It’s a beautiful day (maybe)

15 Mag

E mi sfiora l’idea di quel lusso mancato. Di quel privilegio smarrito tra le frange del tempo. Di quell’intervista che non ho mai avuto nemmeno il coraggio di sognare, ma che c’è mancato tanto così che diventasse realtà. Litfiba, Caparezza, Ligabue. Ma è soprattutto a pane e Jovanotti che sono cresciuto. E sapere che quasi quasi avrei potuto porgergli il microfono mi lascia un po’ d’amaro. Ormai è tardi. Ormai l’occasione è acqua passata. E io non ho potuto bere.

Che io scriva di tv è cosa nota (chi ancora non lo sapeva la nota se la becca sul registro). E stamattina ho saputo che presto andrà in onda uno speciale sul buon Lorenzo Cherubini. Ma il magazine per cui scrivo ha una periodicità tale che non consente di andare sempre a segno. A volte scriviamo di programmi che alla fine non vanno nemmeno in onda, perché posticipati o addirittura cancellati. Altre volte, invece, s’insinuano nei palinsesti degli show che sono stati acquistati dopo la chiusura del numero, con contratti last minute che al momento di andare in stampa non erano nemmeno nelle sinapsi più remote di chi poi ha concepito la cosa. Così si creano le occasioni mancate, le interviste che il tempo non mi dà il tempo di fare. Ed è così che è andata con Jovanotti.

Ma oggi niente mi sfiora. Niente mi scalfisce. Oggi KronaKus vive di speranze e di sogni bagnati (non è come sembra). Pazienza per gli incontri sfuggiti di mano, per i desideri irrealizzati. C’è sempre tempo. Ed è proprio questo il punto: c’è sempre tempo. C’è ancora tempo, sì. Oggi ho avuto buone nuove sul mio contratto, e se tutto va bene chissà quanti Cherubini potrò intervistare (se mai vi verrò a dire che ho parlato con un angelo chiamate Papa Francesco, tutt’al più la neuro). A fine giugno mi scade, e qua dentro l’aria pesa più di Giuliano Ferrara. Ogni rinnovo assomiglia a un macigno da sollevare, a una montagna da scalare, a una corsa da vincere al fotofinish. Le voci che giravano non erano troppo rassicuranti, ed erano voci tutt’altro che fantasiose. E quando il tuo contratto comincia a cambiare sapore è perché la scritta da consumarsi preferibilmente entro il mette sempre più paura. E non sai mai se chi di dovere ti vorrà portare via ancora una volta da quel fottutissimo banco frigo. Il banco frigo dei disoccupati. Così tanto stretto e affollato che prima o poi troveranno tracce di rucola sui cornetti Algida.

Ma oggi, dicevo, il caso mi ha portato a sapere che i segnali sono positivi. Che, in culo a Ozpetek, nonostante Saturno contro il mio lavoro potrebbe continuare almeno fino a fine anno. Che la riunione di stamattina potrebbe non essere stata l’ultima di questa mia parte di carriera. Che c’è ancora speranza, insomma, per chi ha davvero voglia di fare. Quindi io, in tutto questo discorso, non c’entro proprio un cazzo.

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3 Risposte to “It’s a beautiful day (maybe)”

  1. unfaronelbuio mercoledì, 15 maggio 2013 a 16:55 #

    Daiiiii!!!! Lo spero vivamente per te!

    Mi piace

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