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Se questa è una donna

9 Set
Foto ANSA

Foto ANSA

Qualche scatto, un breve filmato. Poca roba. E io detesto giudicare sulla poca roba. Mi serve materiale, mi occorre conoscere il contesto. Desidero arrivare alla radice, prima di dire di che colore sono le foglie. Ma questa volta no. Questa volta ho per le mani soltanto qualche scatto e un breve filmato. Poca roba, insomma, ma tanto mi basta. Anzi, è pure troppo. E’ quanto basta per farmi salire l’indignazione fin sopra i capelli. E se penso che siamo colleghi alla lontana mi viene voglia di cambiare mestiere. Voglio risvegliarmi domatore di T-Rex, degustatore di funghi velenosi, cavia umana. Va bene tutto, purché non si dica che io, come lei, faccio il giornalista. Purché si sappia che, se io sono il giorno, lei è la notte più nera.

E se la guardo, infatti, in quei pochi scatti e in quel breve filmato, io la vedo lì, schietta, lampante. Lei, la notte più nera. Quella di un’umanità che prende a calci gli uomini che hanno in braccio dei bambini. Quella di una presunta reporter che ha avuto un’improvvisa illuminazione. «Sono un’altra figlia illegittima di Maradona – avrà pensato – e devo assolutamente prendere a calci qualcosa. Facciamo qualcuno. Toh, va, passa un uomo con un bambino, un disperato che ha abbandonato la sua vita d’inferno in cambio di un purgatorio qualsiasi. Buttiamolo giù, che tanto non c’ho un cazzo da fare. Facciamo come farebbe il presidente, che costruisce muri contro l’afflusso di immigrati come se fosse una misura per rilanciare l’edilizia». Se questa è una giornalista, io sono Enzo Biagi. Se questa è una donna, io sono Belen.

Cronache di un cronista fuori sede

23 Set

C’è qualcosa di perverso, nel lunedì. Nel suo non essere più sabato e non più domenica. Nel suo non essere mai come certi sabati né come certe domeniche. Nell’irripetibilità, al tempo del feriale, delle cose che ti hanno allietato nel weekend. E c’è qualcosa di perverso pure nella gente in treno che parla a voce alta quando il sole è ancora un presagio lontano. Ché la notte fuori impera, il sonno pure, quindi vedi de annàttene. Persone che poi litigano per un posto a sedere, perché Trenitalia ha scelto di collegare il centro e il nord dello Stivale con vagoni dove non c’è spazio per i bagagli, e i cui sedili sono palesemente destinati a culi mignon.

Vicino a me c’erano due ragazzi. Arrogantelli, sì, ma l’ometto che li voleva costringere a togliere di mezzo i loro trolley per poi sedersi lui lo era molto di più. I due stavano andando a Ibiza. L’aereo? Da Bologna. Ma per arrivarci si sono ritrovati nel treno di Polly Pocket, dove non hanno potuto far altro che appoggiare i bagagli sui sedili a fianco. Quando le carrozze si sono riempite di pendolari, però, qualcuno ha svalvolato. Un tizio, un cicciottello sulla quarantina, voleva a tutti i costi che spostassero chissà dove le loro cose, oppure che pagassero il biglietto per il suolo occupato. Loro gli hanno fatto notare di non avere alternative, allargandosi ancora di più e appoggiando i piedi laddove il tizio si sarebbe voluto sedere. Lui ha risposto prontamente che quello di non saper dove mettere la roba è un loro problema. A quel punto un ragazzo romeno che stava assistendo alla scena si è alzato in loro difesa. Per fargli notare che i due erano saliti ben prima di lui, e per ricordargli, semmai non l’avesse capito, che i portabagagli sopra, data l’altezza, erano al massimo dei porta-piadine. Risposta pronta e secca anche per lui: Qua funziona così. Potevi anche non venire in Italia. Il romeno si è alzato di scatto, ha praticamente scavalcato la ragazza di colore seduta al suo fianco e ha cominciato a insultarlo in napoletano. Ho temuto vertebre rotte e fiotti di sangue. Li ha divisi il controllore, anche lui un ragazzo, che poi si è dovuto sorbire tutta la frustrazione del cicciottello rompipalle: vedendo che non era intenzionato a far pagare il biglietto doppio ai due ragazzi ha voluto il suo nome e cognome per presentare chissà quale reclamo.

In tutto questo caos c’ero anche io. Me ne stavo lì a mezzo metro. Facevo finta di dormire e usavo i miei bagagli come coperte. Nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di scoprire un povero cronista infreddolito.

Onda D’Urso

13 Dic

Prima si crea il mostro in tutta leggerezza, ma finisce che la maschera cada giù per insufficienza di prove. E allora si prende quel mostro e se ne fa un martire. L’assassino non è più assassino, e d’improvviso diventa il (pre)giudicato. E pure male. A distanza di anni ci si collega con lui tramite Skype, in diretta da Tunisi. E’ Azouz Marzouk, mentre in studio c’è la sua nuova moglie, italianissima ma con prole italotunisina. Prima da lei ci si fa raccontare la loro storia (toccante e rigorosamente d’amore), poi cominciano a volare parole grosse, pericolose e inaspettate come pugnalate alla schiena. Martire sì, ma ancora un po’ mostro. Cadute le accuse contro Azouz per la strage di Erba, in cui scomparve quella che fu la sua prima famiglia, si era cominciato a puntare il dito contro di lui per un presunto spaccio di droga. Barbara D’Urto comincia a chiamare schifo quello che lui ha fatto, anche se nessuno è ancora stato capace di dimostrare che l’abbia fatto davvero. Il linguaggio si fa forbito, ripetitivo. Piccole scosse che diventano grandi fulmini in diretta tv. Tutto questo con la premessa che si sarebbe fatto solo e soltanto cronaca. Perché Azouz è un martire, certo, ma con riserva.

In studio gli avvocati della mutua inneggiano alle istituzioni senza una vera ragione, e lo fanno dalle reti del Mister, colui che ancora per qualche ora è le istituzioni. Dopo il voto di fiducia chissà. Accusano Azouz, che dal canto suo non può che ribadire che contro di lui non esistono prove. E così saltano fuori delle intercettazioni che documentano il vizio personale dell’imputato, tornato con l’inganno nel bel mezzo di una gogna propagandistico-mediatica. E’ come se si volesse dimostrare che un ex-tossicodipendente debba aver spacciato per forza. Intercettazioni, sì, le stesse così tanto odiate dal Mister, colui che vuoi o non vuoi finanzia quella stessa messa in onta.

I legali, messi lì perché in probabile saldo prenatalizio, non sanno come ribattere al dato di fatto dell’assenza di prove. Non entrano nel merito, perché non esiste altro merito all’infuori di lui. Non sanno cosa dire, e rispondono rimanendo sul vago: Se Azouz non è bene accetto in Italia un motivo ci sarà. E aggiungono che dall’altro capo della cornetta non c’è mica Sant’Antonio da Padova. La sagra del moralismo più becero, si sa, non ha argomenti se non quelli più tragicamente retorici.

Intanto il pubblico in studio applaude a comando. Mentre quello a casa rischia di non cogliere il senso di tutta quella messa in onta, travolto da un’indecifrabile onda D’Urso durante quella che sarebbe dovuta essere una Buona Domenica. Il mostro ha indossato i panni del martire per tornare di nuovo mostro, per via di una ricostruzione di parte vestita di verde. Una bella camicia verde, sì. Lo straniero è inassolvibile per definizione, e viene sacrificato sotto i riflettori dell’informazione-spettacolo. Sull’altare di un’audience che, volente o nolente, fa il gioco delle istutuzioni in un modo passivo e acritico. E per questo pericoloso.

Barbara D’Urto fa leva sulle emozioni di chi guarda. Cucina a fuoco lento un polpettone ideologico fatto più di pancia che di testa, e lo spaccia per roba buona. Cronaca buona e tagliata bene. Anche se così non è, ma lei è made in Italy dal silicone in giù (e purtroppo pure in su), e nessuno punterà mai il dito contro i suoi galleggianti tricolore. Sugli schermi indossa la sua giacchetta più elegante, e somministra al suo pubblico un giornalismo che giornalismo non è. Se ne sta lì tra un intervento idiota e l’altro, in attesa di sfoggiare il suo decolté plasticheggiante non appena il format cambia tono e mostra il suo vero volto. Nel frattempo fa un uso deviato delle tanto bistrattate intercettazioni. Il paradosso della convenienza, dove dichiarazioni telefoniche che dicono bianco finiscono per dire nero se sparate sulla folla nel momento in cui l’emozione tocca il suo apice. Dopo aver esaltato ad arte l’amore tra moglie e marito. Bello, sì, ma in cui in fondo fa comodo mettere il dito.

Il pubblico a gettoni giudica Azouz senza conoscere i futuri esiti giudiziari. E in preda al bigottismo più vergognoso accusa la moglie di aver messo al mondo una creatura con la complicità di un uomo poco raccomandabile. Perché l’amore è bello, e se non è litigarello ci pensiamo noi a farcelo diventare. Mentre si punta il dito contro un buonismo che non c’è, laddove è invece il cinismo a dominare la scena.

Sulle reti del Mister va in onta lo spettacolo delle emozioni manipolate e della ideologia del sospetto mascherata da suo esatto contrario. Per far sì che un mostro resti mostro anche quando è martire. Mentre i fatti muoiono di solitudine e i sentimenti rimpinguano le casse delle faine della tv.

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