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Godo

16 Nov

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Disoccupato a progetto

7 Ott

Rassegna stampa di Sky. Tg nazionale. Tg regionale. E a livello locale? Rassegna stampa più tg. A seguire, approfondimenti su cultura e spettacoli e sugli immancabili fumetti (che non guastano mai). Per finire, un’ora d’inglese al giorno, tanto per rimanere al passo. Poi guardi fuori. Ed è già sera.

Fare il giornalista è un lavoro. Anche quando non lo è.

Disoccupato a progetto

A serious man

25 Set

Che qua non c’è mica tempo da perdere. Che lo status di disoccupato non può mica essere un alibi. Qua tocca tenersi al passo, stare in carreggiata. Ci vuole l’impeto del guerrafondaio. Bisogna sentire dentro l’ardore della sfida. Guardare la vita in cagnesco e abbaiare. Bau! Bau!, anche se gli inglesi direbbero Woof! Woof! L’ho imparato qui. Qui, dove sto prendendo lezioni d’inglese, mia grande lacuna per il lavoro che svolgo. Qui. Gente seria tra gente seria.

A serious man

Kualkosus l’aspirante qualcosa

28 Lug

Tanti auguri a me. Tanti auguri a me. Tanti auguri stocàzzo. Tanti auguri a me.

E la torta? Dov’è la torta? Dove cazzo è la mia fottutissima torta?! Siete ancora lì ad accampare scuse. Sono quasi cinque mesi che mi state a raccontare che se l’è mangiata il mostro della crisi. Balle. Stronzate. Bufale degne di Minzolini o del peggior Sallusti. La mia torta, il mio lavoro, se l’è mangiata il nepotismo ingordo. La macchina infernale delle raccomandazioni, che con la scusa dei tagli e dei rimpasti salva gli amici e silura tutti gli altri.

Mi avete detto “abbi Fede”, ma è all’incirca dal ’94 che quella parola mi dà l’orticaria. Oramai credo soltanto in me stesso. Nei miei mezzi. E nella mia capacità di reinventarmi. Perché non è detta che per il suo settimo compleanno questo blog si chiamerà ancora così. Perché non è affatto detta che da grande, io, farò davvero il giornalista.

Kualkosus l'aspirante qualcosa

Ho messo via

21 Mag

Un bel po’ di cose. Dicono: “Così si fa”. O perlomeno così dice Luciano. Luciano Ligabue. L’uomo che tra un paio di settimane mi riporterà qui, a Milano. Perché intanto, nel frattempo, io me ne sarò già andato. Avrò già lasciato la città meneghina, in cerca di qualcosa di nuovo. Un nuovo chiamato mare. Un nuovo chiamato gatti. Un nuovo chiamato amici. Un nuovo chiamato famiglia. Un nuovo chiamato nuovo, ma che di nuovo ha davvero poco. E, soprattutto, non ha niente a che vedere con il lavoro.

Il lavoro mi ha tradito. Il lavoro mi ha lasciato. E io, per un perverso giro della logica devo lasciare a mia volta qualcuno. Qualcosa. Milano. Un posto con il quale non credevo che avrei mai provato empatia. Un posto che invece mi resterà sempre nel cuore, perché qua i cuori sono molto meno grigi di quanto si pensi da fuori. Ma questa è un’altra storia. La storia che vi voglio raccontare oggi non è quella di un addio, ma di un arrivederci. Arrivederci, Milano. Non credere di aver chiuso con me. Non t’illudere. Qua io lascio affetti e progetti, progetti e affetti. Spesso, cosa bellissima, le due cose riescono addirittura a coincidere.

Ma intanto ti devo salutare, o mia bela Madunìna. Sono costretto a prendermi una pausa di riflessione. Per questo, da amante un po’ triste e un po’ deluso, sto già facendo i bagagli. In camera, in questa camera che sono in procinto di abbandonare dopo quasi due anni, sono circondato di scatoloni da riempire, sequestrati dal magazzino del Carrefuor vicino casa come fossi un barbone. Con la differenze che quelli, poveracci, una casa non ce l’hanno proprio. Io la mia la sto per mollare, dicevo, e me ne sto per tornare a quella vera. Quella delle origini. Quella dei miei. Arrivederci, Metropoli a Gas. La Baia delle Zanzare è già lì che mi aspetta. E così il mare. E così i gatti. E così gli amici. E così la famiglia. E così quel nuovo che tanto nuovo non è.

Intanto raccolgo, seleziono, organizzo, inscatolo. E ho messo via un bel po’ di cose. Dicono: “Così si fa”. Tra quelle cose, chili e chili di carta prelevati dai cassetti della redazione. Così, rovistando, oggi ho ritrovato le stampate delle prime pagine curate da me. Ho riletto i miei primi titoli, di cui andrò sempre fiero anche a costo di apparire immodesto. Ho ritrovato le correzioni in rosso, sarcastiche, ficcanti e per questo efficaci di Lina Insu, la donna a cui devo questa mia prima vera opportunità di lavoro. E ho ritrovato, lì in mezzo, l’entusiasmo che provavo nel fare certe cose. Nel gestire le mie sezioni. Nello scrivere pezzi sulle grandi magie della tv e dello spettacolo in genere. La soddisfazione di potermi relazionare con dei collaboratori, mentre una volta il collaboratore ero io. Una volta, proprio come adesso. La ciclicità del destino è davvero ridicola e beffarda.

Mi sono ripassate per le mani le stampate degli scambi epistolari con la photoeditor della stanza accanto, che mandarsi le mail era meno faticoso che alzare il culo e andare di là oppure gridarsi a vicenda come fossimo in osteria. Sono ripassati sotto i miei occhi quei timoni fatti e rifatti. I fogli su cui mi segnavo le idee su come sviluppare i temi del mese, puntualmente cassati da chi, sopra di me, aveva già venduto la sua anima di giornalista ai fottuti diavoli del marketing.

Ho ritrovato, lì in mezzo, quella parte di me che tra una corsa e l’altra si divertiva a fare, e che ha voglia di fare ancora. Milano, non credere di aver chiuso con me. Perché io, con te, non ho di certo finito.

Ho messo via

Tanto lo so che è tutta una farsa

23 Apr

Mi sono iscritto al concorsone Rai per i giornalisti.
Il mio senso dell’umorismo non ha proprio limiti.

Rai_Fiction

Ed ecco, non a caso, il logo ufficiale dell’iniziativa.

Se questo è un cronista

20 Feb

La camminata del dolore. Della sofferenza autoindotta. La passeggiata dei microfoni e delle telecamere. Dei ritornanti a progetto, dei vaganti pagati al pezzo. Mi duole dargli ragione, ma stavolta Grillo mi ha fatto riflettere. Sulla loro condizione, quella dei ritornanti miei colleghi. E sulla mia. Ieri il patron dei 5 Stelle è stato inseguito da un’orda di cronisti accaniti, in un lungo e squallidissimo pianosequenza durato fino all’arrivo all’ingresso dell’Ariston. E’ stato tampinato da una mandria di giornalisti a caccia di parole vaganti, più vaganti di loro. Stavano lì a farsi del male l’un l’altro, in una calca da stadio neanche ci fossero gli U2 in procinto di suonare. Stavano lì a pestarsi i piedi, a gridare “ahia”, a rompersi l’obiettivo a vicenda. Stavano lì a inseguire il politicante di turno, per portare a casa una dichiarazione che ha la stessa sostanza del nulla cosmico, dello zero assoluto, del vuoto pneumatico. Poi ci ha pensato lui, Grillo, a fornire loro del materiale degno di nota (“La Rai è la maggiore responsabile del disastro del Paese”), ma non è questo il punto. E’ il metodo che non mi convince, e soprattutto il fine di tutto quel loro affannarsi.

Lui li ha definiti dei “walking dead”, facendo il verso a una delle serie tv più amate del momento e, probabilmente senza nemmeno saperlo, a uno dei fumetti scritti meglio degli ultimi dieci anni. Lui, il signor 5 Stelle, li guardava dicendo loro che hanno la faccia “di chi si è perso”. E mi duole dargli ragione, ma stavolta Grillo mi ha fatto riflettere. E me ne sto qui, a domandarmi se sia questo il vero giornalismo. Cronisti costretti a tampinare l’oratore che fa audience per registrare ogni sua minima scoreggia, abbassati a mettere in atto uno stalking legalizzato con metodi al limite del violento, dando voce incondizionata a quel politicante e fare così il suo gioco. Perché il cittadino deve sapere. Vero. Ma intanto viene a sapere quello che vuole lui. Quello che vuole il politicante. E i giornalisti se ne tornano a casa con i piedi rotti e le telecamere da mandare in assistenza, credendo di fare un servizio al Paese per quindici miseri euro al pezzo.

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