Black bloc notes

25 Ott

E’ stata una settimana davvero poco enigmistica. E tantomeno enigmatica. A me è sembrato tutto molto chiaro. Perché è chiaro che così non va. Così chiaro che mi viene da guardare il mio tesserino da giornalista e da domandarmi per quale fottutissimo motivo non abbia preferito fare lo spazzacamino. Magari adesso non mi sentirei parte integrante di questa farsa. Magari ora vedrei le cose con più distacco. Invece no. Oggi mi tocca stare qui a prendere appunti sul mio block notes nero, a scaricare il marcio della settimana come il commesso di un supermercato (possibilmente senz’aria condizionata, grazie) che ogni tot butta via le cose scadute dal bancofrigo.

La chiamano informazione, ma a me sembra essere più azione senza informare. Notizie ridondanti sparate con pistole dal mirino impeccabile, nel nome di un diritto di cronaca smarrito tra capri espiatori trovati sul campo e impulsi da voyeur mancati. Mancati, ma poco così. Sì, oggi sono bacchettone. Anche perché ho un sassolino nella scarpa che mi devo togliere (mi devo togliere il sassolino, non la scarpa). Non capisco se il bloc notes sia stato annerito dalla cronaca o se sia stato il bloc notes ad annerire lei. Se siano i fatti a essere così cupi, o se siano i loro narratori ad aver scurito ad arte tutto quanto.

Ho passato la settimana a guardare telegiornali che sono più simili ad avvoltoi che a piccioni viaggiatori. E dire che dovrebbe essere il contrario. Si sono messi a contare anche i peli del culo di quei delinquenti dei black bloc, hanno fatto le pulci a ogni loro singolo passo. Fino a che le ragioni dei manifestanti pacifici non sono diventate marginali. Un surplus. Una notiziola da mettere in coda al servizio. Qualcosa di nicchia, alla stregua di un’indiscrezione, talmente di nicchia da finire nel dimenticatoio nel giro di mezza edizione. Che cosa straordinaria. Due giorni fa Giletti si domandava ancora se i tipi incappucciati fossero guerriglieri oppure semplici criminali. Come se non si sapesse. Come se la protesta, quella vera, andata a puttane come il più tradizionalista dei politici, non avesse più nessuna importanza. E ci sono cascati tutti, tutti i colleghi dei tiggì. Gli stessi che ci hanno proposto fino allo sfinimento le immagini del massacro di Gheddafi, come fosse il trailer del nuovo film splatter di Sam Raimi. La Casa 8 – Libidine Libica. Roba da tenere lontano dalla portata dei bambini, gli stessi bambini seduti a tavola all’ora del Tutti zitti, c’è Mentana (sì, c’è cascato pure lui). Nel ’90 quattro illuminati si sono inventati la Carta di Treviso per tutelare i minori, ma lasciando ai minorati la direzione delle varie testate. Gente che fa tutto questo e che lo spaccia per un preciso dovere, come se la sete di vendetta del popolo libico non la si potesse raccontare a parole senza mandare in onda quelle immagini cruente a mo’ di tormento(ne) estivo. Come se la descrizione della violenza non bastasse a rendere l’idea. No, meglio dare tutto in pasto al popolino senza prima metter via la merda. Mettiamo in piazza la morte di un uomo, anche se forse (forse) non era più tale (un uomo). Facciamo di quel video sanguinolento una sorta di disco rotto da suonare a ripetizione, come se dopo la mancata pubblicazione delle foto del cadavere di Bin Laden si avesse un debito morale da ripagare allo spettatore.

Nemmeno io credo se non vedo, ma non credo di aver voluto vedere quello che ho visto. Non credo nei cadaveri come trofei. Non credo nell’estetica deviata dei morti in vetrina. Vivo di sensazioni, non di sensazionalismo. Sono per lo notizia nuda e cruda, ma non gradisco chi mi prende per lo stomaco, per le palle e tantomeno per il culo. Non legittimo la violenza sacrificando la mia pietà sull’altare del dio catodico. No. Io non sono Mentana. Io non sono Giletti. Ma questa è un’altra storia.

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