Tag Archives: istruzione

Se l’allievo supera il maestro (in curva)

30 Lug

Mi ha chiesto l’amicizia su Facebook la mia vecchia prof. di Lettere, e al primo status che ho letto mi è venuto da correggerle almeno due o tre cose.

Prof., ha lavorato bene. Adesso, però, sono cazzi suoi.

Se l'allievo supera il maestro (in curva)

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Nella vita ci vuole culo

6 Dic

Mi lamento sempre del fatto che il giornalismo sia diventato un mondo di inculate. Ma pure l’istruzione mi sa che non scherza.

istruzionemessamale

W la f…antasia!

18 Mag

Un tema. Un pensierino. Una filastrocca. Francamente non ricordo cosa fosse. Ricordo, però, che la suora mi aveva corretto. Che mi aveva detto che quella parola non esiste. Che non è italiano, ma dialetto. E che quindi non va bene. Oggi con le parole ci lavoro. E ieri ho scoperto che il termine manco (inteso come nemmeno, non come verbo mancare) esiste eccome. Che è di uso popolare, sì, ma che i dizionari, almeno quelli online, la contemplano senza fare tante storie. Ho scoperto, così, che quella suora aveva torto. Lei che era la mia maestra delle elementari. Lei che mi diceva che ero troppo conciso, e io che non capivo nemmeno cosa cazzo volesse dire (boh, magari era dialetto). Sarà perché facevo le chiuse tutte uguali. Ogni pensierino aveva un tema, e io concludevo con un’esultanza assurda e sbrigativa. L’argomento era la natura? W la natura!. Il cinema? W il cinema!. Il Natale? W il Natale!. Per fortuna, all’epoca, non si parlava mai di figa. O quasi. E meno male che non sono giapponese.

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Il suicidio del cronista

21 Ago

Sabato ho visto uno che stava comprando le parole crociate. Poi ha preso in mano una rivista scandalistica. Io penso che siano quelli come lui che inconsapevolmente ammazzano quelli come me. Alimentano un’editoria che non ha niente da dire, e che se dice qualcosa fa danni. Danno linfa a giornaletti per gente come loro. Senza curiosità, sono semplicemente morbosi. Persone che in realtà non vogliono scoprire un bel niente, ma incensarsi per quello che già sanno. Cercano lo scandalo nelle faccende altrui, e risolvono cruciverba ostentando la loro cultura da quarta elementare (in quinta sono stati bocciati due volte, mi spiace).

Poi ci sono quelli come me, che stanno dall’altra parte della barricata. Gente che va sul posto, che vuole vedere per poi raccontare. Persone che si occupano soltanto di cose serie. Serissime. Che fanno quello che fanno perché il giornalismo è giornalismo, la cultura è cultura, il sapere è sapere. E il mirtillo è mirtillo. Che non c’entra niente, ma però fa bene alla vista. Soprattutto a chi come me passa intere giornate di fronte allo schermo di un Mac, a fare l’orlo ai testi, a lavorare di uncinetto con le locandine dei programmi tv. A scrivere che quello, quello e quell’altro vanno in onda il giorno X all’ora Y. A me che mentre il tizio si prendeva le parole crociate e le riviste per stalker legalizzati me ne stavo lì a guardare lo speciale estivo a colori di Dylan Dog. Senza nemmeno comprarlo. Io penso che siano quelli come me che inconsapevolmente ammazzano quelli come me.

Parole sante

26 Ago

Mi sento come un bambino. Dopo l’esame da professionista, dopo l’illusione di un contratto che non porta a nulla, dopo il fascino irresistibile di un’estate dura a morire nemmeno fosse Bruce Willis, provo a muovere i miei primi passi nel mondo del lavoro. Proprio come un bambino. Che poi non sono davvero i primi. E’ che ormai che è arrivata l’ora di fare sul serio, di darsi una botta di defibrillatore e vada come vada. Ora passata.

E’ così che ho preso contatto con la sede locale di un noto partito nazionale, uno di quelli di peso. No, non sono in cerca di raccomandazioni. Né ho intenzione di fare body building mettendomi a sollevare qualche scalda-poltrona di Montecitorio. Continuerò a camminare con le mie gambe fino a che l’esasperazione e il bisogno impellente di denaro non me le taglieranno di netto. Ho pensato di propormi per l’ufficio stampa di quel partito. E sono partito anch’io. Dal basso. Dal basso più basso. Da quello che nelle scuole di giornalismo considerano il fallimento più grande. Chi esce da quegli istituti sforna-cronisti-disoccupati può vantare di aver avuto una formazione da giornalista vero. Sa scovare la notizia (si spera) e la sa raccontare (si spera), sa usare la penna (si spera), ma soprattutto il cervello (aspetta e spera). E l’ufficio stampa è tutto tranne questo. E’ il riportare notizie precotte assecondando l’ente o l’azienda per cui si lavora. Si diventa cronisti-vetrina, un po’ come le puttane olandesi, con in mano un tablet made in China al posto del classico vibratore rotante a doppia punta.

Ma non è un problema, anche se un problema c’è. Il problema è che c’è un problema nel problema. E che problema! Mi sono fatto passare i contatti dei vertici di partito da un ragazzo che ha già un ruolo di responsabilità tra i giovani adepti. Ho avuto nomi, cognomi, numeri di cellulare. E un monito che non lascia scampo. C’è già un addetto stampa, ma è giusto che ti dica anche un’altra cosa: sono tutti incarichi non retribuiti.

E meno male che noi giornalisti campiamo d’aria e di Spirito Santo. Meno male che siamo automi senza lo squallido bisogno di mangiare che avete tutti voi subdoli umani. Meno male che non abbiamo un mutuo da pagare, perché tanto non lo possiamo nemmeno chiedere, se non per far sganasciare quei poveri banchieri frustrati dalla crisi. Meno male che noi abbiamo comunque un futuro. Un futuro anteriore. Il nostro posteriore era già occupato.

Mi butto (3)

2 Lug

Sottotitolo: Io, fottuto in partenza. Ho appena completato il test d’inglese del Corriere della Sera. Sì, perché non è bastato compilare la domanda online per candidarmi a tutti gli effetti alla sbalorditiva selezione messa in atto dal noto quotidiano. Ci sono più fasi, ma ovviamente non te lo dicono prima. E io mi aspettavo una scrematura sulla base dei millemila curricula che staranno sicuramente ricevendo, non di certo un quiz su internet per verificare l’effettiva padronanza dell’inglese di chi vuole tentare il colpaccio.

Io, da bravo millepiedi omerico, di talloni d’Achille ne ho a bizzeffe. Ma ne ho uno particolarmente grosso e sporgente (no, tranquilli, non siamo ancora saliti in zona inguinale), su cui c’è appiccicata un’etichetta piuttosto eloquente: Ai no spich inglisc vèri uèll. A ognuno il suo. Io ho fatto in tempo a rispondere a 57 delle 65 domande a cui mi hanno sottoposto nell’arco di mezzora. Con la linea internet a passo di moviola che mi ha rallentato un po’, e che soprattutto credo non mi abbia permesso di inviare l’ultima risposta perché nel frattempo era suonato il gong. Quindi facciamo 56. Ma per fortuna non ero solo. Eh già. Accanto a me avevo la più aggressiva delle zanzare del quartiere, probabilmente l’insetto regina di questa fottuta Baia. Ha provato a suggerirmi, ma non è riuscita ad andare oltre il solito squallidissimo ronzìo.

Scrivo queste righe un po’ affranto. Un po’ digito e un po’ mi gratto. Non è scaramanzia, a quella mi sono sempre affidato poco. E’ quella stronza di una regina che mi ha lasciato il ricordino. Ma al di là di test e monarchie ronzanti, so di aver fatto il massimo che potevo. In un primo momento ho pensato di farmi aiutare in tempo reale dalla mia cugina argentina, che di mestiere insegna inglese e fa pure traduzioni per le aziende. Però, vuoi per il fusorario vuoi perché lei non sa quasi nulla di italiano, ho evitato di mettermi su Skype a spiegarle di volta in volta il senso della frase da tradurre. Così ho passato il pomeriggio a ripassare una lingua che conosco per sentito dire o poco più, a rinforzare una base in carta velina su cui poi ho cercato di costruire un cazzo di grattacielo. Infine ho sfidato la sorte e le giuste pretese del Corriere, dando il via al test con un occhio sui quesiti e uno su Google Translate, utile come una bandiera della pace a casa Gheddafi.

Ora sono qui. Aspetto il verdetto del mio test con un mezzo ghigno stampato in faccia. So già come andrà a finire, è sempre stato un tentativo disperato. L’importante è che non mi disperi io, perché domani è un altro giorno. Speriamo non di merda.

Abbi Fede

27 Nov


Giorni e giorni trascorsi sulle pagine di un manuale di deontologia professionale. Sono a poco più di metà. Ho studiato una marea di regole che hanno la pretesa di fare del giornalismo un buon giornalismo. L’essenzialità dei fatti, la lealtà, la correttezza espositiva, il rispetto della privacy. E i minori portati sul tetto del mondo, che con la Carta di Treviso sconfiggono, e a ragione, gli abusi del diritto di cronaca.

Non ho ancora trovato una norma deontologica contro l’istigazione alla violenza, ma ho fede nel fatto che entro le ottanta pagine che ancora mi mancano incontrerò qualcosa del genere. E a quel punto mi domanderò perché certi giornalisti siano ancora in circolazione. Perché non siano ancora stati sospesi, se non radiati, da un’Ordine che si fa mille scrupoli, ma a cui forse manca ancora qualcosa. Il fantomatico mille e uno.

Ho fede nel fatto che troverò una norma etica che sanzioni pesantemente il giornalista, peggio ancora se direttore, che in diretta tv suggerisce agli spettatori di menare i manifestanti di una qualche protesta di piazza, spacciandolo per un atto doveroso in una società che voglia dirsi civile. A prescindere dalla gravità delle azioni commesse, a prescindere dalla misura dell’incazzatura del popolo anti-Gelmini. A prescindere dall’arroganza di voler entrare all’interno del Senato. A prescindere dai feriti, sia tra le loro fila che tra le forze dell’ordine.

Confido nel fatto che l’Ordine professionale per cui mi sto dannando, per cui sto studiando con ritmi che nemmeno all’università, abbia gli strumenti per intervenire contro chi agisce in questo modo. Perché altrimenti mi chiederò dove stia il senso di questo mio impegnarmi. E a che cosa potranno mai servire duecento pagine di deontologia se poi uno tra i più popolari direttori di telegionale del paese può istigare il suo pubblico alla violenza e rimanere impunito.

Dove sta l’essenzialità dei fatti? Dove sta il rispetto nei confronti del pubblico e della categoria di noi giornalisti? Ho fede nel fatto Fede verrà sanzionato. O non avrò più fede nell’Ordine in cui vorrei tanto entrare. E in quel caso prevedo per me tempi molto duri.

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