Tag Archives: bambini

C’è posta per me

18 Lug

Da bambino volevo fare il postino. Il piano era: prendo le lettere, le leggo e poi le consegno. Volevo farmi i cazzi degli altri. M’immaginavo con il Bravo a girare di casa in casa, a imbucare missive di cui io ormai sapevo tutto. Al cinema ci sono sempre andato, i fumetti li ho sempre trangugiati. Poi sono finito a fare il giornalista. Ora, per lavoro, mi faccio i cazzi degli altri per poi raccontarli a chi ancora non li sa. Non è colpa mia. Oggi, come allora, ho soltanto un’infinita fame di storie.

C'è posta per me

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Certi giornalisti si drogano

18 Mar

E pure voi, per Dio.
Smettetela di far bere il latte più ai vostri poppanti.

pastelli per i bimbi tossici

Vener(e)dì

27 Set

Il venerdì, si sa, è una piaga sociale. Non si allarmino quelli di Repubblica, non sto parlando del loro illustre settimanale. E’ proprio il giorno, il giorno della settimana a essere problematico. Perché è la vigilia di un weekend di ristoro, ma il fatto di saperlo fa sì che si trasformi in una giornata lavorativa che sembra non finire mai. Più delle altre. Perché vorresti arrivasse presto sera, ma così non è. E allora in pausa pranzo tanto vale staccare. Tanto vale andarsi a prendere un caffè tra colleghi e parlare d’altro. Va bene tutto, purché non sia lavoro. Tutto, davvero.

Quasi.

Ero l’unico uomo. L’unico esemplare di sesso maschile, oggi, seduto in quel cazzo di bar. La morale è: mai più. Però guardiamo il lato positivo. Ora so tutto di pupi che piangono la notte, unghie finte e smalti semipermanenti. Se mai vorrò cambiare sesso avrò già acquisito i fondamentali.

Habemus Papam (anzi no) (2)

11 Feb

Morta una pagina se ne fa un’altra.

Lavoro per un magazine che si occupa di tv. Tutto questo col papa c’entra molto poco. Ma la televisione, si sa, va di pari passo con le cose che accadono nel mondo. E se il pontefice dà forfait il piccolo schermo non può rimanere in panchina. Non resta a guardare. Anzi, si fa guardare. Perché la gente vuole sapere. La gente vuole vedere. La gente vuole partecipare.

La gente vuole farsi i cazzi degli altri.

Il problema è che quel Benedetto papa ha scelto proprio il giorno sbagliato per rassegnare le sue dimissioni. Quale? Quello di chiusura del nostro giornale. Del nuovo numero, intendo. Quello in cui tutto dovrebbe essere bello e pettinato per andare in stampa, non stravolto da uno scoop rivelato in latino. Non so se Ratzinger abbia la patente nautica, io so soltanto che per via sua il timone del prossimo numero non è più lo stesso. E allora via una pagina dalla sezione bambini. E’ la prima a esser presa di mira se c’è un imprevisto. La prima a cui vengono tagliati degli spazi se Belen si dichiara lesbica, se Vespa si fa asportare un neo, se Alfano si dimentica di riportare l’osso. O se Berlusconi decide di farsi papa. Avrei dovuto capirlo dal nome, prima di accettare l’incarico. Quella sezione non si chiama bambini perché parla di Ben 10 o dei Pigiamici. Ma perché chiudere quelle pagine è ogni volta un travaglio. Ogni volta un fottuto parto.

Benedetto tempismo. Morta una pagina se ne fa un’altra. Via Scooby Doo, e sotto con l’annuncio che a marzo le telecamere saranno tutte puntate sul Vaticano. Mentre qua il mio lavoro viene stravolto al fotofinish. E dalle mie orecchie è tutta una fumata nera.

Buon Natale un cazzo

9 Nov

Metti la foto, togli la foto. Metti la dida, cambia la dida. Scrivi la messa in onda, correggi la messa in onda. E poi le programmazioni fantasma. Il 3D che compare, scompare, riappare quando gli pare. E ti pare che poi non riappare, scompare, riappare quando cazzo gli pare? Le locandine s’invertono. I titoli s’accartocciano come lamiere in un crash test. Allarga gli spazi. Stringili. Riallargali. Le tue pagine sono come culi sul cesso in piena attività.

Tutto questo casino per una doppia pagina sui programmi natalizi per bambini.

Io so soltanto che stasera mi taglierò le palle, mentre la grafica che mi è stata dietro tutto il tempo si annoderà accuratamente le tube. Di bambini non ne vogliamo più sentire nemmeno parlare. E so anche che non ho mai retto il disfattismo cinico di chi dice di odiare il Natale. Ma io, dopo questa giornata d’inferno redazionale, sto aspettando soltanto d’incontrare uno di quei Babbi rampicanti che si trovano su certi terrazzi. Ho già il bazooka carico. E non il bazooka che spera lui.

KronaKe dalla Baia (sottotitolo: il lavoro non c’è, dovrò pur inventarmi qualcosa)

1 Lug

Bambini che si vantano delle loro scoregge subacquee, oppure di perdere bava dalla bocca. Culi ormai troppo giovani per me. Un sole che spara, e non è detta che abbia il porto d’armi. Vendaioli da spiaggia che cercano di propinare bandane a donne che di quella d non sanno proprio che farci. Ombrelloni a righe bianche e blu, come se in commercio non ci fosse altro. Ometti di mezzo metro che gridano alla mamma: “Ti si vede la tetta!”.

Scusate, mi ero distratto.

Scogli che non si muovono, ma che comunque non si lamentano mai. Straniere dalle trecce strane e la parlata ancor di più. Facce nuove e facce che non cambiano. Minorenni in acqua che cantano alla Barry White. Rumori inquietanti che sembrano loffe, ma poi ti volti e vedi materassini che si sgonfiano. Teletubbies con la voce da Gabibbo che gridano di voler dormire sotto l’acqua. Hobbit che rovesciano ombrelloni viola. Aquiloni in serie che rovesciano la mia quiete. Addominali sparsi che mi danno nostalgia dei miei. Pre-adolescenti con la testa avvolta nell’asciugamano, e che cercano attenzioni cantando Celentano. Che ci fa pure rima. Cellulite su cui si può anche passare sopra. Letteralmente. Magnum che costano un fegato, e senza fegato ciao Magnum. E poi il cocco, che costa sempre uguale. Ma che forse forse ha un po’ meno sapore.

Black bloc notes

25 Ott

E’ stata una settimana davvero poco enigmistica. E tantomeno enigmatica. A me è sembrato tutto molto chiaro. Perché è chiaro che così non va. Così chiaro che mi viene da guardare il mio tesserino da giornalista e da domandarmi per quale fottutissimo motivo non abbia preferito fare lo spazzacamino. Magari adesso non mi sentirei parte integrante di questa farsa. Magari ora vedrei le cose con più distacco. Invece no. Oggi mi tocca stare qui a prendere appunti sul mio block notes nero, a scaricare il marcio della settimana come il commesso di un supermercato (possibilmente senz’aria condizionata, grazie) che ogni tot butta via le cose scadute dal bancofrigo.

La chiamano informazione, ma a me sembra essere più azione senza informare. Notizie ridondanti sparate con pistole dal mirino impeccabile, nel nome di un diritto di cronaca smarrito tra capri espiatori trovati sul campo e impulsi da voyeur mancati. Mancati, ma poco così. Sì, oggi sono bacchettone. Anche perché ho un sassolino nella scarpa che mi devo togliere (mi devo togliere il sassolino, non la scarpa). Non capisco se il bloc notes sia stato annerito dalla cronaca o se sia stato il bloc notes ad annerire lei. Se siano i fatti a essere così cupi, o se siano i loro narratori ad aver scurito ad arte tutto quanto.

Ho passato la settimana a guardare telegiornali che sono più simili ad avvoltoi che a piccioni viaggiatori. E dire che dovrebbe essere il contrario. Si sono messi a contare anche i peli del culo di quei delinquenti dei black bloc, hanno fatto le pulci a ogni loro singolo passo. Fino a che le ragioni dei manifestanti pacifici non sono diventate marginali. Un surplus. Una notiziola da mettere in coda al servizio. Qualcosa di nicchia, alla stregua di un’indiscrezione, talmente di nicchia da finire nel dimenticatoio nel giro di mezza edizione. Che cosa straordinaria. Due giorni fa Giletti si domandava ancora se i tipi incappucciati fossero guerriglieri oppure semplici criminali. Come se non si sapesse. Come se la protesta, quella vera, andata a puttane come il più tradizionalista dei politici, non avesse più nessuna importanza. E ci sono cascati tutti, tutti i colleghi dei tiggì. Gli stessi che ci hanno proposto fino allo sfinimento le immagini del massacro di Gheddafi, come fosse il trailer del nuovo film splatter di Sam Raimi. La Casa 8 – Libidine Libica. Roba da tenere lontano dalla portata dei bambini, gli stessi bambini seduti a tavola all’ora del Tutti zitti, c’è Mentana (sì, c’è cascato pure lui). Nel ’90 quattro illuminati si sono inventati la Carta di Treviso per tutelare i minori, ma lasciando ai minorati la direzione delle varie testate. Gente che fa tutto questo e che lo spaccia per un preciso dovere, come se la sete di vendetta del popolo libico non la si potesse raccontare a parole senza mandare in onda quelle immagini cruente a mo’ di tormento(ne) estivo. Come se la descrizione della violenza non bastasse a rendere l’idea. No, meglio dare tutto in pasto al popolino senza prima metter via la merda. Mettiamo in piazza la morte di un uomo, anche se forse (forse) non era più tale (un uomo). Facciamo di quel video sanguinolento una sorta di disco rotto da suonare a ripetizione, come se dopo la mancata pubblicazione delle foto del cadavere di Bin Laden si avesse un debito morale da ripagare allo spettatore.

Nemmeno io credo se non vedo, ma non credo di aver voluto vedere quello che ho visto. Non credo nei cadaveri come trofei. Non credo nell’estetica deviata dei morti in vetrina. Vivo di sensazioni, non di sensazionalismo. Sono per lo notizia nuda e cruda, ma non gradisco chi mi prende per lo stomaco, per le palle e tantomeno per il culo. Non legittimo la violenza sacrificando la mia pietà sull’altare del dio catodico. No. Io non sono Mentana. Io non sono Giletti. Ma questa è un’altra storia.

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