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Se questa è una donna

9 Set
Foto ANSA

Foto ANSA

Qualche scatto, un breve filmato. Poca roba. E io detesto giudicare sulla poca roba. Mi serve materiale, mi occorre conoscere il contesto. Desidero arrivare alla radice, prima di dire di che colore sono le foglie. Ma questa volta no. Questa volta ho per le mani soltanto qualche scatto e un breve filmato. Poca roba, insomma, ma tanto mi basta. Anzi, è pure troppo. E’ quanto basta per farmi salire l’indignazione fin sopra i capelli. E se penso che siamo colleghi alla lontana mi viene voglia di cambiare mestiere. Voglio risvegliarmi domatore di T-Rex, degustatore di funghi velenosi, cavia umana. Va bene tutto, purché non si dica che io, come lei, faccio il giornalista. Purché si sappia che, se io sono il giorno, lei è la notte più nera.

E se la guardo, infatti, in quei pochi scatti e in quel breve filmato, io la vedo lì, schietta, lampante. Lei, la notte più nera. Quella di un’umanità che prende a calci gli uomini che hanno in braccio dei bambini. Quella di una presunta reporter che ha avuto un’improvvisa illuminazione. «Sono un’altra figlia illegittima di Maradona – avrà pensato – e devo assolutamente prendere a calci qualcosa. Facciamo qualcuno. Toh, va, passa un uomo con un bambino, un disperato che ha abbandonato la sua vita d’inferno in cambio di un purgatorio qualsiasi. Buttiamolo giù, che tanto non c’ho un cazzo da fare. Facciamo come farebbe il presidente, che costruisce muri contro l’afflusso di immigrati come se fosse una misura per rilanciare l’edilizia». Se questa è una giornalista, io sono Enzo Biagi. Se questa è una donna, io sono Belen.

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30 Gen

Ho messo in cucina alcune copie di NonPossoDireIlNome Magazine. Me le hanno chieste i coinquilini dopo aver saputo che ho intervistato due comici di Zelig. In un primo momento mi hanno proposto di metterle in bagno. Eh no, cazzo. In bagno no. Il fatto che per fare quel giornale ci si faccia il culo non significa che poi lo si debba utilizzare per pulirselo. E poi meglio ritrovarci sopra qualche chiazza di sugo che di chissà cos’altro. Metti che un domani intervisto Belen?!

La cecità ti fa male lo so

12 Gen

Perdo diottrie come Pupo perde al gioco. E no, l’autoerotismo non c’entra. E’ che giornalista fa rima con problemi di vista. Con lenti a cont(r)atto (mensili, quindicinali, talvolta giornaliere, e tutte a progetto: vederci meglio), occhiali spessi e volentieri, forse cecità. Soprattutto oggi che le agenzie si leggono da uno schermo. Le si reimpasta da dietro uno schermo. Le notizie si scrivono su un monitor, e quindi uno schermo. Da uno schermo le si rilegge, le si impagina, per poi rimetterle in circolo. Per mandarle in stampa, quindi, oppure sul web. Cioè per metterle a disposizione dell’utente. Per fargliele leggere da un computer, un tablet, uno smartphone. Insomma, da uno schermo.

Ho approfittato delle due settimane di libertà vigilata del periodo natalizio per tornare dal mio oculista. Dopo quattro anni. In realtà è dalla scorsa primavera che lamento un calo della vista. Nel frattempo sono andato da una dottoressa incompetente della mutua, che ha minimizzato alla grande. Mi ha detto che non mi è affatto calata, e mi ha dato delle gocce idratanti per gli occhi da prendere ad vitam. Mai messe. Non le ho mai creduto. La settimana scorsa, invece, il mio oculista di fiducia mi ha dato il triste verdetto, mettendo fine a preoccupazioni e sospetti. Mi è calata, sì. Ci vedo meno da entrambi gli occhi. Niente di grave, ma sì, qualcosa è cambiato. La signora della mutua le sue gocce se le può pure tenere. Magari ci allunga il Vagisil. E ci si idrata quelchedicoìo.

Ora ho un paio di occhiali nuovi. Insomma, le lenti sono nuove. La montatura no. Ho evitato una spesa inutile, dai. Ho pur sempre una famiglia monopersona da mantenere (cioè me stesso). E poco fa mi sono affacciato dal terrazzo di casa, qui dalla mia singola piazzata nella periferia-ma-non-troppo della Metropoli a Gas. Mi sono guardato intorno. Il mondo è cambiato. Ora è in HD. Lo vedo in alta definizione. E mi domando perché cazzo abbiano tolto proprio adesso il manifesto col culo di Belen da davanti il portone. Avrei accettato anche quello dell’Esselunga con le prugne in offerta. E invece, dico io, proprio la faccia da pirla di Maroni mi ci dovevano mettere?!

Due o tre(mila) cazzate

20 Lug

Un tappeto rosso fuoco era lì ad accogliermi. A condurmi dentro non c’era il classico ragazzotto tutto tirato ma in fondo ridicolo. C’era una donna. Bella. Tipo soubrette. Mi ha indicato lei la porta del Cielo.

Dentro era il Paradiso, e non poteva essere altrimenti. Porte fatte con un legno così raro da essere già estinto. Finestre che non avevano vetri, ma puro Swarovski. Le Pareti? D’oro, e non sto parlando del colore. Il tappeto rosso arrivava fino alla mia postazione, in cui mi aspettava un pc della Nasa ultimissimo modello con Belen senza veli come sfondo del desktop. Scherzo. Belen era lì in carne e ossa (soprattutto carne), seduta al mio posto. Mi teneva in caldo la poltrona in pelle di brontosauro, poi mi ha chiesto se avessi altro da farle tenere in caldo. Mi sono venute quelle due o tre(mila) idee, ma poi l’ho ringraziata e le ho detto ero a posto così. Coglione.

I colleghi avevano tutti delle facce d’angelo, e io a guardarli non avevo proprio nessuna paura. Erano tutti belli e affabili. Modelli mancati. Showman a tempo perso. Mi hanno offerto un buon caffè, il migliore del mondo, appena tostato ma soprattutto appena colto nella piantagione dietro la redazione. Un cortiletto, sì. Circa due o tre(mila) ettari di chicchi neri. Era così buono che non mi ha fatto nemmeno male, e dire che a me di solito il caffè provoca una sorta d’isteria mista a panico. Così ne ho bevuti altri due o tre(mila) litri. Poi mi sono guardato allo specchio. Grazie a quella pozione nera ero diventato biondo e con gli occhi azzurri. Thor, puppa.

I capi? Deliziosi. Per lo spuntino di metà mattinata (cominciamo a “lavorare” alle 10, quindi alle 10 e mezza eravamo già a tavola) mi hanno offerto ostriche e pesce spada, innaffiati con dello champagne appena munto dalla vacca di redazione (credevate ci fosse solo Belen?!). Poi ci siamo messi a fare sul serio. Cinque minuti e via, a casa. Ma prima di andare il boss con cui avevo fatto il colloquio mi ha fermato, e tutto imbarazzato mi ha chiesto scusa. Si erano dimenticati di mettere circa due o tre(mila) zeri in fondo alla cifra indicata sul contratto, e di dirmi che quella paga non è mensile. E’ quotidiana. Alla sera ero già ricco. Alla sera mi sarei già potuto licenziare. Ma no. Lì si stava così bene che non l’avrei mai fatto.

Poi il drin. Altroché sera, era ancora mattina. Avevo sognato tutto. Ero nella mia nuova stanza, a sorbirmi la sveglia dei Queen della coinquilina (che la fa suonare tre volte in tre quarti d’ora, altrimenti non si sveglia) e il treno che mi passa davanti casa, ma che mi dà sempre l’idea di sfrecciarmi da timpano a timpano. Ho i binari nelle orecchie, ormai.

Poi sono andato davvero in redazione. Stupore! Il mio sogno era stato fedele a quello che avrei trovato. Era tutto vero. Questo posto è davvero il Cielo. D’altronde la mia caposervizio legge il mio blog, e io la vedo ridere dalla mia poltrona di pterodattilo mentre lo fa (sì, il brontosauro è già passato di moda). Ragion per cui questo Paradiso resterà tale pure quando sarà un inferno. Sigh.

A cena col nemico

1 Mag

Il culo bello alto, il petto in fuori e gli occhi che parlano da soli. E’ entrata così in quella chiesa sconsacrata, costringendo noi ometti a fare commenti che quella chiesa l’avrebbero sconsacrata comunque. Eravamo lì per un compleanno. Un nostro amico si era fatto convincere da un’altra nostra amica, così ci siamo ritrovati con una convinzione di terza mano a festeggiare le sue ventinove candeline alla cosiddetta Cena del sorriso. Io che sono tradizionalista pensavo si riferissero a quello orizzontale. Poi è entrata lei, e ho capito che forse s’intendeva proprio quel sorriso che va da nord a sud, e che con labbra e denti non ha proprio niente a che vedere. O perlomeno si spera.

Eravamo lì, in terra straniera. In realtà eravamo a un passo dalla Baia delle Zanzare, ma comunque avevamo poggiato i nostri culi sul territorio di un altro comune. Ma poco importa. I sorrisi verticali sono argomento universale. Potremmo anche essere stati in Burundi: in quella tavolata di ottuagenarie lei spiccava alla grande, ed è diventata l’argomento principe di quel dolce inizio di serata.

Il mio compagno di sedia? Un nostro caro amico. Di lavoro fa l’autista, ed è uno poco incline alle metafore. Roba che se ne incontra una per strada la investe di sicuro. E’ uno che se ha in mente una scena da film porno te la racconta come farebbe Tinto Brass dopo quattro mesi di astinenza. Ne sono uscite chiacchiere da osteria. Anzi, da night. Poi l’amica che ci ha trascinati lì (che Dio la benedica) ci ha dato la sveglia. Ragazzi, guardate che quella lì è la sindachessa!!

Dunque. Il tenore dei discorsi, poi, è rimasto all’incirca lo stesso, perlomeno fino all’arrivo dei paccheri con le verdure saltate, che ci ha riempito la bocca con ben altri argomenti. Ma nel frattempo si era insinuato in me uno strano tarlo. Una preoccupazione così velata che quasi non esisteva, accompagnata da un sospetto e da una consapevolezza poco confortante. Io non stavo facendo niente di male, ma poi ho realizzato cosa stesse realmente accadendo. Ero a cena col nemico.

Il fatto è che il giornaletto locale di cui sono direttore è quello di una lista civica che è arrivata seconda alle ultime elezioni di questo comune extra-Baia. A vincere è stata lei, soave 31enne regina del consiglio comu(a)nale che durante la cena ha sorriso a destra e a manca (d’altronde era il tema della serata..), infrangendo cuori e cucinando fondute di giovani elettori che probabilmente chiederanno il domicilio da quelle parti soltanto per poterla votare. Il mio amico anti-metafora abita proprio in un paesino della zona, e quando sarà ora metterà di certo la sua X sulla faccia della sindachessa in cerca di riconferma. Perché secondo il mio amico il voto è un diritto e un dovere. E non c’è più grande dovere (e più grande diritto) di avercelo diritto.

Detto in parole povere, io lavoro per la concorrenza. Per l’opposizione, che al prossimo giro di urne conta di mandare a casa la signorina che ha attirato i nostri bulbi oculari come api al miele. E non c’è niente di male se per puro caso mi sono ritrovato a cena insieme a lei e ad altre cento e passa persone. Il problema è che ho capito che una così non la si batte sicuro, che l’unica chance che i miei “clienti” hanno di vincere le elezioni è di candidare Belen, o sperare che il giorno del voto gli uomini del paese vengano tutti bloccati a casa dalla dissenteria.

A me hanno promesso la direzione del giornalino del Comune. Il problema è che prima il Comune bisogna conquistarlo. La concorrenza è spietata, e ha i mezzi per fare queste e ben altre conquiste. Di certo sarà anche una donna piena di risorse, questo io non lo so e non lo metto mica in dubbio. Ma viviamo nell’epoca del Bunga Bunga, della politica dell’immagine sempre e comunque. E il boss ultrasessantenne della lista civica per cui lavoro non vincerà nemmeno se si raderà la barba e se farà campagna elettorale in autoreggenti. Tantomeno così.

Rossella Urru, la farfalla che non vola più

29 Feb

E’ bella pure lei, ma non avendo libellule incastrate nel pube non se la fila nessuno. Vorrei davvero che Rossella diventasse la nuova Belen. Questa libellula è rimasta incastrata nel pube algerino. E’ successo quattro mesi fa. E’ caduta in un brutto retino, ma nessuno ha mosso un dito per lei. Tutti presi con altre farfalle, di quelle che solleticano, che provocano dolci pruriti.

Guardatela bene. E’ bella pure lei, anche se non scende dalla scalinata dell’Ariston con uno spacco sub-ascellare. Eppure a Sanremo c’è finita lo stesso, grazie a una comica che sa far ridere ma pure riflettere. Sotto i riflettori c’è tornata anche grazie all’uomo che meglio di tutti sa bucare lo schermo, e che per questo sa anche ricucirlo laddove lui buca la notizia. Geppi e Fiorello hanno contribuito a fare di questo 29 febbraio un giorno davvero speciale. Non perché bisestile, non perché Gioacchino Rossini può festeggiare di nuovo il suo compleanno (come ci ricorda anche Google), ma perché il web ha preso la parola, ha urlato contro gli altri media, ha attirato l’attenzione che ci voleva e come ci voleva. E pure i tiggì hanno rivolto lo sguardo verso altre farfalle.

Oggi è il Rossella Urru Blogging Day. Oggi la tv smette di dormire, almeno per un po’. Oggi non ci parleranno soltanto dei baci con la lingua tra Capitan Schettino e la non-badante che si faceva in nome di una strana Concordia. Per ventiquatt’ore il tubo catodico si ricorderà del ruolo che può ancora giocare. Perché non ci sono soltanto le liberalizzazioni in arrivo, ma anche le liberazioni che non arrivano.

Clicca qui per saperne di più. Saperne di meno non ti servirebbe a niente.

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