Archivi delle etichette: stagista

Politically uncorrect

25 ott

E i sogni non contano più. Qua siamo tutti pollastri da spennare. Qualche volta, poi, capita pure che si lavori. Ma solo qualche volta, eh. Si lavora così, come pennuti in batteria. Il tacchino glugluglù, il gallo co.co.prò. E il pulcino Pio, il pulcino Pio.

Però è tutta colpa nostra. Dovremmo accontentarci, noi. Siamo macchine, mica anime infilate dentro dei corpi. Siamo giovanotti da codice binario. O così o Pomì. E vaffanculo ai sogni. Che no, non contano più un cazzo. Non più di certi contratti. Patti col diavolo, in un sistema in cui i ministri di mestiere fanno gli ammazza-speranze. Certe parole sono prive di rispetto. E certa gente è buona soltanto a fare manovre. Tutte rigorosamente contromano.

Apocalypse Now

4 ott

I Maya sono cecchini con il mirino di precisione. Altro che fine del mondo. Quei bastardi tornati d’attualità direttamente dal passato sanno bene contro chi rivolgere le loro fottute profezie. Sanno benissimo a chi portare iella. L’apocalisse è una cosa seria, perciò evitiamo di scherzare. Evitiamo di dire cazzate: il giorno del giudizio sta arrivando davvero. Ma non sarà per tutti. L’obiettivo di quel cazzo di mirino siamo noi giornalisti, talmente prossimi all’estinzione che in confronto i panda sono i cinesi della Terra (in senso demografico, non per le origini). Ogni giorno se ne sentono di cotte e di crude, altro che Clerici, Parodi e tutto il loro ricettario per aspiranti obesi.

Io sono fortunato. Io ho un contratto che per ora non mi fa vedere la luce oltre la fine del 2012, ma almeno ce l’ho. Intorno a me c’è un mondo che muore, porca mayala. I cronisti sono sempre di più, i posti di lavoro, invece, sono sempre di meno. Il problema, poi, è che spesso ci si piega alle logiche imposte da un mercato che con la dignità dell’uomo (e della donna) ci fa al massimo i gargarismi. E non vi dico da dove. Oggi molti aspiranti giornalisti scrivono per visibilità. Molti li contestano, di certo a ragione. Io però li capisco. Sarà perché l’ho fatto anche io. Ho scritto per giornaletti e sitarelli che tutt’al più con il mio conto in banca hanno giocato al ribasso (c’erano pur sempre da pagare internet e la corrente per tenere acceso il pc). Ma in un questo Paese di coglioni c’è ancora chi i coglioni sa quando è ora di tirarli fuori. Gente come Gaetano Gorgoni. Perché il mondo ha sempre bisogno di eroi. Pure mentre muore.

E allora tutti stagisti

30 ago

Se tutti facessero così si creerebbe improvvisamente un’intera generazione di ricchi. Io stesso avrei diritto a ben quattro eredità. Dite che De Benedetti sarebbe d’accordo?!

Lo scoop del secolo

24 lug

Non so cosa mi faccia incazzare di più. Se la fantasia che latita oppure la colossale scoperta di acqua calda. Una cosa è certa: non se n’era accorto nessuno. A parte tutti.

Disoccupato

14 lug

Mi son fatto prendere dall’ansia. Stavo mangiando le mie penne condite con pendolini (“pachini” per i romani) congelati, quando mi è venuta la smania di andare al centro per l’impiego per rinnovare il mio stato di disoccupazione. Va fatto ogni tre mesi. Me ne sono scordato per anni, e l’ultima volta sono rimasto fregato perché mi sarebbe servito per un bando (poi non andato a buon fine, ma per altri motivi) che attribuiva un certo punteggio in graduatoria in base al periodo di inattività.

Il fatto è che in settimana ho firmato il mio primo contratto. Il mio primo vero contratto. Che va oltre la semplice collaborazione. Ancora non ci credo. Noi cronisti non siano abituati a queste cose. Non siamo abituati a lavorare. Non per soldi, perlomeno.

Faccio come Bart Simpson

11 mag

BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
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BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA

 

nonsonopazzo

9 mag

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La storia per caso

11 apr

Un’insalata mezza greca, che però ho provveduto a mangiare per intero. L’altra mezza l’ho scordata, che di quel giorno ho ben altre cose da tenere a mente. Villa Pamphili, Roma. Uno dei posti più belli che abbia mai visto, e questo forse dimostra che non ne ho visti poi tanti. Ma quel che è bello è bello. Un polmone verde dentro l’immenso grigio della città della storia, in una giornata che oggi mi torna in testa tra la nebbia del mio fitto pensare.

I miei genitori erano venuti a trovarmi durante uno stage, forse il più importante per il prestigio della testata. Io ho la memoria corta e il naso altrettanto, altrimenti starei qui a spacciarmi per una banca dati ambulante. Invece no. Né banca dati né banca date. Più che il fosforo, il burro. Tutto mi scivola via. Per questo non ricordo quando è stato il giorno delle insalate mezze greche. Il giorno in cui ho pranzato a un metro e mezzo da Miriam Mafai.

Idea.
Grande idea.
Sono un genio.
Sono passati quasi due anni. Sì. Esatto. Me l’ha appena detto il mio curriculum, in cui ho volpescamente incluso quel mio stage da sventolare ai quattro venti.

Io quella donna proprio non la riconoscevo. E il motivo è semplice: non la conoscevo affatto. Il suo nome se ne stava nascosto nei meandri della mia nebbia cerebrale, ma il suo volto mi era del tutto indifferente. Vedevo una signora presumibilmente sveglia a discapito degli anni. Tutto qui. Per me non c’era nient’altro da vedere. Mio padre, invece, sa tutto di tutti, e quando non sa fa finta di sapere. Questa volta, però, sapeva davvero. “Kronny (no no, non mi chiama veramente così), guarda chi c’è. Sai chi è quella?”, mi ha chiesto. Prima di ostentare il suo sapere verifica sempre quanto ne sanno gli altri. Così, tanto per umiliarli. “No. Chi è?”, gli ho risposto io, abituato ma non troppo al suo modus avvilendi. “E’ Miriam Maffai. Quella scrive per Repubblica da tanti anni”. E dire che lo stage lo stavo facendo proprio lì.

Oggi ripenso a quel giorno e mi sembra tutto un po’ sfumato. Ho scattato diverse foto, i ricordi più nitidi che ho. Stavo dentro a quel polmone verde, vicino a Monteverde (dove mio nonno andava a vendere le uova, cosa che oggi ci racconta un giorno sì e l’altro pure). Ruminavo insalata greca (e verde) e indossavo una polo. Una polo verde. Ci mancava solo Bossi in lacrime ed eravamo al completo. Davanti a quel monumento al giornalismo ho fatto finta di leggere proprio il “suo” quotidiano, che mio padre compra tutti i giorni ormai da un paio di vite. Però adesso Miriam non c’è più. Di lei restano la penna più pungente della spada, gli editoriali rossovestiti, gli amori a scoppio ritardato. E la passione viscerale per le inchieste, al punto da preferirle agli uomini. O così diceva. A me non rimane che la nebbia di quel giorno di sole, il ricordo dai contorni contorti di quel pezzo di storia incontrato per caso nella città della storia.

Rosso relativo

29 dic

Ghiro ripieno. No, non è il mio menu di Capodanno, ma l’attacco, l’incipit, della mia biografia più recente. Sono fermo, tranquillo, come un semaforo. Ora c’è il rosso. Perciò sono fermo, sì. Ma non con la mente, che quella ferma non lo è mai. Con il corpo resto in panciolle. Aspetto. Temporeggio. Ho il sonno facile. Mangio come un porco. Un ghiro ripieno, sì.

Oggi una prima sveglia. Mi è arrivata una lettera dall’esimio Ordine regionale. Non me l’hanno spedita per farmi gli auguri. Dentro non c’erano biglietti rossi vestiti a festa, ma moniti per mandare un po’ più in rosso il mio conto bancario. E io sto fermo. Resto in panciolle, sì, ma non con la mente. Che quella, no, non è ferma mai. Penso e ripenso al senso di tutto questo. E non lo trovo. So che qualcosa è cambiato. Monti ha smosso mari e suoi omonimi. Gli Ordini non sono più gli stessi. Credo. Mi era giunta voce che quello dei giornalisti non abbia più nemmeno il potere di sanzionare i suoi iscritti in caso di comportamento inadeguato (passatemi l’eufemismo). Non ne sono sicuro, eh. Un ghiro ripieno resta fedele a se stesso, bloccato nel suo torpore finto-festivo. S’ingozza ma non si schioda. E, paradosso dei paradossi, nemmeno s’informa. Nemmeno se informa di professione. Nemmeno se certe cose lo toccano da vicino.

Ammetto le mie inadempienze (perdonatemi il parolone, prometto di non usarne più fino al prossim’anno), ma l’aumento della quota annuale richiesta all’Ordine mi sa comunque una forzatura. Anche se non so bene come stanno le cose. A volte sento di aver sprecato più di due anni e mezzo della mia vita a rincorrere un tesserino in pelle di stagista che finora ha avuto l’unico merito di farmi entrare a scrocco a una mostra di Hiroshige e al Romics del 2010. Il resto è nebbia, e tanta tanta noia. Io che non mi annoio mai, perché ho la mente che non si ferma mai. Ma vedo male. Vedo rosso. E allora sto fermo, tranquillo, come un semaforo. Resto un ghiro ripieno. Che se mi risveglio toro son falli Fernet.

Bianco su nero

2 dic

Lo metto nero su bianco, anzi bianco su nero. Dedicato a qualcuno, esclusi tutti gli altri.

 

 

Amarcord blues

24 set

Ripenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quello che avevo definito il giornale dei sogni. L’avevo chiamato così perché si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose. Oggi credo ci si stia ancora bene, ci si senta ancora bene. Che si facciano ancora buone cose, invece, lo so per certo. Perché a volte li seguo, quei burloni, ma sempre a debita distanza. Con loro ho un contratto di collaborazione della durata di anno. E sta per scadere. Quell’anno è quasi finito. E io ripenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quel giornale dei sogni. Poi penso a oggi, e capisco che il sogno sarebbe piazzarci su un pezzo col mio nome. Farlo davvero. Sentire che c’è un mondo al di là di questo limbo avvilente. Percepire che appartengo ancora almeno un po’ a quel posto di carta in cui si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose.

Invece sto qui a rimuginare su quanto sia difficile farne parte, su quanto inserirsi con un proprio articolo corrisponda a un’impresa bella e buona. Ci vorrebbe un piccolo scoop personale, una notizia tascabile ma che faccia scalpore. Niente roba di seconda mano, che sennò rischi di passare per scemo. E a ragione. E’ da scemi pensare che un giornaletto, bello ma grosso quanto un chihuahua nano, possa pagare l’ultimo arrivato per notizie che un qualsiasi redattore stipendiato potrebbe trovare su Google per poi rimescolarle a piacimento. E’ altrettanto da scemi pensare di farsi largo con interviste in esclusiva a illustri figuri che lasciano scritto su Facebook il proprio numero di cellulare, e che quindi chiunque potrebbe contattare. I pochi soldi che girano sono destinati a loro, i redattori stipendiati (forse). I collaboratori vengono dopo (sempre forse), e nell’attesa non possono far altro che guardarsi intorno, all’eterna ricerca della sacra notizia. Per poi ritrovarsi con le mani vuote e con le tasche ancor di più. Ché quel poco che trovi lo capitalizzi con un grazie e po’ di soldi del Monopoli. E allora ti volti, ti volti un’altra volta. Ripensi al pieno di un anno fa e al vuoto di oggi. E ti riscopri a giocare a trova le differenze immerso nel tuo amarcord blues.

L’unica cosa che conta

1 set

La tv mi fa nostalgico. E come direbbe Cetto La Qualunque, Dadadà non c’entra una beata minchia. Non è nemmeno perché ormai quella scatola proietta-cazzate è diventata per me una coinquilina invisibile, e allora ritrovarmela ogni tanto lì sul mobile, neanche fosse tornata da una crociera esotica, mi fa ricordare i tempi di Mazinga e di quel gran pezzo di Lady Oscar. No, non per quello. La nostalgia mi è arrivata, leggera ma improvvisa, per via di un promo che sta circolando da giorni su di un film che mamma Rai ha messo in caldo per il nostro tiepido autunno.

E’ che io Fortapàsc me lo sono già visto. Ero ancora nel Paese dei Polpacci, a sognare un futuro incerto con felicità a momenti. Erano i tempi della scuola di giornalismo, tempi che oggi sembrano quelli di Jurassic Park. Non del film, proprio la preistoria. E invece è passato poco più di un anno. Eravamo nella camera della Silente, la collega che avrebbe tanto da dire, coinquilina mia e dell’amico Invasato. Immaginavamo un avvenire avventuroso, fatto di tanto impegno e di altrettante parole. Abbiamo tremato nel caldo di quel residence, di fronte al sacrificio di una persona che credeva nel giornalismo e nell’uomo. Soprattutto nell’uomo. Che poi è l’unica cosa che conta.

Il tempo ci sta dicendo che invece per noi c’è ancora tempo. Che per noi il tempo di quel tempo, quello dell’impegno e delle altrettante parole, non è ancora arrivato. Ma noi continuiamo a sognare il nostro futuro incerto con felicità a momenti, a credere nel giornalismo e nell’uomo. Soprattutto nell’uomo. Che poi è l’unica cosa che conta.

Parole sante

26 ago

Mi sento come un bambino. Dopo l’esame da professionista, dopo l’illusione di un contratto che non porta a nulla, dopo il fascino irresistibile di un’estate dura a morire nemmeno fosse Bruce Willis, provo a muovere i miei primi passi nel mondo del lavoro. Proprio come un bambino. Che poi non sono davvero i primi. E’ che ormai che è arrivata l’ora di fare sul serio, di darsi una botta di defibrillatore e vada come vada. Ora passata.

E’ così che ho preso contatto con la sede locale di un noto partito nazionale, uno di quelli di peso. No, non sono in cerca di raccomandazioni. Né ho intenzione di fare body building mettendomi a sollevare qualche scalda-poltrona di Montecitorio. Continuerò a camminare con le mie gambe fino a che l’esasperazione e il bisogno impellente di denaro non me le taglieranno di netto. Ho pensato di propormi per l’ufficio stampa di quel partito. E sono partito anch’io. Dal basso. Dal basso più basso. Da quello che nelle scuole di giornalismo considerano il fallimento più grande. Chi esce da quegli istituti sforna-cronisti-disoccupati può vantare di aver avuto una formazione da giornalista vero. Sa scovare la notizia (si spera) e la sa raccontare (si spera), sa usare la penna (si spera), ma soprattutto il cervello (aspetta e spera). E l’ufficio stampa è tutto tranne questo. E’ il riportare notizie precotte assecondando l’ente o l’azienda per cui si lavora. Si diventa cronisti-vetrina, un po’ come le puttane olandesi, con in mano un tablet made in China al posto del classico vibratore rotante a doppia punta.

Ma non è un problema, anche se un problema c’è. Il problema è che c’è un problema nel problema. E che problema! Mi sono fatto passare i contatti dei vertici di partito da un ragazzo che ha già un ruolo di responsabilità tra i giovani adepti. Ho avuto nomi, cognomi, numeri di cellulare. E un monito che non lascia scampo. C’è già un addetto stampa, ma è giusto che ti dica anche un’altra cosa: sono tutti incarichi non retribuiti.

E meno male che noi giornalisti campiamo d’aria e di Spirito Santo. Meno male che siamo automi senza lo squallido bisogno di mangiare che avete tutti voi subdoli umani. Meno male che non abbiamo un mutuo da pagare, perché tanto non lo possiamo nemmeno chiedere, se non per far sganasciare quei poveri banchieri frustrati dalla crisi. Meno male che noi abbiamo comunque un futuro. Un futuro anteriore. Il nostro posteriore era già occupato.

Ho un tarlo nella testa

13 ago

Stanotte andrò a letto con un tarlo nella testa. Roba che se il mio cervello fosse fatto di legno mi risveglierei con il vuoto cosmico dentro il cranio. Stanotte andrò a letto con una convinzione, quella che qualcuno ce l’ha con me. Qualcuno con cui ho avuto a che fare circa tre anni fa. Qualcuno che KronaKus conosce bene, perché in fondo è di suo “padre” che stiamo parlando. KronaKus sono io. KronaKus però è soprattutto un personaggio, un alter ego. KronaKus (il pupazzo, non il ragazzotto che sta dietro le quinte) è nato nel suo grembo. Nel grembo del Capo. Il suo primo datore di lavoro. Ok, facciamo il suo primo datore di qualcosa che in tre anni non ha ancora trovato una definizione. Soldi non ne ho praticamente visti, e che fosse giornalismo in senso stretto la scientifica non l’ha ancora appurato.

Bene. Anzi male. Perché sembra che il Capo mi odi. Prima era un sospetto, ora è diventata una certezza. O se non mi odia crede almeno di avere ragione di ignorarmi. Sono tre volte che lo incrocio per la Baia delle Zanzare. Mai un saluto. Le prime due ho pensato non mi avesse visto. Da lui nemmeno un cenno, ma allo stesso tempo nemmeno uno sguardo. La sua ragazza invece mi saluta. E’ una mia compagna delle elementari, e carina carina quando ci si vede un ciao accompagnato da un sorriso me lo concede. Da piccoli non avevamo nemmeno poi tanta confidenza. D’altronde all’epoca io ero poco avvezzo alla socialità, ero il classico bambino tranquillo tranquillo. Troppo tranquillo. Mi chiamavano Camomillo. Il tempo è passato, le cose sono cambiate. Io oggi sono un’altra persona. Non sono un animale da palcoscenico, non è nella mia natura, ma sono diverso da una volta. Oggi socializzo. Adoro parlare con la gente. E adoro anche solo salutarla, o farmi salutare. Ma il Capo no. Lui non vuole farlo.

Non è la tipica paranoia della notte. Stasera l’ho incontrato per ben due volte, e alla seconda mi ha addirittura guardato negli occhi. Dritto negli occhi, o quasi. E’ stato un lampo, una cosa molto furtiva. Ma lui mi ha visto, e io ho visto lui. Soprattutto ho visto che mi ha visto, e questo fa tutta la differenza del mondo. Perché è caduto anche l’ultimo muro: non è che non mi veda, non mi caga proprio.

C’ho riflettuto parecchio, e se posso dirla tutta la cosa mi urta abbastanza. Non il doverci riflettere, ma l’immotivata assenza di un cenno, la mancanza della più semplice delle cordialità. Un ciao (seppure certi motorini non vadano più di moda). Anche un ciao stronzo, volendo. Sarebbe già più gradito. Avrebbe già più senso.

Siamo diversi, e questo non c’ha mai permesso di avere una vera empatia. Personalmente ho vissuto come qualcosa di bizzarro il fatto che il mio Capo fosse uno della mia età, uno che fino a pochi anni prima lo vedevo girare per la mia stessa scuola. Ma soprattutto è la diversità ad averci separato alla nascita di un rapporto di presunto lavoro che difficilmente si sarebbe evoluto in qualcos’altro. Che so, magari in un’amicizia, o nel semplice piacere di fare due chiacchiere extra-(presunto)lavoro davanti a un caffè che non fosse quello della macchinetta della redazione. Abbiamo idee politiche opposte, ma soprattutto ha un modo di intendere la vita che è l’esatto contrario del mio. Tutto più che legittimo, ma evidentemente tanto basta a negarmi il saluto. Lui è il classico uomo d’affari, il self-made man con il culto dell’imprenditoria intensiva, e che non disdegna il salto (già fatto) nei palazzi della politica. Lui si ammazza di lavoro, io rischierei di ammazzarmi di noia se non fosse che ho più interessi di uno strozzino.

Ci sono diversità che mi fanno venire l’orticaria, atteggiamenti a cui non riesco a trovare una ragione d’essere. Ma il bello di me è che li so accettare. So soprassedere, purché ci sia un rispetto reciproco. E salutare è sinonimo di rispettare. Ma forse lui ha capito che non sono della sua stessa sponda. Ha capito che anche se ormai questa maledetta Baia gira intorno ai soliti due o tre Machiavelli di turno, io, il cronista nato dal suo grembo di mammo, giro in una direzione completamente opposta. Sono una lancetta con il vizio dell’antiorario. Prima o poi qualcuno mi farà passare un brutto quarto d’ora.

Che siamo diversi l’avrà capito quella volta che l’ho fatto incazzare. Mi occupavo del suo sito, e avevo messo in evidenza una notizia con le dichiarazioni di uno dei più grandi nemici della nostra giunta. Non la voglio nemmeno vedere quella faccia da cazzo, aveva detto. Così ho tolto la spunta, sono stato costretto a metterla in secondo piano. Ma va bene. Diciamo che va bene. Il Capo è il capo, la gerarchia delle notizie la detta lui, nonostante il fatto che la loro rilevanza dovrebbe venire prima delle ideologie indigeste.

Magari il punto non è nemmeno questo. Magari si è sentito tradito quando l’ho mollato su due piedi non appena ho saputo di esser stato selezionato per la scuola di giornalismo. Ma io alla sua promessa di farmi fare il praticantato non ho mai creduto, così ho seguito la mia strada. Aveva mosso mari e monti con la sua commercialista per capire come farmi avere un tesserino senza spendere che pochi spiccioli. Ma io non mi sono mai fidato. Mi deve ancora trenta euro. Trenta miseri euro. Figuriamoci se mi potevo fidare. Nel frattempo mi son fatto le ossa con professionisti veri. Professionisti non soltanto per via del tesserino, ma per l’esperienza. Quando me ne sono andato il Capo mi ha addirittura detto che se avessi imparato qualche trucchetto interessante a livello giornalistico glielo avrei dovuto comunicare. Sono stato fuori, ho fatto stage in redazioni importanti. Non mi pento. No, non mi pento. Nemmeno se non ho ancora uno straccio di lavoro. Non sputo mica su di un piatto che tra tasse e affitti mi ha fatto perdere non poco denaro, ma che perlomeno non mi ha fatto perdere una cosa ancora più importante della filigrana stessa. Il tempo. Ho fatto la mia scelta. Solo il mio me futuro sa se il mio me passato ha fatto la cosa giusta. Prendo la Delorean e vi mando un telegramma olografico post-datato.

O magari il problema è che sa di questo blog. Sa del sarcasmo di fondo, e magari non lo accetta. Ma questa è un’altra storia. E questa, forse, è davvero la tipica paranoia della notte.

Mi butto (3)

2 lug

Sottotitolo: Io, fottuto in partenza. Ho appena completato il test d’inglese del Corriere della Sera. Sì, perché non è bastato compilare la domanda online per candidarmi a tutti gli effetti alla sbalorditiva selezione messa in atto dal noto quotidiano. Ci sono più fasi, ma ovviamente non te lo dicono prima. E io mi aspettavo una scrematura sulla base dei millemila curricula che staranno sicuramente ricevendo, non di certo un quiz su internet per verificare l’effettiva padronanza dell’inglese di chi vuole tentare il colpaccio.

Io, da bravo millepiedi omerico, di talloni d’Achille ne ho a bizzeffe. Ma ne ho uno particolarmente grosso e sporgente (no, tranquilli, non siamo ancora saliti in zona inguinale), su cui c’è appiccicata un’etichetta piuttosto eloquente: Ai no spich inglisc vèri uèll. A ognuno il suo. Io ho fatto in tempo a rispondere a 57 delle 65 domande a cui mi hanno sottoposto nell’arco di mezzora. Con la linea internet a passo di moviola che mi ha rallentato un po’, e che soprattutto credo non mi abbia permesso di inviare l’ultima risposta perché nel frattempo era suonato il gong. Quindi facciamo 56. Ma per fortuna non ero solo. Eh già. Accanto a me avevo la più aggressiva delle zanzare del quartiere, probabilmente l’insetto regina di questa fottuta Baia. Ha provato a suggerirmi, ma non è riuscita ad andare oltre il solito squallidissimo ronzìo.

Scrivo queste righe un po’ affranto. Un po’ digito e un po’ mi gratto. Non è scaramanzia, a quella mi sono sempre affidato poco. E’ quella stronza di una regina che mi ha lasciato il ricordino. Ma al di là di test e monarchie ronzanti, so di aver fatto il massimo che potevo. In un primo momento ho pensato di farmi aiutare in tempo reale dalla mia cugina argentina, che di mestiere insegna inglese e fa pure traduzioni per le aziende. Però, vuoi per il fusorario vuoi perché lei non sa quasi nulla di italiano, ho evitato di mettermi su Skype a spiegarle di volta in volta il senso della frase da tradurre. Così ho passato il pomeriggio a ripassare una lingua che conosco per sentito dire o poco più, a rinforzare una base in carta velina su cui poi ho cercato di costruire un cazzo di grattacielo. Infine ho sfidato la sorte e le giuste pretese del Corriere, dando il via al test con un occhio sui quesiti e uno su Google Translate, utile come una bandiera della pace a casa Gheddafi.

Ora sono qui. Aspetto il verdetto del mio test con un mezzo ghigno stampato in faccia. So già come andrà a finire, è sempre stato un tentativo disperato. L’importante è che non mi disperi io, perché domani è un altro giorno. Speriamo non di merda.

Poltrona a dondolo

30 giu

Mi dondolo sulla mia poltrona. Il mio amico di sempre mi ci prende pure in giro. Dice che è la poltrona del direttore, che da lì sopra sembro davvero il signor Burns dei Simpson. A suo dire mi manca soltanto di congiungere le mani pronunciando la parola eccellente, e poi sono davvero lui. Io finisce che mi guardo allo specchio e poi mi consolo. Quantomeno non sono ancora così stempiato.

Anche perché il problema non sono io, ma questa maledetta poltrona. Non è la mia faccia da pseudo-direttore bavoso, ma il culo che si poggia sopra questo morbidissimo porta-chiappe. E’ la mia reggia, il mio feticcio. La mia ragazza mi deride ogni volta (sì, pure lei) tanto sembro calato nella parte. E dire che è un suo regalo. Ma in fondo hanno ragione loro, lei e il mio migliore amico. In questo schienale io sprofondo come fossi il boss di un’azienda grande e prospera. Perché lo dico? Se mi vedeste ora non avreste bisogno di farmi questa domanda.

Eppure così non va. Mi gongolo, mi dondolo, mi gingillo (non è come sembra). Vivo ancorato alla poltrona e allo schermo che ho davanti, giorno e notte, fino a far incazzare mia madre che ormai non ricorda più nemmeno come sono fatto da in piedi, e mi crede alto poco più di un metro e venti. Tutto questo mentre all’orecchio mi arrivano verità che non sono più mie, quelle di un mondo che è fatto di movimento, di tentativi estremi. Storie di gente che osa, che non pensa di trovare uno sbocco soltanto inviando curriculum e aggiornando la pagina della posta in modo convulso nella speranza di ricevere uno straccio di risposta. Stando rigorosamente col culo appoggiato a questa cazzo di poltrona a dondolo, s’intende.

Un’amica, la stessa che mi ha trovato alloggio nella Città delle Pizze Gommose nel periodo del mio primo stage, mi ha scritto che sta per partire. Voleva da me i contatti del quotidiano con cui ancora starei collaborando, almeno in teoria. Le ho passato l’indirizzo del direttore e quello degli altri capi. Chissà che almeno a lei non servano a qualcosa. Il suo obiettivo è piazzare qualche pezzo come corrispondente dalla sua meta incandescente. Io invece sono ancora qui che invio proposte assurde pur di ricordare loro  il fatto concreto del mio esistere, che possono farmi lavorare, o che quantomeno potrebbero finalmente farmi avere la cifra che ho già maturato. Tentativi che puntualmente non ricevono nemmeno uno straccio di no. Spero per lei che abbia più fortuna, d’altronde si sta per giocare una buona carta. Buonissima. Perché la ragazza non sta scappando da Malincònia in cerca di fortuna. Lei la fortuna se la sta creando a costo di rischiare la pelle. Lei è in partenza per il Kosovo come giornalista embedded. Lavorerà direttamente dal campo, a stretto contatto con il contingente militare italiano in loco. Mentre io continuo a dondolare sulla mia poltrona in attesa di un motivo per pronunciare la parola eccellente.

Mi butto (2)

27 giu

E se fosse questa la svolta per il mio futuro? E se il mio domani fosse proprio al Corriere della Sera? E se fossi costretto a trasferirmi nella terra del business e dei pisapii? Non bramo Milano, ma chissà che Milano non brami me. Un aspirante cronista squattrinato con la sindrome del blogger. Un giornalista non praticante, e non soltanto per via della qualifica di professionista ormai raggiunta, ma nell’accezione quasi religiosa del termine. Uno che al futuro non ci pensa mai, a costo di litigare con una fidanzata che invece vivrebbe volentieri dentro la sua sfera di cristallo.

Chissà. E’ che ancora preferisco il vivere al convivere. E’ che tengo ai miei spazi come una monachella ossessionata tiene alla sua verginità. Sennò mi vedrei già pronto pure per la paternità. Devo soltanto imparare a distinguire il pianto di un bambino dal lamento di un gatto in amore. Quantomeno per non infilare i bocconcini Whiskas nel biberon del pupo. E per evitare che crescendo nascano rivalità tra lui e il micio che si ripresentano ogni volta che è l’ora della pappa.

Mi butto

25 giu

Carramba che sopresa, direbbe una certa Raffaella che, a discapito dei capelli da Maga Magò, il vero legame di parentela deve avercelo per forza con il prode Higlander. Cos’è successo? Semplice: il mondo del lavoro non retribuito (cioè tre quarti del mondo giornalistico) è stato scosso da un annuncio che sembra uscito da un film di fantascienza. E non tanto perché si parla chiaramente di tecnologia, ma perché appare proprio come un fulmine a ciel sereno. Anzi, come uno squarcio di sereno in mezzo a un mare di fulmini.

Il Corriere della Sera ricerca giovani redattori da inserire nelle proprie redazioni giornalistiche. Le persone parteciperanno a progetti di sviluppo e di crescita della testata, offrendo un valido contributo anche multimediale. E’ quanto si legge in un link a cui si può arrivare anche dalla stessa home page dell’edizione online del noto quotidiano.

Io sono alla disperata ricerca di una soluzione. Guardo il mio futuro e vedo nebbia e ancora nebbia, che varia secondo scale di grigio che comunque non lasciano nemmeno trapelare l’illusione del colore. Regna ancora la sensazione di una prospettiva che non c’è, l’idea che tra l’oggi e il domani ci sia un anello ancora mancante. Che magari potrebbe essere questo, un’esperienza in una delle più grandi realtà giornalistico-editoriali italiane. Una cosa che puzza di tirocinio a scrocco, e che quindi ha lo stesso odore di tutto il contorname. Ma Raffaella non si smentisce mai, e una carrambata è pur sempre una carrambata. Sono anni che il gruppo Rcs non attiva stage, mentre gli studenti delle scuole di giornalismo farebbero a cazzotti per trascorrere un paio di mesi tra le quattro mura delle sue tante redazioni. E questa iniziativa ha il sapore tipico della sorpresa. Una sorpresa a metà, almeno per me. Perché all’esame di abilitazione professionale avevo conosciuto una persona che lavora già nell’azienza, e che mi aveva accennato al fatto che il Corriere volesse approdare su iPad con un progetto piuttosto ambizioso. Specificando, però, che non sarebbe stato facile approfittare dell’inevitabile allargamento dell’organico (si, il personale ormai si chiama allo stesso modo della “monnezza”..), vuoi per i tanti in lista d’attesa e vuoi perché siamo in Italia, e si sa che spesso entra chi deve entrare. Chi si vuole far entrare. Chi è stato suggerito di far entrare.

Forse l’annuncio si riferisce proprio a questa iniziativa. E forse, dico forse, è soltanto uno specchietto per le allodole per chi si illude di poter finalmente lavorare in un grande giornale. Ma io no. Io non mi aspetto granché. Però so una cosa. Questa volta mi butto e vada come vada.

Dipende tutto da me

24 mag

Quelli dell’Ordine fanno un po’ le primedonne, e il tesserino da professionista si lascia ancora desiderare. Io sono qui che aspetto quel famigerato cartoncino rivestito in pelle di stagista che mi dovrebbe aprire delle porte. Il cartoncino, non lo stagista. Quello è già troppo preso a fare caffè e fotocopie.

Nell’attesa ripenso a quando ho presentato la domanda.

Ok, avevo dormito poco. Ma quella sensazione di apatia che mi sentivo addosso io proprio non la volevo. La percepivo come un parassita, un qualcosa di cui dovermi liberare. Eppure se ne stava lì. Incrollabile. Irriducibile. Fino a che non mi sono dato una scrollata e sono tornato in me.
Ero appena uscito da quel portone dietro cui avevo lasciato tanti soldi e ben poche speranze. Solo pochi istanti prima ero ancora dentro quella stanza, a compilare moduli, a firmare carte, a guardarmi tagliuzzare la faccia stampata su delle fototessere a cui, a detta di mio padre, mancava soltanto la scritta “wanted”. Ricercato. Un ricercato che però deve ricercare. Ricercare una prospettiva, un perché.
Ero di ritorno dall’ufficio dell’Ordine dei giornalisti. Dopo un mese mezzo mi sono deciso a consegnare tutto il necessario. Con l’esame superato, il tempo e i soldi spesi alla scuola di giornalismo, non potevo proprio saltare questa tappa. Ho fatto domanda: entro maggio sarò a tutti gli effetti un professionista, o così mi han detto. Per ora niente. Manca il verdetto della burocrazia, le carte bollate, le raccomandate. Con o senza ricevuta di ritorno. Che tanto indietro non si torna. Ero indeciso, sì, ma alla fine mi sono lasciato andare al buon senso. Non potevo restare praticante soltanto per paura che facendo il grande salto non mi avrebbe più assunto nessuno. Non potevo non fare quel piccolo grande passo. Ho sudato per arrivarci. Dovevo farlo. Dovevo e basta. Adesso il pericolo è che le maggiori garanzie dovute allo status di professionista mi si rivoltino contro. Ho paura che costando di più alle aziende, le aziende decidano sia meglio snobbarmi, che sia meglio lasciarmi a spasso. Meglio uno stagista oggi che un professionista domani, che puoi chi li paga tutti quei contributi, chi gliela paga la paga se poi il mercato non paga, se il settore è in recessione e il mondo pure? E poi la pelle di professionista è troppo dura, poi con cosa li fanno i tesserini?!
Però con la paura non si mangia. E la scusa della dieta non basta, non mi autorizza a lasciarmi sotterrare dai timori. Stavo scendendo le scale da quel quinto piano pieno dei miei soldi e delle mie poche speranze. Ho sentito un brivido, un’emozione strana miscelata al sonno che mi mandava avanti le gambe per inerzia. Perché sì, avevo dormito poco. Ma in quel momento ho capito che niente mi verrà regalato. Che se adesso sarà più difficile trovare lavoro significa soltanto che dovrò impegnarmi di più. Dipende tutto da me. Le sensazioni-parassita le lascio a qualcun altro.

Curriculum (ad) vitae

19 apr

Di casella in casella, di portone in portone. Sembra l’inizio di una canzone di Ligabue, ma la verità è che per me è arrivato il tempo di passare all’attacco. L’alternativa è che mi attacchi io (al tram, per non dire qualcosa di più scurrile). Perché nel giornalismo non ci sono tappeti rossi, ma solo tappeti rotti da ricucirsi da soli.

Ho dato il via alla danza dei curricula. Pochi, in realtà, perché ho sempre paura di intasarmi la vita come se fosse lo scarico del mio water. Ci faccio il mio bisognino, mi pulisco, butto giù un po’ di carta, tiro lo sciacquone… e l’acqua torna su come fosse un mini-tsunami. E questo sembra l’inizio di una canzone di Caparezza.

Mi preoccupo di qualcosa che non dovrebbe preoccuparmi, come se mandando troppi curricula corressi il rischio di procurarmi un surplus di collaborazioni, quando il momento storico parla piuttosto chiaro: è già tanto averne una all’attivo. In questa fase della mia carriera (nientemeno che l’inizio) si vive di contrattini “a cottimo” accumulati come fossimo formichine operaie. Oppure si va avanti procedendo per colpi di culo, metaforicamente ma anche no. Il mio deretano non si tocca, e allora via a metter da parte contrattini da fame. Per guadagnarsi il pane, ma una mezza pagnotta sarebbe già qualcosa. E meno male che sono a dieta.

Non aprite quella (s)porta

12 apr

La vita di redazione è talmente sedentaria che ormai il mio culo era diventato un tutt’uno con la sedia. La vita dello stagista, intendo. Quello che se ne sta tra le quattro mura a sistemare testi pensati da altri, a reimpastare lanci di agenzia come fosse pongo da modellare, per costruirci barchette con cui far giocare i lettori. La vita dello studente non è tanto più movimentata. Ore e ore sui libri, a memorizzare il senso (tante volte anche soltanto il suono) di parole stampate che in teoria dovrebbe aprirci nuove porte, nuove strade, nuovi scenari. O nuove illusioni, chissà.

Nell’ultimo anno io non ho fatto altro. Lo stagista e lo studente. Un mix di indolenza coatta che mi ha fatto fare la fine di un certo tipo di pane: sono lievitato naturalmente. E’ per questo che da meno di un mese ho ripreso ad andare in palestra. Per buttare giù i chili di troppo. Per riscoprire di avere un ombelico. Per potermi svegliare la mattina e poter salutare il mio pene senza dover pretendere che sia lui ad alzarsi per salutare me (anche se la cosa, poi, ha pure dei risvolti divertenti, eh). Il mio personal killer (“trainer” sarebbe un eufemismo) mi ha fatto una scheda ad personam per far sì che per misurare la mia altezza io possa smetterla di moltiplicare il mio raggio per due. In realtà ha preso pezzi di altri allenamenti e li ha messi insieme, ma per ora sta funzionando. Non pretendo di ritrovare la tartaruga, la mia è spiaggiata chissà dove, e nemmeno il Wwf di Molfetta potrebbe fare questo miracolo per me. Ma inizio a vedere dei miglioramenti. Anche se per ora, viste le mie dimensioni, preferisco continuare a darmi del voi.

Il più grande ostacolo tra me e la linea (e per linea intendo una retta, non una curva) è la malsana abitudine di mia madre di fare la spesa come se dovesse sfamare una squadra di lottatori di sumo. Su questo fronte sto cercando di metterla un po’ in riga (e per riga intendo riga, non compasso), ma ogni tanto la vedo tornare con una busta carica di cibo. E io ci dico sempre: “Non aprite quella sporta“. Che dentro si nasconde un mostro saturo di lipidi saturi. Una belva che non è famelica, ma che rende famelici. Un uomo nero che non ci mangerà, ma che piuttosto vorrà farsi mangiare da noi. Che è ancora peggio. Forse.

E adesso?!

24 mar

E adesso penso e ripenso. Allo studio, agli esami che valgono una carriera, alle feste maledette che faresti prima a organizzare un matrimonio tra un israeliano e una palestinese. Al futuro, nebbioso come piace ai fazzoletti verdi del nord. Loro sì che hanno lo spirito giusto. Fabri Fibra, sempre lui, lo dice sempre. Lavorare, lavorare, ancora lavorare, lavorare, lavorare… Borghezio deve avergli dato una medaglia al valore.

Io invece non sono così. Sono un uomo concreto, ma soltanto a tavola. Sono un sognatore, un idealista. Un uomo che non fuma, a dispetto della categoria, ma che è fatto di fumo, un fumo bello e colorato. L’arrosto al massimo me lo mangio per cena, possibilmente accompagnato da delle patate.

E invece è arrivato il tempo di stringere i denti, i pugni, i sogni. Sono un cronista da latte intero, perché amo tutte le possibilità che l’essere vivo mi offre. Ma ora devo cambiare, devo farmi scremato, anche solo parzialmente, per trovare una via, possibilmente retta. Retta da qualcosa di solido, nel tempo del vivere liquido e senza liquidità. Devo rafforzare legami di lavoro stabili come colibrì nel bel mezzo di uno tsunami. Devo diventare postino di me stesso, pronto a spedire curriculum a destra e a manca. E’ che mi manca proprio la forza di ripartire. Anzi, di partire davvero. Naufrago nel mare dell’apatia. Qualcuno mi tiri una ciambella. Possibilmente con la glassa.

E’ qui la festa?!

22 mar

Riguardo me e le mie foto a pochi giorni dal misfatto. C’è chi si è lamentato della musica. Chi è andato e chi è venuto. Chi si è fatto vivo anche se ormai lo credevi morto e sepolto. Chi mi ha rivolto la parola e ha scherzato con me come durante i bei tempi andati. La sera della festa ho riscoperto il senso delle amicizie perdute. Perdute, sì, ma solo per finta. Gli amici si vedono nel momento del bisogno, e per fortuna il mio intestino è sempre bello e attivo.

Mi sono divertito, davvero. I giorni prima un po’ meno. Quando lo racconto tutti mi dicono che non sono questi i veri problemi. Suvvia, si tratta pur sempre di organizzare una festa. Sono d’accordo, ma non è una cosa semplice, nemmeno se si è in tre. Soprattutto quando si è reduci da uno stress come l’esame per diventare un giornalista professionista. Ho visto le farfalle, e le vedo ancora. Ma mi devo ancora riprendere, lo sento. Sarà che ai postumi di uno studio disperato si aggiunge già da ora la paura di un futuro che ha la forma di un’equazione indecifrabile, tante sono le incognite, tante sono le variabili. Tanto poche sono le soluzioni possibili. Cerco di risolverla di tonda in tonda, ma non tutto quadra, e alla fine tutto finisce in graffa. Vedo di fronte a me una complessità indicibile. In questi casi la cosa migliore è affrontare i problemi con soluzioni semplici. E non c’è niente di più semplice che cazzeggiare davanti a uno schermo fino alle 4 della notte e oltre, senza leggere una riga di nulla se non le scritte sulla busta del pane e quelle di questo stesso blog. E poi alzarsi a mezzogiorno dall’amico letto. Ma attenzione, è un’offerta limitata. I genitori vogliono essere soddisfatti, oppure rimborsati. E io, sì, mi attiverò davvero. Ma ora come ora sento che lo farò in comode rate mensili.

Auguri Italia

17 mar

Dicono che la festa sia qui, ma io tutta questa festa proprio non la sento. Tranquilli, io di verde ho giusto il pollice, e l’unica secessione che a volte vorrei è quella del cervello dal mio corpo, dato che mi ritrovo spesso succube della mia eccessiva razionalità. Auguri Italia, e te lo dico col cuore. Anche se resto perplesso. Penso a come sei nata, ai travagli del tuo concepimento. Alle difficoltà, agli eroismi veri e presunti. Penso a ciò che rappresenti. E penso a come stai, e a come ti sei ridotta in questo stato.

Ormai sono un giornalista a tutti gli effetti. L’unico “effetto” che mi manca è quello di poter lavorare davvero. Dice bene quel bontempone di Fabri Fibra, che tutto convinto ci canta: trovati un lavoro, cazzo!. Come fosse facile. E’ un mercato contratto e senza contratti. Siamo tutti eroi a tempo determinato, lavoriamo per questa famosa Gloria, e senza nemmeno sapere se alla fine ce la darà. La paga, idioti. Un esempio? Il giornale dei sogni per cui ho scritto saltuariamente negli ultimi mesi mi deve ancora la bellezza di 250 euro. Bazzecole rispetto ai crediti di tanti miei colleghi, ma ha ragione la vocina della Mentadent: prevenire è meglio che curare. E quindi lascio passare questi giorni di festa tricolore, poi lunedì chiamerò per sapere se la Zecca ha già dato alle stampe le banconote che mi spettano o se ha momentaneamente finito le scorte di filigrana.

E ora vi saluto, che ho pure io un mega party da organizzare. Non per l’Italia, ma per tre stalloni purosangue, tre esemplari del miglior made in Italy: me e i miei due amici che si sono laureati di recente, a distanza ravvicinata, nell’amato Paese dei Polpacci. E’ un casino, un emerito casino. Se non perdo i capelli ora non li perdo più.

Vedo le farfalle

14 mar

I feticci del nuovo millennio: essere disoccupati, ma con la qualifica di professionista. Ora è ufficiale, sono anche io nel club. L’esame è andato a gonfie vele. Sono sempre più convinto che i membri di questa commissione stiano aspettando qualcuno che offra loro del denaro. Del denaro per indurli a bocciare, non a promuovere. Una sorta di corruzione al contrario, su cui scherzo parlando per assurdo. Ma è anche vero che su quello che non sai sorvolano, se non ci arrivi ti ci fanno arrivare, e perdonano mancanze per cui altri commissari avrebbero quasi sicuramente bocciato.

Non è il mio caso. Io ho risposto quasi a tutto, e laddove non ho risposto ho collegato concetti a capocchia dimostrando comunque che pur non sapendo centrare il bersaglio non sono del tutto ignorante. Tra le altre cose mi hanno chiesto qual è stato il primo giornale a usare le illustrazioni per dare le notizie. La risposta era banale, la Domenica del Corriere, ma io non sapendo cosa dire ho risposto il Newyorker, per via delle sue copertine rigorosamente illustrate. Trattasi di un periodico americano con cui il direttore della scuola di giornalismo c’ha sempre fatto una testa così, ma che non ho mai letto davvero (anche perché il mio inglese è piuttosto martufelliano). Come dire: non ho granché di nostrano da vendervi, ma ho del prosciutto statunitense da leccarsi pure le orecchie (anche se personalmente non l’ho mai assaggiato). Ho ostentato di avere una cultura, e quello è sempre un buon lascia passare per chi vuole fare il giornalista. La commissione è comprensiva, e queste cose le sa intendere bene. Me ne sono tornato a casa con una media tra scritto e orale che sfiora il 49 su un massimo di 60. Ho fatto la mia porca figura, e forse parte del merito sta proprio in quel suino d’oltreoceano.

La sera a Roma c’era il sole. Sì, c’era anche se era quasi notte. Ma vuoi per la mia gioia, vuoi perché le nuvole se n’erano improvvisamente andate dopo giorni davvero uggiosi, ho visto davvero una città splendente. Eterna e splendente. Anzi, mi sono accorto di vedere la capitale per la prima volta da giorni. Dal mio arrivo era stato come vivere dentro la mia testa, tra ripassi affannosi e nevrosi di sottobanco. E’ stato come vivere dentro Matrix (il film, non il talk show pseudo-giornalistico di Canale 5), al posto del mondo intorno a me vedevo soltanto dati e codici. Codici rigorosamente deontologici. Ma la sera dopo l’esame ho smesso di vedere la pioggia, sia quella dei numeri verdi del noto film di fantascienza sia quella fatta di vapore acqueo. Attorno a me solo un ritrovato senso di pace, sopra di me un cielo pieno di farfalle.

Intermezzo

12 mar

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Ok, ora posso anche fare basta.
E’ andata.

Chi sono io senza di voi

11 mar

Ci siamo. E’ il giorno del giudizio (o magari sto facendo finta che sia oggi per depistarvi, ma questo non lo saprete mai). L’ossigeno s’incamera a mandate piccole e veloci. Il water è arrivato al punto di propormi un patto di non flatulenza. I denti, invece, i miei poveri denti… Addio poveri denti.

Pranzo presto nella pizzeria tuttofare sotto l’hotel dall’odor di fogna. Per fortuna lì il cibo sprigiona aromi migliori. Niente di eccezionale, ma sicuramente a buon mercato, soprattutto se si considera che sono nel pieno centro di Roma (mica nel Paese dei Polpacci!). Il problema è che io ho la stessa fame di un anoressico dopo il cenone di Capodanno. Ho lo stomaco chiuso, l’intestino pronto a trasformare tutto in qualcosa che mi astengo dal nominare, e il water di camera mia che ha già chiamato in direzione per chiedere il trasferimento.

Mi accorgo di essere teso come al mio primo giorno di scuola, quando invece dovrebbe essere l’ultimo. L’ultimo esame della mia vita salvo nuove lauree, urine ed emoglobine varie. Mangio, ma mi sforzo nel farlo. E’ un innocentissimo risotto al pomodoro, ma a me sembra una teglia di tiramisù alla nutella ricoperta di bigné fritti come involtini primavera. Basta, mi sto facendo schifo da solo.

Vivo uno stato d’ansia sottile ma palese. Ad aiutarmi sono intervenuti i miei amici di sempre, quelli che ogni volta mi ricordano che un dio lassù c’è davvero. Sono anime con le ali, è così che le chiamo. Animali, è così che li chiamano. Io li sento sempre molto vicini a me. E lo so, quando ci sono di mezzo le bestiole uso puntualmente parole di miele, ingrediente che aggiungerei volentieri a quel gustoso tiramisù di poco fa.
Mi guardavo allo specchio mentre ingoiavo chicchi di riso pesanti come sassi. Avevo due occhi che avrebbero rincuorato qualsiasi zombie (chi non farebbe un ghigno malefico di fronte a qualcuno messo peggio?). Poi ho abbassato lo sguardo. Poco oltre i miei piedi c’era un piccione che stava combattendo con una farfalla (di pasta, eh). Se la mangiucchiava, e gli saltellava via dal becco in un modo molto buffo. Sembrava quasi fosse viva. Ho sorriso, e come sempre in questi casi mi sono ricordato chi sono.

Sono tornato in stanza a ripassare la mia tesina per l’ultima volta, con in testa una frase urlata a loop, messa lì a mo’ di placebo da un dio minore ma lungimirante.

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Speriamo che il disco si fermi quando sarà ora dell’orale, o alla commissione non sembrerò che un povero ornitologo impazzito.

L’eccezione alla regola

10 mar

L’idea di prendermela comoda sta dando i suoi frutti. Sono a Roma, sì, ma con qualche giorno di anticipo. Assisto agli esami degli altri e mi rilasso. Mi rilasso pericolosamente. Vedo gente brillante, ma anche gente che fa scena muta o quasi. La commissione si consulta a porta chiuse, ci mette più tempo del normale, ma alla fine sta promuovendo tutti. L’idea di poter essere l’eccezione alla regola sta mettendo a dura prova la resistenza dei miei poveri denti.

Morfeo il suggeritore

9 mar

Nella capitale i giorni si fanno sempre più corti. Complice il diabolico ordine alfabetico (la k è piuttosto in là) che determina la sequenza dei candidati, mi sto concedendo il lusso di assistere all’esame di altri colleghi, “cavie” a cui la gogna è toccata prima di me. E  scopro argomenti nuovi da ripassare e altri da studiare proprio da zero. Ambiti del sapere ancora vergini da portare all’orale. Senza doppi sensi, eh.

La mattina mi sveglio con in testa domande a cui credo che risponderei meglio continuando a poltrire. Ho preparato una tesina che per vie traverse si collega al precariato, e vi assicuro che le vie traverse non spaventano affatto la commissione.  Mi è rimasto in mente il salto quantico dall’mp3 alla P2, in una successione di domande la cui logica indecifrabile va ben oltre gli intrighi di Dan Brown.

Il punto è che mi sono svegliato con un quesito sbucato dal nulla, partito a loop nella mia testa come fosse un disco rotto: cos’è il collegato-lavoro.

Panico. Vai di Wikipedia dall’iPhone nuovo (l’hotel puzza, e soprattutto il wifi non arriva nella ruota per criceti che mi hanno riservato). E studia studia studia. Perché secondo me il subconscio mi ha voluto dare una mano durante il dormiveglia, e io non ho nessuna intenzione di tradire le aspettative di quel bontempone di Morfeo.

Aria d’esame

7 mar

Il bagno puzza di fogna, ma le mie ascelle non stanno tanto meglio. Ho trovato un due stelle a un passo dall’Ordine, e a un passo e mezzo dalla stazione Termini. Due metri per due, lo stesso spazio vitale che avrebbe un criceto dentro la sua simpatica ruota. Però il letto sembra comodo, e in questo momento è la cosa che conta di più.

Comincia la mia road map verso l’orale degli orali, anche se detta così suona decisamente male. E’ quasi ora di fare lo stallone di fronte a una commissione disposta a ferro di cavallo. Ed è quasi arriva l’ora di dimostrare a me stesso che quella di essere così ignorante, in fin dei conti, non è che una pura infondata.

Sono arrivato a Roma. Respiro odori forti, quel tanto che i miei polmoni si degnano di ricevere. Mando giù quel poco di ossigeno che basta per non schiattare. Mi dico che sono tranquillo, e in fondo lo sento. Voglio solo cancellare con un colpo di spugna questo incubo cominciato più di due anni fa. Ma il mio corpo è più cosciente di me. E reagisce strozzando i respiri, dichiarando guerra alla stitichezza, e facendomi scontrare di continuo le arcate dentali come se avessi un maledetto tic.

Fiat Day

15 gen

Non me ne vogliano i lavoratori di Mirafiori, ma oggi è stato il mio Fiat Day. Il mio. Non il loro. Non me ne vogliano, non m’inserirò nel dibattito che vede contrapposti il fronte del sì e quello del no. Ho rispetto per la loro scelta, che è tutt’altro che facile. Che parte da presupposti avvilenti per sfociare in scenari futuri che forse saranno ancora peggio.

Loro hanno un lavoro, io lo sto cercando. Ma prima di potermi tuffare nel mare magnum (gelatooo!!) della disoccupazione è meglio che io passi l’esame di martedì. Che ora comporta delle scelte anche per me. Darmi delle priorità per lo studio, perché tutto non potrò sapere. Il tempo stringe, le mie chiappe stanno facendo altrettanto. Ho paura, sì, ma credo sia legittima. Per questo ho deciso di dedicare quasi l’intera giornata alla questione Fiat, di dare precedenza a quella che credo sarà una delle tracce irrinunciabili per la commissione,  anche se lo sto dicendo con quattro (ormai tre) giorni in anticipo. E tutto potrebbe cambiare da un momento all’altro. Vero Ruby?!?

Per settimane ho fatto riassunti dagli articoli di giornale. Oggi ho studiato tutti quelli su Mirafiori e ho scritto di mia iniziativa un articolo sull’argomento. Per poi scoprire che era lungo il triplo di quanto mi sarà richiesto all’esame. Ma tant’è. Quindi dico che oggi è stato il mio Fiat Day. E spero che martedì, al mio referendum personale possa prevalere il fronte del sì. Cribbio.

Busta piaga

13 gen

Fatico per la gloria. Ne sono sempre più convinto. Con la redazione mi trattengo dallo scrivere troppo per paura di fare la fine di certi colleghi, che mi raccontano di essersi fatti il mazzo ma che sono ormai in fuga dalle rispettive testate per evitare di cominciare a darne di altre. Altre testate. Contro il muro. Un muro bello duro. Un muro della Lega, insomma. E’ sempre più esodo, perché di gloria non si campa. E molti giornali sembrano aver scambiato il lavoro per volontariato. Ma noi giornalisti siamo dei tradizionalisti: abbiamo ancora bisogno di mangiare, bere e pagare un affitto (il mutuo sta uscendo dal nostro vocabolario). Della crisi siamo lo specchio. Uno specchio sempre più in frantumi di cui noi siamo soltanto una scheggia, una delle più insignificanti. Siamo la scheggia nata dalla scheggia di una schieggia della grande stagnazione globale. E in questi giorni di grande culo (nel senso di sudore, non di fortuna), mi comporto come quei bambini di tre o quattro anni che indicano qualsiasi cosa, fanno commenti retorici e pongono a chi gli capita a tiro la fatidica domanda una volta di fronte a una cosa che considerano bizzarra: perché?

Non lo so perché, e francamente non ho proprio voglia di rispondermi. E voi, nel caso doveste saperlo, per favore evitate di dirmelo. Per piacere. Ho bisogno di sognare che il mio futuro sarà migliore di questo presente, che è a sua volta il futuro tradito di un presente ormai passato. Per ora sguazzo in quello che è soltanto un sospetto, e me lo faccio bastare. Il sospetto che sto faticando per la gloria. Speriamo almeno che sia bona.

Tutta un’altra storia

17 dic

La televisione locale si sta dannando per raccontarci di una neve che non c’è. Ma al di là del grande bluff del Generale Inverno, a YourTv un merito lo devo riconoscere: quello di ripeterci continuamente di fare attenzione. Che di neve ce n’è poca, ma il ghiaccio abbonda come nel più furbo dei cocktail. E scivolare è un rischio grande come il Polo Nord.

Detto fatto. Mio padre, che per lavoro fa il pendolare nel capoluogo della mia regione, è sceso dal treno appoggiando il piede su una lastra ghiacciata quanto invisibile. E’ scivolato. Ha battuto la testa nella pedana del treno. E’ stato soccorso. Ha chiamato a casa. Mia madre, in preda a un’ansia ingiustificata, mi ha buttato giù dal letto dopo sole quattro ore di sonno. Siamo volati in quel capoluogo con il primo treno. Con gli occhi puntati a terra nella paura di emulare mio padre. Che col terrore addosso camminare è tutta un’altra storia.

E’ tutto a posto. Ora è qui è di fianco a me. E’ più sereno del solito. Ha battuto la testa senza conseguenze, ma la testa ha sempre conseguenze quando la ruotine ti viene spezzata di botto. Quando ti viene detto che si è rischiato di finire molto peggio di così. In fondo ora si tratta di quattro miseri punti e un di bel ponte forzato fino a Natale. Povero, lui.
Mi parla di cani. A casa mia gli animali mancano da un po’, e sembra contento di averne sentito parlare. Mi dice che mi sarebbero piaciuti quei discorsi, fatti da gente che gli animali li ama davvero. Ed è soddisfatto di come è stato trattato. In stazione, dai finanzieri in borghese che sono intervenuti subito per aiutarlo, e che gli hanno pure detto di essere disponibili a testimoniare in un’eventuale causa contro le ferrovie, responsabili delle condizioni in cui versa la stazione. Ma mio padre non è il tipo da fare queste cose. Altrettanto gentili sono stati i medici dell’ospedale di quel famigerato capoluogo. La giovane dottoressa che si è presa cura di lui (!!) ha lavorato pure da noi, nella Baia delle Zanzare. Dove il pronto soccorso funziona come un’auto senza benzina. Insomma non funziona proprio. Se io e mia madre abbiamo fatto appena in tempo a scendere dal treno che lui già era stato medicato, significa che non era di certo nel nostro ospedale. Dove, parola di dottoressa, le cose potrebbero pure andare per il verso giusto, se solo non ci fossero certi baroni della sanità messi lì dalla politica. Ma YourTv è troppo impegnata a contare i fiocchi di neve che ci cadono in testa, per trovare il tempo di raccontarci di una situazione che paralizza tutti e che nega il pieno rispetto di certi diritti costituzionali. Senza contare che con un po’ di buon senso sarebbe tutta un’altra storia.

Però la mia soddisfazione è stata grande, e adesso vi spiego il perché. Ora sono uno zombie in preda a un sonno atroce. In treno ero diventato un tutt’uno con il sedile. Ma sì, ne è valsa la pena. Sono andato di persona nell’edicola della stazione di quel famigerato capoluogo, dove ogni tanto mio padre mi compra il giornale con cui sto collaborando. Credo sia l’unico posto a venderlo nell’arco di cinquanta chilometri. E fa un effetto indescrivibile andare in edicola e chiedere quel quotidiano, prenderlo in mano e trovare addirittura il proprio nome in un richiamo di copertina. Perché oggi sono uscite le novemila battute a cui ho lavorato per una settimana. E compiere un rito come quello di comprare il giornale per poi ritrovarsi dall’altra parte della barricata (cioè sul giornale stesso) è davvero un’altra storia. E’ molto diverso dal prendere la tua copia dalla mazzetta della redazione mentre stai facendo lo stage, o da quando tuo padre te ne porta a casa una dopo averla acquistata con tanto di vanto per la firma del figlio. Povero edicolante. Lo stesso edicolante che, stamattina, alla mia domanda Ce l’hai questo giornale? ha risposto con un Penso di sì. Lo stesso che sì è dovuto chinare a cercarlo chissà dove, perché alle 10 e 30 del mattino ero stato il primo a chiedergliene una copia. Lo stesso che per dirmi quanto avrei pagato ha prima dovuto controllare, perché di quel giornale si vendono così pochi esemplari che non si può proprio pretendere che lui quel prezzo se lo ricordi a memoria. Ma questa è proprio tutta un’altra storia.

Rischio di diventare schizofrenico

10 dic

Che poi valli i capire ‘sti capoccia. Durante lo stage mi hanno suggerito di non proporre cose troppo locali, che a loro non interessano mica. Poi mi hanno consigliato di specializzarmi in un certo settore, possibilmente uno che sia poco coperto da redattori e collaboratori vari, così da crearmi una nicchia, un filone da seguire costantemente. Numero di pagine permettendo.

Poi è arrivato il giorno del contratto, il giorno della firma. Il giorno del patto col diavolo in quell’inferno di grande città, con la promessa di lavorare dal mio paradiso piccolo e umido. E con la raccomandazione, da parte di uno dei capi, di sfruttare la mia posizione geografica lontana dalla redazione per coprire un territorio per loro troppo distante. Aggiungendo poi che mi conviene non fossilizzarmi in un solo ambito, dopo un mese di proposte quasi sempre incentrate su problematiche animaliste. Che sennò finisce che scrivi un giorno sì e venti no, capito?

Dunque, diciamocela tutta. Io amo il taoismo, da ragazzino mi si sono inumiditi gli occhi a leggerci su. Adoro la logica del bianco e del nero, dello ying e dello yang. Ma così rischio di diventare schizofrenico. Troppo locale sì, troppo locale no. Specializzarmi sì, specializzarsi no. Il risultato è che ora mando di tutto. Filtro le mie proposte, sì, ma anche no. Perché ho capito tutto e niente, e l’andazzo è ormai quello di proporre articoli come fossero mele ai porci.

Il diario degli orrori

24 nov

A forza di scrivere di dubbi e di sospetti, ho paura che questo blog diventi a poco a poco una sorta di diario degli orrori. I miei orrori. Quelli che nascono lungo un cammino irto di spine, zeppo di ostacoli da superare e di ripartenze fasulle, dopo battute d’arresto che sono vere, sì, ma soltanto nella testa. Perché è tutto un proseguire, con le marce che ballano in avanti e poi indietro. E poi di nuovo avanti. A passo di lento, a passo di swing.

Quel che so è che ora so. Ho paura che questo blog diventi un diario degli orrori. I miei orrori. Ho paura che il mio sarcasmo possa essere frainteso. E mi dispiacerebbe, soprattutto ora che ho capito che lamentarmi non ha senso. No, non ce l’ha. Perché è come se ogni ostacolo fosse un modo necessario per costruire qualcosa. Qualcosa di divertente. Qualcosa di pieno.

E anche se il troppo da fare mi ha costretto a vedere la registrazione di Vieni via con me con nove giorni di ritardo, anche se non ho ancora un contratto firmato con la redazione dei sogni (o delle illusioni?), anche se fuori piove io dentro brucio. La fiamma è accesa. M’illumino d’immenso. E, soprattutto, m’illumino da solo.

Oggi ho chiamato il direttore. Ho fatto più di un tentativo con il numero che avevo già da prima dello stage. Una voce suadente e vagamente ammiccante mi ha fatto sapere che il numero non è attivo. La signorina ha detto di chiamarsi Tim. Io, imbarazzato, ho dovuto spiegarle che non sono tipo da andare a trans, e che in ogni caso la politica non è ancora nei miei progetti.

Domani cercherò di capire quale sia l’errore, dove sia lo sbaglio nel numero che ho composto. E poi saranno cazzi. La morte delle illusioni e dei lamenti fini a se stessi.

Tutto lavoro che cambia

10 nov

Son passato con mio padre lì al tabacchi, per assecondare il suo vizietto delle scommesse. Che in realtà è il mio, naturale (naturale?) conseguenza dello stage alla redazione di sport di qualche mese fa. A me il calcio non ha mai dato stimoli. Nemmeno bevo latte, io!
Ok la smetto di riciclarmi le battute.

Dicevo che son passato con mio padre lì al tabacchi. Ho fatto due parole con l’amico spilungone che ci lavora. Lavora con le scommesse, le sigarette e pure con i giornali. Sapeva della mia trasferta nella Città delle Pizze Gommose, e vedendomi qui nella Baia delle Zanzare, dove sono tornato ormai da qualche giorno, mi ha chiesto com’è andata. Gli ho raccontato propositi e speranze, promesse e perplessità. Nei suoi occhi ho letto un interesse vero, oltre a una certa fascinazione verso il fantasmagorico mondo del giornalismo. Io l’ho messo in guardia. Guarda che è un mondo difficile, felicità a momenti e futuro incerto, gli ho detto. E mentre prendevo coscienza di come Tonino Carotone dovesse aver tentato per forza la strada dell’informazione prima di buttarsi su certe canzonette, l’amico spilungone ha finito per aprirmeli lui, gli occhi. Io gli avevo appena detto che tutto sta cambiando, che lentamente si passa dalla carta al digitale. Ma non mi capacito mica della misura di tutta questa evoluzione. Parecchi non mi comprano più Repubblica perché se lo leggono sull’Ipad, mi ha detto lui. Parecchi?, ho chiesto io. Parecchi!, ha ribadito lui.

Ma io proprio non ce la vedo la gente ad andare in giro con la tavoletta di Steve Jobs. Che poi prima o poi Steve Jobs s’incazzerà pure con tutta ‘sta gente che gliela ruba di continuo, la tavoletta. Un oggetto che mi affascina tanto, ma che è più grande delle mie tasche sia come prezzo sia come dimensioni. Però in fondo, l’ho detto pure all’amico spilungone, per loro delle edicole è di certo una perdita se il lettore si butta sul digitale, ma per noi del giornalismo è tutto lavoro che cambia.

Bravo

5 nov

Non sono normale, io. Io che chiudo, ma che in realtà apro. Che finisco uno stage, ma che in realtà è soltanto l’inizio.

Sabato scorso, ultimo giorno in redazione. Fisicamente parlando. Ché molto presto tornerò in forma di spettro. Fluttuerò nell’aria con il mio lenzuolo da fantasma collaboratore. E, spero, non da collaboratore fantasma. Ché voglio lavorare, e spero non una tantum. Anche se giornalista non sono, perché non m’ingozzo di caffè e soprattutto non mi annebbio nel fumo delle mie sigarette. Il tipo che mi ha fatto notare tutte queste mie mancanze professionali, quello del che giornalista sei? ha aggiunto un altro tassello alla sua discriminazione basata sui luoghi comuni. Lo chiamerò il Pregiudicatore. Sì sì.

Era un pomeriggio pieno di lavoro. A fine giornata ha spento il pc per poi andarsene via, prima degli altri. Arrivederci a tutti, è stato bello, ha detto. Certo, però, che tu non hai detto neanche una parola. Una che sia una!, ha aggiunto guardando me soltanto con la coda dell’occhio. Ma io avevo lavorato, mica come lui che aveva tenuto la musica tutto il tempo. E che magari aveva pure scritto, ma sarà che io a lui non ho proprio un bel niente da dire.

Vabbè. Una parte di me pensa che dovrebbe sviluppare una parlantina fuori dal comune. Fa parte dell’antica arte della sopravvivenza nella giungla redazionale. Bene, ci sto. Facciamolo. Cominciamo.

Sabato, stavo andando al lavoro. Sì, proprio l’ultimo giorno. Sull’autobus, così come per strada, mi sono sentito osservato. Anche al bar, dove avevo fatto colazione con cornetto e cappuccino hag, c’erano sguardi ambosex che mi scrutavano. E qui le cose sono tre, ho pensato. O sono strano, o sono brutto o sono bello. Ora, io non è che mi senta poi così strano, e nemmeno così brutto. Bene, andiamo per esclusione. Autostima 1 – Pregiudicatore 0.

Stavo proseguendo verso quel mondo di carte e di Mac con cui ho avuto il tempo di familiarizzare poco e niente. Ho deciso di cambiare strada. Era l’ultimo giorno, e ho sentito il bisogno di sperimentare qualcosa di nuovo. Di differenziare la giornata, anche solo nel dettaglio più minimo. Mi sono ritrovato in una via parallela al solito stradone che per un mese ho percorso ogni mattina. C’era verde, strano in questa Città delle Pizze Gommose. Sul muretto c’era seduto un uomo, credo fosse un pakistano sulla quarantina scarsa. Sguardo fisso, alla sua sinistra una Peroni semivuota. Amico hai da accendere?, mi ha fatto. Mi spiace non fumo, ho risposto. Ah ok, ha fatto lui. Il tempo di fare qualche passo, poi la sua voce mi è tornata di nuovo all’orecchio. Bravo, mi ha detto. Ho annuito. Dentro di me l’avrei quasi ringraziato. Ché se non sono un giornalista perché non spipacchio, quantomeno bravo lo sono.

Ho percepito

28 ott

Lui sorridendo m’ha spiegato che a fine mese la segretaria sfoglia i giornali, conta gli articoli e le firme. Poi pagano. Anche se sorridendo mi ha detto: “Spero di non tardare troppo coi soldi”. Stavo raccontando su Facebook alla mia ragazza cosa mi era appena successo. Ho usate parole che sanno di fantascienza. Ho associato la professione giornalistica al denaro, ed è una cosa che nemmeno Philip dick avrebbe saputo immaginare. Perché oggi ho parlato con il direttore. Che non solo non mi ha mandato a casa con un biglietto di sola andata, ma mi ha parlato di collaborazione e di compensi, e ipotizzando di farmi tornare lì entro pochi mesi, magari per una sostituzione. Come vedi qui ci sono molte ragazze giovani – mi ha detto – e mi aspetto che prima o poi una di loro vada in maternità!. E ha riso. Ora, non è il caso che ci pensi io a ingravidare le colleghe, perciò diamo tempo al tempo e chi vivrà vedrà.

Notizie che non sono buone: sono stellari. Di fronte a lui, mentre mi stava parlando, credo di aver fatto dei ghigni larghi da tempia a tempia. Devo essergli sembrato lo Stregatto di Alice nel paese delle meraviglie. Anche perché mi sentivo come se fossi lì, in quel posto incredibilmente magico. Stavo diventando Matto come il Cappellaio a sentire certe cose. Io, che sì e no mi aspettavo di continuare lo stage in nero o di scribacchiare da casa senza impegno per me né tantomeno per loro.

Che poi non ho mica visto un centesimo, e nemmeno posso dire se mai ne vedrò uno. Ma al momento non m’interessa. Ho percepito stima. Mi ha detto che sono tutti molto contenti di me, che sono una persona diligente e a modo, meglio di alcuni che stanno in redazione. Ho percepito che c’è la volontà di continuare a lavorare insieme. Entro sabato bisogna assolutamente firmare questo contratto, perché dobbiamo assolutamente mantenere i rapporti, ha continuato a dirmi. Ho percepito che questa volta, forse, non sarà tutto gratis. E anche se ancora non ho percepito un soldo, dentro di me ho percepito una gran gioia che ancora prima delle tasche mi ha riempito il cuore.

Dammi oggi il loro pane quotidiano

27 ott

E così oggi abbandoni gli animali, mi ha detto uno dei vicedirettori dopo avermi commissionato un articolo sull’inquinamento dei mari. Che detta così sembra che io abbia preso un cane e che l’abbia lasciato a morire sul ciglio di un’autostrada. La verità che è non ho più segreti. In redazione ormai mi hanno scoperto. Mi hanno capito. Non che ci volesse un diploma, viste le mie proposte in sede di riunione. Mi hanno inquadrato come l’animalista della redazione. O meglio, come uno dei tre.

Poi si è sparsa la voce che impazzisco per i fumetti. Mi scoccia non andare a Lucca per il grande evento di questo fine settimana, ma proprio ho dovuto rinunciare proprio perché sono bloccato nella Città delle Pizze Gommose per gli ultimi fuochi di questo stage. Hanno capito, dicevo, che amo quelle nuvolette parlanti, quelle storie raccontate con il disegno e con la parola. Non che ci volesse una laurea, viste le mie proposte durante le riunioni. Mi hanno inquadrato come il fumettaro della redazione. O meglio, come uno dei quattro.

Ora capisco, io, il tipo che sabato mattina mi ha fatto quei gran complimenti per il modo in cui scrivo. Capisco perché si lamentava dell’impossibilità di specializzarsi in qualcosa in questo tipo di ambiente. E lo capisco perché io respiro animali e divoro fumetti. Ma mi dite voi come faccio a farmi la mia nicchia di lavoro in una redazione in cui le mie passioni sono già il pane quotidiano di altri?

Un po’ più vicino al Pulitzer

24 ott

…Te poi sei proprio bravo. Scrivi proprio bene. Si vede che hai già il mestiere. Che non stai qui a fatte le ossa, insomma!

A dirmelo non è stato un pezzo grosso, ma un redattore che nel giornale dei sogni in cui sto facendo lo stage si occupa di spettacoli e di altre cose divertenti. Uno che ormai sa il fatto suo, con cui mi sono messo a parlare del futuro, ieri mattina, prima della riunione di redazione. Lui è deluso. Vorrebbe specializzarsi in un certo settore, ma qua è difficile, nonostante sia un quotidiano abbastanza di settore. Paradosso dei paradossi. E a trent’anni trova assurdo questo continuo stare sul filo del rasoio. Che sotto il giornale è tutto un terremoto, e che come per tanti altri potrebbe crollare tutto da un momento all’altro.

Non è un pezzo grosso, dicevo, ma lui sembra apprezzarmi parecchio. Di recente ha letto e impaginato una mia intervista a uno sceneggiatore di fumetti che ha scritto una storia a sfondo ecologista. Mi aveva già fatto i complimenti. Mi aveva detto che era venuto tutto molto fico. Che avevo fatto un ottimo lavoro. Non mi aspettavo altri apprezzamenti a distanza di giorni. Venuti fuori così, quasi dal nulla.

Poi il ritorno alla realtà. A quel senso di inadeguatezza che mi fa ridere. Soprattutto ridere. Ecco il cazziatone, la burla di un altro collega, che mi ha fatto notare quanto io sia poco giornalista nel mio non fumare, nel non trangugiare il caffè della macchinetta perché mi fa tremare le mani, e il decaffeinato lì non c’è. Ma almeno bevi?, mi ha chiesto. Con la mia risposta mi sono sentito un po’ più vicino al Pulitzer.

Non c’è trucco e non c’è inganno

22 ott

Ci si saluta. Si lavora. Addirittura ci si sorride. Si parla. si fa. Mi fanno fare le interviste che voglio. Seguo i fatti che più mi interessano. Faccio quello che mi piace.

Va tutto troppo bene. Va tutto troppo come vorrei. Alloggio pure in un quartiere-paradiso nel cuore di quell’inferno chiamato metropoli. Un piccolo borgo pieno di vita e di stimoli. Un mini-mondo idilliaco dentro un macro-mondo immondo a cui non assomiglia per niente.

In redazione la gente ha la faccia buona. Roba da fantascienza, altroché da giornalisti. E’ troppo, davvero troppo. E tutto sembra dirmi che non c’è trucco e non c’è inganno. Ma non può essere. Ormai ne ho viste e ne ho vissute. Sono nuovo, ma è come se fossi già un po’ vecchio. Un veter(ano) in un mondo ad alto tasso di analità. Perché devi saperti far sodomizzare per sodomizzare a tua volta. E perché per campare di giornalismo oggigiorno ci vuole un culo tanto.

Ma io lo so. Io lo so che non sono solo anche quando sono solo, ma questa è un’altra storia. Io lo so che ci deve essere per forza qualcosa che non va. Una nota stonata. Una tegola fuori posto sul tetto di questo mondo dorato. E ti ho trovato, piccolo neo. Mio giovane e camaleontico bug.

Lavoro (gratis) in una redazione che traballa tra il vivere di stenti e il crepare miseramente. E’ uno stage. Bello, addirittura avvincente. Ma alla fine sarà durato giusto qualche settimana. Meno degli altri. A fine mese sarò già fuori di lì, a elemosinare spiccioli per comprarmi un giornale, invece di elemosinare spazi per contribuire alla sua creazione. Alla genesi di quel piccolo, grande universo di carta che mi prosciuga il tempo e l’anima. Nove giorni, e salvo proroghe imposte da chissà quale padre pio saluterò tutti. Perché non ci credo che mi faranno lavorare da casa. Che sono buoni, sono bravi, e se stai a guardare sono pure belli. Ma sono tanti. Sono troppi. E non c’è spazio per tutti in quella manciata striminzita di pagine che sfornano ogni giorno.

Fine. La prossima volta che dico che un trucco ci dev’essere, fatemi ingoiare una boccetta di rimmel prima che mi metta a cercarlo.

Notte prima degli esami (degli altri)

19 ott

Per me domani sarà un giorno come un altro. Mi alzerò. Mi laverò. Farò colazione strada facendo. Mi siederò in redazione. Scriverò. Andrò in riunione. Scriverò ancora. Tornerò a casa. Forse farò due piegamenti. Cenerò. Mentirò a me stesso dicendomi che sto leggendo quando invece starò cazzeggiando. Farò una doccia. Poi tardi dormirò.

Punto.

Invece per gli altri ventinove della scuola di giornalismo sarà tutta un’altra giornata. Per loro e per chissà quanta altra carne da macello. Perché domani è giorno di esami. I coraggiosi tenteranno la sorte per fare il grande salto. Da praticanti a professionisti. Amen.

Io no. Io domani farò il bravo stagista. Scalderò la sedia, e batterò sui tasti di quel maledetto Mac che non ho ancora imparato a usare. Farò il giornalista dal campo di battaglia. Lotterò, mentre gli altri andranno a caccia di gradi.

Ma non voglio fare l’eroe. Anzi. La verità è che ho una paura fottuta di quell’esame. Per me questa notte sarà una notte come tutte le altre, soltanto un po’ più fredda. Perché il vento fresco è arrivato anche qui, nella Città delle Pizze Gommose. Dormirò sereno, senza l’ansia del grande test. Non sono pronto per il passo, combatterò la mia guerra al prossimo appello. Per adesso mi accontento di lottare sul campo arido del lavoro non retribuito. Che di per sé è già una bella lotta.

Succede

13 ott

Succede che il presente ti appaghi quanto un orgasmo tra quelli più belli. Succede che però il futuro continui a sembrarti meno roseo di quanto vorresti. Succede che oggi sei contento, poi domani chissà. Succede che ti godi il momento, ma che la prospettiva sia più grigia del grigio.

Succede che lo stage si stia rivelando bello e simpatico, il classico figaccione. Succede che non ti sei mai illuso di aver già trovato lavoro, però succede che un occhio avanti, in fin dei conti, ti viene da buttarcelo. Ed è lì che succede che su Facebook ti venga a parlare una persona che nemmeno sa chi sei, ma che sa dove ti trovi. Succede che si metta a parlare della gente per cui stai lavorando (gratis). Succede che si metta a etichettarli come dei mascalzoni, come dei veri e propri ladri, compreso l’editore. Succede che te li dipinga come disonesti. Succede che ti racconti che in passato il tuo attuale vicedirettore le abbia proposto 20 euro a pezzo per scrivere degli articoli dall’estero (roba da non pagarci nemmeno il più scrauso dei bed & breakfast), cercando di rendere la cosa più allettante con la prospettiva di uscire in edicola (e grazie al piffero). Succede che alcuni suoi colleghi abbiano avuto a che fare con questo giornale e di non essere stati pagati. Succede che alcuni di questi siano in causa con l’azienda. Succede che altri abbiano ricevuto l’offerta di abbonamenti gratuiti al posto dei soldi dovuti, ammettendo spudaratamente di star proponendo qualcosa di scandaloso. Succede che qualcuno s’è rivoltato, e che questo qualcuno abbia raccontato della squallida offerta ad altri soggetti di questo giornale. Succede che questi abbiano negato tutto, e che abbiano posto i malcapitati a una specie di ricatto: “Dimmi chi ti ha detto che paghiamo in abbonamenti e io ti dico se è vero”. Succede che la scusa utilizzata per certi pagamenti troppo bassi sia stata quella del minimo sindacale fisso a 20 euro, quando un minimo sindacale non esiste più dal 2007.

Succede che la persona che ti ha raccontato tutto questo stia per mollare tutto dopo otto anni di sudore e lacrime versate sull’altare del giornalismo. Succede che la stessa ti suggerisca di trovarti un’alternativa. Succede che il presente ti appaghi quanto un orgasmo tra quelli più belli. E succede che quello stesso presente finisca di botto per assomigliare al peggiore di coiti interructus.

Gongolo

8 ott

Gongolo nel mio stage prolifico e pieno di belle soddisfazioni. Nello scrivere di quella che ho sempre considerato l’aria che respiro. Nell’ascoltare i complimenti di chi si sorprende nel vedere come lo faccio, che su quella carta ci sono sangue, anima, inchiostro. Tutto questo che mi restituisce il senso di un cammino più assurdo che ragionevole. Roba da uscire dalla redazione dopo dieci ore di tasti battuti, di tè della macchinetta bevuti, di sigarette fumate in tutta passività, con un ghigno talmente largo che mi vorrebbe spostare le orecchie un po’ più in su. E quasi sperare che qualcuno s’incazzi per quello che ho scritto, qualcuno a cui le mie parole stiano un po’ troppo strette. Perché so che ho detto il vero, e so che in quel modo avrei già mosso qualcosa in quest’aria stantìa. E che sì, cazzo, sono stato giornalista anch’io. Davvero.

Qualcuno chiami gli acchiappafantasmi

7 ott

Io sono uno stagista, e fin qui tutto bene. Sono due anni che giro per le redazioni, e anche qui tutto ok. Ormai qualcosa ne capisco, i meccanismi, le logiche. E anche qui ci siamo. Eppure ci sono cose che ancora mi sfuggono. Tecnicamente non sono ancora un giornalista professionista, e in virtù di questo mi domando se io possa sentirmi libero, così come faccio, di firmare i miei pezzi come se la mia fosse una penna già affermata.

E fin qui tutto nella norma.

Di meno normale c’è quello che ho scoperto in questi giorni. Cioè che nel piccolo giornale in cui sono finito ci sono dei redattori fantasma. No, niente Ghostbusters all’orizzonte, non ci si aggirano Casper nella stanze in cui si fa il quotidiano. Ma proprio perché siamo in pochi, le stesse persone si ritrovano a scrivere più pezzi nella stessa giornata. Il primo lo firmano. Il secondo lo siglano con le iniziali. E il terzo? Semplice: s’inventano uno pseudonimo, un nome falso che sia credibile. Verosimile. Che sembri umano, insomma, e non quello di un Teletubbies. E così sembra anche che la redazione sia anche più grande di quella che è.

Io che mi facevo scrupoli sulla firma. Quantomeno sono ancora fatto di carne e di ossa. Cosa non da poco, nel giornalismo di oggi.

“Sei in edicola!”

6 ott

Eddai che si scherzava. Le cose non vanno poi così male. Anzi, per una volta posso dirmi contento. Trovatemi voi un aspirante cronista che in riunione di redazione può fare proposte, che per due giorni di fila si ritrova a scrivere proprio delle cose da lui portate all’attenzione di capi e colleghi. Travetemi uno che può fare tutto questo e che non sia contento. Trovatemelo. Cercate, cercate. Ma non dalle mie parti. Che io sono molto contento. Appagato. Quando oggi mi hanno assegnato quell’articolo sulla violenza sugli animali a cui tenevo tanto, mi sono ritrovato in bagno a esultare davanti alla tazza del cesso. Ero gioioso. Ho sentito come se fosse un cerchio che si stava chiudendo. Un desiderio che nasce in un punto, e che fa un giro completo fino a ritrovare se stesso nella sua realizzazione. Datemi da scrivere su animali e fumetti, altroché cricche e appaltopoli. Mi piace di più l’informazione di nicchia. Prendetemi come sono, è così che mi avrete. Per quello che sono.

Certo, non posso dire che lo stage fosse partito nel migliore dei modi. A meno che arrivare in redazione con un sacco di buoni propositi e sentirsi dire di non essere attesi non rientri nella categoria “migliore”. Perché, sì, la scuola di giornalismo ne ha combinata un’altra delle sue. La convenzione di stage è stata attivata per la redazione del piano di sotto, con l’escamotage di poter poi lavorare di sopra, dove avevo chiesto io di farmi mandare. Ma una volta arrivato ho scoperto che la cosa non aveva fondamento: le due redazioni condividiono mission e locali, ma non fanno parte dello stesso gruppo editoriale. La cosa, dunque, non era fattibile.

Non mi sono arreso. Ho spiegato la situazione, e al direttore del quotidiano per cui avevo fatto tutta quella strada (oltre che pagato una mensilità d’affitto dotata di un po’ troppi zeri) ho fatto capire che ero lì perché volevo lavorare con loro. Così quel pezzo di pane che sta a capo della redazione dei miei sogni mi ha proposto di tenere i piedi in due staffe. Uno al piano di sopra e uno al piano di sotto (mi chiamavano “papà gambalunga”, e non vi dico per quale delle tre…). E’ per questo che in questi giorni arrivo alle 10 e mi metto a fare notizie per quelli di sotto, ma che poi alle 13 salgo in riunione dagli altri e all’occorrenza impiego il mio pomeriggio a scrivere per loro. Mi faccio nove ore di redazione al giorno, cosa che lì dentro non fa praticamente nessuno. A parte direttore e vicedirettori, suppongo. Ma per ora va tutto ok. Sono già due giorni che a fine lavoro uno dei capi mi passa il pezzo e me lo mette in pagina, viene da me, mi fa ok col pollicione ed esclama soddisfatto: Sei in edicola! E sapere che lì, in quel paradiso di carta e inchiostro, non ci sarò perché mi starò comprando il giornale ma perché ne ho appena scritto un pezzo, è un piccolo grande brivido che mi dà la forza di andare avanti. Anche se non ero atteso.

I miei primi due giorni di stage

3 ott

non-vita di redazione

Male non fa

29 set

Tra quarantotto ore sarò ancora sotto questo stesso cielo (si spera). Ma il tetto no, sarà un altro. Ciao, mia Baia delle Zanzare. Parto di nuovo, alla ricerca di un po’ di fortuna. Anche se io nella fortuna non credo. Un mio carissimo amico mi ha parlato di una certa “legge di attrazione”. Secondo il libro che si è letto e che ha tentato invano di farmi leggere, siamo noi a determinare il buono e il cattivo che ci circonda. Siamo noi a dipingerci il mondo intorno, in base ai colori che ci mettiamo addosso. E non parlo di vestiti, ma di atteggiamento verso la vita.

Non credo nella fortuna, e il mio pessimismo cosmico (scrupolosamente ereditato dai miei genitori) m’impedisce di vederla troppo rosea. Che non è mica facile caricarsi della positività necessaria a fare del mondo un quadro vivido e pastellato. La buona volontà, però, non mi manca di certo. E se voglio fare il giornalista dovrò farne tesoro.

Due più due. Chi trova un amico trova un tesoro. Allora sì, farò come dice lui. Asseconderò le leggi della legge di attrazione. Sorriderò a questo bel pianeta, così lui sorriderà a me. Venerdì andrò in redazione con un bel ghigno stampato in faccia. Male che vada mi faranno tornare a casa con un’ambulanza della neuro. Così risparmierò sul biglietto dell’autobus, che di questi tempi male non fa.

Per un fottuto mese

23 set

Qualcuno mi dia un salvagente. So che l’estate è finita, fuori il vento agita le piante ed è segno che la stagione sta già cambiando. Ma a me serve un salvagente. Datemi un salvagente. E un calmante, per favore. Un calmante di quelli potenti. Perché in casa mia il vento non arriva, ma le piante non sono le uniche ad essere agitate.

Manca una fottuta settimana al mio ritorno nella Città delle Pizze Gommose. Il fischio d’inizio per il nuovo stage è fissato per il primo ottobre a mezzogiorno. Io ho intenzione di arrivare un giorno prima, come ho sempre fatto in questi casi. Mi prendo il tempo per sistemarmi. Per accasarmi. Ma è difficile accasarsi in una casa che non c’è. Che ancora non c’è, nonostante fosse praticamente certo che ci fosse.

La colpa è mia. Ho dato retta a due cinquantenni suonate e chiaramente rincoglionite. Non voglio discriminare nessuno per l’età. Non ce l’ho con la prima, con la seconda e nemmeno con la terza. Tantomeno con la mezza età. Sarebbe come prendersela con i propri genitori perché il tempo gli sta scivolando addosso come la migliore vasellina. Ma queste due non hanne scusanti se non il loro innato egoismo.

Leggono il mio annuncio su internet. Tempo due ore e mi mandano un’e-mail. Tempo una giornata e mi chiamano al cellulare. Si parla della stanza in questione, si prendono i primi accordi. Si rimanda tutto a dopo il 21 settembre, perché prima di quella data l’inquilina che già ci abita non sarebbe stata in casa per farmela vedere (la casa). Intanto mi propongono di guardare delle foto per vedere se la stanza è di mio gradimento. Mi chiedono: “Ce l’hai l’e-mail? Così te le mandiamo”. Tutto regolare, non fosse che il primo contatto, come detto, l’avevamo avuto tramite posta elettronica. Quindi sì, cazzo, ce l’ho l’e-mail! Rincoglionite rincoglionite rincoglionite.

Vedo le foto. Tutto regolare. La singola è invivibile. Dovrei diventare un tutt’uno con il letto. Dormire sul letto. Leggere sul letto. Scrivere sul letto. Appoggiare la mia roba sul letto. Probabilmente dovrei pure cagarci, sul letto. Ma io che sono devoto al wc, ho optato per la doppia a uso singolo. Quattrocentosettanta euro spese incluse. E’ la Città delle Pizze Gommose, in un quartiere niente male. Mi fa comodo stare lì, così chiudo un occhio al portafogli e dico sì.

Rimandiamo tutto a dopo il 21, proprio come si era detto. Puntuale come un orologio svizzero (e non è da me) ho inviato una mail (a ulteriore dimostrazione che, sì, ho un account di posta) per ribadire il mio interesse per la stanza e per avvertire che il giorno dopo avrei telefonato. Cosa che ho fatto. Ho provato tutto il giorno. Ho ottenuto risposta soltanto alle 19, ma mi hanno invitato a richiamare tra le 21 30 e le 22. Sono garbato, ho detto ok. Alle 21 45 mi faccio vivo un’altra volta, ma non amo parlare con le segreterie telefoniche, soprattutto quando ho bisogno di risposte immediate. Ho tentato per un’oretta, ma a ricevermi c’è sempre stata la voce automatica. Troia.

Ho passato la serata con un gran nervoso. Non proprio la compagnia migliore. Mi sono distratto soltanto guardando le puntate di Flash Forward che mi ero scaricato insieme alla mia ragazza. Oggi mi sono ripromesso di chiamare e richiamare, anche con il numero nascosto, perché una parte di me comincia a pensare che le due donne di mezza età (l’inquilina e la proprietaria, tutte e due sulla cinquantina) mi vogliano evitare. E infatti, con questo trucchetto la risposta mi è arrivata già a mezzogiorno. Ed è da quella telefonata che ho capito che mi serve un salvagente per non affogare in questo mare di merda.

Le stronze stanno temporeggiando, e hanno un motivo bello e buono per farlo. Buono per loro, mentre io sto facendo un bel bagno nello sterco. C’è un separato in attesa di sentenza, una sentenza di sfratto dalla casa della sua ex-moglie. Ha scongiurato le due vegliarde di tenergli buono un posto, un posto che potrebbero diventare due. Due stanze, insomma tutte quelle rimaste libere nell’appartamento in cui dovrei andare io. Il giudice è in ritardo, e la cosa certo non fa notizia. La notizia è che le due furbacchione non sanno quante stanze si prenderà il neo-senzatetto, e nemmeno se la prenderà. Sarà la sentenza a stabilire se l’uomo potrà stare un altro mese in casa della moglie oppure no. Se no, verrà in questa casa e si porterà via (mi porterà via) un numero ancora imprecisato di stanze.

Ancora una volta abbiamo rimandato a stasera, ma quel che ho saputo mi ha fatto saltare i nervi. Per tutto questo tempo mi hanno tenuto in attesa per mantenere il piede in due staffe. E ora io le staffe le sto perdendo. Sono pronto a insultarle in caso di risposta negativa. E non è colpa di separati e giudici, ma di due egoiste con un senso degli affari piuttosto spiccato. Sarebbe bastato poco per mantenersi sui binari del rispetto reciproco: avvertirmi che stavano già aspettando la risposta di un altro potenziale inquilino. Io mi sarei cercato un’alternativa e ora non sarei qui a insultare due donne dell’età di mia madre. E che nemmeno conosco.

Avrei comunque voglia di scaricarle, ammesso che loro non abbiano già scaricato me e io non l’abbia ancora capito. Vorrei cercarmi altro, e vorrei farlo senza avvertirle. A dirla tutta ho già chiamato il fratello del mio ex-coinquilino, un ragazzo molto disponibile che mi ha accennato che forse un suo amico ha una stanza in più che potrebbe affittare, e pure nello stesso quartiere dell’altra. Il condizionale però è d’obbligo. Qua è tutto un condizionale.

Ho raccontato la cosa alla mia fidanzata, poi anche a mia madre. Di solito chi si agita di più è mio padre, ma deve ancora tornare da lavoro e al momento non sa nulla. Io intanto impreco a destra e a manca contro le due vegliarde paragonandole a donne di strada. Proprio quella strada in cui rischio di finire io. E sarà lì che le metterò al palo, dove loro già sono di casa. Mentre io una casa ancora non ce l’ho. E tutto questo per un fottuto mese.

Io come Monica Lewinsky

20 set

Dieci giorni alla partenza. Mi hanno fatto patire, ma non esiste sogno esente da travagli. Dieci giorni e sarò di nuovo nella Città delle Pizze Gommose. Mi attende un nuovo stage, in un quotidiano nazionale ma a bassa tiratura. Talmente bassa che da me, nella Baia delle Zanzare, non arriva proprio. E per tenermi aggiornato su quello che scrivono me lo devo far comprare da mio padre che fa il pendolare in una città più grande, dove il giornale esce.

KronaKus riparte per un’avventura breve (un mese) ma nuova. Anche se sa già di vecchio. Sarà che ormai è il mio quarto stage. Sarà che i tremori che anticipano la partenza sono diventati una mezza routine. Sarà che guardo già avanti. E che, visto l’andazzo, nel mio futuro mi vedo più come uno stagista-segretario che come un cronista. Sarebbe già qualcosa, in un mercato del lavoro saturo e ad alto tasso di senilità. Mi preparo al peggio, e per questo indosso la mia bella maglietta rossa con su la faccia di quella rana dalla bocca larga di Monica Lewinsky. Esorcizzo i miei timori con l’ironia. Nella speranza che non arrivi mai il giorno in cui per me orale significhi qualcosa di più di una comunicazione tra esseri parlanti. E con l’auspicio che pompa resti soltanto un’erogatrice di benzina.

(Grazie Pierz per la trovata e per il nuovo “bannerone” qua sopra!!)

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