Speriamo che sia racchia

15 Mar

Il tempo passa. Ed è una cosa grossa, ma te ne accorgi dalle cose piccole. Da un gesto che prende il posto di un altro. Dalle abitudini che cambiano perché cambiano le persone, e con lore le idee, le convinzioni, i giudizi e i pregiudizi. Il tempo passa e te ne accorgi alle 2 e mezza della notte, quando tuo padre si alza e scende giù in cucina per bere un bicchiere. Cioè, per bere l’acqua che ci sta dentro. Una volta le opzioni sarebbero state due, ed entrambe avrebbero fatto schifo. Forse ti avrebbe urlato che non si vive all’ombra della luna, e che se poi non ti alzi entro una certa ora vali meno di zero. Oppure ti avrebbe semplicemente invitato ad andare a dormire. Parole al vento, s’intende. Invece no. Questa volta ti vede in cucina, a sorseggiare una camomilla necessaria come una dose ma con tutt’altri effetti. Che la notte è lunga e silente, ma imprecare è un lampo. Soprattutto quando sei a caccia di citazioni sul Vajont ma ti riveli una frana. La pazienza straripa, diventa fanghiglia di nervi. E poi è strage.

Il tempo passa. Ed è una cosa grossa anche che tuo padre non imprechi indicandoti il letto come unica via di salvezza e redenzione. No. Questa volta beve il suo goccio d’acqua, mette in bocca il biscotto di rito e poi ti si avvicina. Con gli occhi ancora mezzi chiusi ti dà un paio di schicchere bonarie, proprio lì sulla gobba. “Ciao vado a letto. Sai ultimamente ho difficoltà a dormire”. Non t’insulta se dormi poco, fa addirittura l’autoironico perché lui dorme troppo. Il tempo passa. E non è una cosa grossa. E’ enorme.

Non sai perché. Forse è fiero di vederti così. Non di vederti ricurvo sul pc a mo’ di cronista di Notredame, a maledire le lenti a contatto che non ti fanno leggere un cazzo ma che vista l’ora hanno pure ragione loro. No, non è questione di posa, ma di uniforme. Sei ancora lì in camicia, come un uovo, pieno della tua giornata piena. Piena come un uovo. Sei stato a un colloquio di lavoro, e ti sei agghindato come non fai mai. Tuo padre invece ha gli armadi a castello, perché un solo piano non basterebbe a contenere tutte le sue camicie. Ne ha a decine, non indossa nient’altro che quelle. E quasi sempre le stesse. E ha sempre sognato un figlio in camicia ma non nato con la camicia, e pure con la palla al piede ma che non fosse una palla al piede. Però non si è mai sforzato per ottenere questo da te. Ha evitato di sudare sette camicie. Sapeva che sarebbe stato tempo perso. Tu, figlio dal maglione facile, che il pallone l’hai cominciato ad apprezzare due anni fa, durante lo stage nella redazione sportiva fatto durante i mondiali, e che poi hai preso una brutta piega tra il Fantacalcio e lo stramaladettissimo Better. Oggi ti ritrovi a guardare le partite con lui al netto del tifo, imprecando contro i giocatori della tua formazione. Stronzissimi, ti segnano soltanto quando li lasci in panchina, se non in tribuna. Ma il tempo passa. Ed è una cosa bestiale, colossale. Tu che vivi la notte in camicia è proprio roba da fantascienza.

Hai conservato la divisa del giorno perché francamente non hai avuto nemmeno il tempo di metterti quella della notte. Due pezzi da chiudere, uno da inventare, registrazioni telematiche da fare con urgenza, e una matassa informe di pensieri che annebbiano il tutto. Il tuo cervello è Val Padana, ma pensi e speri sia soltanto stanchezza. Domattina, poi, sveglia presto. Entro le 10 (sì, ho detto che è presto) ti aspetta una telefonata di peso, una che potrebbe condizionare il tuo prossimo anno di vita. Ti diranno l’esito del colloquio di oggi. Domattina, sì, perché c’è da partecipare a un bando in scadenza e non si ha nemmeno un minuto da perdere. Il punto è che non sei il solo. Siete in due a volere quel posto. Tu e una fantomatica lei che presumi provenga dalla tua stessa scuola di giornalismo. Ti domandi chi sia. Non credi ci sia qualcuna del tuo stesso biennio interessata a un posto così poco remunerativo, ma d’altronde se ci provi tu perché non dovrebbe farlo anche qualcun altro che si trova nelle tue stesse condizioni? Certo che se fosse di un biennio passato sarebbe un brutto segno. Sarebbe prova di un fallimento, anche se oggi come oggi non ci sarebbe niente di strano, tantomeno da rimproverare. Però cercare di arraffare un posto da otto ore al giorno (sotto)pagate dalla Regione non è segno di buona carriera. E se invece questa fantomatica lei venisse dall’ultimo biennio, cioè da quello che sta per finire? Vorrebbe dire che è una di scarse ambizioni, ma non sarai di certo tu a giudicarla. Tu che sei il cronista dell’orticello. Oggi il cavolo non ha fatto un cavolo. La cipolla è caduta, si è sbucciata e poi ha pianto. E la rapa, non parliamo della sua testa che è meglio.

Sei qui appeso a un filo. O meglio, a un pelo, ma non diciamo di cosa. Ti studi di nuovo il tuo curriculum come dovessero interrogarti ancora sulle cose fatte, mentre forse sarebbe ora che t’interrogassi tu sulle cose da fare. E pensi a domattina. Ti sembra tutta una fottuta guerra tra poveri. Attendi l’esito, ma non trepidi mica. Intanto è meglio andare a dormire. Per una volta non sei stato insultato per farlo, ma non sei ancora immune al sonno, anche se ci stai lavorando. Ti stendi con un pensiero in avanti e una speranza nel cuore. Ti viene in mente lei, l’immagine fumosa e indefinita della cronista delle verdure che sta cercando di soffiarti il posto. Ti concentri e fai una preghiera. Buonanotte, mondo. E speriamo che sia racchia.

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