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Questa è una donna (e una giornalista)

22 Ott

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Grazie per il tuo lavoro, che per approccio e per contenuti hai di certo svolto meglio di molti altri. Riposa in pace, Maria Grazia, amica degli animali e delle buone notizie, ovvero di tutto ciò di cui si parla poco, troppo poco, e pure male. Ti ricorderò per gli occhi buoni e per le buone intenzioni, per le occhiate in camera e per la voglia di andare avanti. Sempre. Fino all’ultimo.

Ciao, e riposa nella pace che meriti.

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Io penso positivo perché son vivo (e ci voglio restare)

18 Apr

Un tempo si sventavano le rapine. Nel 2012, invece, si sventano i suicidi. Sarà che la rapina sta forse in queste diavolo di riforme, che raschiano l’osso di chi non ha più carne da offrire, fino a che l’osso stesso non decide di farsi buco. Alla tempia.

Di certo noi giornalettari non aiutiamo. Tutti i giorni scioriniamo cifre su cifre, rincariamo la dose come fossimo i pusher del malcontento. La crisi è un Matrix da decodificare, un cumulo di numeri con cui spaventare e indurre in tentazione. La tentazione del gesto estremo. Ma io penso positivo perché son vivo e perché son vivo. E ci voglio restare. Vivo, non secco. E’ che io sono atipico come certi contratti, e non ci sto a partecipare a questo sporco gioco senza dire la mia. Perché mentre scrivo il mondo crolla, e la gente pure. E se non crolla ci pensiamo noi, spintarelle senza sen(n)o (della ragione) e dalla penna che prima palpa e poi incula. Seguaci del dio pessimismo in un pianeta che è già pessimo (e pessimista) di suo. Una palla azzurra, se non ha già cambiato colore, in mano a chissà chi. E chissà come. Le fonti ufficiali rimarcano il baratro, quelle “alternative” raccontano il complotto. Difficile dire dove stia la verità, se mai ce ne fosse una soltanto. Intanto i Maya sghignazzano, a guardarci realizzare con le nostre stesse mani quella loro dannata profezia.

(Che poi l’ultima edizione di Beato tra le donne è stata condotta da Giletti. E questo è chiaramente un segno della fine dei tempi).

Share the popò

17 Apr

Piermario Morosini che si accascia in campo e muore. Hillary Clinton che si alza dalla sedia e vive. Ho colleghi molto strani, io. Gente che si accanisce sui drammi altrui mandando in onda a ripetizione, come un disco rotto, gli istanti in cui la vita di un giovane calciatore se ne va senza avvisare. Come se la presenza di un prato verde e rettangolare giustificasse qualsiasi tipo di moviola. Anche quella della morte. La signora con la falce era in fuorigioco, cazzo, ma quel cornuto di un arbitro ha convalidato lo stesso il gol. Ti aspettiamo fuori, bastardo.

Dicevo dei miei colleghi. Scribacchini muniti di fot(t)ocamere, convinti che i balli alcolici di un’autorità morigerata e composta come la moglie di un certo ex-presidente americano (quello che ben conosceva labbra e lingua della donnina che sta sulla mia maglietta) debbano fare per forza notizia. Come se non fosse umana pure lei. Come se l’abito gessato che indossa pure per fare popò dovesse avere (in)gessato anche la sua anima, e allora se per una volta muove un po’ il culo in barba all’etilometro (che poi il culo mica guida, al massimo gli serve per fare la popò col gessato) deve finire assolutamente su tutti i giornali. E’ che poi se ne parla uno ne devono parlare tutti, sennò sai che figura. Share the shit, baby. Share the popò.

 


Io non sono nessuno. Sono soltanto un povero freelance. Professionista, sì, ma solo per una questione di tesserino. Di etichetta. Abbiamo tutti bisogno di un’etichetta. Anche i miei colleghi. E a loro gliela do io, l’etichetta. Anche se non sono nessuno, ma però sono bravo a etichettare. Anche se non si dice. Sono bravo, sì. Me l’ha insegnato mia nonna.

Giornalisti?
No.
Giornalai?
Nemmeno.
Giornalettari.
Ecco. Sì. E oggi sono buono.

Bellicosì

26 Nov

Vietnam, Addestramento estremo 2, Mille modi per morire. Carini i titoli dei programmi tv su cui devo scrivere oggi pomeriggio.

Stasera voglio farmi una pizza con Gandhi e Winnie The Pooh.

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