Giornalista senza portafoglio

21 Nov

Come se ce ne fosse bisogno. Ho ripreso in mano i libri, e mi sento come un alieno in casa mia. Studio per l’esame da professionista, ed è come vivere nella pelle di un impiegato a cui hanno messo a forza un piccone in mano per poi costringerlo a fare il minatore.  Tremendo, e qui lo dico. Come se ce ne fosse bisogno, appunto.

Forza e coraggio. E soprattutto tanta concentrazione (qualcuno ha detto “miracolo”?). Mi sono laureato quasi quattro anni fa, ma mi sembra di non aver mai studiato. Ho la testa pesante, ed è appena un’ora che sono qui. Mentre si aggiungono le preoccupazioni per un contratto promesso ma che ancora non arriva. Ogni mattina mando proposte, e ogni tanto ricordo a quelli della redazione che sono ancora in attesa di essere regolarizzato. Loro tacciono, e si fanno scudo con il rimescolamento dei vertici dell’amministrazione. Situazione che so corrispondere a verità, e che costringe il tutto a un rallentamento. E a questa attesa snervante. Ma intanto ogni giorno rischio di dover scrivere, e rischio di doverlo fare gratis. Che senza una carta firmata tutto quel che faccio è pratica e beneficienza insieme. E mi sta pure bene, finché per me il professionismo è ancora questo mare aperto da cui mi separa soltanto un cazzo di esame. Però mi rode, a sentirmi come un uomo di governo senza dicastero. Come un ministro senza portafoglio. Che anche se l’avessi sarebbe comunque vuoto.

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