Oggi è festa, e io lavoro. Mi guardo indietro, e vedo una lunga scia di feriali segnati da un fancazzismo forzoso. Il mio mondo va al contrario. Ma mi sento comunque un privilegiato, in questa repubblica di parate che sembrano autogol. In questa festa in barba (!!) alle scosse della terra e all’incapacità di scuotersi da parte di chi la abita.
Un post forzatamente criptico
10 magL’ultima volta che qualcuno dal Cielo mi ha parlato di grotte è stato verso Natale. Aveva a che fare con un bambinello e con l’inizio di una nuova era. Adesso è già primavera inoltrata. Non è più il periodo del siamo tutti più buoni. E infatti il Cielo mi ha parlato di nuovo di grotte. Ma stavolta era proprio incazzato.
A cena col nemico (3)
6 magTornando dalla palestra trovo sempre qualche sorpresa. Squilli, chiamate, messaggi, mail. Il mio pacco si chiama iPhone, e la regola dello scavicchi ma non apra non vale mai per me. Devo aprire per forza.
Due giorni fa ho trovato l’ennesima chiamata di quelli del giornaletto locale di cui sono direttore. Non so, ultimamente sono nervoso. Così, senza motivo. Sono un cronista isterico. Immotivatamente isterico. Mi fa così. Pazienza. Fatto sta che trovare quella telefonata mi ha dato sui nervi. Sarà che tutta la trafila per la pubblicazione del primo numero si è rivelata davvero estenuante. Sarà che ci si son messe pure le Poste a rallentare i lavori. Sarà che sono un cronista isterico. Punto.
Alla sera ho richiamato, ma ho mascherato sapientemente il mio disappunto. Che poi ero pure di corsa. Ho cenato un po’ di fretta, poi dovevo andare al cinema a vedere l’ultimo scialbissimo Woody Allen. Sì, ho mascherato. In fondo non ci si può incazzare per una chiamata, e finché non si vedono i primi soldi devo starmene buono anche se ho le mie cose.
“Ohi, KronaKus!”
“Ciao. Dimmi tutto..”
“Allora.. Sono stato in tipografia, oggi. Abbiamo sistemato le ultime cose. Il logo delle Poste, poi, lo mettiamo un po’ più piccolo. C’hanno detto che l’importante è che si legga il numero dentro, perciò..”
“Bene..”
“Sì.. E.. niente. Poi ti cercavo per chiederti un’altra cosa..”
“Sì..”
“Mi diceva il boss, se tu sei d’accordo, di mettere il tuo nome un po’ più in grande, magari sotto la testata..”
“Ah.. Ah! Sì! certo!”
“Sai.. A noi fa bene far vedere che abbiamo un caporedattore, e almeno si vede che.. insomma.. che c’hai lavorato anche tu, cavoli! Sennò lì in piccolo..”
“Nella gerenza, dici..”
“Sì.. lì.. Insomma, lì non ci va a leggere nessuno, dai..”
“Sì.. Certo.. Per me va benissimo! Anzi.. grazie per averci pensato. Davvero.”
Sono un cronista isterico. Il guaio è che sono affetto da un’isteria preventiva, e che poi si rivela pure immotivata. Un po’ come tutte le cose preventive, insomma. Sono il Bush delle telefonate. Trovo una chiamata e dichiaro guerra al mondo. Non va mica bene.
Credo di averlo ringraziato tre o quattro volte. D’altronde non erano tenuti a farlo. Non erano tenuti a mettere il mio nome lì in bella vista. Certo, hanno il loro tornaconto. Fanno vedere ai loro potenziali (e)lettori che fanno le cose sul serio, che hanno addirittura un caporedattore. Ok, voleva dire direttore responsabile. E io non gli ho mica ricordato che dato che si pubblica qualcosa un direttore responsabile c’è per forza, e che sbandierarlo a caratteri cubitali non è dimostrare di fare le cose in grande, ma di farle in regola. Certo, non tutti i loro compaesani ne saranno al corrente. Non mi aspetto mica che il contadino che abita di fianco al mio amico scurrile sappia che per legge ci vuole un direttore. Ma al di là di questo ho vissuto la cosa come un atto di dolcezza da parte loro. Sì, dolcezza. E riconoscenza. Ho seguito il progetto sin dal concepimento. L’ho visto crescere dentro il loro grembo accidentato. Li ho aiutati a capire se fosse maschio oppure femmina. Gli abbiamo dato un nome insieme. Abbiamo deciso come impostare i suoi primi sei mesi di vita (è un semestrale, sì). E adesso mi fanno sentire un po’ il papà di questa cosa che ancora non è nata, ma pare sia questione di giorni.
Vincere le elezioni sarà pure una questione di culi e di sorrisi seducenti, ma intanto qua quello con il culo sono io. Non è facile trovare qualcuno che pensi a certe cose. Qualcuno che voglia in un certo senso valorizzare il tuo lavoro. Ora ho un motivo in più per essere un po’ meno isterico. E di smettere di picchiare selvaggiamente su questi tasti, come mi hanno appena fatto notare.
E meno male che ci sono loro. Perché il Cielo, nel frattempo, si è proprio incazzato.
Share the popò
17 aprPiermario Morosini che si accascia in campo e muore. Hillary Clinton che si alza dalla sedia e vive. Ho colleghi molto strani, io. Gente che si accanisce sui drammi altrui mandando in onda a ripetizione, come un disco rotto, gli istanti in cui la vita di un giovane calciatore se ne va senza avvisare. Come se la presenza di un prato verde e rettangolare giustificasse qualsiasi tipo di moviola. Anche quella della morte. La signora con la falce era in fuorigioco, cazzo, ma quel cornuto di un arbitro ha convalidato lo stesso il gol. Ti aspettiamo fuori, bastardo.
Dicevo dei miei colleghi. Scribacchini muniti di fot(t)ocamere, convinti che i balli alcolici di un’autorità morigerata e composta come la moglie di un certo ex-presidente americano (quello che ben conosceva labbra e lingua della donnina che sta sulla mia maglietta) debbano fare per forza notizia. Come se non fosse umana pure lei. Come se l’abito gessato che indossa pure per fare popò dovesse avere (in)gessato anche la sua anima, e allora se per una volta muove un po’ il culo in barba all’etilometro (che poi il culo mica guida, al massimo gli serve per fare la popò col gessato) deve finire assolutamente su tutti i giornali. E’ che poi se ne parla uno ne devono parlare tutti, sennò sai che figura. Share the shit, baby. Share the popò.

Io non sono nessuno. Sono soltanto un povero freelance. Professionista, sì, ma solo per una questione di tesserino. Di etichetta. Abbiamo tutti bisogno di un’etichetta. Anche i miei colleghi. E a loro gliela do io, l’etichetta. Anche se non sono nessuno, ma però sono bravo a etichettare. Anche se non si dice. Sono bravo, sì. Me l’ha insegnato mia nonna.
Giornalisti?
No.
Giornalai?
Nemmeno.
Giornalettari.
Ecco. Sì. E oggi sono buono.
La storia per caso
11 aprUn’insalata mezza greca, che però ho provveduto a mangiare per intero. L’altra mezza l’ho scordata, che di quel giorno ho ben altre cose da tenere a mente. Villa Pamphili, Roma. Uno dei posti più belli che abbia mai visto, e questo forse dimostra che non ne ho visti poi tanti. Ma quel che è bello è bello. Un polmone verde dentro l’immenso grigio della città della storia, in una giornata che oggi mi torna in testa tra la nebbia del mio fitto pensare.
I miei genitori erano venuti a trovarmi durante uno stage, forse il più importante per il prestigio della testata. Io ho la memoria corta e il naso altrettanto, altrimenti starei qui a spacciarmi per una banca dati ambulante. Invece no. Né banca dati né banca date. Più che il fosforo, il burro. Tutto mi scivola via. Per questo non ricordo quando è stato il giorno delle insalate mezze greche. Il giorno in cui ho pranzato a un metro e mezzo da Miriam Mafai.
Idea.
Grande idea.
Sono un genio.
Sono passati quasi due anni. Sì. Esatto. Me l’ha appena detto il mio curriculum, in cui ho volpescamente incluso quel mio stage da sventolare ai quattro venti.
Io quella donna proprio non la riconoscevo. E il motivo è semplice: non la conoscevo affatto. Il suo nome se ne stava nascosto nei meandri della mia nebbia cerebrale, ma il suo volto mi era del tutto indifferente. Vedevo una signora presumibilmente sveglia a discapito degli anni. Tutto qui. Per me non c’era nient’altro da vedere. Mio padre, invece, sa tutto di tutti, e quando non sa fa finta di sapere. Questa volta, però, sapeva davvero. “Kronny (no no, non mi chiama veramente così), guarda chi c’è. Sai chi è quella?”, mi ha chiesto. Prima di ostentare il suo sapere verifica sempre quanto ne sanno gli altri. Così, tanto per umiliarli. “No. Chi è?”, gli ho risposto io, abituato ma non troppo al suo modus avvilendi. “E’ Miriam Maffai. Quella scrive per Repubblica da tanti anni”. E dire che lo stage lo stavo facendo proprio lì.
Oggi ripenso a quel giorno e mi sembra tutto un po’ sfumato. Ho scattato diverse foto, i ricordi più nitidi che ho. Stavo dentro a quel polmone verde, vicino a Monteverde (dove mio nonno andava a vendere le uova, cosa che oggi ci racconta un giorno sì e l’altro pure). Ruminavo insalata greca (e verde) e indossavo una polo. Una polo verde. Ci mancava solo Bossi in lacrime ed eravamo al completo. Davanti a quel monumento al giornalismo ho fatto finta di leggere proprio il “suo” quotidiano, che mio padre compra tutti i giorni ormai da un paio di vite. Però adesso Miriam non c’è più. Di lei restano la penna più pungente della spada, gli editoriali rossovestiti, gli amori a scoppio ritardato. E la passione viscerale per le inchieste, al punto da preferirle agli uomini. O così diceva. A me non rimane che la nebbia di quel giorno di sole, il ricordo dai contorni contorti di quel pezzo di storia incontrato per caso nella città della storia.

Ops, mi si è allagato l’allegato!
28 marA galla ci sono cose strane. Le vedo andare di qua e di là, vittime di onde che ondeggiano perché sono onde, e quindi o ondeggiano o niente. Guardo meglio. Sembrano pezzi di carta con sopra qualcosa di scritto. No. E’ qualcosa di scritto, ma senza pezzi di carta sotto. Non capisco. D’altronde questo è un mare strano. L’acqua è un cocktail bizzarro di numeri microscopici. Un pescatore che sta poco più in là mi ha detto che senza accorgercene siamo passati dall’accadueò al bit. Così, con una mareggiata. Torno a guardare le scritte che galleggiano, che vanno di qua e di là, vittime di onde che ondeggiano perché sono onde, e quindi o ondeggiano o niente. Mi decido. Metto un retino nella Rete. Pesca grossa in quel di internet. Raccolgo. Osservo. Rifletto. Comprendo.
La dura vita del “direttore”. Ecco dov’erano finiti gli allegati con gli articoli che dovevano mandarmi giorni fa. Avevo ricevuto soltanto mail vuote con su scritto cose prive di punteggiatura, proprio io che sono il fondatore della setta delle virgole sagaci (ve la spiegherò). “Come ti sembra ciao KronaKus”. Sì, cari colleghi, “ciao KronaKus” è scritto benissimo, ma non posso dare un giudizio su qualcosa che non c’è. Dove diavolo sono i pezzi? Vi s’è allagato l’allegato per strada?! Fortuna il retino nella Rete.
Arivojo Steve Jobs.
Ora (il)legale
24 marSono giorni di rara intensità. Al tempo dei lavori latitanti trovo tanti lavori e da tutti i lati. Detta così sembra che mi sia mangiato gli impiegati del centro per l’impiego, ma son magrucci, loro, perciò credo che passerò. La verità è che ho tanto da fare, tantissimo, ma succede soltanto due volte al mese. E tutto insieme. Tipo adesso. Poco male. Mai lamentarsi del grasso che cola. Peccato non sia il mio. Avrei bisogno di tornare in palestra, ma sono indisposto come una signorina. E’ da una settimana che m’imbottisco di antibiotici e cortisone per una presunta otite. E ho una testa tale che mi sembra di essere su Narnia.
Mi han detto che stanotte torna l’ora legale, e io vi giuro che non ne sapevo nulla. Mi han fatto notare che è scritto dappertutto. Ma io ultimamente ho tempo soltanto per rileggere le cose scritte da me, per metter loro il vestitino buono prima della consegna. E di certo non ho scritto pezzi su lancette che si spostano in avanti e ore notturne rubate a tradimento. Fanculo, stanotte si dorme di meno. A me non sembra una cosa poi tanto legale.
Speriamo che sia racchia
15 marIl tempo passa. Ed è una cosa grossa, ma te ne accorgi dalle cose piccole. Da un gesto che prende il posto di un altro. Dalle abitudini che cambiano perché cambiano le persone, e con lore le idee, le convinzioni, i giudizi e i pregiudizi. Il tempo passa e te ne accorgi alle 2 e mezza della notte, quando tuo padre si alza e scende giù in cucina per bere un bicchiere. Cioè, per bere l’acqua che ci sta dentro. Una volta le opzioni sarebbero state due, ed entrambe avrebbero fatto schifo. Forse ti avrebbe urlato che non si vive all’ombra della luna, e che se poi non ti alzi entro una certa ora vali meno di zero. Oppure ti avrebbe semplicemente invitato ad andare a dormire. Parole al vento, s’intende. Invece no. Questa volta ti vede in cucina, a sorseggiare una camomilla necessaria come una dose ma con tutt’altri effetti. Che la notte è lunga e silente, ma imprecare è un lampo. Soprattutto quando sei a caccia di citazioni sul Vajont ma ti riveli una frana. La pazienza straripa, diventa fanghiglia di nervi. E poi è strage.
Il tempo passa. Ed è una cosa grossa anche che tuo padre non imprechi indicandoti il letto come unica via di salvezza e redenzione. No. Questa volta beve il suo goccio d’acqua, mette in bocca il biscotto di rito e poi ti si avvicina. Con gli occhi ancora mezzi chiusi ti dà un paio di schicchere bonarie, proprio lì sulla gobba. “Ciao vado a letto. Sai ultimamente ho difficoltà a dormire”. Non t’insulta se dormi poco, fa addirittura l’autoironico perché lui dorme troppo. Il tempo passa. E non è una cosa grossa. E’ enorme.
Non sai perché. Forse è fiero di vederti così. Non di vederti ricurvo sul pc a mo’ di cronista di Notredame, a maledire le lenti a contatto che non ti fanno leggere un cazzo ma che vista l’ora hanno pure ragione loro. No, non è questione di posa, ma di uniforme. Sei ancora lì in camicia, come un uovo, pieno della tua giornata piena. Piena come un uovo. Sei stato a un colloquio di lavoro, e ti sei agghindato come non fai mai. Tuo padre invece ha gli armadi a castello, perché un solo piano non basterebbe a contenere tutte le sue camicie. Ne ha a decine, non indossa nient’altro che quelle. E quasi sempre le stesse. E ha sempre sognato un figlio in camicia ma non nato con la camicia, e pure con la palla al piede ma che non fosse una palla al piede. Però non si è mai sforzato per ottenere questo da te. Ha evitato di sudare sette camicie. Sapeva che sarebbe stato tempo perso. Tu, figlio dal maglione facile, che il pallone l’hai cominciato ad apprezzare due anni fa, durante lo stage nella redazione sportiva fatto durante i mondiali, e che poi hai preso una brutta piega tra il Fantacalcio e lo stramaladettissimo Better. Oggi ti ritrovi a guardare le partite con lui al netto del tifo, imprecando contro i giocatori della tua formazione. Stronzissimi, ti segnano soltanto quando li lasci in panchina, se non in tribuna. Ma il tempo passa. Ed è una cosa bestiale, colossale. Tu che vivi la notte in camicia è proprio roba da fantascienza.
Hai conservato la divisa del giorno perché francamente non hai avuto nemmeno il tempo di metterti quella della notte. Due pezzi da chiudere, uno da inventare, registrazioni telematiche da fare con urgenza, e una matassa informe di pensieri che annebbiano il tutto. Il tuo cervello è Val Padana, ma pensi e speri sia soltanto stanchezza. Domattina, poi, sveglia presto. Entro le 10 (sì, ho detto che è presto) ti aspetta una telefonata di peso, una che potrebbe condizionare il tuo prossimo anno di vita. Ti diranno l’esito del colloquio di oggi. Domattina, sì, perché c’è da partecipare a un bando in scadenza e non si ha nemmeno un minuto da perdere. Il punto è che non sei il solo. Siete in due a volere quel posto. Tu e una fantomatica lei che presumi provenga dalla tua stessa scuola di giornalismo. Ti domandi chi sia. Non credi ci sia qualcuna del tuo stesso biennio interessata a un posto così poco remunerativo, ma d’altronde se ci provi tu perché non dovrebbe farlo anche qualcun altro che si trova nelle tue stesse condizioni? Certo che se fosse di un biennio passato sarebbe un brutto segno. Sarebbe prova di un fallimento, anche se oggi come oggi non ci sarebbe niente di strano, tantomeno da rimproverare. Però cercare di arraffare un posto da otto ore al giorno (sotto)pagate dalla Regione non è segno di buona carriera. E se invece questa fantomatica lei venisse dall’ultimo biennio, cioè da quello che sta per finire? Vorrebbe dire che è una di scarse ambizioni, ma non sarai di certo tu a giudicarla. Tu che sei il cronista dell’orticello. Oggi il cavolo non ha fatto un cavolo. La cipolla è caduta, si è sbucciata e poi ha pianto. E la rapa, non parliamo della sua testa che è meglio.
Sei qui appeso a un filo. O meglio, a un pelo, ma non diciamo di cosa. Ti studi di nuovo il tuo curriculum come dovessero interrogarti ancora sulle cose fatte, mentre forse sarebbe ora che t’interrogassi tu sulle cose da fare. E pensi a domattina. Ti sembra tutta una fottuta guerra tra poveri. Attendi l’esito, ma non trepidi mica. Intanto è meglio andare a dormire. Per una volta non sei stato insultato per farlo, ma non sei ancora immune al sonno, anche se ci stai lavorando. Ti stendi con un pensiero in avanti e una speranza nel cuore. Ti viene in mente lei, l’immagine fumosa e indefinita della cronista delle verdure che sta cercando di soffiarti il posto. Ti concentri e fai una preghiera. Buonanotte, mondo. E speriamo che sia racchia.
Devo smetterla di scrivere per metafore
9 marDi recente ho scritto un pezzo che vuoi o non vuoi strizza l’occhio all’astronomia. Mi sono ritrovato a raccontare di stelle e di pianeti, ma soprattutto di come le cose che succedono lassù condizionino le nostre vite quaggiù. Ma non volevo essere banale. Non volevo dire tutto in modo troppo semplice. Così ho cercato soluzioni di fantasia. Ho sfogliato il mio vocabolario mentale per elaborare un giro di parole che desse l’idea di qualcosa di vitale e imprevedibile che accade sopra le nostre teste. Poi ho inviato l’articolo. Sono passati dei giorni, e ormai credevo fosse tutto tranquillo. Balle.
——————————————————————————————————————-
KronaKus, mi spieghi cosa cazzo sono i “singhiozzi del cosmo”?!?!?!?!
Firmato,
Insu Lina (se non ti ricordi chi sono clicca qui)
——————————————————————————————————————-
La solitudine dei primi (2)
7 marCiao, stronzi sottopagati.
A seguito di molti comportamenti scorretti che nel mese di febbraio hanno reso difficile la gestione del sito, da oggi il tempo disponibile per la consegna degli articoli si riduce a due misere ore. Questo considerando che un cazzo di copia-incolla non dovrebbe richiedere più di un’ora di tempo. Sono in molti, infatti, i piccoli bastardi tra di voi che prenotano la mattina prestissimo e poi consegnano quasi allo scadere. Per non parlare di chi prenota e non consegna affatto. Feccia umana, dico io.
Si tratta di una mancanza di rispetto sia nei confronti di noi della redazione, che ci ritroviamo a fare i salti mortali per coprire gli slot disponibili, sia degli altri patetici collaboratori come voi. In un periodo dove le risorse sono state tagliate, prenotare e non consegnare – o farlo dopo i termini – significa togliere la possibilità di scrivere ad altri scribacchini smaniosi di portare a casa tre euro (lordi) per ogni pezzo consegnato. Dico io, cosa cazzo volete di più? Le ferie pagate? I buoni-pasto? La zoccola gratis davanti al portone di casa?!
Dall’alto del mio luccicante trono di redattore presumibilmente stipendiato mi riservo la possibilità di rispedire al mittente prenotazioni da parte di parassiti che non hanno mai dimostrato sufficiente impegno in quella certa sezione, non rispettando le regole di stesura né quelle di lunghezza dei contenuti.
Infine vi segnalo che la deadline massima per la pubblicazione sono le 21 di ogni giorno, quindi cercate di consegnare tutto entro le 19 30, massimo le 20. Non posso rimanere al lavoro ogni santo giorno fino alle 22 per colpa delle vostre fregnacce.
La domanda, poi, sorge spontanea (sì, mi manda Lubrano, e pure un po’ il demonio). In tutto sono circa dieci o dodici articoli al giorno. Possibile che non si riesca a preparare per tempo un numero così esiguo di contenuti, per giunta copiati da altri siti? E dire che soltanto due mesi fa se ne pubblicavano il doppio.
Andate a fare in culo.
Firmato,
Il Primo con la solitudine
La solitudine dei primi
2 febUn tempo c’erano i pacchi bomba. Erano improvvisi e, soprattutto, molto molto pericolosi. Oggi le poste si sono trasformate in sottospecie di banche, e chi scrive a qualcuno lo fa quasi sempre in bit. E’ l’epoca delle missive virtuali. Il tempo delle mail bomba.
Le mie non sono poi tanto improvvise, anzi, ormai me le aspetto proprio. Pericolose invece lo sono, soprattutto per i nervi. L’assurdità di certe parole mi rimbomba dentro, e mi ricorda come io sia nato nell’epoca sbagliata. Una in cui chi lavora non viene pagato né in denaro né in rispetto. Ci sono testate da prendere a testate, che ti danno tre euro al pezzo (lordi, s’intende) e pretendono l’inverosimile. Oltre il danno, la beffa. I redattori ti scrivono in casella, a te come a tutti gli altri collaboratori, per ricordarti quanto sei idiota. E per dimostrarti quanto lo sono soprattutto loro.
Scrivi. Impagini. Tagli le foto e le carichi nel server. Titoli. Fai i sommari. Metti le didascalie. Controlli se hai rispettato le regole SEO. Ti accorgi che qualcosa non va. Riscrivi. Reimpagini. Tagli le foto e poi passi alle vene. Fai tutto questo e ti accorgi che è già passata più di un’ora. Ma la consapevolezza che fa più male è quella di aver sprecato tutto questo tempo per una cifra che ti ripagherà sì e no della corrente consumata, delle suole logorate sbattendo i piedi dal nervoso e dell’usura dei polpastrelli. Tic tic tic. Mai visto un simile spreco di cellule morte su una tastiera.
Poi ti rilassi. E’ notte, perciò ti rilassi. E’ un tuo diritto rilassarti almeno la notte. Prima di addormentarti, però, controlli le mail. Ormai è una prassi consolidata. Dare un’occhiata alla posta è spesso l’ultima cosa che fai ogni giorno, ma anche la prima del dì che segue. E trovi lei, la mail bomba del solito redattore, lui e lui soltanto, che quasi ogni notte tedia tutti i collaboratori con rimproveri e minacce neanche tanto velate. Avvertimenti, moniti, ultimatum. Io non so esattamente con che capre abbia a che fare, ma di certo lui è il pastore più rompicoglioni che abbia mai visto. E’ il primo tra noi poveri coglioni, nel senso che è il capo (sigh!), uno dei nostri superiori prima della direzione. Un dispensatore di accuse rivolte a chi percepisce soltanto tre euro a botta e non ne percepisce il motivo. Me lo immagino davanti al suo schermo, alle tre della notte, a fare un lavoro per cui forse è pure stipendiato (oh, quale privilegio!). Luce blu che si riflette sulle gote scavate, e due occhi tanto tanto spenti. Ma la solitudine dei primi ti porta a dare i numeri. Ti controlli le tasche, e le vedi vuote. L’unica cosa piena è una casella di posta virtuale colma di improbabili accuse rivolte a un gregge legittimamente demotivato. Istruzioni per l’uso che sarebbero pure sensate, se non fossero condite con litri e litri di piccantissima arroganza. E ti vien voglia di rispedire la mail bomba al mittente, sperando che esploda non appena arrivata a destinazione.
Ho come l’(im)pressione
19 genOscar Wilde diceva che “la cronaca è letteratura sotto pressione”. Rilancio. “La cronaca è letteratura con l’ipertensione”. O quantomeno prima o poi te la fa venire. Sono quasi convinto che il giorno dopo l’uscita di questo numero il direttore de Il Gazzettino abbia fatto una scorta di Karvezide..
Il gallo del malaugurio (2)
18 novE dire che stavo soltanto cazzeggiando con il mio iPhone. Il giornale dei sogni non arriva mica in questa sperduta Baia delle Zanzare, e allora mi sono procurato la mia bella app che in un tap mi rende up aggiornandomi sulle sue uscite. E tutto questo alla modica cifra di zero cent, anche se alla fine il quotidiano me lo leggo con almeno un giorno di ritardo sull’uscita effettiva. Un vero affare (e ci manca che devo pure pagarlo, il giornale che mi deve due sfoglie da cento che probabilmente non vedrò mai).
Purtroppo il cazzeggio si è presto trasformato in qualcos’altro. Dal mio solito ghigno sornione sono passato ad avere un’espressione tipo Urlo di Munch. Ho aperto l’ultima edizione uscita e tanti saluti. Letteralmente.
Fa male sapere che dietro tutto questo ci sono i ricatti di un partito che un tempo si è preso anche il mio voto. Oggi mi vedrei bene dal concederglielo. A maggior ragione adesso, nonostante condivida le idee di fondo di certe teste calde che però hanno dimostrato di essere pure vuote, figlie di un sistema che dovrebbero combattere, e non assecondarlo fino a scomparire in questo mare di indecenza. Stiamo andando veramente a fondo. Questi partiti sono partiti di testa. Gli interessi della politica hanno fatto terra bruciata a chi avrebbe semplicemente voluto fare il proprio mestiere. L’arroganza ha trionfato sull’onestà. E’ un mondo di merda, e puzza da far schifo.
Dirigo legumi e me ne vanto
15 novStavo finendo la mia cenetta in famiglia a base di pesce e pizza. E vino. E liquore alla liquirizia. Ho sentito il telefono vibrare, che io la suoneria non la tengo quasi mai, e con tutto quell’alcol tant’è che ho sentito qualcosa. Era il boss di una rivista che mi vuole come direttore. Una cosa piccola, di paese, ma tutto fa brodo. Per far soldi van bene anche le galline vecchie, purché ci sia almeno una parvenza di professionalità. Sarò pure nuovo nel giro, ma non mi piacciono le cose fatte alla cazzo di cane. Cinofilo sì, ma c’è un limite a tutto.
Il boss era in riunione con i suoi per decidere l’impianto della nuova pubblicazione. Durante i nostri due incontri nella più centrale tra le caffetterie del centro gli ho involantariamente scroccato la colazione, entrambe le volte (non l’ho fatto apposta, davvero), e tra un cornetto e un cappuccino abbiamo parlato pure del giornale. Credo, almeno. Dio mio quanto era buono quel ripieno di nutella.
Dicevamo.
Credevo che il nome fosse deciso. Invece, non appena finito di trangugiare l’ultimo bicchiere di liquirizia alcolica sotto gli occhi fulminanti di mia madre, mi ha telefonato per chiedermi come chiamare ‘sto giornaletto. Sono rimasto spiazzato. Dal basso del mio status alticcio ho dovuto improvvisare qualcosa. Pensavo fossero orientati a dargli lo stesso identico nome dell’associazione culturale che sta dietro a tutto questo, un nome che ben si presta a dare il nome a un opuscoletto locale degno di questo nome. Ma in nome di Dio, no, non era ancora cosa fatta.
Beh… io innanzitutto conserverei (ich) la parola “voce”.. così (ich) che rimandi a voi ma non in modo (ich) troppo diretto… Poi alla mia proposta di titolo ho aggiunto in coda il nome del paesello, ma La voce di San Maurizio mi sembrava un po’ troppo banale. Io punterei su qualcosa (ich) che vi caratterizza. Che so… (ich)… un monumento… Qualcosa (ich) che avete solo voi..“. Poi non so come sia andata a finire. Non so se nemmeno se ce l’abbiano un monumento, qualcosa che sia tipico davvero. Ho capito l’antifona: presto sarò direttore de La voce del fagiolo da sgrano. Ed è meglio non vi dica di che voce si tratta.
Meglio berci su. Arrivato a casa mi sono messo a scrivere. Era una di quelle sere dalla vena aperta, forse perché stappata dall’alcol a mo’ di viakal (dovrei brevettarlo come rimedio contro i problemi di circolazione.. mirtillo, puppa!). Ho infilato le cuffie nelle orecchie. Ho aperto Winamp. Ho fatto partire la musica. L’ho ascoltata per qualche minuto. Poi mi sono accorto che il suono non mi stava arrivano direttamente dagli auricolari fino agli omonimi padiglioni di cui sono dotato come ogni altro uomo (ma anche qualche donna ce l’ha). Quel suono mi stava arrivando da un po’ più lontano. Non avevo attaccato le cuffie al pc. Maledetto liquore alla liquirizia.
Amarcord blues
24 setRipenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quello che avevo definito il giornale dei sogni. L’avevo chiamato così perché si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose. Oggi credo ci si stia ancora bene, ci si senta ancora bene. Che si facciano ancora buone cose, invece, lo so per certo. Perché a volte li seguo, quei burloni, ma sempre a debita distanza. Con loro ho un contratto di collaborazione della durata di anno. E sta per scadere. Quell’anno è quasi finito. E io ripenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quel giornale dei sogni. Poi penso a oggi, e capisco che il sogno sarebbe piazzarci su un pezzo col mio nome. Farlo davvero. Sentire che c’è un mondo al di là di questo limbo avvilente. Percepire che appartengo ancora almeno un po’ a quel posto di carta in cui si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose.
Invece sto qui a rimuginare su quanto sia difficile farne parte, su quanto inserirsi con un proprio articolo corrisponda a un’impresa bella e buona. Ci vorrebbe un piccolo scoop personale, una notizia tascabile ma che faccia scalpore. Niente roba di seconda mano, che sennò rischi di passare per scemo. E a ragione. E’ da scemi pensare che un giornaletto, bello ma grosso quanto un chihuahua nano, possa pagare l’ultimo arrivato per notizie che un qualsiasi redattore stipendiato potrebbe trovare su Google per poi rimescolarle a piacimento. E’ altrettanto da scemi pensare di farsi largo con interviste in esclusiva a illustri figuri che lasciano scritto su Facebook il proprio numero di cellulare, e che quindi chiunque potrebbe contattare. I pochi soldi che girano sono destinati a loro, i redattori stipendiati (forse). I collaboratori vengono dopo (sempre forse), e nell’attesa non possono far altro che guardarsi intorno, all’eterna ricerca della sacra notizia. Per poi ritrovarsi con le mani vuote e con le tasche ancor di più. Ché quel poco che trovi lo capitalizzi con un grazie e po’ di soldi del Monopoli. E allora ti volti, ti volti un’altra volta. Ripensi al pieno di un anno fa e al vuoto di oggi. E ti riscopri a giocare a trova le differenze immerso nel tuo amarcord blues.
Ho un tarlo nella testa
13 agoStanotte andrò a letto con un tarlo nella testa. Roba che se il mio cervello fosse fatto di legno mi risveglierei con il vuoto cosmico dentro il cranio. Stanotte andrò a letto con una convinzione, quella che qualcuno ce l’ha con me. Qualcuno con cui ho avuto a che fare circa tre anni fa. Qualcuno che KronaKus conosce bene, perché in fondo è di suo “padre” che stiamo parlando. KronaKus sono io. KronaKus però è soprattutto un personaggio, un alter ego. KronaKus (il pupazzo, non il ragazzotto che sta dietro le quinte) è nato nel suo grembo. Nel grembo del Capo. Il suo primo datore di lavoro. Ok, facciamo il suo primo datore di qualcosa che in tre anni non ha ancora trovato una definizione. Soldi non ne ho praticamente visti, e che fosse giornalismo in senso stretto la scientifica non l’ha ancora appurato.
Bene. Anzi male. Perché sembra che il Capo mi odi. Prima era un sospetto, ora è diventata una certezza. O se non mi odia crede almeno di avere ragione di ignorarmi. Sono tre volte che lo incrocio per la Baia delle Zanzare. Mai un saluto. Le prime due ho pensato non mi avesse visto. Da lui nemmeno un cenno, ma allo stesso tempo nemmeno uno sguardo. La sua ragazza invece mi saluta. E’ una mia compagna delle elementari, e carina carina quando ci si vede un ciao accompagnato da un sorriso me lo concede. Da piccoli non avevamo nemmeno poi tanta confidenza. D’altronde all’epoca io ero poco avvezzo alla socialità, ero il classico bambino tranquillo tranquillo. Troppo tranquillo. Mi chiamavano Camomillo. Il tempo è passato, le cose sono cambiate. Io oggi sono un’altra persona. Non sono un animale da palcoscenico, non è nella mia natura, ma sono diverso da una volta. Oggi socializzo. Adoro parlare con la gente. E adoro anche solo salutarla, o farmi salutare. Ma il Capo no. Lui non vuole farlo.
Non è la tipica paranoia della notte. Stasera l’ho incontrato per ben due volte, e alla seconda mi ha addirittura guardato negli occhi. Dritto negli occhi, o quasi. E’ stato un lampo, una cosa molto furtiva. Ma lui mi ha visto, e io ho visto lui. Soprattutto ho visto che mi ha visto, e questo fa tutta la differenza del mondo. Perché è caduto anche l’ultimo muro: non è che non mi veda, non mi caga proprio.
C’ho riflettuto parecchio, e se posso dirla tutta la cosa mi urta abbastanza. Non il doverci riflettere, ma l’immotivata assenza di un cenno, la mancanza della più semplice delle cordialità. Un ciao (seppure certi motorini non vadano più di moda). Anche un ciao stronzo, volendo. Sarebbe già più gradito. Avrebbe già più senso.
Siamo diversi, e questo non c’ha mai permesso di avere una vera empatia. Personalmente ho vissuto come qualcosa di bizzarro il fatto che il mio Capo fosse uno della mia età, uno che fino a pochi anni prima lo vedevo girare per la mia stessa scuola. Ma soprattutto è la diversità ad averci separato alla nascita di un rapporto di presunto lavoro che difficilmente si sarebbe evoluto in qualcos’altro. Che so, magari in un’amicizia, o nel semplice piacere di fare due chiacchiere extra-(presunto)lavoro davanti a un caffè che non fosse quello della macchinetta della redazione. Abbiamo idee politiche opposte, ma soprattutto ha un modo di intendere la vita che è l’esatto contrario del mio. Tutto più che legittimo, ma evidentemente tanto basta a negarmi il saluto. Lui è il classico uomo d’affari, il self-made man con il culto dell’imprenditoria intensiva, e che non disdegna il salto (già fatto) nei palazzi della politica. Lui si ammazza di lavoro, io rischierei di ammazzarmi di noia se non fosse che ho più interessi di uno strozzino.
Ci sono diversità che mi fanno venire l’orticaria, atteggiamenti a cui non riesco a trovare una ragione d’essere. Ma il bello di me è che li so accettare. So soprassedere, purché ci sia un rispetto reciproco. E salutare è sinonimo di rispettare. Ma forse lui ha capito che non sono della sua stessa sponda. Ha capito che anche se ormai questa maledetta Baia gira intorno ai soliti due o tre Machiavelli di turno, io, il cronista nato dal suo grembo di mammo, giro in una direzione completamente opposta. Sono una lancetta con il vizio dell’antiorario. Prima o poi qualcuno mi farà passare un brutto quarto d’ora.
Che siamo diversi l’avrà capito quella volta che l’ho fatto incazzare. Mi occupavo del suo sito, e avevo messo in evidenza una notizia con le dichiarazioni di uno dei più grandi nemici della nostra giunta. Non la voglio nemmeno vedere quella faccia da cazzo, aveva detto. Così ho tolto la spunta, sono stato costretto a metterla in secondo piano. Ma va bene. Diciamo che va bene. Il Capo è il capo, la gerarchia delle notizie la detta lui, nonostante il fatto che la loro rilevanza dovrebbe venire prima delle ideologie indigeste.
Magari il punto non è nemmeno questo. Magari si è sentito tradito quando l’ho mollato su due piedi non appena ho saputo di esser stato selezionato per la scuola di giornalismo. Ma io alla sua promessa di farmi fare il praticantato non ho mai creduto, così ho seguito la mia strada. Aveva mosso mari e monti con la sua commercialista per capire come farmi avere un tesserino senza spendere che pochi spiccioli. Ma io non mi sono mai fidato. Mi deve ancora trenta euro. Trenta miseri euro. Figuriamoci se mi potevo fidare. Nel frattempo mi son fatto le ossa con professionisti veri. Professionisti non soltanto per via del tesserino, ma per l’esperienza. Quando me ne sono andato il Capo mi ha addirittura detto che se avessi imparato qualche trucchetto interessante a livello giornalistico glielo avrei dovuto comunicare. Sono stato fuori, ho fatto stage in redazioni importanti. Non mi pento. No, non mi pento. Nemmeno se non ho ancora uno straccio di lavoro. Non sputo mica su di un piatto che tra tasse e affitti mi ha fatto perdere non poco denaro, ma che perlomeno non mi ha fatto perdere una cosa ancora più importante della filigrana stessa. Il tempo. Ho fatto la mia scelta. Solo il mio me futuro sa se il mio me passato ha fatto la cosa giusta. Prendo la Delorean e vi mando un telegramma olografico post-datato.
O magari il problema è che sa di questo blog. Sa del sarcasmo di fondo, e magari non lo accetta. Ma questa è un’altra storia. E questa, forse, è davvero la tipica paranoia della notte.
Mi butto
25 giuCarramba che sopresa, direbbe una certa Raffaella che, a discapito dei capelli da Maga Magò, il vero legame di parentela deve avercelo per forza con il prode Higlander. Cos’è successo? Semplice: il mondo del lavoro non retribuito (cioè tre quarti del mondo giornalistico) è stato scosso da un annuncio che sembra uscito da un film di fantascienza. E non tanto perché si parla chiaramente di tecnologia, ma perché appare proprio come un fulmine a ciel sereno. Anzi, come uno squarcio di sereno in mezzo a un mare di fulmini.
Il Corriere della Sera ricerca giovani redattori da inserire nelle proprie redazioni giornalistiche. Le persone parteciperanno a progetti di sviluppo e di crescita della testata, offrendo un valido contributo anche multimediale. E’ quanto si legge in un link a cui si può arrivare anche dalla stessa home page dell’edizione online del noto quotidiano.
Io sono alla disperata ricerca di una soluzione. Guardo il mio futuro e vedo nebbia e ancora nebbia, che varia secondo scale di grigio che comunque non lasciano nemmeno trapelare l’illusione del colore. Regna ancora la sensazione di una prospettiva che non c’è, l’idea che tra l’oggi e il domani ci sia un anello ancora mancante. Che magari potrebbe essere questo, un’esperienza in una delle più grandi realtà giornalistico-editoriali italiane. Una cosa che puzza di tirocinio a scrocco, e che quindi ha lo stesso odore di tutto il contorname. Ma Raffaella non si smentisce mai, e una carrambata è pur sempre una carrambata. Sono anni che il gruppo Rcs non attiva stage, mentre gli studenti delle scuole di giornalismo farebbero a cazzotti per trascorrere un paio di mesi tra le quattro mura delle sue tante redazioni. E questa iniziativa ha il sapore tipico della sorpresa. Una sorpresa a metà, almeno per me. Perché all’esame di abilitazione professionale avevo conosciuto una persona che lavora già nell’azienza, e che mi aveva accennato al fatto che il Corriere volesse approdare su iPad con un progetto piuttosto ambizioso. Specificando, però, che non sarebbe stato facile approfittare dell’inevitabile allargamento dell’organico (si, il personale ormai si chiama allo stesso modo della “monnezza”..), vuoi per i tanti in lista d’attesa e vuoi perché siamo in Italia, e si sa che spesso entra chi deve entrare. Chi si vuole far entrare. Chi è stato suggerito di far entrare.
Forse l’annuncio si riferisce proprio a questa iniziativa. E forse, dico forse, è soltanto uno specchietto per le allodole per chi si illude di poter finalmente lavorare in un grande giornale. Ma io no. Io non mi aspetto granché. Però so una cosa. Questa volta mi butto e vada come vada.
Le fatiche di KroniKus
16 magLa nuova rivista è ancora uno spermatozoo in attesa di fecondare. L’Ordine non mi ha mandato a casa il tesserino da professionista, e fino a quel momento non potremo registrare la testata. Ma già mi sento a casa. Sì, mi sento a casa.
Qualche sera fa la riunione di “redazione” nella sede sperduta tra le campagne. In realtà è la sede dell’associazione culturale che ci farà da editore, anch’essa appena eiaculata. Appuntamento alle 21 30. Io come sempre arrivo con il mio quarto d’ora accademico di ritardo. Alle 21 45 sono lì. Buio pesto. In zona ci sono solo io, oltre i pipistrelli e una brezza fuori stagione. Scendo dalla macchina. Provo ad aprire il portone, che è comunque sempre aperto. Niente, chiuso. Mi viene il dubbio di aver sbagliato posto. Magari la riunione era allo stesso pub della sera in cui mi hanno proposto di imbarcarmi in quest’avventura, oppure direttamente a casa di colui che l’ha pensata.
Ma nemmeno il tempo di formulare questo pensiero che vedo due auto arrivare. Sono gli altri. KronaKus, è molto che aspetti?, mi chiedono. Da circa venti secondi, rispondo sorridendo. Ah, pensavamo da venti minuti, meno male!, ribattono.
Questi qua ancora non mi conoscono. Io sono un ritardatario cronico. Un cronista cronico nel ritardo. Avrei dovuto farmi chiamare KroniKus, altroché. Il mio orologio è precisissimo, chi lo porta al polso lo è molto meno. Dopo ventisette anni di rimproveri e di inutili corse in extremis, arrivare per primo almeno una volta mi ha quasi commosso. E a vedere la “puntualità” degli altri io già mi sento a casa.
Non aprite quella (s)porta
12 apr
La vita di redazione è talmente sedentaria che ormai il mio culo era diventato un tutt’uno con la sedia. La vita dello stagista, intendo. Quello che se ne sta tra le quattro mura a sistemare testi pensati da altri, a reimpastare lanci di agenzia come fosse pongo da modellare, per costruirci barchette con cui far giocare i lettori. La vita dello studente non è tanto più movimentata. Ore e ore sui libri, a memorizzare il senso (tante volte anche soltanto il suono) di parole stampate che in teoria dovrebbe aprirci nuove porte, nuove strade, nuovi scenari. O nuove illusioni, chissà.
Nell’ultimo anno io non ho fatto altro. Lo stagista e lo studente. Un mix di indolenza coatta che mi ha fatto fare la fine di un certo tipo di pane: sono lievitato naturalmente. E’ per questo che da meno di un mese ho ripreso ad andare in palestra. Per buttare giù i chili di troppo. Per riscoprire di avere un ombelico. Per potermi svegliare la mattina e poter salutare il mio pene senza dover pretendere che sia lui ad alzarsi per salutare me (anche se la cosa, poi, ha pure dei risvolti divertenti, eh). Il mio personal killer (“trainer” sarebbe un eufemismo) mi ha fatto una scheda ad personam per far sì che per misurare la mia altezza io possa smetterla di moltiplicare il mio raggio per due. In realtà ha preso pezzi di altri allenamenti e li ha messi insieme, ma per ora sta funzionando. Non pretendo di ritrovare la tartaruga, la mia è spiaggiata chissà dove, e nemmeno il Wwf di Molfetta potrebbe fare questo miracolo per me. Ma inizio a vedere dei miglioramenti. Anche se per ora, viste le mie dimensioni, preferisco continuare a darmi del voi.
Il più grande ostacolo tra me e la linea (e per linea intendo una retta, non una curva) è la malsana abitudine di mia madre di fare la spesa come se dovesse sfamare una squadra di lottatori di sumo. Su questo fronte sto cercando di metterla un po’ in riga (e per riga intendo riga, non compasso), ma ogni tanto la vedo tornare con una busta carica di cibo. E io ci dico sempre: “Non aprite quella sporta“. Che dentro si nasconde un mostro saturo di lipidi saturi. Una belva che non è famelica, ma che rende famelici. Un uomo nero che non ci mangerà, ma che piuttosto vorrà farsi mangiare da noi. Che è ancora peggio. Forse.
Il mio corpo che cambia
25 febManco da un po’. Manco qui, manco dalla mia vita vera. Vivo su di un libro fatto di ottocento domande, le cui ottocento risposte la mia testa si rifiuta di memorizzare. Sono un povero ignorante. Ma se manco è anche per impegni extra che, sorte birichina, si sono accavallati proprio a ridosso dell’orale più difficile di tutti. Roba che nemmeno la escort più esperta riuscirebbe a portare a compimento. Figuriamoci io che sono casto. Come Fidel. Come dite? Quello è Castro? Lo dicevo io che ero ignorante. E poi l’evirazione mi fa paura anche solo a nominarla.
Due lauree in due giorni. Di due cari amici, mica cani e porci. Che poi per come sono fatto sarei andato pure a quelle della Pimpa e di Porky Pig, ma questa è un’altra storia. Sono stati due appuntamenti a cui non sarei potuto mancare. Due tesi discusse in poco più di ventiquattr’ore. Due belle prestazioni. Roba, pure questa, che nemmeno la escort più esperta riuscirebbe a portare a compimento.
La cosa buffa è che tutto si è svolto in un luogo a me familiare: il Paese dei Polpacci, dove ho studiato pure io, prima all’università e poi alla scuola di giornalismo. Ed è stata una stretta al cuore. Anzi due. Due in due giorni. Su e giù per i suoi saliscendi assassini. Al freddo ma sudato, affannato. E’ sempre stata un po’ una fatica, ma mai così. Sono fuori forma per via del tanto studiare, ma sto pure diventando grande. O grosso. Dipende cosa s’intende. In ogni caso, lo so, è il mio corpo che cambia.
Ma il colpo al cuore è stato più emotivo che altro. Tornando verso casa siamo passati davanti alla scuola. Da fuori ho visto l’aula computer piena di gente. Gente che non sono io, gente che non siamo noi. Non più. Gente, altra gente. Gli iscritti al nuovo biennio, in cerca di un sogno lungo una strada lastricata di illusioni. Ho sentito il tempo che passa, cicli che si chiudono al grido di avanti il prossimo. Una strana sensazione, in un bagno di sudore. Di fronte a luci accese da altri, computer con i tasti premuti da mani che non sono mie. E’ stato un attimo. Un attimo di vita vissuta, concentrata nel mare dei ricordi. Nella corrente dei questi giorni convulsi.
Poco fa ho scoperto che i nuovi adepti della disoccupazione dilagante (sì, proprio i martiri del nuovo biennio) hanno pure creato una pagina Facebook con il nome storpiato del giornale ufficiale della scuola. Anche io, ai miei tempi, avevo pensato a uno o due nomignoli. A una parodia come questa, insomma. Ma ne ricordo soltanto uno. Eh sì, sto proprio diventando grande. O grosso. Dipende cosa s’intende.
Benissimo?!
1 feb“Buongiorno, vorrei lasciare il mio curriculum. Per qualsiasi cosa…”
“Va bene, dammi pure”, risponde lei con un sorriso a 32 (mila) denti.
“Sei della Baia delle Zanzariere?”, mi chiede.
“No. Sono della Baia delle Zanzare”, rispondo.
“Beeeeniisssssiimoo!”.
“Benissimo?!”, chiedo io con gli occhi fuori dalle orbite.
“Sì, ti chiamo domattina”, conclude lei.
Era venerdì. “Domattina” sarebbe stato sabato, ma è già martedì e ancora niente. Il mio telefono è muto come il primo Charlie Chaplin, e ha pure ricominciato a scaricarsi in fretta come le riserve di un eiaculatore precoce (visto che raffinato? Ho detto “riserve” invece di p@||€!!).
Ho avuto una soffiata, una soffiata per culo. Un culo soffiato, insomma, un po’ come il riso. L’ennesima prova della grande fortuna della scorsa settimana (se avessi scritto “culo” un’altra volta sarei dovuto correre in bagno..). Ho saputo da un mio amico che una sua amica scrive per un giornale locale, e che è stata chiamata a fare un colloquio anche da un’altra testata dell zona. Pare che questi qua stiano cercando gente che scriva dalla mia città. E sulla mia città. E dentro la mia città. Lei però non è interessata: entrambi pagano una miseria, perciò non vede il motivo per cui dovrebbe lasciare il certo per l’incerto per combattere l’ennesima battagli di questa fottuta guerra tra poveri. Io le ho inviato una richiesta di amicizia su Facebook. Il tempo delle presentazioni e già mi ha dato questa bella notizia. A quel punto perché non avrei dovuto farmi avanti? Non ho perso tempo, e questo vi assicuro che non è da me. Il pomeriggio seguente avevo già consegnato il curriculum. Un blitz rapidissimo in redazione, che però sta in un’altra città qui vicino, che ho ribattezzato Baia delle Zanzariere per la grande rivalità con la mia. Sono tornato con una valigia di belle speranze, ma nonostante le promesse dette trai denti ancora non si è mosso nulla.
Pazienza. Anche perché oggi sono uscite le date degli orali (in virtù di quest’ultima parola il Mister del Consiglio ha già prenotato una suite in zona Roma Termini, dato che la sede dell’Ordine si trova da quelle parti). Io invece ho prenotato una visita cardiologica per le mie convulsioni. Perché il mio turno arriverà prima del previsto, e al momento la mia preparazione è direttamente proporzionale alla verginità di Ruby.
Stato d’ansia
3 genC’è una confusione che ormai è più familiare di mamma e papà. Questo esame ognuno lo affronta come crede. C’è il collega della scuola di giornalismo che mi ha quasi minacciato perché mi vedeva troppo ansioso. Ha detto che devo pensare a lavorare, e che a ridosso dell’orale devo ripassare giusto questo, quello e quell’altro ancora. E poi c’è la collega che come me ha deciso di aspettare il prossimo treno, e che intanto ha parlato con un altro ragazzo che ha fatto la scuola con noi, ma che ha già dato l’esame la volta scorsa. Lui dice che possono chiederci di tutto, e che nemmeno i libri vanno sottovalutati. Meglio studiarli, altroché!
Tempo fa dissi che rischio di diventare schizofrenico a causa del tutto e contrario di tutto che mi ha chiesto la redazione per la quale scribacchio. Ora parliamo di esami, ma a quanto pare la sostanza non cambia. E c”è una confusione che ormai è più familiare di mamma e papà.
Iacopino, allora, questa cannabis?!
Tutta un’altra storia
17 dicLa televisione locale si sta dannando per raccontarci di una neve che non c’è. Ma al di là del grande bluff del Generale Inverno, a YourTv un merito lo devo riconoscere: quello di ripeterci continuamente di fare attenzione. Che di neve ce n’è poca, ma il ghiaccio abbonda come nel più furbo dei cocktail. E scivolare è un rischio grande come il Polo Nord.
Detto fatto. Mio padre, che per lavoro fa il pendolare nel capoluogo della mia regione, è sceso dal treno appoggiando il piede su una lastra ghiacciata quanto invisibile. E’ scivolato. Ha battuto la testa nella pedana del treno. E’ stato soccorso. Ha chiamato a casa. Mia madre, in preda a un’ansia ingiustificata, mi ha buttato giù dal letto dopo sole quattro ore di sonno. Siamo volati in quel capoluogo con il primo treno. Con gli occhi puntati a terra nella paura di emulare mio padre. Che col terrore addosso camminare è tutta un’altra storia.
E’ tutto a posto. Ora è qui è di fianco a me. E’ più sereno del solito. Ha battuto la testa senza conseguenze, ma la testa ha sempre conseguenze quando la ruotine ti viene spezzata di botto. Quando ti viene detto che si è rischiato di finire molto peggio di così. In fondo ora si tratta di quattro miseri punti e un di bel ponte forzato fino a Natale. Povero, lui.
Mi parla di cani. A casa mia gli animali mancano da un po’, e sembra contento di averne sentito parlare. Mi dice che mi sarebbero piaciuti quei discorsi, fatti da gente che gli animali li ama davvero. Ed è soddisfatto di come è stato trattato. In stazione, dai finanzieri in borghese che sono intervenuti subito per aiutarlo, e che gli hanno pure detto di essere disponibili a testimoniare in un’eventuale causa contro le ferrovie, responsabili delle condizioni in cui versa la stazione. Ma mio padre non è il tipo da fare queste cose. Altrettanto gentili sono stati i medici dell’ospedale di quel famigerato capoluogo. La giovane dottoressa che si è presa cura di lui (!!) ha lavorato pure da noi, nella Baia delle Zanzare. Dove il pronto soccorso funziona come un’auto senza benzina. Insomma non funziona proprio. Se io e mia madre abbiamo fatto appena in tempo a scendere dal treno che lui già era stato medicato, significa che non era di certo nel nostro ospedale. Dove, parola di dottoressa, le cose potrebbero pure andare per il verso giusto, se solo non ci fossero certi baroni della sanità messi lì dalla politica. Ma YourTv è troppo impegnata a contare i fiocchi di neve che ci cadono in testa, per trovare il tempo di raccontarci di una situazione che paralizza tutti e che nega il pieno rispetto di certi diritti costituzionali. Senza contare che con un po’ di buon senso sarebbe tutta un’altra storia.
Però la mia soddisfazione è stata grande, e adesso vi spiego il perché. Ora sono uno zombie in preda a un sonno atroce. In treno ero diventato un tutt’uno con il sedile. Ma sì, ne è valsa la pena. Sono andato di persona nell’edicola della stazione di quel famigerato capoluogo, dove ogni tanto mio padre mi compra il giornale con cui sto collaborando. Credo sia l’unico posto a venderlo nell’arco di cinquanta chilometri. E fa un effetto indescrivibile andare in edicola e chiedere quel quotidiano, prenderlo in mano e trovare addirittura il proprio nome in un richiamo di copertina. Perché oggi sono uscite le novemila battute a cui ho lavorato per una settimana. E compiere un rito come quello di comprare il giornale per poi ritrovarsi dall’altra parte della barricata (cioè sul giornale stesso) è davvero un’altra storia. E’ molto diverso dal prendere la tua copia dalla mazzetta della redazione mentre stai facendo lo stage, o da quando tuo padre te ne porta a casa una dopo averla acquistata con tanto di vanto per la firma del figlio. Povero edicolante. Lo stesso edicolante che, stamattina, alla mia domanda Ce l’hai questo giornale? ha risposto con un Penso di sì. Lo stesso che sì è dovuto chinare a cercarlo chissà dove, perché alle 10 e 30 del mattino ero stato il primo a chiedergliene una copia. Lo stesso che per dirmi quanto avrei pagato ha prima dovuto controllare, perché di quel giornale si vendono così pochi esemplari che non si può proprio pretendere che lui quel prezzo se lo ricordi a memoria. Ma questa è proprio tutta un’altra storia.
Rischio di diventare schizofrenico
10 dicChe poi valli i capire ‘sti capoccia. Durante lo stage mi hanno suggerito di non proporre cose troppo locali, che a loro non interessano mica. Poi mi hanno consigliato di specializzarmi in un certo settore, possibilmente uno che sia poco coperto da redattori e collaboratori vari, così da crearmi una nicchia, un filone da seguire costantemente. Numero di pagine permettendo.
Poi è arrivato il giorno del contratto, il giorno della firma. Il giorno del patto col diavolo in quell’inferno di grande città, con la promessa di lavorare dal mio paradiso piccolo e umido. E con la raccomandazione, da parte di uno dei capi, di sfruttare la mia posizione geografica lontana dalla redazione per coprire un territorio per loro troppo distante. Aggiungendo poi che mi conviene non fossilizzarmi in un solo ambito, dopo un mese di proposte quasi sempre incentrate su problematiche animaliste. Che sennò finisce che scrivi un giorno sì e venti no, capito?
Dunque, diciamocela tutta. Io amo il taoismo, da ragazzino mi si sono inumiditi gli occhi a leggerci su. Adoro la logica del bianco e del nero, dello ying e dello yang. Ma così rischio di diventare schizofrenico. Troppo locale sì, troppo locale no. Specializzarmi sì, specializzarsi no. Il risultato è che ora mando di tutto. Filtro le mie proposte, sì, ma anche no. Perché ho capito tutto e niente, e l’andazzo è ormai quello di proporre articoli come fossero mele ai porci.
Lo sciopero delle proposte
23 novHo sospetti che non vorrei avere. Il patto era: tu proponi, noi valutiamo, e in caso pubblichiamo. Bene. Così è stato per tutto questo novembre. Nelle ultime tre settimane ho piazzato quattro o cinque pezzi da casa. Un numero esiguo che mi avevano pronosticato già alcuni della redazione. In barba all’ottimismo sfrontato di un direttore grande a parole ma piccolo nei fatti.
E’ esattamente quello che mi aspettavo, per questo il problema sta tutto da un’altra parte. Il contratto. Sono ancora un giornalista senza portafoglio. Non ho ancora una carta che tuteli me e il mio diritto a ricevere quattrini in cambio dei miei pomeriggi trascorsi a fare interviste telefoniche a mio carico.
Eppure son tranquillo. Nel mio piccolo, sì, sono tranquillo. So come difendermi. Ho già messo in atto la mia strategia in attesa del contrattacco. Domani. Domani telefonerò al dispensatore di facili promesse, e lo trasformerò in un divulgatore di difficili certezze. Che poi è un giornalista pure lui, e le cose certe dovrebbero essere il suo pane quotidiano. Il suo solo e unico pane quotidiano. Io, intanto, ho dato il via al mio sciopero delle proposte. Stamattina niente mail da parte mia nella casella di posta del capo e dei suoi vice. Oggi mi sono concentrato sul mio poco studiare, mi sono arrovellato sui libri dell’Ordine per fare mio il codice deontologico di noi disgraziati con la penna in mano. A imparare regole che la maggior parte dei colleghi infrange quasi ogni giorno. Ma all’esame ci trasformiamo tutti in chierichetti integerrimi, e ho bisogno di imparare il copione per entrare anche io di diritto nella casta degli scribacchini non retribuiti.
E domani sarà tutto un altro giorno. Quello delle sicurezze sparate al telefono, in un senso o nell’altro. Quello del lascia se non raddoppia la garanzia di entrare una volta per tutto nel loro disastratissimo libro-paga. Che il tempo degli scavicchi ma non apra è finito da un pezzo. Domani aprirò il vaso di Pandora. Che Natala si avvicina, e mala che vada saprò cosa farcira per il cenona della vigilia.
Bravo
5 novNon sono normale, io. Io che chiudo, ma che in realtà apro. Che finisco uno stage, ma che in realtà è soltanto l’inizio.
Sabato scorso, ultimo giorno in redazione. Fisicamente parlando. Ché molto presto tornerò in forma di spettro. Fluttuerò nell’aria con il mio lenzuolo da fantasma collaboratore. E, spero, non da collaboratore fantasma. Ché voglio lavorare, e spero non una tantum. Anche se giornalista non sono, perché non m’ingozzo di caffè e soprattutto non mi annebbio nel fumo delle mie sigarette. Il tipo che mi ha fatto notare tutte queste mie mancanze professionali, quello del che giornalista sei? ha aggiunto un altro tassello alla sua discriminazione basata sui luoghi comuni. Lo chiamerò il Pregiudicatore. Sì sì.
Era un pomeriggio pieno di lavoro. A fine giornata ha spento il pc per poi andarsene via, prima degli altri. Arrivederci a tutti, è stato bello, ha detto. Certo, però, che tu non hai detto neanche una parola. Una che sia una!, ha aggiunto guardando me soltanto con la coda dell’occhio. Ma io avevo lavorato, mica come lui che aveva tenuto la musica tutto il tempo. E che magari aveva pure scritto, ma sarà che io a lui non ho proprio un bel niente da dire.
Vabbè. Una parte di me pensa che dovrebbe sviluppare una parlantina fuori dal comune. Fa parte dell’antica arte della sopravvivenza nella giungla redazionale. Bene, ci sto. Facciamolo. Cominciamo.
Sabato, stavo andando al lavoro. Sì, proprio l’ultimo giorno. Sull’autobus, così come per strada, mi sono sentito osservato. Anche al bar, dove avevo fatto colazione con cornetto e cappuccino hag, c’erano sguardi ambosex che mi scrutavano. E qui le cose sono tre, ho pensato. O sono strano, o sono brutto o sono bello. Ora, io non è che mi senta poi così strano, e nemmeno così brutto. Bene, andiamo per esclusione. Autostima 1 – Pregiudicatore 0.
Stavo proseguendo verso quel mondo di carte e di Mac con cui ho avuto il tempo di familiarizzare poco e niente. Ho deciso di cambiare strada. Era l’ultimo giorno, e ho sentito il bisogno di sperimentare qualcosa di nuovo. Di differenziare la giornata, anche solo nel dettaglio più minimo. Mi sono ritrovato in una via parallela al solito stradone che per un mese ho percorso ogni mattina. C’era verde, strano in questa Città delle Pizze Gommose. Sul muretto c’era seduto un uomo, credo fosse un pakistano sulla quarantina scarsa. Sguardo fisso, alla sua sinistra una Peroni semivuota. Amico hai da accendere?, mi ha fatto. Mi spiace non fumo, ho risposto. Ah ok, ha fatto lui. Il tempo di fare qualche passo, poi la sua voce mi è tornata di nuovo all’orecchio. Bravo, mi ha detto. Ho annuito. Dentro di me l’avrei quasi ringraziato. Ché se non sono un giornalista perché non spipacchio, quantomeno bravo lo sono.
Ho percepito
28 ottLui sorridendo m’ha spiegato che a fine mese la segretaria sfoglia i giornali, conta gli articoli e le firme. Poi pagano. Anche se sorridendo mi ha detto: “Spero di non tardare troppo coi soldi”. Stavo raccontando su Facebook alla mia ragazza cosa mi era appena successo. Ho usate parole che sanno di fantascienza. Ho associato la professione giornalistica al denaro, ed è una cosa che nemmeno Philip dick avrebbe saputo immaginare. Perché oggi ho parlato con il direttore. Che non solo non mi ha mandato a casa con un biglietto di sola andata, ma mi ha parlato di collaborazione e di compensi, e ipotizzando di farmi tornare lì entro pochi mesi, magari per una sostituzione. Come vedi qui ci sono molte ragazze giovani – mi ha detto – e mi aspetto che prima o poi una di loro vada in maternità!. E ha riso. Ora, non è il caso che ci pensi io a ingravidare le colleghe, perciò diamo tempo al tempo e chi vivrà vedrà.
Notizie che non sono buone: sono stellari. Di fronte a lui, mentre mi stava parlando, credo di aver fatto dei ghigni larghi da tempia a tempia. Devo essergli sembrato lo Stregatto di Alice nel paese delle meraviglie. Anche perché mi sentivo come se fossi lì, in quel posto incredibilmente magico. Stavo diventando Matto come il Cappellaio a sentire certe cose. Io, che sì e no mi aspettavo di continuare lo stage in nero o di scribacchiare da casa senza impegno per me né tantomeno per loro.
Che poi non ho mica visto un centesimo, e nemmeno posso dire se mai ne vedrò uno. Ma al momento non m’interessa. Ho percepito stima. Mi ha detto che sono tutti molto contenti di me, che sono una persona diligente e a modo, meglio di alcuni che stanno in redazione. Ho percepito che c’è la volontà di continuare a lavorare insieme. Entro sabato bisogna assolutamente firmare questo contratto, perché dobbiamo assolutamente mantenere i rapporti, ha continuato a dirmi. Ho percepito che questa volta, forse, non sarà tutto gratis. E anche se ancora non ho percepito un soldo, dentro di me ho percepito una gran gioia che ancora prima delle tasche mi ha riempito il cuore.
Dammi oggi il loro pane quotidiano
27 ottE così oggi abbandoni gli animali, mi ha detto uno dei vicedirettori dopo avermi commissionato un articolo sull’inquinamento dei mari. Che detta così sembra che io abbia preso un cane e che l’abbia lasciato a morire sul ciglio di un’autostrada. La verità che è non ho più segreti. In redazione ormai mi hanno scoperto. Mi hanno capito. Non che ci volesse un diploma, viste le mie proposte in sede di riunione. Mi hanno inquadrato come l’animalista della redazione. O meglio, come uno dei tre.
Poi si è sparsa la voce che impazzisco per i fumetti. Mi scoccia non andare a Lucca per il grande evento di questo fine settimana, ma proprio ho dovuto rinunciare proprio perché sono bloccato nella Città delle Pizze Gommose per gli ultimi fuochi di questo stage. Hanno capito, dicevo, che amo quelle nuvolette parlanti, quelle storie raccontate con il disegno e con la parola. Non che ci volesse una laurea, viste le mie proposte durante le riunioni. Mi hanno inquadrato come il fumettaro della redazione. O meglio, come uno dei quattro.
Ora capisco, io, il tipo che sabato mattina mi ha fatto quei gran complimenti per il modo in cui scrivo. Capisco perché si lamentava dell’impossibilità di specializzarsi in qualcosa in questo tipo di ambiente. E lo capisco perché io respiro animali e divoro fumetti. Ma mi dite voi come faccio a farmi la mia nicchia di lavoro in una redazione in cui le mie passioni sono già il pane quotidiano di altri?
Un po’ più vicino al Pulitzer
24 ott…Te poi sei proprio bravo. Scrivi proprio bene. Si vede che hai già il mestiere. Che non stai qui a fatte le ossa, insomma!
A dirmelo non è stato un pezzo grosso, ma un redattore che nel giornale dei sogni in cui sto facendo lo stage si occupa di spettacoli e di altre cose divertenti. Uno che ormai sa il fatto suo, con cui mi sono messo a parlare del futuro, ieri mattina, prima della riunione di redazione. Lui è deluso. Vorrebbe specializzarsi in un certo settore, ma qua è difficile, nonostante sia un quotidiano abbastanza di settore. Paradosso dei paradossi. E a trent’anni trova assurdo questo continuo stare sul filo del rasoio. Che sotto il giornale è tutto un terremoto, e che come per tanti altri potrebbe crollare tutto da un momento all’altro.
Non è un pezzo grosso, dicevo, ma lui sembra apprezzarmi parecchio. Di recente ha letto e impaginato una mia intervista a uno sceneggiatore di fumetti che ha scritto una storia a sfondo ecologista. Mi aveva già fatto i complimenti. Mi aveva detto che era venuto tutto molto fico. Che avevo fatto un ottimo lavoro. Non mi aspettavo altri apprezzamenti a distanza di giorni. Venuti fuori così, quasi dal nulla.
Poi il ritorno alla realtà. A quel senso di inadeguatezza che mi fa ridere. Soprattutto ridere. Ecco il cazziatone, la burla di un altro collega, che mi ha fatto notare quanto io sia poco giornalista nel mio non fumare, nel non trangugiare il caffè della macchinetta perché mi fa tremare le mani, e il decaffeinato lì non c’è. Ma almeno bevi?, mi ha chiesto. Con la mia risposta mi sono sentito un po’ più vicino al Pulitzer.
Non c’è trucco e non c’è inganno
22 ottCi si saluta. Si lavora. Addirittura ci si sorride. Si parla. si fa. Mi fanno fare le interviste che voglio. Seguo i fatti che più mi interessano. Faccio quello che mi piace.
Va tutto troppo bene. Va tutto troppo come vorrei. Alloggio pure in un quartiere-paradiso nel cuore di quell’inferno chiamato metropoli. Un piccolo borgo pieno di vita e di stimoli. Un mini-mondo idilliaco dentro un macro-mondo immondo a cui non assomiglia per niente.
In redazione la gente ha la faccia buona. Roba da fantascienza, altroché da giornalisti. E’ troppo, davvero troppo. E tutto sembra dirmi che non c’è trucco e non c’è inganno. Ma non può essere. Ormai ne ho viste e ne ho vissute. Sono nuovo, ma è come se fossi già un po’ vecchio. Un veter(ano) in un mondo ad alto tasso di analità. Perché devi saperti far sodomizzare per sodomizzare a tua volta. E perché per campare di giornalismo oggigiorno ci vuole un culo tanto.
Ma io lo so. Io lo so che non sono solo anche quando sono solo, ma questa è un’altra storia. Io lo so che ci deve essere per forza qualcosa che non va. Una nota stonata. Una tegola fuori posto sul tetto di questo mondo dorato. E ti ho trovato, piccolo neo. Mio giovane e camaleontico bug.
Lavoro (gratis) in una redazione che traballa tra il vivere di stenti e il crepare miseramente. E’ uno stage. Bello, addirittura avvincente. Ma alla fine sarà durato giusto qualche settimana. Meno degli altri. A fine mese sarò già fuori di lì, a elemosinare spiccioli per comprarmi un giornale, invece di elemosinare spazi per contribuire alla sua creazione. Alla genesi di quel piccolo, grande universo di carta che mi prosciuga il tempo e l’anima. Nove giorni, e salvo proroghe imposte da chissà quale padre pio saluterò tutti. Perché non ci credo che mi faranno lavorare da casa. Che sono buoni, sono bravi, e se stai a guardare sono pure belli. Ma sono tanti. Sono troppi. E non c’è spazio per tutti in quella manciata striminzita di pagine che sfornano ogni giorno.
Fine. La prossima volta che dico che un trucco ci dev’essere, fatemi ingoiare una boccetta di rimmel prima che mi metta a cercarlo.
Notte prima degli esami (degli altri)
19 ottPer me domani sarà un giorno come un altro. Mi alzerò. Mi laverò. Farò colazione strada facendo. Mi siederò in redazione. Scriverò. Andrò in riunione. Scriverò ancora. Tornerò a casa. Forse farò due piegamenti. Cenerò. Mentirò a me stesso dicendomi che sto leggendo quando invece starò cazzeggiando. Farò una doccia. Poi tardi dormirò.
Punto.
Invece per gli altri ventinove della scuola di giornalismo sarà tutta un’altra giornata. Per loro e per chissà quanta altra carne da macello. Perché domani è giorno di esami. I coraggiosi tenteranno la sorte per fare il grande salto. Da praticanti a professionisti. Amen.
Io no. Io domani farò il bravo stagista. Scalderò la sedia, e batterò sui tasti di quel maledetto Mac che non ho ancora imparato a usare. Farò il giornalista dal campo di battaglia. Lotterò, mentre gli altri andranno a caccia di gradi.
Ma non voglio fare l’eroe. Anzi. La verità è che ho una paura fottuta di quell’esame. Per me questa notte sarà una notte come tutte le altre, soltanto un po’ più fredda. Perché il vento fresco è arrivato anche qui, nella Città delle Pizze Gommose. Dormirò sereno, senza l’ansia del grande test. Non sono pronto per il passo, combatterò la mia guerra al prossimo appello. Per adesso mi accontento di lottare sul campo arido del lavoro non retribuito. Che di per sé è già una bella lotta.
Gongolo
8 ottGongolo nel mio stage prolifico e pieno di belle soddisfazioni. Nello scrivere di quella che ho sempre considerato l’aria che respiro. Nell’ascoltare i complimenti di chi si sorprende nel vedere come lo faccio, che su quella carta ci sono sangue, anima, inchiostro. Tutto questo che mi restituisce il senso di un cammino più assurdo che ragionevole. Roba da uscire dalla redazione dopo dieci ore di tasti battuti, di tè della macchinetta bevuti, di sigarette fumate in tutta passività, con un ghigno talmente largo che mi vorrebbe spostare le orecchie un po’ più in su. E quasi sperare che qualcuno s’incazzi per quello che ho scritto, qualcuno a cui le mie parole stiano un po’ troppo strette. Perché so che ho detto il vero, e so che in quel modo avrei già mosso qualcosa in quest’aria stantìa. E che sì, cazzo, sono stato giornalista anch’io. Davvero.
Qualcuno chiami gli acchiappafantasmi
7 ottIo sono uno stagista, e fin qui tutto bene. Sono due anni che giro per le redazioni, e anche qui tutto ok. Ormai qualcosa ne capisco, i meccanismi, le logiche. E anche qui ci siamo. Eppure ci sono cose che ancora mi sfuggono. Tecnicamente non sono ancora un giornalista professionista, e in virtù di questo mi domando se io possa sentirmi libero, così come faccio, di firmare i miei pezzi come se la mia fosse una penna già affermata.
E fin qui tutto nella norma.
Di meno normale c’è quello che ho scoperto in questi giorni. Cioè che nel piccolo giornale in cui sono finito ci sono dei redattori fantasma. No, niente Ghostbusters all’orizzonte, non ci si aggirano Casper nella stanze in cui si fa il quotidiano. Ma proprio perché siamo in pochi, le stesse persone si ritrovano a scrivere più pezzi nella stessa giornata. Il primo lo firmano. Il secondo lo siglano con le iniziali. E il terzo? Semplice: s’inventano uno pseudonimo, un nome falso che sia credibile. Verosimile. Che sembri umano, insomma, e non quello di un Teletubbies. E così sembra anche che la redazione sia anche più grande di quella che è.
Io che mi facevo scrupoli sulla firma. Quantomeno sono ancora fatto di carne e di ossa. Cosa non da poco, nel giornalismo di oggi.
“Sei in edicola!”
6 ottEddai che si scherzava. Le cose non vanno poi così male. Anzi, per una volta posso dirmi contento. Trovatemi voi un aspirante cronista che in riunione di redazione può fare proposte, che per due giorni di fila si ritrova a scrivere proprio delle cose da lui portate all’attenzione di capi e colleghi. Travetemi uno che può fare tutto questo e che non sia contento. Trovatemelo. Cercate, cercate. Ma non dalle mie parti. Che io sono molto contento. Appagato. Quando oggi mi hanno assegnato quell’articolo sulla violenza sugli animali a cui tenevo tanto, mi sono ritrovato in bagno a esultare davanti alla tazza del cesso. Ero gioioso. Ho sentito come se fosse un cerchio che si stava chiudendo. Un desiderio che nasce in un punto, e che fa un giro completo fino a ritrovare se stesso nella sua realizzazione. Datemi da scrivere su animali e fumetti, altroché cricche e appaltopoli. Mi piace di più l’informazione di nicchia. Prendetemi come sono, è così che mi avrete. Per quello che sono.
Certo, non posso dire che lo stage fosse partito nel migliore dei modi. A meno che arrivare in redazione con un sacco di buoni propositi e sentirsi dire di non essere attesi non rientri nella categoria “migliore”. Perché, sì, la scuola di giornalismo ne ha combinata un’altra delle sue. La convenzione di stage è stata attivata per la redazione del piano di sotto, con l’escamotage di poter poi lavorare di sopra, dove avevo chiesto io di farmi mandare. Ma una volta arrivato ho scoperto che la cosa non aveva fondamento: le due redazioni condividiono mission e locali, ma non fanno parte dello stesso gruppo editoriale. La cosa, dunque, non era fattibile.
Non mi sono arreso. Ho spiegato la situazione, e al direttore del quotidiano per cui avevo fatto tutta quella strada (oltre che pagato una mensilità d’affitto dotata di un po’ troppi zeri) ho fatto capire che ero lì perché volevo lavorare con loro. Così quel pezzo di pane che sta a capo della redazione dei miei sogni mi ha proposto di tenere i piedi in due staffe. Uno al piano di sopra e uno al piano di sotto (mi chiamavano “papà gambalunga”, e non vi dico per quale delle tre…). E’ per questo che in questi giorni arrivo alle 10 e mi metto a fare notizie per quelli di sotto, ma che poi alle 13 salgo in riunione dagli altri e all’occorrenza impiego il mio pomeriggio a scrivere per loro. Mi faccio nove ore di redazione al giorno, cosa che lì dentro non fa praticamente nessuno. A parte direttore e vicedirettori, suppongo. Ma per ora va tutto ok. Sono già due giorni che a fine lavoro uno dei capi mi passa il pezzo e me lo mette in pagina, viene da me, mi fa ok col pollicione ed esclama soddisfatto: Sei in edicola! E sapere che lì, in quel paradiso di carta e inchiostro, non ci sarò perché mi starò comprando il giornale ma perché ne ho appena scritto un pezzo, è un piccolo grande brivido che mi dà la forza di andare avanti. Anche se non ero atteso.
Male non fa
29 setTra quarantotto ore sarò ancora sotto questo stesso cielo (si spera). Ma il tetto no, sarà un altro. Ciao, mia Baia delle Zanzare. Parto di nuovo, alla ricerca di un po’ di fortuna. Anche se io nella fortuna non credo. Un mio carissimo amico mi ha parlato di una certa “legge di attrazione”. Secondo il libro che si è letto e che ha tentato invano di farmi leggere, siamo noi a determinare il buono e il cattivo che ci circonda. Siamo noi a dipingerci il mondo intorno, in base ai colori che ci mettiamo addosso. E non parlo di vestiti, ma di atteggiamento verso la vita.
Non credo nella fortuna, e il mio pessimismo cosmico (scrupolosamente ereditato dai miei genitori) m’impedisce di vederla troppo rosea. Che non è mica facile caricarsi della positività necessaria a fare del mondo un quadro vivido e pastellato. La buona volontà, però, non mi manca di certo. E se voglio fare il giornalista dovrò farne tesoro.
Due più due. Chi trova un amico trova un tesoro. Allora sì, farò come dice lui. Asseconderò le leggi della legge di attrazione. Sorriderò a questo bel pianeta, così lui sorriderà a me. Venerdì andrò in redazione con un bel ghigno stampato in faccia. Male che vada mi faranno tornare a casa con un’ambulanza della neuro. Così risparmierò sul biglietto dell’autobus, che di questi tempi male non fa.
Oltre il muro delle illusioni
18 setE siamo a quattro. O forse cinque, non sono sicuro di aver tenuto bene il conto. Ma poco importa quanti siano stati finora gli sciagurati che mi hanno contattato su Facebook per sapere vita (mah), morte (chissà) e miracoli (ma per favore!) della scuola di giornalismo da cui sono uscito pochi mesi or sono. Io ho finito il mio percorso, loro vorrebbero cominciarlo. Non li invidio per niente.
Mi trovo un po’ in difficoltà. Non sono bravo a dare speranze in cui nemmeno io spero. Sono tempi duri per gli aspiranti giornalisti. Le scuole garantiscono il praticantato ma non più un lavoro. E diventare professionisti si sta rivelando sempre più uno svantaggio, perché obbliga gli editori a dei vincoli contrattuali che li dissuade dall’assumere. Rende preferibili stagisti come me, che ho finito il mio cammino da praticante ma che non ho ancora sostenuto l’esame da professionista. Ai loro occhi siamo più carini e coccolosi, perché ci possono sottopagare. E in modo legale.
E no, non è semplice nemmeno fare stage. Il sindacato ha imposto restrizioni indecenti, sacrificando gli stagisti delle scuole sull’altare dei precari. Ha scelto il male minore, ma rende la via della scuola molto meno appetibile di un tempo. Perché costa tanto, promette altrettanto ma mantiene poco. E non per colpa sua. Oggi conviene più essere uno studento universitario con velleità da giornalista. Le redazioni ti accolgono di buon grado, non hanno vincoli sindacali che glielo impediscono né obblighi di contratto per darti chissà cosa. Ma puoi restare quanto vuoi (o quanto reggi), e magari un giorno ti si apriranno porte che per i praticanti delle scuole restano blindate. Il vantaggio dei master in giornalismo convenzionati con l’Ordine resta la possibilità di metter piede negli ambienti grossi, quelli che contano. A patto che questi non siano in stato di crisi. Ed essendoci praticamente tutti, basta fare due più due e sperare faccia cinque.
E’ tutto così contorto. Resta spazio per una sola grande certezza: a chi mi scrive per avere qualche dritta metto subito in chiaro quanto sia difficile, e li invito a guardarsi dentro, a dare una dimensione alla loro passione. Quella e solo quella può fare da motore a tutto il resto. Quella e soltanto quella può giustificare i sacrifici che verranno. Oltre il muro delle illusioni, la cosa migliore da fare è crederci, crederci davvero. Ma solo se lo stimolo nasce da dentro. Solo se si è disposti ad aspettare, a sopportare. Solo se fare il giornalista è un desiderio che viene dal cuore. Sennò tanto vale pascolare con le vacche e fare peti in barba al global warming.
Rogne & rognosi
1 set“Un buon viaggiatore non ha piani precisi e il suo scopo non è arrivare”.
Ok Lao Tsu, supponiamo che tu abbia ragione. Io di piani precisi non ne ho, ma un’idea abbastanza definita sul da farsi quella sì. Il mio scopo, mi spiace dirtelo, è arrivare, anche se non disdegno un viaggio in panciolle e senza troppe turbolenze (ma non per questo privo di emozioni). Voglio dirti, caro Lao Tsu, che per quanto ami da sempre le tue idee, per quanto abbia quasi pianto leggendo un libro sul taosimo ritrovandoci buona parte del mio pensiero, a essere come te proprio non ce la faccio. A me servono dei piani precisi. Io devo arrivare da qualche parte.
Poi ci sono quegli stronzi della redazione in cui devo andare a fare lo stage. Sì, proprio dove dovrei essere ora, invece di star qui, nella Baia delle Zanzare, a rimuginare se andare al mare o meno. Direi meno. Ma se meno, meno forte. Meno per far male a chi sta giocando a rimpallino con il mio cazzo di stage. A saperlo mi sarei fatto avanti per l’ufficio stampa della regina Elisabetta. Credo che avrei avuto meno rogne.
Bivio xN
3 agoMai una scelta comoda. Che nessuno dica che mi piace vincere facile, che di facile qua c’è giusto il respirare. E se qualcuno dovesse dirlo, lo farei saltare per aria con le mie schedine del lotto esplosive. Unabomber mi fa una pippa.
Ahio.
Sono a un bivio. Come sempre. La mia vita è un bivio perenne (“xN” per gli amici). Quelli del “piano a” hanno dato l’ok verbale, ma per avere qualcosa di scritto bisognerà aspettare il ritorno dell’addetto agli stage, in ferie fino a data da destinarsi. Uno stage che molto probabilmente partirebbe soltanto dopo il 20 settembre, con l’obbligo tassativo da parte della scuola di finire comunque e fine ottobre. Morale della favola: quaranta giorni di furore redazionale contro i due mesi pieni ancora (?!) disponibili con quelli del “piano b”. Che stanno aspettando (si spera) una mia risposta, una decisione che entro ventiquattr’ore dovrò cercare di prendere. Altrimenti finirò davvero per cadere nel vano tentativo di tenere i piedi in due staffe.
Sembra facile, detta così. La mia seconda scelta dà più certezze e dura di più. Vero. Però va detto che si tratterebbe di un settimanale, otto uscite contro le venticinque circa “offerte” dalla mia prima opzione. Che, appunto, è un quotidiano. Che non esce il lunedì, ok, ma che è pur sempre un quotidiano. Quindi con questi qua farei uno stage più breve ma potenzialmente più intenso. Anche se il numero di uscite non è necessariamente l’unità di misura più indicata per questo tipo di valutazioni. Perché è possibile che il settimanale mi metta a fare inchieste lunghe e impegnative, mentre il quotidiano potrebbe farmi stare lì a passare pezzi come uno schiavetto del desk. E dal furore passeremmo allo squallore redazionale.
Una sola costante: tutti e due sono in grossa crisi economica. Come sempre niente soldi, ma tanta (tanta?!) gloria. Che nonostante tutto, manchi tu nell’aria.
Dubbi. Dilemmi. Mai una scelta comoda. La mia vita è sempre fedele a se stessa. Ma una voce da dentro mi dice di rischiare. Me ne sono accorto parlandone con la mia ragazza. Domattina, su consiglio di un collega che lavora già per il quotidiano in cui vorrei andare, chiederò alla scuola di farmi fare un mese da una parte e un mese dall’altra. Un colpo al cerchio e uno alla botta. Sperando che non vada tutto a puttane, che quello sì che sarebbe un colpo all’anima. Immagino che per motivi burocratici mi diranno di no. A quel punto potrei bombardarli con le mie schedine. O, in alternativa, penso proprio che mi azzarderei ad aspettare una conferma scritta dal giornale dei miei sogni accontentandomi dei quaranta giorni. In ogni caso saranno ancora brividi.
Brividi
30 lugE’ diventato un gioco di sguardi, di attese e di rilanci. La scelta del mio prossimo stage assomiglia sempre di più a una partita di poker, in cui la strategia si accosta alla fortuna, e comunque vada si finisce con un azzardo. Quelli del “piano a” temporeggiano, ma sembra che una benevola segretaria abbia preso a cuore la mia situazione, e che per lunedì saprà darmi una risposta. Siamo arrivati alla carità di redazione, o a qualcosa di molto simile, ma a suo modo è già un passo avanti. Tutto questo mentre quelli del “piano b” avevano stabilito per stamattina l’ultimatum per una risposta da parte mia. E nell’attesa di sapere qualcosa dal giornale a cui ho dato la precedenza, rischio che gli altri mi diano il benservito perché ho aspettato troppo a dire sì o no. Ma il segretario della scuola si è rifiutato di chiamarli per prorogare ancora. Ora è tutto appeso a un filo, un filo molto sottile.
Appena chiuso il telefono, dopo una chiamata cominciata all’alba (non lo sapevate che d’estate il sole sorge verso le 11?!), mi è uscita di bocca una sola e unica parola, neanche fossi un telecronista di fronte a un gol mancato. Brividi. Perché in tutto questo rimandare sto rischiando, e pure grosso, di non avere proprio straccio di stage.
Ma oggi la linea della bocca di KronaKus si è inarcata verso il basso. Oggi sorrido. Oggi sono di buon umore. La mia testa l’ha pensata bene, e per una volta mi dà la leggerezza di cui ho bisogno. Perché se mi dovesse saltare lo stage perderei l’occasione di farmi nuovi contatti di lavoro (lavoro? ancora con questa parola astrusa?!), ma guadagnerei tempo per l’esame-spauracchio che fra qualche mese mi potrebbe aprire le porte del professionismo.
Guardo, attendo, rilancio a lunedì con il rischio di perdere tutto. Non è ancora il momento degli all-in. Ma dei brividi, quelli sì.
Misto-cazzeggio
7 lugI libri mi fanno incazzare. Leggi, leggi, ma loro non finiscono mai. Meglio un giornale, meglio ancora un fumetto: in una mezzoretta hai finito tutto e sei pronto per una nuova avventura. So di dire una cosa impopolare, i più preferiscono la letteratura letteratura a quella disegnata. Ma io sono uno che va controcorrente, tanto che quando faccio il bagno al mare devo usare per forza i braccioli per non affogare. E anche per fare massa su questi bicipiti dimenticati da Dio, in due anni di vita di redazione durante i quali gli unici muscoli che ho avuto il tempo di allenare sono stati quelli delle dita, sempre a fare flessioni sulla tastiera. Sì, perché anche quella alla scuola di giornalismo è stata vita di redazione.
Lavoro-misto-lezioni.
Ok: lavoro-misto-lezioni-misto-cazzeggio.
Ok: cazzeggio-misto-lavoro-misto-lezioni. Misto-cazzeggio.
Anche se quando sei dentro ti sembra di star facendo una vita dura. Poi parti per gli stage, metti piede nelle redazioni vere. E vedi che la vita dura è tutta un’altra cosa.

The day after
2 lugIl giorno dopo la fine è l’inizio di un nuovo inizio. Si chiude il sipario sullo stage più bello della mia vita, ma le porte, quelle no. Roba da Bollywood. Il Caposevizio mi ha lasciato delle speranze. Un giorno forse rimpiangerò queste parole, e sbatterò la testa per essermi illuso come il più ingenuo dei novellini. Ma d’altronde senza un pizzico d’ingenuità non si va da nessuno parte. Non nello spietato mondo del giornalismo. Se non t’illudi non ci credi, se non ci credi tanto vale che la porta te la chiudi da solo. No, non lo farò. Non ora che qualcosa si è mosso, anche se il movimento è più impercettibile della lancetta delle ore. Che si muove sull’orologio, ma te ne accorgi solo se la guardi a distanza di tempo. Molto tempo.
“Porte sempre aperte, ci mancherebbe. Tu ora sai come funziona qua dentro, sai come lavoriamo. Sai dove possiamo essere scoperti. Se hai qualche storia interessante che noi non abbiamo faccelo sapere. Certo, non ci mandare un pezzo di Inter”. Seppur non direttamente, il Caposevizio mi ha detto di fare il segugio, di scovare notizie come il collega che si è fatto strada specializzandosi sugli sport americani. Devo trovare l’introvabile, o perlomeno qualcosa che non stia troppo alla luce del sole. Qualcosa che le agenzie ignorano. Come un personaggio dello sport indiano di cui non parla nessuno. Se c’è una storia dietro ho già il mio primo pezzo da non stagista.
Ogni crisi ha la sua ciambella
21 giuC’è crisi e crisi, e di certo fa bene a qualcuno. Se il mio stage è partito in ritardo è per via del sindacato, che ha vietato l’avvio dei lavori nelle redazioni che non se la passano granché. Insomma, in tutte quelle che hanno dichiarato lo stato di crisi. Poi me la sono cavata, in ritardo ma me la sono cavata. Mi sono infilato in un pertugio a cavallo tra due società editoriali. Un piccolo buco che mi ha permesso di fare grandi cose. Ma c’è crisi e crisi, dicevo, e di certo fa bene a qualcuno.
“Serve solo ad alleggerirsi”, ha detto il Campano, il mio collega più giovane che ogni sabato, quando in redazione ci siamo solo noi due, si mette ad analizzare con occhio cinico le varie dinamiche aziendali. Ho imparato più cose con lui che in tutto il mio periodo di formazione. Ché certi meccanismo non te li spiega nessuno, se non qualche anima pia che incontri lungo la strada. Pia e spregiudicata. Dichiarare lo stato di crisi è una sorta di pacchia autoprodotta, che fa intervenire lo Stato laddove la sua presenza non sarebbe andata oltre i “soliti” finanziamenti. Una sorta di salvagente che fa sentire meno il peso del debito accumulato e dell’età dei colleghi più attempati. Perché quello delle redazioni è un ambiente che le rughe non può proprio permettersele. Il mondo cambia, i veterani costano e spesso non capiscono il nuovo che avanza. Eh sì, la crisi serve ad affievolire la fatica di andare avanti in tempi così duri.
E’ ora di cena, e non ho voglia di mettermi ai fornelli. Quasi quasi dichiaro lo stato di crisi, chissà che i coinquilini non cucinino per me.
La cappa e la palla
11 giuMentre lavoro mi sento spesso come se avessi una cappa sulla testa. Come una cosa che mi opprime e che mi blocca. Come una cosa che non fa male, ma che rende tutto più difficile. Quando lavoro sento il peso del lavoro come se il lavoro pesasse più di quanto un lavoro dovrebbe pesare. Eppure non mi pesa lavorare. Ma soffro i sintomi della responsabilità. Non tanto perché metto le mani sulle pagine più visitate di uno dei siti d’informazione più importanti d’Italia. No. E’perché mi sto giocando il mio futuro. E queste carte pesano come macigni.
Di poker d’assi nemmeno l’ombra, ma in effetti è un po’ presto per sperare così tanto. D’altronde non sono nemmeno il tipo che punta troppo in alto. Diciamo che però ho puntato quel che ho puntato, e mi sono accorto di tenere al mio successo. Non sono un arrivista. Io odio gli arrivisti, direi se fossi Puffo Brontolone. E non voglio diventare come uno di loro. Come un brontolone, non come un puffo. Non tengo alla carriera, ma alla realizzazione dei miei sogni e a uno straccio di paga. Tengo al mio futuro, che in questa fase della vita vedo piccolo, ristretto, come fosse un buco da cui si riesce a malapena a spiare gli altri.
Io vedo un domani che ha la faccia del Caposevizio, e solo l’idea mi spaventa. Ho paura di lui. Non perché lui mi metta paura, sono io che mi spavento da solo. E mi appesantisco la zavorra pensando di dover far colpo su di lui. Ma non credo di essere il suo tipo, e francamente lui non è il mio. Ma la cappa mi arriva da lui, e la colpa è tutta la mia. Che sento e soffro tutta la pressione del momento. Eppure questo futuro ha una faccia abbastanza serena, perché quella del Caposevizio è proprio così. Ma ho un’ansia da prestazione davvero tremenda, e sto cercando disperatamente un rimedio.
Fortuna che ci pensa il destino. Sono uscito dalla stanza del pomeriggio, dove vado quando la redazione di sport non ha più postazioni da offrire a un povero stagista come me. Stavo andando da lui, a chiedergli se non fosse il caso di mettere in pagina l’ultima agenzia che avevo visto. Da dietro l’angolo del corridoio ho sentito degli strani rimbalzi. Sì, un rumore di rimbalzi in redazione. Ho visto il Caposevizio sbucare camminando all’indietro. Lo sguardo rivolto in basso. Da dietro di lui, una palla è sguizzata contro la parete. Stava facendo due scambi con qualcuno che non sono riuscito a vedere, ma dalla voce mi sembrava fosse uno dei capi ancora più capi del Caposevizio.
Ho visto i miei demoni farsi sempre più piccoli. E’ stato come schioccare le dita. Una folata di vento, e la mia cappa non c’era già più.
C’è calcio e calcio
10 giuIo e il calcio. Non ci conosciamo tanto bene, io e il calcio. Anzi, diciamo pure che io e il calcio siamo due mezzi estranei. Sono maschio. Sono italiano. Ma non seguo il calcio. Strano ma vero. Sono atipico pure in questo. Uno fuori dal coro. Maschio. Italiano. Ma che non segue il calcio. Roba da non credere.
Buffo che il destino ci abbia fatto incontrare. Così, con brutalità. Sono stato sbattuto nella redazione di sport di un importante giornale online, a scrivere di cose che non so e che probabilmente non saprò mai. Perché io e il calcio non ci conosciamo tanto bene, e il calcio è il pane quotidiano delle notizie sportive. Perché è un paese pieno di maschi. E, guarda un po’, è anche pieno di italiani. Che amano il calcio, spesso più delle loro mogli. E che di calcio parlano e vogliono sentir parlare.
Mi hanno messo a forza sulla bicicletta. Ho il culo poggiato sulla sella, e adesso mi tocca pedalare. Poco male: non volendo mi ritrovo a fare lo stage più bello. Il più bello finora. E allora se la folla vuole calcio, che calcio sia.
Oste, latte per tutti. Stasera pago io.
Profugo di redazione
3 giuMe lo sentivo, anzi lo sapevo, e adesso è successo davvero. Nella redazione di sport siamo pochi, veramente pochi, perché poche sono anche le postazioni a disposizione. Lavoriamo in una stanzetta. Comoda, accogliente, ma pur sempre una stanzetta. Siamo in cinque. Io, il Caposevizio e altri tre. Più un’omaccione che di postazioni ne potrebbe occupare quattro pure da solo, ma si contiene e si fa bastare la sua. Però siamo pur sempre sei. Sei con cinque postazioni in tutto. Cinque scrivanie, cinque computer, cinque stelìne, cinque paperèle. E mentre in serie A si fa il balletto delle panchine, da noi si fa il balletto delle ferie, tutte rigorosamente concentrate prima dell’imminente Mondiale. Per questo finora me la sono sempre cavata. Ho sempre trovato posto, seppur vagando da un punto all’altro di quella beneamata stanzetta. Ma il gioco è finito: la Coppa del mondo è alle porte, quindi tutti sull’attenti che si deve lavorare.
E io? Io non avrei più un posto dove andare se non mi spostassi in base ai turni dei colleghi. La mattina tutto bene, fino alle 15 30 circa so di avere ancora una “casa”. Poi arriva l’uomo del pomeriggio, amante della maglia rosa e degli sport di squadra fondati sulla difesa. A quel punto mi devo spostare, e lì son falli amari. Perché finisce che devo cambiare stanza, lavorare dalla redazione centrale agli articolo riempitivo sui Mondiali di calcio, fermarmi alla bassa manovalanza di una manovalanza, quella dello stagista, che è già bassa di per sé. Con la promessa che col Caposevizio ci si terrà in contatto per telefono, ma l’unica chiamata che mi è arrivata in questi giorni è quella di un portavoce dell’Italia dei Valori, che tra l’altro si chiama come il personaggio di un fumetto che ho letto di recente.
Invece, restando a contatto con il Caposevizio e i suoi seguaci può capitarmi di meglio, ma soprattutto può capitarmi di più. Perché il problema non è cosa fai, ma quanto fai. Non è tanto la bassa manovalanza quanto la poca manovalanza. E la lontananza fisica da colui che ti può assegnare qualcosa (che poi è quasi sempre il tizio che deciderà se farti collaborare o meno) non fa bene alla salute di chi cerca di ritagliarsi un proprio spazio, di crearsi un margine di manovra, di farsi illudere da quella parola enorme e fumosa che suona come “prospettiva”.
E’ così che mi ritrovo a essere un profugo di redazione. Prima clandestino a causa del sindacato, oggi nomade con l’ordinanza di rimpatrio pronta per fine giugno, quando anche questo stage sarà un capitolo chiuso. Ma lotterò affinché mi rinnovino il permesso di soggiorno. E perché possa provare a diventare qualcuno in questo mare di cronisti anonimi.
La légge di chi lègge
1 giuHo letto più in una settimana che negli ultimi tre mesi. Non è vero, ma mi verrebbe quasi da pensarlo. Così come mi viene da pensare che in fondo, sì, internet fa male alla lettura. Allo studio. A tutto quello, cioè, che dovrei fare in questo periodo. Leggere. E studiare. Ché fra una manciata di mesi mi tocca l’esame per diventare un giornalista professionista. E io navigo tuttora a (s)vista nel mio mare d’ignoranza.
Una settimana di mancata connettività e di letture ritrovate. E le ho pure viste bene. In buona forma, dico. Giornali, riviste, fumetti. Pochi giornali, un po’ di riviste, molti fumetti. Cari amici che avevo lasciato un po’ in sordina, ritrovati senza neppure la promessa di una birra. E’ bastato un letto (la scrivania, qui nella Città delle Pizze Gommose, nemmeno c’è..), e io mi sono steso sull’inchiostro. Mi è piaciuto. E’ da ripetere. E non mi riferisco alla (dis)connessione coatta, ma alla lettura continua e motivata dalla pura voglia di leggere. Che in mancanza di un’alternativa ritrova vigore, i giusti spazi, i giusti tempi.
E intanto lo stage prosegue, seguendo una parabola discendente che finisce verso un enorme e inquietante punto interrogativo.
Beata ignoranza
24 magDialogo tra due miei colleghi:
“L’hai visto Uomini che odiano le donne?”
“No, non l’ho visto.”
“Beh, dovresti vederlo.”
“Ma cos’è? Un horror??”
…
E poi mi sento in colpa se lavoro in una redazione di sport e non so niente di sport.
Grazie tante Mourinho
23 magGrazie tante Mourinho. Ma non per la Coppa dei Campioni, per carità. Io sono ateo, non credo in queste cose. Il dio pallone non fa per me.
Grazie tante Mourinho per aver praticamente ammesso che lascerai la panchina dell’Inter.
Grazie tante per averlo fatto stasera sul tardi.
Grazie tante per avermi fatto stare in redazione fin all’1 meno un quarto.
Ma dico io: ma non potevi aspettare domani??
Il Caposevizio
19 mag“Com’è andata ieri, KronaKus? Che impressioni hai avuto?”. La domanda del Caposevizio è arrivata poco dopo essermi seduto alla mia (mia?!) postazione.
“Molto bene, sicuramente!”. La mia risposta è arrivata subito dopo il poco dopo essermi seduto alla mia (mia?!) postazione.
“Vedrai, per quando uscirai ti sentirai come se avessi fatto sei mesi di stage”, ha ribattuto lui un attimo dopo il subito dopo il poco dopo essermi seduto alla mia (mia?!) postazione. E un instante prima che mi venisse un nodo alla gola.
E dire che è solo il secondo giorno. Su un totale di due mesi. Che, promette il Caposevizio, mi sembreranno sei. La moltiplicazione dei pani, dei pesci e degli orologi a cucù. Mentre in me fa cucù l’idea di essere finalmente finito nel posto giusto.
Le cose non stanno andando come previsto, e questo è decisamente un bene. Avrei dovuto fare lo stage nella redazione che avevo richiesto alla fine del primo anno di scuola. Invece va molto meglio: sono da tutt’altra parte. Cioè, sono in una redazione parallela a quella in cui sarei dovuto andare, che è a sua volta parallela all’altra. Tutto questo non ha senso. E’ contorto, inutilmente contorto. Ma in qualche modo ho aggirato l’ostacolo che mi ha fatto tardare l’inizio dello stage, e ora mi ritrovo in un posto ben più prestigioso. E, soprattutto, dove si lavora.
Merito del Caposevizio, dove la “r” è abolita con tutta la consapevolezza del caso. Uno che si è fermato a uno dei desk più autorevoli d’Italia. Uno che è, in un certo senso, il re dell’informazione online del nostro paese, perché gestisce lo sport in uno dei più importanti siti d’informazione di tutta Italia. Uno che pare ne abbia viste tante, ma che soprattutto ne abbia fatte vedere tante agli altri.
Oggi ha raccontato una storiella, una storiella che è anche verità. Anno 2000, Olimpiadi di Sdney. Lui era lì come invitato. Il suo operatore si è infortunato, e pure in modo serio, a causa di una lastra di vetro cadutagli accidentalmente sulla mano. Lacerandogliela. “Non posso lavorare”, ha detto. Ma il Caposevizio l’ha preso e l’ha portato al pronto soccorso. Al pronto soccorso di Sidney. Risultato: 32 punti e via, a lavorare a testa bassa.
E’ cordiale ma incredibilmente serio. Sono in buone mani. L’ho capito mentre spiegava il da farsi all’inviato per il multimediale agli imminenti mondiali di calcio.”Stai sempre con i giocatori”, “segui il pre-partita, è lì che succedono le cose più interessanti”, “non ci interessa la cronaca, quella la facciamo noi da qua tramite le agenzie: sarà il tuo gusto, la tua spigolosità a fare la differenza”.
Il Caposevizio ha le palle quadrate. E credo proprio che lui la sua spigolosità me la farà sentire tutta.
Cominciamo bene
18 mag“Ed è già il terzo”, ha detto il portiere alla portiera. Io ho sùbito capito che non sono solo, che non sono il primo a chiedere dell’Omino del personale per dare il via alle danze. C’è vita su questo pianeta. Il pianeta si chiama Nuovo Stage, gli abitanti sono i Nuovi Stagisti. E se sono già il terzo è perché il sindacato c’ha chiuso una metà abbondante delle porte che sarebbero a disposizione in un contesto normale. E se siamo troppi vuol dire che noi disgraziati delle scuole siamo tutti ammassate nei pochi loculi redazionali rimasti. E se siamo troppi vuol dire chi ci sarà competizione, una lotta combattuta secondo una sola regola, quella della giungla. E se siamo troppi il più forte a sgomitare sopravvive. E, se siamo troppi, cominciamo proprio bene.
Fiato corto
10 magMi sento il fiato corto, e per fortuna solo quello. Sono teso. Sento di avere il fiato sul collo, anche se mi volto e vedo che non c’è nessuno. Ma proprio nessuno. Niente e nessuno. Forse il problema è proprio questo: so che non dovrei essere qui, so che dovrei essere in una di quelle redazioni fumose che si vedono nei film. A scrivere articoli o, da bravo stagista, a fingere di farlo. Invece sono ancora a casa mia, con un futuro prossimo che è più fumoso di quella redazione in cui non sono ancora potuto entrare per colpa di un sindacato indegno del suo nome. Non immagino dove sarò tra una settimana, so soltanto che ora non sono dove dovrei essere. E questa idea stride contro i miei nervi, in un’attesa assurda in cui vorrei fare tante cose ma non mi riesce niente. Per questo sono nervoso, mi sento il fiato corto. E per fortuna solo quello.
La fine di un’era (1)
21 aprCi sono momenti che non puoi dimenticare. Anche se è difficile raccogliere l’acqua mentre scorre via dal letto del fiume. Ci sono momenti che non si cancellano, ma che non metti a fuoco finché non arrivi alla piccola pozza in cui tutto si ferma. Lì il massimo che vedi sono cerchi concentrici proiettati su se stessi. Metti a fuoco nell’acqua che qualcosa è cambiato. E che è davvero la fine di un’era.
Sentire dal nostro giornale radio che l’attuale biennio della scuola di giornalismo lascia in eredità, come vuole la tradizione, la nuova sigla per le edizioni che andranno in onda dal prossimo autunno, è stata una stretta al cuore. L’attuale biennio siamo noi, ma ancora per poco. Una decina di giorni e ce ne andiamo. Ma per due anni sentiranno la voce introduttiva di un mio collega. L’ho sentito in diretta, dallo studio oltre la parete a cui mi sono appoggiato. Si torna a settembre con le nuove leve. Il solo pensiero mi sembra pazzesco.
E sono già cominciati gli addii. Con radio e tv abbiamo finito. Abbiamo salutato docenti e tecnici. Qualcuno non è riuscito ad abbracciare il prof. di televisione, quello grosso, grasso e fintamente burbero, ma che quel qualcuno avrebbe voluto tanto salutare, se fosse stato un uomo meno uomo di un uomo che fa l’uomo. E che quindi non riesce a piangere di fronte agli altri.
L’insegnante di dizione se n’è andato quasi su un tappeto rosso. Il saluto a lui è stata una sorta di manifestazione spontanea, non programmata, forse anche difficile da preventivare. Un goodbye a mo’ di flash mob. Io non me l’aspettavo mica. L’abbiamo visto giusto una dozzina di volte in due anni. Personalmente ho fatto dizione soltanto ieri mattina, per una decina di minuti. Eppure l’abbiamo abbracciato e baciato con tutti gli onori. Cori di “nooo!”, e gli occhi lucidi di lui. Quella faccia buona e quella voce così profonda e vera hanno lasciato il segno.
Sono piccole soddisfazioni
16 aprSarà una cazzata, e probabilmente lo è. Ma oggi mi sento appagato, e il motivo è semplice.
Stamattina mi hanno incaricato di scrivere un pezzo, una cosa di cui non so nulla.
Mi sono documentato.
Ho fatto telefonate.
Ho fatto interviste, anche di straforo.
Ho unito i puntini.
Ho cercato il bandolo della matassa.
Ho abbozzato qualcosa.
Ho scritto il pezzo vero e proprio.
L’ho letto.
L’ho riletto.
L’ho corretto.
L’ho ricorretto.
L’ho fatto vedere al prof, e andava bene.
L’ho messo in pagina, due volte perché il computer ha scazzato.
L’ho titolato una volta, due volte, tre volte.
Ho stampato la pagina.
L’ho fatta vedere al prof, andava bene pure quella.
Mi sono guardato allo specchietto retrovisore della macchina mentre tornavo a casa, pochi minuti fa.
Mi sono detto: “Bravo Kronakus. Sarà una cazzata, e probabilmente lo è. Ma non avevi mai fatto tutto questo in un solo giorno”.
Paradosso
24 marNoi aspiranti giornalisti viviamo in un paradosso. Siamo chiamati a raccontare la realtà, ma viviamo rinchiusi in un bunker che chiamano redazione. Siamo segregati di fronte a uno schermo, a raccontare di cose fatte e forse già dette. Siamo costretti ad arrivare per primi senza mai poter partire davvero. Viviamo a metà, ma ci chiedono di raccontare la vita per intero.





Commenti recenti