Il Cielo mi ha perdonato, ma ora a battere sulla tastiera ho una paura fottuta. Temo di sbagliare qualsiasi cosa. Scrivo con il freno a mano tirato. Avevo una Ducati, adesso mi sembra di stare in sella a un Mosquito.
Oggi Sposini (2)
28 magTi fai il culo per lavorare, per trovare un fottuto posto che ti permetta di pagare vitto e alloggio. E’ una gran fatica. Una lotta contro il tempo, ma soprattutto contro i tempi. Questi maledetti tempi. Di magra. Direi di anoressia. Combatti. Resisti. Contribuisci a mantenere alto il livello di scontro. I capi ti lodano, poi ti puniscono. Poi ti lodano e ti puniscono ancora. E ancora. E ancora. Lentamente i connotati ti cambiano da sé. E la mattina i capelli ti restano sul cuscino, sempre di più. Perché tu ti fai il culo per lavorare. Tutto il resto non conta.
Poi arriva il resto, e ci pensa lui a contare per te. Nella tua frenesia hai imparato ad andare a tempo, ma non vedi più niente di quello che c’è. Qualcuno decide di ricordartelo. Che il mondo trema, e tu non puoi farci un cazzo. Che le clessidre hanno granelli imbizzarriti, e prima o poi si spaccheranno anche loro. Ti fai il culo per lavorare. Poi arriva il giorno in cui ti scopri a farti il culo per vivere.
Eccola la vera lotta, la battaglia che merita di essere combattuta. Quella per restare uomo. Quella per restare vivo. Gli eroi escono da qui, da questo fronte silenzioso ma non troppo. Restare in zona è esclusiva dei gladiatori. Io ne conosco uno, anche se soltanto attraverso uno schermo. Si chiama Lamberto, e dopo oltre un anno da quel brutto colpo è tornato a farsi vedere. Mister Sposini. Roba da 300.
Osama Bin Harden
23 magDue saette in giro per il campo, a correre come dannati e a sfondare cerchi di ferro. Russell Westbrook e Kevin Durant sono due giovani prodigi del basket americano. Due che quando sono in serata ti fanno ricordare perché ami questo sport da almeno vent’anni.
E allora tu che sei giornalista ti riscopri curioso. Hai sottomano un telefono che la sa lunga (certo, quei due fanno sottomano di tutt’altro genere), capace di metterti in contatto con il mondo. Sai che le due saette sono giovani davvero, ma non sai bene quanto. E tu vuoi sapere quanto. Allora prendi il tuo cellulare dal sapore di mela e lo interroghi sull’argomento. Apri Safari (che non ha niente a che vedere con gli animali selvatici né con il penultimo album di Jovanotti), clicchi su Google e digiti “Russell Westbrook”. Cazzarola! ha ventiquattro anni, quel fulmine palestrato! E Kevin? Kevin Durant quanti ne ha?
Hai ancora la tv accesa. E’ notte fonda. Stai guardando la registrazione della replica della partita della notte scorsa (ho i miei tempi, io). Sì, il decoder ha ripreso a funzionare. Ora registra. Che il Cielo sia di nuovo dalla mia parte?
No.
All’improvviso lanci il tuo telefono alla mela verde (verde come te, che ora sei incazzato Hulk, quello che hai appena rivisto nel tuo cine-bis a base di Avengers). Per fortuna sei steso sul divano. L’atterraggio dell’aggeggio è morbido, ma per te il colpo è duro. Fissi la tv e imprechi.
Hai digitato “Kevin Durant”. Google ti ha dato una serie di risultati. Ma mentre per Westbrook il primo è stato quello di Wikipedia con le informazioni anagrafiche che stavi cercando, per il suo compagno di squadra le cose sono andate in modo molto diverso. Durant elimina Kobe, Bass stende i Sixers, dice il fottutissimo Corriere dello Sport.it, che si è guadagnato temporaneamente la vetta dei risultati del noto motore di ricerca.
Ci risiamo. Proprio com’è accaduto più e più volte lo scorso anno, ti sei sputtanato il risultato a più di un quarto dalla fine del match. E questa volta hai fatto tutto da solo.
Poi guardi meglio lo schermo del televisore. In campo vedi un tipo dal volto peloso. Ti ricordi che c’è anche lui, e comprendi tutto. Si chiama James Harden, ed è un compagno di squadra di quel maledetto duo di ragazzini. Ha una peluria che gli parte dalla faccia e gli arriva fino ai capezzoli. E’ chiaro. La maledizione della barba ha colpito ancora.


Peso alle parole
21 mag“E’ stata la mano di un pazzo”.
E grazie al cazzo.
Faccio rime baciate per non sputare. Sento parole al vento, come non contassero nulla. Come se ci fossero in ballo opzioni che non contemplano la follia. Le tre bombole del gas sono saltate. Melissa non c’è più, e all’ospedale di Brindisi è l’inferno del poi. Io non ho dubbi.
Vi sfido, colleghi, ad affermare che forse non c’era una mente insana a pilotare il dito che ha dato l’ok alla morte. Come se il mafioso, il terrorista, l’omino dei servizi deviati o chi per lui in fondo non fosse un pazzo, ma qualcuno con un lucido obiettivo da raggiungere. Balle. Cazzate. Io ne so quanto voi. Anzi, meno di voi. Ma non ho dubbi. Io so per certo una cosa. Chiunque sia stato non è nient’altro che un folle. E ribadirlo non è che uno spreco di fonemi.
Non c’è interesse che tenga, ideologia che possa farmi cambiare idea. Non c’è verità che possa emergere e che sia capace di farmi ricredere. Mafioso, terrorista, omino dei servizi deviati. Chiunque crede di poter uccidere dei ragazzi è già di per sé un deviato dalla vita. Sempre e comunque un uomo dalla camicia sbagliata. Quella di forza è l’unico modello che gli sta.
Ciao Melissa.
A cena col nemico (3)
6 magTornando dalla palestra trovo sempre qualche sorpresa. Squilli, chiamate, messaggi, mail. Il mio pacco si chiama iPhone, e la regola dello scavicchi ma non apra non vale mai per me. Devo aprire per forza.
Due giorni fa ho trovato l’ennesima chiamata di quelli del giornaletto locale di cui sono direttore. Non so, ultimamente sono nervoso. Così, senza motivo. Sono un cronista isterico. Immotivatamente isterico. Mi fa così. Pazienza. Fatto sta che trovare quella telefonata mi ha dato sui nervi. Sarà che tutta la trafila per la pubblicazione del primo numero si è rivelata davvero estenuante. Sarà che ci si son messe pure le Poste a rallentare i lavori. Sarà che sono un cronista isterico. Punto.
Alla sera ho richiamato, ma ho mascherato sapientemente il mio disappunto. Che poi ero pure di corsa. Ho cenato un po’ di fretta, poi dovevo andare al cinema a vedere l’ultimo scialbissimo Woody Allen. Sì, ho mascherato. In fondo non ci si può incazzare per una chiamata, e finché non si vedono i primi soldi devo starmene buono anche se ho le mie cose.
“Ohi, KronaKus!”
“Ciao. Dimmi tutto..”
“Allora.. Sono stato in tipografia, oggi. Abbiamo sistemato le ultime cose. Il logo delle Poste, poi, lo mettiamo un po’ più piccolo. C’hanno detto che l’importante è che si legga il numero dentro, perciò..”
“Bene..”
“Sì.. E.. niente. Poi ti cercavo per chiederti un’altra cosa..”
“Sì..”
“Mi diceva il boss, se tu sei d’accordo, di mettere il tuo nome un po’ più in grande, magari sotto la testata..”
“Ah.. Ah! Sì! certo!”
“Sai.. A noi fa bene far vedere che abbiamo un caporedattore, e almeno si vede che.. insomma.. che c’hai lavorato anche tu, cavoli! Sennò lì in piccolo..”
“Nella gerenza, dici..”
“Sì.. lì.. Insomma, lì non ci va a leggere nessuno, dai..”
“Sì.. Certo.. Per me va benissimo! Anzi.. grazie per averci pensato. Davvero.”
Sono un cronista isterico. Il guaio è che sono affetto da un’isteria preventiva, e che poi si rivela pure immotivata. Un po’ come tutte le cose preventive, insomma. Sono il Bush delle telefonate. Trovo una chiamata e dichiaro guerra al mondo. Non va mica bene.
Credo di averlo ringraziato tre o quattro volte. D’altronde non erano tenuti a farlo. Non erano tenuti a mettere il mio nome lì in bella vista. Certo, hanno il loro tornaconto. Fanno vedere ai loro potenziali (e)lettori che fanno le cose sul serio, che hanno addirittura un caporedattore. Ok, voleva dire direttore responsabile. E io non gli ho mica ricordato che dato che si pubblica qualcosa un direttore responsabile c’è per forza, e che sbandierarlo a caratteri cubitali non è dimostrare di fare le cose in grande, ma di farle in regola. Certo, non tutti i loro compaesani ne saranno al corrente. Non mi aspetto mica che il contadino che abita di fianco al mio amico scurrile sappia che per legge ci vuole un direttore. Ma al di là di questo ho vissuto la cosa come un atto di dolcezza da parte loro. Sì, dolcezza. E riconoscenza. Ho seguito il progetto sin dal concepimento. L’ho visto crescere dentro il loro grembo accidentato. Li ho aiutati a capire se fosse maschio oppure femmina. Gli abbiamo dato un nome insieme. Abbiamo deciso come impostare i suoi primi sei mesi di vita (è un semestrale, sì). E adesso mi fanno sentire un po’ il papà di questa cosa che ancora non è nata, ma pare sia questione di giorni.
Vincere le elezioni sarà pure una questione di culi e di sorrisi seducenti, ma intanto qua quello con il culo sono io. Non è facile trovare qualcuno che pensi a certe cose. Qualcuno che voglia in un certo senso valorizzare il tuo lavoro. Ora ho un motivo in più per essere un po’ meno isterico. E di smettere di picchiare selvaggiamente su questi tasti, come mi hanno appena fatto notare.
E meno male che ci sono loro. Perché il Cielo, nel frattempo, si è proprio incazzato.
A cena col nemico (2)
3 mag“modifiche nella premessa: in un contesto del genere, la nostra idea…..(sociale, lavoro, scuola,….) (da qui)..Attività come cene….che hanno dato il loro contributo. questo punto lo togli E’ questo lo scopo de”il tu eco” che non è più soltanto il nome della nostra lista civica …. Dal sociale alla viabilità, sicurezza………attraverso un centro di aggregazione per anziani e per giovani. ciao KronaKus”
Il giornalino sta per uscire. Finalmente. Ma è un rush finale molto accidentato. Cavilli burocratici da far passare la voglia. E ritocchi su ritocchi. Come questi. Il boss mi ha spiegato cosa fare attraverso questa mail. Ho sinceramente fatto fatica a capirci qualcosa. Mi sono consultato pure con Arlecchino, ma niente. E tempo fa era già successo questo. Temo che qua per vincere le elezioni non sarà tanto una questione di culi rifatti e di autoreggenti da mettere, ma di un “reparto comunicazione” che è un po’ tutto da rivedere.
Proposta indecente
20 aprDiavoloIlluso è online
DiavoloIlluso: Kronny, apriamo un giornale!
KronaKus: Va bene. A che pagina?
DiavoloIlluso è offline
(Questa canzone sembra tristemente scritta per noi aspiranti sospiranti.. sigh!)
Io penso positivo perché son vivo (e ci voglio restare)
18 aprUn tempo si sventavano le rapine. Nel 2012, invece, si sventano i suicidi. Sarà che la rapina sta forse in queste diavolo di riforme, che raschiano l’osso di chi non ha più carne da offrire, fino a che l’osso stesso non decide di farsi buco. Alla tempia.
Di certo noi giornalettari non aiutiamo. Tutti i giorni scioriniamo cifre su cifre, rincariamo la dose come fossimo i pusher del malcontento. La crisi è un Matrix da decodificare, un cumulo di numeri con cui spaventare e indurre in tentazione. La tentazione del gesto estremo. Ma io penso positivo perché son vivo e perché son vivo. E ci voglio restare. Vivo, non secco. E’ che io sono atipico come certi contratti, e non ci sto a partecipare a questo sporco gioco senza dire la mia. Perché mentre scrivo il mondo crolla, e la gente pure. E se non crolla ci pensiamo noi, spintarelle senza sen(n)o (della ragione) e dalla penna che prima palpa e poi incula. Seguaci del dio pessimismo in un pianeta che è già pessimo (e pessimista) di suo. Una palla azzurra, se non ha già cambiato colore, in mano a chissà chi. E chissà come. Le fonti ufficiali rimarcano il baratro, quelle “alternative” raccontano il complotto. Difficile dire dove stia la verità, se mai ce ne fosse una soltanto. Intanto i Maya sghignazzano, a guardarci realizzare con le nostre stesse mani quella loro dannata profezia.

(Che poi l’ultima edizione di Beato tra le donne è stata condotta da Giletti. E questo è chiaramente un segno della fine dei tempi).
Share the popò
17 aprPiermario Morosini che si accascia in campo e muore. Hillary Clinton che si alza dalla sedia e vive. Ho colleghi molto strani, io. Gente che si accanisce sui drammi altrui mandando in onda a ripetizione, come un disco rotto, gli istanti in cui la vita di un giovane calciatore se ne va senza avvisare. Come se la presenza di un prato verde e rettangolare giustificasse qualsiasi tipo di moviola. Anche quella della morte. La signora con la falce era in fuorigioco, cazzo, ma quel cornuto di un arbitro ha convalidato lo stesso il gol. Ti aspettiamo fuori, bastardo.
Dicevo dei miei colleghi. Scribacchini muniti di fot(t)ocamere, convinti che i balli alcolici di un’autorità morigerata e composta come la moglie di un certo ex-presidente americano (quello che ben conosceva labbra e lingua della donnina che sta sulla mia maglietta) debbano fare per forza notizia. Come se non fosse umana pure lei. Come se l’abito gessato che indossa pure per fare popò dovesse avere (in)gessato anche la sua anima, e allora se per una volta muove un po’ il culo in barba all’etilometro (che poi il culo mica guida, al massimo gli serve per fare la popò col gessato) deve finire assolutamente su tutti i giornali. E’ che poi se ne parla uno ne devono parlare tutti, sennò sai che figura. Share the shit, baby. Share the popò.

Io non sono nessuno. Sono soltanto un povero freelance. Professionista, sì, ma solo per una questione di tesserino. Di etichetta. Abbiamo tutti bisogno di un’etichetta. Anche i miei colleghi. E a loro gliela do io, l’etichetta. Anche se non sono nessuno, ma però sono bravo a etichettare. Anche se non si dice. Sono bravo, sì. Me l’ha insegnato mia nonna.
Giornalisti?
No.
Giornalai?
Nemmeno.
Giornalettari.
Ecco. Sì. E oggi sono buono.
Sega Nord
6 aprAllora è vero, i Maya stanno arrivando. Si sono soltanto fermati al primo autogrill padano per cambiare l’acqua al Trota.
Prosit.
P.S.: Credo che per un po’ terrò lo sfondo verde. Ormai Bossi si è dimesso, e non penso che Hulk si offenderà. O almeno spero. Quello lì sì che ce l’ha duro.
Ops, mi si è allagato l’allegato!
28 marA galla ci sono cose strane. Le vedo andare di qua e di là, vittime di onde che ondeggiano perché sono onde, e quindi o ondeggiano o niente. Guardo meglio. Sembrano pezzi di carta con sopra qualcosa di scritto. No. E’ qualcosa di scritto, ma senza pezzi di carta sotto. Non capisco. D’altronde questo è un mare strano. L’acqua è un cocktail bizzarro di numeri microscopici. Un pescatore che sta poco più in là mi ha detto che senza accorgercene siamo passati dall’accadueò al bit. Così, con una mareggiata. Torno a guardare le scritte che galleggiano, che vanno di qua e di là, vittime di onde che ondeggiano perché sono onde, e quindi o ondeggiano o niente. Mi decido. Metto un retino nella Rete. Pesca grossa in quel di internet. Raccolgo. Osservo. Rifletto. Comprendo.
La dura vita del “direttore”. Ecco dov’erano finiti gli allegati con gli articoli che dovevano mandarmi giorni fa. Avevo ricevuto soltanto mail vuote con su scritto cose prive di punteggiatura, proprio io che sono il fondatore della setta delle virgole sagaci (ve la spiegherò). “Come ti sembra ciao KronaKus”. Sì, cari colleghi, “ciao KronaKus” è scritto benissimo, ma non posso dare un giudizio su qualcosa che non c’è. Dove diavolo sono i pezzi? Vi s’è allagato l’allegato per strada?! Fortuna il retino nella Rete.
Arivojo Steve Jobs.
Ora (il)legale
24 marSono giorni di rara intensità. Al tempo dei lavori latitanti trovo tanti lavori e da tutti i lati. Detta così sembra che mi sia mangiato gli impiegati del centro per l’impiego, ma son magrucci, loro, perciò credo che passerò. La verità è che ho tanto da fare, tantissimo, ma succede soltanto due volte al mese. E tutto insieme. Tipo adesso. Poco male. Mai lamentarsi del grasso che cola. Peccato non sia il mio. Avrei bisogno di tornare in palestra, ma sono indisposto come una signorina. E’ da una settimana che m’imbottisco di antibiotici e cortisone per una presunta otite. E ho una testa tale che mi sembra di essere su Narnia.
Mi han detto che stanotte torna l’ora legale, e io vi giuro che non ne sapevo nulla. Mi han fatto notare che è scritto dappertutto. Ma io ultimamente ho tempo soltanto per rileggere le cose scritte da me, per metter loro il vestitino buono prima della consegna. E di certo non ho scritto pezzi su lancette che si spostano in avanti e ore notturne rubate a tradimento. Fanculo, stanotte si dorme di meno. A me non sembra una cosa poi tanto legale.
Come in una mela marcia
22 marHo letto questo e poi ho commentato. A me a una cert’ora si aprono le acque.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
E’ in corso un cambiamento più grande di noi, ma sta a noi dimostrare di non essere troppo piccoli per cavalcarlo. Il futuro non è di carta, anche se la carta, ritengo, è e resterà immortale. Ma come giustamente viene sottolineato sta cambiando il suo ruolo. Bene. Parliamo però di occasioni. Parliamo di possibilità. Parliamo di porte che si potrebbero aprire, non di quelle ancora aperte ma che rischiano di chiudersi. Il domani di questo mestieraccio sta in Rete, e noi dobbiamo essere i pesci in grado di restare a galla, ma soprattutto di seguire l’onda e di trarre beneficio da questa (non più tanto) nuova corrente. Si va per tentativi, ma soprattutto si va a tentoni. Non importa. Bisogna inventare e inventarsi. Osare senza dosare. Nuotare, nuotare, nuotare. Continuare senza abboccare agli ami sbagliati. Buonanotte.
Toh, un verme.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Devo smetterla di scrivere per metafore
9 marDi recente ho scritto un pezzo che vuoi o non vuoi strizza l’occhio all’astronomia. Mi sono ritrovato a raccontare di stelle e di pianeti, ma soprattutto di come le cose che succedono lassù condizionino le nostre vite quaggiù. Ma non volevo essere banale. Non volevo dire tutto in modo troppo semplice. Così ho cercato soluzioni di fantasia. Ho sfogliato il mio vocabolario mentale per elaborare un giro di parole che desse l’idea di qualcosa di vitale e imprevedibile che accade sopra le nostre teste. Poi ho inviato l’articolo. Sono passati dei giorni, e ormai credevo fosse tutto tranquillo. Balle.
——————————————————————————————————————-
KronaKus, mi spieghi cosa cazzo sono i “singhiozzi del cosmo”?!?!?!?!
Firmato,
Insu Lina (se non ti ricordi chi sono clicca qui)
——————————————————————————————————————-
La solitudine dei primi (2)
7 marCiao, stronzi sottopagati.
A seguito di molti comportamenti scorretti che nel mese di febbraio hanno reso difficile la gestione del sito, da oggi il tempo disponibile per la consegna degli articoli si riduce a due misere ore. Questo considerando che un cazzo di copia-incolla non dovrebbe richiedere più di un’ora di tempo. Sono in molti, infatti, i piccoli bastardi tra di voi che prenotano la mattina prestissimo e poi consegnano quasi allo scadere. Per non parlare di chi prenota e non consegna affatto. Feccia umana, dico io.
Si tratta di una mancanza di rispetto sia nei confronti di noi della redazione, che ci ritroviamo a fare i salti mortali per coprire gli slot disponibili, sia degli altri patetici collaboratori come voi. In un periodo dove le risorse sono state tagliate, prenotare e non consegnare – o farlo dopo i termini – significa togliere la possibilità di scrivere ad altri scribacchini smaniosi di portare a casa tre euro (lordi) per ogni pezzo consegnato. Dico io, cosa cazzo volete di più? Le ferie pagate? I buoni-pasto? La zoccola gratis davanti al portone di casa?!
Dall’alto del mio luccicante trono di redattore presumibilmente stipendiato mi riservo la possibilità di rispedire al mittente prenotazioni da parte di parassiti che non hanno mai dimostrato sufficiente impegno in quella certa sezione, non rispettando le regole di stesura né quelle di lunghezza dei contenuti.
Infine vi segnalo che la deadline massima per la pubblicazione sono le 21 di ogni giorno, quindi cercate di consegnare tutto entro le 19 30, massimo le 20. Non posso rimanere al lavoro ogni santo giorno fino alle 22 per colpa delle vostre fregnacce.
La domanda, poi, sorge spontanea (sì, mi manda Lubrano, e pure un po’ il demonio). In tutto sono circa dieci o dodici articoli al giorno. Possibile che non si riesca a preparare per tempo un numero così esiguo di contenuti, per giunta copiati da altri siti? E dire che soltanto due mesi fa se ne pubblicavano il doppio.
Andate a fare in culo.
Firmato,
Il Primo con la solitudine
Meglio mai che tardi
1 marEra una notte buia (anche per forza) e non tempestosa. La neve era già concime liquido per le piante, e la pioggia non scendeva mica copiosa come fosse spread. Ero reduce da una due-giorni clamorosa. Mia nonna che ci ha lasciato, il lavoro che mi è piovuto addosso venendo giù in picchiata (lui sì come lo spread), e poi le solite montagne russe del cuore. Ero spossato, spolpato. Ero ridotto a una purea di KronaKus, quella che si dà agli aspiranti cronisti ancora in fasce per farli crescere sani e pigri.
Erano le 3 45, ovviamente della notte. Avevo scritto pezzi, ne avevo sistemato altri, mi ero concesso pure una discreta pausa dopo la quale avevo scritto un articolo di quelli da tre euro lordi. Così, giusto per levarmi il dente. Ma i denti non fanno male quando te li levi. E’ quando te li lavi che succede il finimondo. Avevo impugnato lo spazzolino. Stavo oscillando con la mano. Su e giù, su e giù. A passo di lumaca zoppa con una villetta a schiera al posto del guscio. Su e giù, su e giù, con una gran flemma. Sembravo una zoccola a fine servizio. Poi mi sono tolto le lenti a contatto, anche se con gli occhi chiusi, confesso, ho fatto un po’ di fatica. Ma all’improvviso li ho spalancati. Mi sono guardato allo specchio. Giusto il tempo di notare le occhiaie scese ad altezza capezzoli, poi mi sono messo le mani sui capelli (non sui capezzoli). Se ne stavano fermi lì (sia i capelli che i capezzoli). Uno di qua e uno di là (sì, anche i capezzoli, ma sto parlando dei capelli), ma comunque c’erano. Anche se per via di quel pensiero fulminante ho rischiato di perderli in un battibaleno. I capelli.
Ricordarsi alle 3 45 della notte di avere un articolo urgente da sistemare per la mattina dopo è un colpo che non auguro a nessuno.
Rossella Urru, la farfalla che non vola più
29 feb
E’ bella pure lei, ma non avendo libellule incastrate nel pube non se la fila nessuno. Vorrei davvero che Rossella diventasse la nuova Belen. Questa libellula è rimasta incastrata nel pube algerino. E’ successo quattro mesi fa. E’ caduta in un brutto retino, ma nessuno ha mosso un dito per lei. Tutti presi con altre farfalle, di quelle che solleticano, che provocano dolci pruriti.
Guardatela bene. E’ bella pure lei, anche se non scende dalla scalinata dell’Ariston con uno spacco sub-ascellare. Eppure a Sanremo c’è finita lo stesso, grazie a una comica che sa far ridere ma pure riflettere. Sotto i riflettori c’è tornata anche grazie all’uomo che meglio di tutti sa bucare lo schermo, e che per questo sa anche ricucirlo laddove lui buca la notizia. Geppi e Fiorello hanno contribuito a fare di questo 29 febbraio un giorno davvero speciale. Non perché bisestile, non perché Gioacchino Rossini può festeggiare di nuovo il suo compleanno (come ci ricorda anche Google), ma perché il web ha preso la parola, ha urlato contro gli altri media, ha attirato l’attenzione che ci voleva e come ci voleva. E pure i tiggì hanno rivolto lo sguardo verso altre farfalle.
Oggi è il Rossella Urru Blogging Day. Oggi la tv smette di dormire, almeno per un po’. Oggi non ci parleranno soltanto dei baci con la lingua tra Capitan Schettino e la non-badante che si faceva in nome di una strana Concordia. Per ventiquatt’ore il tubo catodico si ricorderà del ruolo che può ancora giocare. Perché non ci sono soltanto le liberalizzazioni in arrivo, ma anche le liberazioni che non arrivano.
Clicca qui per saperne di più. Saperne di meno non ti servirebbe a niente.
Nella notte dei tre euro al pezzo
8 febNella notte dei tre euro al pezzo senti che il tuo tempo è come un pc del ’98. Svalutato.
Nella notte dei tre euro al pezzo senti che il tuo lavoro ha lo stesso rango di un hobby generoso. Ti appaga, forse ti paga. Ma con molta timidezza.
Nella notte dei tre euro al pezzo ti sembra di fare il fornaio, e almeno questa è una bellissima sensazione. Ti pare di sfornare delle pizze farcite da far invidia alla migliore delle pale da forno della città. Sono lì, pronte da vendere. Tre euro al pezzo.
Nella notte dei tre euro al pezzo senti un freddo che più freddo non si può, e ti viene voglia di vendere la neve agli eschimesi. Avrebbe comunque più senso di questo scribacchiare sottopagato, e quantomeno potresti approfittarne per riaccompagnare a casa il pinguino che si è stabilito nel tuo salotto ormai da giorni.
Nella notte dei tre euro al pezzo ne fai tre. E fanno nove verdoni. Ma poi pensi che in realtà sono diciotto, perché nove ne hai guadagnati, ma altrettanti ne hai risparmiati stando di fronte a un computer, evitando di sprecare le tue lancette andando al cinema con un amico e poi facendoti una birra (piccola, che sennò chi la paga?!).
Nella notte dei tre euro al pezzo ritrovi il gusto di leggere, perché appena finito hai la testa che ancora fuma, ed è recettiva come uno Spongebob un po’ meno scemo. Il gusto di scrivere invece è già uscito di casa, nudo e con solo tre euro lordi in tasca. In cerca di un nuovo perché, da trovare chissà dove.
La solitudine dei primi
2 febUn tempo c’erano i pacchi bomba. Erano improvvisi e, soprattutto, molto molto pericolosi. Oggi le poste si sono trasformate in sottospecie di banche, e chi scrive a qualcuno lo fa quasi sempre in bit. E’ l’epoca delle missive virtuali. Il tempo delle mail bomba.
Le mie non sono poi tanto improvvise, anzi, ormai me le aspetto proprio. Pericolose invece lo sono, soprattutto per i nervi. L’assurdità di certe parole mi rimbomba dentro, e mi ricorda come io sia nato nell’epoca sbagliata. Una in cui chi lavora non viene pagato né in denaro né in rispetto. Ci sono testate da prendere a testate, che ti danno tre euro al pezzo (lordi, s’intende) e pretendono l’inverosimile. Oltre il danno, la beffa. I redattori ti scrivono in casella, a te come a tutti gli altri collaboratori, per ricordarti quanto sei idiota. E per dimostrarti quanto lo sono soprattutto loro.
Scrivi. Impagini. Tagli le foto e le carichi nel server. Titoli. Fai i sommari. Metti le didascalie. Controlli se hai rispettato le regole SEO. Ti accorgi che qualcosa non va. Riscrivi. Reimpagini. Tagli le foto e poi passi alle vene. Fai tutto questo e ti accorgi che è già passata più di un’ora. Ma la consapevolezza che fa più male è quella di aver sprecato tutto questo tempo per una cifra che ti ripagherà sì e no della corrente consumata, delle suole logorate sbattendo i piedi dal nervoso e dell’usura dei polpastrelli. Tic tic tic. Mai visto un simile spreco di cellule morte su una tastiera.
Poi ti rilassi. E’ notte, perciò ti rilassi. E’ un tuo diritto rilassarti almeno la notte. Prima di addormentarti, però, controlli le mail. Ormai è una prassi consolidata. Dare un’occhiata alla posta è spesso l’ultima cosa che fai ogni giorno, ma anche la prima del dì che segue. E trovi lei, la mail bomba del solito redattore, lui e lui soltanto, che quasi ogni notte tedia tutti i collaboratori con rimproveri e minacce neanche tanto velate. Avvertimenti, moniti, ultimatum. Io non so esattamente con che capre abbia a che fare, ma di certo lui è il pastore più rompicoglioni che abbia mai visto. E’ il primo tra noi poveri coglioni, nel senso che è il capo (sigh!), uno dei nostri superiori prima della direzione. Un dispensatore di accuse rivolte a chi percepisce soltanto tre euro a botta e non ne percepisce il motivo. Me lo immagino davanti al suo schermo, alle tre della notte, a fare un lavoro per cui forse è pure stipendiato (oh, quale privilegio!). Luce blu che si riflette sulle gote scavate, e due occhi tanto tanto spenti. Ma la solitudine dei primi ti porta a dare i numeri. Ti controlli le tasche, e le vedi vuote. L’unica cosa piena è una casella di posta virtuale colma di improbabili accuse rivolte a un gregge legittimamente demotivato. Istruzioni per l’uso che sarebbero pure sensate, se non fossero condite con litri e litri di piccantissima arroganza. E ti vien voglia di rispedire la mail bomba al mittente, sperando che esploda non appena arrivata a destinazione.
Rosso relativo
29 dicGhiro ripieno. No, non è il mio menu di Capodanno, ma l’attacco, l’incipit, della mia biografia più recente. Sono fermo, tranquillo, come un semaforo. Ora c’è il rosso. Perciò sono fermo, sì. Ma non con la mente, che quella ferma non lo è mai. Con il corpo resto in panciolle. Aspetto. Temporeggio. Ho il sonno facile. Mangio come un porco. Un ghiro ripieno, sì.
Oggi una prima sveglia. Mi è arrivata una lettera dall’esimio Ordine regionale. Non me l’hanno spedita per farmi gli auguri. Dentro non c’erano biglietti rossi vestiti a festa, ma moniti per mandare un po’ più in rosso il mio conto bancario. E io sto fermo. Resto in panciolle, sì, ma non con la mente. Che quella, no, non è ferma mai. Penso e ripenso al senso di tutto questo. E non lo trovo. So che qualcosa è cambiato. Monti ha smosso mari e suoi omonimi. Gli Ordini non sono più gli stessi. Credo. Mi era giunta voce che quello dei giornalisti non abbia più nemmeno il potere di sanzionare i suoi iscritti in caso di comportamento inadeguato (passatemi l’eufemismo). Non ne sono sicuro, eh. Un ghiro ripieno resta fedele a se stesso, bloccato nel suo torpore finto-festivo. S’ingozza ma non si schioda. E, paradosso dei paradossi, nemmeno s’informa. Nemmeno se informa di professione. Nemmeno se certe cose lo toccano da vicino.
Ammetto le mie inadempienze (perdonatemi il parolone, prometto di non usarne più fino al prossim’anno), ma l’aumento della quota annuale richiesta all’Ordine mi sa comunque una forzatura. Anche se non so bene come stanno le cose. A volte sento di aver sprecato più di due anni e mezzo della mia vita a rincorrere un tesserino in pelle di stagista che finora ha avuto l’unico merito di farmi entrare a scrocco a una mostra di Hiroshige e al Romics del 2010. Il resto è nebbia, e tanta tanta noia. Io che non mi annoio mai, perché ho la mente che non si ferma mai. Ma vedo male. Vedo rosso. E allora sto fermo, tranquillo, come un semaforo. Resto un ghiro ripieno. Che se mi risveglio toro son falli Fernet.
Monster tax
24 nov
Le nonne sono quelle dei vecchi rimedi. Quelle delle minestre che curano ogni male, e che van bene pure se riscaldate. Quelle che sanno tutto perché la vita se la portano in spalla. Zainetto di rughe, bagaglio di esperienze.
Prendiamo la mia. L’Europa sprofonda nella crisi, il resto del mondo pure. Questa palla azzurrognola è piena di furbi e di lacché, di volpi e di cani. Ma per questa folle terra di Spread & Toby mia nonna ha trovato la soluzione a ogni problema. Il professor Monti è premier da un battito di ciglia, e già pensa di salvare la baracca ripristinando l’Ici, ripescandola dal cimitero delle imposte defunte come uno stregone evoca i morti dall’oltretomba. Per non parlare della tassa sul cane, pettegolezzo che spero rimanga soltanto tale. Non so Spread, ma Toby potrebbe prenderla davvero male.
Mia nonna. Mia nonna, invece. Mia nonna sì che saprebbe come fare.
Lunedì pomeriggio ero a casa sua. Su RaiUno andava in onda La vita in diretta, il programma-truffa più spudorato della tv. Perché quella è tutto tranne che vita. E meno male. Si scimmiotta il giornalismo facendo il lifting ai tormentoni giudiziari e di costume del momento, roba trita e ritrita. Scazzi sulla povera Sarah, e la povera Melania, “rea” di una morte così triste e prematura da dover morire ogni due o tre settimane, sacrificata sull’altare pietoso e impietoso dello share. Questo sensazionalismo non è per niente sensazionale, e mi lascia sensazioni che non vorrei avere. Poi all’improvviso tutto si ferma. La macchina del sangue si prende una pausa, e per qualche minuto lascia spazio a quel canotto biondo che va in giro dicendo di chiamarsi Ivana Spagna. Ed è una giostra che va, questa vita che non si ferma mai. Ma questo non significa che verso fine corsa ci si debba trasformare in delle bambole gonfiabili che fanno comparsate in tv per non sentirsi sgonfie dentro.
Tanto è bastato per suggerire a mia nonna la migliore delle soluzioni anti-crisi: una tassa per la mostruosità a carico di chi si sforma per via chirurgica pensando di rallentare le lancette dell’esistenza. Una specie di monster tax, diciamo.
Abbiamo passato il pomeriggio davanti a quel piccolo schermo. Mia nonna ha criticato qualunque persona, cosa o animale abbia avuto il coraggio di passare di fronte alle telecamere, ma senza mai osare prendere il telecomando e regalarsi un po’ di quiete decidendo di spegnere. Tutto normale. E’ pur sempre la mamma di Mister Paradosso.
Ei fu
12 novDopo aver sfigurato il povero Giacomo avrei voluto fare la parodia di un’altra famosa poesia. Ma dopo le prime due parole ho avuto il blocco dello scrittore. Avevo già detto tutto. Quando si dice il dono della sintesi.

E non fare quella faccia, su.
A Silvio
9 novSpesso mi danno dell’animalista. Ma prima di parlare leggete qui, e poi guardate come vi riduco i Leopardi.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Silvio, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale (perché anche tu ne hai avuta una),
quando beltà splendea (???)
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieto e penoso, col botulino il limitare
di gioventù salivi?
Sonavan le quiete stanze, e le maree d’intorno,
al tuo perpetuo canto fuor di cella
in compagnia del tuo compare, il messer Apicella,
allor che all’opre presidenziali intento
sedevi, assai contento
per quel vago trombar che in mente avevi.
Era il passero odoroso: e tu solevi
così menarti tutto il giorno la cappella.
Io avevo gli studi assai poco leggiadri per diventare giornalista
talor lasciando le sudate carte,
ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte.
D’in su i vergoni del vicin bordello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
e al suon del tuo uccello
che percorrea la cavernosa mela.
Miravi al cul sereno, alle vie dorate e agli “orti”,
e quinci entrasti nel mar di lei da lungo, e quindi passasti al monte.
Lingua mortal non dice: quel che tu sentivi era il seno.
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvio mio!
Quale allor ti apparia
la gnocca umana e il fato dei potenti!
Quando sovvenisti (sovvenisti?!) di cotanto sperma,
effetti a Ruby feci
così acerbi e sconsolati,
e poi tu tornasti a doler per la tua sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi a lui
quel che promettesti allor?
Perché non zittisci i magistrati e poi
non porti in fondo la sua legislatura?
Tu prima che l’erbe s’imbianchi per l’inverno,
da nemico voto combattuto e vinto,
perisci, o tenerello.
E non vedrai il fior degli anni tuoi;
seduto al Quirinale per l’ultimo saluto
e non per la dolce lode,
le negre chiome della Arcore di notte,
or gli sguardi innamorati e schivi;
ma sappi che nemmeno le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore, bensì di soldi a suon di botte.
Anche perirà fra poco la speranza tua dolce:
qualche giorno per la legge di stabilità
e poi via giovinezza.
Ahi come, come passato sei,
caro compagno (senza offesa, eh) dell’Italia tua nova,
lacrimata speme tua e di tutti i piduisti!
Questo è il mondo? Questi i diletti, l’amor,
l’opre dei traditor,
gli eventi, onde cotanto ragionasti
insieme ai massoni amici?
Questa la dolce sorte delle italiche genti?
All’apparir del vero (così bello che non ci si crede)
tu, misero (parliamone), cadesti:
noi con la mano a un sol dito ti salutiamo,
e i freddi sfinteri ignudi ti mostreremo da lontano.
Si prega di spostare questo post entro 90 minuti
7 novMa va in pensio’, ridicolo!!. Quando comincia il Tg4 mio padre diventa proprio un impertinente. E chissà cosa dirà della multa che ho appena preso (mio padre, non Emilio Fede), di un importo pari a tredici articoli scritti per il portale spilorcio (e vi assicuro che è davvero una multina mignon, ma a colpi di 3 euro al pezzo si fa presto ad andar su di numero..). Spero che Mister Paradosso capisca, che il mio genitore maschio riesca ad accettare la mia versione dei fatti. E’ che io pensavo che il disco orario fosse un vinile con le lancette. Ma non ho fatto in tempo a raggiungere l’ultimo negozio di musica del centro, l’ultimo prima dell’inevitabile estinzione, che già i vigili erano passati a fare il punto della mia Punto e del mio parcheggio birichino. Gliele suonerei io, a quelli, altroché dischi e vinili. Ho una gran voglia di andare lì in caserma. Una bella vendetta e l’animo si alleggerisce. Metterei su un cd e glielo farei ascoltare tutto, dall’inizio alla fine. Un disco degli Zero Assoluto, una band di cui apprezzo tanto l’onestà. Non è da tutti darsi un nome che avverta dell’effettivo valore di quello si sta per ascoltare. Un po’ come quel ragazzaccio di 50 Cent, insomma. Poi c’è quella barbosa della Mannoia, e quell’altro che per ascoltarlo è meglio battere il Ferro finché è caldo. Insomma c’è musica e musica. Mica come i vigili. Quelli son capaci di suonare giusto un fischietto da arbitro in cassa integrazione.
Doppio binario
28 ottHo due piedi infilati in altrettante staffe. Una mi rispetta come uomo e come lavoratore, l’altra soltanto come uomo. Scrivo contemporaneamente per un periodico onesto e per un sito d’informazione che invece è senza portafoglio come il più inutile dei ministeri. Sullo sfondo riviste morte sul nascere e altre di futuro concepimento. Vuoi o non vuoi, la mamma dell’editoria è sempre incinta. Poi il quotidiano dei miei sogni, quello con cui collaboro da un anno, ma che da mesi rifiuta le mie proposte facendole annegare nel silenzio. E che, soprattutto, sembra non avere nemmeno un portamonete di pezza.
Ma oggi le cose sono cambiate. Lavoro, e in questo mondo di crisi perenne (al quadrato) è già roba da Lourdes. La gente per cui scrivo non è tutta uguale. In questo mondo ci sono pesi e misure differenti per trattare chi ha da offrire le proprie parole. Vivo dentro un solo treno, ma dal doppio binario. E vado avanti. L’importante è non deragliare.
Nuova ossessione
21 ottGuardo il calendario e ancora non ci credo. Non è possibile. No, non è proprio possibile. Credo nel cambiamento, ed è per questo che tre anni fa ho falsificato i documenti per fingermi statunitense e dare il mio voto a Obama (oggi con quelle stesse carte ci gioco a scopa, almeno saranno servite a qualcosa). Ma a una transizione così rapida non riesco a dare credito, non posso riporre in tutto questo la mia preziosa fiducia (non sono mica un parlamentare all’acqua di rose, io). E’ assurdo come la mia vita abbia cambiato faccia con tutta questa fretta. Eppure è così. A meno che non abbia le visioni, cosa che tenderei a non escludere.
E’ notte fonda, e io ho appena finito di scrivere il mio pezzo per domani. Cercate di capirmi, devo pur finanziarmi il mio cornetto con cappuccino, o il nuovo numero de Il Male di Vauro e Vincino (che costa più di quanto guadagno a ogni articolo scritto per quel famoso portale femminile, appunto perché sono tre euro lordi e non netti). Devo pur accumulare qualche centesimo (dire “euro” sarebbe eccessivo e fuorviante). Perciò, sì, ho scritto fino a poco fa. Anche se sono quasi le tre e mio padre si sta facendo il penultimo sonno della notte (il primo se l’è fatto subito dopo le estrazioni del lotto). E fin qui tutto normale. Io che scrivo la notte è pura routine. La novità sta nel contesto, nei discorsi che mi vengono fatti. Nel bianco diventato nero e nel nero diventato bianco. Rispetto a prima posso dire di vedere la mia vita al negativo. Anche se credo che il negativo, in fondo, fosse quello di prima.
Mia madre mi ha dato la buonanotte mentre mi stavo preparando una tisana con dentro strane erbe che mi hanno promesso di farmi passare questa tosse maledetta. Parola di pusher. Bene. Magari sarà per via di quei fumi che ho sentito quello che ho sentito, che ho captato che l’aria è già cambiata, così tanto e così velocemente. La mia genitrice è preoccupata per me. Mi vede sempre davanti allo schermo, a battere tasti come un ossesso. Mi vede lavorare, e mi ha praticamente detto che così è troppo. Proprio lei che fino a un mese fa non faceva che ripetermi che era arrivata l’ora di concretizzare. Che questa casa non è un albergo, bene che vada un bed & breakfast a una stella. E pure cadente (la stella, non il bed & breakfast). Oggi invece mi ha puntualizzato che non esco più (andrei volentieri a correre, ma tra tosse e meteo schizofrenico preferisco non rischiare), e che parlo sempre del portale femminile per cui scrivo. Oh cribbio, mi sarò mica innamorata?!
Saranno i tre euro lordi al pezzo ad avermi sedotto. Gli stessi tre euro lordi che hanno spinto mia madre a dirmi che forse non ne vale la pena, e che tutto questo impegno non viene ripagato come dovrebbe. Non posso darle torto. Il punto è che tra articoli da fare, blog da aggiornare, curriculum da spedire e candidature da presentare mi ritrovo sempre qui davanti, a pomiciare spassionatamente con il mio diciassette pollici (miracoli della cibernetica!). Io di pollici ne ho soltanto quattro (due dei quali sigillati dentro calzini termoriscaldati per via dei miei piedi perennemente a temperatura polaretto), e di cervello appena uno. Pure lui al lordo (delle mie tare). Ma mia madre è stata netta. Secondo lei dovrei staccare un po’ la spina. Io però non sono mai stato bravo a capare il pesce, e poi ho troppa paura di prendere la scossa. Temo di subire uno shock che mi svegli dal torpore di questa iperattività poco cosciente. Che mi capiti qualcosa che mi faccia capire che sto perdendo l’unico grande tesoro che ho davvero. Il mio amato, preziosissimo tempo.
Sdoppiamento di personalità
19 ottIo ne sono certo, ci metterei la mano sul fuoco: i soldi non danno alla testa. I miei primi quattrini sono arrivati grazie a questo blog, sono arrivati grazie a KronaKus. Appena lo vedo mi devo ricordare di ringraziarlo.
E già mi chiamano KronaKina
13 ottSono andato in cucina con un’intenzione ben precisa, e credo s’intuisse anche dal mio modo di muovermi. In mano avevo l’arma del delitto. Ormai era arrivato il momento di mettere i dovuti paletti. Mamma – le ho detto appena arrivato – scusa ma io queste qua non le indosserò mai! A quel punto ho tirato fuori l’oggetto che mi aveva fatto scattare la molla, l’indumento che avevo trovato tra la mia roba, in mezzo alle mie mutande. Nientemeno che un paio delle sue. Sì, le sue mutande. Stavo cercando un cambio per il dopo-doccia, e al tatto ho capito subito che qualcosa non tornava. Erano slip da donna, neri, con sopra tutti quei ricamini complicati che soltanto loro potrebbero comprendere, finite lì per sbaglio dopo aver stirato i portaculo di tutta la famiglia. Dal canto mio avevo compreso un’altra cosa, e tutt’altro che complicata: qualcuno stava mettendo in atto un complotto contro di me.
Da giorni stavo ricevendo mail piuttosto strane. Ogni volta che mi si rivolgeva direttamente, il mittente, sempre lo stesso, mi parlava come fossi una donna (e no, non mi stava dando del lei). Mi diceva cose come Sei la benvenuta!, Adesso che sei diventata nostra collaboratrice…, e io non riuscivo a capire il perché. Anzi sì, lo capivo. E’ che mi sono proposto a un portale femminile. No, niente bunga bunga virtuale. Stavo semplicemente cercando lavoro. E mi hanno preso. Incredibile, sì, mi hanno preso. Per annunciarmelo e per mettere sul piatto tutti i dettagli della cosa, io e la direttrice ci siamo scritti più e più volte. E ogni sua risposta conteneva almeno una parola accordata al femminile. Alla fine ho capito che si trattava di “lettere” preimpostate, preparate appositamente per comunicare con le aspiranti croniste in cerca di fortuna. Immagino di essere uno dei pochi uomini (uomini?!) ad aver osato appoggiare la propria penna (ho detto “penna”) su un sito per donne. O magari no. La cosa certa è che parlare con la direttrice è stato un po’ come conversare con un automa, con uno stronzissimo robottino che non è capace di distinguere il culo di un uomo da quello di una donna.
E a quanto pare nemmeno mia madre.
Ma poi la storia delle mutande mi ha spinto a mettere i paletti (!!!), chiaro segnale di virilità anche solo da un punto di vista semantico. Ci siamo fatti quattro risate. Io, i miei genitori, la mia ragazza, i miei amici. E già mi chiamano KronaKina.
Due giorni fa mi sono preoccupato sul serio. Mio padre mi ha chiesto di accompagnarlo in un negozio di abbigliamento a comprare una maglia per il suo amico del bar che stava per compiere gli anni (l’amico, non il bar). Fin qui tutto bene, non fosse che di solito odio fare queste cose, detesto andare in quei posti. Ma stavolta no. Stavolta mi sono fatto prendere da un’anomala smania di shopping, e ho risposto di sì quasi con entusiasmo. Ma per fortuna al secondo paio di pantaloni che provavo ho sentito i miei testicoli triturarsi come al loro solito dentro quel fottutissimo camerino (scusate, faccio il volgare per sembrare più uomo). Per noia e per insofferenza, e non per colpa di una lampo incastrata proprio lì dove fa più male (ma comunque i ricamini complicati avrebbero attuttito il dolore). L’importante è che non sono tornato a casa con una sottana nuova. Quella la passo a prendere domani. L’altro giorno la mia taglia era finita.
Molla l’osso, Mister Paradosso!
8 ottIo lo so che un gratta e vinci vincente (che se così non fosse dovrebbe chiamarsi “gratta e perdi”) può cambiarti la giornata, e allora senti il bisogno di dirlo subito a qualcuno, di raccontare il tuo successo temporaneo. Anche solo per venti euro. Sì, una sfoglia da venti e ti senti già di tutta un’altra pasta. Che come dice Quelo c’è grossa crisi, e allora prendiamo tutto quel che c’è da prendere. Vuoi mettere, poi, il gusto della sfida contro lo sorte, contro una dea bendata a cui a volte ti verrebbe da gridare: Ma perché cazzo non te la togli quella cosa dagli occhi? Non sei mica la figlia di Capitan Uncino!
E poi lo so che ci sono quei piccoli grandi casi che ti fanno sentire vivo, quelle notizie che fino all’ultimo non sai mai se sono rumori di corridoio o spifferi provenienti da finestre che è meglio spalancare tanto è grossa la cazzata. E’ che l’idea che Kobe Bryant possa venire a giocare in Italia stuzzica la curiosità di molti. E’ come se Madonna venisse a fare un concerto a San Siro con quei Teletubbies mancati dei Cugini di campagna. Il basket italico è in fermento per via di questa (a mio avviso lontana) possibilità, e mio padre pure, anche se nega e non capisco bene il perché. Tant’è che mi racconta ogni cosa, ogni pettegolezzo che passa per i suoi quotidiani diventa di mio dominio. E me li riferisce tutti con entusiasmo, come un Signorini che intervista Piersilvio, tanto per rimanere in famiglia. Ecco, ormai Kobe Bryant è diventato per me una sorta di fratello. So che è stato qui da noi (in Italia, non a casa nostra), che ha rilasciato interviste anche al giornalino della parrocchia, che ha rievocato la sua infanzia con aneddoti dolci (anche per forza) come quello del gelato mangiato a Reggio Emilia tanti anni fa. Ecco, io so tutto. Ed è tutto merito di mio padre.
Mister Paradosso è il mio informatore personale. Sono un aspirante cronista, mastico news ma sono spesso di seconda mano. La prima è quella di mio padre. Sì, proprio lui, Mister Paradosso. L’uomo che non è mai contento, ma d’altronde dev’essere una sorta di vizietto paterno (oltre il lotto, il superenalotto e il calcioscommesse). L’uomo che dopo pranzo è tutto contento del tuo probabile contrattino con una rivista femminile (!!!), che tutto soddisfatto ti dice Allora ccc’hai mercato!, con la c trascinata a mo’ di rafforzativo, ma che a fine pomeriggio ha già qualcosa da ridire. Che poi io non vendo slip e calzettoni in piazza al sabato mattina, per me il mercato è niente più che un crocevia di bancarelle e di venditori di pesce falliti tanto hanno da strillare. Ma sì, la sua era sicuramente una manifestazione d’affetto, un essere fieri della propria progenie. Che poi sarei io. Gulp!
E allora, Mister babbo Paradosso, lasciami lavorare. Lo so che hai vinto venti euro, lo so che Kobe Bryant alla Virtus Bologna è il tormentone sportivo del momento. Ma per una volta che ho da fare, ti prego, molla l’osso. Mi entri in camera per parlare. Se trovi la porta chiusa a chiave t’improvissi Lupin e quasi me la scassini per dirmi del grattino vincente e del campione viaggiante. Io sorrido e ti faccio notare che sì, ultimamente hai proprio tanta voglia di parlare. E tu, proprio tu che durante l’estate sei arrivato a sfuriare per la mia indolenza da giornalista represso urlando come gli ambulanti di cui sopra, ora mi rispondi: No, sei te che sei sempre occupato!.
Mister Paradosso è proprio il classico papà, fiero ma mai contento. O magari sì, perché in fondo io lo guardo e capisco. Capisco che per lui i piccoli passi che sto muovendo negli ultimi tempi sono come i venti euro vinti al gratta e vinci. Possono cambiarti la giornata, e il successo temporaneo di tuo figlio resta sempre qualcosa da raccontare.
Questione di palle
5 ottSento come delle unghie su una lavagna. E’ un suono che a molti dà un gran fastidio. A me pure, ma riesco a sopportarlo meglio di altri. Artigli aguzzi come coltelli che grattano su grafite nerissima. Per alcuni un gran baccano, per me una variabile impazzita, un sintomo, la metafora di qualcosa che non va. Di qualcosa che stride. E in effetti è così. Sì.
Ieri ho passato la serata al pub con gli amici. Dovevo fare un favore a uno di loro, innamorato cotto di una sua collega. Io e un altro abbiamo acceso delle lanterne di carta, quelle che si usano in certe feste d’estate, quelle che s’involano e fanno luce per circa un minuto e mezzo per poi precipitare giù come rimasugli di satellite. Tutto questo a debita distanza, per non farci vedere, mentre i piccioncini si godevano un momento di pseudoromanticismo sulla sabbia gelida di un inizio ottobre che di giorno sa di fine estate e la notte sa di vigilia di Natale. Nell’attesa di andare in riva al mare ci siamo bevuti birra e vino (rigorosamente offerti dall’amico caduto vittima di quel serial killer legalizzato che prende il nome di Cupido), nella speranza di non star mettendo troppo a dura prova i nostri poveri fegati. Abbiamo aggiunto uno shortino poi ci siamo avventurati in spiaggia, schivando posti di blocco neanche fossimo gli Alberto Tomba dell’asfalto (mentre scrivo immagino mia madre che legge e strabuzza gli occhi… se nei prossimi giorni doveste vedere un giovincello per strada con un vecchio giornale sotto braccio offritegli pure del cibo: è probabile che sia io).
Tra una botta di cirrosi epatica e l’altra, prima di andare via dal pub mi sono trastullato un po’ con Facebook dal mio cellulare. In quel momento mi ha contattato la mia amica giornalista, Robomba Perdi, nientemeno che da Haiti. Mi ha raccontato del poco cibo a disposizione, delle bidonville attraversate da sola, e alla fine mi ha salutato dicendomi di dover rientrare in tenda prima dell’arrivo dei topi. Io stavo sorseggiando Brachetto in un pub pieno di coppiette arrapate, mentre lei stava schivando ratti haitiani con la faccia di Wyclef Jean. Io stavo raccontando al mio compagno di lanterna della paga più che dignitosa promessami dal periodico che mi ha voluto come collaboratore, mentre lei mi stava dicendo dei cento eurini presi per la sua ultima intervista in esclusiva, quella per la cui pubblicazione mi ero adoperato pure io.
Tra noi c’è un dislivello retributivo davvero notevole, ma soprattutto c’è una grande differenza tra i rischi che corre lei per cercare notizie sul posto e la morbida imbottitura della mia ormai proverbiale poltrona da direttore (di cosa, poi, non si è ancora capito). E gliel’ho detto, alla Robomba: Tu hai molte più palle di me. Lei ha ammesso che sì, per fare quello che fa ci vuole una buona dose d’incoscienza. E lo credo bene. Ma a me mamma-etilometro-premier-velina ha fornito una dose di razionalità sopra la media, tanto che a volte arrivo a uccidere certi miei slanci con le mie stesse mani. Una sorta di aborto dell’entusiasmo che mi fa tanta rabbia, e che mi fa venire voglia di uscire dal mio stesso corpo per infilarmi in quello di Jessica Alba. Cosa che farei volentieri a prescindere.
StorpiaKus
29 setL’onorevole Battistoni è online
L’onorevole Battistoni: ciao KronaPus, il giornalista infiammante..
KronaKus: ué, ué, bada a come parli!
L’onorevole Battistoni: ahah!
KronaKus: non fa ridere.
L’onorevole Battistoni: ..KronaTrousse, il giornalista truccante..
KronaKus: ..e KronaBus, il giornalista viandante? no?!
L’onorevole Battistoni: ..StrozzaKus, il giornalista che mi uccide..
KronaKus: se non la smetti è probabile.
L’onorevole Battistoni è offline (forse per asfissia, chissà)
Ciao genitori guardate come mi sto divertendo adesso
27 setMi ha guardato e mi ha sorriso. Mi ha anche augurato buon lavoro, ma questo forse me lo sono sognato io. So che qui è diventato tutto surreale. Direi quasi irreale. Io che mi metto a lavorare all’una di notte, e questo, ok, è più che normale. Io e il mio pc siamo vecchie belve che ululano nella notte (con immensa gioia del vicinato), e tutto questo di certo non fa notizia. La notizia è mia madre dalla porta della mia camera, che mentre sta per andare a dormire mi guarda e mi sorride. Ci scambiamo un buonanotte e un buon lavoro. Io che tutto soddisfatto le dico che adesso devo creare, lei che di nuovo sorridendo mi domanda come ci riesca (io a creare, non lei a sorridere), ché lei ha un’arteria pratica piena di globuli rossi e ben viaggianti, ma la vena creativa ce l’ha otturata dalla nascita.
E’ un quadretto notturno che mi sa tanto di fantascienza. Ma l’arcano è presto svelato. E’ che a casa mia comincia a propagarsi l’odore dei soldi. Soldi portati da me. L’aspirante cronista è alle prese con le sue prime ritenute d’acconto. Il denaro non tintinna ancora, ma per una volta le promesse di pagamento odorano di buono e non di bruciato. E questo cambia tutto.
Ora scusatemi ma devo andare. Ho appena finito di scrivere tre articoli (e un post, questo) al chiarore di una luna che mi sembra compiaciuta. Mi guardo, mi sorrido e mi auguro la buonanotte. E buon lavoro a chi si sveglia adesso e a chi poco ci manca. Tra cui mio padre, ormai prossimo alla sveglia. Difficile dire se la sua luna sarà altrettanto compiaciuta oppure storta. Nel dubbio vado a ululare sotto le coperte prima che il gallo canti rovinandomi la festa.
Amarcord blues
24 setRipenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quello che avevo definito il giornale dei sogni. L’avevo chiamato così perché si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose. Oggi credo ci si stia ancora bene, ci si senta ancora bene. Che si facciano ancora buone cose, invece, lo so per certo. Perché a volte li seguo, quei burloni, ma sempre a debita distanza. Con loro ho un contratto di collaborazione della durata di anno. E sta per scadere. Quell’anno è quasi finito. E io ripenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quel giornale dei sogni. Poi penso a oggi, e capisco che il sogno sarebbe piazzarci su un pezzo col mio nome. Farlo davvero. Sentire che c’è un mondo al di là di questo limbo avvilente. Percepire che appartengo ancora almeno un po’ a quel posto di carta in cui si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose.
Invece sto qui a rimuginare su quanto sia difficile farne parte, su quanto inserirsi con un proprio articolo corrisponda a un’impresa bella e buona. Ci vorrebbe un piccolo scoop personale, una notizia tascabile ma che faccia scalpore. Niente roba di seconda mano, che sennò rischi di passare per scemo. E a ragione. E’ da scemi pensare che un giornaletto, bello ma grosso quanto un chihuahua nano, possa pagare l’ultimo arrivato per notizie che un qualsiasi redattore stipendiato potrebbe trovare su Google per poi rimescolarle a piacimento. E’ altrettanto da scemi pensare di farsi largo con interviste in esclusiva a illustri figuri che lasciano scritto su Facebook il proprio numero di cellulare, e che quindi chiunque potrebbe contattare. I pochi soldi che girano sono destinati a loro, i redattori stipendiati (forse). I collaboratori vengono dopo (sempre forse), e nell’attesa non possono far altro che guardarsi intorno, all’eterna ricerca della sacra notizia. Per poi ritrovarsi con le mani vuote e con le tasche ancor di più. Ché quel poco che trovi lo capitalizzi con un grazie e po’ di soldi del Monopoli. E allora ti volti, ti volti un’altra volta. Ripensi al pieno di un anno fa e al vuoto di oggi. E ti riscopri a giocare a trova le differenze immerso nel tuo amarcord blues.
Ciao papà guarda come mi sono divertito
20 setLa gente della notte fa lavori strani, certi escono oggi e finiscono domani. Poi sia chiaro, i falò si fanno, ma mica per mestiere. Servono a salutare l’estate, a saldare indelebilmente nella nostra mente il ricordo di una stagione ormai morente. Servono a ritrovare persone e spensieratezza, a dare un ultimo sguardo al mare nero-notte rischiarato da uno spicchio abbondante di giallo-luna.
E poi serve e sentirsi un po’ merde, a tornare a casa all’alba del giorno dopo. E l’unica glaciazione che c’è è quella che senti dentro, quando vedi tuo padre che è appena uscito dalla doccia e tu che sei appena arrivato e stai per dargli il cambio. Lui si è lavato per prepararsi al lavoro, tu stai per lavarti per scrollarti di dosso la sabbia e per prepararti a un sonno che non ti abbandonerà prima delle tre del pomeriggio.
Ero convinto mi avrebbe fulminato. Nonostante il cielo fosse sereno ero convinto mi avrebbe fulminato. Ma era sereno pure lui. Mio padre come il cielo. Non riconosco più l’aria che tira a casa mia, ultimamente. Ogni volta che faccio un commento positivo di questo tipo finisce per rivoltarmisi contro, che le cose precipitano nel baratro chiamato lite-domestica-furibonda. Finisce che il sereno cessa di essere sereno. Così, con serenità. E che dentro queste quattro mura si scatenano fulmini e saette. Ma no, non sono stato fulminato. Né da mio padre né dal cielo, religione a parte. Speriamo che duri.
L’ho salutato timidamente prima della doccia. Ho rinnovato i miei ossequi subito dopo. Mi sono intrufolato in camera mia. Mi sono messo la mutanda pulita. Mio padre si è affacciato dalla porta, e io l’ho guardato dal basso della mia mutanda. Ero pronto per la predica. Invece lui è entrato con uno sguardo entusiasta, e con voce fresca di risveglio mi ha detto compiaciuto: Hai visto che gavettone hanno fatto a Ronchi?. Io ho risposto di aver letto il titolo della notizia su Repubblica.it dal mio cellulare, dimostrandogli che resto sulla notizia anche quando mi gingillo davanti ai focolari da spiaggia. Non mi restava che dirgli una frase, che citare anche a lui la stessa canzone che avrei cantato a mia madre un paio di mattine prima, seppur con qualche variante. Ciao papà guarda come mi sono divertito. Che la notte porta consiglio, magari pure i quattrini. Di certo porta sabbia e divertimento spensierato. Ma no, non ho voluto esagerare. Dentro questa casa mi sento in debito morale. Preferisco non ostentare il parassitismo che è alla base del mio agire. Che poi non sarebbe stato come cantare Jovanotti a mia madre, perché perlomeno lei questo blog lo legge, e lo legge pure a voce alta. Lo fa davanti a mio padre, dopo che lui torna dal lavoro, quando quel fresco di risveglio non è che un ricordo remoto appartenente a un’altra era geologica. Durante l’omelia kronakussiana, l’uomo dal cui seme sono venuto io tiene gli occhi (quando aperti) puntati su L’Eredità. Risponde ai quiz di Carlo Conti in attesa che qualche professorina o come cavolo si chiamano gli allieti il pomeriggio. Mentre mia madre continua a leggere a voce alta.
Ma io sono tranquillo. I muri apprezzano tanto quello che scrivo.
Ciao mamma guarda come mi diverto
16 setEra sempre il solito sguardo. Inquisitorio tendente all’accusatorio. Mi guardava con fare serioso. Guardava me che andavo in bagno. Io la guardavo dall’alto della mutanda con cui avevo dormito fino a tre minuti e mezzo prima, con gli occhi talmente socchiusi che se sono riuscito a riconoscerla è stato soltanto perché so che condividiamo la stessa casa da circa ventott’anni. Non poteva che essere lei. Mia madre aveva la solita faccia, anche perché tutti quanti ne abbiamo in dotazione una a testa, e a meno che non raddoppiamo le teste la regola è questa e zitti e mosca. Oggi come oggi la faccia la cambia chi non vuole invecchiare. Oggi come oggi se cambi la faccia fai quasi sicuramente il premier, oppure sei un’ex-velina con l’ansia da putrefazione. Colei che mi ha partorito non tiene su governi, al massimo governa la casa. E nonostante sia piacente non ha di certo un passato da soubrette (anche se spesso s’incanta a guardare i balletti in tv, ma questo non basta a fare di lei un Heather Parisi versione casalinga). Perciò a guardarmi dal piano di sotto era sempre lei, mia madre con la faccia di mia madre. Con la faccia che ha quando non approva la mia sveglia. Una sveglia che non metto. Mai. Quasi mai. Sono mesi che potrei alzarmi e scendere in cucina direttamente per pranzare. Io vivo di notte, le mie mattine sono fatte per dormire, per poi passare il pomeriggio a programmare la notte che verrà. Che passerò quasi sicuramente scrivendo, o leggendo. Una routine che lei non approva. Per lei la notte è fatta per stare a letto, e io m’incazzo ogni volta che me lo ricorda. Il motivo è semplice: chi diavolo le dice che io non scriva o non legga dal letto, stando stravaccato su quel materasso su cui poi mi appisolerò?
Ero davanti alla porta del bagno. Ho visto un’ombra dietro di me. Mi sono voltato. A guardarmi c’era sempre il solito sguardo. Inquisitorio tendente all’accusatorio. Lo sguardo di chi è contrariato. Ero pronto al peggio, all’ennesima critica di questa lunga estate caldissima. Poi finalmente mi ha parlato.
“Cosa facciamo per pranzo??”.
Lo sguardo disteso, la voce squillante. L’aria intorno era rilassata. E’ stato un risveglio come tanti, ma allo stesso tempo un risveglio diverso. Per una volta non mi sono sentito criticare, non mi sono dovuto sorbire la solita solfa di chi non vuole comprendere. E comprendermi. Era l’ora della pasta, e quella le ho suggerito di cucinare. Era l’ora della pasta, e per una volta non mi sono sentito dire che sarebbe stato meglio se fosse stata l’ora del latte e biscotti. Fantastico. Eccezionale. Se mia madre dovesse candidarsi a premier credo che la voterei. E se dovesse mettersi a fare la velina credo proprio che cambierei canale.
Meglio così, anche perché non avrei retto. Sarebbe scoppiata l’ennesima lite, una delle tante di questo periodo. Ero stato quasi due ore a rigirarmi nel letto, ad alzarmi dolorante, di continuo, a soffrire in silenzio per via del mio mal di shopping (ancora la sinusite, ancora un enorme mal di testa). Io prendo medicine soltanto se sono in punto di morte, perciò sono stato due ore a tribolare. Ho chiuso occhio alle 6 e mezza. Ho sentito mio padre alzarsi, lavarsi, asciugarsi, vestirsi, aprire la porta e andare a lavorare. Poi mi sono addormentato. E al mio risveglio non ero di certo dell’umore giusto per vedermi l’indice di mia madre puntato addosso come un uzi.
Ma è andata bene, anzi benissimo. Sarà che qualcosa si sta muovendo. Sarà che il presente odora un po’ più di futuro, e che il futuro odora un po’ più di presente. Sarà che i calendari hanno un po’ tutti lo stesso odore a prescindere dal mese. Sarà che i passi in avanti sono piccoli, ma sono pur sempre passi. Sarà che si va, non si sa dove ma si va. Sarà quel che sarà. E alla mia mamma premier-velina che legge pure questo blog canto una canzone di qualche anno fa. Ciao mamma, guarda come mi diverto. Dai che la notte porta consiglio. E forse pure qualche spicciolo.
Vuoi vedere che… (2)
6 setRobomba Perdi è online
Robomba Perdi: ehi kronny, ciao! ti disturbo?
KronaKus: ciao roby, vado e vengo. dimmi..
Robomba Perdi: mmm.. no no, tranquillo. volevo far due chiacchiere, ma se vai e vieni parliamo la prossima volta!
KronaKus: no no, dai! dimmi.
Robomba Perdi: ok… lo sai che parto per destinazioneignotachenonvièdatosapere?!
KronaKus: sei sempre in movimento, complimenti! reporter pure lì?
Robomba Perdi: sì sì, vado a fare un reportage. mi appoggio per un po’ a una fondazione onlus. poi ho trovato uno sponsor che mi paga il viaggio! e niente, ora sto definendo un po’ il programma. mi son già fatta tutti i vaccini di ‘sto mondo e di quell’altro..
KronaKus: insomma potresti anche andare su marte senza problemi. quando vai? non su marte, eh..
Robomba Perdi: fine mese.
KronaKus: hai già chi ti prende i pezzi?
Robomba Perdi: bella domanda. forse quella famosa agenzia con cui ho iniziato a collaborare dopo essere tornata dall’altradestinazionechenonvièdatosapere. poi c’è quell’altro sito d’inchieste per cui scrivo da un mesetto. dovrei riuscire a metterci qualcosa. inoltre l’azienda che mi paga il viaggio mi ha fatto capire che spingerà per farmi pubblicare qualcosa su qualche settimanale di punta. però, se mi chiedi certezze.. nada!
KronaKus: la cantante? ha messo su un giornale?!
Robomba Perdi: ahah! io comunque sogno quattro pagine su L’Espresso..
KronaKus: chissà. in bocca al luppolo!
Robomba Perdi: crepi!
KronaKus: come fa il luppolo a crepare?!
Robomba Perdi: a te come va? novità? bisogna che ci diamo una mossa, qua diventiamo vecchi (considerazione di fine estate, sorry!).
KronaKus: più che altro mi sembrava una considerazione di inizio autunno..
Robomba Perdi: forse è così, infatti!
KronaKus: io all’orizzonte non ho niente di particolarmente importante, se non la cosa carina che sto facendo per quelli di colcazzochevelodico magazine. hai presente la rivista in abbonamento di cui parlo, no? mi hanno contattato loro tramite questo blog. credo vogliano la penna di kronakus (al ladro!), il suo taglio di scrittura.. ho già fatto tre pezzi e un box che andranno sul numero di ottobre. non sono inchieste, lo so. non lo sono nemmeno alla lontana. ma in fondo non mi sono mai ritenuto un inchiestista. ed è divertente. scrivere per loro, dico. è divertente. sono esigenti, mi stanno spingendo verso nuovi livelli di scrittura. o perlomeno per me lo sono. nuovi livelli. mi piace.
Robomba Perdi: caspita, complimenti! vedi? l’anonimato ha premiato! anche perchè questi – in teoria – dovrebbero pagare bene. o no?!
KronaKus: però lì firmo col mio vero nome. più che altro ha premiato il modo in cui scrivo qui. bello o brutto che sia, a qualcuno è piaciuto, mi ha contattato e mi ha voluto dare una possibilità. si è parlato di soldi, ma senza quantificare. per il momento mi sono limitato a scrivere. mi sono divertito, ora vediamo che succede.
Robomba Perdi: vabbè, già che se ne è parlato…! eh sì, fai bene!!
KronaKus: sì, di ‘sti tempi già l’averne parlato è roba da ricchi.
Robomba Perdi: programmi a 360 gradi?
KronaKus: sì. faccio un giro su me stesso e torno.
Robomba Perdi: ahah!
KronaKus: niente programmoni ad angolo giro, no. sono sempre alla ricerca di angoletti acuti per racimolare qualcosa, nella speranza che il mio essere un angolo così troppo ottuso non mi faccia finire con qualcosa di grosso infilato nell’angolo retto. scusa se ti ho fatto questo discorso a tutto tondo, ma come vedi qui la cosa non quadra.
Robomba Perdi: stavo per chiederti.. MA CHE TI SEI FUMATO?!?
KronaKus: assolutamente niente. è che se non ti scoccia sto pensando di sfruttare questa conversazione per un post. sempre se vuoi. ovviamente camuffando nomi e tutto il resto. in prospettiva di questo mi sono fatto prendere un po’ la mano. sai, stavo già pensando di scrivere qualcosa sul mio blog riguardo il mio approdo su colcazzochevelodico magazine, ma sono pigro (questo spiega il mio limitarmi agli angoletti acuti), e allora ho pensato di usare questo botta e risposta.
Robomba Perdi: fai fai, ci mancherebbe!
KronaKus: grazie mille. comunque io sono così. quando mi gira scrivo così, non solo per il blog. per il resto fumato niente, però ho bevuto un bicchierino di brancamenta annacquato.
Robomba Perdi: non sarò di certo io a frenare la tua creatività. però con quella degli angoli acuti temo che potresti perdere qualche lettore.
KronaKus: dici?
Robomba Perdi: dico.
Robomba Perdi è offline
Ho un tarlo nella testa
13 agoStanotte andrò a letto con un tarlo nella testa. Roba che se il mio cervello fosse fatto di legno mi risveglierei con il vuoto cosmico dentro il cranio. Stanotte andrò a letto con una convinzione, quella che qualcuno ce l’ha con me. Qualcuno con cui ho avuto a che fare circa tre anni fa. Qualcuno che KronaKus conosce bene, perché in fondo è di suo “padre” che stiamo parlando. KronaKus sono io. KronaKus però è soprattutto un personaggio, un alter ego. KronaKus (il pupazzo, non il ragazzotto che sta dietro le quinte) è nato nel suo grembo. Nel grembo del Capo. Il suo primo datore di lavoro. Ok, facciamo il suo primo datore di qualcosa che in tre anni non ha ancora trovato una definizione. Soldi non ne ho praticamente visti, e che fosse giornalismo in senso stretto la scientifica non l’ha ancora appurato.
Bene. Anzi male. Perché sembra che il Capo mi odi. Prima era un sospetto, ora è diventata una certezza. O se non mi odia crede almeno di avere ragione di ignorarmi. Sono tre volte che lo incrocio per la Baia delle Zanzare. Mai un saluto. Le prime due ho pensato non mi avesse visto. Da lui nemmeno un cenno, ma allo stesso tempo nemmeno uno sguardo. La sua ragazza invece mi saluta. E’ una mia compagna delle elementari, e carina carina quando ci si vede un ciao accompagnato da un sorriso me lo concede. Da piccoli non avevamo nemmeno poi tanta confidenza. D’altronde all’epoca io ero poco avvezzo alla socialità, ero il classico bambino tranquillo tranquillo. Troppo tranquillo. Mi chiamavano Camomillo. Il tempo è passato, le cose sono cambiate. Io oggi sono un’altra persona. Non sono un animale da palcoscenico, non è nella mia natura, ma sono diverso da una volta. Oggi socializzo. Adoro parlare con la gente. E adoro anche solo salutarla, o farmi salutare. Ma il Capo no. Lui non vuole farlo.
Non è la tipica paranoia della notte. Stasera l’ho incontrato per ben due volte, e alla seconda mi ha addirittura guardato negli occhi. Dritto negli occhi, o quasi. E’ stato un lampo, una cosa molto furtiva. Ma lui mi ha visto, e io ho visto lui. Soprattutto ho visto che mi ha visto, e questo fa tutta la differenza del mondo. Perché è caduto anche l’ultimo muro: non è che non mi veda, non mi caga proprio.
C’ho riflettuto parecchio, e se posso dirla tutta la cosa mi urta abbastanza. Non il doverci riflettere, ma l’immotivata assenza di un cenno, la mancanza della più semplice delle cordialità. Un ciao (seppure certi motorini non vadano più di moda). Anche un ciao stronzo, volendo. Sarebbe già più gradito. Avrebbe già più senso.
Siamo diversi, e questo non c’ha mai permesso di avere una vera empatia. Personalmente ho vissuto come qualcosa di bizzarro il fatto che il mio Capo fosse uno della mia età, uno che fino a pochi anni prima lo vedevo girare per la mia stessa scuola. Ma soprattutto è la diversità ad averci separato alla nascita di un rapporto di presunto lavoro che difficilmente si sarebbe evoluto in qualcos’altro. Che so, magari in un’amicizia, o nel semplice piacere di fare due chiacchiere extra-(presunto)lavoro davanti a un caffè che non fosse quello della macchinetta della redazione. Abbiamo idee politiche opposte, ma soprattutto ha un modo di intendere la vita che è l’esatto contrario del mio. Tutto più che legittimo, ma evidentemente tanto basta a negarmi il saluto. Lui è il classico uomo d’affari, il self-made man con il culto dell’imprenditoria intensiva, e che non disdegna il salto (già fatto) nei palazzi della politica. Lui si ammazza di lavoro, io rischierei di ammazzarmi di noia se non fosse che ho più interessi di uno strozzino.
Ci sono diversità che mi fanno venire l’orticaria, atteggiamenti a cui non riesco a trovare una ragione d’essere. Ma il bello di me è che li so accettare. So soprassedere, purché ci sia un rispetto reciproco. E salutare è sinonimo di rispettare. Ma forse lui ha capito che non sono della sua stessa sponda. Ha capito che anche se ormai questa maledetta Baia gira intorno ai soliti due o tre Machiavelli di turno, io, il cronista nato dal suo grembo di mammo, giro in una direzione completamente opposta. Sono una lancetta con il vizio dell’antiorario. Prima o poi qualcuno mi farà passare un brutto quarto d’ora.
Che siamo diversi l’avrà capito quella volta che l’ho fatto incazzare. Mi occupavo del suo sito, e avevo messo in evidenza una notizia con le dichiarazioni di uno dei più grandi nemici della nostra giunta. Non la voglio nemmeno vedere quella faccia da cazzo, aveva detto. Così ho tolto la spunta, sono stato costretto a metterla in secondo piano. Ma va bene. Diciamo che va bene. Il Capo è il capo, la gerarchia delle notizie la detta lui, nonostante il fatto che la loro rilevanza dovrebbe venire prima delle ideologie indigeste.
Magari il punto non è nemmeno questo. Magari si è sentito tradito quando l’ho mollato su due piedi non appena ho saputo di esser stato selezionato per la scuola di giornalismo. Ma io alla sua promessa di farmi fare il praticantato non ho mai creduto, così ho seguito la mia strada. Aveva mosso mari e monti con la sua commercialista per capire come farmi avere un tesserino senza spendere che pochi spiccioli. Ma io non mi sono mai fidato. Mi deve ancora trenta euro. Trenta miseri euro. Figuriamoci se mi potevo fidare. Nel frattempo mi son fatto le ossa con professionisti veri. Professionisti non soltanto per via del tesserino, ma per l’esperienza. Quando me ne sono andato il Capo mi ha addirittura detto che se avessi imparato qualche trucchetto interessante a livello giornalistico glielo avrei dovuto comunicare. Sono stato fuori, ho fatto stage in redazioni importanti. Non mi pento. No, non mi pento. Nemmeno se non ho ancora uno straccio di lavoro. Non sputo mica su di un piatto che tra tasse e affitti mi ha fatto perdere non poco denaro, ma che perlomeno non mi ha fatto perdere una cosa ancora più importante della filigrana stessa. Il tempo. Ho fatto la mia scelta. Solo il mio me futuro sa se il mio me passato ha fatto la cosa giusta. Prendo la Delorean e vi mando un telegramma olografico post-datato.
O magari il problema è che sa di questo blog. Sa del sarcasmo di fondo, e magari non lo accetta. Ma questa è un’altra storia. E questa, forse, è davvero la tipica paranoia della notte.
Quando finisce un amore (3)
10 agoGeorge Clooney ha già scaricato la sua nuova fiamma, l’ex-wrestler e attrice Stacy Keibler, per aver spifferato su Twitter di essere stata invitata nella villa di lui sul Lago di Como.
Sbrodle. Twit. S-ciaf.
..
..
..
..
..
..
..
..
..
..
..
..
..
..
..
Ok. Cosa c’è per merenda?
Personal clown
4 agoE’ che ho capito che a qualcuno faccio ridere. Così, senza tanto sforzo. Martufello, schiatta d’invidia.
L’altro giorno una ragazza su Facebook mi ha detto che a forza di farla ridere le ho fatto spuntare gli addominali. Buono a sapersi. Se dovesse andarmi male come cronista posso sempre riciclarmi come personal trainer.
Pressioni di settembre
15 lugPasso le notti in bilico tra la frescura del mio dondolo in giardino e la calura di una stanza così piena di carta da poterla vomitare. Passo i miei giorni a piantare semi per piante pigre, a immaginare contatti e contratti, a pensare a me e soprattutto a quel me che non sono. Mi riscopro troppo romantico per fare il giornalista, indignato di fronte alle aperture sulla Borsa, ai caratteri cubitali su manovre che valgono miliardi, mentre a me per uscire dai parcheggi non danno mai nemmeno l’ombra di un quattrino. Mi dondolo sul dondolo, mentre leggo di viaggi fisici che si fanno mentali. Il cranio mi si apre fin quasi a sentirmi in pericolo, mentre le tigri a forma di zanzara fanno di me uno scolapasta degno di finire sulla testa di un pastafariano austriaco. Mi sale l’ansia, proprio in questa notte vorticosa che segue il giorno del lento ripartire. Ma capisco che è tutta energia, che è tutto dinamismo. Che sono troppo romantico per non voler guardare oltre la patina del buon giornalismo, e troppo sensibile per non subire i cambi di direzione di un vento indeciso. Dondolo sul dondolo, e non sulla poltrona. Cerco di tornare direttore di me stesso, testata non registrata nel tribunale della vita vera, nel cuore di un’estate che mi fa da trampolino verso il più ignoto dei futuri. Dondolo, e penso a me e soprattutto al me che non sono. Guardo avanti, e nel farlo mi costringo a uno sguardo truce e determinato che tenta di nascondere un elefante sotto lo zerbino. Guardo avanti nel bel mezzo di un luglio sahariano, e nonostante il calendario sento già le pressioni di settembre, data forzata di un ripartire che ha una meta ma soltanto a metà.
Mi butto (3)
2 lugSottotitolo: Io, fottuto in partenza. Ho appena completato il test d’inglese del Corriere della Sera. Sì, perché non è bastato compilare la domanda online per candidarmi a tutti gli effetti alla sbalorditiva selezione messa in atto dal noto quotidiano. Ci sono più fasi, ma ovviamente non te lo dicono prima. E io mi aspettavo una scrematura sulla base dei millemila curricula che staranno sicuramente ricevendo, non di certo un quiz su internet per verificare l’effettiva padronanza dell’inglese di chi vuole tentare il colpaccio.
Io, da bravo millepiedi omerico, di talloni d’Achille ne ho a bizzeffe. Ma ne ho uno particolarmente grosso e sporgente (no, tranquilli, non siamo ancora saliti in zona inguinale), su cui c’è appiccicata un’etichetta piuttosto eloquente: Ai no spich inglisc vèri uèll. A ognuno il suo. Io ho fatto in tempo a rispondere a 57 delle 65 domande a cui mi hanno sottoposto nell’arco di mezzora. Con la linea internet a passo di moviola che mi ha rallentato un po’, e che soprattutto credo non mi abbia permesso di inviare l’ultima risposta perché nel frattempo era suonato il gong. Quindi facciamo 56. Ma per fortuna non ero solo. Eh già. Accanto a me avevo la più aggressiva delle zanzare del quartiere, probabilmente l’insetto regina di questa fottuta Baia. Ha provato a suggerirmi, ma non è riuscita ad andare oltre il solito squallidissimo ronzìo.
Scrivo queste righe un po’ affranto. Un po’ digito e un po’ mi gratto. Non è scaramanzia, a quella mi sono sempre affidato poco. E’ quella stronza di una regina che mi ha lasciato il ricordino. Ma al di là di test e monarchie ronzanti, so di aver fatto il massimo che potevo. In un primo momento ho pensato di farmi aiutare in tempo reale dalla mia cugina argentina, che di mestiere insegna inglese e fa pure traduzioni per le aziende. Però, vuoi per il fusorario vuoi perché lei non sa quasi nulla di italiano, ho evitato di mettermi su Skype a spiegarle di volta in volta il senso della frase da tradurre. Così ho passato il pomeriggio a ripassare una lingua che conosco per sentito dire o poco più, a rinforzare una base in carta velina su cui poi ho cercato di costruire un cazzo di grattacielo. Infine ho sfidato la sorte e le giuste pretese del Corriere, dando il via al test con un occhio sui quesiti e uno su Google Translate, utile come una bandiera della pace a casa Gheddafi.
Ora sono qui. Aspetto il verdetto del mio test con un mezzo ghigno stampato in faccia. So già come andrà a finire, è sempre stato un tentativo disperato. L’importante è che non mi disperi io, perché domani è un altro giorno. Speriamo non di merda.
Poltrona a dondolo
30 giuMi dondolo sulla mia poltrona. Il mio amico di sempre mi ci prende pure in giro. Dice che è la poltrona del direttore, che da lì sopra sembro davvero il signor Burns dei Simpson. A suo dire mi manca soltanto di congiungere le mani pronunciando la parola eccellente, e poi sono davvero lui. Io finisce che mi guardo allo specchio e poi mi consolo. Quantomeno non sono ancora così stempiato.
Anche perché il problema non sono io, ma questa maledetta poltrona. Non è la mia faccia da pseudo-direttore bavoso, ma il culo che si poggia sopra questo morbidissimo porta-chiappe. E’ la mia reggia, il mio feticcio. La mia ragazza mi deride ogni volta (sì, pure lei) tanto sembro calato nella parte. E dire che è un suo regalo. Ma in fondo hanno ragione loro, lei e il mio migliore amico. In questo schienale io sprofondo come fossi il boss di un’azienda grande e prospera. Perché lo dico? Se mi vedeste ora non avreste bisogno di farmi questa domanda.
Eppure così non va. Mi gongolo, mi dondolo, mi gingillo (non è come sembra). Vivo ancorato alla poltrona e allo schermo che ho davanti, giorno e notte, fino a far incazzare mia madre che ormai non ricorda più nemmeno come sono fatto da in piedi, e mi crede alto poco più di un metro e venti. Tutto questo mentre all’orecchio mi arrivano verità che non sono più mie, quelle di un mondo che è fatto di movimento, di tentativi estremi. Storie di gente che osa, che non pensa di trovare uno sbocco soltanto inviando curriculum e aggiornando la pagina della posta in modo convulso nella speranza di ricevere uno straccio di risposta. Stando rigorosamente col culo appoggiato a questa cazzo di poltrona a dondolo, s’intende.
Un’amica, la stessa che mi ha trovato alloggio nella Città delle Pizze Gommose nel periodo del mio primo stage, mi ha scritto che sta per partire. Voleva da me i contatti del quotidiano con cui ancora starei collaborando, almeno in teoria. Le ho passato l’indirizzo del direttore e quello degli altri capi. Chissà che almeno a lei non servano a qualcosa. Il suo obiettivo è piazzare qualche pezzo come corrispondente dalla sua meta incandescente. Io invece sono ancora qui che invio proposte assurde pur di ricordare loro il fatto concreto del mio esistere, che possono farmi lavorare, o che quantomeno potrebbero finalmente farmi avere la cifra che ho già maturato. Tentativi che puntualmente non ricevono nemmeno uno straccio di no. Spero per lei che abbia più fortuna, d’altronde si sta per giocare una buona carta. Buonissima. Perché la ragazza non sta scappando da Malincònia in cerca di fortuna. Lei la fortuna se la sta creando a costo di rischiare la pelle. Lei è in partenza per il Kosovo come giornalista embedded. Lavorerà direttamente dal campo, a stretto contatto con il contingente militare italiano in loco. Mentre io continuo a dondolare sulla mia poltrona in attesa di un motivo per pronunciare la parola eccellente.
Mi butto
25 giuCarramba che sopresa, direbbe una certa Raffaella che, a discapito dei capelli da Maga Magò, il vero legame di parentela deve avercelo per forza con il prode Higlander. Cos’è successo? Semplice: il mondo del lavoro non retribuito (cioè tre quarti del mondo giornalistico) è stato scosso da un annuncio che sembra uscito da un film di fantascienza. E non tanto perché si parla chiaramente di tecnologia, ma perché appare proprio come un fulmine a ciel sereno. Anzi, come uno squarcio di sereno in mezzo a un mare di fulmini.
Il Corriere della Sera ricerca giovani redattori da inserire nelle proprie redazioni giornalistiche. Le persone parteciperanno a progetti di sviluppo e di crescita della testata, offrendo un valido contributo anche multimediale. E’ quanto si legge in un link a cui si può arrivare anche dalla stessa home page dell’edizione online del noto quotidiano.
Io sono alla disperata ricerca di una soluzione. Guardo il mio futuro e vedo nebbia e ancora nebbia, che varia secondo scale di grigio che comunque non lasciano nemmeno trapelare l’illusione del colore. Regna ancora la sensazione di una prospettiva che non c’è, l’idea che tra l’oggi e il domani ci sia un anello ancora mancante. Che magari potrebbe essere questo, un’esperienza in una delle più grandi realtà giornalistico-editoriali italiane. Una cosa che puzza di tirocinio a scrocco, e che quindi ha lo stesso odore di tutto il contorname. Ma Raffaella non si smentisce mai, e una carrambata è pur sempre una carrambata. Sono anni che il gruppo Rcs non attiva stage, mentre gli studenti delle scuole di giornalismo farebbero a cazzotti per trascorrere un paio di mesi tra le quattro mura delle sue tante redazioni. E questa iniziativa ha il sapore tipico della sorpresa. Una sorpresa a metà, almeno per me. Perché all’esame di abilitazione professionale avevo conosciuto una persona che lavora già nell’azienza, e che mi aveva accennato al fatto che il Corriere volesse approdare su iPad con un progetto piuttosto ambizioso. Specificando, però, che non sarebbe stato facile approfittare dell’inevitabile allargamento dell’organico (si, il personale ormai si chiama allo stesso modo della “monnezza”..), vuoi per i tanti in lista d’attesa e vuoi perché siamo in Italia, e si sa che spesso entra chi deve entrare. Chi si vuole far entrare. Chi è stato suggerito di far entrare.
Forse l’annuncio si riferisce proprio a questa iniziativa. E forse, dico forse, è soltanto uno specchietto per le allodole per chi si illude di poter finalmente lavorare in un grande giornale. Ma io no. Io non mi aspetto granché. Però so una cosa. Questa volta mi butto e vada come vada.
E fanculo anche a Morfeo
16 giuPrima una notte buia e tempestosa, in un dormiveglia perenne che mi ha impedito di avere un buon sonno. Poi i telegiornali, sempre in sogno, che mi hanno detto quel che non vorrei. Caro Morfeo, vaffanculo. Non ti è bastato farmi dormire in quella condizione di fuga continua, inseguito da gente che mi vuole raccontare il risultato della partita Nba della notte in corso. Era troppo poco, vero? Non ti è bastato, no no. Altrimenti la notte seguente non avrei sognato un’edizione di Studio Aperto (che è un incubo già di per sé) con un servizio sulla gara 5 delle finali il cui attacco era: Ai Miami Heat non sono bastati i 23 punti di Bosh per… Alla fine il buon Chris ne ha segnati soltanto 19, e con una prestazione ancora una volta sottotono. Però che avrebbe vinto Dallas era vero. Morfeo, vaffanculo ancora.
L’avrò detto mille volte: il mio senso del tempo è più sballato di una donna col ciclo. Ma alla fine sulle cose ci arrivo. Alla fine. Proprio alla fine. Proprio all’ultima partita della stagione. La gara 6, giocata nella notte tra domenica e lunedì, quella che ha portato definitivamente i Dallas Mavericks sul tetto del mondo, me la sono vista in diretta. Sì, in diretta. Hai capito, Morfeo? In diretta. Ecco perché questa volta non hai potuto farmi sognare telegiornali aberranti che mi raccontano il risultato, o gente che m’insegue per dirmi come finisce la partita. Ed ecco perché mio padre non ha potuto farmi facce eloquenti, Facebook anticiparmi punteggi e segreti di Fatima, ex-allenatori fare commenti scomodi a pochi metri dalle mie orecchie, Sky mandare in onda spot fuorvianti e i giornalisti in studio non hanno avuto il tempo di sviolinare statistiche sospette.
Mi sono gustato in diretta, in piena notte, una delle partite più belle di sempre. Forse non la più combattuta, ma di certo emozionante per andamento e risultato. Ha vinto Dallas, dicevo. E questa volta ho vinto pure io. Fanculo agli spoiler. E fanculo anche a Morfeo.
Sei nelle tue mani
11 giuAnche se non tutti la pensano così, i prossimi due saranno giorni cruciali per l’Italia. Tempo fa ascoltavo Caparezza, e ho passato un periodo in cui mi veniva da scrivere come se fossi lui. Per fortuna non avevo stage in corso. Alla vigilia del referendum contro il ritorno del nucleare propongo il finto-rap che mi era uscito fuori. Da dove non si sa. Tutto questo senza nulla togliere agli altri quesiti. Quello anti-atomo mi sta più a cuore degli altri, ma il vostro cronista disoccupato di fiducia metterà di certo la croce su tutti e quattro i SI. E voi?
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Ti fotto
col botto
e senti lo scotto
di un mondo ridotto
e colto sul fatto
le mani nel sacco
ti rifilo il pacco
Tu dillo, son matto
e senza difese
son pure scortese
sei tu che poi vivi ma senza pretese
Agisci a tue spese
fino all’ultimo gong
qualcuno mi chiede
cos’è questa song?
è un inno alla vita
di gioia infinita
di un canto che serve
a un mondo più verde
di assillo che ingrana
una marcia diversa
di un mondo che frana
in una ruota perversa
Ti sembra normale
che quella centrale
ti possa centrare
col suo nucleare
col suo evaporare
di fumi e di raggi
il becchino ingaggi
ti porgo i miei omaggi
Se l’atomo sfoggi
poi non c’è domani
te lo dico oggi
sei nelle tue mani
Il bello, il brutto, il cattivo
9 giuIl destino scherza con me, ma non è detta che io abbia voglia di scherzare con lui. Anzi, no, non ne ho proprio voglia. Qua si direbbe che pretendere di guardarsi le finali Nba in santa pace sia come aspettarsi che domenica prossima Berlusconi contribuisca a raggiungere il quorum. Impossibile, appunto.
Non mi sono ancora deciso a guardarmele in diretta, e ne sto pagando il prezzo. Continuo a registrare le partite di notte per guardarmele di giorno, perché so che a mio padre fa piacere guardarle insieme a me dopo il lavoro. Ma così continuo a conoscere il risultato prima di arrivare alla fine. Anzi, proprio prima dell’inizio. Con mio padre che nel frattempo si frega leggendo Repubblica.it dall’ufficio, e incampando (neologismo nato dalla fusione tra incappando e inciampando) sul resoconto del match rovinandosi la sorpresa. Così finisco per guardare le partite da solo. Solo e rassegnato a non gustarmele davvero perché in qualche modo qualcuno mi ha spifferato chi ha vinto.
Due mattine fa girovagavo per Facebook. Ho trovato una foto strana e l’ho aperta. Sono finito sulla bacheca di una ragazza che studia scienze motorie, e che aveva da poco pubblicato un link sulla partita della notte prima. Sì, quella che dovevo ancora guardare. Finali Nba, Miami… E lì mi son fermato. Ma da che mondo e mondo il titolo di un articolo nomina per primo chi vince. Salvo elaborazioni particolari. Salvo partite della nazionale, che allora l’Italia la nomini anche se perde, perché la notizia è proprio quella.
Poi l’ho guardata, quella maledetta gara 3, ma con meno interesse. Miami ha vinto davvero, e anche questa volta quasi allo scadere dei tempi regolamentari. E sì, se so come finisce perdo metà del gusto. Credo sia normale. Come credo sia normale non poterne più di questa sfiga. Dopo il bello della diretta e, ancora prima, il brutto della differita, ora spunta pure il cattivo. Il bello, il brutto, il cattivo. Che poi sarei io. Il cattivo, dico. Provare per credere.
Stamattina mi sono guardato gara 4. Questa volta mi sono piazzato davanti al televisore senza anticipazioni sul risultato. Driiin. Il telefono. Ha risposto mia madre. Era mio padre. Cioè, mia madre era mia madre, e mio padre era mio padre. Insomma il mio genitore donna ha risposto alla chiamata del mio genitore uomo. E lei: Ha chiesto babbo se vuoi sapere com’è finita. Se nel pomeriggio son caduti fulmini e saette un motivo dovrà pur esserci.
Poi in palestra. Ormai mi sono deciso a farmi i muscoli come LeBron James, che magari le prossime finali me le gioco io direttamente. Mica per la gloria, mica per i soldi, nemmeno per passione. E’ che almeno così nessuno potrà dirmi come finisce la partita prima del fischio finale. Perché sul campo ci sarò io.
Stavo facendo ancora riscaldamento quando mi si è avvicinato un compagno delle superiori. Due chiacchiere al volo, del più e del meno, ma anche del per e del diviso. Appena finito di dare i numeri gli ho raccontato che prima di arrivare mi sono guardato gara 4. Lui mi ha subito bloccato. Non mi dire come finisce, me la sono registrata e la devo ancora vedere. Mi è venuta la faccia da signor Burns. Viscida, diabolica. E per la frustrazione c’è mancato poco che non gli raccontassi com’era finita.

Il bello della diretta
5 giuATTENZIONE: PRIMA DI LEGGERE RICORDATI CHE DOMENICA 12 E LUNEDI’ 13 GIUGNO HAI UN APPUNTAMENTO CON LA CABINA ELETTORALE. SII GALANTE, NON MANCARE.
///////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////
E dire che era quasi fatta. Erano le due di notte. Dopo il mio spuntino notturno mi sono piazzato davanti alla tv. Ho fatto partire la partita (come ha fatto a partire se era già partita?!), la seconda replica di gara 2 delle finali Nba appena andata in onda su Sky Sport. Avrei voluto registrare direttamente la diretta (e se è diretta la si registra direttamente per forza..), ma il 2 giugno ero troppo impegnato a scrivere cazzate sul blog per riuscire a programmare correttamente il decoder. E infatti avevo registrato l’ennesima replica di gara 1, la partita precedente, e ho dovuto rimediare puntando tutto sull’ultima replica del giorno dopo. Poco male. Forse.
Ho rischiato ancora una volta di sapere in anticipo come sarebbe andata a finire, inciampando su uno status sospetto da parte di un collega della scuola di giornalismo che vagava sulla homepage di Facebook (lo status, non il collega, non è mica il Tagliaerbe!). Durante la giornata di ieri mio padre non ha avuto occasione di conoscere il risultato, così non ho nemmeno dovuto sedarlo per evitare che me lo anticipasse (era a casa per via del ponte, e comunque la sera si “seda” da solo sul divano a mo’ di pachiderma sbronzo). Mentre il fucile del cecchino che ho assoldato è ancora puntato sulla tempia sinistra del mio ex-allenatore. Insomma, tutti i pezzi erano al loro posto. Avevo fatto le mie mosse e tutto sembrava perfetto. Bene. Forse.
Ho fatto partire la partita (…). La registrazione l’ha presa un po’ larga, partendo dagli ultimi minuti dell’ennesimo successo di Siena nel campionato di basket italiano. Ho mandato avanti veloce. Ho visto la pubblicità. Poi ho visto immagini che erano palesemente di Nba, e pensando che fosse una specie di introduzione al match ho ripristinato la velocità normale e con essa anche l’audio. No. Sbagliato. Era la pubblicità di gara 3, e ho sentito quello che non devo sentire. …itolo è molto vicino, ma Dallas è pronta a stupire il mondo.
Tragedia. Putiferio. Ho pensato. Ho realizzato. Ho battuto i pugni sul divano più e più volte, consapevole di aver saputo il risultato ancora una volta prima di vedere la partita. Ho capito di esser stato tradito dalla superficialità di Sky, che allo scopo di presentare quello successivo aveva mandato in onda uno spot a tradimento lasciando trapelare il risultato dell’incontro la cui replica doveva ancora cominciare. I Miami Heat avevano vinto soltanto una partita, all’interno di una serie al meglio delle sette. Questo significa che l’ambìto anello è loro soltanto se ne vincono quattro, avversari permettendo. Detto questo, per quale motivo la voce fuoricampo avrebbe dovuto dire che una squadra è vicinissima al titolo se non perché ha vinto anche il secondo round? Ho fatto uno dei miei soliti due più due. Il risultato? Il solito fottutissimo quattro. E l’inevitabile decisione: dalla gara 3 di stanotte, addio al brutto della differita e via al bello della diretta. Anche se a questo punto temo di addormentarmici davanti, e di sognarmi Beppe Signori che esce dalla Snai e che mi dice come va a finire ancora prima che finisca.
Nemmeno il tempo di rendermene conto, ed ecco cominciare la replica. Anticipazioni in studio con tanto di statistiche. Da un 2 a 0 nella serie, nella storia della Nba soltanto tre squadre sono riuscite a rimontare.
Ritragedia. Riputiferio. Ho ripensato. Ho rirealizzato. Ho ricapito. A forza di piacchiarlo ho trasformato il mio divano in un blocco di emmenthal ricoperto di stoffa. Anche qui mi sono chiesto per quale motivo il giornalista di Sky avrebbe dovuto ragionare su certe statistiche senza un motivo valido. Insomma, era la riprova di quello che avevo sentito con la coda dell’orecchio. I Miami Heat avevano vinto anche gara 2.
Fischio d’inizio. Depresso e demotivato mi sono messo a guardare quei dieci stronzi che corrono a destra e a sinistra per cercare di infilarla nel buco. Sapendo già il risultato tanto valeva guardarsi un porno, in fondo lo scopo del gioco è lo stesso. Ho provato addirittura a fingere di non aver capito. Mi sono detto che comunque non si sa mai, che non è ancora detta. Ma più ragionavo su quello che avevo sentito e più mi rassegnavo.
Piccola altalena di vantaggi e di svantaggi, di parziali e di controparziali. La morale della favola è che Miami ha dominato alla grande. L’esplosività delle schiacciate di Wade e James contro i giochi mosci e le palle perse di Nowitski e compagni. A tre minuti dalla fine gli Heat vincevano di 15, e sia in campo sia in panchina tirava già aria di festa.
Tutto sbagliato. La festa era sbagliata. I miei due più due erano sbagliati, perché per una volta avevano fatto cinque. Miami si è spenta improvvisamente. Attacco debole e improduttivo, Dallas che comincia a segnare. Prima la parità, poi il canestro decisivo del gigante tedesco che ha decretato l’incredibile disfatta degli Heat. Serie sull’1 a 1, altro che titolo molto vicino. A quel punto ho capito che la voce fuoricampo non era stata poi così stronza. Ho capito che nello spot si parlava di gara 3 basandosi soltanto su gara 1, anche se quel molto vicino suona ancora molto strano. E ho dedotto anche che l’anticipazione dallo studio di Sky voleva soltanto dare un po’ di numeri, magari depistando a dovere lo spettatore. Ben fatto dottor Mamoli, Kronakus non c’aveva proprio capito un cazzo. Sul tiro allo scadere da parte di Nowitski mi sono messo le mani tra i capelli e sono rimasto a bocca aperta per lo stupore. Sembravo una puttana d’alto bordo a fine turno, anche perché si erano ormai fatte le cinque del mattino. Lo stesso orario che farò anche per guardarmi gli altri incontri delle finali. In diretta, però.
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////
ATTENZIONE: PRIMA DI ANDARTENE RICORDATI CHE DOMENICA 12 E LUNEDI’ 13 GIUGNO HAI UN APPUNTAMENTO CON LA CABINA ELETTORALE. VEDI DI NON FARLA SOFFRIRE DANDOLE BUCA, BRUTTO BASTARDO!!
Il brutto della differita
30 magEro una schiappa, ma in fondo mi è rimasto sempre nel cuore. Sono passati ormai undici anni da quando ho smesso di giocare a basket. Ho tanti ricordi legati a quel periodo. Gli allenamenti, l’integrazione con i compagni che non è mai riuscita davvero, le partite giocate dagli altri. Io ero l’ultimo dei panchinari. Se non l’ultimo, il penultimo. Ero precario pure lì. Anzi, ero poco più che uno stagista. Direi che in linea di massima non è cambiato granché. Beata coerenza.
La mia passione si rinnova ogni anno. E’ una piccola grande magia che si ripete proprio in questo periodo. I playoff Nba mi hanno sempre appassionato. Ringrazio di avere Sky e il suo decoder che mi registra le dirette notturne. Me li sto gustando. O meglio, vorrei gustarmeli, ma questo è un lusso che ultimamente non mi viene concesso come vorrei.
A ridosso delle finali capisco che c’è qualcosa che non va nel mio modo di seguire le partite. Le registro di notte, o al massimo il giorno dopo quando va in onda la replica, ma finisco sempre per guardarmele la notte dopo. E vuoi o non vuoi mi sono fottuto il risultato delle ultime tre. Odio gli spoiler, le anticipazioni. Se qualcuno mi racconta come finisce un film prima che io lo guardi, beh, il testamento non l’hanno mica inventato per caso. E’ per questo che adoro Caparezza, sì, ma con questa canzone mi ha costretto anche a odiarlo un po’. Mi sono fottuto il risultato delle ultime tre, dicevo. Ora scusate, vado a suonare il benjo costruito con i miei nervi tirati.
Miami Heat – Chicago Bulls, gara 4. La mattina dopo la partita, un “amico” su Facebook che sa della mia passione mi ha detto: ..101 a 93.. Ho dovuto stopparlo al volo. Noooooo, non mi dire per chi, non mi dire chi ha vintoooo! Il tipo si è scusato, e io lì per lì mi sono convinto di aver salvato il salvabile. Ma ho guardato la registrazione soltanto la notte dopo, e ho avuto diverse ore per rimuginarci sopra, per capire che ormai il danno era stato fatto. Innanzitutto perché in una partita punto a punto come quella bastava vedere chi per prima raggiungesse i 95 per capire che poi avrebbe anche portato a casa la vittoria. E poi il simpatico dispensatore di risultati non richiesti l’ha sicuramente letto in qualche sito d’informazione italiano, dove mettono prima il punteggio della squadra di casa e poi quello degli ospiti, al contrario di come fanno in America. Sapevo che giocavano a Miami. Ora sapevo che avrebbe pure vinto.
Dallas Mavericks – Oklahoma City Thunder, gara 5. Sfida decisiva. Vincendo, i texani si sarebbero aggiudicati la finale. Non l’ho guardata la notte dopo, ma addirittura la mattina dopo ancora. Tre minuti alla fine, i Thunder in vantaggio di 15 punti. Sembrava fatta. Mio padre è tornato dal lavoro, lui che come al solito la mattina sbircia il risultato sul sito di Repubblica. Mi ha detto: Ancora questa, guardi?! E lì ho capito che quel vantaggio sarebbe durato poco. Detto fatto. Gran rimonta di Nowitzki e compagni, Dallas prima finalista. Mio padre sapeva tutto, e anche se gli ripeto sempre di non fiatare che poi tanto intuisco, lui mi ha fatto capire che stavo guardando una serie di playoff ormai archiviata. Mi hanno fatto troppo sveglio, che ci devo fare?!
Chicago Bulls – Miami Heat, gara 5. Altro match fondamentale. In caso di vittoria, Miami avrebbe raggiunto Dallas e se la sarebbe giocata per il titolo. L’ho guardata la notte dopo, ma giusto un’oretta prima sono riuscito a rovinarmi la sorpresa. Ero in un locale piuttosto “in” della mia bella Baia delle Zanzare. In un tavolo non molto lontano da me c’era il mio ex-allenatore di basket, quello che ha fatto di me uno scaldapanca professionista. Mi ha visto, mi ha salutato. E fin qui tutto bene. A distanza di anni la confidenza è poca, anzi, forse non c’è proprio mai stata, e questo di certo non mi ha aiutato nel tentativo di aumentare il mio minutaggio di gioco. Ma quantomeno questo mi ha permesso di evitare di ritrovarmelo faccia a faccia per fare due chiacchiere sui playoff d’oltreoceano. Speranza vana. Perché si è avvicinato a lui il figlio del titolare del locale, che un tempo ci ha fatto pure da sponsor, ex-giocatore pure lui, di pochi anni più grande di me. Hanno cominciato a parlare. Ma come si fa a perdere dopo… Ho capito l’andazzo, mi sono tappato le orecchie e a fare bababà con la bocca in modo da non sentire. Mi sono fermato un attimo, ma non avrei dovuto farlo. Ho sentito l’allenatore ribattere con un Quello è giovane, lo vedremo per tanti anni… Merda, mi ero rovinato pure questa. Ho intuito che dopo una partita dominata quasi fino all’ultimo, una delle due squadre si sarebbe fatta rimontare. Facile capire chi. La stella di Chicago è Derrick Rose, scheggia sul campo e grande promessa della pallacanestro per tutta la prossima decade e oltre dati i suoi ventidue anni e mezzo. E così è andata. I Bulls hanno perso grazie ai tiri da tre di Dwyane Wade e LeBron James segnati quasi al fotofinish, e proprio Rose ha sbagliato il tiro che avrebbe potuto metterci una pezza. E ho capito anche che mio padre sapeva pure questo. Quando mi ha detto quel Ancora questo guardi?, lui sapeva che entrambe le due finaliste erano già state decise.
Come detto, c’è qualcosa che non va. Le informazioni girano, soprattutto in questa epoca. E io questo dovrei saperlo bene. Ho contatti su Facebook che mi fanno i blitz in chat rovinandomi i finali di partite che devo ancora vedere, mio padre che parla e straparla senza capire che mi fa intuire le cose. Ora pure gli ex-allenatori che chiacchierano con gli ex-giocatori anticipandomi il risultato un’ora prima di mettermi comodo davanti al televisore. Devo cambiare strategia. Per comodità avevo rinunciato al bello della diretta, ma il brutto della differita è che spesso non riesci a goderti lo spettacolo fino in fondo. E che spettacolo! Tutte partite tirate con rimonta in chiusura. Che peccato rovinarsi il colpo di scena.
Tra due notti cominciano le finali. Ho deciso di guardarle la mattina dopo, fresche di registrazione. Facebook chiuso. Telefono staccato così mio padre non mi può chiamare nemmeno da lavoro. E un cecchino sul portone del mio ex-allenatore (chissà se abita ancora dietro casa mia??) che gli impedirà di muoversi di casa. I love this game, but i hate the fucking spoilers!!
Voglio fare il fabbro
27 aprCi sono giorni in cui mi viene da scrivere, altri in cui mi viene da vomitare. E non per colpa di indigestioni da uova pasquali. Sono a dieta. Ho mangiato, sì, ma mi sono trattenuto abbastanza. Il problema è che non sono il solo. Il problema è che tutto il mio paese si è messo a dieta. A dieta di democrazia.
Ci sono giorni in cui mi viene da scrivere, e infatti scrivo. Ci sono giorni in cui mi viene da vomitare, e infatti vomito parole. Sono più nero di Obama, per una rabbia che non riesco a far cessare. Ho guardato i primi cinque minuti del Tg3, e mi è già venuta voglia di emigrare. Bye Bye Malincònia.
Ci sono giorni in cui mi viene da scrivere, e altri in cui vorrei cambiare mestiere. Giorni come questo. Giorni in cui, se fossi già arrivato in alto, mi ritroverei a raccontare dei prossimi bombardamenti italiani in Libia e di un altro colpo al quorum della democrazia. Il Mister l’ha detto davanti alle telecamere di mezzo mondo: quello ai danni del referendum anti-nucleare è un omicidio premeditato. Se salterà sarà perché lui, o chi per lui, l’ha fatto saltare a comando. Detonatore alla mano, chi ci governa ci guarda dall’alto verso il basso. Da lassù ci credono impreparati, spaventati, smarriti dai fatti di Fukushima. Come se il caos delle centrali giapponesi fosse una favoletta per bambini cattivi, che ci ha fatto venire gli incubi e per questo ora non riusciamo ad avere il giusto sonno. E allora dico Nessun dorma, ma intanto tutti dormono e cadono vittima del grande bluff. La gente è rassegnata, e se oggi io fossi davvero un giornalista mi ritroverei a dare voce a tutto questo schifo.
Ci sono giorni in cui mi viene da scrivere, altri in cui vorrei andare a fare il fabbro.











Commenti recenti