E già mi chiamano KronaKina

13 Ott

Sono andato in cucina con un’intenzione ben precisa, e credo s’intuisse anche dal mio modo di muovermi. In mano avevo l’arma del delitto. Ormai era arrivato il momento di mettere i dovuti paletti. Mamma – le ho detto appena arrivato – scusa ma io queste qua non le indosserò mai! A quel punto ho tirato fuori l’oggetto che mi aveva fatto scattare la molla, l’indumento che avevo trovato tra la mia roba, in mezzo alle mie mutande. Nientemeno che un paio delle sue. Sì, le sue mutande. Stavo cercando un cambio per il dopo-doccia, e al tatto ho capito subito che qualcosa non tornava. Erano slip da donna, neri, con sopra tutti quei ricamini complicati che soltanto loro potrebbero comprendere, finite lì per sbaglio dopo aver stirato i portaculo di tutta la famiglia. Dal canto mio avevo compreso un’altra cosa, e tutt’altro che complicata: qualcuno stava mettendo in atto un complotto contro di me.

Da giorni stavo ricevendo mail piuttosto strane. Ogni volta che mi si rivolgeva direttamente, il mittente, sempre lo stesso, mi parlava come fossi una donna (e no, non mi stava dando del lei). Mi diceva cose come Sei la benvenuta!, Adesso che sei diventata nostra collaboratrice…, e io non riuscivo a capire il perché. Anzi sì, lo capivo. E’ che mi sono proposto a un portale femminile. No, niente bunga bunga virtuale. Stavo semplicemente cercando lavoro. E mi hanno preso. Incredibile, sì, mi hanno preso. Per annunciarmelo e per mettere sul piatto tutti i dettagli della cosa, io e la direttrice ci siamo scritti più e più volte. E ogni sua risposta conteneva almeno una parola accordata al femminile. Alla fine ho capito che si trattava di “lettere” preimpostate, preparate appositamente per comunicare con le aspiranti croniste in cerca di fortuna. Immagino di essere uno dei pochi uomini (uomini?!) ad aver osato appoggiare la propria penna (ho detto “penna”) su un sito per donne. O magari no. La cosa certa è che parlare con la direttrice è stato un po’ come conversare con un automa, con uno stronzissimo robottino che non è capace di distinguere il culo di un uomo da quello di una donna.

E a quanto pare nemmeno mia madre.

Ma poi la storia delle mutande mi ha spinto a mettere i paletti (!!!), chiaro segnale di virilità anche solo da un punto di vista semantico. Ci siamo fatti quattro risate. Io, i miei genitori, la mia ragazza, i miei amici. E già mi chiamano KronaKina.

Due giorni fa mi sono preoccupato sul serio. Mio padre mi ha chiesto di accompagnarlo in un negozio di abbigliamento a comprare una maglia per il suo amico del bar che stava per compiere gli anni (l’amico, non il bar). Fin qui tutto bene, non fosse che di solito odio fare queste cose, detesto andare in quei posti. Ma stavolta no. Stavolta mi sono fatto prendere da un’anomala smania di shopping, e ho risposto di sì quasi con entusiasmo. Ma per fortuna al secondo paio di pantaloni che provavo ho sentito i miei testicoli triturarsi come al loro solito dentro quel fottutissimo camerino (scusate, faccio il volgare per sembrare più uomo). Per noia e per insofferenza, e non per colpa di una lampo incastrata proprio lì dove fa più male (ma comunque i ricamini complicati avrebbero attuttito il dolore). L’importante è che non sono tornato a casa con una sottana nuova. Quella la passo a prendere domani. L’altro giorno la mia taglia era finita.

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