Tag Archives: collaborazioni

Breaking Ba…ll

15 Dic

Ho appena raggiunto il punto più alto della mia carriera: scrivere un intero paragrafo sulla frattura del pene. Sarà il segnale, la prova tangibile di una sconcertante verità: me so’ rotto er cazzo.

Chissà cosa farò tra dieci anni

16 Nov

Ho appena rinnovato la carta d’identità. E sono stato ottimista. Molto ottimista.

Chissà cosa farò tra dieci anni

E no, non mi riferisco soltanto all’altezza.

Ero una brava persona

3 Nov

La vita prima o poi ti cambia.
Oramai l’unica testata che m’interessa è quella nucleare.

Tanto campo d’aria (3)

28 Ott

Gli articoli devono resistere robustamente a queste domande:
Ritenete attendibili le informazioni presentate nell’articolo?
L’articolo è stato scritto da un esperto o un appassionato che conosce bene l’argomento o è più superficiale?
Il sito contiene articoli duplicati, che si accavallano o sono ridondanti in merito ad argomenti uguali o simili, solo con parole chiave leggermente diverse?
L’articolo contiene errori ortografici, stilistici o false informazioni?
L’articolo fornisce contenuti o informazioni, rapporti, ricerche o analisi originali?
La pagina in questione è molto più utile rispetto alle altre pagine visualizzate nei risultati di ricerca?
In che misura viene controllata la qualità dei contenuti?
L’articolo tratta entrambi i punti di vista in merito a una notizia?
I contenuti sono trattati con la massima cura e attenzione?
L’articolo è stato scritto bene o sembra essere stato redatto senza alcuna cura o in modo sbrigativo?
Gli articoli sono curati, vi sono grafici, fotografie pertinenti e notizie originali e trattate con cura?
Vi fidereste delle informazioni fornite dall’articolo?
L’articolo fornisce una descrizione completa dell’argomento?
L’articolo contiene un’analisi dettagliata o informazioni interessanti che non siano ovvie?
Si tratta del tipo di pagina che aggiungereste ai segnalibri, condividereste con un amico o consigliereste?
Vi aspettereste di trovare l’articolo in una rivista, un’enciclopedia o un libro cartacei?
Gli articoli sono corti, inconsistenti o comunque privi di informazioni specifiche utili?
Le pagine sono realizzate con estrema cura e attenzione per i dettagli o non lo sono affatto?
Gli utenti si lamenterebbero trovando pagine provenienti da questo articolo?
Gli argomenti sono basati sui reali interessi dei lettori del sito oppure il sito genera i contenuti in base ai presunti argomenti che potrebbero ottenere un buon posizionamento nei motori di ricerca?

E poi una fetta di culo. Bella spessa e saporita. Il culo del collaboratore, a cui si richiede tutto questo ma lo si retribuisce secondo un tariffario forfettario che oscilla tra l’euro smilzo della “notizia flash” e i dieci ridicoli dell'”articolo lungo”. Quanto lungo? Non si sa. E gli importi sono lordi o netti? Non pervenuto. Pagamento tramite bonifico bancario (ma non si disdegna la Postepay) a blocchi di trenta pezzi. E se di essere sfruttato ti stanchi prima del trentesimo non becchi l’ombra di un quattrino. Insomma te la prendi nel culo. Tra una fetta e l’altra.

Quindi fatti un favore, mio caro Snoopy. Smettila di fare il coglione.

Tanto campo d'aria (3)

Tanto campo d’aria (2)

24 Ott

Due centesimi a parola. Mi hanno proposto una collaborazione per due centesimi a parola.

E’ ufficiale: assassini non si nasce. Ti ci fanno diventare.

Tanto campo d'aria (2)

Ci vuole karma

20 Gen

Mi fingo triste. E intanto godo. Perché in fondo, sì, sto soltanto fingendo. Ho saputo che qualcuno sta per chiudere i battenti. Una testata (pseudo)giornalistica sta per sparire dalla scena. E’ qualcosa per cui di norma non si dovrebbe gioire. Anzi. Non si dovrebbe mai essere contenti di una cosa del genere. Ma ci sono iniziative (pseudo)editoriali che non meritano di rimanere sulla piazza. Gente che paga tre euro lordi al pezzo. Ammesso che paghi. E che pretende dai collaboratori le stesse prestazioni di un redattore. Di (pseudo)aziende così ce ne sono tante. Troppe. Usano il tesserino da pubblicista come specchietto per le allodole. Ti promettono questo inutile straccetto di carta, e intanto ti usano. Ti consumano. E se a la ruota gira bene fanno soldi alle tue spalle. Anzi, sulle tue spalle.

Mi sono messo nelle loro mani mentre ero in attesa di un altro lavoro. Un lavoro vero. Ho voluto provare, al grido di meglio questo che niente. Sbagliavo. Meglio niente che questo, mi sarei dovuto dire. Perché mettendomi al servizio di questi (pseudo)editori ho alimentato un sistema deviato. Così facendo ho dato man forte a uno schiavismo soft che sta distruggendo un mestiere. Il mio. Il nostro. Che poi con tre euro lordi ci ripaghi appena la corrente elettrica che ti serve per tenere acceso il pc, e magari ci scappa pure la sigaretta che fumerai inevitabilmente dopo esserti spremuto le meningi. Snervato dalla consapevolezza di aver bruciato le tue sinapsi per tre fottutissimi euro. Lordi, per di più.

Ma lassù un dio c’è. E’ vero, ora una manciata di redattori sottopagati perderà il posto. E per loro, no, non gioisco affatto. Anzi, mi dispiace. Sono convinto, però, che adesso questi colleghi abbiano una grande occasione per rilanciarsi. Una rinascita umana, ancor prima che professionale. Un trampolino verso un futuro migliore e meno degradante. Mentre certi editori non meritano nient’altro che il baratro. Ci vuole karma. E sangue freddo. Alla fine tutti i nodi vengono al pettine.

Disoccupato

14 Lug

Mi son fatto prendere dall’ansia. Stavo mangiando le mie penne condite con pendolini (“pachini” per i romani) congelati, quando mi è venuta la smania di andare al centro per l’impiego per rinnovare il mio stato di disoccupazione. Va fatto ogni tre mesi. Me ne sono scordato per anni, e l’ultima volta sono rimasto fregato perché mi sarebbe servito per un bando (poi non andato a buon fine, ma per altri motivi) che attribuiva un certo punteggio in graduatoria in base al periodo di inattività.

Il fatto è che in settimana ho firmato il mio primo contratto. Il mio primo vero contratto. Che va oltre la semplice collaborazione. Ancora non ci credo. Noi cronisti non siano abituati a queste cose. Non siamo abituati a lavorare. Non per soldi, perlomeno.

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