Tag Archives: ordine dei giornalisti

Richiamo all’Ordine

14 Nov

Vorrei perdermi nei meandri delle mie elucubrazioni. Volare nel vento come pensieri di cenere. Abbandonarmi a uno sfogo immane incentrato sul terrore di tanti e sull’idiozia di alcuni. Ma no. Non lo farò. Mi limiterò a sfoggiare un pragmatismo che non sempre mi appartiene. Così, qui lo dico e qui lo nego: se a questo scempio immane (vedi foto) non seguirà una radiazione da parte dell’Ordine dei giornalisti io, a gennaio, non pagherò la mia quota annuale. Non farò mai parte di un’organizzazione che, in caso di mancati provvedimenti, si farebbe complice di questo autentico schifo.

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Non valgo un cazzo (perciò assumetemi)

13 Mag

Sto mandando curriculum come non ci fosse un domani. Ma la notizia non è questa. La notizia è che sto togliendo la dicitura “professionista” dalla lettera di presentazione, lasciando soltanto la parola “giornalista”. Sto tentando di rendermi più appetibile. Di non spaventare i datori di lavoro con una qualifica che potrebbe essere vista come troppo impegnativa.

Non è vita, questa.

Non valgo un cazzo (perciò assumetemi)

Nel mio Ordine di idee

4 Gen

Ho appena fatto una cosa bruttissima. Sono andato in banca, e ho sborsato più di cento euro per tenere vivo il mio status di professionista iscritto all’Albo dei giornalisti. Mentre salutavo le mie belle banconote, quest’anno più sudate che mai, ho avvertito una strana sensazione. Intensa. Malinconica. Triste. E’ stato come regalare i miei soldi al vento. Come fare un bonifico a Veronica Lario.

Nel mio Ordine di idee

Ho un tarlo nella testa

13 Ago

Stanotte andrò a letto con un tarlo nella testa. Roba che se il mio cervello fosse fatto di legno mi risveglierei con il vuoto cosmico dentro il cranio. Stanotte andrò a letto con una convinzione, quella che qualcuno ce l’ha con me. Qualcuno con cui ho avuto a che fare circa tre anni fa. Qualcuno che KronaKus conosce bene, perché in fondo è di suo “padre” che stiamo parlando. KronaKus sono io. KronaKus però è soprattutto un personaggio, un alter ego. KronaKus (il pupazzo, non il ragazzotto che sta dietro le quinte) è nato nel suo grembo. Nel grembo del Capo. Il suo primo datore di lavoro. Ok, facciamo il suo primo datore di qualcosa che in tre anni non ha ancora trovato una definizione. Soldi non ne ho praticamente visti, e che fosse giornalismo in senso stretto la scientifica non l’ha ancora appurato.

Bene. Anzi male. Perché sembra che il Capo mi odi. Prima era un sospetto, ora è diventata una certezza. O se non mi odia crede almeno di avere ragione di ignorarmi. Sono tre volte che lo incrocio per la Baia delle Zanzare. Mai un saluto. Le prime due ho pensato non mi avesse visto. Da lui nemmeno un cenno, ma allo stesso tempo nemmeno uno sguardo. La sua ragazza invece mi saluta. E’ una mia compagna delle elementari, e carina carina quando ci si vede un ciao accompagnato da un sorriso me lo concede. Da piccoli non avevamo nemmeno poi tanta confidenza. D’altronde all’epoca io ero poco avvezzo alla socialità, ero il classico bambino tranquillo tranquillo. Troppo tranquillo. Mi chiamavano Camomillo. Il tempo è passato, le cose sono cambiate. Io oggi sono un’altra persona. Non sono un animale da palcoscenico, non è nella mia natura, ma sono diverso da una volta. Oggi socializzo. Adoro parlare con la gente. E adoro anche solo salutarla, o farmi salutare. Ma il Capo no. Lui non vuole farlo.

Non è la tipica paranoia della notte. Stasera l’ho incontrato per ben due volte, e alla seconda mi ha addirittura guardato negli occhi. Dritto negli occhi, o quasi. E’ stato un lampo, una cosa molto furtiva. Ma lui mi ha visto, e io ho visto lui. Soprattutto ho visto che mi ha visto, e questo fa tutta la differenza del mondo. Perché è caduto anche l’ultimo muro: non è che non mi veda, non mi caga proprio.

C’ho riflettuto parecchio, e se posso dirla tutta la cosa mi urta abbastanza. Non il doverci riflettere, ma l’immotivata assenza di un cenno, la mancanza della più semplice delle cordialità. Un ciao (seppure certi motorini non vadano più di moda). Anche un ciao stronzo, volendo. Sarebbe già più gradito. Avrebbe già più senso.

Siamo diversi, e questo non c’ha mai permesso di avere una vera empatia. Personalmente ho vissuto come qualcosa di bizzarro il fatto che il mio Capo fosse uno della mia età, uno che fino a pochi anni prima lo vedevo girare per la mia stessa scuola. Ma soprattutto è la diversità ad averci separato alla nascita di un rapporto di presunto lavoro che difficilmente si sarebbe evoluto in qualcos’altro. Che so, magari in un’amicizia, o nel semplice piacere di fare due chiacchiere extra-(presunto)lavoro davanti a un caffè che non fosse quello della macchinetta della redazione. Abbiamo idee politiche opposte, ma soprattutto ha un modo di intendere la vita che è l’esatto contrario del mio. Tutto più che legittimo, ma evidentemente tanto basta a negarmi il saluto. Lui è il classico uomo d’affari, il self-made man con il culto dell’imprenditoria intensiva, e che non disdegna il salto (già fatto) nei palazzi della politica. Lui si ammazza di lavoro, io rischierei di ammazzarmi di noia se non fosse che ho più interessi di uno strozzino.

Ci sono diversità che mi fanno venire l’orticaria, atteggiamenti a cui non riesco a trovare una ragione d’essere. Ma il bello di me è che li so accettare. So soprassedere, purché ci sia un rispetto reciproco. E salutare è sinonimo di rispettare. Ma forse lui ha capito che non sono della sua stessa sponda. Ha capito che anche se ormai questa maledetta Baia gira intorno ai soliti due o tre Machiavelli di turno, io, il cronista nato dal suo grembo di mammo, giro in una direzione completamente opposta. Sono una lancetta con il vizio dell’antiorario. Prima o poi qualcuno mi farà passare un brutto quarto d’ora.

Che siamo diversi l’avrà capito quella volta che l’ho fatto incazzare. Mi occupavo del suo sito, e avevo messo in evidenza una notizia con le dichiarazioni di uno dei più grandi nemici della nostra giunta. Non la voglio nemmeno vedere quella faccia da cazzo, aveva detto. Così ho tolto la spunta, sono stato costretto a metterla in secondo piano. Ma va bene. Diciamo che va bene. Il Capo è il capo, la gerarchia delle notizie la detta lui, nonostante il fatto che la loro rilevanza dovrebbe venire prima delle ideologie indigeste.

Magari il punto non è nemmeno questo. Magari si è sentito tradito quando l’ho mollato su due piedi non appena ho saputo di esser stato selezionato per la scuola di giornalismo. Ma io alla sua promessa di farmi fare il praticantato non ho mai creduto, così ho seguito la mia strada. Aveva mosso mari e monti con la sua commercialista per capire come farmi avere un tesserino senza spendere che pochi spiccioli. Ma io non mi sono mai fidato. Mi deve ancora trenta euro. Trenta miseri euro. Figuriamoci se mi potevo fidare. Nel frattempo mi son fatto le ossa con professionisti veri. Professionisti non soltanto per via del tesserino, ma per l’esperienza. Quando me ne sono andato il Capo mi ha addirittura detto che se avessi imparato qualche trucchetto interessante a livello giornalistico glielo avrei dovuto comunicare. Sono stato fuori, ho fatto stage in redazioni importanti. Non mi pento. No, non mi pento. Nemmeno se non ho ancora uno straccio di lavoro. Non sputo mica su di un piatto che tra tasse e affitti mi ha fatto perdere non poco denaro, ma che perlomeno non mi ha fatto perdere una cosa ancora più importante della filigrana stessa. Il tempo. Ho fatto la mia scelta. Solo il mio me futuro sa se il mio me passato ha fatto la cosa giusta. Prendo la Delorean e vi mando un telegramma olografico post-datato.

O magari il problema è che sa di questo blog. Sa del sarcasmo di fondo, e magari non lo accetta. Ma questa è un’altra storia. E questa, forse, è davvero la tipica paranoia della notte.

Dipende tutto da me

24 Mag

Quelli dell’Ordine fanno un po’ le primedonne, e il tesserino da professionista si lascia ancora desiderare. Io sono qui che aspetto quel famigerato cartoncino rivestito in pelle di stagista che mi dovrebbe aprire delle porte. Il cartoncino, non lo stagista. Quello è già troppo preso a fare caffè e fotocopie.

Nell’attesa ripenso a quando ho presentato la domanda.

Ok, avevo dormito poco. Ma quella sensazione di apatia che mi sentivo addosso io proprio non la volevo. La percepivo come un parassita, un qualcosa di cui dovermi liberare. Eppure se ne stava lì. Incrollabile. Irriducibile. Fino a che non mi sono dato una scrollata e sono tornato in me.
Ero appena uscito da quel portone dietro cui avevo lasciato tanti soldi e ben poche speranze. Solo pochi istanti prima ero ancora dentro quella stanza, a compilare moduli, a firmare carte, a guardarmi tagliuzzare la faccia stampata su delle fototessere a cui, a detta di mio padre, mancava soltanto la scritta “wanted”. Ricercato. Un ricercato che però deve ricercare. Ricercare una prospettiva, un perché.
Ero di ritorno dall’ufficio dell’Ordine dei giornalisti. Dopo un mese mezzo mi sono deciso a consegnare tutto il necessario. Con l’esame superato, il tempo e i soldi spesi alla scuola di giornalismo, non potevo proprio saltare questa tappa. Ho fatto domanda: entro maggio sarò a tutti gli effetti un professionista, o così mi han detto. Per ora niente. Manca il verdetto della burocrazia, le carte bollate, le raccomandate. Con o senza ricevuta di ritorno. Che tanto indietro non si torna. Ero indeciso, sì, ma alla fine mi sono lasciato andare al buon senso. Non potevo restare praticante soltanto per paura che facendo il grande salto non mi avrebbe più assunto nessuno. Non potevo non fare quel piccolo grande passo. Ho sudato per arrivarci. Dovevo farlo. Dovevo e basta. Adesso il pericolo è che le maggiori garanzie dovute allo status di professionista mi si rivoltino contro. Ho paura che costando di più alle aziende, le aziende decidano sia meglio snobbarmi, che sia meglio lasciarmi a spasso. Meglio uno stagista oggi che un professionista domani, che puoi chi li paga tutti quei contributi, chi gliela paga la paga se poi il mercato non paga, se il settore è in recessione e il mondo pure? E poi la pelle di professionista è troppo dura, poi con cosa li fanno i tesserini?!
Però con la paura non si mangia. E la scusa della dieta non basta, non mi autorizza a lasciarmi sotterrare dai timori. Stavo scendendo le scale da quel quinto piano pieno dei miei soldi e delle mie poche speranze. Ho sentito un brivido, un’emozione strana miscelata al sonno che mi mandava avanti le gambe per inerzia. Perché sì, avevo dormito poco. Ma in quel momento ho capito che niente mi verrà regalato. Che se adesso sarà più difficile trovare lavoro significa soltanto che dovrò impegnarmi di più. Dipende tutto da me. Le sensazioni-parassita le lascio a qualcun altro.

Non aprite quella (s)porta

12 Apr

La vita di redazione è talmente sedentaria che ormai il mio culo era diventato un tutt’uno con la sedia. La vita dello stagista, intendo. Quello che se ne sta tra le quattro mura a sistemare testi pensati da altri, a reimpastare lanci di agenzia come fosse pongo da modellare, per costruirci barchette con cui far giocare i lettori. La vita dello studente non è tanto più movimentata. Ore e ore sui libri, a memorizzare il senso (tante volte anche soltanto il suono) di parole stampate che in teoria dovrebbe aprirci nuove porte, nuove strade, nuovi scenari. O nuove illusioni, chissà.

Nell’ultimo anno io non ho fatto altro. Lo stagista e lo studente. Un mix di indolenza coatta che mi ha fatto fare la fine di un certo tipo di pane: sono lievitato naturalmente. E’ per questo che da meno di un mese ho ripreso ad andare in palestra. Per buttare giù i chili di troppo. Per riscoprire di avere un ombelico. Per potermi svegliare la mattina e poter salutare il mio pene senza dover pretendere che sia lui ad alzarsi per salutare me (anche se la cosa, poi, ha pure dei risvolti divertenti, eh). Il mio personal killer (“trainer” sarebbe un eufemismo) mi ha fatto una scheda ad personam per far sì che per misurare la mia altezza io possa smetterla di moltiplicare il mio raggio per due. In realtà ha preso pezzi di altri allenamenti e li ha messi insieme, ma per ora sta funzionando. Non pretendo di ritrovare la tartaruga, la mia è spiaggiata chissà dove, e nemmeno il Wwf di Molfetta potrebbe fare questo miracolo per me. Ma inizio a vedere dei miglioramenti. Anche se per ora, viste le mie dimensioni, preferisco continuare a darmi del voi.

Il più grande ostacolo tra me e la linea (e per linea intendo una retta, non una curva) è la malsana abitudine di mia madre di fare la spesa come se dovesse sfamare una squadra di lottatori di sumo. Su questo fronte sto cercando di metterla un po’ in riga (e per riga intendo riga, non compasso), ma ogni tanto la vedo tornare con una busta carica di cibo. E io ci dico sempre: “Non aprite quella sporta“. Che dentro si nasconde un mostro saturo di lipidi saturi. Una belva che non è famelica, ma che rende famelici. Un uomo nero che non ci mangerà, ma che piuttosto vorrà farsi mangiare da noi. Che è ancora peggio. Forse.

E’ qui la festa?!

22 Mar

Riguardo me e le mie foto a pochi giorni dal misfatto. C’è chi si è lamentato della musica. Chi è andato e chi è venuto. Chi si è fatto vivo anche se ormai lo credevi morto e sepolto. Chi mi ha rivolto la parola e ha scherzato con me come durante i bei tempi andati. La sera della festa ho riscoperto il senso delle amicizie perdute. Perdute, sì, ma solo per finta. Gli amici si vedono nel momento del bisogno, e per fortuna il mio intestino è sempre bello e attivo.

Mi sono divertito, davvero. I giorni prima un po’ meno. Quando lo racconto tutti mi dicono che non sono questi i veri problemi. Suvvia, si tratta pur sempre di organizzare una festa. Sono d’accordo, ma non è una cosa semplice, nemmeno se si è in tre. Soprattutto quando si è reduci da uno stress come l’esame per diventare un giornalista professionista. Ho visto le farfalle, e le vedo ancora. Ma mi devo ancora riprendere, lo sento. Sarà che ai postumi di uno studio disperato si aggiunge già da ora la paura di un futuro che ha la forma di un’equazione indecifrabile, tante sono le incognite, tante sono le variabili. Tanto poche sono le soluzioni possibili. Cerco di risolverla di tonda in tonda, ma non tutto quadra, e alla fine tutto finisce in graffa. Vedo di fronte a me una complessità indicibile. In questi casi la cosa migliore è affrontare i problemi con soluzioni semplici. E non c’è niente di più semplice che cazzeggiare davanti a uno schermo fino alle 4 della notte e oltre, senza leggere una riga di nulla se non le scritte sulla busta del pane e quelle di questo stesso blog. E poi alzarsi a mezzogiorno dall’amico letto. Ma attenzione, è un’offerta limitata. I genitori vogliono essere soddisfatti, oppure rimborsati. E io, sì, mi attiverò davvero. Ma ora come ora sento che lo farò in comode rate mensili.

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