Il mio primo ultimo giorno di scuola

5 Nov

Stesse facce, anzi no. Il ritorno alla scuola di giornalismo è stato qualcosa di irreale. E’ rimasto tutto com’era prima, tutto fa parte della normalità. Una normalità che è ormai consolidata. Che conosco. Eppure sto vivendo questo rientro come qualcosa di strano. E di straniante.

Ma niente è cambiato, e questo è un bene e un male allo stesso tempo. Gli stessi difetti di sempre, miei e loro. Ma perlomeno nessuno si è montato la testa per via degli stage, dopo aver toccato con mano l’oro (?!) delle redazioni. Tutti tranne uno. Tutti tranne lo Stravivo. Che ha detto di aver realizzato il sogno di quando era bambino, lavorando sul campo per la stessa agenzia per cui ho lavorato pure io e con magri risultati (ma ero in un’altra città). Che se l’è cavata pure a scrivere di finanza, di cui non sapeva nulla, e che solo quattro o cinque tra noi sarebbero riusciti a fare altrettanto. Che mentre raccontava le sue esperienze dvanti a compagni e professori si è fermato all’improvviso e ha detto: “Ora fatemi voi delle domande”. Come fosse un vip intervistato da chissà chi. Come se lui stesso fosse chissà chi.
Niente di strano, lui è così. Infatti invece d’incazzarci ci ridiamo tutti.

Per il resto, devo dire che i miei stage non sono stati poi tanto al di sotto della media. Abbiamo passato una buona metà della mattinata a confessarci di fronte ai professori, per far loro presente i pro e contro di quanto abbiamo vissuto. C’è chi appena arrivato è stato messo a lavorare, trattato alla pari di un qualunque redattore. MA c’è anche chi ha chiamato i taxi per gli ospiti della tv, ha fatto caffè, si è ribellato perché voleva fare il giornalista ed è stato pure punito per questo. C’è chi non ha avuto il tempo di alzare la testa, e chi ha passato il tempo a “grattarsi i pollici” (strano incrocio ideato da qualcuno, stamattina, tra girarsi i pollici e grattarsi nonvidicocosa).

E poi c’è chi ha commentato le disgrazie di qualcuno dicendo: “Beh dai, guarda il lato positivo: potrai scriverci un libro. Le disavventure di uno stagista”. Che ironia! Ci fosse qualche editore disposto a pubblicarle io avrei già tutto scritto…

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