Non abbiamo voglia di scherzare

22 Feb

“Io sono qui da diversi anni, e ho sempre avuto l’impressione che al Comune della scuola non interessi nulla”.

Oggi, ore 9 30. Intervista con il sindaco del Paese dei Polpacci presso la nostra scuola. E’ un appuntamento fisso che si ripete verso la fine di ogni biennio. I nostri docenti sono dell’idea che al secondo anno siamo abbastanza maturi per affrontare faccia a faccia il primo cittadino. Conosciamo abbastanza questa città da poterci sbizzarrire con le domande, e forse (si spera) abbiamo ormai più dimestichezza con i ferri del mestiere. Durante questi due anni abbiamo ascoltato più volte il sindaco, e gli abbiamo già chiesto di tutto. Ma un conto è la domandina mirata, un conto è sostenere una sorta di conferenza stampa (dove la stampa siamo noi) per parlare a trecentosessanta gradi della grandi questioni di questa città.

E la prima domanda ha subito gelato il sindaco. Un paradosso, dato che la provocazione sulle scuole è servita a rompere il ghiaccio. E c’è riuscita. A dire quella frase, però, non è stato uno di noi, ma il nostro professore. Quello che un anno fa chiamavo il “Pragmatico” (che bello riprendere il vizio di dare nomignoli a tutti!). Con una sfrontatezza inaudita ha aperto il dibattito e c’ha fatto vedere a chiare lettere dove può arrivare un giornalista. Il sindaco si è sentito come colpito alle spalle, e ha cominciato a parlare. “E’ un’affermazione pesante da parte sua – ha detto – ma mi rendo conto che lo fa apposta”. Purtroppo il giochino è durato poco. Il primo cittadino del Paese dei Polpacci ha intuito il meccanismo. Il nostro insegnante ha affondato il colpo per mostrarci il lato crudo di un incontro che altrimenti rischiava di finire a tarallucci e vino. E ha messo in pratica l’insegnamento di colui che ha fondato la nostra scuola di giornalismo: i politici non ci devono conoscere. Noi non siamo loro amici, loro non sono amici nostri. E ci comportiamo di conseguenza. L’esatto contrario di quel che avviene in certi giornali.

Sono seguiti sorrisi tiratissimi. Il Pragmatico ha tentato di rassicurare il sindaco con un gesto forzatissimo di finta ipocrisia. Perché ti fingi solidale, ma chi ti guarda capisce che fa tutto parte del piano. E che in fondo stai solo facendo il tuo gioco, nel rispetto del ruolo che ti sei scelto. E non c’è odio, non c’è guerra, ma solo quel provocare che fa della risposta un obbligo. I lembi della bocca del professore hanno sfiorato gli zigomi, spremendo gli occhi quasi fino a farli sparire. “Ho tirato un cazzotto”, ha ammesso poi il prof. Sarcastico, gergale, vero. In una parola, Pragmatico.

Da lì è cominciata l’intervista. Tra di noi c’è chi ha fatto domande abbastanza taglienti, ma anche chi invece è stato un po’ più cauto perché il sindaco in fondo lo conosce da una vita. Ma nella nostra mente è rimasta impressa soprattutto la naturalezza del nostro professore, con cui ha subito disintegrato fronzoli e convenevoli. Ha introdotto l’ospite, poi l’ha pugnalato al fianco. Ha fatto il giornalista. Cinico, distaccato ma non troppo. Mostrando all’intervistato di essere informato sui fatti. E che non aveva per niente voglia di scherzare.

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