Nid for spid

28 Dic

Ai venti all’ora. E allora m’incazzo. Che è quasi l’ora di pranzo, e allora i venti all’ora non stanno né in cielo né in terra. Né ora né mai. Tantomeno a Natale. Dopo una notte di fuoco a casa della mia lei. Non è come pensate: lei si ostina a non spegnere mai i termosifoni, e la sua coperta è così calda che in camera sua la protezione civile ha dichiarato l’allarme afa. A rischio i bambini e gli anziani. Soprattutto gli anziani. Soprattutto se mi vanno per strada ai venti all’ora. Soprattutto se mi trasformano gli agilissimi venticinque minuti d’auto che separano casa sua dalla mia in un’interminabile processione para-natalizia. Che era Natale, sì, ma non è questione di religione: la mattina del compleanno di Gesù, mezzo mondo si sposta per raggiungere il parentame per ingozzarsi e dire cazzate. Ma nessuno sembra avere fretta. Nessuno a parte me. Sulla nazionale sembravano tutte Delorean: salivi in macchina, percorrevi una manciata di metri, e per chissà quale sortilegio invece di andare avanti ti sembrava di essere tornato indietro. Nello spazio e nel tempo. Un viaggio a passo di gambero. Una parata di stomaci vuoti in crociera pronti a riempirsi di ogni cosa, animale o città. Un un due tre stella in cui ti volti, credi di aver fatto progressi e invece sei sempre e ancora lì.

Sorpassare è inevitabile. Perché io ho fretta, devo correre. Devo. Anche se poi ci penso bene e mi chiedo: Ma perché? Ero in anticipo. Ero praticamente pronto. Mi serviva giusto il tempo di svuotare la memoria della fotocamera nei miei hard disk che sono sempre così pieni da fare quasi il ruttino. Qualche minuto e sarei stato pronto per fare il fotoreporter sotto il vischio, per immortalare la tavola e i suoi commensali all’ingrasso. Compreso me.
Di correre proprio non c’era motivo. Eppure correvo. Vivo di fretta per raggiungere mete inarrivabili. Poco tempo fa ho dichiarato una guerra senza quartiere alla mia ignoranza, in vista di un esame che, tacitamente, pretende un patentino da tuttologo. Uno che le cose le sa a tutto tondo. Ma io dopo Natale di tutto tondo ho soltanto il mio stomaco. E alla prova del nove che si svolgerà tra tre settimane potrei fare come i miei hard disk: dopo essermi riempito fino al collo di informazioni buone soltanto per l’emicrania, me la caverò con un rutto plateale. Che con tutte queste feste, poi, ho un vuoto d’aria nella gola più grande di me.

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