista e disperata sull’altra sponda della politica. Oggi. Oggi si sono svegliati tutti. Tutti, compreso me, che non compro mai L’Unità se non per numeri celebrativi e quant’altro. Tutti, come me, mossi da compassione o pentimento. Oppure, proprio come me, da uno spirito collezionistico risvegliato dagli eventi. Perché oggi L’Unità chiude. Oggi, in edicola, c’è l’ultimo numero del giornale fondato da Antonio Gramsci nel 1924. Cristo, ‘sto quotidiano ha la stessa età dei miei nonni materni!

E’ una grave perdita. Un lutto per l’informazione nazionale. Per me, però, è anche il sintomo di un cambiamento inevitabile. Il segno inequivocabile di un’evoluzione della specie forzata ma necessaria.

Un giornale che muore è sempre un tuffo al cuore. Che fa anche rima, e fa tanto canzone d’amore. Che fa rima a sua volta, e fa ancora più canzone d’amore. Ma avevo detto che non avrei fatto il romantico, né il nostalgico. Non farò nemmeno il deluso e, in questo caso, nemmeno l’incazzato. Mi limito a lanciare una riflessione tra le maglie della Rete, perché io ho un’idea abbastanza definita riguardo a quanto sta succedendo. Un’idea controcorrente, lo so, che potrebbe far incazzare qualche navigante. Ma il mare di Internet è bello perché vario, e nessuno mi toglierà dalla testa che se L’Unità chiude è anche perché non ha saputo cogliere gli umori dei lettori. Lo spirito del tempo. E’ tutto lì. Il segreto non è altro che quello. Lo spirito del tempo. Che devi cogliere. E da cui non puoi prescindere. Sennò sei fuori. Io stesso, come detto, non l’ho quasi mai comprato. Troppo di parte, seppur quella parte non sia nemmeno tanto distante dalla mia visione delle cose. E troppo limitata, rispetto a una concorrenza che seppur faziosa è riuscita a garantire un’informazione più completa, a far respirare vènti a cui un semplice giornale di partito non può arrivare. Il declino de L’Unità va di pari passo con il tonfo fragoroso della politica, una sorta di ectoplasma la cui popolarità è oggi in rapida risalita tra le luci mediatiche e le ombre di contenuto del renzismo. A questo non si può non associare la crisi dell’intero settore. Dicono che il punk sia morto, ma neppure il giornalismo non ha poi una bella cera.

Abbraccio virtualmente i colleghi che da oggi rimangono a casa, in special modo quei collaboratori che, proprio com’è successo a me, saranno i primi a essere tagliati. Ma la mia idea rimane quella di un giornale che non ha osato abbastanza, di una buona fede giornalistica che è rimasta fine a se stessa. Questi sono tempi duri. Questi sono tempi bui. Bisogna oltraggiare l’ordine precostituito. Reinventarsi, e in modo serio. I tentativi fatti non sono bastati. Oggi la rivoluzione (e la sopravvivenza) dei giornali passa per un principio cardine: devi inventarti un pubblico, un pubblico che sia soltanto tuo. Mi devi dare qualcosa che gli altri non mi danno. Sennò, mi spiace, e lo dico con la mano sul cuore, oggi è anche di questo che si muore. Altra rima smielata. Urge dieta ipoclicemica.

Ma no, non farò il romantico. Non farò il nostalgico. Non farò nemmeno il deluso. Farò l’incazzato. Incazzato perché a mezzogiorno erano già tutte finite, le copie dell’ultimo numero de L’Unità. Tutte tranne una (tiè). Ho girato ben nove edicole, che in posti come la Baia delle Zanzare equivale a un quasi tutte. Vicino a casa mi hanno risposto secchi, come si fa con chi chiede l’impossibile e gli si vogliono ammazzare sul nascere tutte le buone speranze. Al mare borbottavano, si lamentavano della tiratura che non è stata alzata nemmeno oggi (vedi alla voce “osare”), e che no, non avevo più nessuna chance di trovarmi la mia copia. Ho tentato in stazione, la cui edicola, per definizione, è e dev’essere più fornita delle altre. Niente. Ho provato pure con l’edicola-bar-tabacchi-forseanchemacellerìa in cui vado sempre con mio padre a gustarmi il miglior sorbetto al caffè della Baia. “Se c’è lo trovi lì, in mezzo agli altri giornali”, mi hanno risposto, probabilmente ignari di chi giorno fosse oggi. L’ultimo giorno de L’Unità. Ma niente, neppure lì. Io, sull’orlo della resa, ho rimesso in moto la mia Punto bianca del ’97 e ho seguito la strada. Non quella di casa, però. Ho proseguito lungo la statale, in preda a un’ultimo conato di speranza. Di fiducia. Di resistenza alle avversità. Così sono finito in un hotel che ha sotto un bar e pure un’edicola con quattro giornali. E no, niente macelleria. Ho scorso con gli occhi quei quattro giornali. Il quarto, giù in basso, mi ha fatto esultare come con un sei al Superenalotto. Era lei, l’ultima copia. La mia copia. Probabilmente l’ultima di tutta la Baia. Spuntata dal nulla alla nona edicola, che poi tanto edicola non è.

Ho insistito. Ho resistito. Ho perseverato. Non mi sono arreso. Mi sono trovato una soluzione, una nuova via, all’improvviso. Ho seguito la strada, senza tornare indietro, quasi spiazzando me stesso. Alla fine ho vinto. Ho raggiunto il mio obiettivo. Ho tenuto a galla il mio sogno del giorno, e ora non è più soltanto un sogno. Chissà che i colleghi dell’Unità non debbano fare lo stesso per sperare in un futuro. Chissà che non debba fare altrettanto anche io, per evitare che i miei sogni di giornalista s’infrangano sull’uscio dell’ottava edicola.

L'Unità ti fa male lo so

Lo scoop del secolo

24 Lug

Non so cosa mi faccia incazzare di più. Se la fantasia che latita oppure la colossale scoperta di acqua calda. Una cosa è certa: non se n’era accorto nessuno. A parte tutti.

EUROTeleKronaKus (5).. O no?!

30 Giu

Ho fatto il pigro. Anzi, ho fatto lo stanco. Anzi, ho fatto quello che era appena tornato da un lungo viaggio che potrebbe cambiargli la vita. No, niente Tibet. Ero da tutt’altra parte, ma ne riparlerò. Fatto sta che al calcio d’inizio della semifinale contro la Germania dovevo ancora sceso dal treno. L’Italia in campo, e io ancora sul Fecciarossa intento ad attraversarla. Appena tornato ero esausto. Scarico. Io. Io e il mio iPhone. Sono partito con il caricabatterie. Cioè, sì, forse. Sono partito con il cavo usb che fa anche da caricabatterie, ma senza la punta, lo spinotto che si attacca alla corrente. Me ne sono accorto all’andata, ma comunque troppo tardi. Ho fatto giusto in tempo a scrivere questo status su Facebook, per poi pentirmene:

Il Fecciarossa ha due vantaggi (e quelli soltanto). Il primo è che puoi ricaricare il telefono mentre fuori ti cambia il paesaggio. Il secondo è che ti alleggerisce con convinzione il portafogli. E con quest’afa meno zavorra hai e meglio è. O no?!

Poi sono andato per caricare, ma ho visto che mi mancava un pezzo. Che mi mancava il pezzo. Un po’ di panico, poi l’idea di supplicare per un qualsiasi tipo di aiuto alla reception dell’hotel in cui già avevo prenotato una singola. Una singola bollente e abitata da zanzare che non ti pungono, ti impiantano direttamente un nuovo capazzolo. Alla fine me lo son fatto caricare tramite usb dal gentilissimo receptonist anglo-qualcosa, che dopo aver controllato se qualche altro cliente incline alla tontolaggine avesse per caso lasciato lì un caricabatterie (intero) per iPhone. Niente da fare. Allora ha usato il portatile dell’hotel, anche se c’ha messo tanto, troppo, e alla fine non si è caricato del tutto. Sicché al ritorno era già scarico. Lui. E io. E non mi andava proprio di stare attaccato alla presa per scrivere minchiate mentre i ventidue nonpiùalleatichelaguerraèfinitadaunpezzo erano intenti a rincorrere un testicolo troppo cresciuto.

Adesso però mi tira il culo. Qualcuno mi ha fregato il “lavoro”. Qualcuno che farebbe molto ridere, non fosse che ci sarebbe da piangere.

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