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“In questa redazione vige l’autocensura. Qua dentro le domande non si fanno”
I racconti degli stage proseguono, e sono sempre più terrificanti. Questa frase non è tratta da un film satirico sul mondo del giornalismo. Non è un virgolettato preso dalla bocca di un qualche despota. E’ il monito di un caporedattore (non dirò di quale testata) a un mio collega che si era “spinto” a fare una domanda che in qualche modo riguardasse l’azienda a cui fa capo il suo giornale. “Forse non hai capito per chi lavori”, gli ha detto. “Forse non hai capito che lavoro fai tu”, gli avrei risposto io.
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Alacabula megicabula bididibodidibù
fa la magia tutto quel che vuoi tu
bididibodidibù
Per esempio può far sparire dalla circolazione il Burbero. Che è stato in ferie per due settimane, ma poi è tornato e dopo qualche giorno di velata umanità si è tolto le sue vesti di falso civile e si è di nuovo adeguato ai suoi standard relazionali sul modello troglodita.
“Ma abbiamo ancora uno stagista, in questa redazione?”. Mi cercava. Che tenero!
Mi ha fatto scrivere tre brevi. Anzi due, la terza l’ha dovuta togliere mentre stavo cominciando a scriverla. Poi mi ha dovuto dire qualcos’altro. Quindi mi ha cercato di nuovo.
“..Com’è che si chiama lo stagista?..”, ha chiesto ai suoi vicini di desk. Un po’ sottovoce, per quanto possa parlare sottovoce un energumeno incline al razzismo e all’intolleranza. E’ regolare che io l’abbia sentito anche da distante, e il fatto che nessuno gli abbia risposto non è buon segno. Spero fossero in altre faccende affaccendati. Perché se dopo due mesi non si ricordano il mio nome, o io sono Casper o loro hanno l’alzheimer.
Ma alla fine ha trovato lo stesso un modo carino e gentile per chiamarmi.
“Oh!!”, ha gridato il selvaggio dalla sua giungla tecnologica. Io mi sono voltato, ma lui si era già incamminato verso di me con una bacchetta in mano. Sul mio volto era già comparso un ghigno. Avevo capito che voleva “bacchettarmi” per qualcosa, ma il “come” mi faceva ridere. Anche se in fondo il suo modo di prendere le cose così alla lettera m’inquieta un po’.
La prima breve era sui nuovi autovelox che installeranno sulla statale. L’attacco chiamava per nome i marchingegni in questione, così ho titolato usando un sinonimo. Dispositivo al posto di autovelox.
“Che cazzo è dispositivo? Come si chiama quel dispositivo?”
“Autovelox“, ho risposto sicuro.
“E allora scrivi autovelox!! Perché cazzo scrivi dispositivo?!”
“Perché l’ho messo anche nell’attacco”.
“Ma che cazzo ti frega dell’attacco?!? Ma sei metto a guardare l’attacco?! Un conto è il titolo e un conto è il pezzo!!”.
E un altro conto, ho provato a spiegargli, è che a distanza di una riga, tra titolo e testo, si ripeta per due volte la stessa parola. Una quisquiglia. Niente di rilevante. Niente per cui bacchettare. Niente per cui reagire con aggressività, ma se non fosse stato scontroso di default non avrei avuto motivo di chiamarlo “Burbero”. Niente per cui venire da me con una bacchetta in mano. Appoggiandola, ma molto molto piano, sul mio braccio. Fingendo di colpirmi.
Ma forse quella bacchetta era magica, in realtà. Alacabula megicabula bididibodidibù, fa la magia tutto quel che vuoi tu, bididibodidibù. E oggi posso festeggiare il mio ultimo giorno in questa redazione senza il Burbero tra i piedi, impegnato altrove per impegni sportivi. Lui, nel Borgo delle Cose Rotonde, è un’autorità del pallone, e oggi ha ben altro da fare.
Fiestaaa!
Anche se avrei ben poco da festeggiare. Per il mio pezzo, quello congelato da una settimana neanche fosse un sofficino Findus, è forse partito l’ultimo requiem.
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L’altro stagista: “Almeno questa volta posso dire di aver fatto un lavoro alla fonte…”.
Io: “Più che altro, alla fontanella…”.
Siamo giovani.
Siamo sarcastici.
Siamo autoironici.
Più che i giornalisti dovremmo fare i comici.
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La classe non è acqua, e infatti qui sarebbe meglio darsi al vino. La classe non è acqua, ma non la si può bere per dimenticare. La classe non è acqua, e qui, di sorseggiare un po’ della nostra, pare che nessuno ne abbia davvero voglia.
Io l’ho scampata. Mi hanno messo a pasticciare con le agenzie per quel disgraziato del nostro sito. Disgraziato perché poco aggiornato. Disgraziato perché messo in mano a due stagisti. Ma su questo non sono nella condizione di lamentarmi. Perché non fosse per il sito non saprei proprio come passare il mio tempo in redazione. Facebook a parte.
Io l’ho scampata, dicevo. Ma il mio collega di stage direi proprio di no. A lui è toccato giocare con l’acqua. Perché a noi, il fuoco non lo fanno neanche vedere. L’hanno mandato a “prelevare” quell’antica miscela di idrogeno e ossigeno dalle principali fontane della città. La sede centrale di questo prestigioso quotidiano ha chiesto alle redazioni locali di verificare lo stato di salute dell’acqua pubblica. Il mio collega, bottigliette di plastica alla mano, ha passato il pomeriggio di fontana in fontana. E una volta tornato gli hanno consegnato un kit di strisce e cartine. Niente droga, per fortuna. Era “soltanto” il set del piccolo chimico, per improvvisare seduta stante tutta una serie di analisi sui campioni prelevati.
Lui ha provato a coinvolgere anche me. Non si sentiva troppo sicuro, e lo capisco. Ma per mia fortuna dovevo scrivere il pezzo della vita (l’ennesima cazzatella per il sito), e il caposervizio del web (un ragazzotto poco più grande di me) mi ha rispedito al desk. Loro due, invece, si sono messi a
smanettare fino a sera nel tentativo di raccapezzarci qualcosa. Di capire se quell’acqua fosse santa oppure di fogna. Sembravano due piccoli scienziati pazzi in cerca di chissà quale miracolo.
“Siamo finiti ben al di sotto della soglia della bassa manovalanza”, ha commentato più tardi lo stagista. E come dargli torto? Anche se in fondo lui è stato contento, perché non vedeva l’ora che lo mandassero a lavorare fuori da queste quattro mura. Ed è stato accontentato. Credo che la prossima volta ci penserà due volte prima di esprimere un desiderio.
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Fare interviste mi piace. E lavorarle mi fa sentire come fossi un artigiano della parola. Per questo sono contento che oggi il Fantasma Stonato mi abbia detto di scrivere il pezzo sulla fumettista con cui ho parlato la scorsa settimana. Quando lui era in ferie, e quando il Vice-qualcosa mi aveva dato l’ok per questo articolo che sarebbe dovuto andare in pagina prima del ritorno di quello spettro anacronistico del suo (e del mio) capo. Insomma, prima che tornasse il Fantasma Stonato. Ma niente da fare. Sul giornale non c’è stato abbastanza spazio, e io sto elemosinando ogni giorno (e con scarso successo) uno spazietto per piazzare il mio pezzo prima che me ne vada. Cioè dopodomani, il giorno in cui qua dentro saluterò tutti quanti. E chi si è visto si è visto.
Sì, mi ha detto di buttare giù l’articolo. Ma nemmeno oggi c’è posto per me. Ha già dovuto scartare diverse cose, perciò anche oggi passo il turno.
Meno due alla fine. Speriamo bene.
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Oggi fuori fa freddo, sì, ma meno di ieri. Eppure è stata una giornata da brividi, qui in redazione. Di sensazioni eterogenee, di momenti che dicono tutto e il contrario di tutto.
Stamattina il direttore si è dileguato pochi minuti dopo le 13. Mai visto: lui è uno che la redazione la molla solo se rischia la fame. O la sete. O la peste bubbonica. E già gira voce che ci sia di mezzo una donna. Bene. E se è vero che c’è un amore per tutte le stagioni, spero tanto per lui che nelle sue mutande non sia già calato l’inverno. E che là sotto, a sessantanni suonati (anche se lo stagista gliene dà molti meno), funzioni ancora tutto come si deve. Chissà, magari siamo noi infidi a pensare male, e invece il direttore ha lavorato pure nella pausa pranzo. Magari si è fatto un giro di nera. E ad andare a letto con una donna di colore, io non ci vedo proprio niente di male.
Ma son stati brividi anche per l’altro stagista. Stamattina è arrivato qui in redazione convinto che fosse il giorno del riscatto. Già da ieri aveva fissato, su consenso del Fantasma Stonato, un’intervista a un cantautore di questa città. Lui ama la musica, se si è dato al giornalismo è proprio perché vorrebbe scrivere di musica. Un’utopia. Ma non tutte le utopie vengono per nuocere.
A metà mattinata la doccia fredda: anche il redattore che si occupa della politica aveva espresso l’intenzione di fare la stessa intervista. E guai a scavalcare i cronisti di ruolo. Anche se in effetti è come se il cronista di calcio scrivesse qualcosa sul bilancio comunale. Ok la flessibilità, ma qui ci si spezza!
Siamo andati a pranzo insieme, io e l’altro stagista. Un pranzo magro: il solito baretto, che di solito è ben fornito, è stato preso d’assalto da tanti pinguini incravattati. Del resto è freddo, e io alle coincidenze non credo. E tra una fetta di rosbif e l’altro abbiamo parlato delle nostre aspettative per questo finale di stage. Finale per me, non per lui che resterà fino a metà novembre. Io invece sabato saluto tutti e me ne torno nella mia adorata Baia delle Zanzare. Anche se mi aspetto che le zanzare se ne siano già andate via tutte. (Che poi qualcuno ha mai visto pinguini e zanzare stare sotto lo stesso tetto?!)
Nel pomeriggio la smentita: il redattore del politico ha altre beghe di palazzo da dover gestire, e in fondo non si è attivato davvero per fare quell’intervista al cantautore che per domani rischia di venire bruciata dalla concorrenza. “Grazie della delicatezza, scrivila pure tu – gli ha detto il redattore – Ci mancherebbe!”. E’ stato gentilissimo. E così, salvo scossoni dell’ultimo minuto (so che stai leggendo, tieni quelle mani sulla tastiera!!), questo sarà davvero il suo giorno del riscatto.
Il mio, invece, deve ancora arrivare. “Oggi non c’è spazio – mi ha detto il Fantasma Stonato – vediamo domani”. E la mia intervista slitta ancora. E io, tra pinguini e zanzare (e nebbia ai locali a cui do del tu), finirò per diventare un asso del bob.
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Troppa gente e pochi computer. E- la realt’ di questa redazione, e io mi ritrovo a vagare come un profugo di pc in pc. Ogni volta reinstallando Firefox per navigare senza che mi si blocchi tutto. E per chattare su Facebook. Configurando il browser in modo da non lasciare traccia del passaggio di KronaKus.
Questa volta il periodo delle ferie [ finito davvero. L-altro stagista si [ sistemato in una postazione libera. Io nel frattempo ho girato tra i computer dei redattori in siesta. Saltando da uno all-altro in base alle loro settimane di stop. Torna uno, e via che si cambia. Ma a cinque giorni dalla fine del mio stage, eccomi qua in questo surplus di giornalisti. Senza fissa dimora. E sempre con meno cose da fare. Eh s=, sabato si finisce, e tanti saluti all-ennesimo stage sfalsato. E di dubbia utilit’.
Oggi, poi, mi ritrovo davanti a un computer con la tastiera sballata *ve ne siete accorti__(. Che mi fa certi simboli al posto di altri. Ho provato a reimpostarla, ma non ci sono riuscito. E di usare il codice ascii non ne ho proprio voglia. Almeno per il blog, perch{ quando scrivo articoli sono costretto a rigare dritto. Il cronista che [ in me ha un suo nome e una sua faccia. Invece il blogger [ clandestino.
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Melanzane ripiene, formaggio affumicato, involtini avvolti nelle budella. Qua si parla di cibo, e lo si fa per lavoro. La cultura è anche in cucina. E nel poco spazio che questo giornale riesce a riservare a tutto quello che un tempo occupava la cosiddetta “terza pagina”, si parlerà pure di prelibatezze e di esperimenti ai fornelli peggiori dei miei. (vi ho mai detto che alla scuola di giornalismo mi chiamano “chef”? e vi ho detto che non lo dicono affatto per farmi un complimento??)
E mentre si pensa all’arte culinaria, qua dentro quello con il culo in aria sono io. Con il mio pezzo sospeso in un limbo di cui non vedo l’uscita. In attesa di un misero spazio, anche a pié di pagina, per inserire l’intervista che ho fatto due sere fa di mia iniziativa. E con l’approvazione del Vice-qualcosa. Che mi aveva detto: “Va bene, lo facciamo. Però prima che torni il Fantasma Stonato, che poi lui c’ha la lirica e tutte quelle cazzate lì!”.
Ma ieri non se n’è fatto nulla, e oggi l’essere più anacronistico della storia del giornalismo culturale è tornato dall’ennesima settimana di ferie, con al seguito il suo cellulare e le sue assurde suonerie. Per il mio pezzo, forse, il tempo è già scaduto e non lo voglio ammettere. Né a me stesso né alla fumettista esordiente che ho intervistato. A cui non ho promesso nulla, se non la mia onestà di cronista stagista, vittima quanto lei di un sistema che preferisce dare corda a melanzane ripiene, formaggio affumicato e involtini avvolti nelle budella. Piuttosto che alla creatività di una giovane piena di ironia e di belle intuizioni.
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Topolino è compagno? No, è camerata. Mentre i Puffi sono dei gran socialisti. Eppure i criceti sono comunisti, e lo stesso dicasi per tartarughine e pesci rossi. A differenza dei gatti: quelli sono proprio dei gran paraculo.
E’ quanto emerge da un’indagine demoscopica svolta in questa redazione politicamente varia ed avariata, in seguito a un dibattito fragorante (e per fortuna breve) esploso dopo che la redattrice più schizzata ha tirato fuori dalla sua borsetta una maglietta del Gattocomunista acquistata sul sito del Manifesto. Pronto come sempre il commento sarcastico del direttore, che ha divagato dicendo che il buon Mickey Mouse è un comunista. L’orgoglio destroide è divampato, e il più nero (toh, chi si vede, il Sergente!) ha mostrato il suo dissendo, facendo infervorare la discussione. E alimentando (e prolungando) quella commistione verbale di cartoon ed animali che farebbe impallidire Walt Disney.
(in realtà era l’altra maglietta, ma questa è più rappresentativa..)
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Stamattina il Sergente mi ha fatto l’occhialino. Sono arrivato, mi ha guardato e mi ha strizzato l’occhio. Cioè, ha strizzato il suo mentre guardava me. Ed è una cosa che non è da lui, uomo dai modi duri e rudi e tutti gli altri anagrammi possibili. Per questo, quel saluto che scimmiotta un’intesa che non c’è, è di per sé una notizia. Soprattutto per me che ormai mi ritrovo ad annusare continuamente l’aria, per cercare di capire cosa pensino di me in mezzo a tanta schizofrenia. Anche se potrei fregarmene, dato che sono quasi alla fine. Di già.
Eppure no. E’ lo sprint finale, e potrebbe essere la fase più importante di questo bimestre-farsa. Perché in questi giorni ho preso l’iniziativa, e ho fatto una di quelle proposte che nel loro piccolo possono dare un senso a uno stage iniziato fiacco e che rischia di morire agonizzando.
Ma è ancora presto per parlarne. E’ una cosa su cui non posso ancora mettere la mano sul fuoco. E di scottarmi per niente non ne ho proprio voglia.
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In questo mare di nullafacenza, noi due stagisti abbiamo comunque il nostro salvagente. Un’àncora di salvataggio dalla noia e dalla frustrazione più totale. E’ il sito. Dove due o tre volte al giorno troviamo uno sbocco per scrivere qualcosa. In attesa che verso sera ci venga commissionato un box, o magari una breve, per il giornale del giorno dopo.
E mi viene da ridere. Perché quando avevo chiesto uno stage online sono finito a fare agenzia. E questa volta che dovrei scrivere per un quotidiano, mi ritrovo a lavorare per l’online. Una dolce condanna, certo. E in fondo è un cerchio che si chiude. Mi domando, però, se il prossimo anno sarà il caso di chiedere uno stage in radio per poter finalmente scrivere su un quotidiano.
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Oggi il Sergente è particolarmente euforico. Sarà la scia di sesso verbale lasciata questi giorni in redazione da una sequela di doppi sensi di cui, per pudore o per chissà cos’altro, ho riportato solo un estratto (mentre oggi il redattore più grassottello ha dichiarato che “si farebbe” almeno l’80% delle donne…). Il Sergente gira con la sua maglia a righe blu e panna a impartire ordini a destra e a manca. Ma con garbo. Qualcosa che con me, alcune sere fa, non ha avuto affatto.
Erano le 8 di sera. Ero stanco. Ero proprio fuso. Tutto il giorno di fronte al pc a fare meno di niente. Ma all’improvviso, come sempre verso quell’ora, mi è arrivato un articolo da fare. Un impasto di agenzie, s’intende.
Convinto che ormai fossi diventato più bravo di un panettiere, mi sono messo di buona lena a impastare, appunto, i lanci che mi servivano. Rassicurato anche dal fatto che si trattasse della seconda parte di una vicenda giudiziaria che avevo già seguito pochi giorni prima per il sito di questo stesso giornale.
Risultato: tempi sballati (tipo oggi al posto di ieri) e cariche sfalsate (gip al posto di pm). Oltre a una o due generalizzazioni tra diverse categorie professionali. Con cui, non volendo, avevo attribuito colpe a chi invece era coinvolto nel caso per ragioni simili ma meno dirette e infamanti. Roba da querela, lo so. Roba che si perdona, ma che merita un “cazziatone”.
E l’ho avuto.
Il Sergente non me l’ha mandata a dire. “Le agenzie non le hai proprio lette”. “Questo articolo l’hai fatto a cazzo“. E altre accuse accreditate dal mio pezzo distorto, ma che non corrispondevano di certo al vero. Perché le avevo lette. Male ma le avevo lette. A cervello spento, sì, ma le avevo lette.
Poi il peggio.
Ok gli sbagli. Ok i rimproveri. Mi scoccia ammetterlo, ma quelli erano pure meritati. Però non ho mandato giù quando mi ha chiesto di “rilasciare” il sommarietto di quell’articolo. Il sistema editoriale è fatto di spazi. Un doppio click e cominci a lavorarci. Agli altri quello spazio compare in rosso, perché “in uso” da te. Avevo dimenticato di uscire, così lo spazio del sommario risultava occupato. Come in effetti era.
“Kronakus, mi rilasci quel cazzo di sommario?!, ha detto il sergente con la solita voce ferma, rimarcando in modo particolare l’iniziale di quel sinonimo di fallo. Poi ha aggiunto: “Posso capire l’esperimento, ma…”.
Ma quale esperimento, (sinonimo di fallo)?!
Da quando sono arrivato mi hanno sempre detto di provare a fare pure i titoli dei miei pezzi. Provare, sì, perché quasi sempre trovano un motivo per cambiarmelo. Ma va bene, titolare è difficile, e serve un’esperienza che io ancora non posso avere. Certo, a me sembra che a volte i loro siano peggiori dei miei. Ma in fondo i titoli sono soggettivi. O quasi, dai. A te possono provocare un orgasmo, ma agli altri potrebbero sembrare peggio dell’orticaria. Basta guardare i quotidiani: ogni giorno ognuno dice la sua, e con con parole diverse. Spesso anche con concetti diversi.
I titoli, dunque, li ho sempre fatti. Sin dal primo giorno di stage. Ma evidentemente l’arrogante simil-bulletto non gradisce gli scavalcamenti di potere (i titoli spettano a lui). Non ha tollerato che io abbia provato a titolare, e lo stesso dicasi per il sommario. Ma certo, avrebbe potuto usare un altro tono. Anche se avrebbe comunque fatto la figura del despota che lotta contro soprusi che non esistono, contro una confusione di ruoli che evidentemente ritiene ingiusta. Ma di ingiusto, a mio avviso, c’è stato solo il suo atteggiamento. Contrario a quello dei suoi colleghi che sin dal primo giorno mi hanno messo nella condizione di provarci, e di riprovarci ancora. Magari fallendo, ma tentar non nuove. Ed è sbagliando che s’impara. Mentre le porte in faccia fanno solo incazzare.
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“Siete pronti a vedermi in tenuta da immersione?”, ha detto la redattrice dell’altro giorno. Quella giovane, doppiosensista, e pure autoironica. Si era appena messa un’incerata beige per ripararsi dalla pioggia, dato che stava uscendo in motorino per un servizio nel bel mezzo di una grandinata apocalittica.
Una volta indossata sembrava un sacco della spazzatura un po’ più vintage del normale.
“Più che altro sembri in tenuta lunare!”, gli ha detto il caposervizio dello sport. E in effetti sembrava un’astronauta, pure quello un po’ più vintage del normale. E intanto le aveva scattato una foto, provando poi a ricattarla per scongiurarne la pubblicazione su Facebook.
Poi la reazione top. Il caporedattore è entrato in scena e ha detto: “Nooo! Facciamo un box su di lei!!”.
Quell’uomo vive di lavoro, pure quando scherza. Pazienza. A ognuno la sua malformazione professionale.
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Oggi non mi tocca nemmeno pensare alle rubriche. Se ne sta occupando l’”uomo della nera”, vittima di una giornata con pochi morti ammazzati di cui scrivere. E si ritrova, così, a dover titolare un testo che parla di messe troppo corte. Ma lui è un uomo di mondo, non ha di certo problemi a fare un titolo così.
“LA MESSA NON E’ UNA SVELTINA”.
Ovviamente non ha avuto il coraggio di scriverlo davvero, ma non si è di certo fatto sfuggire l’occasione di far sapere a tutti come avrebbe voluto titolare quel pezzo. E tutti a ridere.
“Dai, dai, scrivilo!!”, ha esclamato la redattrice dei doppi sensi di prima.
“Ma no! Ma mi licenziano!!”, ha ribattuto lui con la sigaretta in mano e un piede già in terrazza.
“No che non ti licenziano – ha commentato la collega della giudiziaria – Tanto il direttore non farebbe in tempo: leggendo una cosa del genere, schiatterebbe sicuramente prima”.
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Una delle poche donne in redazione ha detto una volgarità che ora mi sfugge. Qualcosa del tipo: “Sotto il tavolo di X c’era sicuramente qualcuno”. E non si riferiva di certo alla donna delle pulizie, ma a qualcun altro che deve aver trovato una valida alternativa alla “scopa”.
“Oddio, il Burbero è entrato in lei!!”, ha gridato un’altra redattrice, approfittando del fatto che il noto simpaticone, sicuro fan del manuale del bon ton letto al contrario (tipo manga, o disco satanico), si è preso ben due settimane di ferie. E ha aggiunto una domanda che di per sé è ben più inquietante dell’ipotesi di possessione sollevata un istante prima: “Ma almeno è stato piacevole?!”.
In fondo perché stupirsi. Questi goliardici giornalisti sono umani pure loro.
O almeno ci provano.
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Non due o tre righe, ma cinque! Son soddisfazioni.
Me la sono cavata con una fotonotizia. Che come dice il nome, prevede una foto. E una notizia. Di cinque righe, secondo gli standard di questo giornale. Come prevedibile ne è venuta fuori una cosa piuttosto istituzionale. Lo spazio è tiranno, mi sono dovuto attenere alle informazioni essenziali per far capire il senso di quel tripudio di divise verdi e di armi puntate contro la mia faccia. Mia e degli altri in tribuna. Uomini e donne della stampa, ma anche familiari dei soldati schierati su quel prato verde. Armi che spero fossero scariche. Ok che non mi ero vestito elegante come mi aveva suggerito il Vice-qualcosa (qui nel Borgo delle Cose Rotonde non ho né camicie né giacche, e francamente sono allergico a chi mi impone come vestirmi), ma non volevo mica macchiare la mia polo bianca di quel pomodoro che pomodoro non è! (avete mai visto una passata piena di globuli rossi?!)
Ma la beffa doveva pur esserci. Anche se mi fa sorridere, in realtà non avrei nemmeno motivo di chiamarla così. E’ che la fotonotizia sulla mattinata in caserma è finita alla solita pagina 32! Quella delle lettere e delle rubriche. Quella a cui lavoriamo tutti i giorni io e l’altro stagista, compiendo quel nobilissimo lavoro chiamato “revisione dei testi”. Una pagina che sembra essere la mia gabbia di carta, ma dove in fondo sto iniziando a sentirmi a casa.
E questo non va affatto bene.
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Ieri sera, poco prima di andare via, il caporedattore mi si è avvicinato e mi ha chiesto: “Ti va di andare qui, domattina alle 11?”. E mi ha consegnato un cartoncino, un invito per una manifestazione militare.
Bah. Non amo quegli ambienti, ma il lavoro è lavoro. E allora lavoriamo.
“Certo!”, ho esclamato io, che da più di un mese mendico per uno straccio di incarico fuori da quelle quattro mura fumose. E piene di fumati.
“Ok. Poi vediamo, non so… – il caporedattore ha cominciato a girare su se stesso facendo due passi indetro, con la testa bassa, e voltandosi ogni tanto verso di me – Non so quanto valga. Penso due o tre righe, vediamo domani. Comunque tu vacci, che loro sono contenti se ci vedono”.
Questa volta la marchetta porta la divisa, ma non quella mimetica. Anche se a testa china e con un po’ di imbarazzo, qualcuno ha trovato il coraggio di dirmi come stanno le cose. Sapevo da subito che se stamattina sono andato in caserma è stato per la gioia di qualcuno. Qualcuno che non sono io, che nella migliore delle ipotesi troverò spazio per al massimo due o tre righe di informazioni istituzionali. Talmente poco che non potrò far altro che spiegare il tema della manifestazione. Magari facendo il verso, al malloppo di scartoffie e documenti vari che mi hanno messo in cartella stampa. Tipo carta carbone.
Ma sono contento. Questa volta giochiamo a carte scoperte. Niente bluff. Solo quel poco di onestà che chiedevo, ma che certe volte sembra essere una richiesta fuori misura. Come se stessi pisciando fuori dal vaso.
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In questa nuvola di fumo che chiamano redazione c’era qualcuno che ancora non fumava. E’ un via vai continuo, tutti escono in terrazza con il chiaro intento di annerirsi i polmoni. Continuamente. Tutti tranne lui. L’altro pezzo di pane della combriccola. Niente popò di meno che il direttore.
Ma questo fino a una settimana fa.
Alle riunioni proponeva e ascoltava proposte. Non impartiva ordini, stabiliva soltanto le linee guida. O poco di più. E scherzava, scherzava tanto. E faceva pure ridere. Un po’ sboccacciato, e fin troppo cinico. Forse era nascosto lì, il suo essere divertente. Lui lanciava l’amo, poi si schiariva la voce. Quasi fosse il segnale per ridere. O forse la manifestazione di un desiderio: quello che qualcuno reagisca a quel suo vermicello di ironia.
Ma questo fino a una settimana fa.
Durante i pomeriggi di telefonate e di parole scaricate sui monitor, girava per i computer come un fantasma buono. Lo vedevi e non lo vedevi, ma lo sentivi borbottare cazzate che oltre a distrarti ti facevano ridere. Come un Casper invecchiato che ripassa tra sé e sé il copione della sua ultima serata sul palco.
Ma questo fino a una settimana fa.
Oggi come oggi le cose sono cambiate. Quello del direttore è uno sguardo un po’ più inquieto. Ogni tanto esce dal suo studio con la sigaretta già in bocca, pronto a uscire in terrazza proprio come tutti gli altri tabagisti di questa fumosa redazione. Le sue battute si sono fatte rare come neve d’estate. Testa bassa, fronte aggrottata. Dalla sua voce solo la preghiera di non chiamarlo tutti insieme. E molte ore passate in quella stanzetta a meditare sul giornale e su chissà cos’altro.
Ma questo fino a un minuto fa.
Ora fa avanti e indietro con uno spirito diverso. Lo vedo passeggiare a testa china, sì, ma di nuovo con quel borbottìo divertito e divertente. Ogni tanto lo vedi quasi pronto a farsi un’altra sigaretta. Ma è troppo preso a farci sorridere per potersi mettere in bocca quella cannuccia di tabacco e morte. Lui è il nostro pezzo di pane. Che non esce dal forno sempre uguale, ma che comunque si fa mangiare. E’ il cronista numero uno. Senza equilibrio. E coi nervi a fior di pelle. Come da definizione.
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E’ scoppiato un piccolo scandalo locale, e via che si lavora. Non per il giornale, però. Si lavora per il sito.
Meglio di niente.
Mi sono incamminato verso la stampante. Ho messo su carta un mazzetto di agenzie da rimpastare a mo’ di panettiere provetto. Il tempo di arrivare alla grande macchina sforna-fogli, che una voce rude e.. burbera mi è arrivata all’orecchio. E l’effetto è stato quello degli ultrasuoni per i cani. O per i pipistrelli.
“Allora. – ci mancava soltanto che il Burbero si schiarisse la voce – La caccola di topo è lo stagista”. Da cacca a caccola
L’ho guardato, e anche lui mi stava guardando. Poi ha continuato a illustrare il suo personale albero genealogico della merda.
“Lo sterco di topo è il collaboratore – ha detto – E poi c’è il topo.”.
“Però per la vecchia stagista non parlavi così”, gli ha fatto notare il Sergente, riferendosi alla bella ragazza venuta in redazione qualche giorno fa per un saluto.
“E poi c’è la topa! La penticana praticante!”. E con una grassa (direi obesa) risata, il Burbero ha concluso la sua relazione su popò e roditori.
Poi sono tornato al mio posto, a riflettere su quanto in fondo fosse fondato il suo ragionamento. Perché nella gerarchia degli escrementi funziona davvero come ha detto il Burbero. Non potrebbe essere diversamente. Altrimenti non mi spiegherei perché lui che è caposervizio assomigli così tanto a un’enorme montagna di merda.
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Due sere fa, ore 21.
“Ciao caporedattore”, ho detto al mio giovane superiore affacciandomi sul suo ufficio.
“Ciao”, mi ha risposto.
“Per quella cosa del centro commerciale, poi..”.
“No.. no mi spiace. Non se ne fa nulla..”.
“Ah.. capito.. Nemmeno domani immagino..”.
“No, no.. nemmeno”.
Eppure un po’ c’avevo sperato. Quel pomeriggio era arrivata una telefonata. La segretaria di redazione aveva risposto, e si era messa a parlare della possibilità di pubblicare o meno qualcosa nell’uscita di domani. Che poi sarebbe ieri. Avevo intuito che si stava parlando del mio pezzo. Qualcuno si stava interessando alle sorti del mio articolo. Chissà chi. E chissà perché.
Ma non c’è stato niente da fare. La segretaria era stata possibilista, ma non è di certo lei a decidere certe cose. E sono passati due giorni. Il caporedattore, era stato già abbastanza categorico, ma ora posso davvero dire che il mio pezzo sull’ipermercato sia andato a puttane. Beato lui.
Riunione di redazione di stamattina. La noia stava avendo la meglio su di me. Un po’ come sempre. Ogni tanto mi entra una parola, ma poi scappa via. Colgo il verso in cui girano alcuni ingranaggi sparsi che mandano avanti il lavoro di redazione. E amen. Tutto il resto è davvero noia. E’ sonno. E’ torpore. E’ lettura dei giornali. Tanto per non sentirmi del tutto inutile: se non mi permettono di informare gli altri, almeno informo me stesso. Tiè.
Sigh.
E’ proprio sfogliando il nostro numero di oggi che mi si è accesa la lampadina. Ma mica leggendo gli articoli, non sia mai! E’ grazie alla pubblicità che ho capito di essere uscito da una redazione di “marchettari” per finire, a distanza di poco più di un anno, in una redazione di omologhi. Lontani cugini. O forse, gemelli separati alla nascita. Evvai.
Il logo dell’ipermercato campeggiava in un piede di pagina piuttosto ingombrante. Sarà stato come minimo un 46. E senza soletta. E lì ho capito che la mia presenza alla conferenza stampa era servita soltanto a dare il contentino allo sponsor di turno. Per farmi firmare sul librone dei partecipanti all’evento, facendomi scrivere sia il mio nome che quello della testata per cui lavoro. (lavoro??) E per dare modo alla tardona dell’ufficio stampa di fare le sue fusa ipocrite. Così i pinguini che pagano sono felici e contenti. Si sentono ascoltati, coccolati. S’illudono di comparire sul giornale anche a mo’ di notizia. E telefonano alla segreteria di redazione per accertarsi che domattina in edicola si parlerà anche di loro.
E lì rimangono fregati. Perché dell’articolo nemmeno l’ombra. Quell’articolo, che era il mio, e che ora se la starà spassando in qualche pub. Solo, dimenticato da tutti. Anche da me, che in fondo in fondo ho di che essere contento, al pensiero che il mio pezzo non sia andato in porto. Così posso pensare che la marchetta sia venuta, sì, ma solo a metà. Che anche questo giornale sia solito sporcarsi le mani in nome del dio denaro, sì, ma che alla fine dei conti conoscesa qual è il confine tra notizia e spot.
E io l’ho capito, che è stato meglio così. Mi ci sono voluti due giorni per avere il quadro completo, ma ci sono arrivato. Meglio tardona che mai.
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“KronaKus, che stai facendo?”, mi ha chiesto il vice della cultura. O dello sport. O di entrambe le cose. Non l’ho ancora capito. E forse nemmeno lui.
“Sto leggendo questo articolo sul nostro sito..”, ho risposto.
“Sì, sì. Ma stai facendo qualcosa?”. Sembravo sotto interrogatorio, ma ormai conosco il tipo. E’ un pezzo di pane, un po’ come il direttore. E se ti fa queste domande non è per controllarti, ma perché è contento se anche tu hai di che lavorare.
“No. Sto aspettando che mi arrivino i testi per la pagina 32…”, gli ho detto.
Il Vice-qualcosa si è allontanato per raggiungere il suo desk, poco distante dal mio.
“Comunque anche la pagina delle lettere è importante – mi ha detto voltandosi improvvisamente – non devi pensare che ti facciamo fare cose inutili. Anche nell’edizione nazionale ci fanno molta attenzione. Dentro ci possono essere delle cagate, e quelle vanno sistemate. Se nella pagina di sport sbagli a scrivere il minuto di un gol, pazienza. Ma se nelle lettere sbagli qualcosa, insomma, può essere un problema”.
Quest’uomo lo adoro. E’ uno che parla poco. E quando lo fa, lo fa per te. O così sembra. Un giorno sì e uno no ti passa vicino, dopo essersi fumato la sua seimilionesima sigaretta giornaliera, e si fa vedere interessato a quello che fai. Parla più con le sue cicche che con noi umani (ammesso che siamo più umani noi delle cicche), ma quando ti si rivolge lo fa con bontà. E senza che tu glielo chieda, lui quasi ti consola. Ci prova. Anche con argomentazioni poco credibili, come quelle di oggi. Sarà anche vero che la parola può ferire più della spada, ma dalla pagina delle lettere fa comunque un po’ meno male. E la revisione dei testi è pur sempre il lavoro di un correttore di bozze. Non di un giornalista.
Ma ok. Il Vice-qualcosa ha provato a motivarmi un po’. Ha fallito, quasi miseramente. Ma il gesto l’ho apprezzato. Davvero. Perché la parola ferisce più della spada. Ma se usata nel modo giusto può anche risollevare la giornata di qualcuno.
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“Ciaooo..”. Una voce leggera da verso l’ingresso. Dalle colonne ho visto sbucare una ragazza mediamente alta. I capelli castani e un po’ mossi, forse freschi di parrucchiera.
“Nooo!.. Bugia-bugia-bugia!!”. Il Burbero è esploso di gioia. “No, non può essere! Ciaoo!!”. Il simpaticone sembrava davvero entusiasta di rivedere quella bella donzella. Che ho poi scoperto essere una vecchia stagista che ha appena iniziato a scrivere per un periodico locale. “Una cosa così, sono quelle piccole soddisfazioni..”, ha detto lei minimizzando la sua nuova avventura professionale. Senza strapparsi tanti i capelli. Anzi.
“Vieni quiii!”. Il Burbero ha alzato il suo culone dalla sedia e si è avvicinato a lei con le braccia avide di altre braccia. E forse di non solo quelle. I soliti baci sulla guancia, accompagnato dal “come stai” di rito.
“Dai che ti offro un caffè”, le ha detto lui.
“Ahhh.. quando ero stagista non me ne hai mai offerto uno!”, ha risposto lei provocandolo un po’.
“Ma ti pare?! Pensi che allo stagista laggiù gli abbia mai offerto un caffé?!”, ha ribatutto lui indicando me.
Non era vero, lui lo sapeva. E lo sapete pure voi. Forse non si ricordava. Ma c’ho pensato io a rinfrescargli la memoria.
“Una volta me l’hai offerto, il caffè!”, ho urlato dalla mia postazione lontana anni luce dalla sua.
Alcuni colleghi hanno riso. Lei mi ha guardato facendo altrettanto. E lui: “Sì, ma me l’hai estorto!”.
Fine.
Chissà se si è imbarazzato. Conoscendolo non credo. Ma oggi ho visto il Burbero da dietro la maschera. L’ho visto fare il “piacione” con una ragazza carina. Ho visto l’altra faccia di una persona su cui, giorno dopo giorno, sto lentamente cambiando opinione. Ma non potrebbe essere altrimenti: se io e l’altro stagista ogni tanto lavoriamo, è soprattutto grazie alle piccole cose che ci fa fare lui. In primis le brevi. E non appena finito, è il primo a dirmi: “KronaKus, se vuoi puoi andare”.
Mentre aspetto il verdetto sull’ipermercato (ancora non so se devo scrivere oppure no), mi ritrovo a pensare che in fondo in fondo dovrei ringraziare quel concentrato di aggressività e di parole senza misurino. Anche perché il Sergente è stato un flop. Il primo giorno c’ha caricato di lavoro, poi è stata la sagra del poco e niente. E mentre lo stagista si guarda l’Inter in tv pareggiare in Champions, io getto parole dentro questo blog. Interrotto dai colleghi che ogni tanto vengono a ritirare fogli dalla stampante alle mie spalle. Tipo adesso. E’ appena passato il Burbero, che in attesa della stampa ha cercato di fare un breve salotto con me. Dicendomi, con gli occhi persi nel vuoto: “Hai visto che figa, quella di prima?”.
Eh sì. Grazie Burbero. Meno male che ci sei tu.
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Durante la riunione loschi rumori da oltre il soffitto. Qualcuno, credo, stava spostando sedie. Mobili. Tavoli. Scrivanie. Credenze. Armadi. Cadaveri obesi.
“Ma chi c’è, di sopra? Shrek?!”.
Meno male che il direttore ha svelato l’arcano.
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“Dammi una mano con questa infografica”, mi ha detto il Sergente. Nessun problema: in tempo di carestia, anche la bassa manovalanza va più che bene. Che poi noi stagisti – dicono – non possiamo chiedere molto di più. In fondo, perché cercare di salvare quel poco che resta della nostra stropicciata dignità? Ma ok, facciamo la bozza per questa infografica maledetta. In fondo, devo pur fare qualcosa.
Sfoglio giornali. Rovisto siti. Estrapolo dati. Compilo tabelle. Venti minuti e il gioco è fatto.
Ed eccomi di nuovo pronto alla noia.
Ma dopo due ore, il Sergente mi ha chiesto di affiancarlo mentre compilava delle schede riepilogative comprensive di interviste ad hoc. E mentre lui le titolava, io dovevo dettargli nuovamente i dati più importanti che avevo inserito nella bozza. Leggere la mia tabella sarebbe stata troppa grazia. Ma in fondo, sì: devo pur qualcosa.
Mentre davo i numeri al ritmo di uno ogni due minuti (nel frattempo lui doveva inserire anche il testo man mano che scorrevamo le schede), il Sergente parlottava con qualcuno su Skype. Da vero cronista gossipparo, ho sbirciato, e sono riuscito a leggere il nome del suo interlocutore. Il Sergente stava chattando con una collaboratrice, che ho scoperto proprio stamattina essere anche sua moglie. La moglie del Sergente. Roba da film di Neil Jordan. (questa l’ho appena letta su Google..)
L’occhio mi è caduto su una frase in particolare. “Starai mica diventando ansiogeno come il tuo caporedattore?”, ha scritto lei a lui che del caporedattore si può dire sia il vice.
Mi è sfuggita la risposta del Sergente, ma poco dopo sono riuscito a leggere uno “Scrivi, cazzo!” da parte sua, a cui lei ha poi risposto con un “Ma sei scemo??”.
Ora io mi domando se sia questione di ruoli. Di percorsi personali, di storie private che non possono venire assunte a modello universale. Di casi isolati o perlomeno sporadici. Ma se la vita di redazione e il peso delle responsabilità ti trasformano davvero in un simil-autoritario in modalità Burbero ma più educato, se ti portano a discutere senza motivi apparenti con una moglie-collega che in fondo sta lavorando anche per te… beh, allora sì…
Devo proprio fare qualcosa.
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“Potremmo fare una pagina con delle storie di personaggi noti in città”. Il direttore aveva appena avuto una delle sue brillanti idee mattutine.
“Ma l’abbiamo già fatto!”, ha risposto il Burbero con la sua innata simpatia.
“Abbiamo parlato anche dei lavavetri?”
“I lavavetri?”.
“Sì. I lavavetri”.
“Cioè?”.
“Cioè.. per esempio quella zingara che sta là al semaforo…”.
“La zingara?”.
“Sì. Quella là che conoscono tutti. La gente ormai ci si è affezionata. C’è chi la porta al bar e le offre il caffè”.
“La zingara… Prima o poi la prendo sotto con la macchina”.
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E’ arrivato. Se prima eravamo uno di meno, poi uno di più, ora siamo uno di più ancora. Perché è tornato il Fantasma Stonato. Il caposervizio di cultura di cui tutti si divertivano a scherzare in sua assenza. Ma le ferie, si sa, hanno le gambe corte. Così eccolo qua, davanti a me, durante la riunione.
“Allora, oggi non possiamo non dare spazio a questa cosa. Ilgiornale di domani aprirà con..”.
Chicchiricchicchìììììì!!!
Il canto di un gallo ha interrotto il direttore. Non un gallo vero, ma sembrava lo fosse. Era un telefono. Un cellulare. Una suoneria. Il Fantasma Stonato aveva appena ricevuto un messaggio.
Mi aspettavo un tipo strano, e il suo ringtone non ha smentito la mia impressione. Anche se in realtà era solo l’inizio.
Concordati gli argomenti per il giornale di domani siamo tornati ai posti di combattimento. La mia postazione è vicino alla sua. Lui non si è presentato, come invece hanno fatto altri. Ma ogni tanto lancia occhiate e sorrisi abbozzati. Per la serie: “Ciao, ci sono e ti saluto. Ma non te lo dico”.
Abbiamo cominciato a lavorare. Perlomeno lui. Io ho ripreso la mia routine da stagista da social network. Insomma, cazzeggiavo su Facebook, vero grande compagno di giochi di questo bimestre.
Tii-too tii-too!!!
Un gioco per bambini, di quelli che li schiacci e suoni, ha lanciato all’improvviso il suo grido di dolore. Il suo suono ridicolo. Il suo canto disperato che fin da piccolo mi ha sempre messo una certa angoscia.
Ancora una volta era un cellulare, ancora quello del Fantasma Stonato. Non so se fosse la suoneria di un mms o di chissà cosa. Però ormai è certo: il Fantasma Stonato ha un bel repertorio di suoni assurdi da sfoggiare ogni volta che al suo telefono vibrano le chiappe.
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Il Burbero fa il burbero pure con l’altro stagista, e si comincia a capire il perché.
Pare ci sia sotto una storia di ruoli scambiati, di funzioni slittate di mano in mano. Insomma, di frustrazione. Di ambizioni tradite. Oltre a un percorso professionale che intreccia lavoro e famiglia.
Indagherò.
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“Il Giornale era già in perdita – ha detto il caporedattore – ma da quando c’è Feltri è proprio in picchiata”.
Risponde il Burbero: “Sì ma Feltri fa il giornalista! Se quell’altro si è dimesso vuol dire che aveva ragione…”.
Certe volte il Burbero è davvero… “boffo”!
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“Pensa a quel collega là, che adesso se ne deve andare in Afghanistan, così, da un momento all’altro. Certo che fa proprio una vita da cani! Ora lo sbatteranno sul primo aereo. Poi arriverà là quando ormai sarà tutto finito, e tutte le televisioni del mondo avranno già detto tutto!”. Le parole del Burbero suonavano per quello che erano: imbevute, ubriacate di sarcasmo. E di cinismo.
“Non c’è proprio un cazzo da scherzare”,è intervenuto il Sergente con la voce calma ma ferma. E tutti zitti. Anche chi rideva ai discorsi del Burbero. Che proprio stronzi non erano, perché in fondo immagino corrispondano al vero.
Di sicuro il Burbero non ha il piglio del Sergente. Che di militarismo se ne intende, e non di certo per il nomignolo che gli ho dato io. “Erano tutto volontari”, ha detto lui. “Ma questa guerra era proprio necessaria?”, mi domando io. Ma non glielo chiederò. Me lo terrò per me. Penso mi convenga. E alla grande.
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“Ma la tua collega cosa fa? Sta sempre lì, a farsi le treccine con i peli della gnocca? Ok. Ciao bella maiala”.
Chi ha sostenuto questa profonda conversazione al telefono con chissà chi? Ve lo dico domani.
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“Se i ragazzi sono scarichi diamogli qualcosa da fare”.
Il nuovo arrivato parla chiaro. Non lo stagista, ma l’altro caporedattore, tornato ieri da una fase di stop. Uno che conta, insomma. Che coordina il lavoro, e che ha l’ultima parola sulle pagine. Prima del giudizio universale dei piani più alti, ovvio.
Chi è ? Ma il Sergente! Posa al limite del macho, un po’ imbastita e con i muscoli sobri ma definiti di chi riesce ad andare in palestra nonostante il giornale. Capelli rasati o quasi. Tatuaggio al collo. Occhiali da sole tipo Rayban, che non toglie mai per via di un recente intervento agli occhi che lo ha tenuto lontano dalla redazione.
Tutto questo è il Sergente. Colui che senza tante presentazioni ha preso me e l’altro stagista mettendoci quasi subito sotto torchio. Ci ha consegnato un malloppo di agenzie su cui scrivere delle “brevi” improbabili. Improbabili perché il materiale era tantissimo, e richiedeva un lavoro di sintesi madornale. Disumano.
Per un attimo ho smesso di sentirmi come fossi un soprammobile d’antiquariato, messo qui davanti a un monitor a mo’ di complemento d’arredo.
Missione compiuta. C’ho messo troppo tempo, lo so. Ma alla fine, della mia breve non ha cambiato una virgola (il titolo sì, ma è quasi di routine). Ha solo aggiunto il nome di un politico locale che avevo accidentalmente omesso dalla notizia. Ma la costruzione del “pezzo” andava bene così com’era.
Il Sergente è l’uomo del cambiamento. E’ quello che può portare noi stagisti verso altri lidi. O, al contrario, colui che ci fa ha fatto annusare l’aria di lavoro, ma che in un batter d’occhio può prendere i nostri sogni di gloria e trasformarli in illusioni.
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“Fini ha la sindrome da Michael Jackson: ha paura di essere nero”.
Chi l’ha detto? Il Sergente. Chi è? Ve lo dico domani.
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Qua dentro il sole non fa in tempo a farsi un giro turistico intorno alla Terra che già gli equilibri sono cambiati. Di nuovo. Se ieri eravamo uno di meno, già oggi siamo uno di più. Insomma, siamo lo stesso numero dell’altroieri.
C’è un nuovo stagista, anche lui spedito con una raccomandata con ricevuta di ritorno da una scuola di giornalismo. Questo cambia un po’ le cose. Sono passato da allievo a insegnante, per esempio. Mi hanno subito messo ad istruire l’ultimo arrivato con i pochi rudimenti che sono riuscito a imparare in queste due settimane su come funziona il sistema editoriale. E se prima ero io, “il re di pagina 32″ (quella delle lettere, tanto per intenderci), ora devo già lasciare lo scettro al nuovo stagista.
Non piangerò di certo, ma spero che per me questo corrisponda a uno scatto di anzianità. Che divento io, lo stagista con più esperienza, quello che lavorerà sul serio come faceva lo stagista che se n’è andato sabato. Anche se due settimane fanno ridere. Ma spero di ridere di più nel tempo che rimane. Sommerso dal lavoro. Pronto per imparare.
Il nuovo sembra un Clark Kent un po’ più bruttino. Non perché sia brutto, ma insomma, non è Superman. Magari non avrà nemmeno i superpoteri (o almeno credo), né un’identità segreta (lo spero per lui), ma ha già capito qual è il look del giornalista modello. Jeans elegante, camicia a righe, occhialini, capelli corti e un po’ mossi. Da bravo ragazzo.
Mica come me. Polo d’ordinanza e jeans sbiadito. Ma come si dice, l’abito non fa il cronista. Altrimenti sarei già fottuto da un pezzo.
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“Se muore Mike vuol dire che si muore”, ha detto il direttore.
“Cioè? Cosa vuol dire?”, ha chiesto una redattrice.
“Vuol dire che se muore Mike si può morire. E’ come se morisse Paperino”.
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Credo che oggi qui dentro si sia battuto un record. Una riunione di redazione della durata di due ore e venti minuti. Roba da far impallidire Barbara D’Urso e il suo folle esercito di nani e giganti. Il direttore e il caporedattore centrale sono rimasti arenati sulle troppe idee nel calderone, sul troppo materiale da mettere in pagina per il giornale di domani. Scelte difficili, da prendere subito. Con me che dormivo in piedi (anzi seduto), perché stanotte, diciamocelo, avrei potuto riposare di più.
Ora sono qui, a vegetare alla mia solita postazione. E finalmente il climatizzatore è spento. La scorsa settimana mi avevano piazzato davanti a un condizionatore configurato in modalità “era glaciale”. Vedevo strani animaletti rincorrere ghiande sfuggenti e refrattarie. L’aria mi veniva sparata direttamente sul collo. Una pacchia, dato che soffro pure di sinusite. La mattina dopo ho chiesto di andare in un’altra postazione. Ed eccomi qua, davanti a un altro climatizzatore. Che per fortuna oggi è spento. Con il mio cervello che ha deciso di fare altrettanto.
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Me ne vado con una valigia carica di pensieri irrisolti. Che pesa, pesa tanto. In questi due mesi ho accumulato molto, ora inizia la fase dello smaltimento. Per il momento mi sento saturo, sento la finta nostalgia di un passaggio obbligato che in fondo non mi dispiace affatto.
Da domani torno a casa. A casa mia. Per due mesi sarò un giornalista in panciolle, a fare la raccolta differenziata delle idee e dei propositi più o meno buoni. Separerò la carta dall’organico. Il giornalismo vero dalla merda. E mi arroterò le unghie per il futuro.
Cercherò un obiettivo. Poi mirare. Puntare. Fuoco.
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“Senti ma alla fine di questi due mesi che idea ti sei fatto di noi?, mi ha chiesto la Capa come un fulmine a ciel sereno prima di andarsi a fumare la sua quottordicimilionesima sigaretta. “Siamo pazzi come sembriamo?”.
“Ma no!”, ho risposto io tra l’imbarazzo e la diplomazia. Ma mi sembrava di essere stato troppo sbrigativo. Troppo sintetico, anche per un giornalista d’agenzia. Così ho voluto fare “un due” alla mia risposta. “Siete solo un po’eccentrici!”.
Silenzio.
“Ah, siamo eccentrici?”
“Mah, un po’ sì”, ho ribadito sorridendo, ma con il mezzo sospetto di aver appena fatto una cazzata.
“Hai sentito, tu? – ha chiesto la Capa a uno dell’economico a cui dà spesso da dire – ha detto che sei eccentrico!”.
Ecco. Avevo fatto una cazzata.
“Ma no! – sono intervenuto io cercando di riparare – E poi dicevo nel senso che si scherza molto, ma va bene così. Si lavora meglio…”. E lì ho capito che da grande non farò mai l’ambasciatore.
La cosa è finita tra rimpallini reciproci e mezze risposte di chi tiene un neurone sul lavoro e uno sulle stupidaggini che gli gravitano intorno. E tra occhialini rivolti a me. Soprattutto quando la Capa mi ha chiesto di dirle chi fosse il più stronzo tra loro. Una domanda che non pretendeva risposta, e che tantomeno l’avrebbe avuta. Che poi di stronzi non ne ho trovati. Solo tanta apatia.
Siate eccentrici, cari colleghi a tempo determinato. Siate eccentrici e scherzate tanto, che vi fa bene. Prendetevi in giro e punzecchiatevi con amore. Che a qualcosa, in fondo, dovrete pur aggrapparvi.
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“Domani finisciiii?!”
Una domanda, un coro semiurlato. Una risposta che mi aspettavo come la cacca dopo mangiato.
Mi ero alzato, sicuro che nessuno si ricordasse che giorno fosse. Che nessuno si ricordasse che domani finisce il mese, e di conseguenza il mio stage.
“Qualcuno di voi sa chi è il mio tutor?”, ho chiesto a voce alta davanti a tutti e tre i capi dell’economico. E non solo loro.
“Tutor?”, mi ha domandato la Capa.
“Sì, perché in teoria ci dovrebbe essere, anche se non ho capito chi sia…”, ho ribattuto. “Visto che domani finisco, e avrei questo modulo da…”.
E lì è partito il coro. “Domani finisciiii?!”.
“Eh sì, sono due mesi…”, ho detto io.
“Di già?”, mi ha fatto la “capa”.
“Il tempo vola”, ha stigmatizzato il Terzo Capo, quello di cui ho parlato poco, ma quello con cui forse mi sono trovato meglio.
“Lascia qua che te lo compilo io”, ha fatto lei.
L’ho ringraziata e sono tornato a sedermi. Poi ho spiegato che è l’Ordine che ci vieta di fare stage a luglio e agosto.
“Perché?”, mi chiede la Capa.
“Per non togliere il posto agli altri”, risponde giustamente il Terzo Capo.
“Mm-mm, è così da quest’anno”, ho annuito io.
Poco dopo il Terzo Capo se n’è andato. Da domani si fa una settimana di ferie, con destinazione chissà dove. Ci siamo fatti un saluto dalla porta, come se fosse un giorno qualunque. O si era già scordato che al suo ritorno non ci saremmo rivisti, oppure sono io che amo troppo i convenevoli.
Pazienza. Domani finisco. Domani smetto.
Ed è quasi cin cin.
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“Non mi funziona questo cazzo di coso!!!”, ha gridato la “capa” dell’economico. “Penso che anche la Gazzetta di Torrecannuzza abbia un sistema internet migliore di questo!!”. Stava aggiornando il sito, lei che può, ma non le funzionava nulla. Aveva preparato il pezzo, messo tutto in pagina. Ma cliccando su “pubblica” non compariva nulla. Doveva ricominciare da capo. Ed è scoppiata, nonostante sia appena tornata da una settimana di ferie. “Lo fanno per farti venire l’esaurimento nervoso!”, ha detto.
“No. E’ una prova di santità”, ha commentato il simpaticone che giorni fa è stato zittito dal Mutandaro perché voleva fare un lavoro assegnato a me. “La fanno pure al Vaticano”.
Io che santo non sono, dico che va bene così. Che non ho fatto online in questa redazione un po’ sgangherata. Un po’, perché sono un inguaribile ottimista.
Meglio così. Meglio aver fatto agenzia nell’ultimo periodo che aver perso due mesi a fare copia-incolla sul web che il sistema di impaginazione del sito si rifiuta pure di accettare.
E come dargli torto?
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“Senti, domani ci sarebbe questa cosa qua…”. Il Mutandaro mi stava porgendo un altro lavoro su un piatto d’argento. Un piatto pesante, ma non me ne sono accorto subito. Il foglio che illustrava la conferenza stampa parlava chiaro, cioè che sarebbe durata dalle 8 45 alle 17 30. Che poi non era una conferenza stampa, ma un convegno. Quasi nove ore di dibattito sulla crisi.
Uuna flebo, grazie.
“Cazzuto!”, mi ha detto il Mutandaro.
“Eh?”, ho ribattuto io che ero troppo intento a leggermi il foglio per sentire bene.
“Cazzutoo!!”, ha urlacchiato lui con il suo solito mezzo ghigno.
Stava cercando di motivarmi. “E’ una cosa importante – ha precisato – …ok?!”.
“Sì!”, gli ho risposto io ostentando sicurezza. Una mezza sicurezza, come il suo ghigno. Perché si sarebbe comunque trattato di gestire informazioni provenienti da discorsi presumibilmente fuori dalla mia portata.
Era qualche giorno fa. Poi è andata bene, ma il senso di inutilità mi è rimasto dentro. Leggero. Mitigato dalla consapevolezza che comunque stavo comunque facendo il mio lavoro. E il problema, forse, è proprio quello.
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Colpo grosso nella Città delle Pizze Gommose. Colpo grosso, sì, ma senza le donnine di Umberto Smaila. Colpo grosso per me, che all’improvviso mi sono ritrovato alla mia prima uscita per questa favolosa agenzia. Alla prima, e subito dopo alla seconda. E alla terza. In soli due giorni.
Eh già, sono stato alla mia prima conferenza stampa in questa città, la prima in veste di stagista. Il primo stagista di online che va alle conferenze stampa per fare lavoro di agenzia. Ma questa è un’altra storia. Un capitolo chiuso, direi. Mentre in questi giorni se n’è aperto un altro, anche se non durerà tanto. Ridendo poco e scherzando ancora meno, siamo quasi arrivati al capolinea. Martedì prossimo finisce il mio stage. Poi me ne tornerò al mio amato mare. Martedì si chiude un cerchio, in attesa che se ne apra un altro.
Ho tante cose da dire, ma anche tante cose da fare. Per questo, per ora, passo e chiudo. Oggi pomeriggio ho un’altra conferenza stampa, mentre nell’attesa mi aspetta un po’ di (mal)sano desk. Il dovere mi chiama. E io gli posso finalmente rispondere.
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“KronaKus, mi fai questo commento di Cazzola sui dati Ocse?”, mi ha domandato il capo. Quello delle mutande, sì.
“Se vuoi lo faccio io”, è intervenuto un altro dell’economico. Uno grande. Uno che è lì da tempo. Uno, insomma, che potrebbe anche farsi gli affari suoi.
“No no”, gli risponde il capo.
“Eh?”, ribatte lui.
“No, reggimi! Sta’ buono, sei arrivato adesso. Sta’ tranquillo”, gli ha risposto il Mutandaro.
Reggimi.
Reggimi cosa?
Il gioco, forse?
Mentre assistevo a quella scena mi son sentito un mendicante. Con tutto rispetto per i mendicanti, ma non è questo che volevo. Elemosinare qualcosa da fare per non sentirmi nullo. Inutile. Vuoto.
Ho apprezzato che il Mutandaro abbia cercato di dirottare su di me quel misero lavoretto. Un lavoretto da non più di cinque o sei minuti. E se c’ho messo così tanto è solo perché sono pignolo io.
E ha fatto bene, il Mutandaro. Perché ha pensato bene di sfruttarlo, questo stagista. Sfruttarlo nel senso buono. Facendolo lavorare. Che in fondo è per questo che sono qui. Ma in fondo, eh!
Però che ci sia un gioco da reggere, che si sia arrivati a questo.. Non so, mi viene da sorridere. Ci manca solo il rimpallino dei comunicati, poi possiamo anche fare le olimpiadi dell’agenzia.
Meglio sorridere, già. E mentre loro si reggono il gioco, mi domando le mie palle chi le reggerà. Se non loro, sì. Sempre loro. Le mie solite amate mutande.
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“Toh, va! C’è anche KronaKus”, ha detto il capo dell’economico dopo essersi stiracchiato con i suoi soliti esercizi di simil stretching. Più simil che stretching.
E dire che l’avevo pure salutato.
“E mi avevi pure salutato, vero?”. Oh, meno male.
Ora che le sue sinapsi l’hanno finalmente reso cosciente della mia presenza, mi aspetto che mi dia un po’ di lavoro da fare. Così la smetterò di cazzeggiare al computer. Di stare su facebook a coltivare le mie public relations. E di cambiare schermata ogni volta che si avvicina qualcuno. Tengo sempre il sito dell’agenzia aperto. All’occorrenza mi basta un click per fare almeno finta di informarmi. E di seguire quello che fanno qua dentro.
Che poi il capo dell’economico, lo stesso che si è accorto tardivamente della mia presenza, è un tipo alla mano. Pure troppo. Ma ha una specie di ansia che non saprei definire. Sembra tranquillo, eppure quando parla al telefono sembra fare le vasche per il corso. Lo struscio più selvaggio. Va di qua e di là, e finisce puntualmente da me senza una vera ragione. E io lì, a cliccare a casaccio per non far vedere che sto lì ad aggiornare un blog in cui parlo e sparlo di loro. E che perdo tempo, anche se quella non è proprio colpa mia.
“Abbi pazienza, ho più di quarant’anni”, si è giustificato lui con il suo solito sarcasmo per il fatto di avermi visto solo ora. Anche se mi aveva visto pure prima.
“Beh, quarant’anni sono un po’ pochi per usarla come scusa”, ho risposto io con un sorriso. Perché è meglio ridere che piangere. Qua è meglio provare a empatizzare con le persone che mi circondano. In fondo lui, con me, lo ha già fatto. La seconda settimana è successo che me ne stavo seduto con la schiena troppo in avanti, e dai jeans mi si intravedevano le mutande. A un certo punto ho sentito una mano alzarmi la maglietta, da dietro. Era lui, il capo dell’economico, il quarantenne distratto.
“Volevo vedere che mutande porti”, ha detto il burlone.
Per me va bene, mi piace questa voglia di interagire. E di scherzare. Mi sta bene che mi si guardi pure che mutande porto, se serve a per rompere un ghiaccio che dopo più di un mese e mezzo non si è ancora sciolto.
L’importante è che nessuno s’interessi anche al loro contenuto.
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“L’avete vista la partita dell’Italia, ieri?”. ha chiesto l’Energumeno ai capi dell’economico.
“Sì sì”, hanno risposto loro.
“Io ho pure litigato con mio figlio di sei anni che voleva vedere un’altra cosa”, ha aggiunto uno dei due. “C’è stato un conflitto ideologico”. Ha riso. “Ma poi gli ho fatto vedere «L’era glaciale» ed è stato contento”.
Spero per lui che fosse il cartone, non la trasmissione della Bignardi. Che mi piace, per carità. Ma un bambino non potrebbe che dormirci davanti. E a bocca aperta.
“E tu cos’hai visto, ieri sera?”, ha chiesto l’Energumeno rivolgendosi a me.
Ho dovuto pensarci un po’. Oggi ho un sonno debilitante, ho dormito meno di quattro ore e mi sento decisamente a terra. La concentrazione ce l’ho sotto le scarpe.
“Niente, ieri sera non ho visto niente”, ho risposto.
“Ah – ha ribattuto lui – allora hai trombato!”. E se n’è uscito con il più classico dei gesti. Palmo della mano rivolto verso il basso. Dita socchiuse ma con pollice sparato fuori. Polso serrato. E movimento verticale dell’avambraccio.
Poi si è girato e si messo a parlottare sotto voce con uno dei più giovani dell’economico. Indicando me.
Io ho reagito con una risatina. Perché avrà pure una gran faccia da culo, ma l’Energumeno un po’ di perspicacia ce l’ha. Non vedo perché negare, visto che ha indovinato. Come ho già detto, questo weekend il tempo ha fatto schifo. Di andare al mare non se ne parlava proprio. Un povero aspirante cronista dovrà pur fare qualcosa per scacciare i dispiaceri!
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Un uomo ha bisogno di stimoli. In tutti i sensi. Un uomo ha bisogno di fare qualcosa perché ne ha voglia. Voglia davvero. Perché deve crederci, deve credere in quello che fa.
A un uomo servono incentivi. Economici, sì. Anche. Ma qui non è questione di soldi. Qui a essere deluse sono le aspettative di chi questo mondo, quello del giornalismo, lo conosceva solo da fuori.
E’ da tempo, ormai, che sto dietro a questo mestiere. Che lo inseguo come un cane fa con un motorino in corsa. Ci prova, magari si diverte pure. Ma non lo prenderà mai. E’ da tempo, già, che gli faccio la fuga. E so di essere in una fase intermedia in cui non posso pretendere che una cosa. Una soltanto. Imparare.
Ora qualcuno mi dica cosa posso imparare qua, se non ad annusare l’aria che si respira dentro una redazione. Una di quelle grandi, ok, ma in cui non conti nulla. Che poi nessuno vuole ancora contare chissà quanto. Qua io sono zero, e zero devo essere. Altrimenti non sarei lo stagista che si prende le fregature, ma sarei direttamente io, il caporedattore centrale che prima t’illude e poi ti calpesta le poche speranze rimaste.
Qualcuno mi parla di disorganizzazione, e ha ragione. In pieno. Ma manca qualcosa. Non è tutto lì. C’è dell’altro sì. C’è la superficialità. Quasi come se stessimo giocando. Quasi come se dare a un aspirante giornalista un’occasione per formarsi sia poco più che una barzelletta.
E io son qua, demotivato. A piangermi addosso. Anzi, a piangere sul latte versato. Versato da altri.
Son qua, a domandarmi cosa farmene dei giorni rimasti. Di certo non starò lì a incazzarmi, non ho più voglia nemmeno di quello.
Stanno spegnendo la mia buona volontà. Qui ci vorrebbe un cambio di passo.
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Per fortuna che poi c’è il fine settimana. Per fortuna che dopo il venerdì viene il sabato, e puoi affogare le delusioni nell’alcol. O affogarle nel mare.
Peccato che non faccia sbornie da mesi. Peccato che fuori ci siano Noè e il suo bestiame variegato che cercano salvezza dal diluvio universale.
Peccato che ormai sia abbastanza grande da saper liquidare il tutto con un laconico “’sti cazzi”.
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“Mi scusi, avrei bisogno dei dati di accesso al sistema per poter lavorare al sito..”, ho chiesto ieri mattina al caporedattore centrale, quello che si era adoperato per farmi istruire sul lavoro online che si fa in questa redazione.
“Ah – ha risposto – ma non so mica se te le possiamo dare..”
“Ah no?”, ho ribattuto io sempre più perplesso.
“Eh, sai, quelle non lo possiamo dare così..”
“Ma sono uniche? Non si può creare un profilo personale per me, un account che poi cancellate quando me ne vado?”
“Eh no, i dati di accesso sono uguali per tutti. Comunque chiedo”.
Avevo già capito che non c’erano speranze. Avevo già capito di essere condannato all’agenzia. Niente online per me, lì dentro. E poi ridendo e scherzando – anche se è stato più un “piangendo e sdrammatizzando” – il mio brevissimo stage si avvia già alla fine.
Avevo capito, e avevo capito bene.
“Mi dispiace – mi ha detto il caporedattore verso metà pomeriggio – ho parlato con i piani alti per la questione dei dati d’accesso. Mi hanno risposto come se fossi scemo. Mi dispiace ma non si può fare”.
Bingo. Fanculo.
“Magari potresti stare a vedere come lavorano gli altri…”, ha concluso.
Magari un paio di palle. Già con il tipo di lavoro online che si fa qua dentro, il mio tasso di “giornalisticità” – anche se non si dice – sarebbe stato ai minimi storici. Se poi devo addirittura stare a vedere, beh, ditemelo prima. Così la prossima volta mi porto pure i pop corn.
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Mi ero rassegnato, ormai. Il mio futuro, qua dentro, sarebbe stata inevitabilmente l’agenzia. Non ha senso che mi metta a fare i copia-incolla per loro. Sono qui per imparare un mestiere, non per cazzeggiare. Perciò avevo appurato che il mio stage, quello che avevo richiesto, quello online, era andato a puttane. E quindi avevo deciso di mandarcelo, a puttane, ma non coi miei soldi. Perché io avevo deciso di investire su un’altra cosa. Su un tipo di giornalismo che non mi ha mai conquistato. Ma se agenzia dev’essere, agenzia sarà.
Meglio di niente.
Ma ieri mattina mi si è avvicinato uno dei capi. Uno dei capi dei capi. Se ho capito bene, uno dei capiredattori centrali. Uno di quelli che comanda, e che comanda parecchio.
“Fra poco verrà una persona a insegnarti alcune cose sull’online. Ti farà vedere un po’ come si lavora al portale, qual è il sistema editoriale.. Queste cose qua”, ha detto. Ma a me quelle cose là non piacciono. Mi stavano spingendo dentro la trappola del copia-incolla, e lo stavano facendo con entrambe le mani.
“Così potrai dare una mano anche tu con il sito”. Meglio. Dare una mano mi sta bene. Prendere dimestichezza con certi meccanismi può comunque servirmi per un futuro. L’importante è che non debba fare solo quello. Mi sta bene se sarà un mix di online, per quanto estremamente limitativo, e di agenzia.
Meglio di niente.
Tempo venti minuti, ed ecco arrivare una ragazza. Credo avesse circa una trentacinquina d’anni. Capelli mossi e mori. Slanciata. Snella. Particolarmente abbronzata, forse pure troppo. Insomma, una gnocca. Quella che non avevo trovato nell’ufficio della responsabile del personale. Quella che invece era lì davanti a me. Anzi di fianco, anche se detta così pare che ci siamo ripassati mezzo kamasutra. Invece siamo stati un paio d’ore al computer, con lei che m’istruiva e con me che tenevo un’occhio sullo schermo e uno su di lei. Lo strabismo del cronista arrapato.
Ma io sono e resto una persona moderata. Uso le parole come spade, ma agisco quasi sempre di fioretto. Sono stato professionale come lo è stata lei. E poi sono mezzo ammogliato. Va bene così.
Ci siamo visti come inserire i testi. Come titolare facendo attenzione a non sforare su due righe. Dove prendere le immagini e come caricarle nel giusto formato. E come non fare cazzate, perché questo sistema editoriale sembra fatto da un hacker in stato di ebbrezza, e a scombinare la home page ci vuole meno di niente. Si vede che qua dentro sono tutti amanti del buon vino, dai tecnici a quel burlone del direttore con le sue firme distratte.
Due ore a prendere appunti, poi lei mi ha detto: “Mi sa che abbiamo visto tutto. Adesso però ti servirebbero i dati di accesso, ma io non posso darteli. Chiedili al caporedattore centrale, ok?”.
Certo, li chiederò. Anche se non so quanto mi potrà veramente servire tutto questo. Però intanto ho passato un po’ di tempo in compagnia di questa bella mora.
Meglio di niente.
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“Toh va, arriva quel simpaticone del direttore”, ho pensato mentre sentivo qualcuno avvicinarsi a me con un certo passo. Il suo andamento è placido ma sostenuto. E’ semplice ma inconfondibile. Sono qui da poco ma già lo riconosco.
Il direttore. Colui che doveva essere ubriaco quando ha messo la sua firma sul modulo del mio stage. Lui, che lo sapeva che nella sua agenzia una redazione online non c’era più. Lui, che è in parte responsabile di questo mio limbo. In parte, sì. Perché accuso anche la scuola di concorso di colpa. Avrebbero dovuto verificare, quantomeno per garantire ai suoi studenti la possibilità di fare lo stage indicato come preferenza. I suoi studenti, che pagano oro e ricevono ruggine.
Lo riconosco quel fottuto passo. O perlomeno ne ero convinto. Perché quando ho alzato gli occhi mi sono trovato davanti un’altra persona. Era il vicedirettore.
Eppure il ritmo di piedi e gambe era lo stesso. Sarà che a stare ai vertici ci si conforma a un certo modo di muoversi. Chissà. Ma almeno lui mi saluta.
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Da buon cronista ho fatto la mia indagine.
L’agenzia per cui lavoro possiede anche altri portali. Portali tematici. Dove non si scrive niente di nuovo. Dove non si fa vero giornalismo.
E anche lo stesso sito dell’agenzia non contiene nulla di originale. Gli scritti sono già stati scritti. Da qualcun’altro. Chi lo aggiorna non fa che inserire testi di altre persone. Sono rare le volte in cui le notizie pubblicate sono frutto di un vero lavoro giornalistico. La maggior parte delle volte sono collage di cose già fatte.
Sarò ingenuo, sarò solo un principiante. Ma non sono un coglione. Ho capito l’antifona. A fare l’online qua, si rischia di cadere nella trappola del copia-incolla.
Qui serve uno scatto d’orgoglio. Anche un aspirante cronista ha la sua dignità.
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Ho fatto un bel sospiro e ho preso la strada che avrei dovuto prendere almeno uno settimana fa. Sono uscito dalla porta interna della redazione e ho fatto le scale. Quarto piano, ufficio del personale. Sono arrivato carico. Non tanto di speranze, che illudersi non conviene mai. Ero pieno di determinazione.
Ho varcato la porta. Davanti a me né triangoli saffici né chissà quale altra strana geometria. C’era solo lei, la responsabile. Insomma, niente gnocca. Ma non importa, non ero lì per il piacere, se non quello di sentirmi dire che il mio stage si sarebbe finalmente raddrizzato. Che da domani avrei smesso di fingere di fare agenzia e che mi avrebbe messo subito sotto con l’online. E senza fingere. Che avrei preso il loro sito e l’avrei riempito di articoli miei, magari pure di foto.
“Senta, io con il direttore non ho parlato”, ha detto. Ed è stato subito gelo. “Lui, sa, è sempre molto impegnato”. Già mi ero scocciato. “Però ho sentito dei colleghi che lavorano in un ufficio qui vicino – ha aggiunto – che si occupano di alcuni portali legati alla nostra agenzia. Loro hanno detto «magari, ci servirebbe qualcuno, come il pane!»”. La responsabile del personale mi stava dando una mezza speranza. Solo mezza, sì, ma che messa insieme al mezzo wafer dell’altro giorno avrebbe fatto qualcosa di intero. Qualcosa. Cosa non so. Non era il sito sito, ma il sito qualcos’altro. Era meglio di niente. “Bene, si sarà mossa lei..”, ho pensato.
“Ora, dico, cosa ha intenzione di farei? Senza l’autorizzazione del direttore qua non si va da nessuna parte. Ci vuole parlare lei?”, mi ha chiesto la responsabile come se per l’ultimo arrivato fosse la cosa più facile del mondo. “Oppure – ha continuato prima che le dessi una risposta – potrebbe parlare con i suoi capi dell’economico e vedere se può fare qualcosa a livello di.. come si chiama.. di internet, insomma”.
Insomma, sì. Quella roba lì. Internet. Online. Parole che sento sempre più distanti. Se questa redazione un dipartimento online non ce l’ha, mi domando cosa possa combinare anche parlando con i miei superiori. Il direttore, poi, non ci penso nemmeno a cercarlo. Lui è uno di quelli che ti passa davanti e si volta dall’altra parte.
Ma il problema non è quello. Se per muovere le acque devo andare ai piani alti, allora farò altre scale, varcherò altre porte e parlerò con il dio di questa cazzo di agenzia. Il punto è: chi sono questi fantomatici colleghi che lavorano in questo fantomatico ufficio qui vicino che si occupano di questi fantomatici portali?
Non mi fido. Devo controllare.
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“Ohhh, ben svegliato, giovanotto”, ha detto l’Energumeno a me che sembro ben più sveglio di lui. Non che ci voglia molto, nonostante i tempi morti tendano a intorpidirmi. Ma io almeno me ne resto alla mia postazione a fare qualcosa. Ok,qualcosina. Lui invece continua a vagare per la redazione come un’anima in pena. Come fosse la persona più annoiata del mondo, e che quindi ammazza il tempo girando e rigirando tra i colleghi, a sparare cazzate di circostanza che sembrano buttate lì per riempire chissà quale vuoto.
Ma in fondo mi sta simpatico. L’altro giorno mi ha pure offerto mezzo wafer. “A te solo questo, giovanotto, che lui è più grande”, mi ha detto l’Energumeno prima di dirigersi verso un altro ragazzo, uno di quelli che è qui da qualche tempo ma che ancora non sa dove sarà tra un mese. Che cosa farà. Insomma, se gli rinnoveranno il contratto. Per lui un wafer e mezzo, a me soltanto la metà di uno. Per ora mi merito solo questo. Mezzo wafer. Chissà se per fine mese me ne meriterò uno intero. Potrebbe essere il segno che mi avranno fatto lavorare di più. Più di adesso, perlomeno. E anche qui, non è che ci voglia molto.
Più tardi vado a parlare con la responsabile del personale, nella speranza di non ritrovarla in compagnia di un altro trittico di donne. O se proprio dev’essere, che questa volta siano almeno un po’ gnocche.
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Caldo e relax. Due elementi che si sposano a fatica. Per fortuna sono riuscito a dormire otto ore di fila. Quasi. Finalmente. Ma una volta sveglio la temperatura corporea sale. E fa caldo, tanto caldo.
Qui niente mare. Qui solo un mare di sudore. Per questo odio le grandi città, soprattutto quelle senza sbocchi verso l’esterno. Verso l’acqua. Che d’estate è paradiso liquido.
Soprattutto odio i posti in cui non sanno fare la pizza. Quella che ho mangiato ieri sera con alcuni miei amici non era gommosa come le altre. Era direttamente ridotta a carbon coke. Era fina come l’ostia. Tant’è che l’Invasato, che è pure abbastanza di chiesa, l’ha chiamata “ostia fritta”.
Ma forza e coraggio. Siamo qui per una missione. Fare i giornalisti. I giornalisti seri. Speriamo solo me ne diano modo. Speriamo solo che non uccidano sul nascere la buona volontà di un aspirante cronista. E speriamo pure che questa tremenda voglia di mare non porti la mia testa a farsi un bagno lontano dai doveri.
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Mi affaccio alla porta del suo ufficio, e vedo la responsabile del personale con altre due donne. “Le dispiace se ne riparliamo lunedì, per quella cosa?”, mi fa. Evidentemente era troppo impegnata in quella sorta di triangolo saffico camuffato da briefing di lavoro per degnarsi di dirmi qualcosa riguardo al mio stage.
Ma poi ha anche ammesso, spudoratamente, di essersi dimenticata di parlare con il direttore. Sicché aspetterò lunedì. Lunedì, perché lei domani non lavora. Lei no, io sì. Mi tocca un altro giorno di simil-agenzia in attesa della conferma al mio grande sospetto.
Che sono stato fregato. E tre.
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Mi manca la mia ragazza. Sono qua da due settimane e, sì, mi manca la mia ragazza. Stare al Paese dei Polpacci era diverso. Ero molto più vicino a casa, perciò la distanza si sentiva meno. Qua nella Città delle Pizze Gommose è tutta un’altra cosa. Siamo molto più lontani. Quindi sì, mi manca. Soprattutto quando lei è serena e fa stare sereno anche me. Perché nei suoi picchi di sofferenza – e di insofferenza – un pochino me lo fa pesare, il fatto che io sia partito per costruirmi un futuro. E lì non mi passa mica la voglia di lei, però la testa mi si annebbia dal nervoso. E mi vengono in mente solo cose brutte, quelle belle se ne restano lì nell’angolino. Come fossero in punizione.
Ora lei è tranquilla, anche se abbiamo avuto fasi abbastanza negative. Anzi, senza abbastanza. Direi proprio negative. A cui solo due Highlander della coppia come noi potevano sopravvivere. Ora lei è tranquilla perciò sono tranquillo anch’io. I cattivi pensieri non ci sono. Perciò, mi manca.
Che sentimentale, che sono, eh?
Ma volete sapere cosa ha contribuito a farmi capire che ho davvero bisogno di lei? Oggi, mentre venivo in redazione, mi sono fermato davanti a una bancarella di libri usati. Uno in particolare ha colpito la mia attenzione. Quando ho letto il titolo sono rimasto di stucco. “La vagina di una nera”. Gulp. “Perbacco! E che libro sarà?”, mi sono chiesto tra me e me come un vero pornofilo mancato. Peccato che a una seconda occhiata mi sono accorto che in realtà il titolo era un altro. “La vigna di uva nera”.
Eh sì, mi manca la mia ragazza. E se sto pure diventando cieco, beh, direi che i conti tornano alla grande.
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Charming Girl è online
Charming Girl: ciao
KronaKus: ciao, tutto ok?
Charming Girl: si si
KronaKus: bene
Charming Girl: ti ripeto, il fatto di parlare con uno che si nasconde mi piace poco
KronaKus: ma lo capisci perché mi nascondo? mi sa di no. mica sono un criminale. secondo te, se io mi lamento sul mio blog del fatto che i miei nuovi colleghi mi ignorano deliberatamente, posso dire in giro dove lavoro, chi sono e magari poi farmi leggere da qualche collega?? riflettici, per favore. dovrei limitarmi nelle cose che scrivo, e a quel punto tanto vale chiudere tutto!
Charming Girl: ma secondo te vedere una foto implica che io conosca il tuo nome e cognome e il tuo indirizzo di casa?? o se mi dici abito qui o là… che ci sei solo tu, di abitante?
KronaKus: che sta facendo uno stage in un’agenzia di stampa però sì. è quello il punto
Charming Girl: ma che me ne frega a me! senti fai cio che vuoi
KronaKus: so che non ti frega. si tratta solo di non rischiare che qualcuno dica in giro chi sono
Charming Girl: naaaaaaaaa… ma io sto all’estero, che mi frega di dire agli altri chi sei tu??
KronaKus: però il mio ragionamento ti fila? o no?
Charming Girl: si ho capito… ma a me del resto del mondo poco me ne importa… dici che faccio la spia?? che mi frega?!
KronaKus: non ti sto dando della spia
Charming Girl: quasi
KronaKus: non è un fatto personale. e credimi, se sei tu nelle poche foto che ci sono sul tuo profilo, non esiterei a far vedere una mia foto a una bella ragazza come te
Charming Girl: quella solo viso con le labbra storte sono io
KronaKus: ecco appunto, affascinante. lo dice pure il tuo nick.
Charming Girl:
grazie
KronaKus: prego. sono sincero
Charming Girl: io non posso dire altrettanto. vedo solo quella faccia da pupazzo
KronaKus: ma come, non ti piace?!
Charming Girl: x niente
KronaKus: l’ho fatta con paint. c’ho messo tanto amore, e tu la tratti così
Charming Girl: è orrendo
KronaKus: mi ferisci
Charming Girl: è la verità
KronaKus: apprezzo la sincerità, ma mi ferisci lo stesso
Charming Girl: odio parlare con i pupazzi
KronaKus: ti ripeto che sono di carne e ossa
Charming Girl: lo so. ma io vedo solo un pupazzo
KronaKus: un pupazzo vivo e vegeto, però
Charming Girl: sempre pupazzo rimane
KronaKus: un bel pupazzo, però
Charming Girl: lo dici tu
KronaKus:
Charming Girl è offline
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“Buongiorno, sono lo stagista della scuola di giornalismo”.
“Ah, buongiorno. Mi dica”, risponde la responsabile dell’ufficio personale.
“Senta, io sono qua da quasi due settimane. Il mio doveva essere uno stage online, ma sto facendo agenzia. Io mi adatto, per carità. Però volevo capire cosa fosse successo…”.
“Ah…”, dice lei con aria perplessa. “Ho capito… Ma lei con chi ha parlato?”.
Il nome di chi mi aveva assegnato all’economico proprio non mi viene. Sono una frana coi nomi, ma descrivendo la persona mi faccio capire comunque.
“Sì, sì. Ho capito. Senta, io non so che dirle. Qua una redazione online non c’è più da diversi mesi”. Ed ecco la conferma che non volevo. “Ha provato a chiedere di mettere mano al sito? Di aggiornarlo lei, di tanto in tanto?”, mi domanda.
“No”, rispondo io. “Sono qua da poco. Ho voluto vedere l’andazzo”.
“…Capisco… Perché sa, quando la segreteria della scuola mi ha chiesto se c’era modo di farle fare qualcosa di online…”.
“Come? La scuola?”. Qualcosa non mi torna. Io sapevo che era stata l’agenzia a contattare la scuola perché aveva bisogno di qualcuno che si occupasse del sito.
“Sì, quando la scuola mi ha chiamato…”.
“Io sapevo che eravate stati voi a chiamare”, la interrompo io.
“No no. Sono stati loro a chiederci se c’era la possibilità di farle fare quel tipo di stage…”.
Sono stato fregato. E due. Ho la sensazione che la scuola mi abbia dato il pacco. Una sola. Che mi abbia rifilato uno stage giusto per far quadrare i conti. Giusto per spedirmi da qualche parte. Per darmi il contentino. No, così non va bene. Cazzo. Domani li chiamo e mi sentono.
Con la responsabile dell’ufficio personale sono rimasto d’accordo che proverà a sentire il direttore. Quello stesso direttore che ha dato l’ok a uno stage che, si sapeva già, sarebbe morto sul nascere. Che non ci sarebbero stati i mezzi per portarlo avanti. Perché lui lo sa, lo deve sapere che la redazione online non c’è più. Perciò, mi chiedo, perché cazzo ha autorizzato il mio cazzo di stage?
Mistero della fede. Una fede che sto cominciando a perdere.
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Davanti a me c’è il solito via vai. Gente che viene, gente va. Gente che torna, gente che sta. E mai gente che saluta. Sembro un fantasma. Mi passano di fronte, i miei occhi si incrociano coi loro, ma niente. Niente buongiorno. Niente ciao. Nemmeno un vaffanculo.
Gli passo davanti. Niente.
Loro mi massano davanti. Niente.
Vado in bagno e li incrocio. Niente.
Esco per pranzare e li incontro. Un cazzo di niente.
Forse ho la rogna, e nemmeno lo sapevo.
Forse ho la rogna, e loro l’hanno scoperto prima di me.
Forse ho la rogna. E quasi quasi gliel’attacco.

