Oggi è festa, e io lavoro. Mi guardo indietro, e vedo una lunga scia di feriali segnati da un fancazzismo forzoso. Il mio mondo va al contrario. Ma mi sento comunque un privilegiato, in questa repubblica di parate che sembrano autogol. In questa festa in barba (!!) alle scosse della terra e all’incapacità di scuotersi da parte di chi la abita.
Oggi Sposini (2)
28 magTi fai il culo per lavorare, per trovare un fottuto posto che ti permetta di pagare vitto e alloggio. E’ una gran fatica. Una lotta contro il tempo, ma soprattutto contro i tempi. Questi maledetti tempi. Di magra. Direi di anoressia. Combatti. Resisti. Contribuisci a mantenere alto il livello di scontro. I capi ti lodano, poi ti puniscono. Poi ti lodano e ti puniscono ancora. E ancora. E ancora. Lentamente i connotati ti cambiano da sé. E la mattina i capelli ti restano sul cuscino, sempre di più. Perché tu ti fai il culo per lavorare. Tutto il resto non conta.
Poi arriva il resto, e ci pensa lui a contare per te. Nella tua frenesia hai imparato ad andare a tempo, ma non vedi più niente di quello che c’è. Qualcuno decide di ricordartelo. Che il mondo trema, e tu non puoi farci un cazzo. Che le clessidre hanno granelli imbizzarriti, e prima o poi si spaccheranno anche loro. Ti fai il culo per lavorare. Poi arriva il giorno in cui ti scopri a farti il culo per vivere.
Eccola la vera lotta, la battaglia che merita di essere combattuta. Quella per restare uomo. Quella per restare vivo. Gli eroi escono da qui, da questo fronte silenzioso ma non troppo. Restare in zona è esclusiva dei gladiatori. Io ne conosco uno, anche se soltanto attraverso uno schermo. Si chiama Lamberto, e dopo oltre un anno da quel brutto colpo è tornato a farsi vedere. Mister Sposini. Roba da 300.
Osama Bin Harden
23 magDue saette in giro per il campo, a correre come dannati e a sfondare cerchi di ferro. Russell Westbrook e Kevin Durant sono due giovani prodigi del basket americano. Due che quando sono in serata ti fanno ricordare perché ami questo sport da almeno vent’anni.
E allora tu che sei giornalista ti riscopri curioso. Hai sottomano un telefono che la sa lunga (certo, quei due fanno sottomano di tutt’altro genere), capace di metterti in contatto con il mondo. Sai che le due saette sono giovani davvero, ma non sai bene quanto. E tu vuoi sapere quanto. Allora prendi il tuo cellulare dal sapore di mela e lo interroghi sull’argomento. Apri Safari (che non ha niente a che vedere con gli animali selvatici né con il penultimo album di Jovanotti), clicchi su Google e digiti “Russell Westbrook”. Cazzarola! ha ventiquattro anni, quel fulmine palestrato! E Kevin? Kevin Durant quanti ne ha?
Hai ancora la tv accesa. E’ notte fonda. Stai guardando la registrazione della replica della partita della notte scorsa (ho i miei tempi, io). Sì, il decoder ha ripreso a funzionare. Ora registra. Che il Cielo sia di nuovo dalla mia parte?
No.
All’improvviso lanci il tuo telefono alla mela verde (verde come te, che ora sei incazzato Hulk, quello che hai appena rivisto nel tuo cine-bis a base di Avengers). Per fortuna sei steso sul divano. L’atterraggio dell’aggeggio è morbido, ma per te il colpo è duro. Fissi la tv e imprechi.
Hai digitato “Kevin Durant”. Google ti ha dato una serie di risultati. Ma mentre per Westbrook il primo è stato quello di Wikipedia con le informazioni anagrafiche che stavi cercando, per il suo compagno di squadra le cose sono andate in modo molto diverso. Durant elimina Kobe, Bass stende i Sixers, dice il fottutissimo Corriere dello Sport.it, che si è guadagnato temporaneamente la vetta dei risultati del noto motore di ricerca.
Ci risiamo. Proprio com’è accaduto più e più volte lo scorso anno, ti sei sputtanato il risultato a più di un quarto dalla fine del match. E questa volta hai fatto tutto da solo.
Poi guardi meglio lo schermo del televisore. In campo vedi un tipo dal volto peloso. Ti ricordi che c’è anche lui, e comprendi tutto. Si chiama James Harden, ed è un compagno di squadra di quel maledetto duo di ragazzini. Ha una peluria che gli parte dalla faccia e gli arriva fino ai capezzoli. E’ chiaro. La maledizione della barba ha colpito ancora.


Un post forzatamente criptico
10 magL’ultima volta che qualcuno dal Cielo mi ha parlato di grotte è stato verso Natale. Aveva a che fare con un bambinello e con l’inizio di una nuova era. Adesso è già primavera inoltrata. Non è più il periodo del siamo tutti più buoni. E infatti il Cielo mi ha parlato di nuovo di grotte. Ma stavolta era proprio incazzato.
Io penso positivo perché son vivo (e ci voglio restare)
18 aprUn tempo si sventavano le rapine. Nel 2012, invece, si sventano i suicidi. Sarà che la rapina sta forse in queste diavolo di riforme, che raschiano l’osso di chi non ha più carne da offrire, fino a che l’osso stesso non decide di farsi buco. Alla tempia.
Di certo noi giornalettari non aiutiamo. Tutti i giorni scioriniamo cifre su cifre, rincariamo la dose come fossimo i pusher del malcontento. La crisi è un Matrix da decodificare, un cumulo di numeri con cui spaventare e indurre in tentazione. La tentazione del gesto estremo. Ma io penso positivo perché son vivo e perché son vivo. E ci voglio restare. Vivo, non secco. E’ che io sono atipico come certi contratti, e non ci sto a partecipare a questo sporco gioco senza dire la mia. Perché mentre scrivo il mondo crolla, e la gente pure. E se non crolla ci pensiamo noi, spintarelle senza sen(n)o (della ragione) e dalla penna che prima palpa e poi incula. Seguaci del dio pessimismo in un pianeta che è già pessimo (e pessimista) di suo. Una palla azzurra, se non ha già cambiato colore, in mano a chissà chi. E chissà come. Le fonti ufficiali rimarcano il baratro, quelle “alternative” raccontano il complotto. Difficile dire dove stia la verità, se mai ce ne fosse una soltanto. Intanto i Maya sghignazzano, a guardarci realizzare con le nostre stesse mani quella loro dannata profezia.

(Che poi l’ultima edizione di Beato tra le donne è stata condotta da Giletti. E questo è chiaramente un segno della fine dei tempi).
Share the popò
17 aprPiermario Morosini che si accascia in campo e muore. Hillary Clinton che si alza dalla sedia e vive. Ho colleghi molto strani, io. Gente che si accanisce sui drammi altrui mandando in onda a ripetizione, come un disco rotto, gli istanti in cui la vita di un giovane calciatore se ne va senza avvisare. Come se la presenza di un prato verde e rettangolare giustificasse qualsiasi tipo di moviola. Anche quella della morte. La signora con la falce era in fuorigioco, cazzo, ma quel cornuto di un arbitro ha convalidato lo stesso il gol. Ti aspettiamo fuori, bastardo.
Dicevo dei miei colleghi. Scribacchini muniti di fot(t)ocamere, convinti che i balli alcolici di un’autorità morigerata e composta come la moglie di un certo ex-presidente americano (quello che ben conosceva labbra e lingua della donnina che sta sulla mia maglietta) debbano fare per forza notizia. Come se non fosse umana pure lei. Come se l’abito gessato che indossa pure per fare popò dovesse avere (in)gessato anche la sua anima, e allora se per una volta muove un po’ il culo in barba all’etilometro (che poi il culo mica guida, al massimo gli serve per fare la popò col gessato) deve finire assolutamente su tutti i giornali. E’ che poi se ne parla uno ne devono parlare tutti, sennò sai che figura. Share the shit, baby. Share the popò.

Io non sono nessuno. Sono soltanto un povero freelance. Professionista, sì, ma solo per una questione di tesserino. Di etichetta. Abbiamo tutti bisogno di un’etichetta. Anche i miei colleghi. E a loro gliela do io, l’etichetta. Anche se non sono nessuno, ma però sono bravo a etichettare. Anche se non si dice. Sono bravo, sì. Me l’ha insegnato mia nonna.
Giornalisti?
No.
Giornalai?
Nemmeno.
Giornalettari.
Ecco. Sì. E oggi sono buono.
Sega Nord
6 aprAllora è vero, i Maya stanno arrivando. Si sono soltanto fermati al primo autogrill padano per cambiare l’acqua al Trota.
Prosit.
P.S.: Credo che per un po’ terrò lo sfondo verde. Ormai Bossi si è dimesso, e non penso che Hulk si offenderà. O almeno spero. Quello lì sì che ce l’ha duro.
Come in una mela marcia
22 marHo letto questo e poi ho commentato. A me a una cert’ora si aprono le acque.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
E’ in corso un cambiamento più grande di noi, ma sta a noi dimostrare di non essere troppo piccoli per cavalcarlo. Il futuro non è di carta, anche se la carta, ritengo, è e resterà immortale. Ma come giustamente viene sottolineato sta cambiando il suo ruolo. Bene. Parliamo però di occasioni. Parliamo di possibilità. Parliamo di porte che si potrebbero aprire, non di quelle ancora aperte ma che rischiano di chiudersi. Il domani di questo mestieraccio sta in Rete, e noi dobbiamo essere i pesci in grado di restare a galla, ma soprattutto di seguire l’onda e di trarre beneficio da questa (non più tanto) nuova corrente. Si va per tentativi, ma soprattutto si va a tentoni. Non importa. Bisogna inventare e inventarsi. Osare senza dosare. Nuotare, nuotare, nuotare. Continuare senza abboccare agli ami sbagliati. Buonanotte.
Toh, un verme.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Speriamo che sia racchia
15 marIl tempo passa. Ed è una cosa grossa, ma te ne accorgi dalle cose piccole. Da un gesto che prende il posto di un altro. Dalle abitudini che cambiano perché cambiano le persone, e con lore le idee, le convinzioni, i giudizi e i pregiudizi. Il tempo passa e te ne accorgi alle 2 e mezza della notte, quando tuo padre si alza e scende giù in cucina per bere un bicchiere. Cioè, per bere l’acqua che ci sta dentro. Una volta le opzioni sarebbero state due, ed entrambe avrebbero fatto schifo. Forse ti avrebbe urlato che non si vive all’ombra della luna, e che se poi non ti alzi entro una certa ora vali meno di zero. Oppure ti avrebbe semplicemente invitato ad andare a dormire. Parole al vento, s’intende. Invece no. Questa volta ti vede in cucina, a sorseggiare una camomilla necessaria come una dose ma con tutt’altri effetti. Che la notte è lunga e silente, ma imprecare è un lampo. Soprattutto quando sei a caccia di citazioni sul Vajont ma ti riveli una frana. La pazienza straripa, diventa fanghiglia di nervi. E poi è strage.
Il tempo passa. Ed è una cosa grossa anche che tuo padre non imprechi indicandoti il letto come unica via di salvezza e redenzione. No. Questa volta beve il suo goccio d’acqua, mette in bocca il biscotto di rito e poi ti si avvicina. Con gli occhi ancora mezzi chiusi ti dà un paio di schicchere bonarie, proprio lì sulla gobba. “Ciao vado a letto. Sai ultimamente ho difficoltà a dormire”. Non t’insulta se dormi poco, fa addirittura l’autoironico perché lui dorme troppo. Il tempo passa. E non è una cosa grossa. E’ enorme.
Non sai perché. Forse è fiero di vederti così. Non di vederti ricurvo sul pc a mo’ di cronista di Notredame, a maledire le lenti a contatto che non ti fanno leggere un cazzo ma che vista l’ora hanno pure ragione loro. No, non è questione di posa, ma di uniforme. Sei ancora lì in camicia, come un uovo, pieno della tua giornata piena. Piena come un uovo. Sei stato a un colloquio di lavoro, e ti sei agghindato come non fai mai. Tuo padre invece ha gli armadi a castello, perché un solo piano non basterebbe a contenere tutte le sue camicie. Ne ha a decine, non indossa nient’altro che quelle. E quasi sempre le stesse. E ha sempre sognato un figlio in camicia ma non nato con la camicia, e pure con la palla al piede ma che non fosse una palla al piede. Però non si è mai sforzato per ottenere questo da te. Ha evitato di sudare sette camicie. Sapeva che sarebbe stato tempo perso. Tu, figlio dal maglione facile, che il pallone l’hai cominciato ad apprezzare due anni fa, durante lo stage nella redazione sportiva fatto durante i mondiali, e che poi hai preso una brutta piega tra il Fantacalcio e lo stramaladettissimo Better. Oggi ti ritrovi a guardare le partite con lui al netto del tifo, imprecando contro i giocatori della tua formazione. Stronzissimi, ti segnano soltanto quando li lasci in panchina, se non in tribuna. Ma il tempo passa. Ed è una cosa bestiale, colossale. Tu che vivi la notte in camicia è proprio roba da fantascienza.
Hai conservato la divisa del giorno perché francamente non hai avuto nemmeno il tempo di metterti quella della notte. Due pezzi da chiudere, uno da inventare, registrazioni telematiche da fare con urgenza, e una matassa informe di pensieri che annebbiano il tutto. Il tuo cervello è Val Padana, ma pensi e speri sia soltanto stanchezza. Domattina, poi, sveglia presto. Entro le 10 (sì, ho detto che è presto) ti aspetta una telefonata di peso, una che potrebbe condizionare il tuo prossimo anno di vita. Ti diranno l’esito del colloquio di oggi. Domattina, sì, perché c’è da partecipare a un bando in scadenza e non si ha nemmeno un minuto da perdere. Il punto è che non sei il solo. Siete in due a volere quel posto. Tu e una fantomatica lei che presumi provenga dalla tua stessa scuola di giornalismo. Ti domandi chi sia. Non credi ci sia qualcuna del tuo stesso biennio interessata a un posto così poco remunerativo, ma d’altronde se ci provi tu perché non dovrebbe farlo anche qualcun altro che si trova nelle tue stesse condizioni? Certo che se fosse di un biennio passato sarebbe un brutto segno. Sarebbe prova di un fallimento, anche se oggi come oggi non ci sarebbe niente di strano, tantomeno da rimproverare. Però cercare di arraffare un posto da otto ore al giorno (sotto)pagate dalla Regione non è segno di buona carriera. E se invece questa fantomatica lei venisse dall’ultimo biennio, cioè da quello che sta per finire? Vorrebbe dire che è una di scarse ambizioni, ma non sarai di certo tu a giudicarla. Tu che sei il cronista dell’orticello. Oggi il cavolo non ha fatto un cavolo. La cipolla è caduta, si è sbucciata e poi ha pianto. E la rapa, non parliamo della sua testa che è meglio.
Sei qui appeso a un filo. O meglio, a un pelo, ma non diciamo di cosa. Ti studi di nuovo il tuo curriculum come dovessero interrogarti ancora sulle cose fatte, mentre forse sarebbe ora che t’interrogassi tu sulle cose da fare. E pensi a domattina. Ti sembra tutta una fottuta guerra tra poveri. Attendi l’esito, ma non trepidi mica. Intanto è meglio andare a dormire. Per una volta non sei stato insultato per farlo, ma non sei ancora immune al sonno, anche se ci stai lavorando. Ti stendi con un pensiero in avanti e una speranza nel cuore. Ti viene in mente lei, l’immagine fumosa e indefinita della cronista delle verdure che sta cercando di soffiarti il posto. Ti concentri e fai una preghiera. Buonanotte, mondo. E speriamo che sia racchia.
La solitudine dei primi (2)
7 marCiao, stronzi sottopagati.
A seguito di molti comportamenti scorretti che nel mese di febbraio hanno reso difficile la gestione del sito, da oggi il tempo disponibile per la consegna degli articoli si riduce a due misere ore. Questo considerando che un cazzo di copia-incolla non dovrebbe richiedere più di un’ora di tempo. Sono in molti, infatti, i piccoli bastardi tra di voi che prenotano la mattina prestissimo e poi consegnano quasi allo scadere. Per non parlare di chi prenota e non consegna affatto. Feccia umana, dico io.
Si tratta di una mancanza di rispetto sia nei confronti di noi della redazione, che ci ritroviamo a fare i salti mortali per coprire gli slot disponibili, sia degli altri patetici collaboratori come voi. In un periodo dove le risorse sono state tagliate, prenotare e non consegnare – o farlo dopo i termini – significa togliere la possibilità di scrivere ad altri scribacchini smaniosi di portare a casa tre euro (lordi) per ogni pezzo consegnato. Dico io, cosa cazzo volete di più? Le ferie pagate? I buoni-pasto? La zoccola gratis davanti al portone di casa?!
Dall’alto del mio luccicante trono di redattore presumibilmente stipendiato mi riservo la possibilità di rispedire al mittente prenotazioni da parte di parassiti che non hanno mai dimostrato sufficiente impegno in quella certa sezione, non rispettando le regole di stesura né quelle di lunghezza dei contenuti.
Infine vi segnalo che la deadline massima per la pubblicazione sono le 21 di ogni giorno, quindi cercate di consegnare tutto entro le 19 30, massimo le 20. Non posso rimanere al lavoro ogni santo giorno fino alle 22 per colpa delle vostre fregnacce.
La domanda, poi, sorge spontanea (sì, mi manda Lubrano, e pure un po’ il demonio). In tutto sono circa dieci o dodici articoli al giorno. Possibile che non si riesca a preparare per tempo un numero così esiguo di contenuti, per giunta copiati da altri siti? E dire che soltanto due mesi fa se ne pubblicavano il doppio.
Andate a fare in culo.
Firmato,
Il Primo con la solitudine
Meglio mai che tardi
1 marEra una notte buia (anche per forza) e non tempestosa. La neve era già concime liquido per le piante, e la pioggia non scendeva mica copiosa come fosse spread. Ero reduce da una due-giorni clamorosa. Mia nonna che ci ha lasciato, il lavoro che mi è piovuto addosso venendo giù in picchiata (lui sì come lo spread), e poi le solite montagne russe del cuore. Ero spossato, spolpato. Ero ridotto a una purea di KronaKus, quella che si dà agli aspiranti cronisti ancora in fasce per farli crescere sani e pigri.
Erano le 3 45, ovviamente della notte. Avevo scritto pezzi, ne avevo sistemato altri, mi ero concesso pure una discreta pausa dopo la quale avevo scritto un articolo di quelli da tre euro lordi. Così, giusto per levarmi il dente. Ma i denti non fanno male quando te li levi. E’ quando te li lavi che succede il finimondo. Avevo impugnato lo spazzolino. Stavo oscillando con la mano. Su e giù, su e giù. A passo di lumaca zoppa con una villetta a schiera al posto del guscio. Su e giù, su e giù, con una gran flemma. Sembravo una zoccola a fine servizio. Poi mi sono tolto le lenti a contatto, anche se con gli occhi chiusi, confesso, ho fatto un po’ di fatica. Ma all’improvviso li ho spalancati. Mi sono guardato allo specchio. Giusto il tempo di notare le occhiaie scese ad altezza capezzoli, poi mi sono messo le mani sui capelli (non sui capezzoli). Se ne stavano fermi lì (sia i capelli che i capezzoli). Uno di qua e uno di là (sì, anche i capezzoli, ma sto parlando dei capelli), ma comunque c’erano. Anche se per via di quel pensiero fulminante ho rischiato di perderli in un battibaleno. I capelli.
Ricordarsi alle 3 45 della notte di avere un articolo urgente da sistemare per la mattina dopo è un colpo che non auguro a nessuno.
Rossella Urru, la farfalla che non vola più
29 feb
E’ bella pure lei, ma non avendo libellule incastrate nel pube non se la fila nessuno. Vorrei davvero che Rossella diventasse la nuova Belen. Questa libellula è rimasta incastrata nel pube algerino. E’ successo quattro mesi fa. E’ caduta in un brutto retino, ma nessuno ha mosso un dito per lei. Tutti presi con altre farfalle, di quelle che solleticano, che provocano dolci pruriti.
Guardatela bene. E’ bella pure lei, anche se non scende dalla scalinata dell’Ariston con uno spacco sub-ascellare. Eppure a Sanremo c’è finita lo stesso, grazie a una comica che sa far ridere ma pure riflettere. Sotto i riflettori c’è tornata anche grazie all’uomo che meglio di tutti sa bucare lo schermo, e che per questo sa anche ricucirlo laddove lui buca la notizia. Geppi e Fiorello hanno contribuito a fare di questo 29 febbraio un giorno davvero speciale. Non perché bisestile, non perché Gioacchino Rossini può festeggiare di nuovo il suo compleanno (come ci ricorda anche Google), ma perché il web ha preso la parola, ha urlato contro gli altri media, ha attirato l’attenzione che ci voleva e come ci voleva. E pure i tiggì hanno rivolto lo sguardo verso altre farfalle.
Oggi è il Rossella Urru Blogging Day. Oggi la tv smette di dormire, almeno per un po’. Oggi non ci parleranno soltanto dei baci con la lingua tra Capitan Schettino e la non-badante che si faceva in nome di una strana Concordia. Per ventiquatt’ore il tubo catodico si ricorderà del ruolo che può ancora giocare. Perché non ci sono soltanto le liberalizzazioni in arrivo, ma anche le liberazioni che non arrivano.
Clicca qui per saperne di più. Saperne di meno non ti servirebbe a niente.
Nella notte dei tre euro al pezzo
8 febNella notte dei tre euro al pezzo senti che il tuo tempo è come un pc del ’98. Svalutato.
Nella notte dei tre euro al pezzo senti che il tuo lavoro ha lo stesso rango di un hobby generoso. Ti appaga, forse ti paga. Ma con molta timidezza.
Nella notte dei tre euro al pezzo ti sembra di fare il fornaio, e almeno questa è una bellissima sensazione. Ti pare di sfornare delle pizze farcite da far invidia alla migliore delle pale da forno della città. Sono lì, pronte da vendere. Tre euro al pezzo.
Nella notte dei tre euro al pezzo senti un freddo che più freddo non si può, e ti viene voglia di vendere la neve agli eschimesi. Avrebbe comunque più senso di questo scribacchiare sottopagato, e quantomeno potresti approfittarne per riaccompagnare a casa il pinguino che si è stabilito nel tuo salotto ormai da giorni.
Nella notte dei tre euro al pezzo ne fai tre. E fanno nove verdoni. Ma poi pensi che in realtà sono diciotto, perché nove ne hai guadagnati, ma altrettanti ne hai risparmiati stando di fronte a un computer, evitando di sprecare le tue lancette andando al cinema con un amico e poi facendoti una birra (piccola, che sennò chi la paga?!).
Nella notte dei tre euro al pezzo ritrovi il gusto di leggere, perché appena finito hai la testa che ancora fuma, ed è recettiva come uno Spongebob un po’ meno scemo. Il gusto di scrivere invece è già uscito di casa, nudo e con solo tre euro lordi in tasca. In cerca di un nuovo perché, da trovare chissà dove.
La solitudine dei primi
2 febUn tempo c’erano i pacchi bomba. Erano improvvisi e, soprattutto, molto molto pericolosi. Oggi le poste si sono trasformate in sottospecie di banche, e chi scrive a qualcuno lo fa quasi sempre in bit. E’ l’epoca delle missive virtuali. Il tempo delle mail bomba.
Le mie non sono poi tanto improvvise, anzi, ormai me le aspetto proprio. Pericolose invece lo sono, soprattutto per i nervi. L’assurdità di certe parole mi rimbomba dentro, e mi ricorda come io sia nato nell’epoca sbagliata. Una in cui chi lavora non viene pagato né in denaro né in rispetto. Ci sono testate da prendere a testate, che ti danno tre euro al pezzo (lordi, s’intende) e pretendono l’inverosimile. Oltre il danno, la beffa. I redattori ti scrivono in casella, a te come a tutti gli altri collaboratori, per ricordarti quanto sei idiota. E per dimostrarti quanto lo sono soprattutto loro.
Scrivi. Impagini. Tagli le foto e le carichi nel server. Titoli. Fai i sommari. Metti le didascalie. Controlli se hai rispettato le regole SEO. Ti accorgi che qualcosa non va. Riscrivi. Reimpagini. Tagli le foto e poi passi alle vene. Fai tutto questo e ti accorgi che è già passata più di un’ora. Ma la consapevolezza che fa più male è quella di aver sprecato tutto questo tempo per una cifra che ti ripagherà sì e no della corrente consumata, delle suole logorate sbattendo i piedi dal nervoso e dell’usura dei polpastrelli. Tic tic tic. Mai visto un simile spreco di cellule morte su una tastiera.
Poi ti rilassi. E’ notte, perciò ti rilassi. E’ un tuo diritto rilassarti almeno la notte. Prima di addormentarti, però, controlli le mail. Ormai è una prassi consolidata. Dare un’occhiata alla posta è spesso l’ultima cosa che fai ogni giorno, ma anche la prima del dì che segue. E trovi lei, la mail bomba del solito redattore, lui e lui soltanto, che quasi ogni notte tedia tutti i collaboratori con rimproveri e minacce neanche tanto velate. Avvertimenti, moniti, ultimatum. Io non so esattamente con che capre abbia a che fare, ma di certo lui è il pastore più rompicoglioni che abbia mai visto. E’ il primo tra noi poveri coglioni, nel senso che è il capo (sigh!), uno dei nostri superiori prima della direzione. Un dispensatore di accuse rivolte a chi percepisce soltanto tre euro a botta e non ne percepisce il motivo. Me lo immagino davanti al suo schermo, alle tre della notte, a fare un lavoro per cui forse è pure stipendiato (oh, quale privilegio!). Luce blu che si riflette sulle gote scavate, e due occhi tanto tanto spenti. Ma la solitudine dei primi ti porta a dare i numeri. Ti controlli le tasche, e le vedi vuote. L’unica cosa piena è una casella di posta virtuale colma di improbabili accuse rivolte a un gregge legittimamente demotivato. Istruzioni per l’uso che sarebbero pure sensate, se non fossero condite con litri e litri di piccantissima arroganza. E ti vien voglia di rispedire la mail bomba al mittente, sperando che esploda non appena arrivata a destinazione.
Rosso relativo
29 dicGhiro ripieno. No, non è il mio menu di Capodanno, ma l’attacco, l’incipit, della mia biografia più recente. Sono fermo, tranquillo, come un semaforo. Ora c’è il rosso. Perciò sono fermo, sì. Ma non con la mente, che quella ferma non lo è mai. Con il corpo resto in panciolle. Aspetto. Temporeggio. Ho il sonno facile. Mangio come un porco. Un ghiro ripieno, sì.
Oggi una prima sveglia. Mi è arrivata una lettera dall’esimio Ordine regionale. Non me l’hanno spedita per farmi gli auguri. Dentro non c’erano biglietti rossi vestiti a festa, ma moniti per mandare un po’ più in rosso il mio conto bancario. E io sto fermo. Resto in panciolle, sì, ma non con la mente. Che quella, no, non è ferma mai. Penso e ripenso al senso di tutto questo. E non lo trovo. So che qualcosa è cambiato. Monti ha smosso mari e suoi omonimi. Gli Ordini non sono più gli stessi. Credo. Mi era giunta voce che quello dei giornalisti non abbia più nemmeno il potere di sanzionare i suoi iscritti in caso di comportamento inadeguato (passatemi l’eufemismo). Non ne sono sicuro, eh. Un ghiro ripieno resta fedele a se stesso, bloccato nel suo torpore finto-festivo. S’ingozza ma non si schioda. E, paradosso dei paradossi, nemmeno s’informa. Nemmeno se informa di professione. Nemmeno se certe cose lo toccano da vicino.
Ammetto le mie inadempienze (perdonatemi il parolone, prometto di non usarne più fino al prossim’anno), ma l’aumento della quota annuale richiesta all’Ordine mi sa comunque una forzatura. Anche se non so bene come stanno le cose. A volte sento di aver sprecato più di due anni e mezzo della mia vita a rincorrere un tesserino in pelle di stagista che finora ha avuto l’unico merito di farmi entrare a scrocco a una mostra di Hiroshige e al Romics del 2010. Il resto è nebbia, e tanta tanta noia. Io che non mi annoio mai, perché ho la mente che non si ferma mai. Ma vedo male. Vedo rosso. E allora sto fermo, tranquillo, come un semaforo. Resto un ghiro ripieno. Che se mi risveglio toro son falli Fernet.
Off
17 dicAscolto Rockfeller blaterare di fronte a quell’Obama mancato di Carlo Conti. Quello stronzo di un pupazzo, talmente squattrinato che non si può permettere nemmeno una voce propria, si azzarda a ricordare che sono passati venticinque anni dalla sua prima apparizione. Io lui me lo ricordo. Ero poco più che un feto dispensatore di caccapupù, ma me lo ricordo. Mi faccio due conti (che non sono due Obama mancati), e mi accorgo che il tempo non è veloce come la luce. E’ la luce.
Ditemelo voi dove sta l’interruttore. Voglio fermare questa corsa. Anzi, va, facciamo che la rallento, non vorrei essere frainteso. A ventotto anni ormai avviati non ho ancora un contratto vero. Ho soltanto una collaborazione divertente ed appagante, ma non il lavoro della vita. Il problema non è cosa faccio, che a fare pezzi sui programmi tv ci potrei passare pure la vita. Il punto sono i soldi che entrano, e che visti i tempi che corrono (oh, come corrono!) non sono nemmeno pochi, anzi, ma non bastano per fare di me un ometto economicamente indipendente. E la pensione? Più mi avvicino più lei si allontana. E dire che mi sono appena fatto la doccia.
Rockfeller pensaci tu. Sai, succede anche a me: a volte mi chiamano “pupazzo”. Tu che sei altrettanto finto sei riuscito a farti strada. Aiutami, per favore, a farmene una mia (di strada). Mettimi tra i famosi, possibilmente senza l’isola dei, sulla quale dovrei condividere pesci lessi con quei pesci lessi che si fanno chiamare “naufraghi”. Ti prego, ragazzone plasticoso dal becco grande e arancione, aiuta questo aspirante cronista. Ti prometto che quando avrò fatto i soldi ti comprerò pure un bel paio di corde vocali, così potrai fare tutto da solo.
Ti vanno bene quelle di Sandra Milo?
…
…
…
…Rockfeller?
…Rockfeller?!
…Rockfeller dove sei?!
…Rockyyy!!
…Rockynuccioooooo!!!
…Rockyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyy!!!
…
…
…
Sob.

Al Massimo mi sparo
1 dicMartedì, 0.05
Vedere Vespa che improvvisa momenti di varietà è quasi peggio di sapere che in studio con lui c’è pure Giletti.
Roba da spararsi.
Martedì, 0.46
Stasera mi sto trovando troppe volte d’accordo con Giletti.
Sparatemi.
Mercoledì, 15.28
Odio pranzare tardi. Sì, lo so che è colpa mia che torno dalla piscina quando è quasi l’ora della merenda. Ma odio lo stesso mangiare tardi. Il problema è che mentre mangio mia madre (mentre mangio, mia madre) tiene accesa quella cosa quadrata.. quella che fa luce e ciarla di continuo.. come diavolo si chiama.. ah sì, la tv. Mia madre tiene accesa la tv e mi tocca vedere un po’ de La vita in diretta. E quasi mi manca Giletti.
Ok, mi sparo da me.
Monster tax
24 nov
Le nonne sono quelle dei vecchi rimedi. Quelle delle minestre che curano ogni male, e che van bene pure se riscaldate. Quelle che sanno tutto perché la vita se la portano in spalla. Zainetto di rughe, bagaglio di esperienze.
Prendiamo la mia. L’Europa sprofonda nella crisi, il resto del mondo pure. Questa palla azzurrognola è piena di furbi e di lacché, di volpi e di cani. Ma per questa folle terra di Spread & Toby mia nonna ha trovato la soluzione a ogni problema. Il professor Monti è premier da un battito di ciglia, e già pensa di salvare la baracca ripristinando l’Ici, ripescandola dal cimitero delle imposte defunte come uno stregone evoca i morti dall’oltretomba. Per non parlare della tassa sul cane, pettegolezzo che spero rimanga soltanto tale. Non so Spread, ma Toby potrebbe prenderla davvero male.
Mia nonna. Mia nonna, invece. Mia nonna sì che saprebbe come fare.
Lunedì pomeriggio ero a casa sua. Su RaiUno andava in onda La vita in diretta, il programma-truffa più spudorato della tv. Perché quella è tutto tranne che vita. E meno male. Si scimmiotta il giornalismo facendo il lifting ai tormentoni giudiziari e di costume del momento, roba trita e ritrita. Scazzi sulla povera Sarah, e la povera Melania, “rea” di una morte così triste e prematura da dover morire ogni due o tre settimane, sacrificata sull’altare pietoso e impietoso dello share. Questo sensazionalismo non è per niente sensazionale, e mi lascia sensazioni che non vorrei avere. Poi all’improvviso tutto si ferma. La macchina del sangue si prende una pausa, e per qualche minuto lascia spazio a quel canotto biondo che va in giro dicendo di chiamarsi Ivana Spagna. Ed è una giostra che va, questa vita che non si ferma mai. Ma questo non significa che verso fine corsa ci si debba trasformare in delle bambole gonfiabili che fanno comparsate in tv per non sentirsi sgonfie dentro.
Tanto è bastato per suggerire a mia nonna la migliore delle soluzioni anti-crisi: una tassa per la mostruosità a carico di chi si sforma per via chirurgica pensando di rallentare le lancette dell’esistenza. Una specie di monster tax, diciamo.
Abbiamo passato il pomeriggio davanti a quel piccolo schermo. Mia nonna ha criticato qualunque persona, cosa o animale abbia avuto il coraggio di passare di fronte alle telecamere, ma senza mai osare prendere il telecomando e regalarsi un po’ di quiete decidendo di spegnere. Tutto normale. E’ pur sempre la mamma di Mister Paradosso.
Il gallo del malaugurio (2)
18 novE dire che stavo soltanto cazzeggiando con il mio iPhone. Il giornale dei sogni non arriva mica in questa sperduta Baia delle Zanzare, e allora mi sono procurato la mia bella app che in un tap mi rende up aggiornandomi sulle sue uscite. E tutto questo alla modica cifra di zero cent, anche se alla fine il quotidiano me lo leggo con almeno un giorno di ritardo sull’uscita effettiva. Un vero affare (e ci manca che devo pure pagarlo, il giornale che mi deve due sfoglie da cento che probabilmente non vedrò mai).
Purtroppo il cazzeggio si è presto trasformato in qualcos’altro. Dal mio solito ghigno sornione sono passato ad avere un’espressione tipo Urlo di Munch. Ho aperto l’ultima edizione uscita e tanti saluti. Letteralmente.
Fa male sapere che dietro tutto questo ci sono i ricatti di un partito che un tempo si è preso anche il mio voto. Oggi mi vedrei bene dal concederglielo. A maggior ragione adesso, nonostante condivida le idee di fondo di certe teste calde che però hanno dimostrato di essere pure vuote, figlie di un sistema che dovrebbero combattere, e non assecondarlo fino a scomparire in questo mare di indecenza. Stiamo andando veramente a fondo. Questi partiti sono partiti di testa. Gli interessi della politica hanno fatto terra bruciata a chi avrebbe semplicemente voluto fare il proprio mestiere. L’arroganza ha trionfato sull’onestà. E’ un mondo di merda, e puzza da far schifo.
Il gallo del malaugurio
17 novDriiin. Svegliati, pargoletto svegliati. Che il tempo dei sogni ormai è finito. Svegliati, cronista sognatore cronico. Il tuo giornale dei sogni è morto, o perlomeno è finito in rianimazione sospesa. Il mercato non ha scrupoli, e la macchina del fango è molto più di una definizione coniata da Saviano. E’ un mondo piccolo fatto di gente piccola. E di un mercato largo come la cruna di un ago.
Questo è un fulmine a ciel variabile. Che sarò pure ingenuo, ma non al punto da non capire che tirava una cattiva aria ormai da tempo. Un anno fa mi sono imbarcato con loro. Oggi mi mancano all’appello la bellezza di duecento euro. D’altronde da quella sponda ho sempre ricevuto parole di stima, ma mai quattrini.
Non ho mai avuto le pupille a forma di euro, e non è certo questo il momento migliore per cominciare ad averle. Mi tengo stretto la mia nicchia dorata, fatta di belle parole, di articoli gioiosi, di una scrittura addobbata a festa con perle creative e ghirigori verbali. Mi tengo il mio mondo piccolo fatto di cose piccole. Un mondo che mi ripaga in complimenti, ma anche con bonifici puntuali.
Guardo avanti. In fondo qui intorno la terra era bruciata già da un po’. E incrocio le dita. Il giornale dei sogni potrebbe tornare dall’aldilà. Ma al di là di questo io resto nell’aldiquà. Occhi vigili e sguardo attento. Sono un cronista sognatore cronico, ma ho ancora orecchie buone per sentire quando la sveglia suona.
Si prega di spostare questo post entro 90 minuti
7 novMa va in pensio’, ridicolo!!. Quando comincia il Tg4 mio padre diventa proprio un impertinente. E chissà cosa dirà della multa che ho appena preso (mio padre, non Emilio Fede), di un importo pari a tredici articoli scritti per il portale spilorcio (e vi assicuro che è davvero una multina mignon, ma a colpi di 3 euro al pezzo si fa presto ad andar su di numero..). Spero che Mister Paradosso capisca, che il mio genitore maschio riesca ad accettare la mia versione dei fatti. E’ che io pensavo che il disco orario fosse un vinile con le lancette. Ma non ho fatto in tempo a raggiungere l’ultimo negozio di musica del centro, l’ultimo prima dell’inevitabile estinzione, che già i vigili erano passati a fare il punto della mia Punto e del mio parcheggio birichino. Gliele suonerei io, a quelli, altroché dischi e vinili. Ho una gran voglia di andare lì in caserma. Una bella vendetta e l’animo si alleggerisce. Metterei su un cd e glielo farei ascoltare tutto, dall’inizio alla fine. Un disco degli Zero Assoluto, una band di cui apprezzo tanto l’onestà. Non è da tutti darsi un nome che avverta dell’effettivo valore di quello si sta per ascoltare. Un po’ come quel ragazzaccio di 50 Cent, insomma. Poi c’è quella barbosa della Mannoia, e quell’altro che per ascoltarlo è meglio battere il Ferro finché è caldo. Insomma c’è musica e musica. Mica come i vigili. Quelli son capaci di suonare giusto un fischietto da arbitro in cassa integrazione.
Doppio binario
28 ottHo due piedi infilati in altrettante staffe. Una mi rispetta come uomo e come lavoratore, l’altra soltanto come uomo. Scrivo contemporaneamente per un periodico onesto e per un sito d’informazione che invece è senza portafoglio come il più inutile dei ministeri. Sullo sfondo riviste morte sul nascere e altre di futuro concepimento. Vuoi o non vuoi, la mamma dell’editoria è sempre incinta. Poi il quotidiano dei miei sogni, quello con cui collaboro da un anno, ma che da mesi rifiuta le mie proposte facendole annegare nel silenzio. E che, soprattutto, sembra non avere nemmeno un portamonete di pezza.
Ma oggi le cose sono cambiate. Lavoro, e in questo mondo di crisi perenne (al quadrato) è già roba da Lourdes. La gente per cui scrivo non è tutta uguale. In questo mondo ci sono pesi e misure differenti per trattare chi ha da offrire le proprie parole. Vivo dentro un solo treno, ma dal doppio binario. E vado avanti. L’importante è non deragliare.
Black bloc notes
25 ottE’ stata una settimana davvero poco enigmistica. E tantomeno enigmatica. A me è sembrato tutto molto chiaro. Perché è chiaro che così non va. Così chiaro che mi viene da guardare il mio tesserino da giornalista e da domandarmi per quale fottutissimo motivo non abbia preferito fare lo spazzacamino. Magari adesso non mi sentirei parte integrante di questa farsa. Magari ora vedrei le cose con più distacco. Invece no. Oggi mi tocca stare qui a prendere appunti sul mio block notes nero, a scaricare il marcio della settimana come il commesso di un supermercato (possibilmente senz’aria condizionata, grazie) che ogni tot butta via le cose scadute dal bancofrigo.
La chiamano informazione, ma a me sembra essere più azione senza informare. Notizie ridondanti sparate con pistole dal mirino impeccabile, nel nome di un diritto di cronaca smarrito tra capri espiatori trovati sul campo e impulsi da voyeur mancati. Mancati, ma poco così. Sì, oggi sono bacchettone. Anche perché ho un sassolino nella scarpa che mi devo togliere (mi devo togliere il sassolino, non la scarpa). Non capisco se il bloc notes sia stato annerito dalla cronaca o se sia stato il bloc notes ad annerire lei. Se siano i fatti a essere così cupi, o se siano i loro narratori ad aver scurito ad arte tutto quanto.
Ho passato la settimana a guardare telegiornali che sono più simili ad avvoltoi che a piccioni viaggiatori. E dire che dovrebbe essere il contrario. Si sono messi a contare anche i peli del culo di quei delinquenti dei black bloc, hanno fatto le pulci a ogni loro singolo passo. Fino a che le ragioni dei manifestanti pacifici non sono diventate marginali. Un surplus. Una notiziola da mettere in coda al servizio. Qualcosa di nicchia, alla stregua di un’indiscrezione, talmente di nicchia da finire nel dimenticatoio nel giro di mezza edizione. Che cosa straordinaria. Due giorni fa Giletti si domandava ancora se i tipi incappucciati fossero guerriglieri oppure semplici criminali. Come se non si sapesse. Come se la protesta, quella vera, andata a puttane come il più tradizionalista dei politici, non avesse più nessuna importanza. E ci sono cascati tutti, tutti i colleghi dei tiggì. Gli stessi che ci hanno proposto fino allo sfinimento le immagini del massacro di Gheddafi, come fosse il trailer del nuovo film splatter di Sam Raimi. La Casa 8 – Libidine Libica. Roba da tenere lontano dalla portata dei bambini, gli stessi bambini seduti a tavola all’ora del Tutti zitti, c’è Mentana (sì, c’è cascato pure lui). Nel ’90 quattro illuminati si sono inventati la Carta di Treviso per tutelare i minori, ma lasciando ai minorati la direzione delle varie testate. Gente che fa tutto questo e che lo spaccia per un preciso dovere, come se la sete di vendetta del popolo libico non la si potesse raccontare a parole senza mandare in onda quelle immagini cruente a mo’ di tormento(ne) estivo. Come se la descrizione della violenza non bastasse a rendere l’idea. No, meglio dare tutto in pasto al popolino senza prima metter via la merda. Mettiamo in piazza la morte di un uomo, anche se forse (forse) non era più tale (un uomo). Facciamo di quel video sanguinolento una sorta di disco rotto da suonare a ripetizione, come se dopo la mancata pubblicazione delle foto del cadavere di Bin Laden si avesse un debito morale da ripagare allo spettatore.
Nemmeno io credo se non vedo, ma non credo di aver voluto vedere quello che ho visto. Non credo nei cadaveri come trofei. Non credo nell’estetica deviata dei morti in vetrina. Vivo di sensazioni, non di sensazionalismo. Sono per lo notizia nuda e cruda, ma non gradisco chi mi prende per lo stomaco, per le palle e tantomeno per il culo. Non legittimo la violenza sacrificando la mia pietà sull’altare del dio catodico. No. Io non sono Mentana. Io non sono Giletti. Ma questa è un’altra storia.
Nuova ossessione
21 ottGuardo il calendario e ancora non ci credo. Non è possibile. No, non è proprio possibile. Credo nel cambiamento, ed è per questo che tre anni fa ho falsificato i documenti per fingermi statunitense e dare il mio voto a Obama (oggi con quelle stesse carte ci gioco a scopa, almeno saranno servite a qualcosa). Ma a una transizione così rapida non riesco a dare credito, non posso riporre in tutto questo la mia preziosa fiducia (non sono mica un parlamentare all’acqua di rose, io). E’ assurdo come la mia vita abbia cambiato faccia con tutta questa fretta. Eppure è così. A meno che non abbia le visioni, cosa che tenderei a non escludere.
E’ notte fonda, e io ho appena finito di scrivere il mio pezzo per domani. Cercate di capirmi, devo pur finanziarmi il mio cornetto con cappuccino, o il nuovo numero de Il Male di Vauro e Vincino (che costa più di quanto guadagno a ogni articolo scritto per quel famoso portale femminile, appunto perché sono tre euro lordi e non netti). Devo pur accumulare qualche centesimo (dire “euro” sarebbe eccessivo e fuorviante). Perciò, sì, ho scritto fino a poco fa. Anche se sono quasi le tre e mio padre si sta facendo il penultimo sonno della notte (il primo se l’è fatto subito dopo le estrazioni del lotto). E fin qui tutto normale. Io che scrivo la notte è pura routine. La novità sta nel contesto, nei discorsi che mi vengono fatti. Nel bianco diventato nero e nel nero diventato bianco. Rispetto a prima posso dire di vedere la mia vita al negativo. Anche se credo che il negativo, in fondo, fosse quello di prima.
Mia madre mi ha dato la buonanotte mentre mi stavo preparando una tisana con dentro strane erbe che mi hanno promesso di farmi passare questa tosse maledetta. Parola di pusher. Bene. Magari sarà per via di quei fumi che ho sentito quello che ho sentito, che ho captato che l’aria è già cambiata, così tanto e così velocemente. La mia genitrice è preoccupata per me. Mi vede sempre davanti allo schermo, a battere tasti come un ossesso. Mi vede lavorare, e mi ha praticamente detto che così è troppo. Proprio lei che fino a un mese fa non faceva che ripetermi che era arrivata l’ora di concretizzare. Che questa casa non è un albergo, bene che vada un bed & breakfast a una stella. E pure cadente (la stella, non il bed & breakfast). Oggi invece mi ha puntualizzato che non esco più (andrei volentieri a correre, ma tra tosse e meteo schizofrenico preferisco non rischiare), e che parlo sempre del portale femminile per cui scrivo. Oh cribbio, mi sarò mica innamorata?!
Saranno i tre euro lordi al pezzo ad avermi sedotto. Gli stessi tre euro lordi che hanno spinto mia madre a dirmi che forse non ne vale la pena, e che tutto questo impegno non viene ripagato come dovrebbe. Non posso darle torto. Il punto è che tra articoli da fare, blog da aggiornare, curriculum da spedire e candidature da presentare mi ritrovo sempre qui davanti, a pomiciare spassionatamente con il mio diciassette pollici (miracoli della cibernetica!). Io di pollici ne ho soltanto quattro (due dei quali sigillati dentro calzini termoriscaldati per via dei miei piedi perennemente a temperatura polaretto), e di cervello appena uno. Pure lui al lordo (delle mie tare). Ma mia madre è stata netta. Secondo lei dovrei staccare un po’ la spina. Io però non sono mai stato bravo a capare il pesce, e poi ho troppa paura di prendere la scossa. Temo di subire uno shock che mi svegli dal torpore di questa iperattività poco cosciente. Che mi capiti qualcosa che mi faccia capire che sto perdendo l’unico grande tesoro che ho davvero. Il mio amato, preziosissimo tempo.
Questione di palle
5 ottSento come delle unghie su una lavagna. E’ un suono che a molti dà un gran fastidio. A me pure, ma riesco a sopportarlo meglio di altri. Artigli aguzzi come coltelli che grattano su grafite nerissima. Per alcuni un gran baccano, per me una variabile impazzita, un sintomo, la metafora di qualcosa che non va. Di qualcosa che stride. E in effetti è così. Sì.
Ieri ho passato la serata al pub con gli amici. Dovevo fare un favore a uno di loro, innamorato cotto di una sua collega. Io e un altro abbiamo acceso delle lanterne di carta, quelle che si usano in certe feste d’estate, quelle che s’involano e fanno luce per circa un minuto e mezzo per poi precipitare giù come rimasugli di satellite. Tutto questo a debita distanza, per non farci vedere, mentre i piccioncini si godevano un momento di pseudoromanticismo sulla sabbia gelida di un inizio ottobre che di giorno sa di fine estate e la notte sa di vigilia di Natale. Nell’attesa di andare in riva al mare ci siamo bevuti birra e vino (rigorosamente offerti dall’amico caduto vittima di quel serial killer legalizzato che prende il nome di Cupido), nella speranza di non star mettendo troppo a dura prova i nostri poveri fegati. Abbiamo aggiunto uno shortino poi ci siamo avventurati in spiaggia, schivando posti di blocco neanche fossimo gli Alberto Tomba dell’asfalto (mentre scrivo immagino mia madre che legge e strabuzza gli occhi… se nei prossimi giorni doveste vedere un giovincello per strada con un vecchio giornale sotto braccio offritegli pure del cibo: è probabile che sia io).
Tra una botta di cirrosi epatica e l’altra, prima di andare via dal pub mi sono trastullato un po’ con Facebook dal mio cellulare. In quel momento mi ha contattato la mia amica giornalista, Robomba Perdi, nientemeno che da Haiti. Mi ha raccontato del poco cibo a disposizione, delle bidonville attraversate da sola, e alla fine mi ha salutato dicendomi di dover rientrare in tenda prima dell’arrivo dei topi. Io stavo sorseggiando Brachetto in un pub pieno di coppiette arrapate, mentre lei stava schivando ratti haitiani con la faccia di Wyclef Jean. Io stavo raccontando al mio compagno di lanterna della paga più che dignitosa promessami dal periodico che mi ha voluto come collaboratore, mentre lei mi stava dicendo dei cento eurini presi per la sua ultima intervista in esclusiva, quella per la cui pubblicazione mi ero adoperato pure io.
Tra noi c’è un dislivello retributivo davvero notevole, ma soprattutto c’è una grande differenza tra i rischi che corre lei per cercare notizie sul posto e la morbida imbottitura della mia ormai proverbiale poltrona da direttore (di cosa, poi, non si è ancora capito). E gliel’ho detto, alla Robomba: Tu hai molte più palle di me. Lei ha ammesso che sì, per fare quello che fa ci vuole una buona dose d’incoscienza. E lo credo bene. Ma a me mamma-etilometro-premier-velina ha fornito una dose di razionalità sopra la media, tanto che a volte arrivo a uccidere certi miei slanci con le mie stesse mani. Una sorta di aborto dell’entusiasmo che mi fa tanta rabbia, e che mi fa venire voglia di uscire dal mio stesso corpo per infilarmi in quello di Jessica Alba. Cosa che farei volentieri a prescindere.
Etcì tiggì
30 setDicono sia colpa dei malanni preautunnali. Ma qua è tutto un preautunno, e non mi sembra il caso di dare la colpa ai tori se siamo tutti un po’ cornuti. Dicono sia un problema di stagione, di un clima allo sbando che va dai mari ai monti passando per le campagne. Ma qua è tutto in alto mare, i monti dell’economia sono sempre tre (un minzolino d’oro a chi capisce questa) e la campagna è eternamente elettorale.
E in mezzo ci siamo noi, coglioni da scrutinio dopo una tornata elettorale a cui oggi in molti vorrebbero tornare davvero. Siamo tutti sotto processo, intercettati da un buon senso che oggi fa un po’ senso perché non è poi più tanto buon. E buon per voi che ancora ce la fate a reggere questi tiggì. Io i giornali (tele e non) dovrei farli per mestiere. Li farei volentieri, se me li facessero fare. Scriverei i miei bei pezzi, anzi li scriverei anche tutti interi. Articoli da regalo. Ma no, col pene che ve li regalerei. Devo pur portare a casa la pagnotta, che sennò qua lo sfilatino me lo mettono dove non batte il sole. E quando non batte il sole. Poi trovatelo voi un forno aperto alle due del mattino. Va a finire che senza pane m’attacco al pene. Già che tra pene e Penati mi fanno tutti un po’ pena, mentre il paese pena le pene dell’inferno. Si attaccassero al pene pure loro, eccheppene, oh! Ho visto il tiggì e mi sono impenato. E ho anche capito che i malanni di stagione non c’entrano proprio un pene col mio penoso starnutire. E’ che sono diventato allergico al tiggì e a tutti i suoi derivati, e ve lo dico così, pene al pene vino al vino. E’ che non gradisco quel che vedo e neppure quel che sento. Rigetto le informazioni date così, alla pene di cane. Le percepisco come fossero batteri, come fossero lo specchio di una cancrena para-giornalistica che fossilizza il paese senza la possibilità di mandarci (a quel paese) chi davvero se lo meriterebbe.
Adesso l’aspirante prende un’aspirina perché aspira a stare meglio. Che domani è un altro giorno. Un altro giorno di malanni nazionali da far pena al pene.
(ogni riferimento a organi riproduttivi maschili è puramente dis-causale)
Amarcord blues
24 setRipenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quello che avevo definito il giornale dei sogni. L’avevo chiamato così perché si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose. Oggi credo ci si stia ancora bene, ci si senta ancora bene. Che si facciano ancora buone cose, invece, lo so per certo. Perché a volte li seguo, quei burloni, ma sempre a debita distanza. Con loro ho un contratto di collaborazione della durata di anno. E sta per scadere. Quell’anno è quasi finito. E io ripenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quel giornale dei sogni. Poi penso a oggi, e capisco che il sogno sarebbe piazzarci su un pezzo col mio nome. Farlo davvero. Sentire che c’è un mondo al di là di questo limbo avvilente. Percepire che appartengo ancora almeno un po’ a quel posto di carta in cui si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose.
Invece sto qui a rimuginare su quanto sia difficile farne parte, su quanto inserirsi con un proprio articolo corrisponda a un’impresa bella e buona. Ci vorrebbe un piccolo scoop personale, una notizia tascabile ma che faccia scalpore. Niente roba di seconda mano, che sennò rischi di passare per scemo. E a ragione. E’ da scemi pensare che un giornaletto, bello ma grosso quanto un chihuahua nano, possa pagare l’ultimo arrivato per notizie che un qualsiasi redattore stipendiato potrebbe trovare su Google per poi rimescolarle a piacimento. E’ altrettanto da scemi pensare di farsi largo con interviste in esclusiva a illustri figuri che lasciano scritto su Facebook il proprio numero di cellulare, e che quindi chiunque potrebbe contattare. I pochi soldi che girano sono destinati a loro, i redattori stipendiati (forse). I collaboratori vengono dopo (sempre forse), e nell’attesa non possono far altro che guardarsi intorno, all’eterna ricerca della sacra notizia. Per poi ritrovarsi con le mani vuote e con le tasche ancor di più. Ché quel poco che trovi lo capitalizzi con un grazie e po’ di soldi del Monopoli. E allora ti volti, ti volti un’altra volta. Ripensi al pieno di un anno fa e al vuoto di oggi. E ti riscopri a giocare a trova le differenze immerso nel tuo amarcord blues.
Vuoi vedere che… (2)
6 setRobomba Perdi è online
Robomba Perdi: ehi kronny, ciao! ti disturbo?
KronaKus: ciao roby, vado e vengo. dimmi..
Robomba Perdi: mmm.. no no, tranquillo. volevo far due chiacchiere, ma se vai e vieni parliamo la prossima volta!
KronaKus: no no, dai! dimmi.
Robomba Perdi: ok… lo sai che parto per destinazioneignotachenonvièdatosapere?!
KronaKus: sei sempre in movimento, complimenti! reporter pure lì?
Robomba Perdi: sì sì, vado a fare un reportage. mi appoggio per un po’ a una fondazione onlus. poi ho trovato uno sponsor che mi paga il viaggio! e niente, ora sto definendo un po’ il programma. mi son già fatta tutti i vaccini di ‘sto mondo e di quell’altro..
KronaKus: insomma potresti anche andare su marte senza problemi. quando vai? non su marte, eh..
Robomba Perdi: fine mese.
KronaKus: hai già chi ti prende i pezzi?
Robomba Perdi: bella domanda. forse quella famosa agenzia con cui ho iniziato a collaborare dopo essere tornata dall’altradestinazionechenonvièdatosapere. poi c’è quell’altro sito d’inchieste per cui scrivo da un mesetto. dovrei riuscire a metterci qualcosa. inoltre l’azienda che mi paga il viaggio mi ha fatto capire che spingerà per farmi pubblicare qualcosa su qualche settimanale di punta. però, se mi chiedi certezze.. nada!
KronaKus: la cantante? ha messo su un giornale?!
Robomba Perdi: ahah! io comunque sogno quattro pagine su L’Espresso..
KronaKus: chissà. in bocca al luppolo!
Robomba Perdi: crepi!
KronaKus: come fa il luppolo a crepare?!
Robomba Perdi: a te come va? novità? bisogna che ci diamo una mossa, qua diventiamo vecchi (considerazione di fine estate, sorry!).
KronaKus: più che altro mi sembrava una considerazione di inizio autunno..
Robomba Perdi: forse è così, infatti!
KronaKus: io all’orizzonte non ho niente di particolarmente importante, se non la cosa carina che sto facendo per quelli di colcazzochevelodico magazine. hai presente la rivista in abbonamento di cui parlo, no? mi hanno contattato loro tramite questo blog. credo vogliano la penna di kronakus (al ladro!), il suo taglio di scrittura.. ho già fatto tre pezzi e un box che andranno sul numero di ottobre. non sono inchieste, lo so. non lo sono nemmeno alla lontana. ma in fondo non mi sono mai ritenuto un inchiestista. ed è divertente. scrivere per loro, dico. è divertente. sono esigenti, mi stanno spingendo verso nuovi livelli di scrittura. o perlomeno per me lo sono. nuovi livelli. mi piace.
Robomba Perdi: caspita, complimenti! vedi? l’anonimato ha premiato! anche perchè questi – in teoria – dovrebbero pagare bene. o no?!
KronaKus: però lì firmo col mio vero nome. più che altro ha premiato il modo in cui scrivo qui. bello o brutto che sia, a qualcuno è piaciuto, mi ha contattato e mi ha voluto dare una possibilità. si è parlato di soldi, ma senza quantificare. per il momento mi sono limitato a scrivere. mi sono divertito, ora vediamo che succede.
Robomba Perdi: vabbè, già che se ne è parlato…! eh sì, fai bene!!
KronaKus: sì, di ‘sti tempi già l’averne parlato è roba da ricchi.
Robomba Perdi: programmi a 360 gradi?
KronaKus: sì. faccio un giro su me stesso e torno.
Robomba Perdi: ahah!
KronaKus: niente programmoni ad angolo giro, no. sono sempre alla ricerca di angoletti acuti per racimolare qualcosa, nella speranza che il mio essere un angolo così troppo ottuso non mi faccia finire con qualcosa di grosso infilato nell’angolo retto. scusa se ti ho fatto questo discorso a tutto tondo, ma come vedi qui la cosa non quadra.
Robomba Perdi: stavo per chiederti.. MA CHE TI SEI FUMATO?!?
KronaKus: assolutamente niente. è che se non ti scoccia sto pensando di sfruttare questa conversazione per un post. sempre se vuoi. ovviamente camuffando nomi e tutto il resto. in prospettiva di questo mi sono fatto prendere un po’ la mano. sai, stavo già pensando di scrivere qualcosa sul mio blog riguardo il mio approdo su colcazzochevelodico magazine, ma sono pigro (questo spiega il mio limitarmi agli angoletti acuti), e allora ho pensato di usare questo botta e risposta.
Robomba Perdi: fai fai, ci mancherebbe!
KronaKus: grazie mille. comunque io sono così. quando mi gira scrivo così, non solo per il blog. per il resto fumato niente, però ho bevuto un bicchierino di brancamenta annacquato.
Robomba Perdi: non sarò di certo io a frenare la tua creatività. però con quella degli angoli acuti temo che potresti perdere qualche lettore.
KronaKus: dici?
Robomba Perdi: dico.
Robomba Perdi è offline
Delirio di fine estate
3 setHo un muscolo contratto perché senza contratto. Una parte di me che scalcia senza trovare l’obiettivo. Scatto una foto alla mia vita con l’obiettivo di darmelo, l’obiettivo. E l’obiettivo della macchina mi dice che la macchina non va. La macchina son io. Devo guidare di più.
Vi narro che non narro quanto potrei narrare. Che corro verso una meta che non è neanche la metà della meta intera che vorrei. Della mela intera che vorrei. Ma non siam mica alla frutta, sicché vi narro che posso narrare più di quanto narro, e che narrerò come il cronista impazzito della fantasia più spinta. Mi spingo oltre me stesso, rimetto in moto il mio muscolo contratto anche senza contratto. Vi racconto quel che conto che conti, quel che credo possa contare nella matematica di un vivere in cui dare i numeri non è sempre la soluzione del rompicapo. Mi rompo il capo, io che un capo non ho. Me lo svuoto perché pieno di me. Scriverò. Narrerò. E se non lo farò sarà stato soltato un delirio di fine estate.
L’unica cosa che conta
1 setLa tv mi fa nostalgico. E come direbbe Cetto La Qualunque, Dadadà non c’entra una beata minchia. Non è nemmeno perché ormai quella scatola proietta-cazzate è diventata per me una coinquilina invisibile, e allora ritrovarmela ogni tanto lì sul mobile, neanche fosse tornata da una crociera esotica, mi fa ricordare i tempi di Mazinga e di quel gran pezzo di Lady Oscar. No, non per quello. La nostalgia mi è arrivata, leggera ma improvvisa, per via di un promo che sta circolando da giorni su di un film che mamma Rai ha messo in caldo per il nostro tiepido autunno.
E’ che io Fortapàsc me lo sono già visto. Ero ancora nel Paese dei Polpacci, a sognare un futuro incerto con felicità a momenti. Erano i tempi della scuola di giornalismo, tempi che oggi sembrano quelli di Jurassic Park. Non del film, proprio la preistoria. E invece è passato poco più di un anno. Eravamo nella camera della Silente, la collega che avrebbe tanto da dire, coinquilina mia e dell’amico Invasato. Immaginavamo un avvenire avventuroso, fatto di tanto impegno e di altrettante parole. Abbiamo tremato nel caldo di quel residence, di fronte al sacrificio di una persona che credeva nel giornalismo e nell’uomo. Soprattutto nell’uomo. Che poi è l’unica cosa che conta.
Il tempo ci sta dicendo che invece per noi c’è ancora tempo. Che per noi il tempo di quel tempo, quello dell’impegno e delle altrettante parole, non è ancora arrivato. Ma noi continuiamo a sognare il nostro futuro incerto con felicità a momenti, a credere nel giornalismo e nell’uomo. Soprattutto nell’uomo. Che poi è l’unica cosa che conta.
Parole sante
26 agoMi sento come un bambino. Dopo l’esame da professionista, dopo l’illusione di un contratto che non porta a nulla, dopo il fascino irresistibile di un’estate dura a morire nemmeno fosse Bruce Willis, provo a muovere i miei primi passi nel mondo del lavoro. Proprio come un bambino. Che poi non sono davvero i primi. E’ che ormai che è arrivata l’ora di fare sul serio, di darsi una botta di defibrillatore e vada come vada. Ora passata.
E’ così che ho preso contatto con la sede locale di un noto partito nazionale, uno di quelli di peso. No, non sono in cerca di raccomandazioni. Né ho intenzione di fare body building mettendomi a sollevare qualche scalda-poltrona di Montecitorio. Continuerò a camminare con le mie gambe fino a che l’esasperazione e il bisogno impellente di denaro non me le taglieranno di netto. Ho pensato di propormi per l’ufficio stampa di quel partito. E sono partito anch’io. Dal basso. Dal basso più basso. Da quello che nelle scuole di giornalismo considerano il fallimento più grande. Chi esce da quegli istituti sforna-cronisti-disoccupati può vantare di aver avuto una formazione da giornalista vero. Sa scovare la notizia (si spera) e la sa raccontare (si spera), sa usare la penna (si spera), ma soprattutto il cervello (aspetta e spera). E l’ufficio stampa è tutto tranne questo. E’ il riportare notizie precotte assecondando l’ente o l’azienda per cui si lavora. Si diventa cronisti-vetrina, un po’ come le puttane olandesi, con in mano un tablet made in China al posto del classico vibratore rotante a doppia punta.
Ma non è un problema, anche se un problema c’è. Il problema è che c’è un problema nel problema. E che problema! Mi sono fatto passare i contatti dei vertici di partito da un ragazzo che ha già un ruolo di responsabilità tra i giovani adepti. Ho avuto nomi, cognomi, numeri di cellulare. E un monito che non lascia scampo. C’è già un addetto stampa, ma è giusto che ti dica anche un’altra cosa: sono tutti incarichi non retribuiti.
E meno male che noi giornalisti campiamo d’aria e di Spirito Santo. Meno male che siamo automi senza lo squallido bisogno di mangiare che avete tutti voi subdoli umani. Meno male che non abbiamo un mutuo da pagare, perché tanto non lo possiamo nemmeno chiedere, se non per far sganasciare quei poveri banchieri frustrati dalla crisi. Meno male che noi abbiamo comunque un futuro. Un futuro anteriore. Il nostro posteriore era già occupato.
Ho un tarlo nella testa
13 agoStanotte andrò a letto con un tarlo nella testa. Roba che se il mio cervello fosse fatto di legno mi risveglierei con il vuoto cosmico dentro il cranio. Stanotte andrò a letto con una convinzione, quella che qualcuno ce l’ha con me. Qualcuno con cui ho avuto a che fare circa tre anni fa. Qualcuno che KronaKus conosce bene, perché in fondo è di suo “padre” che stiamo parlando. KronaKus sono io. KronaKus però è soprattutto un personaggio, un alter ego. KronaKus (il pupazzo, non il ragazzotto che sta dietro le quinte) è nato nel suo grembo. Nel grembo del Capo. Il suo primo datore di lavoro. Ok, facciamo il suo primo datore di qualcosa che in tre anni non ha ancora trovato una definizione. Soldi non ne ho praticamente visti, e che fosse giornalismo in senso stretto la scientifica non l’ha ancora appurato.
Bene. Anzi male. Perché sembra che il Capo mi odi. Prima era un sospetto, ora è diventata una certezza. O se non mi odia crede almeno di avere ragione di ignorarmi. Sono tre volte che lo incrocio per la Baia delle Zanzare. Mai un saluto. Le prime due ho pensato non mi avesse visto. Da lui nemmeno un cenno, ma allo stesso tempo nemmeno uno sguardo. La sua ragazza invece mi saluta. E’ una mia compagna delle elementari, e carina carina quando ci si vede un ciao accompagnato da un sorriso me lo concede. Da piccoli non avevamo nemmeno poi tanta confidenza. D’altronde all’epoca io ero poco avvezzo alla socialità, ero il classico bambino tranquillo tranquillo. Troppo tranquillo. Mi chiamavano Camomillo. Il tempo è passato, le cose sono cambiate. Io oggi sono un’altra persona. Non sono un animale da palcoscenico, non è nella mia natura, ma sono diverso da una volta. Oggi socializzo. Adoro parlare con la gente. E adoro anche solo salutarla, o farmi salutare. Ma il Capo no. Lui non vuole farlo.
Non è la tipica paranoia della notte. Stasera l’ho incontrato per ben due volte, e alla seconda mi ha addirittura guardato negli occhi. Dritto negli occhi, o quasi. E’ stato un lampo, una cosa molto furtiva. Ma lui mi ha visto, e io ho visto lui. Soprattutto ho visto che mi ha visto, e questo fa tutta la differenza del mondo. Perché è caduto anche l’ultimo muro: non è che non mi veda, non mi caga proprio.
C’ho riflettuto parecchio, e se posso dirla tutta la cosa mi urta abbastanza. Non il doverci riflettere, ma l’immotivata assenza di un cenno, la mancanza della più semplice delle cordialità. Un ciao (seppure certi motorini non vadano più di moda). Anche un ciao stronzo, volendo. Sarebbe già più gradito. Avrebbe già più senso.
Siamo diversi, e questo non c’ha mai permesso di avere una vera empatia. Personalmente ho vissuto come qualcosa di bizzarro il fatto che il mio Capo fosse uno della mia età, uno che fino a pochi anni prima lo vedevo girare per la mia stessa scuola. Ma soprattutto è la diversità ad averci separato alla nascita di un rapporto di presunto lavoro che difficilmente si sarebbe evoluto in qualcos’altro. Che so, magari in un’amicizia, o nel semplice piacere di fare due chiacchiere extra-(presunto)lavoro davanti a un caffè che non fosse quello della macchinetta della redazione. Abbiamo idee politiche opposte, ma soprattutto ha un modo di intendere la vita che è l’esatto contrario del mio. Tutto più che legittimo, ma evidentemente tanto basta a negarmi il saluto. Lui è il classico uomo d’affari, il self-made man con il culto dell’imprenditoria intensiva, e che non disdegna il salto (già fatto) nei palazzi della politica. Lui si ammazza di lavoro, io rischierei di ammazzarmi di noia se non fosse che ho più interessi di uno strozzino.
Ci sono diversità che mi fanno venire l’orticaria, atteggiamenti a cui non riesco a trovare una ragione d’essere. Ma il bello di me è che li so accettare. So soprassedere, purché ci sia un rispetto reciproco. E salutare è sinonimo di rispettare. Ma forse lui ha capito che non sono della sua stessa sponda. Ha capito che anche se ormai questa maledetta Baia gira intorno ai soliti due o tre Machiavelli di turno, io, il cronista nato dal suo grembo di mammo, giro in una direzione completamente opposta. Sono una lancetta con il vizio dell’antiorario. Prima o poi qualcuno mi farà passare un brutto quarto d’ora.
Che siamo diversi l’avrà capito quella volta che l’ho fatto incazzare. Mi occupavo del suo sito, e avevo messo in evidenza una notizia con le dichiarazioni di uno dei più grandi nemici della nostra giunta. Non la voglio nemmeno vedere quella faccia da cazzo, aveva detto. Così ho tolto la spunta, sono stato costretto a metterla in secondo piano. Ma va bene. Diciamo che va bene. Il Capo è il capo, la gerarchia delle notizie la detta lui, nonostante il fatto che la loro rilevanza dovrebbe venire prima delle ideologie indigeste.
Magari il punto non è nemmeno questo. Magari si è sentito tradito quando l’ho mollato su due piedi non appena ho saputo di esser stato selezionato per la scuola di giornalismo. Ma io alla sua promessa di farmi fare il praticantato non ho mai creduto, così ho seguito la mia strada. Aveva mosso mari e monti con la sua commercialista per capire come farmi avere un tesserino senza spendere che pochi spiccioli. Ma io non mi sono mai fidato. Mi deve ancora trenta euro. Trenta miseri euro. Figuriamoci se mi potevo fidare. Nel frattempo mi son fatto le ossa con professionisti veri. Professionisti non soltanto per via del tesserino, ma per l’esperienza. Quando me ne sono andato il Capo mi ha addirittura detto che se avessi imparato qualche trucchetto interessante a livello giornalistico glielo avrei dovuto comunicare. Sono stato fuori, ho fatto stage in redazioni importanti. Non mi pento. No, non mi pento. Nemmeno se non ho ancora uno straccio di lavoro. Non sputo mica su di un piatto che tra tasse e affitti mi ha fatto perdere non poco denaro, ma che perlomeno non mi ha fatto perdere una cosa ancora più importante della filigrana stessa. Il tempo. Ho fatto la mia scelta. Solo il mio me futuro sa se il mio me passato ha fatto la cosa giusta. Prendo la Delorean e vi mando un telegramma olografico post-datato.
O magari il problema è che sa di questo blog. Sa del sarcasmo di fondo, e magari non lo accetta. Ma questa è un’altra storia. E questa, forse, è davvero la tipica paranoia della notte.
Fertile in canna (2)
26 lugLui ha i capelli lunghi lunghi e biondi biondi, ma soprattutto ha una figlia sveglissima. Abita dalle mie parti, ma soprattutto fa il giornalista. Io non lo conosco, ma mio padre (che sa tutto di tutti un po’ come Signorini, e che quando lo paragono a lui si offende alla grande) me l’ha sempre indicato come un cronista locale. Credo si occupi di sport, ma questo ora non conta.
La bambina, la sua bambina, stava pedalando al passo del papà, ma soprattutto gli stava rigettando addosso certe sue mancanze. Stavo tornando dalla mostra sugli pterodattili torturati dai visigoti quando li ho incrociati a un semaforo pedonale. Eravamo a piedi, tutti quanti. Io, il giornalista capellone e la sua bimba svelta di testa e di pedale.
“Allora c’andiamo domani a prendere il gattino nuovo?”, ha chiesto lei.
“Sì, cara, domani”, ha risposto lui.
“Promettilo!”
“Sì, te lo prometto…”
“Promettimelo!!”
“Sì, ci andiamo domani!”
“Prometti che non farai come le altre volte, che mi dici una cosa poi hai un impegno e non la fai!”
“Sì, ci andiamo, te lo prometto. E grazie per la fiducia…”. Ancora qualche passo. “Grazie per la fiducia che hai verso di me…”, ha ripetuto il cronista da capelli lunghi lunghi e biondi biondi. No, non era per niente contento.
E’ il tarlo dell’uomo moderno. Lavorare ed essere genitore. Insomma avere il doppio lavoro e venire pagato in moneta per uno soltanto. Quando va bene. Papà e mamme vengono ricompensati con buste paghe d’affetto, e con fuori busta fatti di critiche implacabili. Lo vedo anche a casa mia. Con i miei genitori andare d’accordo è sempre più difficile. Eppure ci si vuole bene. E’ il tarlo dell’uomo moderno, sì, ma in fondo è sempre stato così. Di recente, però, la corsa al profitto ha fatto aumentare esponenzialmente tutte le assenze, tutte le frustrazioni, tutte le mancanze verso la prole, tutti gli scontri a discapito degli incontri. Già mi ci vedo, cronista sportivo dai capelli lunghi lunghi (sarebbe già buona cosa averne) e biondi biondi (anche se dovrei tingermeli e non mi pare il caso), a spasso con la mia bambina (la prima di due figli entro i prossimi tre anni, come profetizzato dalla fattucchiera filippina che dovrebbe essere mia amica), che in sella alla sua minibike mi sputa contro tutte le mie promesse messe sul piatto ma mai mantenute per via del lavoro.
La mia mano sinistra dice che sarò fertile, e chissà, forse fertile in canna (anche se dalla canna fertile). Però la più fertile sarà lei, la mia bambina virtuale su cui già fantastico (oggi tamagochi, domani chissà). Lei che dalla canna della sua bici mi ricorderà che un buon padre non può andare sempre e soltanto a caccia del soldo, ma anche del gattino nuovo per la sua pupetta.
La vostra bolla mi fa schifo
23 lug
Sono sempre l’uomo dell’ultimo minuto. Anche per le cose che m’interessano. Per circa un mese nella Baia delle Zanzare c’è stata una mostra sugli pterodattili torturati dai visigoti (se vi aspettavate dei referenti reali significa che è la prima volta volta che entrate qui.. prego, state comodi..). Ho rimandato per giorni, settimane. Poi ci sono andato. Giravo per il corso, quando di fronte alla locandina ho realizzato che quello era l’ultimo giorno utile. Poi ciao pterodattili. Dopo la canonica tappa in fumetteria ho deciso di andarci, anche perché la mostra dista giusto una manciata di metri.
Un orrore. Anzi, un orrore e mezzo. Quei poveri volatili sfruttati in quel modo barbaro da barbari senza cuore. Uno scempio. Uno schifo. Un po’ come la cosa che ho scoperto poi.
La curatrice della mostra è una volontaria dura e pura. Una che gli uccelli preistorici li ama fino a bagnarsi. Buoni, state calmi. Voglio dire soltanto che si è messa a piangere di fronte alla foto di un cucciolo denutrito rinchiuso dentro la sua minuscola gabbia. Un’immagine che aveva già visto chissà quante altre volte, eppure davanti a me non ha retto più. Proprio l’ultimo giorno. Una volontaria dura e pura amante degli uccelli preistorici, sì, che mi ha tenuto a parlare per circa un’ora. Al punto che mia madre mi ha chiamato incazzata, perché alle otto e mezza della sera ero ancora lì invece che intorno a un tavolo quadrato a consumare il sacro pasto. E’ la condanna del cronista squattrinato, quello che se fosse almeno precario avrebbe motivo di accendere un cero alla santissima, e che ancora è costretto allo schemino mentale del tutti a tavola tipico della famiglia para-tradizionale. La mia indipendenza è ancora ferma al livello zero, a causa di un’autonomia economico-finanziaria latente a cui non saprebbero porre rimedio neppure le proverbiali cesoie di Tremonti. Avrei dovuto avvisare del mio ritardo, ma davvero non ho potuto. L’adoratrice di volatili di giurassica memoria non ha mai smesso di raccontarmi come li salvano e come li riabilitano alla vita nei loro centri di recupero. Ma la telefonata di mia madre è stata cruciale. E’ a partire da quella che ho scoperto quello che ho scoperto.
“Pronto, ma’?”
“Dove sei?!”
“Alla mostra, ma’. Ti ricordi quella di cui ha parlato anche YourTv?”
“Sì sì, mi ricordo. Ma hai visto che or’è?!?”
“Sì, ma’, dai. Finisco e arrivo.”
Non è proprio così che si è chiusa la chiamata, ma piuttosto con un inno al rispetto (e alla fame) da parte sua più che sonoro. Il dunque però non è questo. Il dunque è che appena chiuso il telefono l’adoratrice di volatili ha sentito il bisogno di correggermi.
“Scusa se mi permetto, ma non puoi aver visto il servizio su YourTv..”
“Ah no?!”
“..No.. Scusami se…”
“Ma no, figurati. Sicuro che mi sbaglio io. Sarà stato sul tg regionale..”
“Forse sì. Vedi, YourTv non c’ha proprio considerato..”
“In che senso?”
“Nel senso che ho telefonato più volte, ma hanno temporeggiato.. rimandato.. fino a che..”
“Fino a che..?”
“Fino a che un giorno passa un ragazzo e mi dice come stanno le cose.”
“E come stanno?”
“Stanno che i servizi loro li fanno a pagamento, e non se la sono sentita di chiedere dei soldi a gente che fa volontariato. Perciò è finito tutto in un nulla di fatto.”
Poi ho messo la maschera del moralizzatore, un coprifaccia che non riesco proprio a togliermi. Nemmeno ora, a distanza di giorni. Sono un giornalista sui generis. Vivo la professione in un modo tutto mio. Anzi, forse vivo proprio in un mondo tutto mio, dove una piccola emittente come YourTv può fare informazione senza racimolare denaro in questo modo. Un mondo in cui c’è spazio anche per gli pterodattili, perché gli animali di cui stiamo parlando non sono mica davvero estinti, e in me resta viva l’idea che chi diffonde le notizie ha anche il compito di sensibilizzare. E’ vero, sono un moralizzatore immorale. Uno che potrebbe anche finire per orientare l’informazione per cause di parte. Ma in questo momento non m’importa. Non m’importa perché sono davvero indignato. E perché al giornalismo senz’anima preferisco quasi quasi la fabbrica. Quasi quasi.
Non posso credere che non si sia potuto chiudere un occhio. Non posso credere che l’unica tv della Baia delle Zanzare non abbia trovato cinque minuti per mandare un disperato sottopagato, con in mano una telecamera e un microfono, a fare una panoramica sulle foto della mostra e a far parlare l’adoratrice di pterodattili per una manciata di secondi. No, piuttosto hanno mandato un ragazzetto a fare discorsi da strozzino delle news (mi si scusi il tono, io sarei un ragazzo a modo se solo ci fosse un modo). E non posso credere che non si sia trovato un buco di un minuto per infilarci un servizio su una mostra davanti al cui ingresso dev’essere passata almeno mezza città. Una mezza città che conta di sapere cosa c’è nell’altra mezza, facendo affidamento sui pochi media della zona. Aziende piccole piccole dalle casse sempre soggette all’eco, vuote come sono perché la comunicazione è il feticcio del futuro, ma anche l’illusione del presente. Chi informa non intasca, galleggia ma non nuota, in un mare magnum in cui il Magnum se lo permettono soltanto i pesci grossi. E con tanto di cialde al plancton.
A volte mi accorgo di vivere dentro una grande bolla. La mia bolla. Una bolla fatta di altre regole. Sono fuori dai dogmi di una bolla in cui o racconti delle belle balle e fai il bullo per fare bello chi ti paga oppure te ne vai a casa. Il mio mondo non è il mondo reale, questo ormai lo so. Ma con me gli pterodattili volerebbero alti nel cielo. Perché a estinguerli non sarà una pioggia di meteoriti, ma il tintinnìo di tasche mezze vuote prese più dai conti che da quello che conta.
Pressioni di settembre
15 lugPasso le notti in bilico tra la frescura del mio dondolo in giardino e la calura di una stanza così piena di carta da poterla vomitare. Passo i miei giorni a piantare semi per piante pigre, a immaginare contatti e contratti, a pensare a me e soprattutto a quel me che non sono. Mi riscopro troppo romantico per fare il giornalista, indignato di fronte alle aperture sulla Borsa, ai caratteri cubitali su manovre che valgono miliardi, mentre a me per uscire dai parcheggi non danno mai nemmeno l’ombra di un quattrino. Mi dondolo sul dondolo, mentre leggo di viaggi fisici che si fanno mentali. Il cranio mi si apre fin quasi a sentirmi in pericolo, mentre le tigri a forma di zanzara fanno di me uno scolapasta degno di finire sulla testa di un pastafariano austriaco. Mi sale l’ansia, proprio in questa notte vorticosa che segue il giorno del lento ripartire. Ma capisco che è tutta energia, che è tutto dinamismo. Che sono troppo romantico per non voler guardare oltre la patina del buon giornalismo, e troppo sensibile per non subire i cambi di direzione di un vento indeciso. Dondolo sul dondolo, e non sulla poltrona. Cerco di tornare direttore di me stesso, testata non registrata nel tribunale della vita vera, nel cuore di un’estate che mi fa da trampolino verso il più ignoto dei futuri. Dondolo, e penso a me e soprattutto al me che non sono. Guardo avanti, e nel farlo mi costringo a uno sguardo truce e determinato che tenta di nascondere un elefante sotto lo zerbino. Guardo avanti nel bel mezzo di un luglio sahariano, e nonostante il calendario sento già le pressioni di settembre, data forzata di un ripartire che ha una meta ma soltanto a metà.
Poltrona a dondolo
30 giuMi dondolo sulla mia poltrona. Il mio amico di sempre mi ci prende pure in giro. Dice che è la poltrona del direttore, che da lì sopra sembro davvero il signor Burns dei Simpson. A suo dire mi manca soltanto di congiungere le mani pronunciando la parola eccellente, e poi sono davvero lui. Io finisce che mi guardo allo specchio e poi mi consolo. Quantomeno non sono ancora così stempiato.
Anche perché il problema non sono io, ma questa maledetta poltrona. Non è la mia faccia da pseudo-direttore bavoso, ma il culo che si poggia sopra questo morbidissimo porta-chiappe. E’ la mia reggia, il mio feticcio. La mia ragazza mi deride ogni volta (sì, pure lei) tanto sembro calato nella parte. E dire che è un suo regalo. Ma in fondo hanno ragione loro, lei e il mio migliore amico. In questo schienale io sprofondo come fossi il boss di un’azienda grande e prospera. Perché lo dico? Se mi vedeste ora non avreste bisogno di farmi questa domanda.
Eppure così non va. Mi gongolo, mi dondolo, mi gingillo (non è come sembra). Vivo ancorato alla poltrona e allo schermo che ho davanti, giorno e notte, fino a far incazzare mia madre che ormai non ricorda più nemmeno come sono fatto da in piedi, e mi crede alto poco più di un metro e venti. Tutto questo mentre all’orecchio mi arrivano verità che non sono più mie, quelle di un mondo che è fatto di movimento, di tentativi estremi. Storie di gente che osa, che non pensa di trovare uno sbocco soltanto inviando curriculum e aggiornando la pagina della posta in modo convulso nella speranza di ricevere uno straccio di risposta. Stando rigorosamente col culo appoggiato a questa cazzo di poltrona a dondolo, s’intende.
Un’amica, la stessa che mi ha trovato alloggio nella Città delle Pizze Gommose nel periodo del mio primo stage, mi ha scritto che sta per partire. Voleva da me i contatti del quotidiano con cui ancora starei collaborando, almeno in teoria. Le ho passato l’indirizzo del direttore e quello degli altri capi. Chissà che almeno a lei non servano a qualcosa. Il suo obiettivo è piazzare qualche pezzo come corrispondente dalla sua meta incandescente. Io invece sono ancora qui che invio proposte assurde pur di ricordare loro il fatto concreto del mio esistere, che possono farmi lavorare, o che quantomeno potrebbero finalmente farmi avere la cifra che ho già maturato. Tentativi che puntualmente non ricevono nemmeno uno straccio di no. Spero per lei che abbia più fortuna, d’altronde si sta per giocare una buona carta. Buonissima. Perché la ragazza non sta scappando da Malincònia in cerca di fortuna. Lei la fortuna se la sta creando a costo di rischiare la pelle. Lei è in partenza per il Kosovo come giornalista embedded. Lavorerà direttamente dal campo, a stretto contatto con il contingente militare italiano in loco. Mentre io continuo a dondolare sulla mia poltrona in attesa di un motivo per pronunciare la parola eccellente.
Mi butto (2)
27 giuE se fosse questa la svolta per il mio futuro? E se il mio domani fosse proprio al Corriere della Sera? E se fossi costretto a trasferirmi nella terra del business e dei pisapii? Non bramo Milano, ma chissà che Milano non brami me. Un aspirante cronista squattrinato con la sindrome del blogger. Un giornalista non praticante, e non soltanto per via della qualifica di professionista ormai raggiunta, ma nell’accezione quasi religiosa del termine. Uno che al futuro non ci pensa mai, a costo di litigare con una fidanzata che invece vivrebbe volentieri dentro la sua sfera di cristallo.
Chissà. E’ che ancora preferisco il vivere al convivere. E’ che tengo ai miei spazi come una monachella ossessionata tiene alla sua verginità. Sennò mi vedrei già pronto pure per la paternità. Devo soltanto imparare a distinguire il pianto di un bambino dal lamento di un gatto in amore. Quantomeno per non infilare i bocconcini Whiskas nel biberon del pupo. E per evitare che crescendo nascano rivalità tra lui e il micio che si ripresentano ogni volta che è l’ora della pappa.

Mi butto
25 giuCarramba che sopresa, direbbe una certa Raffaella che, a discapito dei capelli da Maga Magò, il vero legame di parentela deve avercelo per forza con il prode Higlander. Cos’è successo? Semplice: il mondo del lavoro non retribuito (cioè tre quarti del mondo giornalistico) è stato scosso da un annuncio che sembra uscito da un film di fantascienza. E non tanto perché si parla chiaramente di tecnologia, ma perché appare proprio come un fulmine a ciel sereno. Anzi, come uno squarcio di sereno in mezzo a un mare di fulmini.
Il Corriere della Sera ricerca giovani redattori da inserire nelle proprie redazioni giornalistiche. Le persone parteciperanno a progetti di sviluppo e di crescita della testata, offrendo un valido contributo anche multimediale. E’ quanto si legge in un link a cui si può arrivare anche dalla stessa home page dell’edizione online del noto quotidiano.
Io sono alla disperata ricerca di una soluzione. Guardo il mio futuro e vedo nebbia e ancora nebbia, che varia secondo scale di grigio che comunque non lasciano nemmeno trapelare l’illusione del colore. Regna ancora la sensazione di una prospettiva che non c’è, l’idea che tra l’oggi e il domani ci sia un anello ancora mancante. Che magari potrebbe essere questo, un’esperienza in una delle più grandi realtà giornalistico-editoriali italiane. Una cosa che puzza di tirocinio a scrocco, e che quindi ha lo stesso odore di tutto il contorname. Ma Raffaella non si smentisce mai, e una carrambata è pur sempre una carrambata. Sono anni che il gruppo Rcs non attiva stage, mentre gli studenti delle scuole di giornalismo farebbero a cazzotti per trascorrere un paio di mesi tra le quattro mura delle sue tante redazioni. E questa iniziativa ha il sapore tipico della sorpresa. Una sorpresa a metà, almeno per me. Perché all’esame di abilitazione professionale avevo conosciuto una persona che lavora già nell’azienza, e che mi aveva accennato al fatto che il Corriere volesse approdare su iPad con un progetto piuttosto ambizioso. Specificando, però, che non sarebbe stato facile approfittare dell’inevitabile allargamento dell’organico (si, il personale ormai si chiama allo stesso modo della “monnezza”..), vuoi per i tanti in lista d’attesa e vuoi perché siamo in Italia, e si sa che spesso entra chi deve entrare. Chi si vuole far entrare. Chi è stato suggerito di far entrare.
Forse l’annuncio si riferisce proprio a questa iniziativa. E forse, dico forse, è soltanto uno specchietto per le allodole per chi si illude di poter finalmente lavorare in un grande giornale. Ma io no. Io non mi aspetto granché. Però so una cosa. Questa volta mi butto e vada come vada.
Questione di quorum
13 giuIl mio paese sta cambiando faccia. Vota contro le forze di maggioranza. Va in massa alle urne per i referendum. Magari domani vedrò pure qualche camorrista aiutare le vecchiette ad attraversare la strada senza tentare di derubarle. Il mio paese sta cambiando, anche se a qualcuno questo fa molto incazzare. Ma quando soffia un altro vento è sempre una questione di quorum, quella cosa che batte nel petto di un popolo e che ha un suono più forte di tutto il resto. Immagino già le prime pagine di domani, anche se vista l’ora dovrei dire “oggi”. Il Fatto quotidiano in festa che chiede nuovamente le dimissioni del Mister, Libero che dirà agli italiani che sono caduti nella trappola dei comunisti, Topolino con la seconda parte dell’avvincente saga di Paperino Paperotto e il grande sonno. Ma l’importante è il vento, l’importante è che tutto si muova. Nel bene o nel male, dove l’acqua ristagna è tutta una lagna.
Dipende tutto da me
24 magQuelli dell’Ordine fanno un po’ le primedonne, e il tesserino da professionista si lascia ancora desiderare. Io sono qui che aspetto quel famigerato cartoncino rivestito in pelle di stagista che mi dovrebbe aprire delle porte. Il cartoncino, non lo stagista. Quello è già troppo preso a fare caffè e fotocopie.
Nell’attesa ripenso a quando ho presentato la domanda.
Ok, avevo dormito poco. Ma quella sensazione di apatia che mi sentivo addosso io proprio non la volevo. La percepivo come un parassita, un qualcosa di cui dovermi liberare. Eppure se ne stava lì. Incrollabile. Irriducibile. Fino a che non mi sono dato una scrollata e sono tornato in me.
Ero appena uscito da quel portone dietro cui avevo lasciato tanti soldi e ben poche speranze. Solo pochi istanti prima ero ancora dentro quella stanza, a compilare moduli, a firmare carte, a guardarmi tagliuzzare la faccia stampata su delle fototessere a cui, a detta di mio padre, mancava soltanto la scritta “wanted”. Ricercato. Un ricercato che però deve ricercare. Ricercare una prospettiva, un perché.
Ero di ritorno dall’ufficio dell’Ordine dei giornalisti. Dopo un mese mezzo mi sono deciso a consegnare tutto il necessario. Con l’esame superato, il tempo e i soldi spesi alla scuola di giornalismo, non potevo proprio saltare questa tappa. Ho fatto domanda: entro maggio sarò a tutti gli effetti un professionista, o così mi han detto. Per ora niente. Manca il verdetto della burocrazia, le carte bollate, le raccomandate. Con o senza ricevuta di ritorno. Che tanto indietro non si torna. Ero indeciso, sì, ma alla fine mi sono lasciato andare al buon senso. Non potevo restare praticante soltanto per paura che facendo il grande salto non mi avrebbe più assunto nessuno. Non potevo non fare quel piccolo grande passo. Ho sudato per arrivarci. Dovevo farlo. Dovevo e basta. Adesso il pericolo è che le maggiori garanzie dovute allo status di professionista mi si rivoltino contro. Ho paura che costando di più alle aziende, le aziende decidano sia meglio snobbarmi, che sia meglio lasciarmi a spasso. Meglio uno stagista oggi che un professionista domani, che puoi chi li paga tutti quei contributi, chi gliela paga la paga se poi il mercato non paga, se il settore è in recessione e il mondo pure? E poi la pelle di professionista è troppo dura, poi con cosa li fanno i tesserini?!
Però con la paura non si mangia. E la scusa della dieta non basta, non mi autorizza a lasciarmi sotterrare dai timori. Stavo scendendo le scale da quel quinto piano pieno dei miei soldi e delle mie poche speranze. Ho sentito un brivido, un’emozione strana miscelata al sonno che mi mandava avanti le gambe per inerzia. Perché sì, avevo dormito poco. Ma in quel momento ho capito che niente mi verrà regalato. Che se adesso sarà più difficile trovare lavoro significa soltanto che dovrò impegnarmi di più. Dipende tutto da me. Le sensazioni-parassita le lascio a qualcun altro.
Obama Bin Laden
2 magUna giornata epocale. Il re del terrore è stato ucciso. Non Diabolik, quell’altro con la barba. No, non parlo nemmeno del ciccione vestito di rosso che si riscopre generoso una volta all’anno e che s’incastra puntualmente nei camini delle case dei bambini buoni. Non confondiamo i pacchi bomba con i pacchi regalo, per favore. Fatto sta che è una giornata epocale. Il re del terrore è stato ucciso dall’intelligentissima intelligence americana. O così ci han detto.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo e il, ma anche il mare. Lo stesso mare in cui pare abbiano gettato il corpo del fu (fu?) Osama Bin Laden, affogato come cioccolato nel marsala per non creare catacombe sacre in cui gli estremisti possano celebrare il sovrano indiscusso del terrorismo islamico. O magari ce l’hanno buttato per occultare un cadavere che non c’è. Chissà.
Ai posteri l’ardua sentenza. Anche perché secondo me questo resterà uno di quei misteri di cui si parlerà ancora per generazioni. Immagino i miei pronipoti davanti ai loro schermi olografici, a fare zapping con le loro dita verdi e palmate (sì, purtroppo il nucleare in Italia diventerà realtà), incuriositi da una nuova puntata di Porta a Porta condotta da un cyborg con le stesse fattezze, gli stessi nei e la stessa voce ronzante di Bruno Vespa. Mentre quello vero si trova ibernato nel freezer degli eredi Berlusconi, pronto a essere scongelato in caso di necessità nemmeno fosse Capitan America. E’ il 2 maggio 2111, e il titolo di quella sera è: “Cento anni senza Bin Laden: sarà mica emigrato ad Hammamet?”. In studio si discute del perché il corpo ripescato nell’oceano avesse in testa la maschera di George W. Bush, ma soprattutto ci si domanda chi sia realmente il barbone che risiede alla Casa Bianca, diventato presidente dopo aver scoperto la formula dell’immortalità e aver fatto egli stesso da cavia. Divenuto eroe nazionale, ha ottenuto il cento per cento dei consensi come candidato dei democratici (!) alle ultime elezioni. Battendo senza mezzi termini l’avversaria conservatrice, un ordigno atomico dalla forma umanoide con la faccia di Sarah Palin.
Zzzzz..
Zzzzz..
Zzzzz..
Aaahhhhhhh!!
No, non era una zanzara, a dispetto del nome della Baia in cui vivo. Ero io che dormivo. Ero io che russavo. Ero io che sognavo questo scenario triste e desolante. Ora mi sono svegliato, tutto sudato più che dopo una sauna sul sole. Accendo la tv e verifico se ci sono novità in questo presente non tanto meno desolante del mio futuro da incubo. Niente di nuovo, soltanto giornalisti che continuano a dare per morto un certo Obama Bin Laden. Perché a dirlo bene proprio non ce la fanno, e capirci qualcosa diventa ancora più difficile.
Voglio fare il fabbro
27 aprCi sono giorni in cui mi viene da scrivere, altri in cui mi viene da vomitare. E non per colpa di indigestioni da uova pasquali. Sono a dieta. Ho mangiato, sì, ma mi sono trattenuto abbastanza. Il problema è che non sono il solo. Il problema è che tutto il mio paese si è messo a dieta. A dieta di democrazia.
Ci sono giorni in cui mi viene da scrivere, e infatti scrivo. Ci sono giorni in cui mi viene da vomitare, e infatti vomito parole. Sono più nero di Obama, per una rabbia che non riesco a far cessare. Ho guardato i primi cinque minuti del Tg3, e mi è già venuta voglia di emigrare. Bye Bye Malincònia.
Ci sono giorni in cui mi viene da scrivere, e altri in cui vorrei cambiare mestiere. Giorni come questo. Giorni in cui, se fossi già arrivato in alto, mi ritroverei a raccontare dei prossimi bombardamenti italiani in Libia e di un altro colpo al quorum della democrazia. Il Mister l’ha detto davanti alle telecamere di mezzo mondo: quello ai danni del referendum anti-nucleare è un omicidio premeditato. Se salterà sarà perché lui, o chi per lui, l’ha fatto saltare a comando. Detonatore alla mano, chi ci governa ci guarda dall’alto verso il basso. Da lassù ci credono impreparati, spaventati, smarriti dai fatti di Fukushima. Come se il caos delle centrali giapponesi fosse una favoletta per bambini cattivi, che ci ha fatto venire gli incubi e per questo ora non riusciamo ad avere il giusto sonno. E allora dico Nessun dorma, ma intanto tutti dormono e cadono vittima del grande bluff. La gente è rassegnata, e se oggi io fossi davvero un giornalista mi ritroverei a dare voce a tutto questo schifo.
Ci sono giorni in cui mi viene da scrivere, altri in cui vorrei andare a fare il fabbro.
Più responsabile di Scilipoti
22 aprUn progetto piccolo piccolo, nato da un’idea grande grande. Alcuni miei amici vogliono metter su una rivista d’arte a diffusione locale. Sanno di me. Sanno quello che faccio. O meglio, sanno cosa potrei fare se solo il mercato del lavoro me lo permettesse. Si sono rivolti a me, e il motivo era piuttosto prevedibile.
Nemmeno due mesi dall’esame, e già mi fanno più responsabile di Scilipoti. Direttore, intendo. Un direttore responsabile. Quello che si accolla il rischio penale di quanto si pubblica. La legge italiana impone che ci debba essere un povero Cristo (è venerdì santo, mi si scusi l’appropriazione indebita) che sia iscritto all’albo e che si assuma questa carica. Con tutti gli oneri e gli onori che ne conseguono.
Io non vedrò un centesimo, perlomeno per il primo periodo. Questi sono sempre dei tentativi disperati. Ma sento di nuovo il fuoco dentro. Sto passando la notte a pensare e ripensare a quel nome che ancora non c’è. A qualcosa che sia d’impatto. Qualcosa che funzioni davvero. Qualcosa che stia lì, a troneggiare in copertina in segno di trionfo. A dire ecco, avevo il fuoco dentro e si vede tutto.
Curriculum (ad) vitae
19 aprDi casella in casella, di portone in portone. Sembra l’inizio di una canzone di Ligabue, ma la verità è che per me è arrivato il tempo di passare all’attacco. L’alternativa è che mi attacchi io (al tram, per non dire qualcosa di più scurrile). Perché nel giornalismo non ci sono tappeti rossi, ma solo tappeti rotti da ricucirsi da soli.
Ho dato il via alla danza dei curricula. Pochi, in realtà, perché ho sempre paura di intasarmi la vita come se fosse lo scarico del mio water. Ci faccio il mio bisognino, mi pulisco, butto giù un po’ di carta, tiro lo sciacquone… e l’acqua torna su come fosse un mini-tsunami. E questo sembra l’inizio di una canzone di Caparezza.
Mi preoccupo di qualcosa che non dovrebbe preoccuparmi, come se mandando troppi curricula corressi il rischio di procurarmi un surplus di collaborazioni, quando il momento storico parla piuttosto chiaro: è già tanto averne una all’attivo. In questa fase della mia carriera (nientemeno che l’inizio) si vive di contrattini “a cottimo” accumulati come fossimo formichine operaie. Oppure si va avanti procedendo per colpi di culo, metaforicamente ma anche no. Il mio deretano non si tocca, e allora via a metter da parte contrattini da fame. Per guadagnarsi il pane, ma una mezza pagnotta sarebbe già qualcosa. E meno male che sono a dieta.
Non aprite quella (s)porta
12 apr
La vita di redazione è talmente sedentaria che ormai il mio culo era diventato un tutt’uno con la sedia. La vita dello stagista, intendo. Quello che se ne sta tra le quattro mura a sistemare testi pensati da altri, a reimpastare lanci di agenzia come fosse pongo da modellare, per costruirci barchette con cui far giocare i lettori. La vita dello studente non è tanto più movimentata. Ore e ore sui libri, a memorizzare il senso (tante volte anche soltanto il suono) di parole stampate che in teoria dovrebbe aprirci nuove porte, nuove strade, nuovi scenari. O nuove illusioni, chissà.
Nell’ultimo anno io non ho fatto altro. Lo stagista e lo studente. Un mix di indolenza coatta che mi ha fatto fare la fine di un certo tipo di pane: sono lievitato naturalmente. E’ per questo che da meno di un mese ho ripreso ad andare in palestra. Per buttare giù i chili di troppo. Per riscoprire di avere un ombelico. Per potermi svegliare la mattina e poter salutare il mio pene senza dover pretendere che sia lui ad alzarsi per salutare me (anche se la cosa, poi, ha pure dei risvolti divertenti, eh). Il mio personal killer (“trainer” sarebbe un eufemismo) mi ha fatto una scheda ad personam per far sì che per misurare la mia altezza io possa smetterla di moltiplicare il mio raggio per due. In realtà ha preso pezzi di altri allenamenti e li ha messi insieme, ma per ora sta funzionando. Non pretendo di ritrovare la tartaruga, la mia è spiaggiata chissà dove, e nemmeno il Wwf di Molfetta potrebbe fare questo miracolo per me. Ma inizio a vedere dei miglioramenti. Anche se per ora, viste le mie dimensioni, preferisco continuare a darmi del voi.
Il più grande ostacolo tra me e la linea (e per linea intendo una retta, non una curva) è la malsana abitudine di mia madre di fare la spesa come se dovesse sfamare una squadra di lottatori di sumo. Su questo fronte sto cercando di metterla un po’ in riga (e per riga intendo riga, non compasso), ma ogni tanto la vedo tornare con una busta carica di cibo. E io ci dico sempre: “Non aprite quella sporta“. Che dentro si nasconde un mostro saturo di lipidi saturi. Una belva che non è famelica, ma che rende famelici. Un uomo nero che non ci mangerà, ma che piuttosto vorrà farsi mangiare da noi. Che è ancora peggio. Forse.
Ripassa dal via
5 apr
Ultimamente mi sto appassionando al ping pong. Il problema è che a quanto pare non sono l’unico. Anche i titolari di indagini e i centralinisti dei ministeri sono stati contagiati da pallina e racchette. E il problema, quello vero, è che la pallina sono io. Mi stanno passando di mano in mano, di telefono in telefono, di racchetta in racchetta. Ho bisogno di parlare con un ometto che sta conducendo delle indagini da cui potrebbe emergere qualcosa di interessante, qualcosa che sia degno di un articolo. Dopo l’esame da professionista andato a buon fine ho assolutamente bisogno di riprendere il filo. Un filo che a ogni passo sembra potersi spezzare.
Come sveglia ho una suoneria che fa il verso dell’oca, quello che sembra essere diventato il mio animale-totem. Perché è proprio così che mi sento, a fare il giro dell’oca di casella in casella a caccia di aria fritta. Il titolare dell’indagine in corso non parla senza l’autorizzazione di un suo superiore. Mi dà un numero, dice che è dell’ispettorato e che devo chiedere dell’ufficio stampa. Mi risponde il ministero competente, ma visti gli attuali risultati io ci metterei pure il prefisso in. Parlo con i “colleghi”, cioè gli addetti stampa, cioè i pi-erre di turno per conto di chi gli paga le bollette (non per sminuire la categoria, ma il loro non è un lavoro giornalistico in senso stretto).
Questo è accaduto una decina di giorni fa. Mi hanno chiesto nome, cognome, testata (ahio, che botta) e numero di scarpe. Mi hanno detto che mi avrebbero richiamato. Il mio telefono è stato muto per tutto il tempo. Il primo Charlie Chaplin era molto più loquace. L’unica cosa che ho sentito è stata ogni mattina quella cazzo di oca, a svegliarmi in orari non troppo decenti, ma abbastanza utili per annegare i miei sensi di colpa dovuti a un fancazzismo che non può continuare oltre.
Ho richiamato poco fa. Ho parlato con la stessa pi-erre dell’altra volta, che mi ha detto che loro dell’ufficio stampa non possono autorizzare un bel niente. Dirlo prima avrebbe contribuito a non farmi saltare i nervi, sì sì. Ma così non è andata. Ho dovuto richiamare io. Fanculo. Ma così è. La richiameremo, le faremo sapere. In questi casi la richiamata è più improbabile che dopo un colloquio di lavoro presso un’azienda in fallimento. E non finisce qui. La ragazza mi ha suggerito di sentire il capo di gabinetto. La volevo mandare a cagare, tanto per restare in tema. Comunque ho provato. La segretaria mi ha detto che è occupato. Che disdetta, a me nemmeno scappa e mi tocca pure fare la fila.
Io barcollo ma non mollo. Però sono sempre più convinto di star inseguendo qualcosa di molto simile al vuoto cosmico, per di più inciampando in complicazioni burocratico-istituzionali non da poco. Ho deciso di ricontattare l’associazione locale che mi ha dato la soffiata. Nell’attesa tiro i dadi e vedo che succede. Speriamo di non dover ripassare dal via.
Cosa ne esce
31 marRat-Man è online
Rat-Man: ma tu sei anemico!
KronaKus: pure tu me lo dici? ma lo volete capire che questo è soltanto un cazzo di avatar? non che io sia poi così “obama”, eh…
Rat-Man: sì ma a vederti così sei proprio biancolino
KronaKus: …
e comunque aspetto il sole per andare al mare, “non-lavoro” permettendo
Rat-Man: a chi lo dici… non vedo l’ora di abbandonarmi sulla spiaggia!
KronaKus: non parliamo di abbandoni, va’
Rat-Man: chissà che associazioni mentali ha appena prodotto la tua testolina…
KronaKus: http://www.link-a-un-mio-vecchio-articolo-ma-col-cazzo-che-ve-lo-dico.it
niente di simpatico, questa volta, ma una cosa drammatica a cui sto “lavorando” e a cui potrei riuscire a dare un seguito
Rat-Man: ho letto. acciderbolina, brutta storia!
KronaKus: eh
Rat-Man: mmmh.. insomma la verità non la dicono (non credo nessuno sappia com’è andata)
KronaKus: no, e ho saputo che c’è proprio un’indagine in corso, e che questa è frutto di un’interrogazione parlamentare. ho provato a sentire chi conduce le indagini, ma senza l’autorizzazione di un superiore non può parlare. mi ha dato direttamente il numero del ministero per il territorio, che ha voluto i miei dati e ha detto che mi farà sapere.
…
come no. è già passata una settimana, e ancora niente. lunedì richiamo
Rat-Man: se fosse vera quella cosa mi sa che saranno tutti irreperibili. sull’inquinamento ci si destreggia meglio, si può sempre dire che non si sa da cosa sia prodotto di preciso, ma di fronte a un fatto così evidente…
KronaKus: infatti la cosa rischia di diventare spinosa. secondo me io qui da casa posso fare ben poco. ma posso pagarmi la trasferta da solo per un articolo che non so se verrà fuori e che non so se verrà pubblicato e che non so nemmeno se verrà pagato?!
Rat-Man: in effetti…
Mister K, scivolo tra le coperte
KronaKus: ho un favore da chiederti, se posso..
Rat-Man: certo
KronaKus: posso usare questa conversazione, riadattandola e cambiando i nomi, per fare un post per il mio blog?
Rat-Man: assolutamente sì, sono curiosissimo di vedere cosa ne esce!
KronaKus: grazie, lo apprezzo. anche io sono curioso di sapere cosa ne uscirà da tutta questa storia.
Rat-Man: fletto i muscoli e sono nel vuoto.
KronaKus: io ancora no, ma fra poco riprenderò la palestra. così avrò qualcosa da fare…
Rat-Man è offline











Commenti recenti