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E’ già passato un anno da quando ho iniziato a scrivere delle mie “fatiche” di aspirante cronista. E’ già da un anno che vivo in questo mondo (in realtà anche da prima), e che lo condivido con il resto. Il resto del mondo. Quello che mi legge perché ne ha voglia, e perché ne ha il tempo. Perché gli va, e devo ancora capire perché. Perché gli va, appunto.
C’è chi dice che questo blog sia divertente, chi “divertentissimo”. C’è chi quasi esplicitamente ammette di leggermi perché si consola nel vedere che ci sono altri coglioni aspiranti giornalisti come lui, tutti immersi nello stesso mare, fatto di delusioni e di riscatti. Di voglia di fare e, ogni tanto, di prendere e mollare tutto. Di dignità altalenante. Di scenette comiche inserite in un contesto di mezza tragedia.
Gli altri motivi non li so, anzi dovreste dirmeli voi. Voi che mi seguite in questa strada di risate agrodolci. Voi che mi incoraggiate, voi che dite di stimarmi. Voi che anche se non vi vedo siete qui accanto a me.
Buon primo compleanno KronaKus. Auguri a te e salute ai tuoi amici di bit. Forieri di consolazioni virtuali. Compagni di (s)ventura. Colleghi o non colleghi, comunque spettatori di uno spettacolo che si chiama vita, sogno, futuro. Speranza. E vada come vada. Perché lungo la strada ci saremo fatti due risate. Ché la voglia di quelle non ci passerà mai.
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Caldo e relax. Due elementi che si sposano a fatica. Per fortuna sono riuscito a dormire otto ore di fila. Quasi. Finalmente. Ma una volta sveglio la temperatura corporea sale. E fa caldo, tanto caldo.
Qui niente mare. Qui solo un mare di sudore. Per questo odio le grandi città, soprattutto quelle senza sbocchi verso l’esterno. Verso l’acqua. Che d’estate è paradiso liquido.
Soprattutto odio i posti in cui non sanno fare la pizza. Quella che ho mangiato ieri sera con alcuni miei amici non era gommosa come le altre. Era direttamente ridotta a carbon coke. Era fina come l’ostia. Tant’è che l’Invasato, che è pure abbastanza di chiesa, l’ha chiamata “ostia fritta”.
Ma forza e coraggio. Siamo qui per una missione. Fare i giornalisti. I giornalisti seri. Speriamo solo me ne diano modo. Speriamo solo che non uccidano sul nascere la buona volontà di un aspirante cronista. E speriamo pure che questa tremenda voglia di mare non porti la mia testa a farsi un bagno lontano dai doveri.
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Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. Dopo un pranzo animalesco ma non troppo (il pesce è pur sempre pesce, e come tale non ti intasa mai abbastanza), ho passato il pomeriggio in compagnia di quattro amici. Ce ne siamo andati dove per tradizione va gran parte della gente il pomeriggio di Pasqua: al mare. O meglio, per il lungomare della nostra beneodiata città.
Verso le 6 la telefonata.
Pronto?
Tutto regolare, era la mia lei. Ma poco dopo mi si è affiancato un lui che avrei fatto a meno di incontrare. Un look di lusso e un fare da giovane rampante. Pantaloni bianchi e camicia azzurrina. Mi consenta, il Capo aveva deciso di fare l’aperitivo in uno dei locali più in di questa città sempre più out. Una città che fatico sempre più a digerire (mica come il pesce), piena di giovani troppo giovani per me. E di vecchi troppo vecchi, sempre per me. Io, nel limbo di un’età che non è né carne né pesce, e che nel dubbio ha deciso di restarmi comunque sullo stamaco.
Il Capo, dunque, era lì di fianco a me, mentre telefonavo e mi accordavo con la mia ragazza sul da farsi della serata. Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. O magari l’uovo c’era, ma evidentemente era fatto di cacca. Sai, il colore talvolta inganna.
Mi son trovato a non capire cosa lei mi stesse dicendo dall’altra parte della cornetta. Un orecchio all’apparecchio e un occhio sul mio inatteso e poco gradito vicino di passeggiata. Uno strabismo audiovisivo difficilmente ripetibile. Fatto sta che mi sono sentito in imbarazzo, ma a risolvermi il problema c’ha pensato lui. Come? Ignorandomi, ovvio. Non so se deliberatamente o meno, ma non mi ha minimamente preso in considerazione. Credo e spero non mi abbia nemmeno visto, ed è meglio così.
Quella volta me ne sono andato in tutta fretta, subito dopo aver saputo di essere stato ammesso alla scuola di giornalismo. Ho subito pensato a cercarmi una sistemazione lì al Paese dei Polpacci, e tanti saluti alla cara redazione in cui lavoravo. O in cui fingevo di lavorare, non per mia volontà ma per una condizione resa obbligata dall’incapacità di una Direttrice che sembrava messa lì come il più antiestetico dei soprammobili. E di un Capo affarista e poco interessato alla buona informazione, quello stesso Capo che camminava per il lungomare fianco a fianco con la moglie di un politico locale altrettanto rampante,. Suo amico, chissà poi quanto.
Ma sarò io che penso male. Chi lo sa? In ogni caso si vocifera che qualcosa sia cambiato, in quella valle dell’ipocrisia e del servilismo in cui ho sprecato la mia scorsa estate. Pare ci sia stato un cambio della guardia.
Devo assolutamente indagare.
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Danno per morto il mestiere che vorrei andare a fare. Danno per morto tutto un sistema che in qualche modo, e per chissà quale motivo, è diventato vecchio. Obsoleto. A vista d’occhio. Quanta fretta di morire ha, questo giornale! Questo giornale, quello su carta. Quello a mezzo stampa. Perché pare che l’informazione sia una sorta di immortale, pare che lei non morirà così facilmente. Dicono. Dicono che il web salverà capre e cavoli. Per la gioia di macellai e fruttivendoli.
Non vedo che c’entriamo noi.
Boh. Chissà. Io so soltanto che a destra e a manca sfioccano necrologi poco rassicuranti per gli aspiranti cronisti. Per quelli come me, insomma. Che inseguono una chimera che si fa sempre più chimera. Sogniamo a occhi aperti un futuro in redazioni che non è sicuro esisteranno ancora per quando sarà il nostro momento. Ammesso che arrivi.
Ma sorridiamo. Grandi testate chiudono, altre arrancano e fanno i loro conti. Porte che si chiudono ogni giorno, tant’è che non ce le sbattono in faccia. I gruppi editoriali più cicciotti rifiutano pure gli stage. Questo si dice, anche se è ancora presto per parlarne. Almeno per noialtri della scuola.
Ma sorridiamo, dicevo. Che piangersi addosso non serve a nessuno.
…
Qualcuno ha un fazzoletto?
Sniff. Sob. Sigh.
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Poco tempo per preparare, chiudere baracca e burattini e andare via. Destinazione Paese dei Polpacci. A fare il giornalista praticante. Dio mio quanto suona bene questa cazzo di parola. Praticante.
Praticante.
Praticante, cazzo!
Per una volta il tag “delusioni” se ne starà buono lì, senza essere cliccato. Oggi è la mia festa, oggi è il giorno della mia partenza verso una meta che in realtà è una galleria. Un tunnel. Un punto di passaggio senza poche possibilità di ritorno. Inizio un percorso di formazione. Un caro amico reduce da una scuola di giornalismo ma ha avvertito: lì lavorano per creare in te una certa forma mentis, quella più adatta per fare questo mestiere. Che detto da una persona meno amichevole di lui sarebbe suonata così: “ti faranno il lavaggio del cervello fino a spersonalizzarti, per fare di te una macchina capace di comunicare la realtà come è meglio che sia”.
Bene? Male? Lascerò al tempo il tempo di decidere. Oggi è il giorno della mia festa. Oggi è il giorno di fare i bagagli e di cambiare vita.
Ciao Capo, ciao Direttrice. Non vi dimenticherò, i cattivi esempi non si scordano tanto facilmente. Da voi ho imparato che c’è del marcio, me l’avete fatto capire subito servendomelo su un piatto d’argento. Ho già visto la svogliatezza di una certa editoria. Ho osservato da vicino la subordinazione alla politica e alla partigianeria di chi scrive. Racconti omessi, anche sul mio diario. E che forse tirerò fuori, se mai avrò voglia di ritirarli fuori dal cassetto. Per il momento, ho messo via un bel po’ di cose. E le prime cose siete stati voi.
Da domani si cambia. Da domani mi sentirò un po’ più cronista di quanto non mi senta oggi.
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Driiin.
(Telefono)
Pronto? Kronakus?
..
Ce l’abbiamo fatta!!
L’altro ha rinunciato. E’ stato preso anche in un’altra scuola, quindi ha rinunciato.
Il posto è tuo.
Ok?
..
Non mi sembri così entusiasta.
Pronto?
Kronaaakuuuusss?
Ci seeeiii???
C’è nessuuunooo??
Kroooonaakuuuuuussss?
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Pronto, chi è?
Ohi, ciao Collega! Come ti butta?
A me bene, grazie. Cioè, bene.. Non ci penso, diciamo. Tu ti sei ripreso?
Maddai, chi vuoi che ci creda? Lo so bene che è stato uno smacco pure per te.
Ah no?
Sei sicuro?
Beh tu sei un uomo forte. (Io no)
Cosa? Hai un motivo per essere contento?
Certo, tutti ne abbiamo.
Io peresempio sono contento perché la mia gatta sta meglio. Se l’è vista brutta, sai?
Beh sì, è anziana… A una certa età i reni dei felini iniziano a incepparsi. E lì so’ cazzi!
Che spavento guarda. Fortuna che quei veterinari sono i più bravi del mondo.
Ma insomma, dicevi?
Ah.
Eh. Ok.
Ma perché sei felice?
Cioè.. non che mi dispiacca ma..
Come?
Cosa dici?
Ci sono novità sulla scuola?
..
Che novità?
..
..
..
..
Ah.
..
..
Bravo.
Sì, sì. Mi fa piacere.
Sì.
Certo che mi fa piacere. Cazzo di discorsi fai?!
..
..
Mm-mm.
Capito.
Beh, come dire..
..
Congratulazioni.
E quanti ne avrebbero ripescati?
..
Ah non lo sai.
Capisco.
..
Ok.
..
..
No no, sto bene. Tranquillo.
..
Mm.. no. Non mi hanno chiamato.
No.
Sì sì ma è tutto ok.
Va bene così.
Sono forte io. (E invece no)
Eh eh.
Beh bravo. Complimenti ancora.
..
Eh eh!
Mm..
E quindi cominci?
Ah. Lunedì prossimo.
Molto bene.
Mm-mm.
..
..
Sono proprio contento per te!
..
..
Ora se non ti dispiace devo andare.
Ho lasciato il gatto sul fornello.
Eh sì, sai.
A una certa età i reni dei felini iniziano a incepparsi. E lì so’ cazzi!
Tanto vale farli smettere di soffrire.
Sì sì, sto bene. Davvero.
Solo che, seriamente, poi mi si cuoce troppo.
..
Ah-ah.
Ciao bello. Salutami Rossella, e dille che può anche andare a farsi in culo.
-click-
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Ci sono fasi e controfasi.
Ho sentito il bisogno di prendere le distanze da tutto questo strano mondo che mi sono creato. Un mese esatto di silenzio, un mese di giornalismo indegno dell’etichetta, a leccare culi e a lucidare scarpe ricoperte di fango. Un mese di distacco dal virtuale, che di virtuale basta già la mia vita.
Niente blog, niente mail. Solo la non-voglia di lavorare con gente per cui non riesco proprio a provare stima. Il bisogno di silenzio, come se solo il silenzio potesse garantirmi un po’ di pace interiore.
Non so nulla di eventuali ripescaggi, ormai mi sono scoraggiato. Non sono propriamente un esempio da seguire, no. Bambini non rifatelo a casa. Davvero. Voi che ancora fate “oh”, più o meno come fa un piccione. Mentre Luca era gay.
Meno male che Povia c’è.
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C’è chi scende e c’è chi sale. Chi si abissa per la delusione e chi si eleva sul piedistallo di re del mondo. O di qualcosa del genere. E io re del niente. E del tutto. Del tuttofare, quello che magari un giorno sarò. Pieno di nulla e vuoto di senso. O saturo di me stesso e dei miei stessi pensieri. Come questi.
Nel giorno in cui il sogno americano rinasce, quello di un povero aspirante cronista continua ad affossarsi nella tomba delle illusioni. Ma sopra la mia culla di terra, formiche e vermi l’erba ricrescerà. Sarà Obama a piantarla. A concimarla. A benedirla.
Speriamo non passi un Bush qualunque, pronto col suo taglierba elettrico a sflaciare tutto. Che fosse per lui, si sa, ci sarebbero solo cespugli. E frutta, tanta frutta. Grappoli e grappoli. Grappoli di bombe a grappolo.
Oh per Bacco, è il nuovo mondo!
..
Ah sì?
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Sono spiacente di doverle comunicare che, visti i risultati delle prove di selezione, lei non è compreso fra i primi trenta candidati in graduatoria ammessi alla Scuola di Giornalismo di .. per il biennio 2009/11.
La sua posizione in graduatoria è la seguente: 36. Tuttavia, Vista la sua posizione in prossimità degli eletti, è mio compito comunicarle che, in caso di eventuali rinunce, lei potrà essere convocato in un secondo momento.
Mi auguro comunque che lei vorrà partecipare alle selezioni per il biennio successivo.
Cordiali saluti.
Il Direttore.
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Sono burocraticamente stanco di questa burocrazia. Mi sono lentamente scocciato di questa lentezza. Mi sto sciattamente indispettendo di tutta questa sciatteria.
Mi sto incazzosamente incazzando.
Cazzo.
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“Gli ultimi giorni a brancolare nel buio, l’ultimo week-end nell’incertezza. Manca poco. La notizia sta per arrivare. L’esito della selezione, la risposta. Se entrerò o meno alla scuola di giornalismo.”
Questo avevi pensato. Questo avevi scritto…
Balle!!
Stupido. Scemo. Cretino.
Illuso.
Davvero hai creduto di avere una risposta così “presto”?
Sei proprio stupido. Scemo. Cretino.
E illuso.
Tsz.
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Eppur si muove, diceva qualcuno. Ma non si riferiva di certo alla segreteria della scuola di giornalismo. Dove forse forse, oggi, hanno aperto la porta dell’ufficio, si sono seduti alla loro postazione e hanno rialzato il loro bel culo intonso solo per farsi il loro caffè lungo fresco di macchinetta. Extra-zucchero. Poi a casa. A lamentarsi con i familiari del rientro a lavoro.
Tutto questo è accaduto mentre decine, centinaia di persone se ne stavano incollati ai loro monitor, a refreshare la pagina delle mail. Seduti alla loro postazione. Rialzando il loro brutto culo (tra cui il mio, che poi così brutto non è) sicuramente non intonso (vista la tensione) per farsi la loro camomilla. Lunga. Senza zucchero, che funziona di più. Poi niente. Solo la possibilità di lamentarsi su qualche stupido blog dell’inefficienza degli uffici italiani.
Oh Rossella, domani è un altro giorno. Ma sarebbe dovuto essere oggi.
Mi sa che il ciclo ti ha sfasato il calendario.
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“L’epifania tutte le feste porta via”. Il re dei luoghi comuni. La frase fatta per eccellenza. Ovvero, tutto quello che il giornalista deve evitare come la peste. Quella più nera.
Mercoledì 7 gennaio. Telegiornale regionale della nostra beneamata televisione di stato. Lancio dallo studio per introdurre un servizio sul maltempo. Testuale: “E anche se l’epifania tutte le feste porta via, non ha però portato via le nubi e le correnti fredde che stanno portando neve sulle nostre cime da ormai diversi giorni”.
Il giornalista in studio è il direttore di testata. Il giornalista in studio è stato un mio professore all’università, docente di uno dei pochi corsi di giornalismo previsti dal nostro maldestro piano di studi. “Evitate i luoghi comuni e le frasi fatte. Come la peste. Quella più nera”. Parole sue. Parole che condividevo e che condivido tuttora. Parole in cui ora, però, non credo più. Ci credo ma a modo mio. Perché la fonte non è attendibile. E un altro tassello della formazione base di un giornalista è verificare l’attendibilità delle fonti.
E’ quasi meglio YourTv. Quasi.
Intanto ancora nessuna notizia. La segreteria dev’essersi svegliata con pigrizia. Spero che a minuti esca dal torpore natalizio e mi invii questa benedetta mail.
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Domani è un altro giorno. Le cose si guardano intorno, e poi vanno via col vento. E dunque sì, domani è un altro giorno. Lo dice pure Rossella. Non il giornalista. Quella del film. Colei che è saggia, e che quindi ha ragione. Mai darsi per persi. La speranza è l’ultima a morire. Rossella non deve morire.
Domani potrebbe essere il grande giorno. Della vittoria, o della sconfitta più grande. Ai posteri (?) l’ardua sentenza. Domani. Che poi è oggi, ma finché non dormo e non mi risveglio, per me oggi è sempre oggi, e domani è sempre domani. Anche se dopo la mezzanotte è già ieri.
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Il mondo è in guerra. I cronisti osservano e ascoltano. Le bombe cadere, gli edifici crollare. La gente morire.
lagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorire
lagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorire
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lagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorire
E io cosa farei? Anzi. Ma io, lo farei? Che cronista sono? Anzi. Che cronista sarei?
Domande. Senza risposta. Perché sogno una professione ma ancor prima sogno la vita. Perché sto aspettando una risposta importante, ma credo che la mia esistenza su questo pianeta venga prima di ogni cazzo di carriera.
E penso pure di essere un vigliacco. Forse. Magari sì. O magari no. Perché il cronista di guerra fa una scelta ben precisa. Una scelta che non sento mia, e che molto probabilmente non farei mai. Che non farò mai. Perché io sarò giornalista. Ormai è sicuro. Me l’ha detto Paolo Fox.
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Gli ultimi giorni a brancolare nel buio, l’ultimo week-end nell’incertezza. Manca poco. La notizia sta per arrivare. L’esito della selezione, la risposta. Se entrerò o meno alla scuola di giornalismo. Se dovrò continuare, oppure no, a lavorare tra un Capo avaro e privo di stimoli e una Direttrice senza metodo né qualifiche. Se potrò cambiare pagina, premere l’acceleratore e guardarmi allo specchio dicendomi: “Sì, ora ci provo davvero”.
Dubito che lunedì avrò il responso. Martedì sarà di nuovo festa, e non mi stupirei se le segreterie facessero il ponte. Temo che dovrò aspettare almeno fino a mercoledì, mentre fagocito torroni per la mia fame nervosa. Ma ora basta. Basta torroni, davvero. E che diamine!
…
Qualcuno ha un pandoro che gli avanza?
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Ciao ciao 2008, ben arrivato 2009. Spero sia andato tutto bene, durante il passaggio del testimone. Il cambio dal vecchio al nuovo. Un nuovo che spero si rivelerà realmente nuovo. Un anno, questo, in cui mi auguro cambino molte cose. La prima: il lavoro. Che smetta di essere lavoro scarsamente retribuito e inizi a essere un praticantato serio. Scuola, sì, ma sempre di praticantato si tratta. La vera via per arrivare in alto. E per “alto” intendo uno straccio di posto, con una posizione riconosciuta dall’ordine dei giornalisti. In alto, sì, nonostante la salita. L’enorme, colossale salita.
Dicono che il 2009 sarà l’anno di Obama. Il mondo lo attende, in tantissimi confidano in lui. Bene: io sono il mio mondo, e spero proprio che la scuola di giornalismo sarà il mio Obama. Quel qualcuno, quel qualcosa a cui aggrapparmi e affidare sogni ed energie. Quella speranza di poter rialzare la testa e guardare avanti.
Buon anno a tutti, aspiranti cronisti e non. Che un augurio, in fondo, non ha mai fatto male a nessuno.
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Son giorni di festa, ma non per la mia pazienza. Non per il mio cuore, per via di quest’attesa. Mentre tutto scorre, ma a quanto pare il tempo no.
Buon Natale, anche se in ritardo. E felice anno nuovo, anche se in anticipo. Come sempre, non azzecco mai il tempo. Quel tempo che non passa, mentre tutto scorre. Ecco. Il cervello a loop. A disco rotto.
Ma è meglio che non pensi a come penso. Mi strafogo di pandoro, e non è certo uno scoop. Mangio per non pensare, mentre la mia linea m’imporrebbe di pensare per non mangiare.
Auguri a voi e al vostro colesterolo.
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Me la sono tirata un po’. Mi sono scoperto scaramantico, e non l’avrei mica detto! Ma le situazioni precarie, si sa, fanno dell’uomo il burattino di riti propiziatori e amuleti scaccia-sfiga. Io mi sono limitato a non parlare con nessuno dell’esito della prova scritta, forse perché inconsciamente convinto che questo potesse aiutarmi nella fase successiva. Perchè sì, incredibile, ho passato la prima selezione. Sono in fondo alla graduatoria, ma l’ho passata. Sono penultimo. Ma ci sono.
Ora serve un miracolo. Un altro. Ok: un altro e mezzo.
Perché ne parlo? Semplice. Perché la prova orale è stata oggi. Non l’ho detto quasi a nessuno. Vediamo se questa tattica darà i suoi frutti. Vediamo se mi salverà dalla gogna di una commissione dal fare saccente e tendenzialmente superbo. Vediamo se mi farà superare quello scoglio insormontabile che mi sono messo davanti con le mie stesse mani, quando preso dall’emozione ho spavaldamente affermato che Kabul è la capitale dell’Iraq. Mi hanno guardato come fossi un alieno. Probabilmente lo sono. Sono un extraterrestre. E.T.-telefono-casa. Perché è proprio lì che sarei voluto andare a rifugiarmi. Di corsa.
Ma it’s ok. E’ ancora tutto sotto controllo. Il controllo di qualche dio che dovrà essere particolarmente misericordioso.
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Mi sono preso una settimana abbondante. Sabbatica, ma per modo di dire. Perché dopo la tragedia della prova scritta non mi sono fermato. No. Non mi sono fermato. Anche se una parte di me avrebbe voluto. Sì. Avrebbe proprio voluto.
Cultura generale: quasi un testa o croce. Prova d’inglese: degna della Ricotta di Zelig. Articolo: la mia scrittura ha sconfinato oltre la decenza dell’esposizione pulita e chiara. Insomma, è andata oltre le richieste della commissione, ma non in senso positivo. Anzi. Ho messo troppo me stesso laddove mi veniva richiesto di azzerarmi. di scrivere da automa, che è un po’ il dogma del giornalismo anglosassone. Anche se in pochi hanno il coraggio di dirlo.
Mi consolo al pensiero che ci fossero meno candidati del previsto. La selezione naturale sarà meno crudele, ma comunque naturale. E mi viene naturale pensare di non essere tra i più competitivi. Ora non posso che affidarmi alle disgrazie altrui. Che tanto di cinismo in giro non ce n’è mai troppo. Rincaro la dose e me ne fotto.
..
Ok. Non ci crede nessuno. Tantomeno io, che spero in bene per tutti. O quasi tutti. Va bene: soprattutto per me. Ma degli altri non so proprio infischiarmene. Io, che attendo il risultato che sarebbe dovuto uscire oggi. Ma la burocrazia, si sa, rallenta tutto. E io, burocraticamente, me ne torno sui libri. A fingere di concentrarmi, nell’attesa del giorno del giudizio.
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Ci siamo. Poche ore e scatta l’ora X. L’ora dell’esame di ammissione alla scuola di giornalismo. La prima parte, quella scritta. Poi seguirà l’orale. Chissà quando.
La mente è piena di concetti. Ed è stanca. Tra poco cercherò riposo in un sonno che tarderà ad arrivare. Ma proverò lo stesso: un buon riposo è il presupposto di una buona performance. ‘Notte a tutti, domani è un altro giorno. Questo è poco ma sicuro.
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Il web-countdown ha mancato una tappa. Ma per un giorno perso, uno se ne guadagna. Ho finalmente vinto la mia guerra contro il tempo. Era ora. Ho vinto io, sì. Ah-ah. Sì. Sono il migliore. Ora finalmente tutti quanti la smetteranno di dirmi che sono lento. Perché ho battuto il tempo. Ah-ah.
Come? Semplice. Si è accorto di essere un tirchio clamoroso. Che non ero io a non farmelo mai bastare, ma che era lui a essere poco gentile e generoso nei miei confronti. Così mi ha concesso un giorno in più per studiare. Sì, un giorno in più. One more day. Fateci caso. Il “meno quattro” è datato giovedì 4 dicembre. Il “meno tre”, questo post, è di sabato 6. Perché? Ripeto. Il web-countdown ha mancato una tappa. Eppure il conteggio resta sempre lo stesso. Invariato. Lineare. Senza salti. Né errori. Forse.
Il motivo? L’ho detto. Fate attenzione, quando scrivo. Il tempo si è arreso e mi ha concesso un giorno in più per studiare. Le malelingue dicono che sono un coglione. Che ho fatto male i conti sin dall’inizio. Anzi, i numeri erano quelli, ma i riferimenti erano sballati. Sbagliati. Dicono che avrei dovuto arrivarci subito, che lunedì 8 sarà un giorno di festa, e che nessuna folle commissione si presenterebbe mai per esaminare il gruppo di kamikaze e futuri disoccupati che tenterà l’impresa.
Dicono che l’ho sempre saputo. Fatto sta che la prova scritta sarà martedì 9, in barba a tutti. Al tempo. Alle malelingue. E alla mia coglionaggine.
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Tra poche ore sarà già week-end, e io sono ancora in alto mare. Il lavoro mi consuma tempo ed energie. Studiare, la sera, diventa uno sforzo non indifferente. Ce la sto mettendo tutta, ma una cosa è certa. Così certa da esser scontata. Il mio sarà un tentativo disperato.
Le cose da sapere tendono a infinito. Quelle che so, allo zero. Posso fidarmi di poco più di quello che ho immagazzinato durante la mia carriera di studente. Diligente ma con scarsa memoria. E tutto il nozionismo del diritto, tutta la completezza richiesta dalla storia.. sono lussi che in questo momento non mi posso permettere.
Ma mancano quattro giorni. Poche lagne e tanto impegno. Io credo nei miracoli. Speriamo che i miracoli credano in me.
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Cambiare mestiere. Un consiglio che arriva alle mie orecchie sempre più spesso. Amici, parenti, compagni di sventura. Tutti uccelli del malaugurio. Forse, tutti più realisti di me.
Ma no, non lo farò. Non ancora. Se non dovessi entrare tra gli studenti del prossimo biennio potrei pure pensare di seguire il suggerimento. Lo stesso che il Mister ha dato ai direttori di Stampa e Corriere della Sera. Cambiare mestiere, appunto.
Ora non si può. Sono qui, a ridosso di un bivio, per tentare la sorte. L’esame di lunedì prossimo. Quindi, parafrasando qualcuno, “posso solo aggiungere che questo mestiere il sottoscritto continuerà ad esercitarlo, anche se qualche volta è capitato e capiterà di fare un dispiacere ad amici e parenti”. E “questo blog è qui a dimostrarlo”.
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Quando ti prepari per l’esame di ammissione a una scuola di giornalismo è come se ti venisse richiesto il dono dell’onniscienza. Non è tra i requisiti elencati nel bando, ma i fatti dimostrano che sarebbe già un buon punto di partenza. Sapere tutto. Di tutto. Perché è tutto di tutto che ti possono chiedere. Me l’ha detto chi c’ha provato e non ce l’ha fatta. E anche chi c’ha provato e che invece ce l’ha fatta. Il comun denominatore è questa sorta d’infallibilità della conoscenza. Il bisogno di un miracolo. E di un culo grande così.
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Una settimana alla prova del nove. I nervi si accavallano nella difficile impresa di mantenermi sano di mente. Tra una “breve” e una marchetta, mi sforzo di non sprecare le mie serate, trascorrendole su libri e dispense avute in prestito da un vecchio compagno di università. Il tempo è denaro, quella cosa che negli ultimi mesi ho visto solo in foto e nelle promesse fatte a denti stretti.
Setti giorni per spingermi in avanti. Anche se sarà parecchio difficile, l’impresa va tentata ugualmente. Impugno la penna, arroto la mente. Rincorro il sogno per svegliarmi dalla realtà. Che mi sta stretta come la tutina di un bambino indosso a un adulto. Un adulto obeso.
E io non ho nessuna intenzione di fare una dieta.
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“Credo che sarò il primo a finire un lavoro senza averlo ufficialmente iniziato, sarò l’unico giornalista a lavorare in nero”, ho pensato. Ma poi mi sono reso conto dell’idiozia di quel che mi era appena passato per la testa. Nel giornalismo il sommerso abbonda. Il punto è che, nel mio caso, non sarebbe dovuta andare così. Ma il Capo è troppo schivo per andare in fondo alla cosa, e io sono troppo prudente per chiedergli muso contro muso qual è la mia situazione contrattuale.
Ho paura che lui voglia fare il furbo e non farmi firmare alcun contratto. Ma soprattutto ho paura che una mia eventuale richiesta equivarrebbe a chiedergli un biglietto di sola andata per la terra dei disoccupati. E non posso permettermelo. Mi servono articoli su articoli, perché alla scuola ci sarà una preselezione per titoli. Più “collaboro” e meglio è. Spremo l’arancia finché c’è la polpa. Spero soltanto, un giorno, di poter buttar via la buccia e cambiare frutto.
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Si può far bene e si può far male, ma il perché di una scelta è sempre qualcosa di nobile. Da guardare con ammirazione e trattare con rispetto. Perché tutti sanno che non è facile lasciare il certo per l’incerto, anche se in realtà non è quello che sto per fare. In redazione nessuno sa che sto cercando il modo di andarmene. Nessuno sa che proverò a passare il test d’ingresso in una scuola di giornalismo. Nessuno a parte me, ed è quanto basta. Perché non abbandono la strada fatta finora per un volo d’angelo per cui nemmeno il decollo è ancora sicuro.
Eppure un rischio c’è. Farò un tentativo che in realtà assomiglierà tantissimo a una prova del nove. Non tanto per me, quanto per il giornalismo stesso. Sì. Io mi metterò in competizione con chissà quanti altri aspiranti al trono, ma in realtà sarò io a mettere in discussione non solo me stesso, quanto un intero percorso di vita. Quello che sto facendo. Perché vivo questo periodo di preparazione all’esame come un salto nel vuoto, anche se in fondo non lo è. Non letteralmente. Tengo i piedi a terra. Ma so che, se non volerò, prima o poi cadrò a terra. Senza un perché. Se non per delusione. Se non per frustrazione.
Ho ancora una dignità. L’aspirante cronista che è in me punterà in alto. E’ la scommessa della vita. Altrimenti, tanto vale cambiare rotta.
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Impegnato tra un comunicato e una marchetta politica, i miei occhi si sono staccati dal monitor non appena è spuntata una certa figura sulla porta della redazione. La Stagista è tornata a farci un saluto. Baci e abbracci, un calore che in quel posto è una cosa più unica che rara.
Due parole appena, prima che se ne andasse di nuovo. Non sa cosa farne della sua vita, non ancora. O forse sì ma non lo vuole dire.
Che poi mi chiedo perché si debba aver sempre un obiettivo preciso, quando poi si finisce quasi sempre per riscaldare lavori e lavoretti precotti. Carriere preconfezionate, nel migliore dei casi.
Io, invece, in che direzione mi sto muovendo?
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Sono solo nella solitudine. Solo, più di Bobby. O di Ian. La Stagista se ne va. Domani per lei è l’ultimo giorno in redazione. Poi tanti saluti. Si darà ad altre strade, ad altri percorsi di vita. Non è sicura di voler continuare nel giornalismo, lei si vede più adatta a posizioni più importanti, a profili più alti. Non si sente tagliata per lavorare alle dipendenze di qualcuno. Non sa proprio se continuare con questa professione. Preferisce organizzare eventi, crede. Coordinare persone e cose. Comandare. Lo ammette con tutto il candore che può. E io lo apprezzo, perché è meglio essere onesti, con se stessi e con gli altri, piuttosto che mentirsi e prendere per il culo tutti quanti. Compresi i propri sogni. Comprese quelle attitudini che si scoprono man mano. Mentre si inseguono ambizioni che, con il tempo, scopri essere poco più che preconcetti indotti da chissa chi. Come sparati per endovena. Ti scontri con la realtà e finisci per sentirti un pesce fuor d’acqua.
Lei lo ha capito, e ha reagito. Era questo il suo piano b. Il mio, da brava chioccia, lo sto ancora covando. Io, con i miei soliti tempi. Io, che sono stato definito “strutturalmente lento”, ieri mattina, da mio padre. Solo perché gli ho fatto notare che occuparmi il bagno per farsi la doccia quando sto per andare a lavoro e dovrei lavarmi i denti è una cosa abbastanza stupida.
Ma con il tempo si perde la ragione. Con il tempo si perdono anche le speranze. Svaniscono le illusioni. I castelli crollano. Ti accorgi che erano di sabbia e li vedi volare via col vento. Ma domani è un altro giorno, Rossella. L’ultimo per la Stagista e il primo per me, da uomo solo nella solitudine. Solo, più di Bobby. O di Ian. La Stagista se ne va. Ma queste cose le ho già dette. Sto diventando scemo.
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Il Capo mi chiama.
Temo mi voglia proporre la tessera del partito.
Invece no: novità contrattuali.
Niente praticantato.
In pratica, sono praticamente nullo.
