Archivi delle etichette: scandalo

Il suicidio del cronista

21 ago

Sabato ho visto uno che stava comprando le parole crociate. Poi ha preso in mano una rivista scandalistica. Io penso che siano quelli come lui che inconsapevolmente ammazzano quelli come me. Alimentano un’editoria che non ha niente da dire, e che se dice qualcosa fa danni. Danno linfa a giornaletti per gente come loro. Senza curiosità, sono semplicemente morbosi. Persone che in realtà non vogliono scoprire un bel niente, ma incensarsi per quello che già sanno. Cercano lo scandalo nelle faccende altrui, e risolvono cruciverba ostentando la loro cultura da quarta elementare (in quinta sono stati bocciati due volte, mi spiace).

Poi ci sono quelli come me, che stanno dall’altra parte della barricata. Gente che va sul posto, che vuole vedere per poi raccontare. Persone che si occupano soltanto di cose serie. Serissime. Che fanno quello che fanno perché il giornalismo è giornalismo, la cultura è cultura, il sapere è sapere. E il mirtillo è mirtillo. Che non c’entra niente, ma però fa bene alla vista. Soprattutto a chi come me passa intere giornate di fronte allo schermo di un Mac, a fare l’orlo ai testi, a lavorare di uncinetto con le locandine dei programmi tv. A scrivere che quello, quello e quell’altro vanno in onda il giorno X all’ora Y. A me che mentre il tizio si prendeva le parole crociate e le riviste per stalker legalizzati me ne stavo lì a guardare lo speciale estivo a colori di Dylan Dog. Senza nemmeno comprarlo. Io penso che siano quelli come me che inconsapevolmente ammazzano quelli come me.

Share the popò

17 apr

Piermario Morosini che si accascia in campo e muore. Hillary Clinton che si alza dalla sedia e vive. Ho colleghi molto strani, io. Gente che si accanisce sui drammi altrui mandando in onda a ripetizione, come un disco rotto, gli istanti in cui la vita di un giovane calciatore se ne va senza avvisare. Come se la presenza di un prato verde e rettangolare giustificasse qualsiasi tipo di moviola. Anche quella della morte. La signora con la falce era in fuorigioco, cazzo, ma quel cornuto di un arbitro ha convalidato lo stesso il gol. Ti aspettiamo fuori, bastardo.

Dicevo dei miei colleghi. Scribacchini muniti di fot(t)ocamere, convinti che i balli alcolici di un’autorità morigerata e composta come la moglie di un certo ex-presidente americano (quello che ben conosceva labbra e lingua della donnina che sta sulla mia maglietta) debbano fare per forza notizia. Come se non fosse umana pure lei. Come se l’abito gessato che indossa pure per fare popò dovesse avere (in)gessato anche la sua anima, e allora se per una volta muove un po’ il culo in barba all’etilometro (che poi il culo mica guida, al massimo gli serve per fare la popò col gessato) deve finire assolutamente su tutti i giornali. E’ che poi se ne parla uno ne devono parlare tutti, sennò sai che figura. Share the shit, baby. Share the popò.

 


Io non sono nessuno. Sono soltanto un povero freelance. Professionista, sì, ma solo per una questione di tesserino. Di etichetta. Abbiamo tutti bisogno di un’etichetta. Anche i miei colleghi. E a loro gliela do io, l’etichetta. Anche se non sono nessuno, ma però sono bravo a etichettare. Anche se non si dice. Sono bravo, sì. Me l’ha insegnato mia nonna.

Giornalisti?
No.
Giornalai?
Nemmeno.
Giornalettari.
Ecco. Sì. E oggi sono buono.

Tanto di cappello

13 apr

Linea Notte parla dello scandalo Lega,  fa il suo solito cappello-video da Real Tv e titola la puntata con un secco Grana Padana. Detesto quando fanno i brillanti. Non mi danno modo, tantomeno motivo di sfotterli.

Sega Nord

6 apr

Allora è vero, i Maya stanno arrivando. Si sono soltanto fermati al primo autogrill padano per cambiare l’acqua al Trota.

Prosit.

 

P.S.: Credo che per un po’ terrò lo sfondo verde. Ormai Bossi si è dimesso, e non penso che Hulk si offenderà. O almeno spero. Quello lì sì che ce l’ha duro.

Il bello della diretta

5 giu

ATTENZIONE: PRIMA DI LEGGERE RICORDATI CHE DOMENICA 12 E LUNEDI’ 13 GIUGNO HAI UN APPUNTAMENTO CON LA CABINA ELETTORALE. SII GALANTE, NON MANCARE.

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E dire che era quasi fatta. Erano le due di notte. Dopo il mio spuntino notturno mi sono piazzato davanti alla tv. Ho fatto partire la partita (come ha fatto a partire se era già partita?!), la seconda replica di gara 2 delle finali Nba appena andata in onda su Sky Sport. Avrei voluto registrare direttamente la diretta (e se è diretta la si registra direttamente per forza..), ma il 2 giugno ero troppo impegnato a scrivere cazzate sul blog per riuscire a programmare correttamente il decoder. E infatti avevo registrato l’ennesima replica di gara 1, la partita precedente, e ho dovuto rimediare puntando tutto sull’ultima replica del giorno dopo. Poco male. Forse.

Ho rischiato ancora una volta di sapere in anticipo come sarebbe andata a finire, inciampando su uno status sospetto da parte di un collega della scuola di giornalismo che vagava sulla homepage di Facebook (lo status, non il collega, non è mica il Tagliaerbe!). Durante la giornata di ieri mio padre non ha avuto occasione di conoscere il risultato, così non ho nemmeno dovuto sedarlo per evitare che me lo anticipasse (era a casa per via del ponte, e comunque la sera si “seda” da solo sul divano a mo’ di pachiderma sbronzo). Mentre il fucile del cecchino che ho assoldato è ancora puntato sulla tempia sinistra del mio ex-allenatore. Insomma, tutti i pezzi erano al loro posto. Avevo fatto le mie mosse e tutto sembrava perfetto. Bene. Forse.

Ho fatto partire la partita (…). La registrazione l’ha presa un po’ larga, partendo dagli ultimi minuti dell’ennesimo successo di Siena nel campionato di basket italiano. Ho mandato avanti veloce. Ho visto la pubblicità. Poi ho visto immagini che erano palesemente di Nba, e pensando che fosse una specie di introduzione al match ho ripristinato la velocità normale e con essa anche l’audio. No. Sbagliato. Era la pubblicità di gara 3, e ho sentito quello che non devo sentire. …itolo è molto vicino, ma Dallas è pronta a stupire il mondo.

Tragedia. Putiferio. Ho pensato. Ho realizzato. Ho battuto i pugni sul divano più e più volte, consapevole di aver saputo il risultato ancora una volta prima di vedere la partita. Ho capito di esser stato tradito dalla superficialità di Sky, che allo scopo di presentare quello successivo aveva mandato in onda uno spot a tradimento lasciando trapelare il risultato dell’incontro la cui replica doveva ancora cominciare.  I Miami Heat avevano vinto soltanto una partita, all’interno di una serie al meglio delle sette. Questo significa che l’ambìto anello è loro soltanto se ne vincono quattro, avversari permettendo. Detto questo, per quale motivo la voce fuoricampo avrebbe dovuto dire che una squadra è vicinissima al titolo se non perché ha vinto anche il secondo round? Ho fatto uno dei miei soliti due più due. Il risultato? Il solito fottutissimo quattro. E l’inevitabile decisione: dalla gara 3 di stanotte, addio al brutto della differita e via al bello della diretta. Anche se a questo punto temo di addormentarmici davanti, e di sognarmi Beppe Signori che esce dalla Snai e che mi dice come va a finire ancora prima che finisca.

Nemmeno il tempo di rendermene conto, ed ecco cominciare la replica. Anticipazioni in studio con tanto di statistiche. Da un 2 a 0 nella serie, nella storia della Nba soltanto tre squadre sono riuscite a rimontare.

Ritragedia. Riputiferio. Ho ripensato. Ho rirealizzato. Ho ricapito. A forza di piacchiarlo ho trasformato il mio divano in un blocco di emmenthal ricoperto di stoffa. Anche qui mi sono chiesto per quale motivo il giornalista di Sky avrebbe dovuto ragionare su certe statistiche senza un motivo valido. Insomma, era la riprova di quello che avevo sentito con la coda dell’orecchio. I Miami Heat avevano vinto anche gara 2.

Fischio d’inizio. Depresso e demotivato mi sono messo a guardare quei dieci stronzi che corrono a destra e a sinistra per cercare di infilarla nel buco. Sapendo già il risultato tanto valeva guardarsi un porno, in fondo lo scopo del gioco è lo stesso. Ho provato addirittura a fingere di non aver capito. Mi sono detto che comunque non si sa mai, che non è ancora detta. Ma più ragionavo su quello che avevo sentito e più mi rassegnavo.

Piccola altalena di vantaggi e di svantaggi, di parziali e di controparziali. La morale della favola è che Miami ha dominato alla grande. L’esplosività delle schiacciate di Wade e James contro i giochi mosci e le palle perse di Nowitski e compagni. A tre minuti dalla fine gli Heat vincevano di 15, e sia in campo sia in panchina tirava già aria di festa.

Tutto sbagliato. La festa era sbagliata. I miei due più due erano sbagliati, perché per una volta avevano fatto cinque. Miami si è spenta improvvisamente.  Attacco debole e improduttivo, Dallas che comincia a segnare. Prima la parità, poi il canestro decisivo del gigante tedesco che ha decretato l’incredibile disfatta degli Heat. Serie sull’1 a 1, altro che titolo molto vicino. A quel punto ho capito che la voce fuoricampo non era stata poi così stronza. Ho capito che nello spot si parlava di gara 3 basandosi soltanto su gara 1, anche se quel molto vicino suona ancora molto strano. E ho dedotto anche che l’anticipazione dallo studio di Sky voleva soltanto dare un po’ di numeri, magari depistando a dovere lo spettatore. Ben fatto dottor Mamoli, Kronakus non c’aveva proprio capito un cazzo. Sul tiro allo scadere da parte di Nowitski mi sono messo le mani tra i capelli e sono rimasto a bocca aperta per lo stupore. Sembravo una puttana d’alto bordo a fine turno, anche perché si erano ormai fatte le cinque del mattino. Lo stesso orario che farò anche per guardarmi gli altri incontri delle finali. In diretta, però.

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ATTENZIONE: PRIMA DI ANDARTENE RICORDATI CHE DOMENICA 12 E LUNEDI’ 13 GIUGNO HAI UN APPUNTAMENTO CON LA CABINA ELETTORALE. VEDI DI NON FARLA SOFFRIRE DANDOLE BUCA, BRUTTO BASTARDO!!

Il respiro del mondo

14 feb

A tutti piacerebbe finire in prima pagina. Ai politici e alle escort, ai mitomani e agli egocentrici. E poi ai giornalisti. Soprattutto ai giornalisti. Che sono sempre un po’ politicizzati, un po’ troieggianti, un po’ inclini a enfatizzare persone, cose o animali. E che hanno spesso un ego grande come una casa. Ma mica una casetta. Mica come la casa dello zio Tom. Diciamo come la casa dello zio Silvio. Una delle 47109474710566459235790556156012 case dello zio Silvio. In fila per sei col resto di due.

Io non sfuggo di certo alla regola. Sono pieno di me, e vorrei che il mondo lo fosse altrettanto. Pieno di me, intendo. Bramo anch’io la prima pagina, ma poi sfoglio i giornali, e inciampo in un grande errore di sistema. Il mio grande errore di sistema. Entro in conflitto con me stesso. Sento di star vomitando la mia ghianda, quello che secondo Hillman è il progetto di vita scritto nel codice dell’anima.

Leggo degli scandali, della delocalizzazione dei motori, delle brutalità verde-vestite del nord Italia. Salto l’economia a piedi pari, qualche volta anche dispari. L’importante è saltarla. E così arrivo nelle pagine in cui mi sento a casa. Quelle più avanti, quelle più in mezzo ma paradossalmente quelle più nascoste. Il secondo sfoglio, la terza pagina. O quello che è. Gli argomenti che secondo la gerarchia ingessata del giornalismo italiano sono poco rilevanti. E’ lì che trovo l’anima delle cose, e così anche un po’ della mia. Sento che il codice si decifra da sé, e che ormai pure Da Vinci (oggi allenatore dell’Inter) mi pare poco più che un creatore di sudoku (di cui non ho mai capito una beata miii…). Non ci sono più intrighi nella mia testa, niente più rebus da risolvere.

Sono l’uomo di R2. Sono il cronista del cuore, il narratore di essenze nascoste sotto lo zerbino dell’evidenza. Voglio raccontare le notizie indegne della ribalta. Voglio descrivere il vento, che è fatto d’aria e non sempre fritta. E che raccoglie il respiro del mondo per portarlo ai polmoni degli uomini di buona volontà.

Benissimo?!

1 feb

“Buongiorno, vorrei lasciare il mio curriculum. Per qualsiasi cosa…”
“Va bene, dammi pure”, risponde lei con un sorriso a 32 (mila) denti.
“Sei della Baia delle Zanzariere?”, mi chiede.
“No. Sono della Baia delle Zanzare”, rispondo.
“Beeeeniisssssiimoo!”.
“Benissimo?!”, chiedo io con gli occhi fuori dalle orbite.
“Sì, ti chiamo domattina”, conclude lei.

Era venerdì. “Domattina” sarebbe stato sabato, ma è già martedì e ancora niente. Il mio telefono è muto come il primo Charlie Chaplin, e ha pure ricominciato a scaricarsi in fretta come le riserve di un eiaculatore precoce (visto che raffinato? Ho detto “riserve” invece di p@||€!!).

Ho avuto una soffiata, una soffiata per culo. Un culo soffiato, insomma, un po’ come il riso. L’ennesima prova della grande fortuna della scorsa settimana (se avessi scritto “culo” un’altra volta sarei dovuto correre in bagno..). Ho saputo da un mio amico che una sua amica scrive per un giornale locale, e che è stata chiamata a fare un colloquio anche da un’altra testata dell zona. Pare che questi qua stiano cercando gente che scriva dalla mia città. E sulla mia città. E dentro la mia città. Lei però non è interessata: entrambi pagano una miseria, perciò non vede il motivo per cui dovrebbe lasciare il certo per l’incerto per combattere l’ennesima battagli di questa fottuta guerra tra poveri. Io le ho inviato una richiesta di amicizia su Facebook. Il tempo delle presentazioni e già mi ha dato questa bella notizia. A quel punto perché non avrei dovuto farmi avanti? Non ho perso tempo, e questo vi assicuro che non è da me. Il pomeriggio seguente avevo già consegnato il curriculum. Un blitz rapidissimo in redazione, che però sta in un’altra città qui vicino, che ho ribattezzato Baia delle Zanzariere per la grande rivalità con la mia. Sono tornato con una valigia di belle speranze, ma nonostante le promesse dette trai denti ancora non si è mosso nulla.

Pazienza. Anche perché oggi sono uscite le date degli orali (in virtù di quest’ultima parola il Mister del Consiglio ha già prenotato una suite in zona Roma Termini, dato che la sede dell’Ordine si trova da quelle parti). Io invece ho prenotato una visita cardiologica per le mie convulsioni. Perché il mio turno arriverà prima del previsto, e al momento la mia preparazione è direttamente proporzionale alla verginità di Ruby.

Maledetta caldaia, caldaia maladetta

23 gen

Questi sono giorni molto caldi. Nel senso che l’attesa è lenta e sposmodica. I risultati dello scritto devono ancora uscire, anche se io nel frattempo preferisco non pensarci. Ma ogni tanto la testa mi va lì, è inevitabile. Anche perché il 99,9% delle persone che incontro mi chiede com’è andata. Conoscenti, amici, parenti. E non è mica un problema, eh. Soprattutto se a chiedermelo è mio nonno, anche se lo fa per quattro o cinque volte di fila perché non si ricorda di avermelo appena chiesto. Ci sorrido su, così come a tutti gli altri. Anche se in quei momenti dentro di me si blocca un po’ il respiro. Sento come un nodo alla gola, per via di un’ansia che non so ancora decifrare. Perché a tutti sbandiero il mio moderato ottimismo, ma dentro di me ho paura di un eventuale fallimento. Dover rifare tutto, con la psiche a pezzi e con tracce e domande che difficilmente potranno essere così a mio favore, è un’ipotesi che mi mette addosso una paura fottuta. Perché all’esame sono andato con una preparazione abbastanza scarsa, figlia di una disorganizzazione che mi si è rivelata soltanto all’ultimo.

Ho cominciato a fare riassunti dai giornali già un mese prima, e mi domando in quanti lo abbiano fatto. Le giornate trascorrevano così, con il capo chinato sulle tante notizie del giorno che cercavo di fissare dentro quello stesso capo. Poi, all’ultimo, messaggiando con una collega su Facebook mi sono reso conto di quanto fossi scoperto sulle domande di teoria. Così ho finito per abbandonare i giornali, e ho preferito concentrarmi su una manciata di concetti che non potevo non sapere. Questo fino a due giorni prima dell’esame, quando mi sono detto: E le notizie? E i quotidiani? E’ quasi ora dello scritto, e di Ruby sai soltanto che è marocchina e che ama la politica con tutta se stessa. Ma proprio tutta, eh.
Alla fine ho rincorso le lancette per mettermi in pari sulla questione Fiat-Mirafiori, quella che mi stava entrando meglio in testa, e su cui stavo puntando tutto. E Ruby? L’ho lasciata al suo destino. Anche perché la nipote di Mubarak se la cava bene pure da sola, su. E poi la questione era troppo spinosa, troppo politicizzata, troppo intrisa di quella terminologia giudiziaria che ancora non padroneggio come dovrei. E sotto c’è troppo del marcio, troppo dello scandaloso. Più che un articolo mi sarebbe finuta fuori la sceneggiatura di un porno, e l’assenza di consonanti mi avrebbe messo sicuramente in crisi. Così ho rinunciato.

Alla fine mi sono lasciato guidare dal mio lampo di genio. Che poi se fosse di genio non lo so, ma di certo il lampo c’è stato. Vallanzasca, la polemica della Lega sul film di Michele Placido che sarebbe uscito di lì a poco. Mi sono letto gli articoli, li ho riassunti e me li sono studiati. La diatriba stava diventando troppo di attualità per non occuparmene. E il giorno dell’esame sono uscite entrambe le tracce, Fiat e Vallanzasca. Ho perso una mezzora per decidermi, poi ho optato per la seconda. E le domande? Quattro su sei le sapevo al volo, e senza l’aiuto da casa. Il pomeriggio prima mi sono sentito fragile e impotente ad ascoltare la mia collega che mi ripeteva la teoria mentre io constatavo quanto non sapessi nulla e quanto ormai la mia mente si fosse chiusa come le gambe di una escort in pensione (e meno male). Mentre il giorno dell’esame mi sono ritrovato io a dare una mano alla collega, perché delle domande uscite non ce n’era una a cui lei sapesse rispondere.

Per questo dico che meglio di così non mi sarebbe potuto andare, e un’eventuale bocciatura rischia di diventare per me una clamorosa batosta. Per questo dico che sono giorni caldi, anche se il barometro dice l’esatto contrario. Da stamattina sono al freddo e al gelo. La caldaia di casa mia ha dato forfait. La stessa caldaia che aveva ventun’anni di vita, che era moribonda da un po’ e di cui mio padre ha sempre rimandato la sostituzione. Fa talmente freddo che oggi nemmeno il mio portatile, quello con il vizio dell’autocombustione, riesce a prendere fuoco come d’abitudine. E dire che avevo pensato di usarlo come stufetta. Invece niente da fare, nemmeno questa piccola soddisfazione. Ho provato a farmi una tisana, ma l’effetto è durato meno di una sveltina. Prima di metterla sul fuoco ho messo le mie mani sul fornello: è stata una libidine che Lele Mora se la sogna. Poi ho provato a tenere tutte le luci accese, ma avrei fatto meglio a provare con un solarium. Con il rischio, però, di trasformare me e i miei genitori nella famiglia Obama. Mia madre sta tentando di acciuffare la volpe artica che corre su e giù per il corridoio, ma poi le ho ricordato che io sono contrario alle pellicce, e così ha desistito. Mio padre si fa la solita overdose di sport in tv, con i guanti di lana che gli impediscono di fare zapping come vorrebbe da una partita all’altra. Io faccio pipì come fossi una fontana, e il sindaco della Baia delle Zanzare sta facendo pressioni affinché mi trasferisca in piazza (dove probabilmente patirei meno il freddo). Ma per ora resto nel mio salotto a giocare a hockey su ghiaccio con quel dislessico di Pingu, mentre in cucina quella patata bollente di Ruby impartisce lezioni su come, a suo dire, sarebbe più sensato consumare i Polaretti. Samara è uscita dal pozzo perché l’acqua stava gelando, e ora pretende che io le dia una scaldatina. Ma oltre a trovare la cosa piuttosto agghiacciante non sono proprio in vena. Il mio pallino (di neve pure quello) è ormai l’esito di questo benedetto esame. Che se fosse andata male, io lo so, ci rimarrei proprio di ghiaccio.

Aspetta e Kalispéra

20 gen

La “signora Pampanini” accolta come una minorenne. Poi la maggiorenne non-più-minorenne che è finita nell’occhio del ciclone. Poverina. Prima col premier poi da Signorini. E non si capisce proprio cosa sia peggio. Nel mezzo pure Rocco Siffredi. E dire che lui è abituato a stare davanti, o dietro. Ma in mezzo proprio no. Eppure questa volta è toccato anche a lui. E quello si sa che gli è sempre piaciuto. Questa volta, con la Pampanini, è entrato nel panino dell’ultimo dei paninari, l’ultimo degli sforna-consenso con il pallino della manipolazione.

A Kalispéra è andato in scena un polpettone di sensi e di sensazioni, di steccati mentali infranti come cocci sull’altare della propaganda. Ieri sera il prode Alfonso (prode, non Prodi, sennò s’incazza) ha cucinato una pietanza calda fatta di maggiorenni e di non-più-minorenni, mescolate sapientemente tra loro come a voler legittimare quel che legittimo non è. Ai fornelli nientemeno che il re del porno tricolore, the italian that do it better, il portatore sano di penis esageratus. L’uomo che di donne se ne è cucinate tante, ma che al contrario del Mister veniva pagato per farlo, e non viceversa. La “signora Pampanini” ha parlato quasi solo per doppi sensi, accolta con il bluff perché spacciata per minorenne quando non aveva ancora varcato la porta degli orrori del prode Alfonso. Tutto questo in attesa che entrasse il buon Rocco, l’attore porno italiano più idolatrato nella storia del pene.

Gli ingredienti c’erano tutti. Mancava solo lei, arrivata nel salotto di corte per reinventarsi su commissione nella grande fiction della politica. Buon compleanno, Italia. Auguri e figlie Ruby.


La ragazza è apparsa un po’ tesa. Poi è cominciata la pantomina, e lì si è sciolta fin quasi ad assumere dei modi un po’ duri (ma Rocco non c’entra niente). E’ partito il racconto di un’infanzia fatta di divieti cultural-religiosi e di tumulti familiari. Il bigottismo del padre, l’ignoranza della madre. Una storia vera o verosimile. Poi gli occhi umidi, la voce rotta per quelle parole sugli abusi subiti da parte degli zii. E la precisazione che vorrebbe ribaltare tutto un quadro indiziario: ho cominciato a raccontare cavolate per dimostrare di avere una vita parallela. Poi le altre cavolate, come lei le ha definite. I furti, e via tutto il resto. La vita parallela, sì. La nuova luce sulla cronaca attuale, parola del prode salottiere. Mentre il tutto viene fatto passare per uno scandalo intercettazioni. Come se il marcio fosse nel mezzo, e non nel risultato del suo utilizzo.

Ruby, la non-più-minorenne dei desideri. Effettivamente a parlare con te sembri più grande, le ha detto Alfonsino per scagionare chi gli paga la retta. Per tutto il tempo ha chiamato la ragazzina dello scandalo con il suo vero nome, Karima. Un nuovo abito per la rinascita mediatica di chi non ha più margini di manovra per spacciarsi per pazza, ma al massimo per una bimbetta infelice che finora ha vissuto la sua vita parallela, ma che è pronta a una vita sobria, normale. Ed ecco apparire pure il suo presunto fidanzato. Forse un’altra padina sulla scacchiera del re nero, di certo un alfiere la cui bellezza dev’essere inversamente proporzionale al gonfiore del suo portafoglio. Mica come quel gran cavallo di Rocco. Tsz.

Gli occhi sono già tutti puntati sulla prossima notte degli Oscar. Il premio come miglior sceneggiatura originale sarebbe più che meritato. Il Mister psicologo. Il Mister amico. Il Mister ospitale. Il Mister benefattore. E mi consénta, cribbio.

Signorini ha guardato continuamente alla sua destra. Forse teneva semplicemente d’occhio l’orologio per non sforare con i tempi di registrazione, che poi vai a capire quali bugie sono più o meno da tagliare per incastrarsi bene tra Paperissima e il Tg5 della notte. O magari c’era un gobbo, un regista occulto a
dirigere l’orchestra. Che complottisti, questi cronisti farabutti! Sempre a pensare male. Ma sì: quello di Alfonsino, forse, era soltanto un tic.

Prima di chiudere il sipario è apparsa anche la rediviva Wilma De Angelis, appena scongelata dal freezer della tv popolana per cantare la sua “patatina” (che immagine orrenda) ammiccando a Rocco e con il ricordo di Ruby ancora fresco. Poi il balletto finale con il pornodivo dal manganello facile, in compagnia di dieci ragazze che a uno come lui di certo non posson bastare. Seminude, e che per tutto il tempo hanno rischiato d’inciampare nella sua banana bollente e palesemente transgenica. Chissà se anche loro erano delle non-più-minorenni.

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