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Ammutinamento?!

26 Dic

Sono sempre più tentato di non pagare la mia retta annuale. Per me, oramai, l’Ordine è come il Natale per gli atei: qualcosa in cui non credi, ma che ti costringe lo stesso a fare regali.

ammutinamento

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Stato d’ansia

3 Gen

C’è una confusione che ormai è più familiare di mamma e papà. Questo esame ognuno lo affronta come crede. C’è il collega della scuola di giornalismo che mi ha quasi minacciato perché mi vedeva troppo ansioso. Ha detto che devo pensare a lavorare, e che a ridosso dell’orale devo ripassare giusto questo, quello e quell’altro ancora. E poi c’è la collega che come me ha deciso di aspettare il prossimo treno, e che intanto ha parlato con un altro ragazzo che ha fatto la scuola con noi, ma che ha già dato l’esame la volta scorsa. Lui dice che possono chiederci di tutto, e che nemmeno i libri vanno sottovalutati. Meglio studiarli, altroché!

Tempo fa dissi che rischio di diventare schizofrenico a causa del tutto e contrario di tutto che mi ha chiesto la redazione per la quale scribacchio. Ora parliamo di esami, ma a quanto pare la sostanza non cambia. E c”è una confusione che ormai è più familiare di mamma e papà.

Iacopino, allora, questa cannabis?!

Stile Libero

29 Dic

Lo confesso: il titolo di questo post l’ho copiato da un giornale visto stamattina nella rassegna stampa di Sky. Ma quale modo migliore per definire il belpietrismo in salsa feltriana del quotidiano Libero? Libero, sì, ma dal buon senso e dalle quattro parole che mi stanno tormentando in queste settimane di studio che mi separano dall’esame per entrare nell’albo dei professionisti: verità sostanziale dei fatti. Proprio quella che manca all’editoriale pubblicato ieri dal direttore di Libero Maurizio Belpietro, noto divoratore di torroni allucinogeni.

Di cazzate ne sparo tante pure io, ma non mi sembra questo il caso. E se parlo in questo modo dell’articolo di Bullpietro (così l’ha apostrofato oggi qualche vignettista, come ho saputo sempre da Sky) non è perché anche il mio pandoro conteneva strane sostanze. Perché io non ho sentito strani omini annunciare attentati verso un nemico, un politico a me scomodo, in città in cui, tra l’altro, non è in programma alcuna visita da parte di quello stesso nemico.

Oggi mi sento altezzoso. E io che odio i moralismo faccio la morale a chi la morale l’ha persa ormai da un pezzo: un ometto qualunque non è una fonte, e una notizia è tale solo quando verificata. Tutto mi sembra perdere ancora di più il poco senso rimasto: io che devo studiare regole che i “grandi” calpestano, l’Ordine che si gratta le palle mentre certi giornalettisti giocano all’allegro terrorista.

Abbi Fede

27 Nov


Giorni e giorni trascorsi sulle pagine di un manuale di deontologia professionale. Sono a poco più di metà. Ho studiato una marea di regole che hanno la pretesa di fare del giornalismo un buon giornalismo. L’essenzialità dei fatti, la lealtà, la correttezza espositiva, il rispetto della privacy. E i minori portati sul tetto del mondo, che con la Carta di Treviso sconfiggono, e a ragione, gli abusi del diritto di cronaca.

Non ho ancora trovato una norma deontologica contro l’istigazione alla violenza, ma ho fede nel fatto che entro le ottanta pagine che ancora mi mancano incontrerò qualcosa del genere. E a quel punto mi domanderò perché certi giornalisti siano ancora in circolazione. Perché non siano ancora stati sospesi, se non radiati, da un’Ordine che si fa mille scrupoli, ma a cui forse manca ancora qualcosa. Il fantomatico mille e uno.

Ho fede nel fatto che troverò una norma etica che sanzioni pesantemente il giornalista, peggio ancora se direttore, che in diretta tv suggerisce agli spettatori di menare i manifestanti di una qualche protesta di piazza, spacciandolo per un atto doveroso in una società che voglia dirsi civile. A prescindere dalla gravità delle azioni commesse, a prescindere dalla misura dell’incazzatura del popolo anti-Gelmini. A prescindere dall’arroganza di voler entrare all’interno del Senato. A prescindere dai feriti, sia tra le loro fila che tra le forze dell’ordine.

Confido nel fatto che l’Ordine professionale per cui mi sto dannando, per cui sto studiando con ritmi che nemmeno all’università, abbia gli strumenti per intervenire contro chi agisce in questo modo. Perché altrimenti mi chiederò dove stia il senso di questo mio impegnarmi. E a che cosa potranno mai servire duecento pagine di deontologia se poi uno tra i più popolari direttori di telegionale del paese può istigare il suo pubblico alla violenza e rimanere impunito.

Dove sta l’essenzialità dei fatti? Dove sta il rispetto nei confronti del pubblico e della categoria di noi giornalisti? Ho fede nel fatto Fede verrà sanzionato. O non avrò più fede nell’Ordine in cui vorrei tanto entrare. E in quel caso prevedo per me tempi molto duri.

Lo sciopero delle proposte

23 Nov

Ho sospetti che non vorrei avere. Il patto era: tu proponi, noi valutiamo, e in caso pubblichiamo. Bene. Così è stato per tutto questo novembre. Nelle ultime tre settimane ho piazzato quattro o cinque pezzi da casa. Un numero esiguo che mi avevano pronosticato già alcuni della redazione. In barba all’ottimismo sfrontato di un direttore grande a parole ma piccolo nei fatti.

E’ esattamente quello che mi aspettavo, per questo il problema sta tutto da un’altra parte. Il contratto. Sono ancora un giornalista senza portafoglio. Non ho ancora una carta che tuteli me e il mio diritto a ricevere quattrini in cambio dei miei pomeriggi trascorsi a fare interviste telefoniche a mio carico.

Eppure son tranquillo. Nel mio piccolo, sì, sono tranquillo. So come difendermi. Ho già messo in atto la mia strategia in attesa del contrattacco. Domani. Domani telefonerò al dispensatore di facili promesse, e lo trasformerò in un divulgatore di difficili certezze. Che poi è un giornalista pure lui, e le cose certe dovrebbero essere il suo pane quotidiano. Il suo solo e unico pane quotidiano. Io, intanto, ho dato il via al mio sciopero delle proposte. Stamattina niente mail da parte mia nella casella di posta  del capo e dei suoi vice. Oggi mi sono concentrato sul mio poco studiare, mi sono arrovellato sui libri dell’Ordine per fare mio il codice deontologico di noi disgraziati con la penna in mano. A imparare regole che la maggior parte dei colleghi infrange quasi ogni giorno. Ma all’esame ci trasformiamo tutti in chierichetti integerrimi, e ho bisogno di imparare il copione per entrare anche io di diritto nella casta degli scribacchini non retribuiti.

E domani sarà tutto un altro giorno. Quello delle sicurezze sparate al telefono, in un senso o nell’altro. Quello del lascia se non raddoppia la garanzia di entrare una volta per tutto nel loro disastratissimo libro-paga. Che il tempo degli scavicchi ma non apra è finito da un pezzo. Domani aprirò il vaso di Pandora. Che Natala si avvicina, e mala che vada saprò cosa farcira per il cenona della vigilia.

(dis)Ordine

17 Nov

L’Ordine chiama, KronaKus risponde. Ultimi giorni per presentare la domanda d’iscrizione all’esame da professionista. Il 18 gennaio la prova scritta, l’orale probabilmente un mese dopo. Date fondamentali per il mio futuro, che dovrà passare sotto la gogna di un esame che mi terrorizza. Perché, a ragion veduta, mi sento come una formica nana in procinto di affrontare un mammut affetto da gigantismo.

L’Ordine chiama, e Kronakus, sì, risponde. Risponde tra fogli stampati doppi perché non si sa mai. Documenti e certificazioni. E controcertificazioni. In nome di una burocrazia vorticosa, divorante, corrosiva. Poi c’è il modem. Che ora che devo lavorare da casa e compilare moduli urgenti ha deciso di funzionare a singhiozzo. A me è venuto un vuoto d’aria nella gola. Mi si è annebbiata la vista. Sono sotto pressione come mai in vita mia. Troppo da fare, e io sono troppo poco abile a gestirmi il tempo. Che poi sono il tipico giornalista che ama la libertà quanto la parola. E sentirmi soffocare da tutti questi impegni mi distrugge dall’interno. Io provo a non pensarci. Intanto le scartoffie sono pronte. La raccomandata, con dentro tutto quello spreco di cellulosa, è già nei meandri di chissà quale ufficio postale.

So soltanto che non sopporto questa situazione. So soltanto che mi sento un precario senza tempo. Nonostante sia determinato, sia io che il tempo. Io, determinato a fare. Il tempo, determinato perché il prefisso in è ormai roba per pochi eletti.

In questo mare una sola certezza: odio l’Ordine. E spero che un giorno l’Ordine odi me.

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