Le fatiche di KronaKus


Agghiacciante

“In questa redazione vige l’autocensura. Qua dentro le domande non si fanno”

I racconti degli stage proseguono, e sono sempre più terrificanti. Questa frase non è tratta da un film satirico sul mondo del giornalismo. Non è un virgolettato preso dalla bocca di un qualche despota. E’ il monito di un caporedattore (non dirò di quale testata) a un mio collega che si era “spinto” a fare una domanda che in qualche modo riguardasse l’azienda a cui fa capo il suo giornale. “Forse non hai capito per chi lavori”, gli ha detto. “Forse non hai capito che lavoro fai tu”, gli avrei risposto io.



La classe non è acqua

La classe non è acqua, e infatti qui sarebbe meglio darsi al vino. La classe non è acqua, ma non la si può bere per dimenticare. La classe non è acqua, e qui, di sorseggiare un po’ della nostra, pare che nessuno ne abbia davvero voglia.

Io l’ho scampata. Mi hanno messo a pasticciare con le agenzie per quel disgraziato del nostro sito. Disgraziato perché poco aggiornato. Disgraziato perché messo in mano a due stagisti. Ma su questo non sono nella condizione di lamentarmi. Perché non fosse per il sito non saprei proprio come passare il mio tempo in redazione. Facebook a parte.
Io l’ho scampata, dicevo. Ma il mio collega di stage direi proprio di no. A lui è toccato giocare con l’acqua. Perché a noi, il fuoco non lo fanno neanche vedere. L’hanno mandato a “prelevare” quell’antica miscela di idrogeno e ossigeno dalle principali fontane della città. La sede centrale di questo prestigioso quotidiano ha chiesto alle redazioni locali di verificare lo stato di salute dell’acqua pubblica. Il mio collega, bottigliette di plastica alla mano, ha passato il pomeriggio di fontana in fontana. E una volta tornato gli hanno consegnato un kit di strisce e cartine. Niente droga, per fortuna. Era “soltanto” il set del piccolo chimico, per improvvisare seduta stante tutta una serie di analisi sui campioni prelevati.

Lui ha provato a coinvolgere anche me. Non si sentiva troppo sicuro, e lo capisco. Ma per mia fortuna dovevo scrivere il pezzo della vita (l’ennesima cazzatella per il sito), e il caposervizio del web (un ragazzotto poco più grande di me) mi ha rispedito al desk. Loro due, invece, si sono messi a
smanettare fino a sera nel tentativo di raccapezzarci qualcosa. Di capire se quell’acqua fosse santa oppure di fogna. Sembravano due piccoli scienziati pazzi in cerca di chissà quale miracolo.

“Siamo finiti ben al di sotto della soglia della bassa manovalanza”, ha commentato più tardi lo stagista. E come dargli torto? Anche se in fondo lui è stato contento, perché non vedeva l’ora che lo mandassero a lavorare fuori da queste quattro mura. Ed è stato accontentato. Credo che la prossima volta ci penserà due volte prima di esprimere un desiderio.



Profugo di redazione

Troppa gente e pochi computer. E- la realt’ di questa redazione, e io mi ritrovo a vagare come un profugo di pc in pc. Ogni volta reinstallando Firefox per navigare senza che mi si blocchi tutto. E per chattare su Facebook. Configurando il browser in modo da non lasciare traccia del passaggio di KronaKus.

Questa volta il periodo delle ferie [ finito davvero. L-altro stagista si [ sistemato in una postazione libera. Io nel frattempo ho girato tra i computer dei redattori in siesta. Saltando da uno all-altro in base alle loro settimane di stop. Torna uno, e via che si cambia. Ma a cinque giorni dalla fine del mio stage, eccomi qua in questo surplus di giornalisti. Senza fissa dimora. E sempre con meno cose da fare. Eh s=, sabato si finisce, e tanti saluti all-ennesimo stage sfalsato. E di dubbia utilit’.

Oggi, poi, mi ritrovo davanti a un computer con la tastiera sballata *ve ne siete accorti__(. Che mi fa certi simboli al posto di altri. Ho provato a reimpostarla, ma non ci sono riuscito. E di usare il codice ascii non ne ho proprio voglia. Almeno per il blog, perch{ quando scrivo articoli sono costretto a rigare dritto. Il cronista che [ in me ha un suo nome e una sua faccia. Invece il blogger [ clandestino.



Condannato all’online

In questo mare di nullafacenza, noi due stagisti abbiamo comunque il nostro salvagente. Un’àncora di salvataggio dalla noia e dalla frustrazione più totale. E’ il sito. Dove due o tre volte al giorno troviamo uno sbocco per scrivere qualcosa. In attesa che verso sera ci venga commissionato un box, o magari una breve, per il giornale del giorno dopo.

E mi viene da ridere. Perché quando avevo chiesto uno stage online sono finito a fare agenzia. E questa volta che dovrei scrivere per un quotidiano, mi ritrovo a lavorare per l’online. Una dolce condanna, certo. E in fondo è un cerchio che si chiude. Mi domando, però, se il prossimo anno sarà il caso di chiedere uno stage in radio per poter finalmente scrivere su un quotidiano.



Ingiustizia sommaria

Oggi il Sergente è particolarmente euforico. Sarà la scia di sesso verbale lasciata questi giorni in redazione da una sequela di doppi sensi di cui, per pudore o per chissà cos’altro, ho riportato solo un estratto (mentre oggi il redattore più grassottello ha dichiarato che “si farebbe” almeno l’80% delle donne…). Il Sergente gira con la sua maglia a righe blu e panna a impartire ordini a destra e a manca. Ma con garbo. Qualcosa che con me, alcune sere fa, non ha avuto affatto.

Erano le 8 di sera. Ero stanco. Ero proprio fuso. Tutto il giorno di fronte al pc a fare meno di niente. Ma all’improvviso, come sempre verso quell’ora, mi è arrivato un articolo da fare. Un impasto di agenzie, s’intende.
Convinto che ormai fossi diventato più bravo di un panettiere, mi sono messo di buona lena a impastare, appunto, i lanci che mi servivano. Rassicurato anche dal fatto che si trattasse della seconda parte di una vicenda giudiziaria che avevo già seguito pochi giorni prima per il sito di questo stesso giornale.

Risultato: tempi sballati (tipo oggi al posto di ieri) e cariche sfalsate (gip al posto di pm). Oltre a una o due generalizzazioni tra diverse categorie professionali. Con cui, non volendo, avevo attribuito colpe a chi invece era coinvolto nel caso per ragioni simili ma meno dirette e infamanti. Roba da querela, lo so. Roba che si perdona, ma che merita un “cazziatone”.

E l’ho avuto.

Il Sergente non me l’ha mandata a dire. “Le agenzie non le hai proprio lette”. “Questo articolo l’hai fatto a cazzo“. E altre accuse accreditate dal mio pezzo distorto, ma che non corrispondevano di certo al vero. Perché le avevo lette. Male ma le avevo lette. A cervello spento, sì, ma le avevo lette.

Poi il peggio.
Ok gli sbagli. Ok i rimproveri. Mi scoccia ammetterlo, ma quelli erano pure meritati. Però non ho mandato giù quando mi ha chiesto di “rilasciare” il sommarietto di quell’articolo. Il sistema editoriale è fatto di spazi. Un doppio click e cominci a lavorarci. Agli altri quello spazio compare in rosso, perché “in uso” da te. Avevo dimenticato di uscire, così lo spazio del sommario risultava occupato. Come in effetti era.
“Kronakus, mi rilasci quel cazzo di sommario?!, ha detto il sergente con la solita voce ferma, rimarcando in modo particolare l’iniziale di quel sinonimo di fallo. Poi ha aggiunto: “Posso capire l’esperimento, ma…”.

Ma quale esperimento, (sinonimo di fallo)?!
Da quando sono arrivato mi hanno sempre detto di provare a fare pure i titoli dei miei pezzi. Provare, sì, perché quasi sempre trovano un motivo per cambiarmelo. Ma va bene, titolare è difficile, e serve un’esperienza che io ancora non posso avere. Certo, a me sembra che a volte i loro siano peggiori dei miei. Ma in fondo i titoli sono soggettivi. O quasi, dai. A te possono provocare un orgasmo, ma agli altri potrebbero sembrare peggio dell’orticaria. Basta guardare i quotidiani: ogni giorno ognuno dice la sua, e con con parole diverse. Spesso anche con concetti diversi.

I titoli, dunque, li ho sempre fatti. Sin dal primo giorno di stage. Ma evidentemente l’arrogante simil-bulletto non gradisce gli scavalcamenti di potere (i titoli spettano a lui). Non ha tollerato che io abbia provato a titolare, e lo stesso dicasi per il sommario. Ma certo, avrebbe potuto usare un altro tono. Anche se avrebbe comunque fatto la figura del despota che lotta contro soprusi che non esistono, contro una confusione di ruoli che evidentemente ritiene ingiusta. Ma di ingiusto, a mio avviso, c’è stato solo il suo atteggiamento. Contrario a quello dei suoi colleghi che sin dal primo giorno mi hanno messo nella condizione di provarci, e di riprovarci ancora. Magari fallendo, ma tentar non nuove. Ed è sbagliando che s’impara. Mentre le porte in faccia fanno solo incazzare.



Malformazione professionale

“Siete pronti a vedermi in tenuta da immersione?”, ha detto la redattrice dell’altro giorno. Quella giovane, doppiosensista, e pure autoironica. Si era appena messa un’incerata beige per ripararsi dalla pioggia, dato che stava uscendo in motorino per un servizio nel bel mezzo di una grandinata apocalittica.
Una volta indossata sembrava un sacco della spazzatura un po’ più vintage del normale.

“Più che altro sembri in tenuta lunare!”, gli ha detto il caposervizio dello sport. E in effetti sembrava un’astronauta, pure quello un po’ più vintage del normale. E intanto le aveva scattato una foto, provando poi a ricattarla per scongiurarne la pubblicazione su Facebook.

Poi la reazione top. Il caporedattore è entrato in scena e ha detto: “Nooo! Facciamo un box su di lei!!”.
Quell’uomo vive di lavoro, pure quando scherza. Pazienza. A ognuno la sua malformazione professionale.



Devo pur fare qualcosa

“Dammi una mano con questa infografica”, mi ha detto il Sergente. Nessun problema: in tempo di carestia, anche la bassa manovalanza va più che bene. Che poi noi stagisti – dicono – non possiamo chiedere molto di più. In fondo, perché cercare di salvare quel poco che resta della nostra stropicciata dignità? Ma ok, facciamo la bozza per questa infografica maledetta. In fondo, devo pur fare qualcosa.

Sfoglio giornali. Rovisto siti. Estrapolo dati. Compilo tabelle. Venti minuti e il gioco è fatto.
Ed eccomi di nuovo pronto alla noia.

Ma dopo due ore, il Sergente mi ha chiesto di affiancarlo mentre compilava delle schede riepilogative comprensive di interviste ad hoc. E mentre lui le titolava, io dovevo dettargli nuovamente i dati più importanti che avevo inserito nella bozza. Leggere la mia tabella sarebbe stata troppa grazia. Ma in fondo, sì: devo pur qualcosa.

Mentre davo i numeri al ritmo di uno ogni due minuti (nel frattempo lui doveva inserire anche il testo man mano che scorrevamo le schede), il Sergente parlottava con qualcuno su Skype. Da vero cronista gossipparo, ho sbirciato, e sono riuscito a leggere il nome del suo interlocutore. Il Sergente stava chattando con una collaboratrice, che ho scoperto proprio stamattina essere anche sua moglie. La moglie del Sergente. Roba da film di Neil Jordan. (questa l’ho appena letta su Google..)

L’occhio mi è caduto su una frase in particolare. “Starai mica diventando ansiogeno come il tuo caporedattore?”, ha scritto lei a lui che del caporedattore si può dire sia il vice.
Mi è sfuggita la risposta del Sergente, ma poco dopo sono riuscito a leggere uno “Scrivi, cazzo!” da parte sua, a cui lei ha poi risposto con un “Ma sei scemo??”.

Ora io mi domando se sia questione di ruoli. Di percorsi personali, di storie private che non possono venire assunte a modello universale. Di casi isolati o perlomeno sporadici. Ma se la vita di redazione e il peso delle responsabilità ti trasformano davvero in un simil-autoritario in modalità Burbero ma più educato, se ti portano a discutere senza motivi apparenti con una moglie-collega che in fondo sta lavorando anche per te… beh, allora sì…

Devo proprio fare qualcosa.



Update!?

Da oggi il mio stage avrà una marcia in più.
Ho scaricato l’ultima versione di Mozilla Firefox. D’ora in poi, il mio cazzeggio di redazione contemplerà anche la chat di Facebook!!



Dato di Fatto

Dall’edicolante sotto casa:

“Salve, vorrei Il Fatto Quotidiano“.
“Finito. Sai, il primo numero…”.
“…Ah… Ma le sono arrivate poche copie oppure è andato a ruba?!”.
“Erano quindici. Ma ne avessi avute duecento le avrei vendute tutte”.



La fortuna dello stagista

E’ bastato un fulmine e… flash!… in redazione si è spento tutto. Luci, tv, computer. Mi aspettavo cori di bestemmie e di altre parole di una razza simile.

E invece solo qualche “nooo!” sparato qua e là. Nessuna isteria, non fosse per la collega che, in preda a una probabile menopausa, ogni tanto si alza e chiude la porta che dà sul terrazzino sbattendola con violenza, lasciata puntualmente aperta dai colleghi fumatori. Cioè tutti a parte me.

Da quel che ho capito, insomma, nessuno ha perso niente d’importante. Forse perché nessuno stava lavorando in pagina, e quel che serviva era già salvato. Buon per loro.

Invece io sono molto incazzato. E’ bastato un fulmine e… flash!… mi si è chiuso Facebook. La solita fortuna dello stagista.



Uno di meno

Stamattina mi sono guardato intorno. La redazione era un po’ più vuota. C’ho riflettuto un attimo, poi mi sono ricordato: l’altro stagista ha levato le tende. Ha finito il suo periodo sotto torchio. Presenterà il suo lavoro di fine corso alla sua scuola e si preparerà per l’esame che potrà aprirgli le porte del professionismo. Cose che mi sembrano lontane anni luce, ma l’esame dell’Ordine è come la morte. Prima o poi, arriva per tutti.

Oggi qui dentro siamo uno di meno, e non uno qualsiasi. L’altro stagista è la persona con cui avevo legato di più. Qua l’ambiente è buono, ma ognuno fa il suo lavoro, e al massimo si scherza su persone che non conosco, situazioni che non mi sfiorano neanche, casi di cui al posso aver sentito per vie traverse. Non è facile socializzare dopo due sole settimane. Ma con lo stagista era andata abbastanza bene. Sopra la media, perlomeno.

E’ uno dei primi con cui ho preso contatto. Me l’hanno appioppato (oppure sono io che sono stato appioppato a lui) già dalla prima mezzora. E’ lui che mi ha spiegato i rudimenti del sistema editoriale. E’ lui che mi ha dato tanti consigli, e senza nemmeno chiederglieli, durante la (sua) pausa sigaretta. E’ lui che mi ha corretto i primi errori di ingenuità prima che li vedesse qualcun altro, perché anche se era qui da poco sicuramente lui sa meglio di me che cosa vogliono i capi. E’ lui che mi ha dato il suo numero dicendomi di chiamarlo anche in futuro, per qualsiasi cosa. E’ lui che mi ha detto “qui se non sei propositivo non fai un cazzo”.
E sono io che dovrei cominciare ad ascoltarlo.

E’ stato un bell’esempio di solidarietà tra stagisti. Ora me la dovrò cavare anche senza di lui. Ce la farò, certo. Anzi, se posso permettermi una spruzzata di cinismo, per me è un bene che lui non ci sia più. Me l’ha detto lui, ma l’avevo capito anche da solo: il suo carico di lavoro (e, fidatevi, lavorava) potrebbe passare a me. Capi permettendo.

Oggi siamo uno di meno, ma so che non finisce qui. Quella del giornalista-stagista è una vita di clausura. Ma per una birra in compagnia, il tempo si trova sempre.



Alto tasso di socialità

Farmi chiamare alle dieci di sera un collega che ha avuto il giorno libero. Era già nell’aria che a breve avrei fatto il giro di nera. Il primo nel Borgo delle Cose Rotonde. Un onore. Una soddisfazione. O perlomeno, un piccolo passo in avanti. Una cosa nuova, che smuove le acque. Un giro di nera in affiancamento, ma il collega che se ne occupa ieri non era in redazione. Si è goduto la sua pausa settimanale. E il caporedattore ha ben pensato di avvisarlo in tarda serata. Anzi, di farlo avvisare a me, che con lui non c’ho ancora mai parlato. Ok, è uno del club del “ben arrivato”. Uno alla mano, dai. Quindi posso dire che in fondo chiamarlo non è stato un grosso problema.

“Ciao, sono lo stagista, quello che non ti sei mai cagato, se non il primo giorno. Domani ti verrò a rompere le palle quando andrai tu a romperle agli sbirri per sapere se qualche gatto è rimasto intrappolato sul tetto di casa. Come dici? Sì, sai, mi hanno detto che ti serviva un’ombra. Perciò, ecco qui. A domani, allora. Io porto i pop corn. Al bere ci pensi tu?”.

Ma non ho avuto modo di dirglielo. L’ho cercato per almeno mezzora, ma il telefono era sempre spento. O non raggingibile. Avevo paura fosse già andato a letto. Così ho seguito il consiglio del capo, e gli ho mandato un sms.

Ho provato a squillargli di continuo, anche dopo avergli inviato il messaggio. Avevo il terrore di non riuscire ad accordarmi con lui, e di non poter fare così il giro di nera. Che poi un giorno vale l’altro, l’avrei potuto fare anche un’altra volta. Ma ho l’ossessione di volercela fare. Sempre. A tutti i costi. Voglio far vedere che sono un vincente. Anche nelle piccole cose. Anche nelle inezie. Anche se si tratta soltanto di mettermi d’accordo con un collega che probabilmente si sta accoppiando con la sua donna (chissà quale delle tante), e per cui scippi, rapine ed eventuali omicidi sono al momento l’ultimo dei pensieri.

Alla fine mi sono tranquillizzato. Io l’sms l’avevo mandato. In fondo se non lo avesse letto in tempo la colpa non sarebbe stata mia. Ma sua. O del caporedattore che mi ha fatto attivare in extremis.

Ore 8 40.
“Buongiorno KronaKus, scusa ma avevo il cellulare scarico. Oggi non faccio il giro di nera, ma quello di giudiziaria, dato che la collega che se ne occupa è in ferie. Possiamo vederci direttamente all’indirizzo…”.
Cambio di programma. Niente nera, si fa giudiziaria. Dai piedipiatti alle toghe. Amen. Tutto fa brodo.

Sono partito con un certo anticipo, come facevo anche nella Città delle Pizze Gommose. Altra mia ossessione è quella di non volere arrivare in ritardo. Mai. Mi sentissero i miei amici mi farebbero la pelle, dato che con loro faccio sempre valere l’esatto contrario. Puntualmente.
(Capito il gioco di parole?)

La mattinata l’abbiamo passata in procura. Un pm in vena di humor e di facili confidenze c’ha raccontato la bizzarra storia di un tentativo di estorsione finito in malo modo. Tutti lo trattavano come fosse un vecchio amico. Forse perché lo conoscevano, ed erano già al corrente della sua indole da buontempone. Resta il fatto che più passa il tempo, più mi accorgo di come questo sia un mondo di amiconi. Non necessariamente nell’accezione più negativa del termine. Non mi riferisco alla cosiddetta casta, questa volta non c’entra nulla. Più semplicemente, vedo un microverso fatto di facce note. Note tra loro. Dove ci si conosce tutti, e le mani non ci se le stringe nemmeno più. Colleghi e non.

Ci rifletto su, e mi rendo conto di quanto questa sia una cosa più che normale. Di come questo sia un mestiere ad alto tasso di socialità. E di come presto si diventi amici, di amici di amici, di amici di amici di amici. Senza farci neanche tanto caso.

Solo noi stagisti veniamo sbattutti di città in città. Dove non conosciamo nessuno, e finiamo relegati nel nostro angolo di redazione. A fingere di fare qualcosa. Costretti a tediare lettori virtuali aggiornando improbabili blog per passare il tempo. E per comunicare con qualcuno. Valvole di sfogo di una solitudine da debellare al più presto.



Vizi

I bagagli pesavano tanto, ieri, e la sera la testa sembrava volerli imitare. Sono arrivato a destinazione nella nuova città. Mi sono diretto subito a casa, non vedevo l’ora di disfarmi di tutto.

“Ciao, ti serve una mano?”.
“No, grazie, un pezzo alla volta porto dentro tutto”, ho risposto io sorridendo al coinquilino che mi ha aperto la porta, e chi si è subito mostrato così servizievole. Con un tono molto dolce, pacato.
Poi sono entrato, e abbiamo cominciato a parlare del più e del meno. Dicendo cose di circostanza, ma anche cercando di carpire le informazioni di base utili per vivere serenamente la nuova convivenza.
Tutt’altro che dettagli, ma qualcosa d’importante. Sì perché ho il vizio di cercarmi casa su Facebook, lo faccio ogni volta che mi devo spostare. Spargo la voce tra gli amici, tra gli amici degli amici e tra gli amici degli amici degli amici. Degli amici. E ogni volta trovo qualcosa. Qualcuno. Ho fatto così anche per l’altro stage, ed è andata discretamente.

Parlando con lui mi sono convinto sempre di più della mia impressione iniziale: che sia gay, o che se non lo è, poco ci manca. Il Femmino mi ha offerto un piatto di pasta, e mi ha sempre scrutato con i suoi occhi fermi e un po’ a palla da dietro i suoi occhiali. Per un attimo ho pensato di essere caduto in una trappola. Di aver dato retta agli amici degli amici e di esserci cascato. Di essere finito in una congrega di omosessuali che cerca nuove reclute tramite internet. Non sapevo cosa pensare. Se non che forse, questa volta, il mio vizio mi aveva avesso portato dove avrei soddisfatto i vizi di altri.



Belle speranze

Il tempo non vola, si dematerializza. Sono passati due mesi (circa) da quando sono tornato dalla Città delle Pizze Gommose. E ormai mancano solo tre giorni alla mia ripartenza. Un nuovo stage alle porte, un’estate in altalena alle spalle. Non perché mi sia divertito ad andare su e giù. Anzi, è l’estate stessa che si è divertita a farlo. A salire e a scendere. E io, passivo ma non troppo, a seguirne le oscillazioni.

E’ quasi ora di preparare i bagagli. Via, mi trasferisco per altri due mesi.

Nella testa ripenso al mare, che cercherò di rivedere il più possibile in questa pausa ormai agli sgoccioli. Ma ripenso anche a quanto mi ero prefissato di fare, tra divertimento e piccole grandi cose di tutti i giorni che ho sempre rimandato. Vuoi per pigrizia, vuoi per mancanza di tempo. E ripenso a quanto poco ho fatto, e a quanto in fondo sono scemo a sentirmi in colpa per essermela più che altro spassata.

Anche se questo è vero fino a un certo punto.

Ho fatto baldoria, ma non troppo. Ma più che altro ci sono state tensioni su più fronti. E in più momenti. In famiglia. Con gli amici. E con la fidanzata.
Ho maturato in me la voglia di andare lontano, nonostante il cuore se ne resti qua nella Baia delle Zanzare. Mi è cresciuta la voglia di vivere in indipendenza, di gestirmi la vita da me. Per quanto possibile.

Non abbandono nessuno. Ma torno alla mia vita da solista con un mezzo sorriso. Anche se sentirò sicuramente la mancanza della famiglia. Degli amici. Della fidanzata. E dei gatti. Una lista in ordine sparso di anime buone da cui prendo momentaneamente le distanze. In cerca di un altro me, in cerca di belle speranze.



Certe cose non dovrebbero succedere

“E io cosa ti devo dire? Ne terremo conto per le prossime volte”.
Così ha risposto il segretario della scuola dopo che gli ho fatto sapere che il mio stage è stato quello che è stato. Una sòla. Una ciofeca. Qualcosa che non sarebbe dovuto essere. Agenzia invece di online.

Sarò stato troppo morbido io. Avrò aspettato troppo tempo prima di farmi vivo, e il mio tono sarà stato più tranquillo e mollaccione di come sarebbe dovuto essere.

Avrei dovuto chiamare prima, a nervi tesi. Forse avrebbe capito meglio la situazione. Forse il Segretario avrebbe sentito di più il peso delle sue responsabilità. Noi studenti praticanti spendiamo migliaia di euro per questa scuola. Certe cose non dovrebbero succedere.



Diesel-Man

Se ci pensi ti accorgi che era meglio non pensarci. Proprio no. Siamo già ad agosto bello avviato, siamo già a meno di un mese dalla fine di questo stop forzato dall’Ordine. Una pausa per cui la mia mente ringrazia, le mie ambizioni un po’ meno.

Sto già cercando casa nella città in cui farò il secondo stage. Come al solito, sono un po’ in ritardo. Anche se stavolta in fondo sono partito prima rispetto alla scorsa volta. Speriamo bene.

Nella testa tante cose che vorrei fare. Piccole grandi intenzioni che avevo rimandato a questo bimestre. Come al solito, sono in ritardo anche qui.

Ma io sono un uomo-diesel, ormai lo so da un pezzo. Ci metto un po’ a partire, ma poi carburo. Speriamo piuttosto di riprendere subito il via con il secondo stage, di saper cavalcare il ritmo giusto sin dal primo giorno.

Questa volta non ho intenzione di perdere troppo tempo. Umili sì, coglioni no. Voglio lavorare il più presto possibile. Voglio dare un senso ai miei giorni in redazione.

Sarò pure sempre in ritardo, ma se voglio so anche spingere sull’acceleratore.



Tanti auguri.. a chi tante badanti ha!

E’ già passato un anno da quando ho iniziato a scrivere delle mie “fatiche” di aspirante cronista. E’ già da un anno che vivo in questo mondo (in realtà anche da prima), e che lo condivido con il resto. Il resto del mondo. Quello che mi legge perché ne ha voglia, e perché ne ha il tempo. Perché gli va, e devo ancora capire perché. Perché gli va, appunto.

C’è chi dice che questo blog sia divertente, chi “divertentissimo”. C’è chi quasi esplicitamente ammette di leggermi perché si consola nel vedere che ci sono altri coglioni aspiranti giornalisti come lui, tutti immersi nello stesso mare, fatto di delusioni e di riscatti. Di voglia di fare e, ogni tanto, di prendere e mollare tutto. Di dignità altalenante. Di scenette comiche inserite in un contesto di mezza tragedia.

Gli altri motivi non li so, anzi dovreste dirmeli voi. Voi che mi seguite in questa strada di risate agrodolci. Voi che mi incoraggiate, voi che dite di stimarmi. Voi che anche se non vi vedo siete qui accanto a me.

Buon primo compleanno KronaKus. Auguri a te e salute ai tuoi amici di bit. Forieri di consolazioni virtuali. Compagni di (s)ventura. Colleghi o non colleghi, comunque spettatori di uno spettacolo che si chiama vita, sogno, futuro. Speranza. E vada come vada. Perché lungo la strada ci saremo fatti due risate. Ché la voglia di quelle non ci passerà mai.



Merda e cioccolato

Mi rendo conto di quanto sono fortunato. Fortunato nella sfiga di non esserlo stato affatto. Se il mio stage ha fatto pena è anche colpa mia, lo so. Ma ora questo non m’interessa. Ora sto riflettendo su altre cose. Sto riflettendo su quanto sia stato grande il privilegio di aver da poco finito di vedere (e di fare) tutto quello che odio del giornalismo. Ho visto la parte marcia, così la prossima volta saprò dove cercare la polpa. La parte succosa. Quella buona.

Agenzia. Economico. Dare voce ai politicanti di turno. Ecco le tre parole, o quello che sono, che non devono far parte del mio futuro di giornalista. Ecco i tre spauracchi, i tre indicatori di un fallimento sicuro.

Non è un caso se volevo fare uno stage di online. Dicono sia il futuro, anche se è evidente come non esista ancora un modello commerciale capace di farne una professione sicura e remunerativa. Purtroppo mi ritrovo a voler fare il giornalista in un momento in cui tutto sta cambiando. Come, non si sa. Ma forse forse l’online, un giorno, si rivelerà essere la terra promessa di questa strana e bistrattata professione. Vedremo. Sapevo, quindi, che l’agenzia non mi sarebbe piaciuta. E’ stata pur sempre un’esperienza, ma io sono più per l’approfondimento che per la tempestività. Non m’interessa “stare sulla notizia” quando lo fanno già gli altri. Per me il giornalismo non è una gara di velocità, ma una sfida giocata sulla comprensione profonda dei fatti. Da parti di chi scrive e di chi legge. Sono un cronista fuori dal coro, lo so. Ma d’altronde non è colpa mia. E’ che mi disegnano così.

E’ un caso, invece, che abbia lavorato per l’economico. Sono ragioniere, o così dice il mio diploma. E in cinque anni di scuola ho imparato che l’economia non mi piace affatto. Anzi, quasi mi fa schifo. Negli anni mi sono ritrovato a mio agio più con la penna che con la calcolatrice, più con le parole che con i numeri. Ma una volta arrivato in redazione, a inizio stage, non potevo

permettermi di decidere io che cosa avrei dovuto fare. O forse sì, ma sono una persona umile, anche se a volte non sembra. E prima mi piego. Poi, prima di spezzarmi, mi rialzo. Faccio scegliere agli altri, comincio in modo servizievole, nell’accezione più pulita del termine. Inoltre un mese è veramente poco, non ho nemmeno provato a farmi spostare in un altro settore. Appena il tempo di prendere confidenza con persone e meccanismi dell’economico, che eravamo già ai saluti.

E’ un altro caso, poi, quello di aver dovuto dare voce alle facce da culo di turno. Ho scoperto a mie spese che le agenzie ti mandano alle conferenze per un motivo ben preciso. Non per cercare la notizia, come logica vorrebbe, ma per far parlare e riportare quanto detto dal politico di turno. Dal presidente di turno. Da chi detiene la carica più alta. Insomma, da chi in quel momento ce l’ha più grosso.

Ma io sono affascinato dal lato umano delle cose. Mi piace capire, scavare e poi capire di nuovo osservando quanto sono riuscito a dissotterrare. E voglio raccontare alle persone quello che c’è da vedere. Preferisco metterci un giorno di più, ma farlo bene. Voglio entrare nel cuore di chi mi legge, non limitarmi a solleticargli la mente con due righe fresche di stampa. Anzi, di bit. E voglio dar voce a chi non ce l’ha. Voglio mettere sul piedistallo chi ce l’ha piccolo e farlo sentire il nuovo Rocco Siffredi. Voglio restituire dignità a coloro cui la società l’ha negata, e senza darmi un limite. E poi odio gli sproloqui propagandistici dei ministri, che infilano a forza i loro proclami autocelebrativi come vibratori senza vasellina.

Sono davvero fortunato. Ora la strada la vedo più chiara. Lontana, ma chiara. Ho capito che le deviazioni sono tante, che l’itinerario è tortuoso. E che certe strade portano a paludi più comode di certe foreste, ma che non per questo puzzano meno. Tutt’altro.

Qui ci vuole una rivoluzione del mio approccio. A colazione mangerò pane e intraprendenza. Servono iniziative mirate, per non finire nel lato più torbido di una professione che ha due facce. Una di merda e l’altra di cioccolato. E ora che mi son sporcato con la prima, mi è venuta una gran voglia di strafogarmi con la seconda.



Intanto ozio

Sono indeciso se chiamare o no, anche se so che dovrei farlo. E’ giusto che in segreteria sappiano tutto. Quelli della scuola nemmeno s’immaginano che il mio stage non è stato quello che sarebbe dovuto essere. Sono stato fregato, l’ho scritto più volte. E non ho mai telefonato per farlo sapere ai segretari, quelli che hanno organizzato lo stage, perché non volevo creare casini. Ho deciso di prendere quello che c’era da prendere, senza farmi il sangue amaro né con me stesso né con nessun altro.

Ma ora che lo stage è finito, forse sarebbe il caso di tirar fuori tutto. Magari la prossima volta staranno più attenti. Eviteranno di mandare uno dei loro studenti a fare uno stage di online in un’agenzia di stampa che non ha nemmeno una redazione dedicata.

Ci penso su. Intanto ozio.



Fuoco

Me ne vado con una valigia carica di pensieri irrisolti. Che pesa, pesa tanto. In questi due mesi ho accumulato molto, ora inizia la fase dello smaltimento. Per il momento mi sento saturo, sento la finta nostalgia di un passaggio obbligato che in fondo non mi dispiace affatto.

Da domani torno a casa. A casa mia. Per due mesi sarò un giornalista in panciolle, a fare la raccolta differenziata delle idee e dei propositi più o meno buoni. Separerò la carta dall’organico. Il giornalismo vero dalla merda. E mi arroterò le unghie per il futuro.

Cercherò un obiettivo. Poi mirare. Puntare. Fuoco.



Eccentrici

“Senti ma alla fine di questi due mesi che idea ti sei fatto di noi?, mi ha chiesto la Capa come un fulmine a ciel sereno prima di andarsi a fumare la sua quottordicimilionesima sigaretta. “Siamo pazzi come sembriamo?”.

“Ma no!”, ho risposto io tra l’imbarazzo e la diplomazia. Ma mi sembrava di essere stato troppo sbrigativo. Troppo sintetico, anche per un giornalista d’agenzia. Così ho voluto fare “un due” alla mia risposta. “Siete solo un po’eccentrici!”.

Silenzio.

“Ah, siamo eccentrici?”

“Mah, un po’ sì”, ho ribadito sorridendo, ma con il mezzo sospetto di aver appena fatto una cazzata.

“Hai sentito, tu? – ha chiesto la Capa a uno dell’economico a cui dà spesso da dire – ha detto che sei eccentrico!”.

Ecco. Avevo fatto una cazzata.

“Ma no! – sono intervenuto io cercando di riparare – E poi dicevo nel senso che si scherza molto, ma va bene così. Si lavora meglio…”. E lì ho capito che da grande non farò mai l’ambasciatore.

La cosa è finita tra rimpallini reciproci e mezze risposte di chi tiene un neurone sul lavoro e uno sulle stupidaggini che gli gravitano intorno. E tra occhialini rivolti a me. Soprattutto quando la Capa mi ha chiesto di dirle chi fosse il più stronzo tra loro. Una domanda che non pretendeva risposta, e che tantomeno l’avrebbe avuta. Che poi di stronzi non ne ho trovati. Solo tanta apatia.

Siate eccentrici, cari colleghi a tempo determinato. Siate eccentrici e scherzate tanto, che vi fa bene. Prendetevi in giro e punzecchiatevi con amore. Che a qualcosa, in fondo, dovrete pur aggrapparvi.



Domani smetto

“Domani finisciiii?!”

Una domanda, un coro semiurlato. Una risposta che mi aspettavo come la cacca dopo mangiato.

Mi ero alzato, sicuro che nessuno si ricordasse che giorno fosse. Che nessuno si ricordasse che domani finisce il mese, e di conseguenza il mio stage.

“Qualcuno di voi sa chi è il mio tutor?”, ho chiesto a voce alta davanti a tutti e tre i capi dell’economico. E non solo loro.

“Tutor?”, mi ha domandato la Capa.

“Sì, perché in teoria ci dovrebbe essere, anche se non ho capito chi sia…”, ho ribattuto. “Visto che domani finisco, e avrei questo modulo da…”.

E lì è partito il coro. “Domani finisciiii?!”.

“Eh sì, sono due mesi…”, ho detto io.

“Di già?”, mi ha fatto la “capa”.

“Il tempo vola”, ha stigmatizzato il Terzo Capo, quello di cui ho parlato poco, ma quello con cui forse mi sono trovato meglio.

“Lascia qua che te lo compilo io”, ha fatto lei.

L’ho ringraziata e sono tornato a sedermi. Poi ho spiegato che è l’Ordine che ci vieta di fare stage a luglio e agosto.

“Perché?”, mi chiede la Capa.

“Per non togliere il posto agli altri”, risponde giustamente il Terzo Capo.

“Mm-mm, è così da quest’anno”, ho annuito io.

Poco dopo il Terzo Capo se n’è andato. Da domani si fa una settimana di ferie, con destinazione chissà dove. Ci siamo fatti un saluto dalla porta, come se fosse un giorno qualunque. O si era già scordato che al suo ritorno non ci saremmo rivisti, oppure sono io che amo troppo i convenevoli.

Pazienza. Domani finisco. Domani smetto.

Ed è quasi cin cin.



Sono un cronista, non sono una santa

“Non mi funziona questo cazzo di coso!!!”, ha gridato la “capa” dell’economico. “Penso che anche la Gazzetta di Torrecannuzza abbia un sistema internet migliore di questo!!”. Stava aggiornando il sito, lei che può, ma non le funzionava nulla. Aveva preparato il pezzo, messo tutto in pagina. Ma cliccando su “pubblica” non compariva nulla. Doveva ricominciare da capo. Ed è scoppiata, nonostante sia appena tornata da una settimana di ferie. “Lo fanno per farti venire l’esaurimento nervoso!”, ha detto.

“No. E’ una prova di santità”, ha commentato il simpaticone che giorni fa è stato zittito dal Mutandaro perché voleva fare un lavoro assegnato a me. “La fanno pure al Vaticano”.

Io che santo non sono, dico che va bene così. Che non ho fatto online in questa redazione un po’ sgangherata. Un po’, perché sono un inguaribile ottimista.

Meglio così. Meglio aver fatto agenzia nell’ultimo periodo che aver perso due mesi a fare copia-incolla sul web che il sistema di impaginazione del sito si rifiuta pure di accettare.

E come dargli torto?



Cazzuto!!

“Senti, domani ci sarebbe questa cosa qua…”. Il Mutandaro mi stava porgendo un altro lavoro su un piatto d’argento. Un piatto pesante, ma non me ne sono accorto subito. Il foglio che illustrava la conferenza stampa parlava chiaro, cioè che sarebbe durata dalle 8 45 alle 17 30. Che poi non era una conferenza stampa, ma un convegno. Quasi nove ore di dibattito sulla crisi.

Uuna flebo, grazie.

“Cazzuto!”, mi ha detto il Mutandaro.

“Eh?”, ho ribattuto io che ero troppo intento a leggermi il foglio per sentire bene.

“Cazzutoo!!”, ha urlacchiato lui con il suo solito mezzo ghigno.

Stava cercando di motivarmi. “E’ una cosa importante – ha precisato – …ok?!”.

“Sì!”, gli ho risposto io ostentando sicurezza. Una mezza sicurezza, come il suo ghigno. Perché si sarebbe comunque trattato di gestire informazioni provenienti da discorsi presumibilmente fuori dalla mia portata.

Era qualche giorno fa. Poi è andata bene, ma il senso di inutilità mi è rimasto dentro. Leggero. Mitigato dalla consapevolezza che comunque stavo comunque facendo il mio lavoro. E il problema, forse, è proprio quello.



Colpo grosso

Colpo grosso nella Città delle Pizze Gommose. Colpo grosso, sì, ma senza le donnine di Umberto Smaila. Colpo grosso per me, che all’improvviso mi sono ritrovato alla mia prima uscita per questa favolosa agenzia. Alla prima, e subito dopo alla seconda. E alla terza. In soli due giorni.

Eh già, sono stato alla mia prima conferenza stampa in questa città, la prima in veste di stagista. Il primo stagista di online che va alle conferenze stampa per fare lavoro di agenzia. Ma questa è un’altra storia. Un capitolo chiuso, direi. Mentre in questi giorni se n’è aperto un altro, anche se non durerà tanto. Ridendo poco e scherzando ancora meno, siamo quasi arrivati al capolinea. Martedì prossimo finisce il mio stage. Poi me ne tornerò al mio amato mare. Martedì si chiude un cerchio, in attesa che se ne apra un altro.

Ho tante cose da dire, ma anche tante cose da fare. Per questo, per ora, passo e chiudo. Oggi pomeriggio ho un’altra conferenza stampa, mentre nell’attesa mi aspetta un po’ di (mal)sano desk. Il dovere mi chiama. E io gli posso finalmente rispondere.



Reggimi

“KronaKus, mi fai questo commento di Cazzola sui dati Ocse?”, mi ha domandato il capo. Quello delle mutande, sì.

“Se vuoi lo faccio io”, è intervenuto un altro dell’economico. Uno grande. Uno che è lì da tempo. Uno, insomma, che potrebbe anche farsi gli affari suoi.

“No no”, gli risponde il capo.

“Eh?”, ribatte lui.

“No, reggimi! Sta’ buono, sei arrivato adesso. Sta’ tranquillo”, gli ha risposto il Mutandaro.

Reggimi.

Reggimi cosa?

Il gioco, forse?

Mentre assistevo a quella scena mi son sentito un mendicante. Con tutto rispetto per i mendicanti, ma non è questo che volevo. Elemosinare qualcosa da fare per non sentirmi nullo. Inutile. Vuoto.

Ho apprezzato che il Mutandaro abbia cercato di dirottare su di me quel misero lavoretto. Un lavoretto da non più di cinque o sei minuti. E se c’ho messo così tanto è solo perché sono pignolo io.

E ha fatto bene, il Mutandaro. Perché ha pensato bene di sfruttarlo, questo stagista. Sfruttarlo nel senso buono. Facendolo lavorare. Che in fondo è per questo che sono qui. Ma in fondo, eh!

Però che ci sia un gioco da reggere, che si sia arrivati a questo.. Non so, mi viene da sorridere. Ci manca solo il rimpallino dei comunicati, poi possiamo anche fare le olimpiadi dell’agenzia.

Meglio sorridere, già. E mentre loro si reggono il gioco, mi domando le mie palle chi le reggerà. Se non loro, sì. Sempre loro. Le mie solite amate mutande.



Smutandato

“Toh, va! C’è anche KronaKus”, ha detto il capo dell’economico dopo essersi stiracchiato con i suoi soliti esercizi di simil stretching. Più simil che stretching.

E dire che l’avevo pure salutato.

“E mi avevi pure salutato, vero?”. Oh, meno male.

Ora che le sue sinapsi l’hanno finalmente reso cosciente della mia presenza, mi aspetto che mi dia un po’ di lavoro da fare. Così la smetterò di cazzeggiare al computer. Di stare su facebook a coltivare le mie public relations. E di cambiare schermata ogni volta che si avvicina qualcuno. Tengo sempre il sito dell’agenzia aperto. All’occorrenza mi basta un click per fare almeno finta di informarmi. E di seguire quello che fanno qua dentro.

Che poi il capo dell’economico, lo stesso che si è accorto tardivamente della mia presenza, è un tipo alla mano. Pure troppo. Ma ha una specie di ansia che non saprei definire. Sembra tranquillo, eppure quando parla al telefono sembra fare le vasche per il corso. Lo struscio più selvaggio. Va di qua e di là, e finisce puntualmente da me senza una vera ragione. E io lì, a cliccare a casaccio per non far vedere che sto lì ad aggiornare un blog in cui parlo e sparlo di loro. E che perdo tempo, anche se quella non è proprio colpa mia.

“Abbi pazienza, ho più di quarant’anni”, si è giustificato lui con il suo solito sarcasmo per il fatto di avermi visto solo ora. Anche se mi aveva visto pure prima.

“Beh, quarant’anni sono un po’ pochi per usarla come scusa”, ho risposto io con un sorriso. Perché è meglio ridere che piangere. Qua è meglio provare a empatizzare con le persone che mi circondano. In fondo lui, con me, lo ha già fatto. La seconda settimana è successo che me ne stavo seduto con la schiena troppo in avanti, e dai jeans mi si intravedevano le mutande. A un certo punto ho sentito una mano alzarmi la maglietta, da dietro. Era lui, il capo dell’economico, il quarantenne distratto.

“Volevo vedere che mutande porti”, ha detto il burlone.

Per me va bene, mi piace questa voglia di interagire. E di scherzare. Mi sta bene che mi si guardi pure che mutande porto, se serve a per rompere un ghiaccio che dopo più di un mese e mezzo non si è ancora sciolto.

L’importante è che nessuno s’interessi anche al loro contenuto.



Faccia da culo

“L’avete vista la partita dell’Italia, ieri?”. ha chiesto l’Energumeno ai capi dell’economico.

“Sì sì”, hanno risposto loro.

“Io ho pure litigato con mio figlio di sei anni che voleva vedere un’altra cosa”, ha aggiunto uno dei due. “C’è stato un conflitto ideologico”. Ha riso. “Ma poi gli ho fatto vedere «L’era glaciale» ed è stato contento”.

Spero per lui che fosse il cartone, non la trasmissione della Bignardi. Che mi piace, per carità. Ma un bambino non potrebbe che dormirci davanti. E a bocca aperta.

“E tu cos’hai visto, ieri sera?”, ha chiesto l’Energumeno rivolgendosi a me.

Ho dovuto pensarci un po’. Oggi ho un sonno debilitante, ho dormito meno di quattro ore e mi sento decisamente a terra. La concentrazione ce l’ho sotto le scarpe.

“Niente, ieri sera non ho visto niente”, ho risposto.

“Ah – ha ribattuto lui – allora hai trombato!”. E se n’è uscito con il più classico dei gesti. Palmo della mano rivolto verso il basso. Dita socchiuse ma con pollice sparato fuori. Polso serrato. E movimento verticale dell’avambraccio.

Poi si è girato e si messo a parlottare sotto voce con uno dei più giovani dell’economico. Indicando me.

Io ho reagito con una risatina. Perché avrà pure una gran faccia da culo, ma l’Energumeno un po’ di perspicacia ce l’ha. Non vedo perché negare, visto che ha indovinato. Come ho già detto, questo weekend il tempo ha fatto schifo. Di andare al mare non se ne parlava proprio. Un povero aspirante cronista dovrà pur fare qualcosa per scacciare i dispiaceri!



Demotivato

Un uomo ha bisogno di stimoli. In tutti i sensi. Un uomo ha bisogno di fare qualcosa perché ne ha voglia. Voglia davvero. Perché deve crederci, deve credere in quello che fa.

A un uomo servono incentivi. Economici, sì. Anche. Ma qui non è questione di soldi. Qui a essere deluse sono le aspettative di chi questo mondo, quello del giornalismo, lo conosceva solo da fuori.

E’ da tempo, ormai, che sto dietro a questo mestiere. Che lo inseguo come un cane fa con un motorino in corsa. Ci prova, magari si diverte pure. Ma non lo prenderà mai. E’ da tempo, già, che gli faccio la fuga. E so di essere in una fase intermedia in cui non posso pretendere che una cosa. Una soltanto. Imparare.

Ora qualcuno mi dica cosa posso imparare qua, se non ad annusare l’aria che si respira dentro una redazione. Una di quelle grandi, ok, ma in cui non conti nulla. Che poi nessuno vuole ancora contare chissà quanto. Qua io sono zero, e zero devo essere. Altrimenti non sarei lo stagista che si prende le fregature, ma sarei direttamente io, il caporedattore centrale che prima t’illude e poi ti calpesta le poche speranze rimaste.

Qualcuno mi parla di disorganizzazione, e ha ragione. In pieno. Ma manca qualcosa. Non è tutto lì. C’è dell’altro sì. C’è la superficialità. Quasi come se stessimo giocando. Quasi come se dare a un aspirante giornalista un’occasione per formarsi sia poco più che una barzelletta.

E io son qua, demotivato. A piangermi addosso. Anzi, a piangere sul latte versato. Versato da altri.

Son qua, a domandarmi cosa farmene dei giorni rimasti. Di certo non starò lì a incazzarmi, non ho più voglia nemmeno di quello.

Stanno spegnendo la mia buona volontà. Qui ci vorrebbe un cambio di passo.



‘Sti cazzi

Per fortuna che poi c’è il fine settimana. Per fortuna che dopo il venerdì viene il sabato, e puoi affogare le delusioni nell’alcol. O affogarle nel mare.

Peccato che non faccia sbornie da mesi. Peccato che fuori ci siano Noè e il suo bestiame variegato che cercano salvezza dal diluvio universale.

Peccato che ormai sia abbastanza grande da saper liquidare il tutto con un laconico “’sti cazzi”.



Condannato all’agenzia

“Mi scusi, avrei bisogno dei dati di accesso al sistema per poter lavorare al sito..”, ho chiesto ieri mattina al caporedattore centrale, quello che si era adoperato per farmi istruire sul lavoro online che si fa in questa redazione.

“Ah – ha risposto – ma non so mica se te le possiamo dare..”

“Ah no?”, ho ribattuto io sempre più perplesso.

“Eh, sai, quelle non lo possiamo dare così..”

“Ma sono uniche? Non si può creare un profilo personale per me, un account che poi cancellate quando me ne vado?”

“Eh no, i dati di accesso sono uguali per tutti. Comunque chiedo”.

Avevo già capito che non c’erano speranze. Avevo già capito di essere condannato all’agenzia. Niente online per me, lì dentro. E poi ridendo e scherzando – anche se è stato più un “piangendo e sdrammatizzando” – il mio brevissimo stage si avvia già alla fine.

Avevo capito, e avevo capito bene.

“Mi dispiace – mi ha detto il caporedattore verso metà pomeriggio – ho parlato con i piani alti per la questione dei dati d’accesso. Mi hanno risposto come se fossi scemo. Mi dispiace ma non si può fare”.

Bingo. Fanculo.

“Magari potresti stare a vedere come lavorano gli altri…”, ha concluso.

Magari un paio di palle. Già con il tipo di lavoro online che si fa qua dentro, il mio tasso di “giornalisticità” – anche se non si dice – sarebbe stato ai minimi storici. Se poi devo addirittura stare a vedere, beh, ditemelo prima. Così la prossima volta mi porto pure i pop corn.



Meglio di niente

Mi ero rassegnato, ormai. Il mio futuro, qua dentro, sarebbe stata inevitabilmente l’agenzia. Non ha senso che mi metta a fare i copia-incolla per loro. Sono qui per imparare un mestiere, non per cazzeggiare. Perciò avevo appurato che il mio stage, quello che avevo richiesto, quello online, era andato a puttane. E quindi avevo deciso di mandarcelo, a puttane, ma non coi miei soldi. Perché io avevo deciso di investire su un’altra cosa. Su un tipo di giornalismo che non mi ha mai conquistato. Ma se agenzia dev’essere, agenzia sarà.

Meglio di niente.

Ma ieri mattina mi si è avvicinato uno dei capi. Uno dei capi dei capi. Se ho capito bene, uno dei capiredattori centrali. Uno di quelli che comanda, e che comanda parecchio.

“Fra poco verrà una persona a insegnarti alcune cose sull’online. Ti farà vedere un po’ come si lavora al portale, qual è il sistema editoriale.. Queste cose qua”, ha detto. Ma a me quelle cose là non piacciono. Mi stavano spingendo dentro la trappola del copia-incolla, e lo stavano facendo con entrambe le mani.

“Così potrai dare una mano anche tu con il sito”. Meglio. Dare una mano mi sta bene. Prendere dimestichezza con certi meccanismi può comunque servirmi per un futuro. L’importante è che non debba fare solo quello. Mi sta bene se sarà un mix di online, per quanto estremamente limitativo, e di agenzia.

Meglio di niente.

Tempo venti minuti, ed ecco arrivare una ragazza. Credo avesse circa una trentacinquina d’anni. Capelli mossi e mori. Slanciata. Snella. Particolarmente abbronzata, forse pure troppo. Insomma, una gnocca. Quella che non avevo trovato nell’ufficio della responsabile del personale. Quella che invece era lì davanti a me. Anzi di fianco, anche se detta così pare che ci siamo ripassati mezzo kamasutra. Invece siamo stati un paio d’ore al computer, con lei che m’istruiva e con me che tenevo un’occhio sullo schermo e uno su di lei. Lo strabismo del cronista arrapato.

Ma io sono e resto una persona moderata. Uso le parole come spade, ma agisco quasi sempre di fioretto. Sono stato professionale come lo è stata lei. E poi sono mezzo ammogliato. Va bene così.

Ci siamo visti come inserire i testi. Come titolare facendo attenzione a non sforare su due righe. Dove prendere le immagini e come caricarle nel giusto formato. E come non fare cazzate, perché questo sistema editoriale sembra fatto da un hacker in stato di ebbrezza, e a scombinare la home page ci vuole meno di niente. Si vede che qua dentro sono tutti amanti del buon vino, dai tecnici a quel burlone del direttore con le sue firme distratte.

Due ore a prendere appunti, poi lei mi ha detto: “Mi sa che abbiamo visto tutto. Adesso però ti servirebbero i dati di accesso, ma io non posso darteli. Chiedili al caporedattore centrale, ok?”.

Certo, li chiederò. Anche se non so quanto mi potrà veramente servire tutto questo. Però intanto ho passato un po’ di tempo in compagnia di questa bella mora.

Meglio di niente.



Ruggine

“Toh va, arriva quel simpaticone del direttore”, ho pensato mentre sentivo qualcuno avvicinarsi a me con un certo passo. Il suo andamento è placido ma sostenuto. E’ semplice ma inconfondibile. Sono qui da poco ma già lo riconosco.

Il direttore. Colui che doveva essere ubriaco quando ha messo la sua firma sul modulo del mio stage. Lui, che lo sapeva che nella sua agenzia una redazione online non c’era più. Lui, che è in parte responsabile di questo mio limbo. In parte, sì. Perché accuso anche la scuola di concorso di colpa. Avrebbero dovuto verificare, quantomeno per garantire ai suoi studenti la possibilità di fare lo stage indicato come preferenza. I suoi studenti, che pagano oro e ricevono ruggine.

Lo riconosco quel fottuto passo. O perlomeno ne ero convinto. Perché quando ho alzato gli occhi mi sono trovato davanti un’altra persona. Era il vicedirettore.

Eppure il ritmo di piedi e gambe era lo stesso. Sarà che a stare ai vertici ci si conforma a un certo modo di muoversi. Chissà. Ma almeno lui mi saluta.



La trappola del copia-incolla

Da buon cronista ho fatto la mia indagine.

L’agenzia per cui lavoro possiede anche altri portali. Portali tematici. Dove non si scrive niente di nuovo. Dove non si fa vero giornalismo.

E anche lo stesso sito dell’agenzia non contiene nulla di originale. Gli scritti sono già stati scritti. Da qualcun’altro. Chi lo aggiorna non fa che inserire testi di altre persone. Sono rare le volte in cui le notizie pubblicate sono frutto di un vero lavoro giornalistico. La maggior parte delle volte sono collage di cose già fatte.

Sarò ingenuo, sarò solo un principiante. Ma non sono un coglione. Ho capito l’antifona. A fare l’online qua, si rischia di cadere nella trappola del copia-incolla.

Qui serve uno scatto d’orgoglio. Anche un aspirante cronista ha la sua dignità.



Quella roba lì

Ho fatto un bel sospiro e ho preso la strada che avrei dovuto prendere almeno uno settimana fa. Sono uscito dalla porta interna della redazione e ho fatto le scale. Quarto piano, ufficio del personale. Sono arrivato carico. Non tanto di speranze, che illudersi non conviene mai. Ero pieno di determinazione.

Ho varcato la porta. Davanti a me né triangoli saffici né chissà quale altra strana geometria. C’era solo lei, la responsabile. Insomma, niente gnocca. Ma non importa, non ero lì per il piacere, se non quello di sentirmi dire che il mio stage si sarebbe finalmente raddrizzato. Che da domani avrei smesso di fingere di fare agenzia e che mi avrebbe messo subito sotto con l’online. E senza fingere. Che avrei preso il loro sito e l’avrei riempito di articoli miei, magari pure di foto.

“Senta, io con il direttore non ho parlato”, ha detto. Ed è stato subito gelo. “Lui, sa, è sempre molto impegnato”. Già mi ero scocciato. “Però ho sentito dei colleghi che lavorano in un ufficio qui vicino – ha aggiunto – che si occupano di alcuni portali legati alla nostra agenzia. Loro hanno detto «magari, ci servirebbe qualcuno, come il pane!»”. La responsabile del personale mi stava dando una mezza speranza. Solo mezza, sì, ma che messa insieme al mezzo wafer dell’altro giorno avrebbe fatto qualcosa di intero. Qualcosa. Cosa non so. Non era il sito sito, ma il sito qualcos’altro. Era meglio di niente. “Bene, si sarà mossa lei..”, ho pensato.

“Ora, dico, cosa ha intenzione di farei? Senza l’autorizzazione del direttore qua non si va da nessuna parte. Ci vuole parlare lei?”, mi ha chiesto la responsabile come se per l’ultimo arrivato fosse la cosa più facile del mondo. “Oppure – ha continuato prima che le dessi una risposta – potrebbe parlare con i suoi capi dell’economico e vedere se può fare qualcosa a livello di.. come si chiama.. di internet, insomma”.

Insomma, sì. Quella roba lì. Internet. Online. Parole che sento sempre più distanti. Se questa redazione un dipartimento online non ce l’ha, mi domando cosa possa combinare anche parlando con i miei superiori. Il direttore, poi, non ci penso nemmeno a cercarlo. Lui è uno di quelli che ti passa davanti e si volta dall’altra parte.

Ma il problema non è quello. Se per muovere le acque devo andare ai piani alti, allora farò altre scale, varcherò altre porte e parlerò con il dio di questa cazzo di agenzia. Il punto è: chi sono questi fantomatici colleghi che lavorano in questo fantomatico ufficio qui vicino che si occupano di questi fantomatici portali?

Non mi fido. Devo controllare.



Il wafer dimezzato

“Ohhh, ben svegliato, giovanotto”, ha detto l’Energumeno a me che sembro ben più sveglio di lui. Non che ci voglia molto, nonostante i tempi morti tendano a intorpidirmi. Ma io almeno me ne resto alla mia postazione a fare qualcosa. Ok,qualcosina. Lui invece continua a vagare per la redazione come un’anima in pena. Come fosse la persona più annoiata del mondo, e che quindi ammazza il tempo girando e rigirando tra i colleghi, a sparare cazzate di circostanza che sembrano buttate lì per riempire chissà quale vuoto.

Ma in fondo mi sta simpatico. L’altro giorno mi ha pure offerto mezzo wafer. “A te solo questo, giovanotto, che lui è più grande”, mi ha detto l’Energumeno prima di dirigersi verso un altro ragazzo, uno di quelli che è qui da qualche tempo ma che ancora non sa dove sarà tra un mese. Che cosa farà. Insomma, se gli rinnoveranno il contratto. Per lui un wafer e mezzo, a me soltanto la metà di uno. Per ora mi merito solo questo. Mezzo wafer. Chissà se per fine mese me ne meriterò uno intero. Potrebbe essere il segno che mi avranno fatto lavorare di più. Più di adesso, perlomeno. E anche qui, non è che ci voglia molto.

Più tardi vado a parlare con la responsabile del personale, nella speranza di non ritrovarla in compagnia di un altro trittico di donne. O se proprio dev’essere, che questa volta siano almeno un po’ gnocche.



Voglia di mare

Caldo e relax. Due elementi che si sposano a fatica. Per fortuna sono riuscito a dormire otto ore di fila. Quasi. Finalmente. Ma una volta sveglio la temperatura corporea sale. E fa caldo, tanto caldo.

Qui niente mare. Qui solo un mare di sudore. Per questo odio le grandi città, soprattutto quelle senza sbocchi verso l’esterno. Verso l’acqua. Che d’estate è paradiso liquido.

Soprattutto odio i posti in cui non sanno fare la pizza. Quella che ho mangiato ieri sera con alcuni miei amici non era gommosa come le altre. Era direttamente ridotta a carbon coke. Era fina come l’ostia. Tant’è che l’Invasato, che è pure abbastanza di chiesa, l’ha chiamata “ostia fritta”.

Ma forza e coraggio. Siamo qui per una missione. Fare i giornalisti. I giornalisti seri. Speriamo solo me ne diano modo. Speriamo solo che non uccidano sul nascere la buona volontà di un aspirante cronista. E speriamo pure che questa tremenda voglia di mare non porti la mia testa a farsi un bagno lontano dai doveri.



Sono stato fregato (3)

Mi affaccio alla porta del suo ufficio, e vedo la responsabile del personale con altre due donne. “Le dispiace se ne riparliamo lunedì, per quella cosa?”, mi fa. Evidentemente era troppo impegnata in quella sorta di triangolo saffico camuffato da briefing di lavoro per degnarsi di dirmi qualcosa riguardo al mio stage.

Ma poi ha anche ammesso, spudoratamente, di essersi dimenticata di parlare con il direttore. Sicché aspetterò lunedì. Lunedì, perché lei domani non lavora. Lei no, io sì. Mi tocca un altro giorno di simil-agenzia in attesa della conferma al mio grande sospetto.

Che sono stato fregato. E tre.



Sono un pupazzo

Charming Girl è online

Charming Girl: ciao

KronaKus: ciao, tutto ok?

Charming Girl: si si

KronaKus: bene

Charming Girl: ti ripeto, il fatto di parlare con uno che si nasconde mi piace poco

KronaKus: ma lo capisci perché mi nascondo? mi sa di no. mica sono un criminale. secondo te, se io mi lamento sul mio blog del fatto che i miei nuovi colleghi mi ignorano deliberatamente, posso dire in giro dove lavoro, chi sono e magari poi farmi leggere da qualche collega?? riflettici, per favore. dovrei limitarmi nelle cose che scrivo, e a quel punto tanto vale chiudere tutto!

Charming Girl: ma secondo te vedere una foto implica che io conosca il tuo nome e cognome e il tuo indirizzo di casa?? o se mi dici abito qui o là… che ci sei solo tu, di abitante?

KronaKus: che sta facendo uno stage in un’agenzia di stampa però sì. è quello il punto

Charming Girl: ma che me ne frega a me! senti fai cio che vuoi

KronaKus: so che non ti frega. si tratta solo di non rischiare che qualcuno dica in giro chi sono

Charming Girl: naaaaaaaaa… ma io sto all’estero, che mi frega di dire agli altri chi sei tu??

KronaKus: però il mio ragionamento ti fila? o no?

Charming Girl: si ho capito… ma a me del resto del mondo poco me ne importa… dici che faccio la spia?? che mi frega?!

KronaKus: non ti sto dando della spia

Charming Girl: quasi

KronaKus: non è un fatto personale. e credimi, se sei tu nelle poche foto che ci sono sul tuo profilo, non esiterei a far vedere una mia foto a una bella ragazza come te :D

Charming Girl: quella solo viso con le labbra storte sono io

KronaKus: ecco appunto, affascinante. lo dice pure il tuo nick.

Charming Girl: ;) grazie

KronaKus: prego. sono sincero

Charming Girl: io non posso dire altrettanto. vedo solo quella faccia da pupazzo

KronaKus: ma come, non ti piace?!

Charming Girl: x niente

KronaKus: l’ho fatta con paint. c’ho messo tanto amore, e tu la tratti così

Charming Girl: è orrendo

KronaKus: mi ferisci :(

Charming Girl: è la verità

KronaKus: apprezzo la sincerità, ma mi ferisci lo stesso

Charming Girl: odio parlare con i pupazzi

KronaKus: ti ripeto che sono di carne e ossa

Charming Girl: lo so. ma io vedo solo un pupazzo

KronaKus: un pupazzo vivo e vegeto, però

Charming Girl: sempre pupazzo rimane

KronaKus: un bel pupazzo, però

Charming Girl: lo dici tu

KronaKus: :(

Charming Girl è offline



Sono stato fregato (2)

“Buongiorno, sono lo stagista della scuola di giornalismo”.

“Ah, buongiorno. Mi dica”, risponde la responsabile dell’ufficio personale.

“Senta, io sono qua da quasi due settimane. Il mio doveva essere uno stage online, ma sto facendo agenzia. Io mi adatto, per carità. Però volevo capire cosa fosse successo…”.

“Ah…”, dice lei con aria perplessa. “Ho capito… Ma lei con chi ha parlato?”.

Il nome di chi mi aveva assegnato all’economico proprio non mi viene. Sono una frana coi nomi, ma descrivendo la persona mi faccio capire comunque.

“Sì, sì. Ho capito. Senta, io non so che dirle. Qua una redazione online non c’è più da diversi mesi”. Ed ecco la conferma che non volevo. “Ha provato a chiedere di mettere mano al sito? Di aggiornarlo lei, di tanto in tanto?”, mi domanda.

“No”, rispondo io. “Sono qua da poco. Ho voluto vedere l’andazzo”.

“…Capisco… Perché sa, quando la segreteria della scuola mi ha chiesto se c’era modo di farle fare qualcosa di online…”.

“Come? La scuola?”. Qualcosa non mi torna. Io sapevo che era stata l’agenzia a contattare la scuola perché aveva bisogno di qualcuno che si occupasse del sito.

“Sì, quando la scuola mi ha chiamato…”.

“Io sapevo che eravate stati voi a chiamare”, la interrompo io.

“No no. Sono stati loro a chiederci se c’era la possibilità di farle fare quel tipo di stage…”.

Sono stato fregato. E due. Ho la sensazione che la scuola mi abbia dato il pacco. Una sola. Che mi abbia rifilato uno stage giusto per far quadrare i conti. Giusto per spedirmi da qualche parte. Per darmi il contentino. No, così non va bene. Cazzo. Domani li chiamo e mi sentono.

Con la responsabile dell’ufficio personale sono rimasto d’accordo che proverà a sentire il direttore. Quello stesso direttore che ha dato l’ok a uno stage che, si sapeva già, sarebbe morto sul nascere. Che non ci sarebbero stati i mezzi per portarlo avanti. Perché lui lo sa, lo deve sapere che la redazione online non c’è più. Perciò, mi chiedo, perché cazzo ha autorizzato il mio cazzo di stage?

Mistero della fede. Una fede che sto cominciando a perdere.



Subconscio anarchico

“Secondo una direttiva della Camera di Commercio di questa mattina, non saranno più ammesse richieste in merito a…”.

Stop.

Secondo cosa?

Camera di Commercio?

Qui dice Agenzia delle Entrate.

Perché ho scritto Camera di Commercio se qui dice Agenzia delle Entrate?

Oh cazzo.

E’ successo di nuovo. Ho sbagliato un’altra volta ad attribuire qualcosa a qualcuno. Un qualcuno che in realtà è qualcun altro. Come l’altro giorno con le riviste. E non va bene. Anche se mi sono accorto in tempo non va bene lo stesso.

Ultimamente il mio subconscio sta facendo un po’ troppo l’anarchico.



Sono stato fregato

“Senti maaa… qui chi è che si occupa dell’online?”, ho chiesto a uno dei tre precari con il contratto in scadenza. Una domanda che covavo da più di una settimana. Come al solito, aspetto troppo.

“Al sito ci lavorano un po’ tutti”, risponde lui. “Fino a poco tempo fa c’era una redazione apposita. Poi c’è stata una ristrutturazione aziendale e…”.

Sono stato fregato. Sono venuto a fare online dove non esiste una struttura organizzativa per farlo. E non per niente sto facendo agenzia, cosa che non era nei piani. Agenzia dal desk, poi. La scuola aveva detto che erano stati loro a chiamare, perché stavano cercando qualcuno che desse una mano per il portale. In effetti ero un po’ sorpreso. Ma non c’è niente di male, in fondo, se un’agenzia vuole potenziare la sua redazione online. Peccato che qui la redazione online non c’è più da mesi. Sono i capiservizio, a volte anche i semplici redattori, ad aggiornare di tanto in tanto il sito secondo le direttive dei capiredattori centrali. E non è molto diverso da un copia-incolla di agenzie già scritte, o comunque di notizie redatte senza tenere conto dei criteri della scrittura web che hanno tentato di inculcarci alla scuola di giornalismo.

Devo capire perché.

Devo capire cos’è successo.

Devo capire se sono stato incastrato. E da chi.

E soprattutto devo capire se ci sono margini per reindirizzare lo stage sulla strada che sarebbe dovuta essere.



Danni collaterali

Ho fatto un danno, ma potevano essere due. Giovedì scorso ho “passato” il comunicato di una rivista (che chiamerò semplicemente “A”) attribuendola a un’altra rivista (che chiamerò con altrettanta semplicità “B”).

E B si è incazzata. Perché si è ritrovata in rete la sintesi di un’inchiesta che non era sua. Venerdì ha telefonato più volte. Non ho preso io le chiamate, ma sì, a quanto pare quelli di B erano proprio incazzati. E il boss che mi ha controllato il pezzo ha evitato di arrabbiarsi con me, ma ha dovuto rimediare. In un modo che non condivido affatto, ma non ero (e non sono tuttora) nella posizione di dissentire. Si è accordato con la rivista B per farsi mandare un fax contenente un’inchiesta vecchia di un anno. Un’inchiesta di B, ovviamente. Attualità zero. Ma l’intrallazzo è servito a far star zitti i riottosi chiamati in causa per errore da me. Dal sottoscritto. Un sottoscritto che ancora si domanda come sia stato possibile, dato che ha fatto copia-incolla dall’email e poi ha lavorato su quel testo. Ancora non mi spiego come sia potuto succedere che il mio pezzo parlasse ripetutamente di B quando il testo originale si riferiva esplicitamente ad A. E non ci sono dubbi, ho controllato.

“Deve arrivare un fax. Quando arriva datelo a KronaKus”, ha detto a voce alta il capo dell’economico facendosi sentire da tutti. Era chiaro: io avevo sbagliato, io dovevo rimediare. Giustissimo. Non fosse che mancavano venti minuti all’ora che mi ero prefissato per uscire dalla redazione, tornare a prendermi la valigia (che era tutt’altro che pronta) e dirigermi in stazione per prendere il mio treno. L’ultimo regionale di quella giornata, l’ultimo senza dover pagare sovrapprezzi. E poi, non so, forse sarebbe stato un casino. Avevo approfittato della promozione di Trenitalia per risparmiare il 60% tra andata e ritorno. Scopo dell’iniziativa, favorire l’affluenza al voto. Speranza vana.

Il fax è arrivato cinque minuti dopo le 4. Avevo già sforato. E ricordare al boss la mia richeista di uscire prima pareva non fosse servito a niente. Sembrava infischiarsene. Ma una volta preso in mano il fax mi ha chiesto: “Sicuro che ce la fai coi tempi?”.

Ho risposto di sì. Ma non ho convinto né me né lui.

“Sei sicuro?”, mi ha ripetuto avvicinandosi.

Cinque, forse sei pagine da leggere e sintetizzare, sui prezzi al dettaglio delle mercerie. Squallidissimo. Non tanto per il contenuto, quanto perché stavo rischiando di perdere il treno per un imbroglio che in fondo offende sia il lavoro che i clienti di questa agenzia.

“Fammi vedere”, ho detto prendendogli i fogli dalle mani. Ho dato un’occhiata rapidissima. Un sospiro mi è uscito proprio di cuore, profondo quanto inevitabile.

Con un neurone su quelle pagine e uno già sul treno, ho cominciato a fare il mio lavoretto di riparazione. Non so come, ma in mezzora ho finito. Non so cosa ne è venuto fuori, perché appena concluso ho consegnato tutto e ho augurato buon weekend a tutti quanti. Il boss ha voluto battere un cinque. embravamo due ragazzini compiaciuti di una bravata appena fatta. Perché il boss non è stronzo, ha solo voluto chiudere il cerchio. E forse mettermi alla prova. Sbattendosene, almeno in parte, delle mie esigenze. Ma l’avevo detto: sono il vostro schiavo. Volevo essere trattato come uno che è qui per lavorare. Per lavorare davvero. E venerdì pomeriggio, con buona pace della mia pressione sanguinea, sono stato accontentato.

Appena finito sono corso via. Quarantanove minuti per tornare alla stanza che ho preso in affitto qui nella Città delle Pizze Gommose. Ed è stato un record. Ho anche dovuto disfare quel poco di valigia che avevo preparato, perché avevo dimenticato di mettere dentro un paio di lenzuola che ovviamente non ci stavano nemmeno a pagarle. Sono stato costretto a togliere una coperta che potevo anche lasciare lì. Una coperta che ovviamente era sotto tutto il resto.

Sono arrivato in stazione con mezzora di anticipo. Non chiedetemi come. Ho sempre avuto un cattivo rapporto con il tempo, ma questa volta ho vinto io.

Sono riuscito a tornare. E a fare il bravo cittadino andando a esprimere il mio voto.

In redazione sono tornato da circa mezzora. Ancora niente lavoro, ma nemmeno rimproveri. A quanto pare, durante il pezzo scritto in tutta fretta venerdì pomeriggio, il mio subconscio non è riuscito a mettere in mezzo nessuna rivista C.



Sono il vostro schiavo

Sono qui da poco, perciò mi scocciava chiederlo.

“Oggi pomeriggio avrei bisogno di uscire verso le 4, massimo 4 e mezza…”.

“Fai pure – risponde uno dei capi dell’economico, quello che mi guarda storto – tanto qui fanno tutti come cazzo gli pare!!”

Io devo partire. Domani si vota, perciò devo partire. Ho un treno da prendere per tornarmene nella mia città, dove ho mio il seggio. E l’avevo già accennato qualche giorno fa.

Neanche il tempo di reagire che il boss mi sorride e dice: “Vai, vai tranquillo. E grazie”.

Stava scherzando. Ma soprattutto mi stava ringraziando per il (poco) lavoro che stavo facendo. Mi ha fatto piacere, fa sempre piacere quando c’è riconoscenza. Ma vorrei poter fare di più. Quel “grazie” mi lascia pensare che io per loro sono come un aiuto esterno, come un collaboratore che arriva e che presto ripartirà. Non uno dell’organico, e ci mancherebbe, ma un buon samaritano che sacrifica un mese della sua gioventù in questa redazione di pazzi.

Non va bene. Voglio essere trattato male, perché è così che si impara. Voglio essere rispettato, sì, ma in uncerto senso voglio essere anche struttato.

Finisce la prima settimana, ed è stato tutto desk. Solo ed esclusivamente desk. Ho rimaneggiato più comunicati in questi cinque giorni che durante i due mesi trascorsi un anno fa a lavorare per quel becero sito di becera informazione.

Così non va. Sfruttatemi, signori. Sono il vostro schiavo.



Pazientiamo (4)

Oggi il lavoro mi ammazzerà. Di noia. Per fortuna che ora ci sono in redazione dei ragazzi libanesi (e delle ragazze libanesi), in visita per non so quale motivo. Pare stiamo finendo un tour in Italia per una specie di scambio culturale. Di più non so, ma almeno mi rifaccio gli occhi con una di loro. Che è cicciottella, sì, ma ha un viso carino.

Abbastanza carino.

Un po’ carino.

Carino sì e no.

Se continuo così mi sembrerà brutta. E’ che qua dentro tutto smuore. Faccio poco e m’intorpidisco.

Pazientiamo?



Faccio l’evasivo

“Cosa fai la sera quando esci?

“Ma tu bevi? Fumi? Ti fai le canne?”

“Chi butteresti già da una torre, Tremonti o Epifani?”

Quei due mi hanno tartassato di domande. Quei due sono dell’economico, uno dei quali comanda pure. L’altro è un omone, alto, largo, con gli occhiali grossi e la bocca larga. Una specie di nerd troppo sviluppato. Un nerd in giacca e cravatta che girovaga per la redazione dando l’impressione di non stare nemmeno lavorando. E chissà, forse non lavora proprio.

Sembrava un test piscoanalitico. Attitudinale, forse. Un’intrusione nella mia privacy ideologica che suonava tanto di controllo preventivo. Nel senso che è meglio farlo subito e capire con chi avranno a che fare per questo mese.

Però sulle loro facce c’era un mezzo ghigno. Non era un interrogatorio, solo delle domande tra il serio e l’ironico per capire chi o cosa sono, ma credo anche per rompere il ghiaccio. Non ho nemmeno capito da che parte stanno. Potrebbero essere destroidi che vogliono controllare se tra le fila di questa redazione è entrato uno di loro. Oppure sono dei sinistroidi che fanno domande a trabocchetto per verificare se sono o meno un compagno. Perché dai loro commenti mi sono sembrati di destra, ma forse facevano finta. Io sono rimasto evasivo. Alla terza domanda ho restituito la palla al mittente con un laconico “questa è troppo facile”, ma la risposta non l’ho mica data. E loro non hanno chiesto altro.



Pazientiamo (3)

“KronaKus, è arrivato un comunicato della Federconsumatori”.

“KronaKus, l’Antitrust c’ha scritto una mail, guarda un po’ che cosa vuole”.

“KronaKus, prendi quella nota della Cgil e rendila leggibile, per favore”.

“KronaKus, puoi passare quel comunicato della Danone?”.

Anche oggi correggo bozze. Bozze di altri naturalmente. Non saprei come definire quello che sto facendo, ma una certezza ce l’ho. Non è online. Non sto lavorando per un sito d’informazione, nonostante quest’azienda ne abbia uno tutto suo. Questa è agenzia. Una specie di agenzia. Fatta di solo desk. Me ne sto alla mia scrivania, con due monitor davanti a me. Uno per il sistema editoriale, uno per internet. E proprio ora ci sto navigando dentro, anche se non è questo il mare che doveva essere. Ero qui per fare altre cose.

Ma pazientiamo. Ancora per un po’.



Pazientiamo (2)

Passano, ti guardano e non ti salutano. Ho davvero dei simpatici “colleghi”. Ok che sono nuovo, e quindi potete anche non aver voglia di darmi confidenza. Ma ok che sono nuovo, e quindi perché cazzo non mi salutate?

Presentiamoci. Vogliamoci tanto bene. “E tutto questo senza impegno, amici a casa!”. Che fra un mese me ne vado, poi chi vi caga più?

Forse sono tutti dei gran sentimentali, hanno paura di affezionarsi a me e quindi evitano qualsiasi forma di contatto con l’ultimo arrivato. Che dolci che sono!

Sigh.

E coi capi dell’economico non va meglio. Loro a presentarsi sono stati costretti dalle circostanze, il saluto non me l’hanno negato e di certo non potranno negarmelo nemmeno in futuro. Ma uno mi guarda di traverso come se fossi un clandestino, e gli altri due lavorano senza tanto considerarmi. Sicché, anche oggi ho combinato poco e niente. E di online nemmeno l’ombra.

Pazientiamo.



Pazientiamo

“E quanto devi stare qua?”

“Un mese. Anche perché non potrei stare di più”

“Come mai?”

“Beh, perché l’Ordine dall’anno scorso ha proibito gli stage nei mesi di luglio e agosto..”

“..Ah.. non lo sapevo..”

Il dialogo con la segretaria è stato surreale. Alla segreteria di redazione di un’importante agenzia di stampa italiana non sono informati di queste cose.

Buon inizio.

Due ore e mezza lì a chiacchierare con loro, in attesa che si muovesse qualcosa. Poi mi hanno spedito di sotto. In redazione, finalmente. E lì, un’altra ora e mezza in attesa che il “cervellone” mi creasse un account per entrare nel sistema editoriale. Posso dire di essermi letto un giornale intero, e che la prima mezza giornata sia volata via senza fare nulla di concreto. Ma me l’aspettavo, va bene così.

Il pomeriggio ho lavoricchiato. Comunicati, mail. Tutte cose da sistemare. Posso dire con cognizione di causa di aver fatto più che altro il correttore di bozze. Un lavoro che mi ricorda quello che facevo un anno fa, in quella finta redazione in cui fingevo di essere me stesso.

Speriamo che da domani si possa fare di più. Peccato, però, che mi hanno messo all’economico, un settore in cui non mi sento molto a mio agio. Non è una materia che mi entusiasma, nonostante abbia diploma da ragioniere. Ma da ragazzini, si sa, se ne fanno di cazzate. Una delle più grosse è la scelta della scuola. Io ho putato su quella che sulla carta potesse darmi di più. Che mi potesse salvare dall’università. Poi all’università ci sono andato. Perché ho capito che io e numeri parliamo due lingue diverse.

Stiamo a vedere, dai. C’è solo una cosa che non mi convince: oggi ho fatto tutto fuorché online. Sembrava più semplice agenzia. Ma pazientiamo. Ho tutto giugno per fare quello che mi ero prefissato di fare.



Canta che ti passa

Era una casa molto carina, con il soffitto ma senza cucina..

 

Canta che che ti passa. Canta per non piangere.

La casa del padre di mia zia è divisa in due. Da un lato un appartamento con la “a” maiuscola, dove non manca nulla. Nemmeno le tre inquiline, e per questo non è disponibile. E immagino non lo siano nemmeno le inquiline. L’altro consiste in una stanza, una sola anche se grande, con un letto, un armadio, un bagno. E niente cucina. Niente dove potermi preparare da mangiare, e soprattutto niente frigorifero nemmeno per tenere in fresco l’acqua. Col caldo che inizia a fare, non mi sembra una gran bella soluzione. Perciò, niente da fare.

Domani parto, e in mano ho solo un buco in singola trovato grazie a un mezzo passaparola iniziato su Facebook e finito da amici di amici di amici che non sono miei. Una singola a uso doppia. Un buco, appunto. E’ solo un appoggio. Non so quanto dista dalla redazione in cui andrò. Non so come possa trovarmi in uno spazio così ristretto. E non conoscendo i coinquilini non posso immaginare come sarà la convivenza.

Nella stessa casa ci sarebbe anche una doppia, al momento occupata da una sola persona. Un francese che lavora qua ma che è in partenza. Se ne dovrebbe andare venerdì prossimo, ma non posso prendermi quella stanza né ora (c’è un gruppetto di suoi connazionali che si appoggia lì per farsi una vacanza) né dopo (la vuole affittare per intero, e io per quanto possa ingrassare non credo di riuscire a raddoppiare).

Andrà come dovrà andare. Questa volta parto davvero all’avventura.



Mentina Mentana

Una boccata di aria fresca. Ossigeno per i diritti dei lavoratori. Per i diritti dei giornalisti. Per la coscienza delle persone che stanno dietro la penna e dietro lo schermo.

Il Corriere.it titola: “Tribunale di Roma: «Mentana deve essere reintegrato a Matrix»“. L’ex-conduttore del programma di approfondimento di Canale 5 ha vinto la prima fase di una battaglia legale combattuta per sé, sì, ma anche per tutti i colleghi. Di Mediaset e non. Colleghi intesa come categoria, quella dei giornalisti. Che fanno sempre più fatica a guardarsi allo specchio. O se lo fanno, lo specchio va puntualmente in frantumi.

Mentana si era ribellato alla decisione della rete di non rimandare la puntata del Grande Fratello per lasciare spazio al caso Englaro. Era la sera della morte di Eluana. Canale 5 ha detto no, il giornalista pure. Dando le dimissioni da direttore editoriale. Per poi venir licenziato del tutto dall’azienda che gli ha così impedito di proseguire nella conduzione. Negandogli il diritto di continuare comunque a esercitare la sua professione. Era il 9 febbraio, e l’indipendenza del giornalismo stava subendo un duro colpo. Basso. Un altro.

Grazie Enrico, continua a lottare. Grazie per la tua determinazione. Grazie per la tua “passionaccia”. Grazie per questa piccola mentina che ci fa odorare l’alito un po’ meno di merda.



Next Step

I tempi stringono. Grazie agli imperativi dell’Ordine dei giornalisti, il calendario di noi studenti-barra-praticanti è tutto sfalsato. Per la gioia delle armate dei precari, da quest’anno niente stage nei mesi di luglio e agosto, per lasciare spazio ai disoccupati che non aspettano altro che le sostituzioni estive nelle redazioni svuotate dalle ferie.

Per questo la scuola sta già per finire il suo primo round, e già da giugno via libera alla gavetta nelle redazioni vere. Un mese, uno solo, poi uno stop forzato fino a settembre. Buon per me che amo il sole e il mare. Meno buono per me che ho bisogno di tempo e spazio per sgomitare nella mischia degli aspiranti cronisti, in questo mondo in cui di tempo e spazio per gli aspiranti cronisti proprio non ce n’è.

Da giugno sarò a fare il mio bello stage di giornalismo online in una delle principali agenzie di stampa di questo democraticissimo paese. Online, sì, perché dicono che il futuro sia lì. E nelle free press. Che però intanto stanno chiudendo sedi e tagliando edizioni. Ma suvvia, non perdiamoci in quisquiglie.

Ho un mese per far vedere se valgo. Trenta miseri giorni per uno stage richiesto dall’azienda stessa. E questo è uno scoop. Non capita spesso che non sia la scuola di giornalismo a rompere le scatole per mandare a forza i suoi allievi nelle redazioni, ma l’esatto contrario. Anche se loro le scatole non le rompono di certo.

La cosa più curiosa e bizzarra sarà cercare di imparare a fare il giornalista del web in un’agenzia di stampa. Che in fondo un sito ce l’ha, non vedo proprio perché preoccuparsi.

Ci vuole ottimismo, lo dice pure il Mister.



Pay-news

Avviso ai naviganti. Da domani questo blog sarà a pagamento. Sì, e non è colpa mia. Me l’ha detto il dottore. Il dottor Murdoch. Che ha detto a tutti che le notizie online si devono far pagare. Che sennò così non si va avanti.

Ok, io non do notizie. Questo è solo un misero blog. Però parlo di notizie. Di fare notizie. Di arrivare a poter fare notizie. E magari prenderci pure qualche soldo. Perciò vi faccio pagare. Stronzi. Tiè.

..

Se da domani quei quattro gatti che mi seguono diventano tre, significa che quel micio era proprio un coglione.



Uovo di cacca

Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. Dopo un pranzo animalesco ma non troppo (il pesce è pur sempre pesce, e come tale non ti intasa mai abbastanza), ho passato il pomeriggio in compagnia di quattro amici. Ce ne siamo andati dove per tradizione va gran parte della gente il pomeriggio di Pasqua: al mare. O meglio, per il lungomare della nostra beneodiata città.
Verso le 6 la telefonata.

Pronto?

Tutto regolare, era la mia lei. Ma poco dopo mi si è affiancato un lui che avrei fatto a meno di incontrare. Un look di lusso e un fare da giovane rampante. Pantaloni bianchi e camicia azzurrina. Mi consenta, il Capo aveva deciso di fare l’aperitivo in uno dei locali più in di questa città sempre più out. Una città che fatico sempre più a digerire (mica come il pesce), piena di giovani troppo giovani per me. E di vecchi troppo vecchi, sempre per me. Io, nel limbo di un’età che non è né carne né pesce, e che nel dubbio ha deciso di restarmi comunque sullo stamaco.

Il Capo, dunque, era lì di fianco a me, mentre telefonavo e mi accordavo con la mia ragazza sul da farsi della serata. Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. O magari l’uovo c’era, ma evidentemente era fatto di cacca. Sai, il colore talvolta inganna.
Mi son trovato a non capire cosa lei mi stesse dicendo dall’altra parte della cornetta. Un orecchio all’apparecchio e un occhio sul mio inatteso e poco gradito vicino di passeggiata. Uno strabismo audiovisivo difficilmente ripetibile. Fatto sta che mi sono sentito in imbarazzo, ma a risolvermi il problema c’ha pensato lui. Come? Ignorandomi, ovvio. Non so se deliberatamente o meno, ma non mi ha minimamente preso in considerazione. Credo e spero non mi abbia nemmeno visto, ed è meglio così.
Quella volta me ne sono andato in tutta fretta, subito dopo aver saputo di essere stato ammesso alla scuola di giornalismo. Ho subito pensato a cercarmi una sistemazione lì al Paese dei Polpacci, e tanti saluti alla cara redazione in cui lavoravo. O in cui fingevo di lavorare, non per mia volontà ma per una condizione resa obbligata dall’incapacità di una Direttrice che sembrava messa lì come il più antiestetico dei soprammobili. E di un Capo affarista e poco interessato alla buona informazione, quello stesso Capo che camminava per il lungomare fianco a fianco con la moglie di un politico locale altrettanto rampante,. Suo amico, chissà poi quanto.

Ma sarò io che penso male. Chi lo sa? In ogni caso si vocifera che qualcosa sia cambiato, in quella valle dell’ipocrisia e del servilismo in cui ho sprecato la mia scorsa estate. Pare ci sia stato un cambio della guardia.
Devo assolutamente indagare.



Fuga di massa

Qui a scuola si fa a gara per avere libera la seconda metà di questa settimana. Il festival internazionale del giornalismo di Perugia sta calamitando l’attenzione del settore, compresa quella di molti miei compagni.

Sorteggio. La soluzione rimasta è questa. Troppa gente vorrebbe andare, il Direttore non lo consente. Così il Satiro ha trovato la via: estrarre a sorte cinque nomi. E quei cinque andranno. Le loro assenze saranno giustificate, e quindi non conteggiate nel monte ore finale.

Il Direttore ha accettato. Perché il Direttore è un gran democratico, e apprezza queste alzate d’ingegno così paritarie. Eque.

Oggi, poco prima delle lezioni del pomeriggio, si saprà chi sono i cinque fortunati. L’attesa è paragonabile a quella della riffa per l’uovo di Pasqua. Intanto si rincorrono le candidature. A quanto ho capito, almeno una decina vorrebbero andare.

E io?
Io vorrei ma non posso. Ho letto il programma dal sito ufficiale, i giorni più interessanti sono proprio i primi. Quelli in cui sono caporedattore radio. Sì, tocca a me coordinare il lavoro per le dirette di questa settimana. Un compito gravoso, ma anche un compito che non ricapiterà. Confido nel fatto che sarà molto formativo. Non posso mancare per dei dibattiti, che per quanto interessanti possano essere sono pur sempre parole. E io sono al punto di riuscire ad amare solo i fatti. Di vederli, di ascoltarli. Di raccontarli. Ma soprattutto di viverli. Basta salotto. Voglio la bottega. Nella speranza di non dimenticarla aperta.

E così non parteciperò alla fuga di massa. Poco male. Avrò modo di torchiare i miei compagni. Di spronarli a produrre notizie e servizi radiofonici. E soprattutto di tirar fuori un po’ di quel carisma e di autorità in più di cui di solito sono troppo poco sprovvisto.



Bye bye Gutenberg

Danno per morto il mestiere che vorrei andare a fare. Danno per morto tutto un sistema che in qualche modo, e per chissà quale motivo, è diventato vecchio. Obsoleto. A vista d’occhio. Quanta fretta di morire ha, questo giornale! Questo giornale, quello su carta. Quello a mezzo stampa. Perché pare che l’informazione sia una sorta di immortale, pare che lei non morirà così facilmente. Dicono. Dicono che il web salverà capre e cavoli. Per la gioia di macellai e fruttivendoli.
Non vedo che c’entriamo noi.

Boh. Chissà. Io so soltanto che a destra e a manca sfioccano necrologi poco rassicuranti per gli aspiranti cronisti. Per quelli come me, insomma. Che inseguono una chimera che si fa sempre più chimera. Sogniamo a occhi aperti un futuro in redazioni che non è sicuro esisteranno ancora per quando sarà il nostro momento. Ammesso che arrivi.

Ma sorridiamo. Grandi testate chiudono, altre arrancano e fanno i loro conti. Porte che si chiudono ogni giorno, tant’è che non ce le sbattono in faccia. I gruppi editoriali più cicciotti rifiutano pure gli stage. Questo si dice, anche se è ancora presto per parlarne. Almeno per noialtri della scuola.
Ma sorridiamo, dicevo. Che piangersi addosso non serve a nessuno.


Qualcuno ha un fazzoletto?
Sniff. Sob. Sigh.



Dalla lezione di giornalismo on-line

“Per capire come si scrive per il web bisogna capire come si legge (mmm). Usare il monitor ha delle implicazioni (e fin qui ci siamo). E’ questione di occhio (e di cosa, sennò?). Lo studio Eyetrack III ha riscontrato che la lettura comincia in alto a sinistra, si sposta verso destra e solo alla fine arriva in alto a destra (ma ti droghi?!). I caratteri troppo grandi rendono fastidiosa la lettura (e quelli troppo piccoli fanno perdere diottrie). I titoli sottolineati scoraggiano la lettura dei sommari (e su questo potrei pure essere d’accordo). Il titolo è vitale, se è moscio ciao lettore (sacrosanto). La lettura è più lenta: sul video la velocità diminuisce del venticinque per cento (siamo sicuri?). Secondo Jakob Nielsen (e vi fidate di uno che ha dato il nome a un detersivo per i piatti?), studioso dell’usabilità della pagina online (usa-che?), un testo su internet non dev’essere più lungo della metà dell’equivalente su carta (quindi dovrei prima stampare i miei post per capire se sono troppo lunghi?). E solo il 16% legge parola per parola.”

Già siete quattro gatti a leggere questo blog. Se davvero solo il sedici per cento di voi mi legge con attenzione (e il sedici per cento di quattro equivale a un poco rassicurante 0,64), vi avverto: io chiudo bottega.



Ho messo via

Poco tempo per preparare, chiudere baracca e burattini e andare via. Destinazione Paese dei Polpacci. A fare il giornalista praticante. Dio mio quanto suona bene questa cazzo di parola. Praticante.

Praticante.

Praticante, cazzo!

Per una volta il tag “delusioni” se ne starà buono lì, senza essere cliccato. Oggi è la mia festa, oggi è il giorno della mia partenza verso una meta che in realtà è una galleria. Un tunnel. Un punto di passaggio senza poche possibilità di ritorno. Inizio un percorso di formazione. Un caro amico reduce da una scuola di giornalismo ma ha avvertito: lì lavorano per creare in te una certa forma mentis, quella più adatta per fare questo mestiere. Che detto da una persona meno amichevole di lui sarebbe suonata così: “ti faranno il lavaggio del cervello fino a spersonalizzarti, per fare di te una macchina capace di comunicare la realtà come è meglio che sia”.

Bene? Male? Lascerò al tempo il tempo di decidere. Oggi è il giorno della mia festa. Oggi è il giorno di fare i bagagli e di cambiare vita.

Ciao Capo, ciao Direttrice. Non vi dimenticherò, i cattivi esempi non si scordano tanto facilmente. Da voi ho imparato che c’è del marcio, me l’avete fatto capire subito servendomelo su un piatto d’argento. Ho già visto la svogliatezza di una certa editoria. Ho osservato da vicino la subordinazione alla politica e alla partigianeria di chi scrive. Racconti omessi, anche sul mio diario. E che forse tirerò fuori, se mai avrò voglia di ritirarli fuori dal cassetto. Per il momento, ho messo via un bel po’ di cose. E le prime cose siete stati voi.

Da domani si cambia. Da domani mi sentirò un po’ più cronista di quanto non mi senta oggi.



L’uomo del domani

Ripensarsi. Non ha senso stare a piangere sul latte versato, che poi il latte annacquato non se lo beve più nessuno. E con sta crisi che c’è, tanto vale tenerselo stretto. E buono. A maggior ragione se penso che il giorno in cui il latte me lo comprerò da solo è ancora molto, molto lontano. Pochi i soldi, scarse le prospettive. Eh sì, meglio ripensarsi.

Potrei andare a fare l’infermiere specializzato. A quanto ho saputo, Riotta lo ha suggerito ai ragazzi che studiano giornalismo. Meno male che ci sono questi guru buontemponi. Che incoraggiano. Che stimolano. O che più semplicemente vogliono aprire gli occhi a chi ancora sogna.
Ma io l’infermiere specializzato non lo farò mai. Non ho i mezzi. Non ho studiato per quelle cose lì, io. E non è orgoglio. E’ la consapevolezza di essere totalmente inadatti. E poi la vista del sangue altrui mi fa raggrumare il mio. Io sono l’uomo (l’uomo?) del sociale, così poco forgiato sulla cronaca. Soprattutto se nera.

Io sono l’uomo del domani. Un domani che ancora non vedo roseo come avevo sperato. Ma non è tutta Gazzetta quella che luccica. Guardiamo il lato positivo: sono ancora un uomo Libero, anche se fingo di scrivere per un vero Giornale in questa assurda Repubblica delle banane. Ma domani è un altro Giorno, con il suo Mattino. Vivi il tuo Tempo, come se ci fosse il Sole 24 ore e non arrivasse mai un Corriere della Sera. Scrivi la tua vita su un Foglio, siamo in Europa, cribbio! Sii Messaggero di pace e di speranza per la tua Nazione. Credi nell’Unità delle persone e fanne il tuo Manifesto di vita. Non potrà mai andarti male nulla. E anche dovessero investirti il cane, non preoccuparti: lo raccoglierai domani, il Resto del Carlino.



Tenere lontano dalla portata dei bambini

Ci sono fasi e controfasi.
Ho sentito il bisogno di prendere le distanze da tutto questo strano mondo che mi sono creato. Un mese esatto di silenzio, un mese di giornalismo indegno dell’etichetta, a leccare culi e a lucidare scarpe ricoperte di fango. Un mese di distacco dal virtuale, che di virtuale basta già la mia vita.
Niente blog, niente mail. Solo la non-voglia di lavorare con gente per cui non riesco proprio a provare stima. Il bisogno di silenzio, come se solo il silenzio potesse garantirmi un po’ di pace interiore.

Non so nulla di eventuali ripescaggi, ormai mi sono scoraggiato. Non sono propriamente un esempio da seguire, no. Bambini non rifatelo a casa. Davvero. Voi che ancora fate “oh”, più o meno come fa un piccione. Mentre Luca era gay.
Meno male che Povia c’è.



Silenzio stampa

Eppur si muove, diceva qualcuno. Ma non si riferiva di certo alla segreteria della scuola di giornalismo. Dove forse forse, oggi, hanno aperto la porta dell’ufficio, si sono seduti alla loro postazione e hanno rialzato il loro bel culo intonso solo per farsi il loro caffè lungo fresco di macchinetta. Extra-zucchero. Poi a casa. A lamentarsi con i familiari del rientro a lavoro.

Tutto questo è accaduto mentre decine, centinaia di persone se ne stavano incollati ai loro monitor, a refreshare la pagina delle mail. Seduti alla loro postazione. Rialzando il loro brutto culo (tra cui il mio, che poi così brutto non è) sicuramente non intonso (vista la tensione) per farsi la loro camomilla. Lunga. Senza zucchero, che funziona di più. Poi niente. Solo la possibilità di lamentarsi su qualche stupido blog dell’inefficienza degli uffici italiani.

Oh Rossella, domani è un altro giorno. Ma sarebbe dovuto essere oggi.
Mi sa che il ciclo ti ha sfasato il calendario.



Meno tre (one more day)

Il web-countdown ha mancato una tappa. Ma per un giorno perso, uno se ne guadagna. Ho finalmente vinto la mia guerra contro il tempo. Era ora. Ho vinto io, sì. Ah-ah. Sì. Sono il migliore. Ora finalmente tutti quanti la smetteranno di dirmi che sono lento. Perché ho battuto il tempo. Ah-ah.

Come? Semplice. Si è accorto di essere un tirchio clamoroso. Che non ero io a non farmelo mai bastare, ma che era lui a essere poco gentile e generoso nei miei confronti. Così mi ha concesso un giorno in più per studiare. Sì, un giorno in più. One more day. Fateci caso. Il “meno quattro” è datato giovedì 4 dicembre. Il “meno tre”, questo post, è di sabato 6. Perché? Ripeto. Il web-countdown ha mancato una tappa. Eppure il conteggio resta sempre lo stesso. Invariato. Lineare. Senza salti. Né errori. Forse.

Il motivo? L’ho detto. Fate attenzione, quando scrivo. Il tempo si è arreso e mi ha concesso un giorno in più per studiare. Le malelingue dicono che sono un coglione. Che ho fatto male i conti sin dall’inizio. Anzi, i numeri erano quelli, ma i riferimenti erano sballati. Sbagliati. Dicono che avrei dovuto arrivarci subito, che lunedì 8 sarà un giorno di festa, e che nessuna folle commissione si presenterebbe mai per esaminare il gruppo di kamikaze e futuri disoccupati che tenterà l’impresa.

Dicono che l’ho sempre saputo. Fatto sta che la prova scritta sarà martedì 9, in barba a tutti. Al tempo. Alle malelingue. E alla mia coglionaggine.



Dove sono finiti i grandi maestri

La credibilità di un giornalista la si nota anche quando i ruoli s’invertono. Quando da intervistatore diventa intervistato, e rispondendo alle domande regala qualcosa in più di sé. Della sua professionalità.
Quando a finire sotto il torchio è addirittura un direttore di testata, le conseguenze si fanno più pesanti. Viene intaccato chiunque lavori per lui, viene marchiata a fuoco un’intera linea editoriale.

Che poi non ne esce niente che già non si conosca. Ogni giornale, tg, radiogiornale o sito di informazione ha un suo sigillo all’esterno. Chi entra in quel mondo è pregato di sapere tutto sin dall’inizio. Di aver capito le regole del gioco prima del primo giro di dadi, cosciente del fatto che ognuno racconta il mondo secondo la propria lente d’ingrandimento. Anche se così non dovrebbe essere. Ma il giornalismo anglosassone, quello dell’imparzialità sempre e comunque, sembra sempre più un’utopia di altri tempi.

Si tende a mettere in mezzo la deontologia, ma ripeto: per me è innanzitutto una questione di credibilità. Stamattina, dopo aver letto le dichiarazioni rilasciate da Clemente J. Mimun al Messaggero, mi è sorta più di una domanda. Ho visto come il direttore di un telegiornale importante come il Tg5 riesca a fare politica non solo attraverso il quarto potere del giornalismo, ma anche sfruttando l’autoreferenzialità dello stesso. Il Messaggero ha intervistato Mimun per discutere di giornalismo. Un esperimento di “metagiornalismo” che non è nuovo, e che di certo può essere utile a chi legge. Per capire certi meccanismi del fare informazione, per rendersi conto di come il giornalismo anglosassone sia, ormai, roba rara da antiquariato. Nel bene o nel male.

Ora mi chiedo che fine abbiano fatto i grandi maestri. A chi dovremmo ispirarci, noi aspiranti cronisti del terzo millennio. Se a un direttore di testata che inneggia al maestro unico per ringraziare l’insegnante che lo ha esortato a esercitare la scrittura, che elogia i governanti senza basarsi sui fatti, che parla dell’opposizione con snobismo e partigianeria. Come fosse un deputato, e non un professionista deputato a rendere il mondo intelleggibile secondo l’astruso paradigma della verità.

Non so se dovremmo fare riferimento a figure come lui, o a chissacchì.
C’è grossa crisi, e non solo per le banche.



Blackout

Internet vive di contatti, di comunicazione perenne. Dei suoi utenti e dei loro prodotti. Del loro essere.
Ma per prima cosa, Internet vive di energia. Luce. Corrente elettrica. E una redazione che opera in rete non ha alternative ad essa. Per questo il blackout di stamattina è stato l’equivalente dell’infortunio di Buffon per la  Juventus. Il risultato è stato uno “stop”. Prima la botta, provocata da un temporale estivo con la sveglia rotta, presentatosi alle porte dell’inverno. Poi l’impossibilità di continuare a giocare.
Non si scrive, se non sulla carta. Pratica che ormai sa di paleozoico. Non si pubblica, se non sulla carta. Ma il nuovo numero della rivista è prossimo alla stampa, e pensare già al successivo sarebbe stupido anche per un giornale già di per sé stupido come il nostro.

Il Capo imprecava. Io oziavo.
Ma la pacchia è finita quando la corrente è tornata. Illusi: la linea non funzionava. Il Capo ha imprecato contro Fastweb, ma la colpa è sua perché si è dimenticato di pagare l’ultima bolletta. Pare che Enel e “Rete Veloce” si siano messi d’accordo per farlo incazzare.
Ho sghignazzato tutto il giorno.

Pacchia assoluta.
Sarà mica questo, il lavoro?



No money, no party

“Il web non rende”. Il monito del Capo è di quelli che ti freddano, perché lascia presagire l’inizio della fine. La fine di un investimento invisibile. Pretenzioso. Di un editore fantasma. Saccente. Pieno di fumo e povero di arrosto. Ma preferisco lasciare fuori i rancori per le tante cose non dette. E non scritte. Ne lì, né qui.

Ora capisco che qua dentro un futuro non c’è. Neanche dovessi sforzarmi. Neanche cambiasse qualcosa in me e nel modo in cui vivo il lavoro che faccio.

L’unico a dover smuovere le acque sarebbe proprio lui, il Capo.
Ma lui chiude le porte. Mentre io apro le mie.



Il piano b

Sono arrivato alla frutta, ed è pure marcia. In redazione la situazione è diventata invivibile. La Direttrice è prossima ad andarsene per via della gravidanza, e il Capo è in crisi perché non sa ancora come coprire il buco. Dovrebbe cercare qualcuno, qualche giornalista che possa fungere da direttore responsabile, almeno per il periodo in cui lei non ci sarà. Ma ho capito, con il passare delle settimane, che al Capo non piace troppo spendere i suoi soldi. Ho sentito per vie traverse che la Stagista sta avendo problemi per ottenere i 50€ di rimborso spese che le spettano. Ho capito che il Capo fa l’imprenditore, e che ragiona come tale, ma senza la minima propensione al rischio d’impresa. Il denaro non gli manca. La voglia di sborsarlo, invece, quella sì.

E io mi domando a quale pro continuare a lavorare lì. Se davvero vale la pena investire le mie risorse in una testata in cui l’editore non investe le sue.
Voglio essere immodesto, una volta nella vita: io merito di più. So di avere un paio d’ali, ma sto in un habitat che non mi permette di utilizzarle.

Volerò via. E’ per questo che c’è il piano b.
E’ per questo che proverò a entrare in una scuola di giornalismo.



Yes I can.. Maybe..
Domenica, 9 Novembre 2008, 12:15 am
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Cambiare si può, me l’ha detto l’uomo nero. E’ strano, lo so, ma è stato proprio lui a dirmelo. A farmi vedere come si fa. Proprio l’uomo che mette paura, proprio lui ha saputo infondere fiducia nella gente. A raggiungere un obiettivo grande quanto il mondo. E a conquistarlo.

Io non ho mai messo paura nemmeno a una mosca, della fiducia della gente me ne preoccupo fino a un certo punto. E, soprattutto, non ho mondi da conquistare. L’uomo nero ha soltanto cambiato le cose.

Se c’è riuscito lui, perché io non potrei?



Chic & Pop

Passa il tempo, cambiano le mode. Quel che ieri era un dogma da seguire, oggi è ormai tabù. Sarà per questo che se fino a pochi giorni fa il copia-incolla era (purtroppo) alla base del mio lavoro, ora non lo è più. E’ diventato sbagliato. Così, di colpo.
I comunicati stampa ora vanno presi e modificati fino a renderli dei veri e propri articoli. Prima no, prima la dottrina del “ctrl+c” e del “ctrl+v” era davvero molto chic. Da oggi è pop, troppo pop. E se una cosa non è chic, allora non la si fa più. Quando la prassi si fa pop, tanto vale fare gli chic e cambiare metodo di lavoro.
Ma se la Direttrice ha fatto del copia-incolla la cosa più chic che si faccia in redazione, perché oggi il Capo se ne è uscito dicendo che il copia-incolla è pop e che bisogna riadattare quello che ci arriva, come se non si fosse mai accorto che abbiamo sempre fatto le cose in quel modo così dannatamente inutile e squallido?
Sin dal mio “ballo delle debuttanti” mi sono adeguato agli standard del mio posto di lavo.. lavo.. lavoro! Standard piuttosto bassi, ma non sto dicendo nulla di nuovo. Né di chic. Oggi ho voluto puntualizzare che ho fatto come ho sempre visto fare sin dal primo giorno, e come al solito mi ha fatto passare per scemo.

Ora il problema sarà garantire la stessa produttività in termini di notizie pubblicate, dato che, a parità di tempo, riadattando (o addirittura riscrivendo!) i testi che riceviamo via e-mail si finisce per dedicare molto più tempo a ogni singolo articolo.
Ma io sono sicuro che il Capo, in cuor suo, lo abbia già capito. Chissà quanto ci metterà il suo cervello a fare altrettanto.



Non lo so

Ero stanco, molto stanco. Volevo dormire, ieri sera, e ci stavo quasi riuscendo. Prima del solito: erano appena le 2. Io vivo di notte. O meglio, vivrei di notte, non fosse che il mondo ha deciso che il giorno è più cool e che la notte non ci resta che fare compagnia a Morfeo.
Volevo dormire, ieri sera, sì. E ci stavo quasi riuscendo. Quando due bambini sono usciti in strada, senza alcun preavviso, e si sono messi a urlare davanti a casa mia come scimmie davanti a un casco di banane.
“Oh!”, fa il primo.
“Oh!!”, gli risponde prontamente l’altro.
“Oh!!!”, ripete il primo.
“Oooh!!!!”, ribadisce l’altro.
A quel punto mi domando il senso di quella conversazione, apparentemente così inutile quanto inopportuna nei tempi. Poi è scattata la domanda del primo.
“Cosa vuol dire Winx?”, urla.
“Eh??”, chiede l’altro.
“Cosa vuol dire Wiiiiinccss?”, urla con più impeto.
La risposta dell’amichetto è stata folgorante. Illuminante. Rivelatrice. Profetica.
“Non lo soooo!”, grida.
“Va beneee! Ciaoo!”, risponde il bimbo.
“Ciaooo!”, gli fa eco l’amico.
Pensavo fosse finita lì.
“Ciaoo!!”, ripete l’amico come se fossero a chilometri di distanza.
“Ciaoooo!!”, conferma l’altro.

E mentre ora ripenso ai due ragazzini che si salutavano, probabilmente dopo aver fatto i compiti, aver cenato insieme e averla tirata per le lunghe come due universitari coi denti da latte, mi ritrovo a farmi una stramba, assurda e inutile domanda. Quanto quella del primo bambino. Con tanto di risposta fotocopia a quella dell’amichetto. “Non lo so”.

Stasera sono dovuto scappar via da una conferenza. Non una semplice conferenza, bensì un incontro con un celebre cantante della zona. Talmente celebre che se vi dicessi il nome vi stupireste. Nello scoprire che non avete la più pallida idea di chi sia.. Ma posso dirvi che è un tipo in gamba, un astro nascente della musica locale. Uno dei suoi pezzi è diventato la canzone mia e della mia lei. Un po’ strappalacrime, ma che serve allo scopo. Ero lì, pronto ad ascoltare le sue parole prima del concerto serale, ma soprattutto per rubargli un autografo da regalare alla “lei” di cui sopra.
Tante belle parole. Sentimentalismo a fiumi, con numerose ragazze e ragazzine votate alla causa della melassa. E c’eravamo quasi, alla firmetta che avrebbe fatto felice la mia donna. E il suo uomo, che sarei io, per la lauta ricompensa che avrei ricevuto. Niente denaro, avete capito.

Bip. Sms della Direttrice. “Corri in banca, c’è appena stata una rapina”. Sbigottito, mi son trovato costretto a rinunciare all’autografo che avrebbe movimentato la serata. Dovere di cronista: certi fatti hanno la priorità su altri. Vista l’avarizia di dettagli del messaggio, il tempo di informarmi su quale diavolo di banca si trattasse e poi via, come una saetta. Ciao melassa, ciao fuego. Pazienza. Sono stato un giornalista. Almeno per oggi.
Sono arrivato sul posto. La polizia stava già facendo i suoi sopralluoghi. Direttori e cassieri erano ancora bianchi per lo spavento, il misfatto fresco come pane appena sfornato..
Raccogliere tutti gli elementi necessari per ricostruire la cosa. Scattare foto, di quelle calde che attirino gli occhi come miele le api. E via a casa a scrivere il pezzo, su un fatto che non è eclatante ma che di certo esce dal seminato.
Le parole scorrevano leggere, spontanee. Tutto è filato. Chiaro, limpido. L’articolo è nato senza sforzi e senza tanti cesàri. Mi sono sentito soddisfatto.
Fino a che non ho aperto la nostra home page. In evidenza, la news di cui avevo appena finito di occuparmi. Già lì, pubblicata, scopiazzata da un altro sito locale, con tanto di foto spixellata perché il suddetto sito usa immagini più piccole delle nostre.
Gli occhi di fuori, il fumo cominciava già a uscirmi dalle orecchie. Refresh, due o tre volte. Ma aggiornare la pagina non è servito a un bel niente.

Ho chiamato la Direttrice. “Scusa ma cosa dovrei fare, adesso?”.
“Mah, non so. Provo a rimaneggiare un po’ l’articolo in modo che non si veda che è copiato”, ha risposto.
“Ma perché l’hai pubblicato?”, ho domandato.
“Così… tanto per mettere qualcosa…”, ha detto.
“Rimaneggiare l’articolo… Mettere qualcosa…”, ho pensato nonostante la mente già annebbiata dal nervoso.
“Se hai scattato foto migliori, magari, sostituisci quella che ho messo io”, ha concluso.
Ho chiuso la cornetta con il mio solito, eccessivo savoir faire. Ho lasciato correre, come sempre. Io lavoro, al momento senza alcuna certezza salariale, e per giunta lavoro per niente. Tanto valeva restare lì, a sguazzare tra le ragazzine con i cuori al posto delle pupille. Perlomeno avrei reso felice la mia ragazza. Invece niente autografo. E niente articolo.

Mi domando il perché, ma io “non lo so”. Proprio come quel bimbo rompipalle che non sapeva chi fossero le Winx, le fatine che vanno tanto di moda tra le poppanti del nuovo millennio. A lui basterà chiedere a scuola, o magari rivolgersi a Google. A me, invece, non resta che ridere. Per non piangere.



Chi si rivede!

Impegnato tra un comunicato e una marchetta politica, i miei occhi si sono staccati dal monitor non appena è spuntata una certa figura sulla porta della redazione. La Stagista è tornata a farci un saluto. Baci e abbracci, un calore che in quel posto è una cosa più unica che rara.

Due parole appena, prima che se ne andasse di nuovo. Non sa cosa farne della sua vita, non ancora. O forse sì ma non lo vuole dire.
Che poi mi chiedo perché si debba aver sempre un obiettivo preciso, quando poi si finisce quasi sempre per riscaldare lavori e lavoretti precotti. Carriere preconfezionate, nel migliore dei casi.

Io, invece, in che direzione mi sto muovendo?



Il mea culpa che non c’è

“Come vanno le visite al sito?”, ho chiesto al Capo.
“Bene, dopo il solito calo dell’estate siamo tornati a regime”, ha risposto lui. Poi il lume di lucidità. “Però ieri ho parlato con delle persone… Mi hanno detto: il tuo giornale è interessante, ma mancano le notizie… Non c’è molto, oltre i copia-incolla…”. A metà tra la citazione e la riflessione, il Capo ha riportato le parole dei suoi misteriosi interlocutori, finendo per parlarmi di quello che secondo lui proprio non va.
“Basta – ha detto poco più tardi – non comprerò nemmeno più i giornali locali. Non c’è niente da leggere. Sempre tutti a dar voce ai politici… Qui ci vuole qualcuno che inizi ad andare in giro a cercare le notizie!”.

Non so se fosse una frecciatina per me, che di recente non ho potuto fare altro che “dare polmone” alla sua marchettosissima rivista. Ma di certo stamattina il Capo mi è parso più simpatico del solito. Si è parlato un po’, e finalmente mi sono trovato a condividere qualcuna delle sue lapidarie considerazioni. Peccato per il mea culpa che ancora non c’è, perché a poco serve il lamento, se poi non si trova una soluzione al problema.
Meglio star zitti. Io, in questo, sono fin troppo simile a lui.



Ansia da prestazione mancata

Corri di qua, corri di là. Oggi scadeva il giornale, nel senso che tutto il materiale doveva essere pronto per poi inviarlo allo studio grafico. E’ la mia prima volta, e in bilico tra angoscia e eccitazione mi sento come un ragazzino che si prepara all’amore dopo averlo sempre soltanto immaginato.

Con la Stagista fuori dai giochi, era scontato che la Direttrice avrebbe affidato a me il grosso del lavoro. Lei è stata troppo impegnata a girare per sponsor, anche quando sarebbe ora di trincerarsi davanti al pc e chiudere tutto il lavoro in sospeso. Non mi è bastato vederla mangiare i suoi gnocchi fumanti davanti al monitor. Resto dell’idea che avrebbe potuto fare di più.
Ma il commerciale è il commerciale, senza quello non si campa. E probabilmente non sarei qui. Cioè lì. Insomma, in redazione. Il guaio è quando il commerciale finisce per eclissare, se non compromettere, la parte giornalistica del lavoro. Che poi è l’unica realmente di mio interesse.
Ma sto imparando a fregarmene. Ognuno lì dentro fa il suo gioco. Il mio, ora, consiste nel farmi il culo che gli altri non si fanno. E io partecipo, mi sono gettato con impegno e volontà. Faccio del mio meglio. In questi giorni sito e giornale contano su di me. Mi sono stati affibbiati pure tre articoli extra perché ci si è accorti che ci sono dei buchi nel menabò. Non ho un minuto libero, ma mi sento appagato. Anche se stanco.
Me ne frego, di nuovo. Oggi scadeva il giornale. Tutto il materiale doveva essere pronto per poi inviarlo allo studio grafico. E corri di qua, corri di là. Fa parte del mio ruolo di pedina all’interno del grande tabellone.
Peccato essere finito sulla casella dell’”imprevisto”, ma in fondo sarà mica colpa della Direttrice se ha cancellato dalla memory card della fotocamera la foto dell’intervistato più imboscato della provincia??

Lunedì mi tocca tornare sui monti. Lunedì, sì. Perché colei che ha pure negato il misfatto (nonostante sia stata lei a ripulire la memoria dell’aggeggio), ha detto che “ormai abbiamo sforato”. E che si può tranquillamente rimandare tutto all’inizio della prossima settimana.

Corri di qua, corri di là. Sono arrivato con l’affanno alla mia prima volta. Ma per ora sono andato in bianco, e non mi resta che questo fastidioso senso di ansia.
Da prestazione.
Mancata.



Sottozero

Ci sono momenti in cui mi chiedo chi mi costringa a fare tutto questo. Momenti in cui mi rendo conto della bassezza della redazione per cui lavoro. Momenti come questo, in cui leggo su tutti i giornali la notizia dello scandalo della sfilata, della montatura messa in atto dall’organizzazione. Persino della confessione avvenuta in serata. Cosa che avrebbe convalidato il mio articolo e che ne avrebbe legittimato la pubblicazione. Tutti ne parlano. Tutti, tranne noi e quei fetenti di YourTv. E’ in questi casi che capisco cosa prevale nella mente di certi editori, se più il coraggio del giornalismo vero o se, piuttosto, il senso del business. Se il dovere di informare o se la paura di dire. E di fare. L’importante è salvarsi il culo e intascare i soldi. E’ facile dare spazio alle sole sciocchezze, restandosene arroccati nella torre d’avorio della non polemica. Sono tutti bravi a tacere nelle situazioni più scomode. Ma d’altronde non mi aspettavo niente di meglio da un’emittente come YourTv, che già dal nome lascia intendere la sua più totale deresponsabilizzazione. Perché la tv non è mia. E’ tua, lo dice pure il nome. Adesso sono cazzi tuoi.

A far male è sapere che il Capo ha seguito il suo esempio. Una persona a cui, ogni giorno che passa, riservo sempre più una stima pari a zero. Anzi, sottozero. Anche alla luce di quello che abbiamo scoperto io e la Stagista prima di tornarcene a casa.
Ma adesso non mi va di parlarne. Preferisco far sbollire la delusione trascorrendo un Ferragosto di relax. Sì, perché siamo così “seri” che domani la redazione resterà chiusa. Un po’ perché siamo una piccola realtà giornalistica, un po’ perché in fondo siamo solo una piccola realtà. “Giornalistica” è un aggettivo che ci va sempre più stretto.



L’articolo fantasma

Più che a una pioggia di critiche siamo ormai arrivati a una bufera di neve. Di quelle incazzate, poi. Si parla della modella hard più del caldo che fa, tormentone inutile e vuoto di ogni estate giornalistica. Prima la scoperta di un blogger ficcanaso, poi il caso è scoppiato su tutte le testate.

Su consenso del Capo, unico riferimento rimasto in ufficio in questo momento in cui tutti vanno in ferie a parte me e la Stagista (il Capo ci andrà lunedì…), decido di telefonare ai responsabili dell’organizzazione della sfilata per un’intervista. “Non ne sapevamo nulla”, dicono in loro difesa, tirando fuori scuse più o meno credibili con le quali mi tengono alla cornetta per almeno quaranta minuti. Prendo nota di ogni parola. O quasi, è difficile stare al passo. Ma ho tutto l’essenziale e mi va bene così. Sto quasi per telefonare al manager della modella imputata quando vedo arrivare un suo comunicato. Forse mi ha letto nel pensiero, forse sono spiato. In ogni caso mi ha fatto risparmiare tempo, visto quello che ho perso parlando con gli organizzatori.. Ora posso raccogliere il suo “contraddittorio” con il minimo sforzo.

Ho già gli occhi a palla nel leggere le prime due righe. Il manager accusa il boss della società che ha organizzato la sfilata di aver creato questa messa in scena per pura vendetta. La ragazza avrebbe infatti rifiutato la proposta, più che altro un mezzo ricatto, di una prestazione sessuale.
Stupore. Incredulità. Dubbi sul da farsi. Chiedo al Capo come devo procedere. Le accuse sono pesanti, le conseguenze potrebbero esserlo ancora di più. Così lui telefona al manager della modella per assicurarsi della loro fondatezza. “Abbiamo le prove, intercettazioni che dimostrano che è tutto vero”, dicono. “Procediamo”, mi dice. E io procedo, scrivo un signor articolo in cui ricostruisco brevemente la vicenda e riporto buona parte del testo arrivato via e-mail, facendo la massima attenzione a mettere tutto tra virgolette per deresponsabilizzarmi delle cose peggiori.

Ho un po’ paura, perché è la prima volta che mi ritrovo a dare spazio a una questione che avrà sicuramente dei risvolti legali. Ma sono stato prudente, e siamo già d’accordo che gli organizzatori ci consegneranno domani un contro-comunicato. Il contraddittorio sarà servito, io non avrò fatto altro che il mio lavoro. Anche se fa un effetto strano rischiare la galera per qualcosa che nemmeno conosci. Il lavoro, appunto.

Articolo già on-line, con tanto di foto e firma. La mia, ovviamente. Ho ancora qualche timore, ma vado fiero di quel che ho fatto. E poi ho avuto il consenso del Capo, che è responsabile, insieme alla Direttrice, di tutto quello che viene pubblicato.
Proprio quello stesso Capo che dopo dieci minuti mi dice “Togli tutto, ho parlato con il direttore di Your Tv. Lui non ne parlerà, la cosa è perseguibile per calunnia”.
Smonto tutto quanto. Un pomeriggio in cui, a parte i soliti copia-incolla (pochi, a dir la verità, anche gli uffici stampa hanno rallentato il ritmo) non ho fatto altro che lavorare al mio articolo fantasma. Di cui mi sono fatto una copia per me. Ce l’ho qui, nella mia penna usb. Ma se pensate di leggerlo… beh, scordatevelo!



Il tagliapiedi

Ho già detto che sono nato per scrivere, giusto? Bene. Ora posso finire la frase: sono nato per scrivere, ma di certo non per fotografare. Stamattina ho controllato le foto che ho scattato alla sfilata di sabato: una buona metà raffigurano ragazze senza piedi. Non che non li avessero! Sono io che li ho tagliati. Spesso. Deliberatamente. Spudoratamente. Inavvertitamente. Forse sono un feticista. Ma al contrario. Forse il mio inconscio odia i piedi, non ne vuole sentir parlare e tantomeno li vuole vedere.
Ma no, magari sono semplicemente un imbecille.

Strano che il Capo non mi abbia fatto uno delle sue ramanzine. Strano davvero. La Direttrice intanto è andata in ferie. Meno uno. Sì, meno uno, perché ho capito che il mio lavorare bene è inversamente proporzionale alla gente che ho intorno.

E nel frattempo è scattata la polemica su questa benedetta sfilata. Sull’organizzazione sono piovute critiche come sotto il cielo grigio della Londra più grigia. Pare che una delle modelle in passerella sia solita posare nuda sul proprio blog. Nuda e in compagnia. Di uomini e di donne.
Ecco da dove venivano le “belle vibrazioni” dell’altra sera.



Narciso

Ho capito che questo mestiere mi piace. Il guaio è che allo stesso tempo già mi fa schifo. Adoro stare nella realtà, potermi immergere in essa più e meglio di prima. Pass e accrediti sono la chiave del mondo, perlomeno di quello che conta nel giornalismo. Apprezzo il fatto di poter raccogliere le parole e le immagini, i suoni e le sensazioni, per poi tramutare tutto in parole.

Eppure odio l’assenza di tempi prestabiliti, di orari concordati a tavolino. Da un lato significa avere più libertà, più autonomia di gestione. Dall’altro porta la mente a pensare costantemente al la… la… lavo… vabè, quella cosa lì. Come fosse una presenza amica e ostile allo stesso tempo. Che ti lascia andare ma solo se insisti.

Ho realizzato tutto questo durante la sfilata di moda di sabato sera. Il Capo mi ha incaricato di nuovo di fare il fotoreporter. Mai si lascerebbe sfuggire la possibilità di mettere delle “belle donnine” in homepage. E di certo non le ha chiamate “donnine”.
Inutile dirlo: mi sono divertito, e pure parecchio. Però era sabato sera, un sabato sera trascorso nel regno di Narciso. Fortunatamente si è trattato di un evento fuori dai canoni. Niente “alta moda”, ma bellezza e spettacoli, danza e costumi innovativi. Una bella visione, delle belle vibrazioni. E’ stata un’esperienza interessante.

Per me. Per la mia ragazza un po’ meno.



Sono la nuova Lilli Gruber

Prima o poi doveva succedere. No, non mi hanno ancora rispedito a casa, per ora niente calci in culo. Ma un calcio in bocca, oggi, credo di essermelo preso. Mi hanno fatto fare una videointervista, io che con il video non mi sento poi così a mio agio. Mi vedo meglio dietro la telecamera, piuttosto che davanti. Infatti un altro sogno sarebbe fare il regista. Scusate un attimo, mi do un pizzicotto e torno.

Dicevamo. Oggi hanno giocato al tiro alla fune con i miei nervi. Speravo di scamparla, ma allo stesso tempo sapevo di essere un illuso. Mi hanno chiamato mentre ero fuori, per dirmi che nel pomeriggio sarebbe venuto il tipo della conferenza sull’autismo per essere intervistato. Fosse stato di mattina, mentre ero in giro, c’avrebbe pensato la Stagista. Invece no. Mi hanno chiamato per avvisarmi. Stavolta sarebbe toccato a me.
L’intestino si è rovesciato su stesso, con il cibo di un pranzo non ancora mangiato che mi ballava dentro come Joaquin Cortes. Esatto: sentivo fitte da tip tap. Ero agitato. Come uno scolaretto il primo giorno di scuola, ma già con la consapevolezza dell’imminente tragedia. Sigh.
Poco dopo un’altra chiamata. Il Capo mi dice che il tizio è già lì, che lo sta per intervistare la Stagista, ma che gli serve uno dei volantini che hanno distribuito alla conferenza stampa. Volantino che, ovviamente, non ho pensato di lasciare in redazione. Insomma, è qui con me. Il Capo mi rimprovera senza troppa rabbia, e mi dice che si sarebbero arrangiati in qualche modo.
Finalmente trovo la pace dei sensi, della mente e, soprattutto, delle interiora. Aiutato anche da un buon pranzetto, ma più leggero di quello di pochi giorni fa.
Fino a che non guardo il cellulare e non scopro sei chiamate senza risposta. Del Capo, ovviamente. E ancora più ovviamente c’era anche un messaggio, lasciatomi dover aver realizzato che non avrei risposto al telefono in tempi brevi. “Dato che hai portato via la documentazione (cosa che non devi fare) non abbiamo potuto fare l’intervista. Tornerà oggi pomeriggio, e la farai tu”, diceva.
Non è stato bello risentire il tip tap, questa volta con lo stomaco realmente pieno.

Mi sono fatto coraggio, e l’intervista è andata a buon fine. La mia goffaggine era così spessa da tagliarsi con un’ascia bipenne. La mia inopportunità di fronte a quella telecamera era più che palese, ma in fin dei conti me la sono cavata. Anzi, ne sono uscito a testa alta, fiero di me e di essere la nuova Lilli Gruber. Con molto meno charme, molta meno padronanza del corpo, molto meno fascino. Insomma, molto meno Lilli e molto meno Gruber. Ma pazienza, il mio futuro non è nel video giornalismo. Il mio futuro è…

Grazie per averci seguito. Vi lasciamo ad Affari Tuoi e poi alla settemilionesima puntata de Il Commissario Rex. Arrivederci.



Fenomenologia del Mister

Domenica prossima, nella mia provincialissima città, ci sarà una provincialissima manifestazione, organizzata da una provincialissima amministrazione comunale che quei provincialissimi dei miei concittadini hanno provincialissimamente eletto. Tutti seguaci del Mister. Tutti tranne me, che forse forse sono finito proprio nella fossa dei leoni. Sono così provincialissimo, quando mi ci metto!

Uno dei provincialissimi quotidiani locali parla di una polemica insorta tra alcuni commercianti e il nostro provincialissimo sindaco. Pare che quest’ultimo non voglia finanziare l’acquisto degli addobbi che gli esercenti devono appositamente comprare per acconciare le loro vetrine secondo i parametri della ricostruzione storica che si farà. Il “Palio del vecchio cavallo” genera ogni anno la tipica situazione che ti costringe ad adeguarti al rito. Altrimenti sei un perdente, un guastafeste. Un outsider. Ma certi commercianti sono più taccagni che altro, della figuraccia se ne fregano. Anzi, diventano polemici. Magari in modo sterile ma lo diventano. Ed ecco l’attrito con il primo provincialissimo cittadino. Ecco uno spunto per un articolo che non vincerà mai il Pulitzer, ma che di certo farebbe parlare di sé. Niente scoop, solo quella conflittualità che è uno dei motori del giornalismo. Così mi propongo per un pezzo sull’argomento, dico che sono intenzionato a intervistare i commercianti incazzati, a dar loro la voce. Che è una delle cose che mi piace di più di questo mestiere: far parlare chi in genere non ha i mezzi per farlo, fare da cassa di risonanza dell’opinione pubblica e degli umori collettivi.

“Solo gli ignoranti fanno polemiche su una così bella festa. Piuttosto, diamo polmone alla cosa”. Ottimo, solo che a me, intanto, i polmoni si sono proprio chiusi. Mi si è mozzato il fiato ad ascoltare simili affermazioni, a dover realizzare il servilismo di chi mi comanda. A dover capire così brutalmente che oltre a non essere libero di scegliere di cosa voglio o non voglio scrivere (cosa che sono comunque disposto ad accettare, perché già preventivata), non posso dare voce alla gente ma, al contrario, a chi decide per loro. Il Capo preferisce mettere in risalto la festa, piuttosto che parlare di ciò che non funziona in questa maledettissima, provincialissima città.

Ma in fondo non è che un’impressione. Non ho nessuna certezza del fatto che la sua scelta dipenda da una partigianeria politica, tra l’altro diversissima dalla mia. Né che si tratti di opportunismo da “business man”. Ho solo sempre più la limpida sensazione di essere un pesce fuor d’acqua. O di essere finito, come minimo, nell’acquario sbagliato.



Gradisce un digestivo?

Un bel pranzo abbondante è la giusta precauzione in questi tempi di magra. Oggi non sono previste conferenze stampa. Non si mangia quando ci sono, figuriamoci quando non ci sono! Così sono stato previdente. Due etti di penne al pomodoro e due belle bistecche. Con un po’ d’insalata, che alla linea bisogna stare sempre attenti.

Risultato: dopo una mattinata trascorsa a casa a sbrigare delle faccende urgenti, sono tornato in redazione con la pancia piena e una grandissima, pericolosissima sonnolenza. Molto male. Rischio di non concentrarmi, e chi fa questo mestiere sa quanto sia difficile fare copia-incolla senza concentrazione.

A risvegliarmi c’ha pensato il Capo, con un’uscita da Manuale delle Giovani Marmotte. Ma letto al contrario, come un disco di quelli che un tempo si dice nascondessero dei messaggi subliminali. In questo caso, di subliminale non c’è stato assolutamente nulla.

Appena arrivato sono stato rimproverato per non aver ancora scritto gli articoli relativi alle conferenze di ieri sera. “Non esiste che un giornalista non scriva subito il pezzo, soprattutto nel settore dell’on-line. Stamattina mi ha chiamato il relatore dell’incontro sull’autismo, chiedendomi come mai non avessimo ancora pubblicato niente. Addirittura la stampa è riuscita a far uscire oggi l’articolo. Loro se ne sono stati a scrivere fino a tardi, ieri sera. No, così non va bene. Non esiste”, tuono il Capo.

Strano, mi sembrava fossero rimasti a mangiarsi le loro tagliatelle alla cena post-conferenza. Credevo di essere l’unico giornalista a essersi fiondato a casa. Avrò visto male.

Mi affretto a dargli ragione, poi mi precipito a scrivere il pezzo. Teso come l’arco di un arciere ma intontito dal troppo mangiare, non riuscivo proprio a cominciare. Il tipico blocco dello scrittore, o qualcosa del genere.

Così mi viene in mente di fare il furbo, andando a controllare come quei velocisti dei colleghi della carta stampata hanno fatto l’attacco sulla conferenza sull’autismo. Che male c’è, in fondo? Non li copierò di certo. Mi servirà da stimolo per entrare mentalmente nell’argomento.

Sfoglio il primo quotidiano locale che mi passa per le mani. Niente. Sfoglio il secondo. Niente. Sfoglio di fretta pure il terzo, un po’ per nervi un po’ per stupore. Niente.

Il Capo mi ha preso per il culo. Non è vero che la stampa ci ha anticipati. Così fosse stato sarebbe stato davvero grave. Ma non è successo. Ha mentito per farmi sentire in colpa, forse per incentivarmi a fare di più.

Prima non ha avuto il coraggio di controbattere, ora meno che mai. Perché anche se non condivido il modo in cui si comporta con me, so che l’informazione deve viaggiare veloce. Soprattutto in rete. So che ha ragione lui, nonostante il fine sia corretto e il mezzo lo sia decisamente molto meno.

Penso che dovrò correggere il tiro, altrimenti questa volta potrei riuscire a non cavarmela.



Ma non per me

A fare i giornalisti si diventa obesi. Lo sto capendo, anche se non ho prove certe. E’ solo un’impressione, un’intuizione. Non vedo troppi pancioni in giro, se non quello della mia direttrice, che ho scoperto essere incinta. Sesto mese di gravidanza, tra poco andrà in maternità. Dunque sono scagionato. Ora avete la prova che l’altro giorno, tra me e lei, non c’è stato nessun tête-à-tête.

Ma anche se non vedo troppo grassi insaturi camminarmi intorno, inizio a scoprire quante siano le occasioni che i giornalisti hanno per mangiare a scrocco. E tanto. E unto. Molto poco macrobiotico. Molte conferenze stampa sono cene travestite da impegno professionale. Io sono appena arrivato, ma negli ultimi due giorni ne ho viste davvero tante. E mangiato molto poche. Non perché sia a dieta, anche se probabilmente dovrei. Molto più semplicemente perché di cibo ce n’era in abbondanza, ma quanto pare non per me.

Tutto è cominciato ieri pomeriggio, quando dopo essermi rosolato al sole per scattare circa duecentosessanta foto a mongolfiere e pubblico non pagante, il Capo mi si avvicina e dice: “Stasera faremo la cena qui in spiaggia con tutti i giornalisti, sarà una cerimonia di ringraziamento per concludere l’evento. Servono foto. Tu ci sarai, vero?”. Io che speravo di poter finire di squagliarmi sul divano di casa mia, in bilico tra spossatezza e voglia di mandarlo a cagare rispondo: “Certo, va bene!”.

Cerco di convincermi che se ci sono tutti i giornalisti è giusto e doveroso che io vada. Ma non conosco nessuno, sono sicuro che mi sentirò in imbarazzo.
“Poi lo vuoi questo articolo?”, gli domando.
“Sì, certo”, mi risponde.
Bene, ho circa due ore per tornare a casa (a piedi, visto che il traffico è paralizzato per via della manifestazione), fare il pezzo, farmi una doccia e tornare per la cena.

Mi sto per incamminare, quando mi sento chiamare da una voce familiare. Toh, la Stagista! Mi chiede se alla cena ci sarò anch’io, e lì intuisco che ci andrà pure lei. Ok, fine dell’imbarazzo. Perlomeno avrò qualcuno con cui parlare.

Le racconto del fatto che il Capo ha detto che vuole che gli faccia l’articolo sullo spettacolo, lei si stupisce, lo vede passare vicino a noi e gli domanda se sia vero. Che sappia qualcosa che io non so? Probabilmente sì, data la risposta di lui. “No, un giornalista professionista ci sta preparando un comunicato”.

Non gelo, perché fa troppo caldo. E per quanto ho sudato mi prenderei un malanno. Però rimango deluso. Sarò stato davvero degradato ancor prima di avere un grado? Squalificato prima di avere una qualifica? Mortificato prima di essere mor…

Pausa scongiuro.

Torno a casa. Devo comunque correre, perché anche se non vuole l’articolo vuole comunque delle foto. Cinque o sei, da inviare con il comunicato. Immediatamente. Sono un fotoreporter, oramai. Chiamatemi Parker.

Tutto chiaro, a parte il dubbio del perché il Capo si sia comportato così con me. Prima sì, poi ancora sì. Finché non scopro il no, ma solo per caso.

Ore nove, tutti pronti per la cena. La creme de la creme della città è in posizione per fiondarsi sul buffet. Prendo posto, mi faccio il piatto con il poco che mi riesce prendere. Troppa confusione. Un po’ di riso, qualche verdura, un mollusco tutta corazza di cui nemmeno ricordo il nome. E una fetta di melone avvolto nel prosciutto. Mi siedo. Io e la Stagista cerchiamo accuratamente un posto lontano dagli altri giornalisti. Nonostante la sua faccia da fondoschiena, credo che anche lei provi imbarazzo.

Due forchettate al riso, un’infilzata al melone, ed ecco il Capo che mi viene a chiamare, dicendomi che è ora della premiazione finale. Siamo appena arrivati, la gente si è seduta da due minuti, e già fanno la premiazione?

Io non posso fare altro che alzarmi, scattando dalla sedia con la fotocamera da mille e passa euro nelle mani. Non è la mia, ovviamente. E’ della redazione. Se la rompo la devo ripagare con lo stipendio che non ho. Che vita.

Raggiungo la postazione, anche se in realtà la postazione non c’è. I camerieri si stanno organizzando per unire un paio di tavoli, da allestire con addobbi e merchandising vario degli sponsor della manifestazione. Business. Mi torna su il cibo ancora prima di poter dire di averlo mangiato davvero.

In sostanza resto in piedi come un fesso ad aspettare che sia tutto pronto. Per fortuna prendo confidenza con il giovanissimo cameraman di YourTv, unica emittente televisiva locale, provinciale e bigotta, che si è data un nome inglese giusto per apparire moderna. Uno sfogo di almeno mezzora su paghe da fame e orari di lavoro assurdi. Giovanni, così si chiama, ha passato tutto il pomeriggio a riprendere le mongolfiere. Solo che, al contrario mio, non ha avuto nemmeno il tempo di farsi la doccia, perché è dovuto tornare in redazione a prendere una batteria di ricambio per la telecamera.

Finalmente si scatta. E si suda, tantissimo. Un’umidità assassina. La fronte sgocciola come un Polaretto all’equatore. Un’ora e un quarto tra frasi impunemente retoriche, congratulazioni di facciata e improbabili inni alla patria. Con la scusa che il cielo è uno solo, ed è tutto italiano. So che non ha senso, ma non l’ho mica detto io!

Ottimo. Sono diventato liquido, ma finalmente abbiamo finito. Mi volto e lo stomaco s’incazza di brutto: hanno già sparecchiato il tavolo del buffet. E’ tutto pronto per la torta e i digestivi. Ma io sono più avanti di loro. Ho già digerito le mie due forchettate di riso.

Torno abbattuto al mio posto. Dopo essermi assicurato che il mio melone non sia scaduto e che lo strano mollusco non se ne sia tornato in mare perché offeso, mi accingo a mangiare le due o tre cose che mi erano avanzate.

Ma non è finita. Oggi in redazione è successo di tutto. Sono arrivati comunicati per tantissime conferenze stampa, di cui quattro solo nel pomeriggio. E se la Stagista non può e la direttrice ha i suoi dolori da premaman, a chi toccherà mai andarci? Al sottoscritto, che si è sorbito l’inaugurazione di un parcheggio più piccolo di camera sua, il comizio di comico da strapazzo prima del suo show, la presentazione di una sfilata di moda che si terrà nel week-end e quella di un’iniziativa benefica a favore dei bambini con problemi di autismo.

Tutto questo in meno di quattro ore. Sono andato all’inaugurazione, e sono scappato all’inizio del rinfresco per correre al comizio, ma sono volato via al momento del buffet per andare alla presentazione della sfilata, ma me ne sono andato di fretta non appena servito l’aperitivo per recarmi all’ultima presentazione. Seguita da cena. Evvai. Peccato che durante la conferenza mi sia sentito talmente stanco da aver desiderato soltanto di tornarmene a casa. E di corsa. Anzi no, con calma, perché per oggi ho corso fin troppo.

Mia madre sapeva che non sarei tornato per cena, così mi sono dovuto arrangiare con una fettina avanzata, una piadina riscaldata e due fette di uno strano formaggio dalla buccia nera. Non so cosa fosse ma, nonostante l’aspetto poco invitante, mi è sembrata la cosa più buona del mondo.



All’aria

Sono titubante di fronte alle cose nuove, lo sono ancora di più quando capisco di aver fatto una cazzata. Stamattina sono entrato in redazione a testa bassa, pronto ma non troppo a sentirmi dire quanto di peggio mi venisse in mente. Compreso un “ciao, che ci fai qui? Sei la nuova donna delle pulizie?”. E per me che donna non sono e tantomeno “delle pulizie” sarebbe stato un bel problema. Come lo sarebbe stato tornarmene a casa e raccontare ai miei genitori, da cui ancora dipendo economicamente, che avevo mandato all’aria tutto quanto.

Invece pare che “all’aria” ci sia finito qualcun altro. No, nessuno è stato licenziato. La Stagista è ancora lì al suo posto, e la Direttrice altrettanto. Però c’è qualcuno, anzi qualcosa, che sta per spiccare il volo. Cento mongolfiere s’innalzeranno nei cieli della mia città. Scopro che il Capo è l’organizzatore dell’evento, e che intende “coprire” la cosa, giornalisticamente parlando, con articoli e soprattutto una marea di foto da inserire in una gallery apposita sul suo bel sito. “La gente non entra tanto per le notizie, quanto per rivedersi in foto!”, esclama. Benissimo, spero che questo non significhi che la mia mansione, d’ora in poi, sarà quella di fare il fotoreporter. Molto foto e poco reporter. Insomma, io sono Clark Kent, non Peter Parker! Qui si è proprio sbagliato fumetto. Anzi, casa editrice! Io che ancora non lavoro (mi dite di cosa si tratta, una volta per tutte?) ho il terrore di venir svilito professionalmente. Io che sono arrivato in redazione da cinque minuti, e che potrei essere cacciato da un momento all’altro.

“Tu sarai il fotografo ufficiale dello show”, tuona il Capo verso di me. Sì, proprio verso di me. Bene, sono ancora in piedi, solo che al posto della penna ora mi servirà appena una fotocamera digitale. Mi sento svilito, sì. Perché io sono nato per scrivere. Oppure, sì, esatto, è la scrittura che è nata per me. Ma questa è un’altra storia. Per ora ho ancora un lavoro, pur non sapendo cosa sia. Poco male. Sono sollevato. Proprio come una mongolfiera.

“Ma servirà pure un articolo, no?”, gli domando con due natiche al posto delle guance. “Certamente”, mi risponde. “Durante il pomeriggio scatterai centinaia di foto, mentre la sera scriverai un pezzo su come sarà andata”.

Sì.
Sì.
Sì!!!

Scriverò un pezzo su come sarà andata. Scriverò. Ora non mi sento in alto come una mongolfiera. Sono Neil Armstrong che sbarca sulla luna. Sono in orbita. In estasi. Mi sento un dio. Ma con l’iniziale minuscola, dai.

Gioisco. Ricomincio con i miei copia-incolla, che oggi sembrano pure più divertenti ed appaganti del solito. Poi mi blocco e penso: “Cavolo, mi tocca lavorare di domenica”. Io il “lavoro” già lo odio. Mi ha fatto tribolare tutta la notte per via di certi pensieri negativi. E ora viene pure a rovinarmi il week-end, impedendomi di andare al mare. Non spiegatemi cos’è. Non lo voglio più sapere.

Cazzo, il regalo per mia morosa!!!



Scemoscemoscemo

Terzo giorno di lavoro (ho scoperto che non ha niente a che fare con le posate, mah…). Terzo, forse l’ultimo. Ho il sospetto di aver azzardato una mossa sbagliata, di aver fatto una brutta impressione sul Capo. Di essermi mostrato interessato più al contratto che al mestiere. E lui è un tipo tosto. Ho capito che vigila costantemente, che ti mette alla prova. Soprattutto quando ancora non ti conosce, quando non è il caso di fare certi “scivoloni”. E io sono scivolato di brutto.

Nel pomeriggio mi ha chiamato nel suo ufficio per discutere della mia posizione. Ora come ora direi si tratti di una “pecorina”. Metaforicamente parlando, s’intende.

Fare una sintesi è fin troppo facile: non si sa ancora nulla di preciso. Nessuno gli aveva mai espresso il desiderio di fare un percorso da praticante, strada maestra verso il professionismo con la “p” maiuscola. Anche se il professionismo, al contrario di Internet, non è un dio. Non, ancora perlomeno. Perché il praticantato, proprio come Dio, c’è ma non si vede. O se non c’è, è bello credere che ci sia.

Ma dicevo: il consulente del lavoro si è rivolto direttamente all’Ordine dei giornalisti, e io resto in attesa di una risposta. Così, tra una parola e l’altra il Capo mi ha chiesto: “Continui a venire in redazione o preferisci aspettare di sapere qualcosa di certo?”. Io che sono un fanatico del mare, ho i muratori che mi stanno sconquassando la casa, il regalo per mia morosa da comprare per il suo imminente compleanno… Ho voluto pensarci per mezzora, per poi rispondere: “Ok, aspetto la tua chiamata”.

“Volevo vedere quanto fossi realmente interessato a questo lavoro”, ha risposto gelandomi. Il cuore è impazzito, neanche mi fossi innamorato di colpo. Sono tornato al computer con la coda tra le gambe. Le stesse gambe tra le gambe. Tutte e tre. Sono tornato sul mio pezzo (ops, comunicato) con le mani sulla tastiera e la testa in confusione. E la coda tra le gambe. E le gambe tra le gambe. Sì, tutte e tre. Zero concentrazione, e tanta paura di star rovinando quella che stava già suonando come una grande opportunità. Piccola, come piccola è la nostra redazione, ma grande come è grande la fortuna di poter fare un praticantato. O anche solo scrivere su una “testata registrata” e poter firmare i propri pezzi. Ma in quel momento gli unici pezzi nei paraggi erano i miei pensieri sparsi per la stanza. Dovevo fare qualcosa.

Il Capo esce, io resto solo con la Direttrice. Ottima occasione per un tête-à-tête, ma in quel momento la mia tête l’avrei tanto voluta sbattere contro il muro. Così come la mia coda e le mie gambe. Tutte e tre. Che poi, la terza non si sarebbe neppure persa chissà che.

Decisamente pentito per la mia scelta, dovevo inventarmi assolutamente qualcosa per uscire dal casino che avevo appena combinato. Mi sentivo come un presidente non ancora eletto che è già alle prese con l’impeachment. “Gli lascio un bigliettino per quando torna”, ho pensato. Ma no, non mi sono convinto.

Così due minuti fa gli ho scritto un sms. “Tornando a casa ho saputo che i muratori domani non verranno, per via di un altro lavoro. Dunque ci vediamo regolarmente in redazione. A domani”.

I muratori ci saranno, dovranno fare a meno di me se ne avranno bisogno. Come io dovrò fare a meno del mare. Di cui certamente avrei bisogno già da adesso. Al regalo penserò sul tardi, una volta uscito da lavoro. Ah, ho capito! Allora il lavoro è un luogo, una stanza, una porta da cui entrare e uscire!

Spero non mi cambino la serratura durante la notte…

Per ora nessuna risposta, solo il sospetto di aver mandato tutto a puttane con una puttanata.



Se questo è giornalismo…

In redazione regna la mania dei comunicati stampa. Si ricevono via e-mail, si leggono, si fa copia-incolla, si impaginano, si ricontrollano, si inseriscono le immagini (prese sempre dal comunicato), si da l’ok. Sembra un processo lungo e laborioso, in realtà è una sciocchezza.

Ma mi domando che giornalismo sia questo. L’annuncio diceva “cercasi stagista per lo svolgimento di un’attività giornalistica”. Bene. Ci siamo. Forse. Per ora direi di no. Per ora sono poco più di un correttore di bozze. Eppure il Capo era stato chiaro: “Io voglio persone che vengano qua a imparare tutti gli aspetti che fanno partedi questo mestiere”. Bene. Ci siamo. Forse. Si parte dal basso. E’ giusto così.

In fondo sono solo uno stagista al suo secondo giorno. Anzi no, non sono neppure quello. Non è ancora chiaro in che modo verrò inserito in redazione. La Stagista, lo dice il nome, è già una stagista. Io no. Io, durante il colloquio, mi sono azzardato a parlare di quella grande chimera dei nostri tempi chiamata “praticantato”. Beh, il grande Capo si è mostrato disponibile. “Farò tutto il necessario”, ha detto.

Quindi eccomi qua, in stand-by, in attesa che consulenti del lavoro e commercialisti facciano il loro lavoro. Sì, proprio quella cosa che non si mangia, ma che senza di essa non si può mangiare. Sarà mica un nuovo tipo di posata?



Mister? No grazie!

Formazione. Di martedì. Che senso ha fare “formazione” di martedì? Per fortuna non sono stato lì come uno scemo, fermo, a sentirmi dire come si scrive un articolo giornalistico. Io lo so come si scrive. O perlomeno credo di saperlo.

Per fortuna oggi ci hanno spiegato ben altro, a me e alla Stagista. Come entrare in redazione, innanzitutto. No, non ci hanno spiegato come aprire la porta degli uffici, bensì come accedere ai form da compilare per aggiornare il sito. Si lavora in rete. E’ tutto lì, nel magico mondo del web. Pare che oggi non si possa fare a meno di Internet, che sia diventato troppo importante… Ecco, al punto da usare l’iniziale maiuscola quando lo si nomina. Mentre la tv è la tv, la radio è la radio e il giornale è il giornale. Tutto minuscolo, tutto normale. Internet no. Qualcuno mi deve dire perché.

E’ stata una mattinata molto “tecnica”. Ho preso parecchi appunti, in modo che nessuno un giorno possa dirmi che non li ho presi, che non sono preparato. Sembra tutto abbastanza facile. E’ un buon inizio. Il Capo è intraprendente, la Direttrice ha un fare vivace. E’ un pregio? Non lo so, però è una ritardataria. Abbiamo già qualcosa in comune. La Stagista, invece, è una di quelle ragazze sfrontate. Simpatiche ma sfrontate. Ho l’impressione che sia una di quelle persone che ti dice le cose in faccia, che ti tira addosso tutto quello che sei. Da domani vado in redazione col casco, non si sa mai.

Mi piace, poi, che appena arrivati abbiamo già la possibilità di gestire il sito dall’interfaccia, di prendere da subito delle decisioni importanti. Il Capo ha registrato noi new entries nel sistema come fossimo già dei giornalisti. Abbiamo una dose di autonomia che oggi non è merce rara. Rarissima.

Solo un appunto. Stare attenti alle notizie di politica, magari scrivendo i “pezzi” ma poi lasciandoli salvati in “bozze”. In modo che chi di dovere possa leggerli prima di autorizzarne la pubblicazione. Giusto. Giustissimo. Solo che per spiegarcelo il Capo ha detto: “Mi raccomando, la politica è un campo minato. Occhi aperti soprattutto verso i comunicati che arrivano dall’opposizione. Ad esempio: noi per fortuna abbiamo un’amministrazione comunale di…”.
Prego?
Per fortuna?

Oddio. Mi sa che il Capo “tifa” per il Mister. E solo Dio sa cosa significa scrivere per un giornale che ha un orientamento politico diverso dal tuo. Solo Dio lo sa. Ma credo che lo scoprirò presto pure io.
Dio. Scritto maiuscolo. Allora Internet è il nostro nuovo Dio!
Aiuto.

Oggi, intanto, tutti i giornali parlano del decreto “anti precari” voluto da alcuni dei politici al governo. Mi domando quali saranno le conseguenze. Dicono che la questione riguarderà soprattutto i (non ancora) dipendenti delle Poste. Bene. La cosa non mi tocca. Non perché io non sia un (non ancora) dipendente delle Poste, ma perché al momento sono appena un (non ancora) precario. Un precario precario. Un precario².
Aiuto,
Anzi, aiuto².



Condoglianze
Lunedì, 28 Luglio 2008, 7:39 pm
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Sono nato per scrivere, o forse è la scrittura che è nata per me. Perché qualcuno sapeva che mi sarebbe servito un mezzo, per fare e per dire qualcosa. Così è nato il linguaggio, prima parlato, poi scritto. Così è nata la scrittura, ora lo sapete. Grazie a me, oggi avete imparato qualcosa. Sono 10 euro grazie. Domani devo andare a lavoro (il mio vero lavoro, oltre a quello di insegnarvi le cose!), e mi servono 10 euro per fare benzina. Non è lontana, la redazione. Sono io che sono squattrinato, e la “carriera” che mi accingo a iniziare non cambierà il mio status economico. Perlomeno non in questa era geologica, non con questa integrità morale e psichica. Non con questa gambe dritte e questo culo stretto. Il giornalismo è una vita di sacrifici. Per la mente e per la morale, per le gambe e per il culo. Che bisogna farsi ma che, possibilmente, non bisogna farsi fare. Dicono faccia male.

Domani inizio a scrivere per un sito di informazione locale. Senza un contratto definito. Diciamo pure senza contratto. Domani inizio a scrivere per lavoro, io che il lavoro lo conosco solo per sentito dire. Dicono non sia una cosa che si mangia, ma dicono anche che non si mangia senza lavoro.
Mi sfugge qualcosa.

Fatemi le condoglianze.