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Belpaese di merda

6 mag

Mi è arrivata una mail dalla segreteria della scuola di giornalismo.

Il Comune di Insulsolandia ha pubblicato un bando per un incarico di addetto stampa (16.500 euro all’anno) che vi allego di seguito. Scade venerdì prossimo, il 10 maggio. Chi è interessato dovrebbe presentare ugualmente domanda, anche se il bando esclude i professionisti.

E’ come dire che alla mutua cercano dentisti, ma si astengano gli esperti di carie e gengiviti. Come dire che lo studio legale sotto casa cerca avvocati che pensino che la Gazzetta Ufficiale sia un contenitore di notizie sportive al netto dei rumors. Come dire che il fruttivendolo mi venderà banane, ma senza potassio. Che i pesci non avranno più le spine, ma non saranno nemmeno pesci. Che si eleggerà un nuovo Presidente della Repubblica, ma poi si riesumerà il vecchio. E che magari si metterà un’omofoba al ministero per le Pari Opportunità, salvo poi ritrattare.

Ok. Ora capisco tante cose.repubblica_delle_banane

La linea d’ombra

28 ago

Più al centro di quel che pensassi. Il mio pensiero vola, è per questo che mi hanno chiamato. Per elaborare oltre l’elaborato. Per volare oltre il volato. Ma il mio pensiero se ne sta più al centro di quel che pensassi. Credevo fosse laterale, lateralissimo. Forse lo è, ma non ancora dove e come servirebbe.

Creo. Se questo blog esiste è perché creo. Lo faccio da sempre, perlomeno lo faccio da tempo. Perché creare è un po’ vivere, e io senza vita sarei un uomo morto (segue raspatina). Lateralizzo il pensiero, ma ancora non basta. Mi sento il supersayan del giornalismo, chiamato a combattere un grande nemico perché come guerriero ha dimostrato di avere delle doti. Ma no, ancora non basta. Il nuovo avversario è forte, temibile. Temibilissimo. Servirebbe un aumento dell’energia, un incremento del potere. Un passaggio di livello. E una testa ossigenata sbucata fuori all’improvviso.

Servono idee, KronaKus, mi avevano detto al colloquio. Ma nonostante gli sforzi le idee giuste ancora scarseggiano. Lo si vede dal confronto a fine timone tra me e chi ha l’ultima parola. La penultima, dai, che dove lavoro io è il cliente a fare il bello e il cattivo tempo. E nel mio lavoro non è vero che è sempre lui ad avere ragione. Ma questa è un’altra storia.

Il fatto è che credo di star facendo chissà che. Poi, puntuale, arriva la sveglia. Questo sì, questo no, questo no e questo no. Anche se quest’altro si. Però quest’altro no. Siamo già al secondo giro di giostra, e ancora non ci siamo. Lo scorso mese ho proposto delle cose. Andavano bene, ma con riserva. Ci si vuole spingere sempre più in alto, e vuoi o non vuoi è giusto così. Questo mese ho proposto più cose, ma sempre dello stesso genere. Pezzo portante con box, pezzo portante con schede di personaggi simili tra loro, persino personaggi simili tra loro ma senza pezzo portante. Poi è finita che non erano nemmeno così tanto simili, e allora tanti saluti.

Mi accorgo di ragionare come se questo fosse ancora il quindicinale della scuola di giornalismo. Invece è una rivista popular, parola di chi detiene l’ultima parola. Ok, la penultima. Ma è tutt’altro che un problema. La sfida è appena cominciata. Supererò la linea d’ombra, poi vedrò cosa sarò diventato.

La storia per caso

11 apr

Un’insalata mezza greca, che però ho provveduto a mangiare per intero. L’altra mezza l’ho scordata, che di quel giorno ho ben altre cose da tenere a mente. Villa Pamphili, Roma. Uno dei posti più belli che abbia mai visto, e questo forse dimostra che non ne ho visti poi tanti. Ma quel che è bello è bello. Un polmone verde dentro l’immenso grigio della città della storia, in una giornata che oggi mi torna in testa tra la nebbia del mio fitto pensare.

I miei genitori erano venuti a trovarmi durante uno stage, forse il più importante per il prestigio della testata. Io ho la memoria corta e il naso altrettanto, altrimenti starei qui a spacciarmi per una banca dati ambulante. Invece no. Né banca dati né banca date. Più che il fosforo, il burro. Tutto mi scivola via. Per questo non ricordo quando è stato il giorno delle insalate mezze greche. Il giorno in cui ho pranzato a un metro e mezzo da Miriam Mafai.

Idea.
Grande idea.
Sono un genio.
Sono passati quasi due anni. Sì. Esatto. Me l’ha appena detto il mio curriculum, in cui ho volpescamente incluso quel mio stage da sventolare ai quattro venti.

Io quella donna proprio non la riconoscevo. E il motivo è semplice: non la conoscevo affatto. Il suo nome se ne stava nascosto nei meandri della mia nebbia cerebrale, ma il suo volto mi era del tutto indifferente. Vedevo una signora presumibilmente sveglia a discapito degli anni. Tutto qui. Per me non c’era nient’altro da vedere. Mio padre, invece, sa tutto di tutti, e quando non sa fa finta di sapere. Questa volta, però, sapeva davvero. “Kronny (no no, non mi chiama veramente così), guarda chi c’è. Sai chi è quella?”, mi ha chiesto. Prima di ostentare il suo sapere verifica sempre quanto ne sanno gli altri. Così, tanto per umiliarli. “No. Chi è?”, gli ho risposto io, abituato ma non troppo al suo modus avvilendi. “E’ Miriam Maffai. Quella scrive per Repubblica da tanti anni”. E dire che lo stage lo stavo facendo proprio lì.

Oggi ripenso a quel giorno e mi sembra tutto un po’ sfumato. Ho scattato diverse foto, i ricordi più nitidi che ho. Stavo dentro a quel polmone verde, vicino a Monteverde (dove mio nonno andava a vendere le uova, cosa che oggi ci racconta un giorno sì e l’altro pure). Ruminavo insalata greca (e verde) e indossavo una polo. Una polo verde. Ci mancava solo Bossi in lacrime ed eravamo al completo. Davanti a quel monumento al giornalismo ho fatto finta di leggere proprio il “suo” quotidiano, che mio padre compra tutti i giorni ormai da un paio di vite. Però adesso Miriam non c’è più. Di lei restano la penna più pungente della spada, gli editoriali rossovestiti, gli amori a scoppio ritardato. E la passione viscerale per le inchieste, al punto da preferirle agli uomini. O così diceva. A me non rimane che la nebbia di quel giorno di sole, il ricordo dai contorni contorti di quel pezzo di storia incontrato per caso nella città della storia.

Speriamo che sia racchia

15 mar

Il tempo passa. Ed è una cosa grossa, ma te ne accorgi dalle cose piccole. Da un gesto che prende il posto di un altro. Dalle abitudini che cambiano perché cambiano le persone, e con lore le idee, le convinzioni, i giudizi e i pregiudizi. Il tempo passa e te ne accorgi alle 2 e mezza della notte, quando tuo padre si alza e scende giù in cucina per bere un bicchiere. Cioè, per bere l’acqua che ci sta dentro. Una volta le opzioni sarebbero state due, ed entrambe avrebbero fatto schifo. Forse ti avrebbe urlato che non si vive all’ombra della luna, e che se poi non ti alzi entro una certa ora vali meno di zero. Oppure ti avrebbe semplicemente invitato ad andare a dormire. Parole al vento, s’intende. Invece no. Questa volta ti vede in cucina, a sorseggiare una camomilla necessaria come una dose ma con tutt’altri effetti. Che la notte è lunga e silente, ma imprecare è un lampo. Soprattutto quando sei a caccia di citazioni sul Vajont ma ti riveli una frana. La pazienza straripa, diventa fanghiglia di nervi. E poi è strage.

Il tempo passa. Ed è una cosa grossa anche che tuo padre non imprechi indicandoti il letto come unica via di salvezza e redenzione. No. Questa volta beve il suo goccio d’acqua, mette in bocca il biscotto di rito e poi ti si avvicina. Con gli occhi ancora mezzi chiusi ti dà un paio di schicchere bonarie, proprio lì sulla gobba. “Ciao vado a letto. Sai ultimamente ho difficoltà a dormire”. Non t’insulta se dormi poco, fa addirittura l’autoironico perché lui dorme troppo. Il tempo passa. E non è una cosa grossa. E’ enorme.

Non sai perché. Forse è fiero di vederti così. Non di vederti ricurvo sul pc a mo’ di cronista di Notredame, a maledire le lenti a contatto che non ti fanno leggere un cazzo ma che vista l’ora hanno pure ragione loro. No, non è questione di posa, ma di uniforme. Sei ancora lì in camicia, come un uovo, pieno della tua giornata piena. Piena come un uovo. Sei stato a un colloquio di lavoro, e ti sei agghindato come non fai mai. Tuo padre invece ha gli armadi a castello, perché un solo piano non basterebbe a contenere tutte le sue camicie. Ne ha a decine, non indossa nient’altro che quelle. E quasi sempre le stesse. E ha sempre sognato un figlio in camicia ma non nato con la camicia, e pure con la palla al piede ma che non fosse una palla al piede. Però non si è mai sforzato per ottenere questo da te. Ha evitato di sudare sette camicie. Sapeva che sarebbe stato tempo perso. Tu, figlio dal maglione facile, che il pallone l’hai cominciato ad apprezzare due anni fa, durante lo stage nella redazione sportiva fatto durante i mondiali, e che poi hai preso una brutta piega tra il Fantacalcio e lo stramaladettissimo Better. Oggi ti ritrovi a guardare le partite con lui al netto del tifo, imprecando contro i giocatori della tua formazione. Stronzissimi, ti segnano soltanto quando li lasci in panchina, se non in tribuna. Ma il tempo passa. Ed è una cosa bestiale, colossale. Tu che vivi la notte in camicia è proprio roba da fantascienza.

Hai conservato la divisa del giorno perché francamente non hai avuto nemmeno il tempo di metterti quella della notte. Due pezzi da chiudere, uno da inventare, registrazioni telematiche da fare con urgenza, e una matassa informe di pensieri che annebbiano il tutto. Il tuo cervello è Val Padana, ma pensi e speri sia soltanto stanchezza. Domattina, poi, sveglia presto. Entro le 10 (sì, ho detto che è presto) ti aspetta una telefonata di peso, una che potrebbe condizionare il tuo prossimo anno di vita. Ti diranno l’esito del colloquio di oggi. Domattina, sì, perché c’è da partecipare a un bando in scadenza e non si ha nemmeno un minuto da perdere. Il punto è che non sei il solo. Siete in due a volere quel posto. Tu e una fantomatica lei che presumi provenga dalla tua stessa scuola di giornalismo. Ti domandi chi sia. Non credi ci sia qualcuna del tuo stesso biennio interessata a un posto così poco remunerativo, ma d’altronde se ci provi tu perché non dovrebbe farlo anche qualcun altro che si trova nelle tue stesse condizioni? Certo che se fosse di un biennio passato sarebbe un brutto segno. Sarebbe prova di un fallimento, anche se oggi come oggi non ci sarebbe niente di strano, tantomeno da rimproverare. Però cercare di arraffare un posto da otto ore al giorno (sotto)pagate dalla Regione non è segno di buona carriera. E se invece questa fantomatica lei venisse dall’ultimo biennio, cioè da quello che sta per finire? Vorrebbe dire che è una di scarse ambizioni, ma non sarai di certo tu a giudicarla. Tu che sei il cronista dell’orticello. Oggi il cavolo non ha fatto un cavolo. La cipolla è caduta, si è sbucciata e poi ha pianto. E la rapa, non parliamo della sua testa che è meglio.

Sei qui appeso a un filo. O meglio, a un pelo, ma non diciamo di cosa. Ti studi di nuovo il tuo curriculum come dovessero interrogarti ancora sulle cose fatte, mentre forse sarebbe ora che t’interrogassi tu sulle cose da fare. E pensi a domattina. Ti sembra tutta una fottuta guerra tra poveri. Attendi l’esito, ma non trepidi mica. Intanto è meglio andare a dormire. Per una volta non sei stato insultato per farlo, ma non sei ancora immune al sonno, anche se ci stai lavorando. Ti stendi con un pensiero in avanti e una speranza nel cuore. Ti viene in mente lei, l’immagine fumosa e indefinita della cronista delle verdure che sta cercando di soffiarti il posto. Ti concentri e fai una preghiera. Buonanotte, mondo. E speriamo che sia racchia.

Rosso relativo

29 dic

Ghiro ripieno. No, non è il mio menu di Capodanno, ma l’attacco, l’incipit, della mia biografia più recente. Sono fermo, tranquillo, come un semaforo. Ora c’è il rosso. Perciò sono fermo, sì. Ma non con la mente, che quella ferma non lo è mai. Con il corpo resto in panciolle. Aspetto. Temporeggio. Ho il sonno facile. Mangio come un porco. Un ghiro ripieno, sì.

Oggi una prima sveglia. Mi è arrivata una lettera dall’esimio Ordine regionale. Non me l’hanno spedita per farmi gli auguri. Dentro non c’erano biglietti rossi vestiti a festa, ma moniti per mandare un po’ più in rosso il mio conto bancario. E io sto fermo. Resto in panciolle, sì, ma non con la mente. Che quella, no, non è ferma mai. Penso e ripenso al senso di tutto questo. E non lo trovo. So che qualcosa è cambiato. Monti ha smosso mari e suoi omonimi. Gli Ordini non sono più gli stessi. Credo. Mi era giunta voce che quello dei giornalisti non abbia più nemmeno il potere di sanzionare i suoi iscritti in caso di comportamento inadeguato (passatemi l’eufemismo). Non ne sono sicuro, eh. Un ghiro ripieno resta fedele a se stesso, bloccato nel suo torpore finto-festivo. S’ingozza ma non si schioda. E, paradosso dei paradossi, nemmeno s’informa. Nemmeno se informa di professione. Nemmeno se certe cose lo toccano da vicino.

Ammetto le mie inadempienze (perdonatemi il parolone, prometto di non usarne più fino al prossim’anno), ma l’aumento della quota annuale richiesta all’Ordine mi sa comunque una forzatura. Anche se non so bene come stanno le cose. A volte sento di aver sprecato più di due anni e mezzo della mia vita a rincorrere un tesserino in pelle di stagista che finora ha avuto l’unico merito di farmi entrare a scrocco a una mostra di Hiroshige e al Romics del 2010. Il resto è nebbia, e tanta tanta noia. Io che non mi annoio mai, perché ho la mente che non si ferma mai. Ma vedo male. Vedo rosso. E allora sto fermo, tranquillo, come un semaforo. Resto un ghiro ripieno. Che se mi risveglio toro son falli Fernet.

L’unica cosa che conta

1 set

La tv mi fa nostalgico. E come direbbe Cetto La Qualunque, Dadadà non c’entra una beata minchia. Non è nemmeno perché ormai quella scatola proietta-cazzate è diventata per me una coinquilina invisibile, e allora ritrovarmela ogni tanto lì sul mobile, neanche fosse tornata da una crociera esotica, mi fa ricordare i tempi di Mazinga e di quel gran pezzo di Lady Oscar. No, non per quello. La nostalgia mi è arrivata, leggera ma improvvisa, per via di un promo che sta circolando da giorni su di un film che mamma Rai ha messo in caldo per il nostro tiepido autunno.

E’ che io Fortapàsc me lo sono già visto. Ero ancora nel Paese dei Polpacci, a sognare un futuro incerto con felicità a momenti. Erano i tempi della scuola di giornalismo, tempi che oggi sembrano quelli di Jurassic Park. Non del film, proprio la preistoria. E invece è passato poco più di un anno. Eravamo nella camera della Silente, la collega che avrebbe tanto da dire, coinquilina mia e dell’amico Invasato. Immaginavamo un avvenire avventuroso, fatto di tanto impegno e di altrettante parole. Abbiamo tremato nel caldo di quel residence, di fronte al sacrificio di una persona che credeva nel giornalismo e nell’uomo. Soprattutto nell’uomo. Che poi è l’unica cosa che conta.

Il tempo ci sta dicendo che invece per noi c’è ancora tempo. Che per noi il tempo di quel tempo, quello dell’impegno e delle altrettante parole, non è ancora arrivato. Ma noi continuiamo a sognare il nostro futuro incerto con felicità a momenti, a credere nel giornalismo e nell’uomo. Soprattutto nell’uomo. Che poi è l’unica cosa che conta.

Parole sante

26 ago

Mi sento come un bambino. Dopo l’esame da professionista, dopo l’illusione di un contratto che non porta a nulla, dopo il fascino irresistibile di un’estate dura a morire nemmeno fosse Bruce Willis, provo a muovere i miei primi passi nel mondo del lavoro. Proprio come un bambino. Che poi non sono davvero i primi. E’ che ormai che è arrivata l’ora di fare sul serio, di darsi una botta di defibrillatore e vada come vada. Ora passata.

E’ così che ho preso contatto con la sede locale di un noto partito nazionale, uno di quelli di peso. No, non sono in cerca di raccomandazioni. Né ho intenzione di fare body building mettendomi a sollevare qualche scalda-poltrona di Montecitorio. Continuerò a camminare con le mie gambe fino a che l’esasperazione e il bisogno impellente di denaro non me le taglieranno di netto. Ho pensato di propormi per l’ufficio stampa di quel partito. E sono partito anch’io. Dal basso. Dal basso più basso. Da quello che nelle scuole di giornalismo considerano il fallimento più grande. Chi esce da quegli istituti sforna-cronisti-disoccupati può vantare di aver avuto una formazione da giornalista vero. Sa scovare la notizia (si spera) e la sa raccontare (si spera), sa usare la penna (si spera), ma soprattutto il cervello (aspetta e spera). E l’ufficio stampa è tutto tranne questo. E’ il riportare notizie precotte assecondando l’ente o l’azienda per cui si lavora. Si diventa cronisti-vetrina, un po’ come le puttane olandesi, con in mano un tablet made in China al posto del classico vibratore rotante a doppia punta.

Ma non è un problema, anche se un problema c’è. Il problema è che c’è un problema nel problema. E che problema! Mi sono fatto passare i contatti dei vertici di partito da un ragazzo che ha già un ruolo di responsabilità tra i giovani adepti. Ho avuto nomi, cognomi, numeri di cellulare. E un monito che non lascia scampo. C’è già un addetto stampa, ma è giusto che ti dica anche un’altra cosa: sono tutti incarichi non retribuiti.

E meno male che noi giornalisti campiamo d’aria e di Spirito Santo. Meno male che siamo automi senza lo squallido bisogno di mangiare che avete tutti voi subdoli umani. Meno male che non abbiamo un mutuo da pagare, perché tanto non lo possiamo nemmeno chiedere, se non per far sganasciare quei poveri banchieri frustrati dalla crisi. Meno male che noi abbiamo comunque un futuro. Un futuro anteriore. Il nostro posteriore era già occupato.

Ho un tarlo nella testa

13 ago

Stanotte andrò a letto con un tarlo nella testa. Roba che se il mio cervello fosse fatto di legno mi risveglierei con il vuoto cosmico dentro il cranio. Stanotte andrò a letto con una convinzione, quella che qualcuno ce l’ha con me. Qualcuno con cui ho avuto a che fare circa tre anni fa. Qualcuno che KronaKus conosce bene, perché in fondo è di suo “padre” che stiamo parlando. KronaKus sono io. KronaKus però è soprattutto un personaggio, un alter ego. KronaKus (il pupazzo, non il ragazzotto che sta dietro le quinte) è nato nel suo grembo. Nel grembo del Capo. Il suo primo datore di lavoro. Ok, facciamo il suo primo datore di qualcosa che in tre anni non ha ancora trovato una definizione. Soldi non ne ho praticamente visti, e che fosse giornalismo in senso stretto la scientifica non l’ha ancora appurato.

Bene. Anzi male. Perché sembra che il Capo mi odi. Prima era un sospetto, ora è diventata una certezza. O se non mi odia crede almeno di avere ragione di ignorarmi. Sono tre volte che lo incrocio per la Baia delle Zanzare. Mai un saluto. Le prime due ho pensato non mi avesse visto. Da lui nemmeno un cenno, ma allo stesso tempo nemmeno uno sguardo. La sua ragazza invece mi saluta. E’ una mia compagna delle elementari, e carina carina quando ci si vede un ciao accompagnato da un sorriso me lo concede. Da piccoli non avevamo nemmeno poi tanta confidenza. D’altronde all’epoca io ero poco avvezzo alla socialità, ero il classico bambino tranquillo tranquillo. Troppo tranquillo. Mi chiamavano Camomillo. Il tempo è passato, le cose sono cambiate. Io oggi sono un’altra persona. Non sono un animale da palcoscenico, non è nella mia natura, ma sono diverso da una volta. Oggi socializzo. Adoro parlare con la gente. E adoro anche solo salutarla, o farmi salutare. Ma il Capo no. Lui non vuole farlo.

Non è la tipica paranoia della notte. Stasera l’ho incontrato per ben due volte, e alla seconda mi ha addirittura guardato negli occhi. Dritto negli occhi, o quasi. E’ stato un lampo, una cosa molto furtiva. Ma lui mi ha visto, e io ho visto lui. Soprattutto ho visto che mi ha visto, e questo fa tutta la differenza del mondo. Perché è caduto anche l’ultimo muro: non è che non mi veda, non mi caga proprio.

C’ho riflettuto parecchio, e se posso dirla tutta la cosa mi urta abbastanza. Non il doverci riflettere, ma l’immotivata assenza di un cenno, la mancanza della più semplice delle cordialità. Un ciao (seppure certi motorini non vadano più di moda). Anche un ciao stronzo, volendo. Sarebbe già più gradito. Avrebbe già più senso.

Siamo diversi, e questo non c’ha mai permesso di avere una vera empatia. Personalmente ho vissuto come qualcosa di bizzarro il fatto che il mio Capo fosse uno della mia età, uno che fino a pochi anni prima lo vedevo girare per la mia stessa scuola. Ma soprattutto è la diversità ad averci separato alla nascita di un rapporto di presunto lavoro che difficilmente si sarebbe evoluto in qualcos’altro. Che so, magari in un’amicizia, o nel semplice piacere di fare due chiacchiere extra-(presunto)lavoro davanti a un caffè che non fosse quello della macchinetta della redazione. Abbiamo idee politiche opposte, ma soprattutto ha un modo di intendere la vita che è l’esatto contrario del mio. Tutto più che legittimo, ma evidentemente tanto basta a negarmi il saluto. Lui è il classico uomo d’affari, il self-made man con il culto dell’imprenditoria intensiva, e che non disdegna il salto (già fatto) nei palazzi della politica. Lui si ammazza di lavoro, io rischierei di ammazzarmi di noia se non fosse che ho più interessi di uno strozzino.

Ci sono diversità che mi fanno venire l’orticaria, atteggiamenti a cui non riesco a trovare una ragione d’essere. Ma il bello di me è che li so accettare. So soprassedere, purché ci sia un rispetto reciproco. E salutare è sinonimo di rispettare. Ma forse lui ha capito che non sono della sua stessa sponda. Ha capito che anche se ormai questa maledetta Baia gira intorno ai soliti due o tre Machiavelli di turno, io, il cronista nato dal suo grembo di mammo, giro in una direzione completamente opposta. Sono una lancetta con il vizio dell’antiorario. Prima o poi qualcuno mi farà passare un brutto quarto d’ora.

Che siamo diversi l’avrà capito quella volta che l’ho fatto incazzare. Mi occupavo del suo sito, e avevo messo in evidenza una notizia con le dichiarazioni di uno dei più grandi nemici della nostra giunta. Non la voglio nemmeno vedere quella faccia da cazzo, aveva detto. Così ho tolto la spunta, sono stato costretto a metterla in secondo piano. Ma va bene. Diciamo che va bene. Il Capo è il capo, la gerarchia delle notizie la detta lui, nonostante il fatto che la loro rilevanza dovrebbe venire prima delle ideologie indigeste.

Magari il punto non è nemmeno questo. Magari si è sentito tradito quando l’ho mollato su due piedi non appena ho saputo di esser stato selezionato per la scuola di giornalismo. Ma io alla sua promessa di farmi fare il praticantato non ho mai creduto, così ho seguito la mia strada. Aveva mosso mari e monti con la sua commercialista per capire come farmi avere un tesserino senza spendere che pochi spiccioli. Ma io non mi sono mai fidato. Mi deve ancora trenta euro. Trenta miseri euro. Figuriamoci se mi potevo fidare. Nel frattempo mi son fatto le ossa con professionisti veri. Professionisti non soltanto per via del tesserino, ma per l’esperienza. Quando me ne sono andato il Capo mi ha addirittura detto che se avessi imparato qualche trucchetto interessante a livello giornalistico glielo avrei dovuto comunicare. Sono stato fuori, ho fatto stage in redazioni importanti. Non mi pento. No, non mi pento. Nemmeno se non ho ancora uno straccio di lavoro. Non sputo mica su di un piatto che tra tasse e affitti mi ha fatto perdere non poco denaro, ma che perlomeno non mi ha fatto perdere una cosa ancora più importante della filigrana stessa. Il tempo. Ho fatto la mia scelta. Solo il mio me futuro sa se il mio me passato ha fatto la cosa giusta. Prendo la Delorean e vi mando un telegramma olografico post-datato.

O magari il problema è che sa di questo blog. Sa del sarcasmo di fondo, e magari non lo accetta. Ma questa è un’altra storia. E questa, forse, è davvero la tipica paranoia della notte.

Mi butto (3)

2 lug

Sottotitolo: Io, fottuto in partenza. Ho appena completato il test d’inglese del Corriere della Sera. Sì, perché non è bastato compilare la domanda online per candidarmi a tutti gli effetti alla sbalorditiva selezione messa in atto dal noto quotidiano. Ci sono più fasi, ma ovviamente non te lo dicono prima. E io mi aspettavo una scrematura sulla base dei millemila curricula che staranno sicuramente ricevendo, non di certo un quiz su internet per verificare l’effettiva padronanza dell’inglese di chi vuole tentare il colpaccio.

Io, da bravo millepiedi omerico, di talloni d’Achille ne ho a bizzeffe. Ma ne ho uno particolarmente grosso e sporgente (no, tranquilli, non siamo ancora saliti in zona inguinale), su cui c’è appiccicata un’etichetta piuttosto eloquente: Ai no spich inglisc vèri uèll. A ognuno il suo. Io ho fatto in tempo a rispondere a 57 delle 65 domande a cui mi hanno sottoposto nell’arco di mezzora. Con la linea internet a passo di moviola che mi ha rallentato un po’, e che soprattutto credo non mi abbia permesso di inviare l’ultima risposta perché nel frattempo era suonato il gong. Quindi facciamo 56. Ma per fortuna non ero solo. Eh già. Accanto a me avevo la più aggressiva delle zanzare del quartiere, probabilmente l’insetto regina di questa fottuta Baia. Ha provato a suggerirmi, ma non è riuscita ad andare oltre il solito squallidissimo ronzìo.

Scrivo queste righe un po’ affranto. Un po’ digito e un po’ mi gratto. Non è scaramanzia, a quella mi sono sempre affidato poco. E’ quella stronza di una regina che mi ha lasciato il ricordino. Ma al di là di test e monarchie ronzanti, so di aver fatto il massimo che potevo. In un primo momento ho pensato di farmi aiutare in tempo reale dalla mia cugina argentina, che di mestiere insegna inglese e fa pure traduzioni per le aziende. Però, vuoi per il fusorario vuoi perché lei non sa quasi nulla di italiano, ho evitato di mettermi su Skype a spiegarle di volta in volta il senso della frase da tradurre. Così ho passato il pomeriggio a ripassare una lingua che conosco per sentito dire o poco più, a rinforzare una base in carta velina su cui poi ho cercato di costruire un cazzo di grattacielo. Infine ho sfidato la sorte e le giuste pretese del Corriere, dando il via al test con un occhio sui quesiti e uno su Google Translate, utile come una bandiera della pace a casa Gheddafi.

Ora sono qui. Aspetto il verdetto del mio test con un mezzo ghigno stampato in faccia. So già come andrà a finire, è sempre stato un tentativo disperato. L’importante è che non mi disperi io, perché domani è un altro giorno. Speriamo non di merda.

Mi butto

25 giu

Carramba che sopresa, direbbe una certa Raffaella che, a discapito dei capelli da Maga Magò, il vero legame di parentela deve avercelo per forza con il prode Higlander. Cos’è successo? Semplice: il mondo del lavoro non retribuito (cioè tre quarti del mondo giornalistico) è stato scosso da un annuncio che sembra uscito da un film di fantascienza. E non tanto perché si parla chiaramente di tecnologia, ma perché appare proprio come un fulmine a ciel sereno. Anzi, come uno squarcio di sereno in mezzo a un mare di fulmini.

Il Corriere della Sera ricerca giovani redattori da inserire nelle proprie redazioni giornalistiche. Le persone parteciperanno a progetti di sviluppo e di crescita della testata, offrendo un valido contributo anche multimediale. E’ quanto si legge in un link a cui si può arrivare anche dalla stessa home page dell’edizione online del noto quotidiano.

Io sono alla disperata ricerca di una soluzione. Guardo il mio futuro e vedo nebbia e ancora nebbia, che varia secondo scale di grigio che comunque non lasciano nemmeno trapelare l’illusione del colore. Regna ancora la sensazione di una prospettiva che non c’è, l’idea che tra l’oggi e il domani ci sia un anello ancora mancante. Che magari potrebbe essere questo, un’esperienza in una delle più grandi realtà giornalistico-editoriali italiane. Una cosa che puzza di tirocinio a scrocco, e che quindi ha lo stesso odore di tutto il contorname. Ma Raffaella non si smentisce mai, e una carrambata è pur sempre una carrambata. Sono anni che il gruppo Rcs non attiva stage, mentre gli studenti delle scuole di giornalismo farebbero a cazzotti per trascorrere un paio di mesi tra le quattro mura delle sue tante redazioni. E questa iniziativa ha il sapore tipico della sorpresa. Una sorpresa a metà, almeno per me. Perché all’esame di abilitazione professionale avevo conosciuto una persona che lavora già nell’azienza, e che mi aveva accennato al fatto che il Corriere volesse approdare su iPad con un progetto piuttosto ambizioso. Specificando, però, che non sarebbe stato facile approfittare dell’inevitabile allargamento dell’organico (si, il personale ormai si chiama allo stesso modo della “monnezza”..), vuoi per i tanti in lista d’attesa e vuoi perché siamo in Italia, e si sa che spesso entra chi deve entrare. Chi si vuole far entrare. Chi è stato suggerito di far entrare.

Forse l’annuncio si riferisce proprio a questa iniziativa. E forse, dico forse, è soltanto uno specchietto per le allodole per chi si illude di poter finalmente lavorare in un grande giornale. Ma io no. Io non mi aspetto granché. Però so una cosa. Questa volta mi butto e vada come vada.

Il bello della diretta

5 giu

ATTENZIONE: PRIMA DI LEGGERE RICORDATI CHE DOMENICA 12 E LUNEDI’ 13 GIUGNO HAI UN APPUNTAMENTO CON LA CABINA ELETTORALE. SII GALANTE, NON MANCARE.

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E dire che era quasi fatta. Erano le due di notte. Dopo il mio spuntino notturno mi sono piazzato davanti alla tv. Ho fatto partire la partita (come ha fatto a partire se era già partita?!), la seconda replica di gara 2 delle finali Nba appena andata in onda su Sky Sport. Avrei voluto registrare direttamente la diretta (e se è diretta la si registra direttamente per forza..), ma il 2 giugno ero troppo impegnato a scrivere cazzate sul blog per riuscire a programmare correttamente il decoder. E infatti avevo registrato l’ennesima replica di gara 1, la partita precedente, e ho dovuto rimediare puntando tutto sull’ultima replica del giorno dopo. Poco male. Forse.

Ho rischiato ancora una volta di sapere in anticipo come sarebbe andata a finire, inciampando su uno status sospetto da parte di un collega della scuola di giornalismo che vagava sulla homepage di Facebook (lo status, non il collega, non è mica il Tagliaerbe!). Durante la giornata di ieri mio padre non ha avuto occasione di conoscere il risultato, così non ho nemmeno dovuto sedarlo per evitare che me lo anticipasse (era a casa per via del ponte, e comunque la sera si “seda” da solo sul divano a mo’ di pachiderma sbronzo). Mentre il fucile del cecchino che ho assoldato è ancora puntato sulla tempia sinistra del mio ex-allenatore. Insomma, tutti i pezzi erano al loro posto. Avevo fatto le mie mosse e tutto sembrava perfetto. Bene. Forse.

Ho fatto partire la partita (…). La registrazione l’ha presa un po’ larga, partendo dagli ultimi minuti dell’ennesimo successo di Siena nel campionato di basket italiano. Ho mandato avanti veloce. Ho visto la pubblicità. Poi ho visto immagini che erano palesemente di Nba, e pensando che fosse una specie di introduzione al match ho ripristinato la velocità normale e con essa anche l’audio. No. Sbagliato. Era la pubblicità di gara 3, e ho sentito quello che non devo sentire. …itolo è molto vicino, ma Dallas è pronta a stupire il mondo.

Tragedia. Putiferio. Ho pensato. Ho realizzato. Ho battuto i pugni sul divano più e più volte, consapevole di aver saputo il risultato ancora una volta prima di vedere la partita. Ho capito di esser stato tradito dalla superficialità di Sky, che allo scopo di presentare quello successivo aveva mandato in onda uno spot a tradimento lasciando trapelare il risultato dell’incontro la cui replica doveva ancora cominciare.  I Miami Heat avevano vinto soltanto una partita, all’interno di una serie al meglio delle sette. Questo significa che l’ambìto anello è loro soltanto se ne vincono quattro, avversari permettendo. Detto questo, per quale motivo la voce fuoricampo avrebbe dovuto dire che una squadra è vicinissima al titolo se non perché ha vinto anche il secondo round? Ho fatto uno dei miei soliti due più due. Il risultato? Il solito fottutissimo quattro. E l’inevitabile decisione: dalla gara 3 di stanotte, addio al brutto della differita e via al bello della diretta. Anche se a questo punto temo di addormentarmici davanti, e di sognarmi Beppe Signori che esce dalla Snai e che mi dice come va a finire ancora prima che finisca.

Nemmeno il tempo di rendermene conto, ed ecco cominciare la replica. Anticipazioni in studio con tanto di statistiche. Da un 2 a 0 nella serie, nella storia della Nba soltanto tre squadre sono riuscite a rimontare.

Ritragedia. Riputiferio. Ho ripensato. Ho rirealizzato. Ho ricapito. A forza di piacchiarlo ho trasformato il mio divano in un blocco di emmenthal ricoperto di stoffa. Anche qui mi sono chiesto per quale motivo il giornalista di Sky avrebbe dovuto ragionare su certe statistiche senza un motivo valido. Insomma, era la riprova di quello che avevo sentito con la coda dell’orecchio. I Miami Heat avevano vinto anche gara 2.

Fischio d’inizio. Depresso e demotivato mi sono messo a guardare quei dieci stronzi che corrono a destra e a sinistra per cercare di infilarla nel buco. Sapendo già il risultato tanto valeva guardarsi un porno, in fondo lo scopo del gioco è lo stesso. Ho provato addirittura a fingere di non aver capito. Mi sono detto che comunque non si sa mai, che non è ancora detta. Ma più ragionavo su quello che avevo sentito e più mi rassegnavo.

Piccola altalena di vantaggi e di svantaggi, di parziali e di controparziali. La morale della favola è che Miami ha dominato alla grande. L’esplosività delle schiacciate di Wade e James contro i giochi mosci e le palle perse di Nowitski e compagni. A tre minuti dalla fine gli Heat vincevano di 15, e sia in campo sia in panchina tirava già aria di festa.

Tutto sbagliato. La festa era sbagliata. I miei due più due erano sbagliati, perché per una volta avevano fatto cinque. Miami si è spenta improvvisamente.  Attacco debole e improduttivo, Dallas che comincia a segnare. Prima la parità, poi il canestro decisivo del gigante tedesco che ha decretato l’incredibile disfatta degli Heat. Serie sull’1 a 1, altro che titolo molto vicino. A quel punto ho capito che la voce fuoricampo non era stata poi così stronza. Ho capito che nello spot si parlava di gara 3 basandosi soltanto su gara 1, anche se quel molto vicino suona ancora molto strano. E ho dedotto anche che l’anticipazione dallo studio di Sky voleva soltanto dare un po’ di numeri, magari depistando a dovere lo spettatore. Ben fatto dottor Mamoli, Kronakus non c’aveva proprio capito un cazzo. Sul tiro allo scadere da parte di Nowitski mi sono messo le mani tra i capelli e sono rimasto a bocca aperta per lo stupore. Sembravo una puttana d’alto bordo a fine turno, anche perché si erano ormai fatte le cinque del mattino. Lo stesso orario che farò anche per guardarmi gli altri incontri delle finali. In diretta, però.

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ATTENZIONE: PRIMA DI ANDARTENE RICORDATI CHE DOMENICA 12 E LUNEDI’ 13 GIUGNO HAI UN APPUNTAMENTO CON LA CABINA ELETTORALE. VEDI DI NON FARLA SOFFRIRE DANDOLE BUCA, BRUTTO BASTARDO!!

Dipende tutto da me

24 mag

Quelli dell’Ordine fanno un po’ le primedonne, e il tesserino da professionista si lascia ancora desiderare. Io sono qui che aspetto quel famigerato cartoncino rivestito in pelle di stagista che mi dovrebbe aprire delle porte. Il cartoncino, non lo stagista. Quello è già troppo preso a fare caffè e fotocopie.

Nell’attesa ripenso a quando ho presentato la domanda.

Ok, avevo dormito poco. Ma quella sensazione di apatia che mi sentivo addosso io proprio non la volevo. La percepivo come un parassita, un qualcosa di cui dovermi liberare. Eppure se ne stava lì. Incrollabile. Irriducibile. Fino a che non mi sono dato una scrollata e sono tornato in me.
Ero appena uscito da quel portone dietro cui avevo lasciato tanti soldi e ben poche speranze. Solo pochi istanti prima ero ancora dentro quella stanza, a compilare moduli, a firmare carte, a guardarmi tagliuzzare la faccia stampata su delle fototessere a cui, a detta di mio padre, mancava soltanto la scritta “wanted”. Ricercato. Un ricercato che però deve ricercare. Ricercare una prospettiva, un perché.
Ero di ritorno dall’ufficio dell’Ordine dei giornalisti. Dopo un mese mezzo mi sono deciso a consegnare tutto il necessario. Con l’esame superato, il tempo e i soldi spesi alla scuola di giornalismo, non potevo proprio saltare questa tappa. Ho fatto domanda: entro maggio sarò a tutti gli effetti un professionista, o così mi han detto. Per ora niente. Manca il verdetto della burocrazia, le carte bollate, le raccomandate. Con o senza ricevuta di ritorno. Che tanto indietro non si torna. Ero indeciso, sì, ma alla fine mi sono lasciato andare al buon senso. Non potevo restare praticante soltanto per paura che facendo il grande salto non mi avrebbe più assunto nessuno. Non potevo non fare quel piccolo grande passo. Ho sudato per arrivarci. Dovevo farlo. Dovevo e basta. Adesso il pericolo è che le maggiori garanzie dovute allo status di professionista mi si rivoltino contro. Ho paura che costando di più alle aziende, le aziende decidano sia meglio snobbarmi, che sia meglio lasciarmi a spasso. Meglio uno stagista oggi che un professionista domani, che puoi chi li paga tutti quei contributi, chi gliela paga la paga se poi il mercato non paga, se il settore è in recessione e il mondo pure? E poi la pelle di professionista è troppo dura, poi con cosa li fanno i tesserini?!
Però con la paura non si mangia. E la scusa della dieta non basta, non mi autorizza a lasciarmi sotterrare dai timori. Stavo scendendo le scale da quel quinto piano pieno dei miei soldi e delle mie poche speranze. Ho sentito un brivido, un’emozione strana miscelata al sonno che mi mandava avanti le gambe per inerzia. Perché sì, avevo dormito poco. Ma in quel momento ho capito che niente mi verrà regalato. Che se adesso sarà più difficile trovare lavoro significa soltanto che dovrò impegnarmi di più. Dipende tutto da me. Le sensazioni-parassita le lascio a qualcun altro.

E’ qui la festa?!

22 mar

Riguardo me e le mie foto a pochi giorni dal misfatto. C’è chi si è lamentato della musica. Chi è andato e chi è venuto. Chi si è fatto vivo anche se ormai lo credevi morto e sepolto. Chi mi ha rivolto la parola e ha scherzato con me come durante i bei tempi andati. La sera della festa ho riscoperto il senso delle amicizie perdute. Perdute, sì, ma solo per finta. Gli amici si vedono nel momento del bisogno, e per fortuna il mio intestino è sempre bello e attivo.

Mi sono divertito, davvero. I giorni prima un po’ meno. Quando lo racconto tutti mi dicono che non sono questi i veri problemi. Suvvia, si tratta pur sempre di organizzare una festa. Sono d’accordo, ma non è una cosa semplice, nemmeno se si è in tre. Soprattutto quando si è reduci da uno stress come l’esame per diventare un giornalista professionista. Ho visto le farfalle, e le vedo ancora. Ma mi devo ancora riprendere, lo sento. Sarà che ai postumi di uno studio disperato si aggiunge già da ora la paura di un futuro che ha la forma di un’equazione indecifrabile, tante sono le incognite, tante sono le variabili. Tanto poche sono le soluzioni possibili. Cerco di risolverla di tonda in tonda, ma non tutto quadra, e alla fine tutto finisce in graffa. Vedo di fronte a me una complessità indicibile. In questi casi la cosa migliore è affrontare i problemi con soluzioni semplici. E non c’è niente di più semplice che cazzeggiare davanti a uno schermo fino alle 4 della notte e oltre, senza leggere una riga di nulla se non le scritte sulla busta del pane e quelle di questo stesso blog. E poi alzarsi a mezzogiorno dall’amico letto. Ma attenzione, è un’offerta limitata. I genitori vogliono essere soddisfatti, oppure rimborsati. E io, sì, mi attiverò davvero. Ma ora come ora sento che lo farò in comode rate mensili.

Vedo le farfalle

14 mar

I feticci del nuovo millennio: essere disoccupati, ma con la qualifica di professionista. Ora è ufficiale, sono anche io nel club. L’esame è andato a gonfie vele. Sono sempre più convinto che i membri di questa commissione stiano aspettando qualcuno che offra loro del denaro. Del denaro per indurli a bocciare, non a promuovere. Una sorta di corruzione al contrario, su cui scherzo parlando per assurdo. Ma è anche vero che su quello che non sai sorvolano, se non ci arrivi ti ci fanno arrivare, e perdonano mancanze per cui altri commissari avrebbero quasi sicuramente bocciato.

Non è il mio caso. Io ho risposto quasi a tutto, e laddove non ho risposto ho collegato concetti a capocchia dimostrando comunque che pur non sapendo centrare il bersaglio non sono del tutto ignorante. Tra le altre cose mi hanno chiesto qual è stato il primo giornale a usare le illustrazioni per dare le notizie. La risposta era banale, la Domenica del Corriere, ma io non sapendo cosa dire ho risposto il Newyorker, per via delle sue copertine rigorosamente illustrate. Trattasi di un periodico americano con cui il direttore della scuola di giornalismo c’ha sempre fatto una testa così, ma che non ho mai letto davvero (anche perché il mio inglese è piuttosto martufelliano). Come dire: non ho granché di nostrano da vendervi, ma ho del prosciutto statunitense da leccarsi pure le orecchie (anche se personalmente non l’ho mai assaggiato). Ho ostentato di avere una cultura, e quello è sempre un buon lascia passare per chi vuole fare il giornalista. La commissione è comprensiva, e queste cose le sa intendere bene. Me ne sono tornato a casa con una media tra scritto e orale che sfiora il 49 su un massimo di 60. Ho fatto la mia porca figura, e forse parte del merito sta proprio in quel suino d’oltreoceano.

La sera a Roma c’era il sole. Sì, c’era anche se era quasi notte. Ma vuoi per la mia gioia, vuoi perché le nuvole se n’erano improvvisamente andate dopo giorni davvero uggiosi, ho visto davvero una città splendente. Eterna e splendente. Anzi, mi sono accorto di vedere la capitale per la prima volta da giorni. Dal mio arrivo era stato come vivere dentro la mia testa, tra ripassi affannosi e nevrosi di sottobanco. E’ stato come vivere dentro Matrix (il film, non il talk show pseudo-giornalistico di Canale 5), al posto del mondo intorno a me vedevo soltanto dati e codici. Codici rigorosamente deontologici. Ma la sera dopo l’esame ho smesso di vedere la pioggia, sia quella dei numeri verdi del noto film di fantascienza sia quella fatta di vapore acqueo. Attorno a me solo un ritrovato senso di pace, sopra di me un cielo pieno di farfalle.

Intermezzo

12 mar

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Ok, ora posso anche fare basta.
E’ andata.

Chi sono io senza di voi

11 mar

Ci siamo. E’ il giorno del giudizio (o magari sto facendo finta che sia oggi per depistarvi, ma questo non lo saprete mai). L’ossigeno s’incamera a mandate piccole e veloci. Il water è arrivato al punto di propormi un patto di non flatulenza. I denti, invece, i miei poveri denti… Addio poveri denti.

Pranzo presto nella pizzeria tuttofare sotto l’hotel dall’odor di fogna. Per fortuna lì il cibo sprigiona aromi migliori. Niente di eccezionale, ma sicuramente a buon mercato, soprattutto se si considera che sono nel pieno centro di Roma (mica nel Paese dei Polpacci!). Il problema è che io ho la stessa fame di un anoressico dopo il cenone di Capodanno. Ho lo stomaco chiuso, l’intestino pronto a trasformare tutto in qualcosa che mi astengo dal nominare, e il water di camera mia che ha già chiamato in direzione per chiedere il trasferimento.

Mi accorgo di essere teso come al mio primo giorno di scuola, quando invece dovrebbe essere l’ultimo. L’ultimo esame della mia vita salvo nuove lauree, urine ed emoglobine varie. Mangio, ma mi sforzo nel farlo. E’ un innocentissimo risotto al pomodoro, ma a me sembra una teglia di tiramisù alla nutella ricoperta di bigné fritti come involtini primavera. Basta, mi sto facendo schifo da solo.

Vivo uno stato d’ansia sottile ma palese. Ad aiutarmi sono intervenuti i miei amici di sempre, quelli che ogni volta mi ricordano che un dio lassù c’è davvero. Sono anime con le ali, è così che le chiamo. Animali, è così che li chiamano. Io li sento sempre molto vicini a me. E lo so, quando ci sono di mezzo le bestiole uso puntualmente parole di miele, ingrediente che aggiungerei volentieri a quel gustoso tiramisù di poco fa.
Mi guardavo allo specchio mentre ingoiavo chicchi di riso pesanti come sassi. Avevo due occhi che avrebbero rincuorato qualsiasi zombie (chi non farebbe un ghigno malefico di fronte a qualcuno messo peggio?). Poi ho abbassato lo sguardo. Poco oltre i miei piedi c’era un piccione che stava combattendo con una farfalla (di pasta, eh). Se la mangiucchiava, e gli saltellava via dal becco in un modo molto buffo. Sembrava quasi fosse viva. Ho sorriso, e come sempre in questi casi mi sono ricordato chi sono.

Sono tornato in stanza a ripassare la mia tesina per l’ultima volta, con in testa una frase urlata a loop, messa lì a mo’ di placebo da un dio minore ma lungimirante.

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Speriamo che il disco si fermi quando sarà ora dell’orale, o alla commissione non sembrerò che un povero ornitologo impazzito.

L’eccezione alla regola

10 mar

L’idea di prendermela comoda sta dando i suoi frutti. Sono a Roma, sì, ma con qualche giorno di anticipo. Assisto agli esami degli altri e mi rilasso. Mi rilasso pericolosamente. Vedo gente brillante, ma anche gente che fa scena muta o quasi. La commissione si consulta a porta chiuse, ci mette più tempo del normale, ma alla fine sta promuovendo tutti. L’idea di poter essere l’eccezione alla regola sta mettendo a dura prova la resistenza dei miei poveri denti.

Morfeo il suggeritore

9 mar

Nella capitale i giorni si fanno sempre più corti. Complice il diabolico ordine alfabetico (la k è piuttosto in là) che determina la sequenza dei candidati, mi sto concedendo il lusso di assistere all’esame di altri colleghi, “cavie” a cui la gogna è toccata prima di me. E  scopro argomenti nuovi da ripassare e altri da studiare proprio da zero. Ambiti del sapere ancora vergini da portare all’orale. Senza doppi sensi, eh.

La mattina mi sveglio con in testa domande a cui credo che risponderei meglio continuando a poltrire. Ho preparato una tesina che per vie traverse si collega al precariato, e vi assicuro che le vie traverse non spaventano affatto la commissione.  Mi è rimasto in mente il salto quantico dall’mp3 alla P2, in una successione di domande la cui logica indecifrabile va ben oltre gli intrighi di Dan Brown.

Il punto è che mi sono svegliato con un quesito sbucato dal nulla, partito a loop nella mia testa come fosse un disco rotto: cos’è il collegato-lavoro.

Panico. Vai di Wikipedia dall’iPhone nuovo (l’hotel puzza, e soprattutto il wifi non arriva nella ruota per criceti che mi hanno riservato). E studia studia studia. Perché secondo me il subconscio mi ha voluto dare una mano durante il dormiveglia, e io non ho nessuna intenzione di tradire le aspettative di quel bontempone di Morfeo.

Aria d’esame

7 mar

Il bagno puzza di fogna, ma le mie ascelle non stanno tanto meglio. Ho trovato un due stelle a un passo dall’Ordine, e a un passo e mezzo dalla stazione Termini. Due metri per due, lo stesso spazio vitale che avrebbe un criceto dentro la sua simpatica ruota. Però il letto sembra comodo, e in questo momento è la cosa che conta di più.

Comincia la mia road map verso l’orale degli orali, anche se detta così suona decisamente male. E’ quasi ora di fare lo stallone di fronte a una commissione disposta a ferro di cavallo. Ed è quasi arriva l’ora di dimostrare a me stesso che quella di essere così ignorante, in fin dei conti, non è che una pura infondata.

Sono arrivato a Roma. Respiro odori forti, quel tanto che i miei polmoni si degnano di ricevere. Mando giù quel poco di ossigeno che basta per non schiattare. Mi dico che sono tranquillo, e in fondo lo sento. Voglio solo cancellare con un colpo di spugna questo incubo cominciato più di due anni fa. Ma il mio corpo è più cosciente di me. E reagisce strozzando i respiri, dichiarando guerra alla stitichezza, e facendomi scontrare di continuo le arcate dentali come se avessi un maledetto tic.

L’augurio più bello

1 mar

Il ricordo della gioventù. I viaggi nella stessa Roma in cui io sto quasi per tornare. I racconti reiterati delle sue trasferte nella Capitale, a vendere le uova di casa sua. E io che ora gli spiego che sto per andare di nuovo lì, a giocarmi un tesserino che sa di futuro.

Dov’è che vai?, mi ha chiesto dopo pochi minuti aver già avuto la risposta da mia madre.
A Roma, ho l’esame, gli ho detto.
E dopo saresti..? Giornalista??
Eh sì.. speriamo…
Dai dai, che poi me la fai a me la prima pagina!

Una sola risposta, di testa e di cuore. Grazie nonno.

Di tutto e di niente

28 feb

Sono un involucro pieno di tutto e di niente. Una scatola vuota riempita di concetti, parole e norme poco normali. Come poco normale è sentirsi così, con l’esame che si avvicina e con la crescente convinzione di sapere tante cose ma di non saperle mettere insieme. Del tipo: mi apri la scatola cranica e dentro ci trovi un minestrone pieno di strane verdure dal sapore indefinibile. Che lo mangi e ti chiedi: Ma di cosa sa?! E la risposta è la stessa, spietata e inevitabile: di tutto e di niente.

Il mio corpo che cambia

25 feb

Manco da un po’. Manco qui, manco dalla mia vita vera. Vivo su di un libro fatto di ottocento domande, le cui ottocento risposte la mia testa si rifiuta di memorizzare. Sono un povero ignorante. Ma se manco è anche per impegni extra che, sorte birichina, si sono accavallati proprio a ridosso dell’orale più difficile di tutti. Roba che nemmeno la escort più esperta riuscirebbe a portare a compimento. Figuriamoci io che sono casto. Come Fidel. Come dite? Quello è Castro? Lo dicevo io che ero ignorante. E poi l’evirazione mi fa paura anche solo a nominarla.

Due lauree in due giorni. Di due cari amici, mica cani e porci. Che poi per come sono fatto sarei andato pure a quelle della Pimpa e di Porky Pig, ma questa è un’altra storia. Sono stati due appuntamenti a cui non sarei potuto mancare. Due tesi discusse in poco più di ventiquattr’ore. Due belle prestazioni. Roba, pure questa, che nemmeno la escort più esperta riuscirebbe a portare a compimento.

La cosa buffa è che tutto si è svolto in un luogo a me familiare: il Paese dei Polpacci, dove ho studiato pure io, prima all’università e poi alla scuola di giornalismo. Ed è stata una stretta al cuore. Anzi due. Due in due giorni. Su e giù per i suoi saliscendi assassini. Al freddo ma sudato, affannato. E’ sempre stata un po’ una fatica, ma mai così. Sono fuori forma per via del tanto studiare, ma sto pure diventando grande. O grosso. Dipende cosa s’intende. In ogni caso, lo so, è il mio corpo che cambia.

Ma il colpo al cuore è stato più emotivo che altro. Tornando verso casa siamo passati davanti alla scuola. Da fuori ho visto l’aula computer piena di gente. Gente che non sono io, gente che non siamo noi. Non più. Gente, altra gente. Gli iscritti al nuovo biennio, in cerca di un sogno lungo una strada lastricata di illusioni. Ho sentito il tempo che passa, cicli che si chiudono al grido di avanti il prossimo. Una strana sensazione, in un bagno di sudore. Di fronte a luci accese da altri, computer con i tasti premuti da mani che non sono mie. E’ stato un attimo. Un attimo di vita vissuta, concentrata nel mare dei ricordi. Nella corrente dei questi giorni convulsi.

Poco fa ho scoperto che i nuovi adepti della disoccupazione dilagante (sì, proprio i martiri del nuovo biennio) hanno pure creato una pagina Facebook con il nome storpiato del giornale ufficiale della scuola. Anche io, ai miei tempi, avevo pensato a uno o due nomignoli. A una parodia come questa, insomma. Ma ne ricordo soltanto uno. Eh sì, sto proprio diventando grande. O grosso. Dipende cosa s’intende.

E se passo l’esame…

22 feb

 

Are you ready for Carnival?!

 

Quanto manga alla fine?

9 feb

Intanto studio. Non ho poi tutta questa fretta di andarmene da casa. Voglio bene ai suoi inquilini, che poi sarebbe pure la mia famiglia. Tanto bene. Come voglio tanto bene alle persone con cui litigo. Gli amici per il Fantacalcio. La fidanzata in nome di chissà quale rispetto, di cui ho fame da sempre come fossi un pozzo senza fondo.

Intanto studio il mio bel libro. Bello per modo di dire, utile senz’altro. Ottocento domande con relative risposte sui quesiti più frequenti. Venticinque euro, ok, ma mi sembrano spesi bene. Lo studio da una decina di giorni e ho superato da poco pagina cento. Su trecento circa.

Due o tre volte al dì lo guardo, lo fisso. Lui se ne sta lì. Chiuso. Buono. Zitto. Che poi non vedo perché cazzo dovrebbe parlare. Cerco di fare un bilancio, di capire a che punto sta quel segnalibro. E mi congratulo con me stesso per essere quasi alla fine. Poi mi accorgo che non è un manga, uno quei fumetti giapponesi che si leggono al contrario. E mi ricordo che le cento pagine sono quelle fatte, e non quelle che restano da fare.

Dienneà

8 feb

Sono stanco. Ho i nervi così tesi che Jimi Hendrix potrebbe suonarci un assolo coi denti. Meno di quattro settimane mi separano dall’orale. E sento la tensione, la sento tutta. Non posso affidarmi allo stesso culo (enorme e pure un po’ flaccido) della prova scritta. Questa volta la teoria che non so deve diventare la teoria che conosco come le mie tasche. E mentre continuo a rovistare nei pantaloni per cercare le chiavi di casa che ho perso vi dico vi dico: sì, da oggi si fa sul serio. Sveglia presto (o quantomeno prima che a svegliarmi sia l’odore della pasta al sugo) e via con un programma di studio degno di questo nome.

Intanto litigo con chiunque. Sono insieme il carnefice e la vittima impotente di un’ansia che continuo a non giustificare. Che bene o male che vada quel che conta è se mai lavorerò, non un esame per tuttologi che sembra più che altro un esercizio estentuante per la memoria.

D’altronde si sa: sono un autolesionista. I geni sono quello che sono. All’eredità dei genitori sembra non si possa sfuggire, e me ne rendo conto proprio nell’età in cui sento più il bisogno di spiccare il volo. Ho 27 anni suonati, e di certo non suonati a festa. Vorrei così tanto l’indipendenza che a confronto gli integralisti padani sono dei diplomatici con la sindrome del macho. Ma mi rendo conto che di questo passo, in questo mondo più precario della precarietà stessa, sarò autosufficiente il giorno in cui i cani miagoleranno. Intanto sopravvivo tra i lampi del cuore e gli schizzi di una mente insofferente (la mia), tra persone a cui voglio un gran bene ma con cui le differenze diventano ogni giorno sempre più un problema.

Eppure non si fugge dalla grande trappola dei geni. Sono ansioso e autolesionista proprio come i miei genitori. Ho la cocciutaggine di mia madre, Pre-Concetta, per cui le cose possono essere soltanto come lei le ha in testa. Bianche o nere, normali o non normali. E niente più. Categorie che io rifiuto. Le rifiuto categoricamente, queste categorie. E su questo sono categorico. Giusto qualche giorno fa l’ho invitata a provare nuovi sapori nella speranza di inaugurarle qualche nuova sinapsi. Perché io sono troppo diverso. Sono troppo come mio padre. Che si dice moderno, e che odia i blocchi mentali per poi finirne vittima lui stesso. Vittima dei suoi stessi blocchi. Una Contraddizione Su Due Gambe (facciamo una, vista la cartilagine consumata che gli sta mettendo ko il ginocchio sinistro). Una definizione per cui ancora mia madre mi applaude. Si vede che le è parsa abbastanza normale da essere giusta.

Nonostante tutto non posso dirmi poi così diverso da loro. La mia ironia rasenta spesso l’idiozia, e si basa su giochi di parole alla Caparezza, seppur di rango martufelliano. Niente arriva per caso, e dalle querce non nascono i mandarini. Qualche giorno fa all’Eredità, il quiz show condotto da quell’extracomunitario sbiadito di Carlo Conti, una delle domande è stata: Il padre di Carlo Magno si chiamava Pipino il breve. E la madre come si chiamava? “Figa lunga”, ha risposto l’uomo colpevole del mio concepimento. Tutto proprio normale.

Giorni cruciali

29 gen

La caldaia nuova? Non dirò nulla. Non dirò che la mia casa si è trasformata da Polo Nord a Equatore. Non dirò che scrivo facendo la sauna, e che ci sono già dei piccoli problemi per cui stamattina è dovuto tornare il tecnico. No, non lo dirò.

Ok l’ho detto, ma non importa. Mi fermo qui. E’ che il resto sta andando così a gonfie vele che a confronto le tette di Lolo Ferrari sono poco più che noccioline. Tutto è cominciato ieri sera, quando ho portato il computer dal dottore (un mio amico che ne sa più di Bill Gates e Steve Jobs messi insieme) per risolvere una volta per tutte il problema della ventola. Era dallo scorso aprile che si spegneva per surriscaldamento. Mi ha formattato tutto. Ora a suo dire ho un computer che lavora al massimo del suo potenziale, e pare che sia ancora una bella macchinuccia, che questi due anni di onorata anzianità non li dimostri affatto. Bene. Ma nonostante gli elogi, di partire la ventola non ne voleva proprio sapere. No no. Perché non era questione di driver o di sistema operativo. La soluzione? Due o tre colpetti da fuori con uno stuzzicadenti. E via. Adesso fa talmente casino che mi sembra di lavorare con una portaerei. Proprio come ai vecchi tempi. E io godo.

Meno uno. Poi il cell dalla batteria moribonda che mi ha retto una chiamata di oltre un’ora, e il vecchio caricabatterie che è tornato improvviamente a funzionare (anche se soltanto per una notte.. ok, facciamo un quarto d’ora). Ma è stata la prova che qualcosa stava accadendo. Tutto è cominciato due sere fa, all’ora di cena, quando mio padre ha scoperto di aver vinto al lotto. E al superenalotto. Cioè, ha fatto tre, insomma un bottino da dodici miseri euro. Noccioline, mica come le tette della cara Lolo. Però colpisce la strana congiuntura astrale che ha fatto coincidere una serie di ambi e terni (di certo ha aiutato la fissa di mia padre di giocare le stesse schedine in ricevitorie diverse..) più una vincita al superenalotto, cosa che non ci succedeva da circa tre anni. Più il computer rinato, il cellulare che fa gli straordinari e il caricabatterie resuscitato dall’oltretomba. Ma il meglio doveva ancora venire.

Sono giorni cruciali. Ieri ho vissuto emozioni forti, continue. Ho ricevuto notizie importanti. Alcune intere, altre soltanto a metà. Al punto che la sera, al pub con gli amici, non sapevo a cosa brindare. Cioè, a cosa brindare prima. Se alla notizia, quella intera, della mia ammissione all’orale (no Silvio, non è come pensi). Oppure se la notizia, quella mezza, che forse un giornale locale sta cercando qualcuno che scriva dalla Baia delle Zanzare, nientemeno che la mia città.

La storia è infinita, un po’ come in quel film che mi aveva incantato da piccolo. Vi basti la mia gioia. Vi basti sapere che su consiglio del mio fumettaro di fiducia ho provato ad approfittare dell’immensa fortuna che ho in questi giorni, di un culo grande quanto il mondo intero. Ho giocato al Superenalotto. Chissà che stasera non vinca pure io la bellezza di dodici euro.

L’attesa

27 gen

...aspettava il risultato dell'esame...

Sull’orlo di una crisi di ethernet

26 gen

Pic-nic improvvisato sul pianerottolo di casa mia

Torno ora da una serata con gli amici. Sono uscito a prendere caldo, paradosso di ogni inverno che si rispetti. A casa mia, a forza di stare al freddo sono diventato carino e coccoloso come un pinguino di Madagascar. Ma io ho capito tutto: sono finito nel bel mezzo di un complotto. Come sempre il portatile soffre di surriscaldamento non globale. La caldaia è rotta, la stiamo cambiando, ma fino a domani ci tocca stare così. Intanto abbiamo dei nuovi vicini: sono eschimesi. Gli orsi polari sono scappati via perché fa troppo freddo pure per loro, mentre la foca Sibert ha tenuto duro ma si è beccata una broncopolmonite coi fiocchi. Di neve. Tutto questo mentre pure il modem ha dato forfait. Non per il solito wireless ballerino: manca proprio la linea (sto sfruttando un raro momento di lucidità del suddetto aggeggio).

Ho capito tutto, dicevo. Il portatile si è messo d’accordo con la caldaia, ormai vecchia e stanca, per andare in pensione anticipata. Perché? Perché così può stare acceso in un ambiente a lui più favorevole. Ora il mio computerino resiste più di un’ora e mezza senza spegnersi mai, cosa che non succedeva da un po’. La ragione è semplice: è come se si trovasse dentro una cella frigorifera, e scaldarsi è diventato un tantino più complicato. E il modem? Beh lui si sta semplicemente prendendo gioco di me, a fare il pazzerello proprio nei giorni in cui attendo con trepidazione l’esito dell’esame, con avvertimento tramite mail e poi la pubblicazione dell’elenco degli ammessi all’orale direttamente sul sito dell’Ordine. Questo (e il fatto che non posso scaricare l’album di Jovanotti uscito proprio oggi) mi ha mandato sull’orlo di una crisi di nervi.

Ho bisogno di scaricare la tensione. Vado a farmi un Kinder Pinguì fatto in casa. Pingu, il tuo sacrificio non è stato vano.

Maledetta caldaia, caldaia maladetta

23 gen

Questi sono giorni molto caldi. Nel senso che l’attesa è lenta e sposmodica. I risultati dello scritto devono ancora uscire, anche se io nel frattempo preferisco non pensarci. Ma ogni tanto la testa mi va lì, è inevitabile. Anche perché il 99,9% delle persone che incontro mi chiede com’è andata. Conoscenti, amici, parenti. E non è mica un problema, eh. Soprattutto se a chiedermelo è mio nonno, anche se lo fa per quattro o cinque volte di fila perché non si ricorda di avermelo appena chiesto. Ci sorrido su, così come a tutti gli altri. Anche se in quei momenti dentro di me si blocca un po’ il respiro. Sento come un nodo alla gola, per via di un’ansia che non so ancora decifrare. Perché a tutti sbandiero il mio moderato ottimismo, ma dentro di me ho paura di un eventuale fallimento. Dover rifare tutto, con la psiche a pezzi e con tracce e domande che difficilmente potranno essere così a mio favore, è un’ipotesi che mi mette addosso una paura fottuta. Perché all’esame sono andato con una preparazione abbastanza scarsa, figlia di una disorganizzazione che mi si è rivelata soltanto all’ultimo.

Ho cominciato a fare riassunti dai giornali già un mese prima, e mi domando in quanti lo abbiano fatto. Le giornate trascorrevano così, con il capo chinato sulle tante notizie del giorno che cercavo di fissare dentro quello stesso capo. Poi, all’ultimo, messaggiando con una collega su Facebook mi sono reso conto di quanto fossi scoperto sulle domande di teoria. Così ho finito per abbandonare i giornali, e ho preferito concentrarmi su una manciata di concetti che non potevo non sapere. Questo fino a due giorni prima dell’esame, quando mi sono detto: E le notizie? E i quotidiani? E’ quasi ora dello scritto, e di Ruby sai soltanto che è marocchina e che ama la politica con tutta se stessa. Ma proprio tutta, eh.
Alla fine ho rincorso le lancette per mettermi in pari sulla questione Fiat-Mirafiori, quella che mi stava entrando meglio in testa, e su cui stavo puntando tutto. E Ruby? L’ho lasciata al suo destino. Anche perché la nipote di Mubarak se la cava bene pure da sola, su. E poi la questione era troppo spinosa, troppo politicizzata, troppo intrisa di quella terminologia giudiziaria che ancora non padroneggio come dovrei. E sotto c’è troppo del marcio, troppo dello scandaloso. Più che un articolo mi sarebbe finuta fuori la sceneggiatura di un porno, e l’assenza di consonanti mi avrebbe messo sicuramente in crisi. Così ho rinunciato.

Alla fine mi sono lasciato guidare dal mio lampo di genio. Che poi se fosse di genio non lo so, ma di certo il lampo c’è stato. Vallanzasca, la polemica della Lega sul film di Michele Placido che sarebbe uscito di lì a poco. Mi sono letto gli articoli, li ho riassunti e me li sono studiati. La diatriba stava diventando troppo di attualità per non occuparmene. E il giorno dell’esame sono uscite entrambe le tracce, Fiat e Vallanzasca. Ho perso una mezzora per decidermi, poi ho optato per la seconda. E le domande? Quattro su sei le sapevo al volo, e senza l’aiuto da casa. Il pomeriggio prima mi sono sentito fragile e impotente ad ascoltare la mia collega che mi ripeteva la teoria mentre io constatavo quanto non sapessi nulla e quanto ormai la mia mente si fosse chiusa come le gambe di una escort in pensione (e meno male). Mentre il giorno dell’esame mi sono ritrovato io a dare una mano alla collega, perché delle domande uscite non ce n’era una a cui lei sapesse rispondere.

Per questo dico che meglio di così non mi sarebbe potuto andare, e un’eventuale bocciatura rischia di diventare per me una clamorosa batosta. Per questo dico che sono giorni caldi, anche se il barometro dice l’esatto contrario. Da stamattina sono al freddo e al gelo. La caldaia di casa mia ha dato forfait. La stessa caldaia che aveva ventun’anni di vita, che era moribonda da un po’ e di cui mio padre ha sempre rimandato la sostituzione. Fa talmente freddo che oggi nemmeno il mio portatile, quello con il vizio dell’autocombustione, riesce a prendere fuoco come d’abitudine. E dire che avevo pensato di usarlo come stufetta. Invece niente da fare, nemmeno questa piccola soddisfazione. Ho provato a farmi una tisana, ma l’effetto è durato meno di una sveltina. Prima di metterla sul fuoco ho messo le mie mani sul fornello: è stata una libidine che Lele Mora se la sogna. Poi ho provato a tenere tutte le luci accese, ma avrei fatto meglio a provare con un solarium. Con il rischio, però, di trasformare me e i miei genitori nella famiglia Obama. Mia madre sta tentando di acciuffare la volpe artica che corre su e giù per il corridoio, ma poi le ho ricordato che io sono contrario alle pellicce, e così ha desistito. Mio padre si fa la solita overdose di sport in tv, con i guanti di lana che gli impediscono di fare zapping come vorrebbe da una partita all’altra. Io faccio pipì come fossi una fontana, e il sindaco della Baia delle Zanzare sta facendo pressioni affinché mi trasferisca in piazza (dove probabilmente patirei meno il freddo). Ma per ora resto nel mio salotto a giocare a hockey su ghiaccio con quel dislessico di Pingu, mentre in cucina quella patata bollente di Ruby impartisce lezioni su come, a suo dire, sarebbe più sensato consumare i Polaretti. Samara è uscita dal pozzo perché l’acqua stava gelando, e ora pretende che io le dia una scaldatina. Ma oltre a trovare la cosa piuttosto agghiacciante non sono proprio in vena. Il mio pallino (di neve pure quello) è ormai l’esito di questo benedetto esame. Che se fosse andata male, io lo so, ci rimarrei proprio di ghiaccio.

Notte dopo l’esame

19 gen

Questo è il mio terzo attacco. Nel senso che è la terza volta che comincio a scrivere questo post, e alla fine mi sono dovuto arrendere alla cosa più onesta che avessi da dire. Questo è il mio terzo attacco, appunto. Lucidità mentale ai minimi storici. Ho gli occhi più chiusi che aperti, le dita che ormai digitano da sole come fosse il ritmo del loro respiro. Normale. Otto ore passate dentro un’enorme sala conferenze, a scrivere articoli, sintesi, risposte a questionari. In sostanza, a scrivere il nostro futuro, alle prese con un esame che sulla carta metterebbe n crisi pure Wikipedia. E di ore, la notte prima, ne avevo dormite soltanto quattro. Non per colpa di Samara, eh. Con tutti quei capelli, io e lei abbiamo avuto dei seri problemi durante i preliminari, così l’ho dovuta licenziare. Non tutte le Ruby vengono col buco (e a quasto punto mi domando con cosa vengano).

E’ stato un gran giorno per me. Anche se saprò soltanto tra minimo una decina di giorni se è stato davvero così. Ammetto di avere avuto il mio solito culo, lo stesso che avevo vuto al Fantacalcio durante il girone di andata, ma che al ritorno mi ha letteralmente abbandonato. Ma io lo sentivo che non si trattava di un tradimento. Il mio bel sederone si era trasferito altrove, si stava risparmiando per oggi, il giorno della verità. Sì, perché sono uscite entrambe le tracce su cui mi ero preparato. Il caso Fiat, con un taglio molto abbordabile. E la polemica Lega – Vallanzasca. Ho fatto la seconda, per evitare di cadere nella trappola dei tecnicismi che qualche sapientone della commissione mi avrebbe di certo contestato. La sintesi era abbastanza semplice, delle domande ne sapevo quattro su sei. Alle altre due ha pensato la Provvidenza, diciamo.

Sono moderatamente ottimista. Potrebbe essere andata bene, grazie alla fortuna e, concedetemelo, alla lungimiranza di aver puntato sulla diatriba tra Carroccio e il film di Placido in uscita. Che ora come ora diventa un dovere morale andare a vedere. Ieri mattina mi sono trovato l’articolo sui tre giornali che avevo comprato. E ho sentito qualcosa, come un richiamo. Dico davvero. Mi sono messo a leggere, riassumere, ripetere. E in serata ho pure scritto un articolo sulla questione, così per scaldarmi i muscoli. All’una stavo per andare a dormire, poi mi sono accorto che su Repubblica.it erano uscite le reazioni del regista e di Kim Rossi Stuart, indignati come non mai. Lì ho capito che oggi, nella sezione spettacoli, sarebbe potuta uscire davvero una traccia su Vallanzasca. Bingo. Ma se ho vinto qualcosa lo saprò soltanto più avanti.

Mi accingo a dormire per l’ultima notte in questo The Ring’s Hospital Motel, la terza consecutiva. Sono uno dei pochissimi coglioni ad aver preso una stanza con un giorno d’anticipo, e prendendosela larga pure in uscita. Così sono di nuovo solo in questo albergo che, a dir la verità, non si è mai riempito davvero. Anche se a me avevano detto che sarebbe successo il contrario. Samara, invece, è ormai prossima alla cassaintegrazione. Io domattina prenderò il treno e me ne tornerò alla mia Baia delle Zanzare. L’obiettivo dei prossimi due giorni sarà riportare la mia psiche a livelli vagamente umani. Non sono come quelli che non sono riusciti a chiudere occhio per via dell’esame, ma sono come quelli che, nelle ultime settimane, hanno avuto per tutto il tempo un solo pallino fisso. Passarlo. Non mandare a puttane i quattrocento fottuti euro dell’iscrizione. E soprattutto evitare lo stress di un ciak due. Che una pressione così si regge senza problemi, ma di problemi ce ne sono ancora meno a non doverla reggere.

Ho bisogno di ritrovare la calma, di distendere i nervi nonostante l’attesa per il risultato e l’obbligo di non mollare ancora la presa. Perché se tutto va bene tra un mese circa ci sarà l’orale. Quello della bocciatura è un fantasma che è duro a morire. Anche perché i fantasmi sono già morti, e voglio proprio vedere come fanno a morire due volte. Magari lo chiederò a Samara. Che in fondo stanotte mi sento solo, e già mi manca quella sua bella chioma nera come il petrolio e dall’odore di merluzzo.

 

Non è un paese per Ruby

16 gen

Prendete la vita su Marte e dividetela per tre. Non trovo modo migliore per descrivere il posto da cui sto scrivendo. Un albergo, o così mi avevano detto. Che però assomiglia tanto a un ospedale, uno di quelli dove a mezzanotte compare una bambina con il camice bianco e i capelli neri davanti agli occhi, nel bel mezzo del corridoio. Sono finito niente meno sul set di E.R.. Ma che dico, questo è uno di quegli horror giapponesi, come dimostra anche il receptionist orientale con il baffo anni ’80. Brividi.

Me la sono presa comoda. Credo di aver trovato l’hotel più economico della storia degli hotel economici. Quaranta euro a notte con sconto per i concorsisti dell’Ergife. Una pacchia. Spendo poco, stacco un po’ da casa e ho più tranquillità per prepararmi all’esame-verità di martedì mattina. Ma come in ogni pellicola horror che si rispetti, se la spesa è bassa c’è sempre un perché. Ed eccomi in un piccolo hotel su cui nemmeno Vasco avrebbe il coraggio di scrivere una canzone. Non una stamberga, anzi non è nemmeno tanto male. E’ questa solitudine da numero primo che mi angoscia un po’. Però credo che domani si riempirà. Quando ho prenotato mi avevano detto che per la prima notte non ci sarebbe stato problema, ma se volevo assicurarmi un letto anche per la notte seguente avrei dovuto sbrigarmi a dare conferma. E così ho fatto.

Ora scusatemi, bussano alla porta. Io e Samara abbiamo deciso di fare un festino inter nos. Tocca che mi accontento: all’agenzie delle donnine mi han detto che le Ruby erano finite tutte.

Fiat Day

15 gen

Non me ne vogliano i lavoratori di Mirafiori, ma oggi è stato il mio Fiat Day. Il mio. Non il loro. Non me ne vogliano, non m’inserirò nel dibattito che vede contrapposti il fronte del sì e quello del no. Ho rispetto per la loro scelta, che è tutt’altro che facile. Che parte da presupposti avvilenti per sfociare in scenari futuri che forse saranno ancora peggio.

Loro hanno un lavoro, io lo sto cercando. Ma prima di potermi tuffare nel mare magnum (gelatooo!!) della disoccupazione è meglio che io passi l’esame di martedì. Che ora comporta delle scelte anche per me. Darmi delle priorità per lo studio, perché tutto non potrò sapere. Il tempo stringe, le mie chiappe stanno facendo altrettanto. Ho paura, sì, ma credo sia legittima. Per questo ho deciso di dedicare quasi l’intera giornata alla questione Fiat, di dare precedenza a quella che credo sarà una delle tracce irrinunciabili per la commissione,  anche se lo sto dicendo con quattro (ormai tre) giorni in anticipo. E tutto potrebbe cambiare da un momento all’altro. Vero Ruby?!?

Per settimane ho fatto riassunti dagli articoli di giornale. Oggi ho studiato tutti quelli su Mirafiori e ho scritto di mia iniziativa un articolo sull’argomento. Per poi scoprire che era lungo il triplo di quanto mi sarà richiesto all’esame. Ma tant’è. Quindi dico che oggi è stato il mio Fiat Day. E spero che martedì, al mio referendum personale possa prevalere il fronte del sì. Cribbio.

Stiamo karmi

11 gen

KronaKus, karmati. Karmati che se t’incazzi sul serio succede un macello. Stai karmo, per favore. E’ tutto ok. E’ normale che a una settimana dalla prova scritta il tuo computer si emozioni un po’. Anzi, non il tuo, perché il tuo soffre già di una strana forma di autocombustione, e hai dovuto scartare l’ipotesi di utilizzarlo il giorno dell’esame. La sua ventola dev’essere una simpatizzante della Fiom. Questo spiegherebbe perché abbia indetto uno sciopero proprio nel momento clou. Si scalda troppo, poi si spegne. E se dovesse succederti la mattina del 18 ti faresti saltare in aria all’Hotel Ergife di Roma come il più convinto dei fondamentalisti islamici. Eppure è da un po’ che non guardi porno, amico mio, quindi cos’è tutta quella calura? E dire che ti eri dato alla castità virtuale proprio per evitare che eventuali figli di trojan ti mettessero ko il sistema proprio a ridosso dell’esame. La prossima volta tanto vale che te ne guardi guardatene tre di fila.

Dicevo, stai karmo, amico mio. Stai karmo se anche il computer che ti sei procurato per non avere rogne la mattina del 18, cioè quello della sorella della tua ragazza, comincia a fare le bizze. Non importa se il test di compatibilità con il sistema operativo con cui dovrai avviarlo quel giorno non sta andando come dovrebbe. Vedrai che una soluzione si troverà. E lo so cosa stai pensando. Tu stai pensando che sia il karma, che ti stia dicendo che stai sbagliando tutto, che hai sbagliato strada già da un paio di bivi fa. Che dovevi ritirarti nella casa in campagna dei tuoi nonni, tra i cani, le capre e le sveglie a forma di gallo. Ma poi hai realizzato che quelle non le avresti potute spegnere, se non con un gesto estremo che tu, proprio tu, non compieresti mai. Quindi stai karmo, e non dare la colpa al karma. Perché ricorda: la karma è la virtù dei forti. E tu sei forte, vero?

Vero?

VEROO??

KRONAKUS!

KRONAKUS!!! E’ VERO?!?

KRONAKUS! RISPONDI, CAZZO!!

CI SCUSIAMO PER L’INTERRUZIONE

LE TRASMISSIONI RIPRENDERANNO AL TERMINE DEL COITO

Stato d’ansia

3 gen

C’è una confusione che ormai è più familiare di mamma e papà. Questo esame ognuno lo affronta come crede. C’è il collega della scuola di giornalismo che mi ha quasi minacciato perché mi vedeva troppo ansioso. Ha detto che devo pensare a lavorare, e che a ridosso dell’orale devo ripassare giusto questo, quello e quell’altro ancora. E poi c’è la collega che come me ha deciso di aspettare il prossimo treno, e che intanto ha parlato con un altro ragazzo che ha fatto la scuola con noi, ma che ha già dato l’esame la volta scorsa. Lui dice che possono chiederci di tutto, e che nemmeno i libri vanno sottovalutati. Meglio studiarli, altroché!

Tempo fa dissi che rischio di diventare schizofrenico a causa del tutto e contrario di tutto che mi ha chiesto la redazione per la quale scribacchio. Ora parliamo di esami, ma a quanto pare la sostanza non cambia. E c”è una confusione che ormai è più familiare di mamma e papà.

Iacopino, allora, questa cannabis?!

Il fenomento Iacopino

21 dic

Esiste un uomo che più che altro è leggenda. Una leggenda metropolitana. Il suo nome risuona nelle caselle mail dei praticanti a fine percorso, dopo aver presentato la domanda per l’esamone da un milione di dollari. Una figura che s’insinua nelle nostre vite virtuali, con l’obiettivo dichiarato di migliorare quelle reali. Di dispensare dritte per far sì che niente vada storto nel giorno del giudizio. Di alleviarci l’ansia che ci opprime, sottile ma anche no.

Bene.
Nella prima mail cumulativa, il dottor Iacopino ha subito detto di non farci illusioni: il computer ce lo dobbiamo portare noi, anche se dal modulo di ammissione sembrava una cosa facoltativa. Magari vuole soltanto mettere le mani avanti. Magari all’Ordine hanno paura di non avere macchine per tutti gli eventuali candidati sprovvisti di portatile, e allora fanno terrorismo in questo modo subdolo quanto efficace.  Ma di certo qualcuno dovrà spiegarmi come diavolo dovrò fare io, se a meno di un mese dalla prova scritta mi ritrovo con un computer che non sempre legge cd (requisito indispensabile in sede d’esame) e che si surriscalda spegnenedosi da solo sul più bello. Mentre qualcun altro dovrebbe dire a Iacopino che la prima mail anti-panico è stata un buco nell’acqua. E che la prossima volta farebbe molto meglio a spedirci un po’ di cannabis in allegato.

Vecchio dentro

11 dic

Ormai io e il divertimento abbiamo un rapporto sempre più effimero, precario, superficiale. Roba da una birra e via. La sera esco e non esco. Come io riesca a fare contemporaneamente entrambe le cose non l’ho ancora capito. Aspetto il sabato per svagarmi un po’. Il resto della settimana mi ammazzo col mio bel da fare, e se non mi ammazzo comunque non esco di casa e sopravvivo le stesso. Ho voglia di tutto e di niente. Ho smania di imparare, di sapere di tutto e di più in vista dell’esame. Sono affetto da una psicosi da topo di biblioteca mancato. Passo le giornate sui libri e sui giornali. E mentre questi mi ripetono quotidianamente che devo dimagrire, io ricordo sempre loro che per lo sport non mi resta proprio tempo. Mi accorgo di essere sempre più fuori dal tunnel-le-le-le del divertimento-o-o-o. E mi rendo conto che la cosa non mi dà più fastidio come un tempo. Quando avevo l’ansia da socializzazione. Quando se un venerdì non uscivo e non trascorrevo le mie due o tre ore tra la gente mi sentivo perso. Vuoto. Stronzo. Sarà che questa vita mi spinge a essere più maturo. O saranno i ventisette anni e la continua ricerca di uno sbocco per il domani a fare di me, giorno dopo giorno, un ometto giovane fuori ma vecchio dentro.

Ho fatto cento

25 nov

Un mese di attesa, e sarebbe bastata una chiamata, una semplice telefonata, per spezzare quest’agonia. Ma c’ho provato, eppure non appena componevo le dieci cifre del direttore c’era sempre il trans della Tim a ricordarmi che il numero da lei chiamato non è attivo. Chi sarà poi ‘sta lei, non l’ho mica capito. So soltanto che sarebbe bastata una chiamata, sì, ma al numero giusto.

Avevo invertito la terzultima e la penultima cifra. Il 4 con il 5, il 5 con il 4. E sono rimasto letteralmente appeso a un filo per tutto il mese di novembre. A provare a chiamare il capo, il dispensatore di facili promesse. Ma a rispondermi c’era sempre lei (che “lei” fosse.. lei?!), l’escort operata dell’operatore telefonico. Che pure lei (ancora?!) di facili promesse ne dispensa parecchie. Ma con il direttore non ha proprio niente a che spartire. Credo.

Un mese di attesa a capire cosa stesse succedendo. E, soprattutto, se davvero stesse succedendo qualcosa. Mail su mail senza risposta, se non per farmi scrivere articoli istantanei. Telefonate evasive e rimandi apparentemente giustificabili. Mentre invece la disorganizzazione serpeggiava, e sarebbe bastato un colpo di cornetta al numero giusto per fare cento.

Fatto.

Lunedì torno nella Città delle Pizze Gommose per firmare questo benedetto contratto. Ho fatto cento, sì, come cento sono le pagine del libro che ho già studiato per l’esame di gennaio. Un piccolo passo per me, un grande passo per la precarietà.

Notte prima degli esami (degli altri)

19 ott

Per me domani sarà un giorno come un altro. Mi alzerò. Mi laverò. Farò colazione strada facendo. Mi siederò in redazione. Scriverò. Andrò in riunione. Scriverò ancora. Tornerò a casa. Forse farò due piegamenti. Cenerò. Mentirò a me stesso dicendomi che sto leggendo quando invece starò cazzeggiando. Farò una doccia. Poi tardi dormirò.

Punto.

Invece per gli altri ventinove della scuola di giornalismo sarà tutta un’altra giornata. Per loro e per chissà quanta altra carne da macello. Perché domani è giorno di esami. I coraggiosi tenteranno la sorte per fare il grande salto. Da praticanti a professionisti. Amen.

Io no. Io domani farò il bravo stagista. Scalderò la sedia, e batterò sui tasti di quel maledetto Mac che non ho ancora imparato a usare. Farò il giornalista dal campo di battaglia. Lotterò, mentre gli altri andranno a caccia di gradi.

Ma non voglio fare l’eroe. Anzi. La verità è che ho una paura fottuta di quell’esame. Per me questa notte sarà una notte come tutte le altre, soltanto un po’ più fredda. Perché il vento fresco è arrivato anche qui, nella Città delle Pizze Gommose. Dormirò sereno, senza l’ansia del grande test. Non sono pronto per il passo, combatterò la mia guerra al prossimo appello. Per adesso mi accontento di lottare sul campo arido del lavoro non retribuito. Che di per sé è già una bella lotta.

“Sei in edicola!”

6 ott

Eddai che si scherzava. Le cose non vanno poi così male. Anzi, per una volta posso dirmi contento. Trovatemi voi un aspirante cronista che in riunione di redazione può fare proposte, che per due giorni di fila si ritrova a scrivere proprio delle cose da lui portate all’attenzione di capi e colleghi. Travetemi uno che può fare tutto questo e che non sia contento. Trovatemelo. Cercate, cercate. Ma non dalle mie parti. Che io sono molto contento. Appagato. Quando oggi mi hanno assegnato quell’articolo sulla violenza sugli animali a cui tenevo tanto, mi sono ritrovato in bagno a esultare davanti alla tazza del cesso. Ero gioioso. Ho sentito come se fosse un cerchio che si stava chiudendo. Un desiderio che nasce in un punto, e che fa un giro completo fino a ritrovare se stesso nella sua realizzazione. Datemi da scrivere su animali e fumetti, altroché cricche e appaltopoli. Mi piace di più l’informazione di nicchia. Prendetemi come sono, è così che mi avrete. Per quello che sono.

Certo, non posso dire che lo stage fosse partito nel migliore dei modi. A meno che arrivare in redazione con un sacco di buoni propositi e sentirsi dire di non essere attesi non rientri nella categoria “migliore”. Perché, sì, la scuola di giornalismo ne ha combinata un’altra delle sue. La convenzione di stage è stata attivata per la redazione del piano di sotto, con l’escamotage di poter poi lavorare di sopra, dove avevo chiesto io di farmi mandare. Ma una volta arrivato ho scoperto che la cosa non aveva fondamento: le due redazioni condividiono mission e locali, ma non fanno parte dello stesso gruppo editoriale. La cosa, dunque, non era fattibile.

Non mi sono arreso. Ho spiegato la situazione, e al direttore del quotidiano per cui avevo fatto tutta quella strada (oltre che pagato una mensilità d’affitto dotata di un po’ troppi zeri) ho fatto capire che ero lì perché volevo lavorare con loro. Così quel pezzo di pane che sta a capo della redazione dei miei sogni mi ha proposto di tenere i piedi in due staffe. Uno al piano di sopra e uno al piano di sotto (mi chiamavano “papà gambalunga”, e non vi dico per quale delle tre…). E’ per questo che in questi giorni arrivo alle 10 e mi metto a fare notizie per quelli di sotto, ma che poi alle 13 salgo in riunione dagli altri e all’occorrenza impiego il mio pomeriggio a scrivere per loro. Mi faccio nove ore di redazione al giorno, cosa che lì dentro non fa praticamente nessuno. A parte direttore e vicedirettori, suppongo. Ma per ora va tutto ok. Sono già due giorni che a fine lavoro uno dei capi mi passa il pezzo e me lo mette in pagina, viene da me, mi fa ok col pollicione ed esclama soddisfatto: Sei in edicola! E sapere che lì, in quel paradiso di carta e inchiostro, non ci sarò perché mi starò comprando il giornale ma perché ne ho appena scritto un pezzo, è un piccolo grande brivido che mi dà la forza di andare avanti. Anche se non ero atteso.

Male non fa

29 set

Tra quarantotto ore sarò ancora sotto questo stesso cielo (si spera). Ma il tetto no, sarà un altro. Ciao, mia Baia delle Zanzare. Parto di nuovo, alla ricerca di un po’ di fortuna. Anche se io nella fortuna non credo. Un mio carissimo amico mi ha parlato di una certa “legge di attrazione”. Secondo il libro che si è letto e che ha tentato invano di farmi leggere, siamo noi a determinare il buono e il cattivo che ci circonda. Siamo noi a dipingerci il mondo intorno, in base ai colori che ci mettiamo addosso. E non parlo di vestiti, ma di atteggiamento verso la vita.

Non credo nella fortuna, e il mio pessimismo cosmico (scrupolosamente ereditato dai miei genitori) m’impedisce di vederla troppo rosea. Che non è mica facile caricarsi della positività necessaria a fare del mondo un quadro vivido e pastellato. La buona volontà, però, non mi manca di certo. E se voglio fare il giornalista dovrò farne tesoro.

Due più due. Chi trova un amico trova un tesoro. Allora sì, farò come dice lui. Asseconderò le leggi della legge di attrazione. Sorriderò a questo bel pianeta, così lui sorriderà a me. Venerdì andrò in redazione con un bel ghigno stampato in faccia. Male che vada mi faranno tornare a casa con un’ambulanza della neuro. Così risparmierò sul biglietto dell’autobus, che di questi tempi male non fa.

Per un fottuto mese

23 set

Qualcuno mi dia un salvagente. So che l’estate è finita, fuori il vento agita le piante ed è segno che la stagione sta già cambiando. Ma a me serve un salvagente. Datemi un salvagente. E un calmante, per favore. Un calmante di quelli potenti. Perché in casa mia il vento non arriva, ma le piante non sono le uniche ad essere agitate.

Manca una fottuta settimana al mio ritorno nella Città delle Pizze Gommose. Il fischio d’inizio per il nuovo stage è fissato per il primo ottobre a mezzogiorno. Io ho intenzione di arrivare un giorno prima, come ho sempre fatto in questi casi. Mi prendo il tempo per sistemarmi. Per accasarmi. Ma è difficile accasarsi in una casa che non c’è. Che ancora non c’è, nonostante fosse praticamente certo che ci fosse.

La colpa è mia. Ho dato retta a due cinquantenni suonate e chiaramente rincoglionite. Non voglio discriminare nessuno per l’età. Non ce l’ho con la prima, con la seconda e nemmeno con la terza. Tantomeno con la mezza età. Sarebbe come prendersela con i propri genitori perché il tempo gli sta scivolando addosso come la migliore vasellina. Ma queste due non hanne scusanti se non il loro innato egoismo.

Leggono il mio annuncio su internet. Tempo due ore e mi mandano un’e-mail. Tempo una giornata e mi chiamano al cellulare. Si parla della stanza in questione, si prendono i primi accordi. Si rimanda tutto a dopo il 21 settembre, perché prima di quella data l’inquilina che già ci abita non sarebbe stata in casa per farmela vedere (la casa). Intanto mi propongono di guardare delle foto per vedere se la stanza è di mio gradimento. Mi chiedono: “Ce l’hai l’e-mail? Così te le mandiamo”. Tutto regolare, non fosse che il primo contatto, come detto, l’avevamo avuto tramite posta elettronica. Quindi sì, cazzo, ce l’ho l’e-mail! Rincoglionite rincoglionite rincoglionite.

Vedo le foto. Tutto regolare. La singola è invivibile. Dovrei diventare un tutt’uno con il letto. Dormire sul letto. Leggere sul letto. Scrivere sul letto. Appoggiare la mia roba sul letto. Probabilmente dovrei pure cagarci, sul letto. Ma io che sono devoto al wc, ho optato per la doppia a uso singolo. Quattrocentosettanta euro spese incluse. E’ la Città delle Pizze Gommose, in un quartiere niente male. Mi fa comodo stare lì, così chiudo un occhio al portafogli e dico sì.

Rimandiamo tutto a dopo il 21, proprio come si era detto. Puntuale come un orologio svizzero (e non è da me) ho inviato una mail (a ulteriore dimostrazione che, sì, ho un account di posta) per ribadire il mio interesse per la stanza e per avvertire che il giorno dopo avrei telefonato. Cosa che ho fatto. Ho provato tutto il giorno. Ho ottenuto risposta soltanto alle 19, ma mi hanno invitato a richiamare tra le 21 30 e le 22. Sono garbato, ho detto ok. Alle 21 45 mi faccio vivo un’altra volta, ma non amo parlare con le segreterie telefoniche, soprattutto quando ho bisogno di risposte immediate. Ho tentato per un’oretta, ma a ricevermi c’è sempre stata la voce automatica. Troia.

Ho passato la serata con un gran nervoso. Non proprio la compagnia migliore. Mi sono distratto soltanto guardando le puntate di Flash Forward che mi ero scaricato insieme alla mia ragazza. Oggi mi sono ripromesso di chiamare e richiamare, anche con il numero nascosto, perché una parte di me comincia a pensare che le due donne di mezza età (l’inquilina e la proprietaria, tutte e due sulla cinquantina) mi vogliano evitare. E infatti, con questo trucchetto la risposta mi è arrivata già a mezzogiorno. Ed è da quella telefonata che ho capito che mi serve un salvagente per non affogare in questo mare di merda.

Le stronze stanno temporeggiando, e hanno un motivo bello e buono per farlo. Buono per loro, mentre io sto facendo un bel bagno nello sterco. C’è un separato in attesa di sentenza, una sentenza di sfratto dalla casa della sua ex-moglie. Ha scongiurato le due vegliarde di tenergli buono un posto, un posto che potrebbero diventare due. Due stanze, insomma tutte quelle rimaste libere nell’appartamento in cui dovrei andare io. Il giudice è in ritardo, e la cosa certo non fa notizia. La notizia è che le due furbacchione non sanno quante stanze si prenderà il neo-senzatetto, e nemmeno se la prenderà. Sarà la sentenza a stabilire se l’uomo potrà stare un altro mese in casa della moglie oppure no. Se no, verrà in questa casa e si porterà via (mi porterà via) un numero ancora imprecisato di stanze.

Ancora una volta abbiamo rimandato a stasera, ma quel che ho saputo mi ha fatto saltare i nervi. Per tutto questo tempo mi hanno tenuto in attesa per mantenere il piede in due staffe. E ora io le staffe le sto perdendo. Sono pronto a insultarle in caso di risposta negativa. E non è colpa di separati e giudici, ma di due egoiste con un senso degli affari piuttosto spiccato. Sarebbe bastato poco per mantenersi sui binari del rispetto reciproco: avvertirmi che stavano già aspettando la risposta di un altro potenziale inquilino. Io mi sarei cercato un’alternativa e ora non sarei qui a insultare due donne dell’età di mia madre. E che nemmeno conosco.

Avrei comunque voglia di scaricarle, ammesso che loro non abbiano già scaricato me e io non l’abbia ancora capito. Vorrei cercarmi altro, e vorrei farlo senza avvertirle. A dirla tutta ho già chiamato il fratello del mio ex-coinquilino, un ragazzo molto disponibile che mi ha accennato che forse un suo amico ha una stanza in più che potrebbe affittare, e pure nello stesso quartiere dell’altra. Il condizionale però è d’obbligo. Qua è tutto un condizionale.

Ho raccontato la cosa alla mia fidanzata, poi anche a mia madre. Di solito chi si agita di più è mio padre, ma deve ancora tornare da lavoro e al momento non sa nulla. Io intanto impreco a destra e a manca contro le due vegliarde paragonandole a donne di strada. Proprio quella strada in cui rischio di finire io. E sarà lì che le metterò al palo, dove loro già sono di casa. Mentre io una casa ancora non ce l’ho. E tutto questo per un fottuto mese.

Io come Monica Lewinsky

20 set

Dieci giorni alla partenza. Mi hanno fatto patire, ma non esiste sogno esente da travagli. Dieci giorni e sarò di nuovo nella Città delle Pizze Gommose. Mi attende un nuovo stage, in un quotidiano nazionale ma a bassa tiratura. Talmente bassa che da me, nella Baia delle Zanzare, non arriva proprio. E per tenermi aggiornato su quello che scrivono me lo devo far comprare da mio padre che fa il pendolare in una città più grande, dove il giornale esce.

KronaKus riparte per un’avventura breve (un mese) ma nuova. Anche se sa già di vecchio. Sarà che ormai è il mio quarto stage. Sarà che i tremori che anticipano la partenza sono diventati una mezza routine. Sarà che guardo già avanti. E che, visto l’andazzo, nel mio futuro mi vedo più come uno stagista-segretario che come un cronista. Sarebbe già qualcosa, in un mercato del lavoro saturo e ad alto tasso di senilità. Mi preparo al peggio, e per questo indosso la mia bella maglietta rossa con su la faccia di quella rana dalla bocca larga di Monica Lewinsky. Esorcizzo i miei timori con l’ironia. Nella speranza che non arrivi mai il giorno in cui per me orale significhi qualcosa di più di una comunicazione tra esseri parlanti. E con l’auspicio che pompa resti soltanto un’erogatrice di benzina.

(Grazie Pierz per la trovata e per il nuovo “bannerone” qua sopra!!)

Oltre il muro delle illusioni

18 set

E siamo a quattro. O forse cinque, non sono sicuro di aver tenuto bene il conto. Ma poco importa quanti siano stati finora gli sciagurati che mi hanno contattato su Facebook per sapere vita (mah), morte (chissà) e miracoli (ma per favore!) della scuola di giornalismo da cui sono uscito pochi mesi or sono. Io ho finito il mio percorso, loro vorrebbero cominciarlo. Non li invidio per niente.

Mi trovo un po’ in difficoltà. Non sono bravo a dare speranze in cui nemmeno io spero. Sono tempi duri per gli aspiranti giornalisti. Le scuole garantiscono il praticantato ma non più un lavoro. E diventare professionisti si sta rivelando sempre più uno svantaggio, perché obbliga gli editori a dei vincoli contrattuali che li dissuade dall’assumere. Rende preferibili stagisti come me, che ho finito il mio cammino da praticante ma che non ho ancora sostenuto l’esame da professionista. Ai loro occhi siamo più carini e coccolosi, perché ci possono sottopagare. E in modo legale.
E no, non è semplice nemmeno fare stage. Il sindacato ha imposto restrizioni indecenti, sacrificando gli stagisti delle scuole sull’altare dei precari. Ha scelto il male minore, ma rende la via della scuola molto meno appetibile di un tempo. Perché costa tanto, promette altrettanto ma mantiene poco. E non per colpa sua. Oggi conviene più essere uno studento universitario con velleità da giornalista. Le redazioni ti accolgono di buon grado, non hanno vincoli sindacali che glielo impediscono né obblighi di contratto per darti chissà cosa. Ma puoi restare quanto vuoi (o quanto reggi), e magari un giorno ti si apriranno porte che per i praticanti delle scuole restano blindate. Il vantaggio dei master in giornalismo convenzionati con l’Ordine resta la possibilità di metter piede negli ambienti grossi, quelli che contano. A patto che questi non siano in stato di crisi. Ed essendoci praticamente tutti, basta fare due più due e sperare faccia cinque.

E’ tutto così contorto. Resta spazio per una sola grande certezza: a chi mi scrive per avere qualche dritta metto subito in chiaro quanto sia difficile, e li invito a guardarsi dentro, a dare una dimensione alla loro passione. Quella e solo quella può fare da motore a tutto il resto. Quella e soltanto quella può giustificare i sacrifici che verranno. Oltre il muro delle illusioni, la cosa migliore da fare è crederci, crederci davvero. Ma solo se lo stimolo nasce da dentro. Solo se si è disposti ad aspettare, a sopportare. Solo se fare il giornalista è un desiderio che viene dal cuore. Sennò tanto vale pascolare con le vacche e fare peti in barba al global warming.

Un peto ci travolgerà

16 set

Un terzo abbondante del metano presente nell’atmosfera proviene dai peti delle vacche. Il metano contribuisce al riscaldamento globale con un rapporto di 23 a 1 rispetto all’anidride carbonica. Aggiungendo dell’origano alla dieta delle vacche si può ridurre l’emissione di metano del 40%. Ergo, l’origano ci salverà il culo. Mentre il culo delle vacche mira all’estinzione di ogni specie vivente sulla terra.

Sembra la trama di un film trash anni Ottanta, invece è il frutto di alcune ricerche scientifiche made in Usa. E a pensarci bene pare assurdo come basti poco per farci del male (una mucca che scorreggia) e altrettanto poco per farci del bene (un pizzico di origano nella peppa della stessa). Mi viene da riflettere su come questo senso di complicazione possa, alla fine dei giochi, rivelarsi inutile, superfluo, addirittura controproducente. Basta un poco di origano e la pillola va giù. E avremo pure del latte più buono.

Forse il segreto è fare tutto nel modo più naturale che c’è. Io invece sono un complicatore di cose semplici. Come ho già detto tempo fa, ho accuratamente selezionato i difetti di mamma e papà per poi farli miei. E a pensare che tra due settimane esatte sarò già nella Città delle Pizze Gommose, alla vigilia di uno stage di un solo mese, mi sembra quasi di dover scalare una montagna. A rincarare la dose, il fatto che sia in redazione sia quelli dell’appartamento in cui è probabile che alloggerò mi vogliono conoscere prima di ottobre. La prossima settimana prevedo un’inutile trasferta, ma non posso che piegarmi al compromesso e a tutte le formalità del caso.

Mi ci sono svegliato, con questo pensiero. Che tutto sta per cambiare un’altra volta, e che non sono sicuro di essere pronto davvero. Poi ho fatto colazione con il mio tè verde, e ho cominciato a fare peti. Forse aggiungendo un po’ di origano mi sembrerà tutto meno complicato.

Almeno per un mese

11 set

Gli ombrelloni sono morti di freddo. I bagnini hanno portato via tutto, o quasi. Le loro spoglie sono già quasi tutte nei magazzini, pronte a rinascere tra sette mesi neanche fossero arabe fenici. L’estate va in letargo, la frescura si sveglia. E pare non sia l’unica ad essere uscita dal suo lungo sonno, talmente lungo da apparire scandaloso.

Ho venti giorni scarsi per riempirmi la vita. Poco male, ho talmente tanti interessi da sentirmi stressato, e mi sento tanto stressato da bramare il lavoro. Così ‘fanculo gli interessi e mi stresso qualcosa di serio. Ammesso che il lavoro sia davvero una cosa seria. Venti giorni e si va. Torno nella Città delle Pizze Gommose, a masticare chewing gum al gusto pomodoro e mozzarella. E avrò un solo, misero mese per far vedere chi sono, in quella redazione di dormienti in cui, me cocciuto, ho fatto di tutto per andare.

Sto già cercando casa, e questa volta pare che il mio culo abbia assunto le proporzioni di Moira Orfei. Non del culo di Moira Orfei, ma di tutta Moira Orfei. Forse ho già trovato. Vicino. A un prezzo di mercato. Cioè alto, ma se fanno le pizze gommose non significa che non le paghi oro ugualmente.

Eppure, ora come ora, partire non mi sembra la cosa più bella. E nemmeno il potermi mettere alla prova. Quanto, piuttosto, il vedere qualcosa di certo nel mio futuro prossimo. La fine di un tira e molla che avvilisce e che sconsola. Roba da duri, insomma. Ma io duro non sono. Sono soltanto cocciuto, testardo come chi mi ha messo al mondo.

Sì, ho venti giorni per riempirmi la vita. Ora che la vita sembra avere assunto una prospettiva. Almeno per un mese.

Generazione di illusi

6 set

Non è colpa mia se ho messo via il costume da mare soltanto oggi. E non perché stia per partire, ma perché è l’estate che ha deciso di andare via prima di me. Non è colpa mia se fino a ieri passeggiavo sulla spiaggia con gli amici, a raccontarci di quanto facciano schifo le università di questo paese. E di come anche per le scuole di giornalismo ci sia ben poco da sorridere. Non è colpa mia se a settembre mangio ancora gelati come fossi un bambino al campo estivo. Non è mica colpa mia se qua è tutta vacanza.

La mia unica colpa è la testardaggine. Credere nei sogni in un tempo da incubo. Dare fiducia alle persone, riporre le speranze in stage senza denaro e senza prospettiva. Sono l’esemplare perfetto della mia generazione. Una generazione di illusi. Ma voglio svegliarmi quando voglio da tutti i miei sogni. Che quelli come me si svegliano e metà, e rimangono coi sogni mezzi aperti.

Rogne & rognosi

1 set

“Un buon viaggiatore non ha piani precisi e il suo scopo non è arrivare”.

Ok Lao Tsu, supponiamo che tu abbia ragione. Io di piani precisi non ne ho, ma un’idea abbastanza definita sul da farsi quella sì. Il mio scopo, mi spiace dirtelo, è arrivare, anche se non disdegno un viaggio in panciolle e senza troppe turbolenze (ma non per questo privo di emozioni). Voglio dirti, caro Lao Tsu, che per quanto ami da sempre le tue idee, per quanto abbia quasi pianto leggendo un libro sul taosimo ritrovandoci buona parte del mio pensiero, a essere come te proprio non ce la faccio. A me servono dei piani precisi. Io devo arrivare da qualche parte.

Poi ci sono quegli stronzi della redazione in cui devo andare a fare lo stage. Sì, proprio dove dovrei essere ora, invece di star qui, nella Baia delle Zanzare, a rimuginare se andare al mare o meno. Direi meno. Ma se meno, meno forte. Meno per far male a chi sta giocando a rimpallino con il mio cazzo di stage. A saperlo mi sarei fatto avanti per l’ufficio stampa della regina Elisabetta. Credo che avrei avuto meno rogne.

Fuori stagione

28 ago

L’unica cosa certa è che di certo c’è solo l’incerto. So che andrò, so dove andrò, e forse forse so pure il perché. Ma non mi hanno detto quando. E io me ne starò qua mentre altri avranno già cominciato il loro stage. Me ne starò a guardare l’estate morire tra gli ultimi spasmi di euforia, i tramonti caldi ma sempre più in anticipo, i pensieri nati sulla porta del futuro. Ho fatto capolino e ho visto una gran nebbia. Uno scenario decisamente fuori stagione. Ma non m’importa. Io vado avanti.

Where is my stage?

24 ago

I danesi sono già tornati. La coppia francese è partita ieri. Gli irlandesi se ne andranno la prossima settimana.

Non ho aperto un’agenzia di viaggi, ma se l’avessi fatto a quest’ora sarei meno squattrinato. Grazie ai miei amici, che vanno e vengono da oltre confine mentre io resto qua. Ad aspettare risposte. Pronto a spostarmi non appena qualcuno si degnerà di darmi l’ok. Un ok che sta tardando troppo ad arrivare.

C’era una (s)volta…

16 ago

Vorrei avere le parole per dire come mi sento, ma l’ugula è come paralizzata. Allora lascio che a cantare per me siano le canzoni che mi lascio scorrere nelle cuffie. Mi ritrovo ad ascoltare una colonna sonora composta da un destino che ha sempre tanta, troppa voglia di scherzare. Un destino che ti propone il nuovo, magari quello che hai sempre cercato, ma lo fa nel momento che meno ti aspetti. Qualcosa di diverso. La libertà. La grande utopia dell’uomo. Essere libero. Bella fregatura. Ma qualcosa è cambiato, questo lo so per certo. Ho due occhi puntati addosso. Sono quelli del mio gatto. E’ malato. Non sempre capisco cosa voglia da me, proprio io che con gli animali ho creduto di essere una cosa sola. Ho sempre imputato loro una grossa libertà. Libertà dai vincoli, libertà dagli schemi. Anche per loro, forse, è soltanto una grossa fregatura. Fatto sta che un po’ li ho sempre invidiati. Fatto sta che a guardarli mi sento sempre molto bene. Fatto sta che spesso vorrei davvero essere quel tutt’uno di cui ancor più spesso m’illudo.

Tra due settimane parto. O meglio, dovrei partire. Ma le cose si fanno in due, io posso solamente contribuire alla svolta, ma non sono io la pedina decisiva messa sulla scacchiera da chissa chi. Dio? Forse. Sono un mezzo giornalista. Mezzo, perché sono in bilico tra il praticantato e l’abilitazione da professionista vero e proprio. Un anno e saprò se il grande passo sarà stato compiuto. Un esame e poi sarò qualcuno. Forse. Chissà. Per ora mi barcameno tra gli stage, e tra due settimane dovrei partire. Ma cercare la svolta mentre tutti sono in ferie è come cantare da soli e pretendere l’applauso del pubblico. Meglio scendere dal palco e ammettere di aver bevuto una Ceres di troppo.

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