Con il futuro alle spalle

21 Feb

Ho preso l’ascensore con il futuro. Un futuro che non so nemmeno se mi apparterrà. Ho preso l’ascensore con il futuro di qualcuno, ma quel qualcuno io non lo conosco. E non lo conosce nessuno di noi redattori, perché qui, nella Metropoli a Gas, manager e dirigenti hanno il brutto vizio dell’omertà. Tengono in mano il tuo futuro, ma non te lo raccontano fino a che non viene il suo tempo. Fino a che il futuro non diventa il presente.

Ho preso l’ascensore con il futuro. Due uomini. Uno ha vinto l’appalto, lo stesso appalto che sfuggirà a fine mese dalle mani dell’azienda per cui lavoro. L’altro, invece, è il suo braccio destro. L’hanno vinto loro, l’appalto, anche se a noi non dicono nulla. Di ufficiale c’è soltanto che oggi Milano ci propone un’altra giornata di nuvole. Di ufficioso c’è che salvo miracoli l’apocalisse è davvero alle porte, e che da marzo saremo tutti col piattino lungo i marciapiedi di via Torino, a chiedere monete alle ultime, squallidissime signore ancora impellicciate.

Ho preso l’ascensore con il futuro. Io che prendo sempre le scale, ma oggi, sovrappensiero, a causa di un mio perverso giro mentale, mi sono ritrovato a chiamare l’ascensore senza nemmeno accorgermene. Mentre premevo quel tasto mi sono ritrovato con il futuro alle spalle, e la cosa già di per sé non suona per niente bene. Ché il futuro, si sa, dovremmo avercelo sempre davanti. Invece no. Per colpa di un paradosso temporale, uno di quelli che si vedono soltanto nei fumetti, mi sono ritrovato con il futuro alle spalle. Il boss e il suo braccio destro. Così ho fermato l’ascensore e li ho fatti salire per primi. La cortesia è sempre un buon biglietto da visita. Il primo ha accettato la mia proposta ed è entrato, il secondo mi ha fatto cenno di precederlo. Una volta dentro il gran capo del futuro mi ha parlato. “Freddo?”. Mi sono accorto in quel momento che non mi ero ancora tolto il mio fantozziano berretto di lana. E io, inelegante come non mai, ho risposto al mio potenziale futuro: “..Eh sì.. non c’è male..”. Poi me lo sono tolto. Quello è uno che ci guarda, alla presenza. Non che io sia chissà quale figo, e non è che a lui interessi un figo con la “o”. Ma quantomeno senza quel berretto riesco a non sembrare uno studentello del Politecnico, che ha una delle sue sedi proprio qui davanti. Quantomeno senza quel berretto sono riuscito a non passare per un coglione che ha sbagliato portone.

Ho preso l’ascensore con il futuro. Il futuro mi ha chiesto se avessi freddo. Avrei voluto rispondergli che se non mi assume, ora che l’appalto è nelle sue mani, avrò sicuramente freddo dal prossimo inverno, dato che non potrò più pagarmi la bolletta del gas. Ma il gioco della pietà non attacca con tutti. Il gioco della pietà non funziona sempre, e una volta al giorno direi che è più che sufficiente. E io, oggi, il mio jolly-pietà me lo sono già giocato sul tram, mentre stavo venendo in redazione, quando un controllore mi ha fermato e mi ha chiesto il biglietto. E io, il biglietto, non ce l’ho mai. Perché abito a tre fermate da qui, e ogni mattina (uoh-uoh!) e ogni sera (uoh-uoh!) e ogni notte sfido la sorte e non timbro un bel niente. Fatto sta che ho sempre un carnet in tasca, ma lo uso soltanto per la metro e per i viaggi lunghi con i mezzi di superficie. Non per tre fermate, cribbio. Fatto sta che ho impietosito il controllore dicendogli che ero appena salito (e in effetti era vero), e che nella fretta mi ero scordato di timbrarlo. Non so che faccia io gli abbia fatto. So che mi ha risposto con fare saccente, dicendomi di prendere aria e di andare a timbrare il carnet. Io l’aria l’ho presa, e francamente non avevo mai smesso di prenderla. Lasciamo stare. In ogni caso è stato clemente. In ogni caso il mio jolly-pietà giornaliero me lo sono giocato così. Lì in ascensore non potevo di certo fare il gradasso con il futuro. Con il futuro, si sa, non si scherza mica.

Ho preso l’ascensore con lui, con loro, con gli uomini del futuro. Il gran capo mi ha chiesto se avessi freddo, poi mi ha domandato se lavorassi al piano di sopra (sì, ci siamo fatti fottere l’appalto da quelli di sotto). Ho risposto di sì, perché al futuro è meglio non mentire. “E ci sono delle belle ragazze, lì da voi?”, mi ha chiesto lui. E io: “..Eh sì.. non c’è male..”. Praticamente gli ho dato la stessa risposta di prima. Per me freddo e donne non fanno alcuna differenza. Il risultato è sempre lo stesso. Il risultato è sempre qualcosa di rigido. “Poi vengo a controllare”, mi ha detto lui per fare il simpatico. A quel punto sono scesi. Loro avevano un solo piano da fare, mentre io due. Mi hanno salutato, e io ho risposto cortesemente con ancora in mano il mio berretto fantozziano. In quel momento il futuro ce l’avevo davanti. In quel momento il futuro stava uscendo dall’ascensore, quindi sì, ce l’avevo davanti. Chissà che non porti bene. E mentre stavano scendendo il braccio destro ha detto al boss una frase che potrei benissimo aver frainteso. Stavano sicuramente parlando di qualcosa che non so, ma a me quelle parole sono rimaste incise nella mente. “Quelli hanno troppi articoli”, ha detto. In quel momento mi son sentito io stesso un articolo. In quel momento mi son sentito di troppo. In quel momento, si fa per dire, mi son sentito l’oggetto di un taglio al budget preciso e imminente. In quel momento, inutile dirlo, ho sentito il futuro parlare per metafore, come se mi stesse indicando la strada per via Torino.

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