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“Non dico un’eccellenza assoluta, ma è un primato che vi mette al riparo per fare il giornalista”.
Il Direttore è un tipo strano. E si esprime in modo strano. Quella frase sgrammaticata (il direttore di una scuola di giornalismo.. sgrammaticato?!?) stava a significare che per sfondare dobbiamo essere speciali (e luuuiii.. avrà cura di noooiiii). Molto speciali. Troppo speciali. Perciò me ne devo convincere: io non sono normale. Devo crederci, per poi diventarlo davvero. Perché se sono normale non sono speciale. E se non sono speciale qua non si lavora (e questo potrebbe pure andarmi bene). Ma se non si lavora non si mangia (e questo no, questo mi scoccerebbe alquanto!!).
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Come dicevo, qui alla scuola di giornalismo le cose sembrano rimaste sostanzialmente immobili. Non fosse per la scomparsa di quella sindrome da Beautiful che ha caratterizzato la prima frazione del biennio, oggi è come se stessi guardando la fotografia dello scorso anno. Ed è facile capire perché: quando c’è da lavorare sono tutti in prima fila, ma quando ci sono lezioni di teoria c’è la diaspora. Gente che non si presenta, gente che se ne va a metà pomeriggio, e gente come me che è rimasta al pc della redazione invece di salire in aula.
Ho preferito lavorare a un’altra mission impossible decisa dal direttore. Questa volta, almeno, si è trattato vagamente di un lavoro giornalistico. Dobbiamo vivisezionare lo storico discorso di Obama al Cairo e farci un articolo. Ovviamente senza copiare da qualche sito.
Noi della scuola siamo studenti, ma solo per modo di dire. Siamo tutti venticinquenni, anno più anno meno, e la nostra unica vera voglia è quella di fare. Produrre. Lavorare (lavorare?). La teoria ci serve solo per quel maledetto esame a fine praticantato (o così pensiamo), come deciso dall’ancora più maledetto Ordine dei giornalisti. Ma già da oggi il nostro sangue pompa solo per l’atto di scoprire e di scrivere delle nostre scoperte. Preferiamo la penna al manuale, l’esercizio alla spiegazione, la bottega ai banchi. Vogliamo armarci d’inchiostro per tirar fuori tutto quello che c’è. All’esame, da veri incoscienti, ci penseremo poi.
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Un compito per casa, uno diverso dal solito. Quest’anno il direttore è in vena di esercizietti. Sin da subito si è dilettato ad affidarci una cosetta da fare dopo le lezioni. Milleottocento battute per descrivere qualcosa. Cosa? Quello che ci pare. Anche ieri ci hanno ripetuto che noi giornalisti siamo innanzitutto dei narratori. E il direttore dev’essere di quella stessa scuola (ma guarda un po?!). Così si è inventato questo esercizio al limite della scrittura creativa. Che di giornalistico ha ben poco. Se non uno stimolo a sperimentare tra le infinite possibiità di raccontere quello che vediamo.
Sì, io lo vivo come un esperimento, e pure stimolante. Mi piace l’idea di uscire dal seminato, dai confini di un giornalismo imbastito. Quello stesso giornalismo che c’insegnano in questa scuola, dove la prima cosa è farsi inculcare la giusta forma mentis per fare questo lavoro. A discapito di ogni guizzo di fantasia.
Stavolta è diverso. Questa volta abbiamo carta bianca, ed è proprio questo il bello. Possiamo raccontare qualsiasi cosa, purché inerente con il Paese dei Polpacci. E lo possiamo fare come vogliamo. Bellissimo.
Io mi sono soffermato sulle prime esperienze in questo residence. Sul troppo caldo e il troppo freddo. Sulle connessioni ballerine e sul “vicinato”, vale a dire l’Invasato e un’altra nostra collega, la Schematica, che sta al primo piano.
Proprio loro due sono le persone con cui mi trovo meglio in tutta la scuola. Ci assomigliamo, ma in fondo in fondo siamo anche diversi. E pure parecchio. Ad esempio, entrambi erano perplessi al pensiero di dover scrivere questa cosa. La troppa libertà li ha spaventati, forse. Li preoccupava l’idea di dover scrivere di qualcosa di vero ma anche no (nel senso che alla fine, con un esercizio così, ognuno finisce per raccontare quello che gli pare, anche inventando). E non capivano il senso di tutto questo.
Io lo chiamo il “limite del cronista”, così ancorato alla realtà da non saper vedere niente’altro che quella. E dall’aver bisogno di chissà quale fatto o avvenimento su cui lavorare, di doverlo vedere bene, di doverlo scomporre per poi ricomporlo di fronte a un monitor. Un approccio quasi scientifico che stride con il mio, che sono un inguaribile romantico del racconto e della parola. Che mi basta un termosifone spento per trovare l’ispirazione. E che riempo questo blog di piccole grandi cose prese dalla mia stessa vita. Che scrivo come mi viene. Che faccio il giornalista con loro, ma che qui faccio il blogger sarcastico, il narratore per vie traverse, il cantastorie dal pensiero laterale.
L’Invasato, ieri sera, ha passato ore e ore di fronte al pc per partorire quel testo così poco cronachistico. Così pieno di realtà, ma anche del suo esatto contrario. Io c’ho messo un’oretta, ma solo perché dopo averlo scritto di getto me la sono presa comoda facendo altre cose, concedendomi poi il lusso di rileggerlo tre o quattro volte. Il punto è che io sono più abituato a tutto questo, e il perché è semplice da capire. Io scrivo quotidianamente su questo blog che nemmeno loro due conoscono. Le mie dita sono più allenate al racconto piccolo e ironico. Fatto, appunto, di cose piccole e ironiche. Le stesse con cui riempio queste pagine digitali. Le stesse che ho usato per dar vita a quello scritto, che per loro due ha rappresentato un’impresa titanica (“io ho il piglio del cronista – mi ha detto l’Invasato – questo lavoro non è nelle mie corde”).
Qui le possibilità sono due. O loro si sono irrigiditi troppo a furia di vivere di sola realtà, o sono io il vero narratore. Perché meglio e più di loro so gestire la cosa, e a trecentosessanta gradi. Ma che magari il “piglio del cronista” lo vedo solo col binocolo, lontano dal mio imprinting, lontano dalla mia natura. E questa sarebbe una grossa gatta da pelare.
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I giornalisti attualmente occupati sono circa 16 mila. I disoccupati, invece, sono 3 mila. Presto si ricorrerà agli ammortizzatori sociali: in 500 andranno in pre-pensionanento. Ma per il prossimo anno sono previsti altri tagli all’organico.
Sapevo della crisi, sapevo delle condizioni difficili del settore, in linea con un po’ tutto il resto dell’economia. Ma mai ero entrato in contatto coi numeri. Mai qualcuno, prima di oggi, mi aveva quantificato il problema. Ora ne so di più, grazie all’incontro che abbiamo avuto stamattina a lezione. E non so bene come reagire. I numeri sono alti, ma non saprei dare una dimensione al fenomeno. Certo, poco meno di un sesto dei giornalisti in circolazione sono senza lavoro, e non ho ben capito quanti, tra gli occupati, siano “solo” dei collaboratori. Che col giornalismo, insomma, rischiano di non mangiarci nemmeno.
La situazione è molto precaria. Occhi aperti, KronaKus. Rimbocchiamoci le maniche.
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“La metà di quello che leggete sul giornale non è mai accaduto. E non sta per accadere. Più una storia è bella, meno è vera”.
Tanta onestà mi piace, ma allo stesso tempo mi spiazza. A dire queste cose è stato uno dei nostri professori. Che a suo tempo è stato anche un importante direttore di testata. Uno che le cose le sa. E che quindi sa quello che dice.
Ascoltare certe cose mi fa domandare dove sia il senso di tutto questo. E mi fa quasi venire voglia di cercare un’uscita di sicurezza.
Poi mi guardo Blu Notte con l’Invasato, dove si parla di Peppino Impastato e del suo sacrificio per la verità.
Qualcuno chiuda la porta. Non voglio più uscire.
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“In questa redazione vige l’autocensura. Qua dentro le domande non si fanno”
I racconti degli stage proseguono, e sono sempre più terrificanti. Questa frase non è tratta da un film satirico sul mondo del giornalismo. Non è un virgolettato preso dalla bocca di un qualche despota. E’ il monito di un caporedattore (non dirò di quale testata) a un mio collega che si era “spinto” a fare una domanda che in qualche modo riguardasse l’azienda a cui fa capo il suo giornale. “Forse non hai capito per chi lavori”, gli ha detto. “Forse non hai capito che lavoro fai tu”, gli avrei risposto io.
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Stesse facce, anzi no. Il ritorno alla scuola di giornalismo è stato qualcosa di irreale. E’ rimasto tutto com’era prima, tutto fa parte della normalità. Una normalità che è ormai consolidata. Che conosco. Eppure sto vivendo questo rientro come qualcosa di strano. E di straniante.
Ma niente è cambiato, e questo è un bene e un male allo stesso tempo. Gli stessi difetti di sempre, miei e loro. Ma perlomeno nessuno si è montato la testa per via degli stage, dopo aver toccato con mano l’oro (?!) delle redazioni. Tutti tranne uno. Tutti tranne lo Stravivo. Che ha detto di aver realizzato il sogno di quando era bambino, lavorando sul campo per la stessa agenzia per cui ho lavorato pure io e con magri risultati (ma ero in un’altra città). Che se l’è cavata pure a scrivere di finanza, di cui non sapeva nulla, e che solo quattro o cinque tra noi sarebbero riusciti a fare altrettanto. Che mentre raccontava le sue esperienze dvanti a compagni e professori si è fermato all’improvviso e ha detto: “Ora fatemi voi delle domande”. Come fosse un vip intervistato da chissà chi. Come se lui stesso fosse chissà chi.
Niente di strano, lui è così. Infatti invece d’incazzarci ci ridiamo tutti.
Per il resto, devo dire che i miei stage non sono stati poi tanto al di sotto della media. Abbiamo passato una buona metà della mattinata a confessarci di fronte ai professori, per far loro presente i pro e contro di quanto abbiamo vissuto. C’è chi appena arrivato è stato messo a lavorare, trattato alla pari di un qualunque redattore. MA c’è anche chi ha chiamato i taxi per gli ospiti della tv, ha fatto caffè, si è ribellato perché voleva fare il giornalista ed è stato pure punito per questo. C’è chi non ha avuto il tempo di alzare la testa, e chi ha passato il tempo a “grattarsi i pollici” (strano incrocio ideato da qualcuno, stamattina, tra girarsi i pollici e grattarsi nonvidicocosa).
E poi c’è chi ha commentato le disgrazie di qualcuno dicendo: “Beh dai, guarda il lato positivo: potrai scriverci un libro. Le disavventure di uno stagista”. Che ironia! Ci fosse qualche editore disposto a pubblicarle io avrei già tutto scritto…
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La vita in trasferta è impegnativa, ma ancora più dura è trovare una sistemazione quando ti devi spostare da una città a un’altra. Devi cercare casa a distanza, rischiando di dire sì a una bettola che vedrai solo una volta arrivato nella nuova destinazione. E’ come comprare a scatola chiusa. Chiusa e sigillata. A meno che ogni tanto non ti prendi il tuo bel treno e sprechi il tuo week-end a cercare una cacchio di stanza.
Io ne ho consumati un paio, ma con scarsi risultati. Non perché non mi sia dato da fare, ma perché come al solito si era fatto tardi. Era praticamente tutto pieno, soprattutto se si è in due e si cerca un appartamento con due singole. E con internet (sennò chi lo porta avanti, questo blog?!). Sì, due. Quest’anno cambio coinquilini (anche se sarebbe più corretto dire che sono stati loro a cambiare me..). Andrò con un mio concittadino, anche lui della scuola di giornalismo. Una vecchia conoscenza di questo diario digitale: nientepopodimeno che l’Invasato!
Io la devo smettere di dare nomignoli. Li invento a partire da semplici impressioni, ma poi finiscono per essere etichette profetiche. E puntualmente a pagarne le conseguenze sono quasi sempre io.
L’invasato mi ha fatto patire le pene dell’inferno per questa diavolo di casa. E’ stato incerto fino all’ultimo. Ha vagliato tutte le opzioni possibili, facendo correre ad entrambi il rischio di rimanere per strada. Ha aperto nuove possibilità che si sono subito richiuse, per poi riaprirle temporeggiando inutilmente. E ha trovato tutti i cavilli possibili e immaginabili per ritardare la sua risposta.
Il risultato è che siamo finiti entrambi in un bilocale in mansarda all’interno di un residence. Il guaio è che ci sono solo le due stanze più il bagno, mentre la cucina non è che un frigorifero con un piano cottura elettrico appoggiato sopra. Piazzato dentro una delle due camere da letto. Ci sono voluti giorni a giorni, ma alla fine la suspence ha dato buoni frutti, e anche l’Invasato si è convinto ad accettare quella sistemazione. Anche se per lui significherà dormire con tutti gli odori delle mie bistecche cotte a mezzanotte, e con un letto singolo invece che doppio. Infatti pagherà meno di me, che però sono senza tv (al contrario suo che ha pure Sky).
Quando abbiamo pagato la cauzione per il residence mi son sentito sollevato. E’ stato come partorire dopo una lunga gestazione. E’ stata una liberazione. E ora finalmente posso gridarlo al mondo intero. Sì, gente. Io sono mamma.
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E’ stata una settimana intensa, nonostante lo stage sia finito. Anzi, è stata più intensa dello stage stesso. E questo la dice lunga.
Sono stato assillato da due preoccupazioni non da poco. La prima riguarda i soldi che devo riavere dai miei (ormai ex) coinquilini del Borgo delle Cose Rotonde. La seconda, invece, è l’urgenza di trovare un nuovo alloggio nel Paese dei Polpacci. Perché la prossima settimana si ricomincia, e sono ancora senza un letto. Né un tetto. E io di dormire per strada non ci penso nemmeno.
Il problema della caparra è emerso quando la padrona di casa se n’è uscita con una frase del tutto infelice. E infondata (spero). “Io non ho le caparre di nessuno”, ha detto. E alla luce di queste parole funeree, l’inquilino che doveva entrare al posto mio si è rifiutato di pagarmi. Io, non appena entrato in quella casa, avevo pagato una mensilità in più come cauzione. E chi entra paga la persona che esce. Funziona così, anche se è un sistema che mi dà i nervi. Anche perché sono rimasto per solo due mesi. Mi è sembrato tutto molto inutile, ma quelle erano le regole. E io non sono nessuno per poter pretendere di cambiarle.
Mi domando dove siano finiti quei soldi. La proprietaria ha detto di non averli. I conquilini, l’ho capito da un po’, hanno usato la mia caparra per coprire una quota d’affitto arretrata di quest’estate. Ma resta il fatto che se la signora avesse ancora i soldi dei primi inquilini, il problema non si porrebbe. Il nuovo inquilino, scettico di carattere come lo sono io (e si chiama pure come me… sarà mica il nome?!), non si è fidato di restituirmi i miei soldi. Perché a giorni avrebbero dovuto stipulare un nuovo contratto. E se la simpatica vecchietta si fosse impuntata, avrebbe richiesto la caparra a tutti per firmare la nuova carta. A tutti tranne me, che in ogni caso me ne sono andato per altri lidi. E finché il dubbio non verrà cancellato, io non rivedrò i 267 euro che mi spettano.
Ora io mi domando se sia lei ad avere poca memoria e ad aver creato questo inutile casino, oppure se i coinquilini abbiano fatto qualche giochetto di cui non sono a conoscenza. Resta il fatto che i conti non tornano. E che i miei soldi devono tornare dritti dritti nelle mie tasche. Assolutamente. Anche perché chi può averli rubati? Lo zio Tom?!
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Avrei bisogno di una siesta. Di staccare. Nell’attesa del secondo e ultimo anno alla scuola di giornalismo, mi vorrei un po’ rilassare. Invece no. Rogne su rogne, tra case e caparre.
Se non mi fanno santo mi ci faccio da solo.
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Alacabula megicabula bididibodidibù
fa la magia tutto quel che vuoi tu
bididibodidibù
Per esempio può far sparire dalla circolazione il Burbero. Che è stato in ferie per due settimane, ma poi è tornato e dopo qualche giorno di velata umanità si è tolto le sue vesti di falso civile e si è di nuovo adeguato ai suoi standard relazionali sul modello troglodita.
“Ma abbiamo ancora uno stagista, in questa redazione?”. Mi cercava. Che tenero!
Mi ha fatto scrivere tre brevi. Anzi due, la terza l’ha dovuta togliere mentre stavo cominciando a scriverla. Poi mi ha dovuto dire qualcos’altro. Quindi mi ha cercato di nuovo.
“..Com’è che si chiama lo stagista?..”, ha chiesto ai suoi vicini di desk. Un po’ sottovoce, per quanto possa parlare sottovoce un energumeno incline al razzismo e all’intolleranza. E’ regolare che io l’abbia sentito anche da distante, e il fatto che nessuno gli abbia risposto non è buon segno. Spero fossero in altre faccende affaccendati. Perché se dopo due mesi non si ricordano il mio nome, o io sono Casper o loro hanno l’alzheimer.
Ma alla fine ha trovato lo stesso un modo carino e gentile per chiamarmi.
“Oh!!”, ha gridato il selvaggio dalla sua giungla tecnologica. Io mi sono voltato, ma lui si era già incamminato verso di me con una bacchetta in mano. Sul mio volto era già comparso un ghigno. Avevo capito che voleva “bacchettarmi” per qualcosa, ma il “come” mi faceva ridere. Anche se in fondo il suo modo di prendere le cose così alla lettera m’inquieta un po’.
La prima breve era sui nuovi autovelox che installeranno sulla statale. L’attacco chiamava per nome i marchingegni in questione, così ho titolato usando un sinonimo. Dispositivo al posto di autovelox.
“Che cazzo è dispositivo? Come si chiama quel dispositivo?”
“Autovelox“, ho risposto sicuro.
“E allora scrivi autovelox!! Perché cazzo scrivi dispositivo?!”
“Perché l’ho messo anche nell’attacco”.
“Ma che cazzo ti frega dell’attacco?!? Ma sei metto a guardare l’attacco?! Un conto è il titolo e un conto è il pezzo!!”.
E un altro conto, ho provato a spiegargli, è che a distanza di una riga, tra titolo e testo, si ripeta per due volte la stessa parola. Una quisquiglia. Niente di rilevante. Niente per cui bacchettare. Niente per cui reagire con aggressività, ma se non fosse stato scontroso di default non avrei avuto motivo di chiamarlo “Burbero”. Niente per cui venire da me con una bacchetta in mano. Appoggiandola, ma molto molto piano, sul mio braccio. Fingendo di colpirmi.
Ma forse quella bacchetta era magica, in realtà. Alacabula megicabula bididibodidibù, fa la magia tutto quel che vuoi tu, bididibodidibù. E oggi posso festeggiare il mio ultimo giorno in questa redazione senza il Burbero tra i piedi, impegnato altrove per impegni sportivi. Lui, nel Borgo delle Cose Rotonde, è un’autorità del pallone, e oggi ha ben altro da fare.
Fiestaaa!
Anche se avrei ben poco da festeggiare. Per il mio pezzo, quello congelato da una settimana neanche fosse un sofficino Findus, è forse partito l’ultimo requiem.
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L’altro stagista: “Almeno questa volta posso dire di aver fatto un lavoro alla fonte…”.
Io: “Più che altro, alla fontanella…”.
Siamo giovani.
Siamo sarcastici.
Siamo autoironici.
Più che i giornalisti dovremmo fare i comici.
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La classe non è acqua, e infatti qui sarebbe meglio darsi al vino. La classe non è acqua, ma non la si può bere per dimenticare. La classe non è acqua, e qui, di sorseggiare un po’ della nostra, pare che nessuno ne abbia davvero voglia.
Io l’ho scampata. Mi hanno messo a pasticciare con le agenzie per quel disgraziato del nostro sito. Disgraziato perché poco aggiornato. Disgraziato perché messo in mano a due stagisti. Ma su questo non sono nella condizione di lamentarmi. Perché non fosse per il sito non saprei proprio come passare il mio tempo in redazione. Facebook a parte.
Io l’ho scampata, dicevo. Ma il mio collega di stage direi proprio di no. A lui è toccato giocare con l’acqua. Perché a noi, il fuoco non lo fanno neanche vedere. L’hanno mandato a “prelevare” quell’antica miscela di idrogeno e ossigeno dalle principali fontane della città. La sede centrale di questo prestigioso quotidiano ha chiesto alle redazioni locali di verificare lo stato di salute dell’acqua pubblica. Il mio collega, bottigliette di plastica alla mano, ha passato il pomeriggio di fontana in fontana. E una volta tornato gli hanno consegnato un kit di strisce e cartine. Niente droga, per fortuna. Era “soltanto” il set del piccolo chimico, per improvvisare seduta stante tutta una serie di analisi sui campioni prelevati.
Lui ha provato a coinvolgere anche me. Non si sentiva troppo sicuro, e lo capisco. Ma per mia fortuna dovevo scrivere il pezzo della vita (l’ennesima cazzatella per il sito), e il caposervizio del web (un ragazzotto poco più grande di me) mi ha rispedito al desk. Loro due, invece, si sono messi a
smanettare fino a sera nel tentativo di raccapezzarci qualcosa. Di capire se quell’acqua fosse santa oppure di fogna. Sembravano due piccoli scienziati pazzi in cerca di chissà quale miracolo.
“Siamo finiti ben al di sotto della soglia della bassa manovalanza”, ha commentato più tardi lo stagista. E come dargli torto? Anche se in fondo lui è stato contento, perché non vedeva l’ora che lo mandassero a lavorare fuori da queste quattro mura. Ed è stato accontentato. Credo che la prossima volta ci penserà due volte prima di esprimere un desiderio.
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Fare interviste mi piace. E lavorarle mi fa sentire come fossi un artigiano della parola. Per questo sono contento che oggi il Fantasma Stonato mi abbia detto di scrivere il pezzo sulla fumettista con cui ho parlato la scorsa settimana. Quando lui era in ferie, e quando il Vice-qualcosa mi aveva dato l’ok per questo articolo che sarebbe dovuto andare in pagina prima del ritorno di quello spettro anacronistico del suo (e del mio) capo. Insomma, prima che tornasse il Fantasma Stonato. Ma niente da fare. Sul giornale non c’è stato abbastanza spazio, e io sto elemosinando ogni giorno (e con scarso successo) uno spazietto per piazzare il mio pezzo prima che me ne vada. Cioè dopodomani, il giorno in cui qua dentro saluterò tutti quanti. E chi si è visto si è visto.
Sì, mi ha detto di buttare giù l’articolo. Ma nemmeno oggi c’è posto per me. Ha già dovuto scartare diverse cose, perciò anche oggi passo il turno.
Meno due alla fine. Speriamo bene.
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Oggi fuori fa freddo, sì, ma meno di ieri. Eppure è stata una giornata da brividi, qui in redazione. Di sensazioni eterogenee, di momenti che dicono tutto e il contrario di tutto.
Stamattina il direttore si è dileguato pochi minuti dopo le 13. Mai visto: lui è uno che la redazione la molla solo se rischia la fame. O la sete. O la peste bubbonica. E già gira voce che ci sia di mezzo una donna. Bene. E se è vero che c’è un amore per tutte le stagioni, spero tanto per lui che nelle sue mutande non sia già calato l’inverno. E che là sotto, a sessantanni suonati (anche se lo stagista gliene dà molti meno), funzioni ancora tutto come si deve. Chissà, magari siamo noi infidi a pensare male, e invece il direttore ha lavorato pure nella pausa pranzo. Magari si è fatto un giro di nera. E ad andare a letto con una donna di colore, io non ci vedo proprio niente di male.
Ma son stati brividi anche per l’altro stagista. Stamattina è arrivato qui in redazione convinto che fosse il giorno del riscatto. Già da ieri aveva fissato, su consenso del Fantasma Stonato, un’intervista a un cantautore di questa città. Lui ama la musica, se si è dato al giornalismo è proprio perché vorrebbe scrivere di musica. Un’utopia. Ma non tutte le utopie vengono per nuocere.
A metà mattinata la doccia fredda: anche il redattore che si occupa della politica aveva espresso l’intenzione di fare la stessa intervista. E guai a scavalcare i cronisti di ruolo. Anche se in effetti è come se il cronista di calcio scrivesse qualcosa sul bilancio comunale. Ok la flessibilità, ma qui ci si spezza!
Siamo andati a pranzo insieme, io e l’altro stagista. Un pranzo magro: il solito baretto, che di solito è ben fornito, è stato preso d’assalto da tanti pinguini incravattati. Del resto è freddo, e io alle coincidenze non credo. E tra una fetta di rosbif e l’altro abbiamo parlato delle nostre aspettative per questo finale di stage. Finale per me, non per lui che resterà fino a metà novembre. Io invece sabato saluto tutti e me ne torno nella mia adorata Baia delle Zanzare. Anche se mi aspetto che le zanzare se ne siano già andate via tutte. (Che poi qualcuno ha mai visto pinguini e zanzare stare sotto lo stesso tetto?!)
Nel pomeriggio la smentita: il redattore del politico ha altre beghe di palazzo da dover gestire, e in fondo non si è attivato davvero per fare quell’intervista al cantautore che per domani rischia di venire bruciata dalla concorrenza. “Grazie della delicatezza, scrivila pure tu – gli ha detto il redattore – Ci mancherebbe!”. E’ stato gentilissimo. E così, salvo scossoni dell’ultimo minuto (so che stai leggendo, tieni quelle mani sulla tastiera!!), questo sarà davvero il suo giorno del riscatto.
Il mio, invece, deve ancora arrivare. “Oggi non c’è spazio – mi ha detto il Fantasma Stonato – vediamo domani”. E la mia intervista slitta ancora. E io, tra pinguini e zanzare (e nebbia ai locali a cui do del tu), finirò per diventare un asso del bob.
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Troppa gente e pochi computer. E- la realt’ di questa redazione, e io mi ritrovo a vagare come un profugo di pc in pc. Ogni volta reinstallando Firefox per navigare senza che mi si blocchi tutto. E per chattare su Facebook. Configurando il browser in modo da non lasciare traccia del passaggio di KronaKus.
Questa volta il periodo delle ferie [ finito davvero. L-altro stagista si [ sistemato in una postazione libera. Io nel frattempo ho girato tra i computer dei redattori in siesta. Saltando da uno all-altro in base alle loro settimane di stop. Torna uno, e via che si cambia. Ma a cinque giorni dalla fine del mio stage, eccomi qua in questo surplus di giornalisti. Senza fissa dimora. E sempre con meno cose da fare. Eh s=, sabato si finisce, e tanti saluti all-ennesimo stage sfalsato. E di dubbia utilit’.
Oggi, poi, mi ritrovo davanti a un computer con la tastiera sballata *ve ne siete accorti__(. Che mi fa certi simboli al posto di altri. Ho provato a reimpostarla, ma non ci sono riuscito. E di usare il codice ascii non ne ho proprio voglia. Almeno per il blog, perch{ quando scrivo articoli sono costretto a rigare dritto. Il cronista che [ in me ha un suo nome e una sua faccia. Invece il blogger [ clandestino.
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Melanzane ripiene, formaggio affumicato, involtini avvolti nelle budella. Qua si parla di cibo, e lo si fa per lavoro. La cultura è anche in cucina. E nel poco spazio che questo giornale riesce a riservare a tutto quello che un tempo occupava la cosiddetta “terza pagina”, si parlerà pure di prelibatezze e di esperimenti ai fornelli peggiori dei miei. (vi ho mai detto che alla scuola di giornalismo mi chiamano “chef”? e vi ho detto che non lo dicono affatto per farmi un complimento??)
E mentre si pensa all’arte culinaria, qua dentro quello con il culo in aria sono io. Con il mio pezzo sospeso in un limbo di cui non vedo l’uscita. In attesa di un misero spazio, anche a pié di pagina, per inserire l’intervista che ho fatto due sere fa di mia iniziativa. E con l’approvazione del Vice-qualcosa. Che mi aveva detto: “Va bene, lo facciamo. Però prima che torni il Fantasma Stonato, che poi lui c’ha la lirica e tutte quelle cazzate lì!”.
Ma ieri non se n’è fatto nulla, e oggi l’essere più anacronistico della storia del giornalismo culturale è tornato dall’ennesima settimana di ferie, con al seguito il suo cellulare e le sue assurde suonerie. Per il mio pezzo, forse, il tempo è già scaduto e non lo voglio ammettere. Né a me stesso né alla fumettista esordiente che ho intervistato. A cui non ho promesso nulla, se non la mia onestà di cronista stagista, vittima quanto lei di un sistema che preferisce dare corda a melanzane ripiene, formaggio affumicato e involtini avvolti nelle budella. Piuttosto che alla creatività di una giovane piena di ironia e di belle intuizioni.
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Topolino è compagno? No, è camerata. Mentre i Puffi sono dei gran socialisti. Eppure i criceti sono comunisti, e lo stesso dicasi per tartarughine e pesci rossi. A differenza dei gatti: quelli sono proprio dei gran paraculo.
E’ quanto emerge da un’indagine demoscopica svolta in questa redazione politicamente varia ed avariata, in seguito a un dibattito fragorante (e per fortuna breve) esploso dopo che la redattrice più schizzata ha tirato fuori dalla sua borsetta una maglietta del Gattocomunista acquistata sul sito del Manifesto. Pronto come sempre il commento sarcastico del direttore, che ha divagato dicendo che il buon Mickey Mouse è un comunista. L’orgoglio destroide è divampato, e il più nero (toh, chi si vede, il Sergente!) ha mostrato il suo dissendo, facendo infervorare la discussione. E alimentando (e prolungando) quella commistione verbale di cartoon ed animali che farebbe impallidire Walt Disney.
(in realtà era l’altra maglietta, ma questa è più rappresentativa..)
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Stamattina il Sergente mi ha fatto l’occhialino. Sono arrivato, mi ha guardato e mi ha strizzato l’occhio. Cioè, ha strizzato il suo mentre guardava me. Ed è una cosa che non è da lui, uomo dai modi duri e rudi e tutti gli altri anagrammi possibili. Per questo, quel saluto che scimmiotta un’intesa che non c’è, è di per sé una notizia. Soprattutto per me che ormai mi ritrovo ad annusare continuamente l’aria, per cercare di capire cosa pensino di me in mezzo a tanta schizofrenia. Anche se potrei fregarmene, dato che sono quasi alla fine. Di già.
Eppure no. E’ lo sprint finale, e potrebbe essere la fase più importante di questo bimestre-farsa. Perché in questi giorni ho preso l’iniziativa, e ho fatto una di quelle proposte che nel loro piccolo possono dare un senso a uno stage iniziato fiacco e che rischia di morire agonizzando.
Ma è ancora presto per parlarne. E’ una cosa su cui non posso ancora mettere la mano sul fuoco. E di scottarmi per niente non ne ho proprio voglia.
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In questo mare di nullafacenza, noi due stagisti abbiamo comunque il nostro salvagente. Un’àncora di salvataggio dalla noia e dalla frustrazione più totale. E’ il sito. Dove due o tre volte al giorno troviamo uno sbocco per scrivere qualcosa. In attesa che verso sera ci venga commissionato un box, o magari una breve, per il giornale del giorno dopo.
E mi viene da ridere. Perché quando avevo chiesto uno stage online sono finito a fare agenzia. E questa volta che dovrei scrivere per un quotidiano, mi ritrovo a lavorare per l’online. Una dolce condanna, certo. E in fondo è un cerchio che si chiude. Mi domando, però, se il prossimo anno sarà il caso di chiedere uno stage in radio per poter finalmente scrivere su un quotidiano.
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Oggi il Sergente è particolarmente euforico. Sarà la scia di sesso verbale lasciata questi giorni in redazione da una sequela di doppi sensi di cui, per pudore o per chissà cos’altro, ho riportato solo un estratto (mentre oggi il redattore più grassottello ha dichiarato che “si farebbe” almeno l’80% delle donne…). Il Sergente gira con la sua maglia a righe blu e panna a impartire ordini a destra e a manca. Ma con garbo. Qualcosa che con me, alcune sere fa, non ha avuto affatto.
Erano le 8 di sera. Ero stanco. Ero proprio fuso. Tutto il giorno di fronte al pc a fare meno di niente. Ma all’improvviso, come sempre verso quell’ora, mi è arrivato un articolo da fare. Un impasto di agenzie, s’intende.
Convinto che ormai fossi diventato più bravo di un panettiere, mi sono messo di buona lena a impastare, appunto, i lanci che mi servivano. Rassicurato anche dal fatto che si trattasse della seconda parte di una vicenda giudiziaria che avevo già seguito pochi giorni prima per il sito di questo stesso giornale.
Risultato: tempi sballati (tipo oggi al posto di ieri) e cariche sfalsate (gip al posto di pm). Oltre a una o due generalizzazioni tra diverse categorie professionali. Con cui, non volendo, avevo attribuito colpe a chi invece era coinvolto nel caso per ragioni simili ma meno dirette e infamanti. Roba da querela, lo so. Roba che si perdona, ma che merita un “cazziatone”.
E l’ho avuto.
Il Sergente non me l’ha mandata a dire. “Le agenzie non le hai proprio lette”. “Questo articolo l’hai fatto a cazzo“. E altre accuse accreditate dal mio pezzo distorto, ma che non corrispondevano di certo al vero. Perché le avevo lette. Male ma le avevo lette. A cervello spento, sì, ma le avevo lette.
Poi il peggio.
Ok gli sbagli. Ok i rimproveri. Mi scoccia ammetterlo, ma quelli erano pure meritati. Però non ho mandato giù quando mi ha chiesto di “rilasciare” il sommarietto di quell’articolo. Il sistema editoriale è fatto di spazi. Un doppio click e cominci a lavorarci. Agli altri quello spazio compare in rosso, perché “in uso” da te. Avevo dimenticato di uscire, così lo spazio del sommario risultava occupato. Come in effetti era.
“Kronakus, mi rilasci quel cazzo di sommario?!, ha detto il sergente con la solita voce ferma, rimarcando in modo particolare l’iniziale di quel sinonimo di fallo. Poi ha aggiunto: “Posso capire l’esperimento, ma…”.
Ma quale esperimento, (sinonimo di fallo)?!
Da quando sono arrivato mi hanno sempre detto di provare a fare pure i titoli dei miei pezzi. Provare, sì, perché quasi sempre trovano un motivo per cambiarmelo. Ma va bene, titolare è difficile, e serve un’esperienza che io ancora non posso avere. Certo, a me sembra che a volte i loro siano peggiori dei miei. Ma in fondo i titoli sono soggettivi. O quasi, dai. A te possono provocare un orgasmo, ma agli altri potrebbero sembrare peggio dell’orticaria. Basta guardare i quotidiani: ogni giorno ognuno dice la sua, e con con parole diverse. Spesso anche con concetti diversi.
I titoli, dunque, li ho sempre fatti. Sin dal primo giorno di stage. Ma evidentemente l’arrogante simil-bulletto non gradisce gli scavalcamenti di potere (i titoli spettano a lui). Non ha tollerato che io abbia provato a titolare, e lo stesso dicasi per il sommario. Ma certo, avrebbe potuto usare un altro tono. Anche se avrebbe comunque fatto la figura del despota che lotta contro soprusi che non esistono, contro una confusione di ruoli che evidentemente ritiene ingiusta. Ma di ingiusto, a mio avviso, c’è stato solo il suo atteggiamento. Contrario a quello dei suoi colleghi che sin dal primo giorno mi hanno messo nella condizione di provarci, e di riprovarci ancora. Magari fallendo, ma tentar non nuove. Ed è sbagliando che s’impara. Mentre le porte in faccia fanno solo incazzare.
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“Siete pronti a vedermi in tenuta da immersione?”, ha detto la redattrice dell’altro giorno. Quella giovane, doppiosensista, e pure autoironica. Si era appena messa un’incerata beige per ripararsi dalla pioggia, dato che stava uscendo in motorino per un servizio nel bel mezzo di una grandinata apocalittica.
Una volta indossata sembrava un sacco della spazzatura un po’ più vintage del normale.
“Più che altro sembri in tenuta lunare!”, gli ha detto il caposervizio dello sport. E in effetti sembrava un’astronauta, pure quello un po’ più vintage del normale. E intanto le aveva scattato una foto, provando poi a ricattarla per scongiurarne la pubblicazione su Facebook.
Poi la reazione top. Il caporedattore è entrato in scena e ha detto: “Nooo! Facciamo un box su di lei!!”.
Quell’uomo vive di lavoro, pure quando scherza. Pazienza. A ognuno la sua malformazione professionale.
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Prima dubitavo che il mio coinquilino fosse gay. Ora dubito che quello stesso coinquilino, appurato che sia davvero omosessuale, ci abbia davvero provato con il mio compagno di stanza. Perché? Perché il mio vicino di letto è un tipo un po’ strano. Dopo un mese e mezzo di convivenza non ho ancora capito che razza di pesce sia. E’ strano, davvero. Non si capisce quando scherzi e quando no.
La sua è un’ironia un po’ spaccona. Sta tutto il giorno davanti alla tv, e non contento accende pure il computer, talvolta sovrapponendo voci e suoni. E davanti a quel catorcio anteguerra che chiama pc, gioca a Metal Slug simulando spari e inveendo contro i pupini armati che gli compaiono sullo schermo.
“Tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu!! Du-du-du-du-du-du-du!! Vie’cch’!! Vie’cch’!! Vie’cch’!!Vie’cch’!!”*
Ma la cosa peggiore è che mostra una certa sufficienza verso l’inquilino gay. Sufficienza ed arroganza. Lo sgrida per le piccole cose, provocandolo dalla mattina alla sera (e quando capita anche dalla sera alla mattina) per motivi futili se non inesistenti.
Credo che prima o poi (forse più prima che poi), uno dei due cambierà casa. E penso che sarà proprio il mio compagno di stanza a farlo. Mi sa che sta già cercando. Sembra un’anima inquieta, con i suoi atteggiamenti strani, il suo modo deviato di essere simpatico, la sua zavorra che puzza di pregiudizio. E non mi stupirei se quella storia degli sms galeotti inviatigli dall’inquilino gay se la fosse inventata di sana pianta per chissà quale perverso sense of humour.
*traduzione in lingua vagamente umana: “Vieni qui!! Vieni qui!! Vieni qui!! Vieni qui!!”
(o almleno credo)
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Non due o tre righe, ma cinque! Son soddisfazioni.
Me la sono cavata con una fotonotizia. Che come dice il nome, prevede una foto. E una notizia. Di cinque righe, secondo gli standard di questo giornale. Come prevedibile ne è venuta fuori una cosa piuttosto istituzionale. Lo spazio è tiranno, mi sono dovuto attenere alle informazioni essenziali per far capire il senso di quel tripudio di divise verdi e di armi puntate contro la mia faccia. Mia e degli altri in tribuna. Uomini e donne della stampa, ma anche familiari dei soldati schierati su quel prato verde. Armi che spero fossero scariche. Ok che non mi ero vestito elegante come mi aveva suggerito il Vice-qualcosa (qui nel Borgo delle Cose Rotonde non ho né camicie né giacche, e francamente sono allergico a chi mi impone come vestirmi), ma non volevo mica macchiare la mia polo bianca di quel pomodoro che pomodoro non è! (avete mai visto una passata piena di globuli rossi?!)
Ma la beffa doveva pur esserci. Anche se mi fa sorridere, in realtà non avrei nemmeno motivo di chiamarla così. E’ che la fotonotizia sulla mattinata in caserma è finita alla solita pagina 32! Quella delle lettere e delle rubriche. Quella a cui lavoriamo tutti i giorni io e l’altro stagista, compiendo quel nobilissimo lavoro chiamato “revisione dei testi”. Una pagina che sembra essere la mia gabbia di carta, ma dove in fondo sto iniziando a sentirmi a casa.
E questo non va affatto bene.
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Ieri sera, poco prima di andare via, il caporedattore mi si è avvicinato e mi ha chiesto: “Ti va di andare qui, domattina alle 11?”. E mi ha consegnato un cartoncino, un invito per una manifestazione militare.
Bah. Non amo quegli ambienti, ma il lavoro è lavoro. E allora lavoriamo.
“Certo!”, ho esclamato io, che da più di un mese mendico per uno straccio di incarico fuori da quelle quattro mura fumose. E piene di fumati.
“Ok. Poi vediamo, non so… – il caporedattore ha cominciato a girare su se stesso facendo due passi indetro, con la testa bassa, e voltandosi ogni tanto verso di me – Non so quanto valga. Penso due o tre righe, vediamo domani. Comunque tu vacci, che loro sono contenti se ci vedono”.
Questa volta la marchetta porta la divisa, ma non quella mimetica. Anche se a testa china e con un po’ di imbarazzo, qualcuno ha trovato il coraggio di dirmi come stanno le cose. Sapevo da subito che se stamattina sono andato in caserma è stato per la gioia di qualcuno. Qualcuno che non sono io, che nella migliore delle ipotesi troverò spazio per al massimo due o tre righe di informazioni istituzionali. Talmente poco che non potrò far altro che spiegare il tema della manifestazione. Magari facendo il verso, al malloppo di scartoffie e documenti vari che mi hanno messo in cartella stampa. Tipo carta carbone.
Ma sono contento. Questa volta giochiamo a carte scoperte. Niente bluff. Solo quel poco di onestà che chiedevo, ma che certe volte sembra essere una richiesta fuori misura. Come se stessi pisciando fuori dal vaso.
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E’ scoppiato un piccolo scandalo locale, e via che si lavora. Non per il giornale, però. Si lavora per il sito.
Meglio di niente.
Mi sono incamminato verso la stampante. Ho messo su carta un mazzetto di agenzie da rimpastare a mo’ di panettiere provetto. Il tempo di arrivare alla grande macchina sforna-fogli, che una voce rude e.. burbera mi è arrivata all’orecchio. E l’effetto è stato quello degli ultrasuoni per i cani. O per i pipistrelli.
“Allora. – ci mancava soltanto che il Burbero si schiarisse la voce – La caccola di topo è lo stagista”. Da cacca a caccola
L’ho guardato, e anche lui mi stava guardando. Poi ha continuato a illustrare il suo personale albero genealogico della merda.
“Lo sterco di topo è il collaboratore – ha detto – E poi c’è il topo.”.
“Però per la vecchia stagista non parlavi così”, gli ha fatto notare il Sergente, riferendosi alla bella ragazza venuta in redazione qualche giorno fa per un saluto.
“E poi c’è la topa! La penticana praticante!”. E con una grassa (direi obesa) risata, il Burbero ha concluso la sua relazione su popò e roditori.
Poi sono tornato al mio posto, a riflettere su quanto in fondo fosse fondato il suo ragionamento. Perché nella gerarchia degli escrementi funziona davvero come ha detto il Burbero. Non potrebbe essere diversamente. Altrimenti non mi spiegherei perché lui che è caposervizio assomigli così tanto a un’enorme montagna di merda.
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Due sere fa, ore 21.
“Ciao caporedattore”, ho detto al mio giovane superiore affacciandomi sul suo ufficio.
“Ciao”, mi ha risposto.
“Per quella cosa del centro commerciale, poi..”.
“No.. no mi spiace. Non se ne fa nulla..”.
“Ah.. capito.. Nemmeno domani immagino..”.
“No, no.. nemmeno”.
Eppure un po’ c’avevo sperato. Quel pomeriggio era arrivata una telefonata. La segretaria di redazione aveva risposto, e si era messa a parlare della possibilità di pubblicare o meno qualcosa nell’uscita di domani. Che poi sarebbe ieri. Avevo intuito che si stava parlando del mio pezzo. Qualcuno si stava interessando alle sorti del mio articolo. Chissà chi. E chissà perché.
Ma non c’è stato niente da fare. La segretaria era stata possibilista, ma non è di certo lei a decidere certe cose. E sono passati due giorni. Il caporedattore, era stato già abbastanza categorico, ma ora posso davvero dire che il mio pezzo sull’ipermercato sia andato a puttane. Beato lui.
Riunione di redazione di stamattina. La noia stava avendo la meglio su di me. Un po’ come sempre. Ogni tanto mi entra una parola, ma poi scappa via. Colgo il verso in cui girano alcuni ingranaggi sparsi che mandano avanti il lavoro di redazione. E amen. Tutto il resto è davvero noia. E’ sonno. E’ torpore. E’ lettura dei giornali. Tanto per non sentirmi del tutto inutile: se non mi permettono di informare gli altri, almeno informo me stesso. Tiè.
Sigh.
E’ proprio sfogliando il nostro numero di oggi che mi si è accesa la lampadina. Ma mica leggendo gli articoli, non sia mai! E’ grazie alla pubblicità che ho capito di essere uscito da una redazione di “marchettari” per finire, a distanza di poco più di un anno, in una redazione di omologhi. Lontani cugini. O forse, gemelli separati alla nascita. Evvai.
Il logo dell’ipermercato campeggiava in un piede di pagina piuttosto ingombrante. Sarà stato come minimo un 46. E senza soletta. E lì ho capito che la mia presenza alla conferenza stampa era servita soltanto a dare il contentino allo sponsor di turno. Per farmi firmare sul librone dei partecipanti all’evento, facendomi scrivere sia il mio nome che quello della testata per cui lavoro. (lavoro??) E per dare modo alla tardona dell’ufficio stampa di fare le sue fusa ipocrite. Così i pinguini che pagano sono felici e contenti. Si sentono ascoltati, coccolati. S’illudono di comparire sul giornale anche a mo’ di notizia. E telefonano alla segreteria di redazione per accertarsi che domattina in edicola si parlerà anche di loro.
E lì rimangono fregati. Perché dell’articolo nemmeno l’ombra. Quell’articolo, che era il mio, e che ora se la starà spassando in qualche pub. Solo, dimenticato da tutti. Anche da me, che in fondo in fondo ho di che essere contento, al pensiero che il mio pezzo non sia andato in porto. Così posso pensare che la marchetta sia venuta, sì, ma solo a metà. Che anche questo giornale sia solito sporcarsi le mani in nome del dio denaro, sì, ma che alla fine dei conti conoscesa qual è il confine tra notizia e spot.
E io l’ho capito, che è stato meglio così. Mi ci sono voluti due giorni per avere il quadro completo, ma ci sono arrivato. Meglio tardona che mai.
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“KronaKus, che stai facendo?”, mi ha chiesto il vice della cultura. O dello sport. O di entrambe le cose. Non l’ho ancora capito. E forse nemmeno lui.
“Sto leggendo questo articolo sul nostro sito..”, ho risposto.
“Sì, sì. Ma stai facendo qualcosa?”. Sembravo sotto interrogatorio, ma ormai conosco il tipo. E’ un pezzo di pane, un po’ come il direttore. E se ti fa queste domande non è per controllarti, ma perché è contento se anche tu hai di che lavorare.
“No. Sto aspettando che mi arrivino i testi per la pagina 32…”, gli ho detto.
Il Vice-qualcosa si è allontanato per raggiungere il suo desk, poco distante dal mio.
“Comunque anche la pagina delle lettere è importante – mi ha detto voltandosi improvvisamente – non devi pensare che ti facciamo fare cose inutili. Anche nell’edizione nazionale ci fanno molta attenzione. Dentro ci possono essere delle cagate, e quelle vanno sistemate. Se nella pagina di sport sbagli a scrivere il minuto di un gol, pazienza. Ma se nelle lettere sbagli qualcosa, insomma, può essere un problema”.
Quest’uomo lo adoro. E’ uno che parla poco. E quando lo fa, lo fa per te. O così sembra. Un giorno sì e uno no ti passa vicino, dopo essersi fumato la sua seimilionesima sigaretta giornaliera, e si fa vedere interessato a quello che fai. Parla più con le sue cicche che con noi umani (ammesso che siamo più umani noi delle cicche), ma quando ti si rivolge lo fa con bontà. E senza che tu glielo chieda, lui quasi ti consola. Ci prova. Anche con argomentazioni poco credibili, come quelle di oggi. Sarà anche vero che la parola può ferire più della spada, ma dalla pagina delle lettere fa comunque un po’ meno male. E la revisione dei testi è pur sempre il lavoro di un correttore di bozze. Non di un giornalista.
Ma ok. Il Vice-qualcosa ha provato a motivarmi un po’. Ha fallito, quasi miseramente. Ma il gesto l’ho apprezzato. Davvero. Perché la parola ferisce più della spada. Ma se usata nel modo giusto può anche risollevare la giornata di qualcuno.
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“Ciaooo..”. Una voce leggera da verso l’ingresso. Dalle colonne ho visto sbucare una ragazza mediamente alta. I capelli castani e un po’ mossi, forse freschi di parrucchiera.
“Nooo!.. Bugia-bugia-bugia!!”. Il Burbero è esploso di gioia. “No, non può essere! Ciaoo!!”. Il simpaticone sembrava davvero entusiasta di rivedere quella bella donzella. Che ho poi scoperto essere una vecchia stagista che ha appena iniziato a scrivere per un periodico locale. “Una cosa così, sono quelle piccole soddisfazioni..”, ha detto lei minimizzando la sua nuova avventura professionale. Senza strapparsi tanti i capelli. Anzi.
“Vieni quiii!”. Il Burbero ha alzato il suo culone dalla sedia e si è avvicinato a lei con le braccia avide di altre braccia. E forse di non solo quelle. I soliti baci sulla guancia, accompagnato dal “come stai” di rito.
“Dai che ti offro un caffè”, le ha detto lui.
“Ahhh.. quando ero stagista non me ne hai mai offerto uno!”, ha risposto lei provocandolo un po’.
“Ma ti pare?! Pensi che allo stagista laggiù gli abbia mai offerto un caffé?!”, ha ribatutto lui indicando me.
Non era vero, lui lo sapeva. E lo sapete pure voi. Forse non si ricordava. Ma c’ho pensato io a rinfrescargli la memoria.
“Una volta me l’hai offerto, il caffè!”, ho urlato dalla mia postazione lontana anni luce dalla sua.
Alcuni colleghi hanno riso. Lei mi ha guardato facendo altrettanto. E lui: “Sì, ma me l’hai estorto!”.
Fine.
Chissà se si è imbarazzato. Conoscendolo non credo. Ma oggi ho visto il Burbero da dietro la maschera. L’ho visto fare il “piacione” con una ragazza carina. Ho visto l’altra faccia di una persona su cui, giorno dopo giorno, sto lentamente cambiando opinione. Ma non potrebbe essere altrimenti: se io e l’altro stagista ogni tanto lavoriamo, è soprattutto grazie alle piccole cose che ci fa fare lui. In primis le brevi. E non appena finito, è il primo a dirmi: “KronaKus, se vuoi puoi andare”.
Mentre aspetto il verdetto sull’ipermercato (ancora non so se devo scrivere oppure no), mi ritrovo a pensare che in fondo in fondo dovrei ringraziare quel concentrato di aggressività e di parole senza misurino. Anche perché il Sergente è stato un flop. Il primo giorno c’ha caricato di lavoro, poi è stata la sagra del poco e niente. E mentre lo stagista si guarda l’Inter in tv pareggiare in Champions, io getto parole dentro questo blog. Interrotto dai colleghi che ogni tanto vengono a ritirare fogli dalla stampante alle mie spalle. Tipo adesso. E’ appena passato il Burbero, che in attesa della stampa ha cercato di fare un breve salotto con me. Dicendomi, con gli occhi persi nel vuoto: “Hai visto che figa, quella di prima?”.
Eh sì. Grazie Burbero. Meno male che ci sei tu.
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Eppur si muove. Lo stage ha fatto il suo (piccolo) salto in avanti. Ieri mi hanno chiesto di andare a una conferenza stampa, e io stamattina sono andato. L’idea è stata del mio caro amico Burbero.
“Vai dalla segretaria, che ti deve dare il comunicato stampa per una conferenza”. Niente domande, solo un imperativo. Prendi e vai.
Perfetto. Era ora.
Stamattina sono arrivato là con mezzora di anticipo. Ho sempre il terrore di arrivare tardi. Mi conosco: è una paura tutt’altro che infondata.
Intorno c’era una viavai di penne e di telecamere. Mi domando come mai tanto interesse per la presentazione di un ipermercato che ha appena concluso i lavori di ampliamento. Lavori mirati all’ecosostenibilità, ma anche, suppongo, a una mera questione di immagine.
Mi sono prima fatto un giro, il tempo abbondava. Era proprio un bel posto: luminoso, ma non rintronante come le altre capitali del consumismo senza riserve. L’architetto ha giocato tutto su soffitti in vetro e luce naturale. Un genio, davvero. Gli arredi in resina hanno forme rotonde, colori decisi ma non troppo forti. Un ambiente decisamente accogliente. Sono quelle cose semplici, ma che funzionano meglio di tutte le altre.
Quando era ora del calcio d’inizio ero già sotto la tensostruttura sotto cui si è tenuto l’incontro. Come da comunicato, il tutto è cominciato con un buffet. Peccato non avessi fame, strano ma vero. Salatini. Mortadella a cubetti. Alcolici e analcolici in brocca. Non mancava nulla. Nemmeno le coccole.
“Ciao! Tu sei..?”, mi ha detto una donna bionda in tailleur che mi si era appena avvicinata.
Le ho dato la mano e mi sono presentato.
“Ah sì!! Piacere! Sapevo che saresti venuto – ha risposto lei – ..Allora.. Hai già preso qualcosa?”. Mi ha lasciato la mano, ma solo per prendermi il braccio, stringendolo in un modo vagamente affettuoso.
“No, grazie, ho fatto colazione da poco e non mi va nulla”. Era quasi mezzogiorno.
“Ma sei sicuro? Non fare complimenti, eh!”. E lì il braccio me lo stava quasi accarezzando.
“Sì, sicuro, davvero”.
“Ma hai bisogno di intervistare qualcuno?”.
“..Sì, beh.. – mi aveva colto impreparato, e si vedeva – Certo, però dopo la conferenza. Intanto sento cos’hanno da dire loro”. Ho sorriso in modo evasivo.
“Dai, allora, vieni con me. Ti presento il direttore, il presidente, l’assessore, l’architetto, il ministro, il pontefice…”. No, il ministro non l’ha detto. E non c’era nemmeno il pontefice.
Mi ha preso a braccetto stringendomelo un po’. Il braccetto, dico. Mi ha fatto fare il tour degli incravattati di turno. Una sequela di pinguini tutti uguali di cui non ricorderei il nome nemmeno se me lo ripetessero cento volte. Ho stretto più mani quel giorno di non so quando. Il bello è che loro erano più imbarazzati di me. Sarà la qualifica da “giornalista” che provoca un fastidio addominale. Sarà questa faccia da ragazzotto fuor d’acqua. Non lo so. Ma per fortuna è durato poco: la conferenza stampa è cominciata di lì a breve. Ma non prima di essermi fiondato sul buffet, improvvisamente affamato. E ormai libero dalla morsa della tardona ossigenata.
Gli incravattati hanno sfilato uno a uno. Tutti incensando se stessi e l’ente fisico o metafisico che rappresentano. E’ sempre così. Le conferenze stampa sono vetrine in cui tutto quello che si dice è preparato. Prefabbricato. Precotto. E si sente dal gusto. Tutti giocano il proprio ruolo studiato a tavolino. Come quello della bionda, donna di punta dell’ufficio stampa di chi ha organizzato l’incontro. Addestrata a coccolare gli ospiti, soprattutto quelli che hanno in mano il potere di parlare di te e di farne parlare gli altri. Nel bene o nel male. Possibilmente nel bene. Sennò, per quanto li rigurda, noi stronzi con la penna e il taccuino potremmo benissimo fossilizzarci davanti al desk.
Tutto è filato liscio. La conferenza si è chiusa con un giro panoramico, a dire il vero poco seguito: sono stato uno dei pochi a non essermene andato quasi subito dopo la fine degli sproloqui. Ma mi ero incuriosito. L’architetto era uno con le palle. Un tipo che ama il suo lavoro. E te lo fa vedere. E ti contagia.
Ora sono in redazione. Attendo di sapere le sorti del mio pezzo. Ammesso che un pezzo ci sia. Che si faccia davvero. Mi suona davvero strano che un giornale così istituzionale si interessi a una cosa così piccola. Vedremo. Spero non mi avvertano alle nove, chiedendomi di scrivere un articolo da novanta righe da candidare per il Pulitzer.
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E’ stato un bel weekend, cominciato bene e sviluppato meglio. Ma finito un po’ in tensione. Stamattina il ritorno al Borgo delle Cose Rotonde. E via per un’altra settimana di stage. Ma la ripartenza non ha fatto granché per raffreddare quei nervi stuzzicati nelle ore tarde della domenica. Preludio di una notte breve, troppo breve. E quindi oggi non ho sonno. E’ il sonno che ha me.
Ma per fortuna in treno ho fatto ciondolare la mia testa per almeno un’ora. Ho vagato tra il dormiente e il semidormiente (perché sveglio davvero non lo sono nemmeno adesso). Mi sono riposato quel tanto che basta per non bastare davvero. Ma per fortuna Trenitalia mi è venuto incontro, facendo tardare il mio treno per una buona mezzora. Riposo in più, ma anche tanta fretta da aggiungere al montepremi standard del lunedì mattina.
Sono passato a casa per appoggiare le valigie. Salendo ho incrociato l’uomo dell’acqua, in giro per il condominio per leggere i contatori. Giusto il tempo di svegliare il coinquilino per via della solita porta semibloccata, che Aquaman ci ha suonato il campanello con una bella novella fresca fresca per noi. All’azienda non risulta che ci sia un contratto aperto, e noi stiamo consumando quella strana combinazione di idrogeno e ossigeno senza che ci sia un effettivo cliente. Il vecchio inquilino se n’è andato chiudendo tutte le pratiche. Si è dileguato, e con lui il nostro diritto all’acqua. Poi, dopo un tira e molla che stava spazientendo il seppur ben disposto uomo dell’acqua, il mio compagno di stanza ha dato il suo nominativo per accollarsi le spese. Che ovviamente verranno divise, ma un contratto ha bisogno di un contraente. Di un nome e di un cognome. E di un numero di telefono. Non il mio, però, che tra meno di un mese svanirò da questa città!
Ci manca solo che per questo passaggio del testimone ci siano dei tempi tecnici che prevedono la sospensione del servizio. Con il caldo che fa, non sarebbe umanamente accettabile non potersi lavare. Lavare spesso. E volentieri.
Ma per fortuna all’igiene ci pensano i passeggeri degli autobus. Ne ho preso uno, il solito, per spostarmi da casa alla redazione. Per cominciare davvero la settimana di “lavoro”, tra un sonno al limite dell’oltretomba e il terrore che di lì a tre giorni avrei puzzato come una capra svizzera. Se non di più.
Mi sono seduto, dietro di me c’era un tipo un po’ bizzarro con un pile giallo acceso e un berrettino improponibile.
“Fammi un po’ vedere che cazzo è successo in questa città, mentre ero via..”, mi sono detto puntando una free press sul sedile di fianco al mio. Notare il tono nervoso, anche nei pensieri tra me e me. E l’altro me.
Il tempo di leggere il risultato della squadra di casa, di dare un’occhiata agli sviluppi di quel fattaccio di nera, che ecco che piove. Dentro l’autobus. Dietro la mia nuca. Ma non era pioggia. Il coglione in giallo mi aveva appena starnutito addosso. Non era muco, era quasi acqua. Ma non per questo mi ha fatto meno schifo. Anche perché era tanta. Proprio tanta. Roba che se avesse la suina, starei già grugnendo.
Gentile il tipo. Mi avrà letto nel pensiero e avrà cercato di alleviare la mia paura di non potermi fare più la doccia.
Ho fatto passare lentamente la mia mano sul collo. Il tempo di accorgermi che ero quasi fradicio, che ho scagliato via la mia free press e mi sono andato a sedere nel sedile davanti. Con l’incontinente nasale ero occhi contro occhi. “Scusa”, mi ha detto titubante. “Scusa ’sto cazzo”, gli avrei risposto se non fossi un cronista gentiluomo. E anche un po’ coglione.
Un esordio coi fiocchi. Un inizio da manuale. Un manuale letto alla rovescia, neanche fosse un manga. Il nervoso non poteva di certo essermi passato. Non fosse per la soddisfazione di vedere le mie brevi di venerdì pubblicate in quella battagliatissima pagina 7. Chissà com’è.
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C’è vita su questo pianeta. Oggi l’altro stagista ha il giorno libero. L’uomo della “nera” è fuori per infortunio. Tutti gli altri sono in altre faccende affaccendati. E a me è arrivato un po’ di (sano?) lavoro. Finalmente.
“KronaKus, vieni qua”. Dopo la chiamata del Burbero sono corso al suo desk, dove mi sono indicato le agenzie da cui ricavare ben tre brevi. Sì, tre. Tutta la colonna di destra della pagina 7 porterà la mia firma. Anzi no, niente firma per le notizie dalla coda corta. Ma almeno stasera sentirò di non essere stato completamente inutile.
Non è la prima volta che mi fanno fare una breve. E’ già successo, e ne sono stato contento. Ma mai mi era stato chiesto di scriverle tutte e tre. Mi è sembrato un grosso passo avanti. Favorito dalle circostanze, ok. Ma chi se ne frega?!
Non è la prima volta, dicevo. E oggi sono stato attento a non farmi rimproverare perché troppo lento. Io le cose le voglio fare bene. E così, di solito, passo per lumaca. Non scherzo se dico che oggi ho sudato nonostante l’aria sia più fresca di ieri. Mi sono scervellato per notiziole semplici semplici. Casi di cronaca quotidiana, tra sequestri di droga e proteste sindacali. Cose importanti, ma piccole piccole. Brevi Brevi. Ed è quella brevità, è quel bisogno di sintesi che più sintesi non si può ad avermi fatto perdere i capelli. Che battere i tasti non affatica. Ma lavorare in tensione sì, sempre.
Ma ce l’ho fatta. Questa volta sono riuscito a scriverle prima che il Burbero mi rimproverasse per il troppo tempo impiegato. Forse sono stato davvero più veloce del solito, anche se a me in fin dei conti non era sembrato affatto. Oppure è lui che era stato troppo impegnato a fare altro per avventarsi su di me.
Bingo. Buona la seconda. Il buon (buon?) Burbero era stato preso da altre cose. Bene. Meglio.
Anzi no.
L’esimio collega stava stravolgendo completamente la pagina 7. Un improvviso ribaltamento nella gerarchia delle notizie aveva letteralmente cancellato lo spazio per le brevi, sostituite da un articolo di raccordo sul tema di apertura.
“Scusa, mi ero dimenticato di avvisarti”, mi ha detto il Burbero a gioco finito, mentre ancora grondavo. No comment.
Tutto buttato. Tanto lavoro per nulla. Ma questo è un giornale, dove prima di tutto contano i fatti. E i fatti, si sa, sono più importanti di chi li scrive.
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“Dammi una mano con questa infografica”, mi ha detto il Sergente. Nessun problema: in tempo di carestia, anche la bassa manovalanza va più che bene. Che poi noi stagisti – dicono – non possiamo chiedere molto di più. In fondo, perché cercare di salvare quel poco che resta della nostra stropicciata dignità? Ma ok, facciamo la bozza per questa infografica maledetta. In fondo, devo pur fare qualcosa.
Sfoglio giornali. Rovisto siti. Estrapolo dati. Compilo tabelle. Venti minuti e il gioco è fatto.
Ed eccomi di nuovo pronto alla noia.
Ma dopo due ore, il Sergente mi ha chiesto di affiancarlo mentre compilava delle schede riepilogative comprensive di interviste ad hoc. E mentre lui le titolava, io dovevo dettargli nuovamente i dati più importanti che avevo inserito nella bozza. Leggere la mia tabella sarebbe stata troppa grazia. Ma in fondo, sì: devo pur qualcosa.
Mentre davo i numeri al ritmo di uno ogni due minuti (nel frattempo lui doveva inserire anche il testo man mano che scorrevamo le schede), il Sergente parlottava con qualcuno su Skype. Da vero cronista gossipparo, ho sbirciato, e sono riuscito a leggere il nome del suo interlocutore. Il Sergente stava chattando con una collaboratrice, che ho scoperto proprio stamattina essere anche sua moglie. La moglie del Sergente. Roba da film di Neil Jordan. (questa l’ho appena letta su Google..)
L’occhio mi è caduto su una frase in particolare. “Starai mica diventando ansiogeno come il tuo caporedattore?”, ha scritto lei a lui che del caporedattore si può dire sia il vice.
Mi è sfuggita la risposta del Sergente, ma poco dopo sono riuscito a leggere uno “Scrivi, cazzo!” da parte sua, a cui lei ha poi risposto con un “Ma sei scemo??”.
Ora io mi domando se sia questione di ruoli. Di percorsi personali, di storie private che non possono venire assunte a modello universale. Di casi isolati o perlomeno sporadici. Ma se la vita di redazione e il peso delle responsabilità ti trasformano davvero in un simil-autoritario in modalità Burbero ma più educato, se ti portano a discutere senza motivi apparenti con una moglie-collega che in fondo sta lavorando anche per te… beh, allora sì…
Devo proprio fare qualcosa.
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“Potremmo fare una pagina con delle storie di personaggi noti in città”. Il direttore aveva appena avuto una delle sue brillanti idee mattutine.
“Ma l’abbiamo già fatto!”, ha risposto il Burbero con la sua innata simpatia.
“Abbiamo parlato anche dei lavavetri?”
“I lavavetri?”.
“Sì. I lavavetri”.
“Cioè?”.
“Cioè.. per esempio quella zingara che sta là al semaforo…”.
“La zingara?”.
“Sì. Quella là che conoscono tutti. La gente ormai ci si è affezionata. C’è chi la porta al bar e le offre il caffè”.
“La zingara… Prima o poi la prendo sotto con la macchina”.
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Dall’edicolante sotto casa:
“Salve, vorrei Il Fatto Quotidiano“.
“Finito. Sai, il primo numero…”.
“…Ah… Ma le sono arrivate poche copie oppure è andato a ruba?!”.
“Erano quindici. Ma ne avessi avute duecento le avrei vendute tutte”.
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E’ arrivato. Se prima eravamo uno di meno, poi uno di più, ora siamo uno di più ancora. Perché è tornato il Fantasma Stonato. Il caposervizio di cultura di cui tutti si divertivano a scherzare in sua assenza. Ma le ferie, si sa, hanno le gambe corte. Così eccolo qua, davanti a me, durante la riunione.
“Allora, oggi non possiamo non dare spazio a questa cosa. Ilgiornale di domani aprirà con..”.
Chicchiricchicchìììììì!!!
Il canto di un gallo ha interrotto il direttore. Non un gallo vero, ma sembrava lo fosse. Era un telefono. Un cellulare. Una suoneria. Il Fantasma Stonato aveva appena ricevuto un messaggio.
Mi aspettavo un tipo strano, e il suo ringtone non ha smentito la mia impressione. Anche se in realtà era solo l’inizio.
Concordati gli argomenti per il giornale di domani siamo tornati ai posti di combattimento. La mia postazione è vicino alla sua. Lui non si è presentato, come invece hanno fatto altri. Ma ogni tanto lancia occhiate e sorrisi abbozzati. Per la serie: “Ciao, ci sono e ti saluto. Ma non te lo dico”.
Abbiamo cominciato a lavorare. Perlomeno lui. Io ho ripreso la mia routine da stagista da social network. Insomma, cazzeggiavo su Facebook, vero grande compagno di giochi di questo bimestre.
Tii-too tii-too!!!
Un gioco per bambini, di quelli che li schiacci e suoni, ha lanciato all’improvviso il suo grido di dolore. Il suo suono ridicolo. Il suo canto disperato che fin da piccolo mi ha sempre messo una certa angoscia.
Ancora una volta era un cellulare, ancora quello del Fantasma Stonato. Non so se fosse la suoneria di un mms o di chissà cosa. Però ormai è certo: il Fantasma Stonato ha un bel repertorio di suoni assurdi da sfoggiare ogni volta che al suo telefono vibrano le chiappe.
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Il Burbero fa il burbero pure con l’altro stagista, e si comincia a capire il perché.
Pare ci sia sotto una storia di ruoli scambiati, di funzioni slittate di mano in mano. Insomma, di frustrazione. Di ambizioni tradite. Oltre a un percorso professionale che intreccia lavoro e famiglia.
Indagherò.
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Un po’ di meritato relax. Che poi meritato non è, ma se non lo è non è colpa di chi non fa, ma di chi non fa fare. O di chi fa fare poco.
Siamo pronti al decollo??
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“Il Giornale era già in perdita – ha detto il caporedattore – ma da quando c’è Feltri è proprio in picchiata”.
Risponde il Burbero: “Sì ma Feltri fa il giornalista! Se quell’altro si è dimesso vuol dire che aveva ragione…”.
Certe volte il Burbero è davvero… “boffo”!
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“Senti – ha chiesto il Burbero a un altro redattore – è possibile che se hai un genitore nero e uno bianco, la vita ti sorrida e ti faccia nascere tutto bianco?”.
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“Pensa a quel collega là, che adesso se ne deve andare in Afghanistan, così, da un momento all’altro. Certo che fa proprio una vita da cani! Ora lo sbatteranno sul primo aereo. Poi arriverà là quando ormai sarà tutto finito, e tutte le televisioni del mondo avranno già detto tutto!”. Le parole del Burbero suonavano per quello che erano: imbevute, ubriacate di sarcasmo. E di cinismo.
“Non c’è proprio un cazzo da scherzare”,è intervenuto il Sergente con la voce calma ma ferma. E tutti zitti. Anche chi rideva ai discorsi del Burbero. Che proprio stronzi non erano, perché in fondo immagino corrispondano al vero.
Di sicuro il Burbero non ha il piglio del Sergente. Che di militarismo se ne intende, e non di certo per il nomignolo che gli ho dato io. “Erano tutto volontari”, ha detto lui. “Ma questa guerra era proprio necessaria?”, mi domando io. Ma non glielo chiederò. Me lo terrò per me. Penso mi convenga. E alla grande.
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“Ma la tua collega cosa fa? Sta sempre lì, a farsi le treccine con i peli della gnocca? Ok. Ciao bella maiala”.
Chi ha sostenuto questa profonda conversazione al telefono con chissà chi? Ve lo dico domani.
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“Se i ragazzi sono scarichi diamogli qualcosa da fare”.
Il nuovo arrivato parla chiaro. Non lo stagista, ma l’altro caporedattore, tornato ieri da una fase di stop. Uno che conta, insomma. Che coordina il lavoro, e che ha l’ultima parola sulle pagine. Prima del giudizio universale dei piani più alti, ovvio.
Chi è ? Ma il Sergente! Posa al limite del macho, un po’ imbastita e con i muscoli sobri ma definiti di chi riesce ad andare in palestra nonostante il giornale. Capelli rasati o quasi. Tatuaggio al collo. Occhiali da sole tipo Rayban, che non toglie mai per via di un recente intervento agli occhi che lo ha tenuto lontano dalla redazione.
Tutto questo è il Sergente. Colui che senza tante presentazioni ha preso me e l’altro stagista mettendoci quasi subito sotto torchio. Ci ha consegnato un malloppo di agenzie su cui scrivere delle “brevi” improbabili. Improbabili perché il materiale era tantissimo, e richiedeva un lavoro di sintesi madornale. Disumano.
Per un attimo ho smesso di sentirmi come fossi un soprammobile d’antiquariato, messo qui davanti a un monitor a mo’ di complemento d’arredo.
Missione compiuta. C’ho messo troppo tempo, lo so. Ma alla fine, della mia breve non ha cambiato una virgola (il titolo sì, ma è quasi di routine). Ha solo aggiunto il nome di un politico locale che avevo accidentalmente omesso dalla notizia. Ma la costruzione del “pezzo” andava bene così com’era.
Il Sergente è l’uomo del cambiamento. E’ quello che può portare noi stagisti verso altri lidi. O, al contrario, colui che ci fa ha fatto annusare l’aria di lavoro, ma che in un batter d’occhio può prendere i nostri sogni di gloria e trasformarli in illusioni.
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“Fini ha la sindrome da Michael Jackson: ha paura di essere nero”.
Chi l’ha detto? Il Sergente. Chi è? Ve lo dico domani.
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E’ bastato un fulmine e… flash!… in redazione si è spento tutto. Luci, tv, computer. Mi aspettavo cori di bestemmie e di altre parole di una razza simile.
E invece solo qualche “nooo!” sparato qua e là. Nessuna isteria, non fosse per la collega che, in preda a una probabile menopausa, ogni tanto si alza e chiude la porta che dà sul terrazzino sbattendola con violenza, lasciata puntualmente aperta dai colleghi fumatori. Cioè tutti a parte me.
Da quel che ho capito, insomma, nessuno ha perso niente d’importante. Forse perché nessuno stava lavorando in pagina, e quel che serviva era già salvato. Buon per loro.
Invece io sono molto incazzato. E’ bastato un fulmine e… flash!… mi si è chiuso Facebook. La solita fortuna dello stagista.
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Stamattina mi sono guardato intorno. La redazione era un po’ più vuota. C’ho riflettuto un attimo, poi mi sono ricordato: l’altro stagista ha levato le tende. Ha finito il suo periodo sotto torchio. Presenterà il suo lavoro di fine corso alla sua scuola e si preparerà per l’esame che potrà aprirgli le porte del professionismo. Cose che mi sembrano lontane anni luce, ma l’esame dell’Ordine è come la morte. Prima o poi, arriva per tutti.
Oggi qui dentro siamo uno di meno, e non uno qualsiasi. L’altro stagista è la persona con cui avevo legato di più. Qua l’ambiente è buono, ma ognuno fa il suo lavoro, e al massimo si scherza su persone che non conosco, situazioni che non mi sfiorano neanche, casi di cui al posso aver sentito per vie traverse. Non è facile socializzare dopo due sole settimane. Ma con lo stagista era andata abbastanza bene. Sopra la media, perlomeno.
E’ uno dei primi con cui ho preso contatto. Me l’hanno appioppato (oppure sono io che sono stato appioppato a lui) già dalla prima mezzora. E’ lui che mi ha spiegato i rudimenti del sistema editoriale. E’ lui che mi ha dato tanti consigli, e senza nemmeno chiederglieli, durante la (sua) pausa sigaretta. E’ lui che mi ha corretto i primi errori di ingenuità prima che li vedesse qualcun altro, perché anche se era qui da poco sicuramente lui sa meglio di me che cosa vogliono i capi. E’ lui che mi ha dato il suo numero dicendomi di chiamarlo anche in futuro, per qualsiasi cosa. E’ lui che mi ha detto “qui se non sei propositivo non fai un cazzo”.
E sono io che dovrei cominciare ad ascoltarlo.
E’ stato un bell’esempio di solidarietà tra stagisti. Ora me la dovrò cavare anche senza di lui. Ce la farò, certo. Anzi, se posso permettermi una spruzzata di cinismo, per me è un bene che lui non ci sia più. Me l’ha detto lui, ma l’avevo capito anche da solo: il suo carico di lavoro (e, fidatevi, lavorava) potrebbe passare a me. Capi permettendo.
Oggi siamo uno di meno, ma so che non finisce qui. Quella del giornalista-stagista è una vita di clausura. Ma per una birra in compagnia, il tempo si trova sempre.
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Farmi chiamare alle dieci di sera un collega che ha avuto il giorno libero. Era già nell’aria che a breve avrei fatto il giro di nera. Il primo nel Borgo delle Cose Rotonde. Un onore. Una soddisfazione. O perlomeno, un piccolo passo in avanti. Una cosa nuova, che smuove le acque. Un giro di nera in affiancamento, ma il collega che se ne occupa ieri non era in redazione. Si è goduto la sua pausa settimanale. E il caporedattore ha ben pensato di avvisarlo in tarda serata. Anzi, di farlo avvisare a me, che con lui non c’ho ancora mai parlato. Ok, è uno del club del “ben arrivato”. Uno alla mano, dai. Quindi posso dire che in fondo chiamarlo non è stato un grosso problema.
“Ciao, sono lo stagista, quello che non ti sei mai cagato, se non il primo giorno. Domani ti verrò a rompere le palle quando andrai tu a romperle agli sbirri per sapere se qualche gatto è rimasto intrappolato sul tetto di casa. Come dici? Sì, sai, mi hanno detto che ti serviva un’ombra. Perciò, ecco qui. A domani, allora. Io porto i pop corn. Al bere ci pensi tu?”.
Ma non ho avuto modo di dirglielo. L’ho cercato per almeno mezzora, ma il telefono era sempre spento. O non raggingibile. Avevo paura fosse già andato a letto. Così ho seguito il consiglio del capo, e gli ho mandato un sms.
Ho provato a squillargli di continuo, anche dopo avergli inviato il messaggio. Avevo il terrore di non riuscire ad accordarmi con lui, e di non poter fare così il giro di nera. Che poi un giorno vale l’altro, l’avrei potuto fare anche un’altra volta. Ma ho l’ossessione di volercela fare. Sempre. A tutti i costi. Voglio far vedere che sono un vincente. Anche nelle piccole cose. Anche nelle inezie. Anche se si tratta soltanto di mettermi d’accordo con un collega che probabilmente si sta accoppiando con la sua donna (chissà quale delle tante), e per cui scippi, rapine ed eventuali omicidi sono al momento l’ultimo dei pensieri.
Alla fine mi sono tranquillizzato. Io l’sms l’avevo mandato. In fondo se non lo avesse letto in tempo la colpa non sarebbe stata mia. Ma sua. O del caporedattore che mi ha fatto attivare in extremis.
Ore 8 40.
“Buongiorno KronaKus, scusa ma avevo il cellulare scarico. Oggi non faccio il giro di nera, ma quello di giudiziaria, dato che la collega che se ne occupa è in ferie. Possiamo vederci direttamente all’indirizzo…”.
Cambio di programma. Niente nera, si fa giudiziaria. Dai piedipiatti alle toghe. Amen. Tutto fa brodo.
Sono partito con un certo anticipo, come facevo anche nella Città delle Pizze Gommose. Altra mia ossessione è quella di non volere arrivare in ritardo. Mai. Mi sentissero i miei amici mi farebbero la pelle, dato che con loro faccio sempre valere l’esatto contrario. Puntualmente.
(Capito il gioco di parole?)
La mattinata l’abbiamo passata in procura. Un pm in vena di humor e di facili confidenze c’ha raccontato la bizzarra storia di un tentativo di estorsione finito in malo modo. Tutti lo trattavano come fosse un vecchio amico. Forse perché lo conoscevano, ed erano già al corrente della sua indole da buontempone. Resta il fatto che più passa il tempo, più mi accorgo di come questo sia un mondo di amiconi. Non necessariamente nell’accezione più negativa del termine. Non mi riferisco alla cosiddetta casta, questa volta non c’entra nulla. Più semplicemente, vedo un microverso fatto di facce note. Note tra loro. Dove ci si conosce tutti, e le mani non ci se le stringe nemmeno più. Colleghi e non.
Ci rifletto su, e mi rendo conto di quanto questa sia una cosa più che normale. Di come questo sia un mestiere ad alto tasso di socialità. E di come presto si diventi amici, di amici di amici, di amici di amici di amici. Senza farci neanche tanto caso.
Solo noi stagisti veniamo sbattutti di città in città. Dove non conosciamo nessuno, e finiamo relegati nel nostro angolo di redazione. A fingere di fare qualcosa. Costretti a tediare lettori virtuali aggiornando improbabili blog per passare il tempo. E per comunicare con qualcuno. Valvole di sfogo di una solitudine da debellare al più presto.
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“Prima di andare dovresti fare una cosa. Prenditi questo numero, chiama il collega e mettitevi d’accordo. Domani farai il giro di nera con lui”.
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C’è un fantasma, in questa redazione. C’è un uomo che in realtà non c’è, ma di cui si parla continuamente. Come fosse uno spettro. Uno di quelli che non mettono paura, ma che piuttosto deprimono. Uno di quelli che non spaventa, ma di cui invece si può ridere. Complice l’altalena delle ferie che sembra non volersi fermare. Qui c’è chi viene e c’è chi va. Precari e stagisti a parte.
L’assenza di qualcuno fa la gioia dei tanti che si divertono a sparlare. Tra le teste calde della cultura, ora, manca uno che conta. Uno che decide le pagine, che ha facoltà di riempirle come crede. Direttore permettendo. Uno che ha la passione per l’ignoto. O meglio, per ciò che non è noto ai più. La sua è una cultura alternativa. Non innovativa, direi, ma proprio di nicchia. Fortemente di nicchia. Vecchio o nuovo non fa testo. Lui è solito andarsi a pescare le canzoni fuori registro, gli artisti fuori dal nido rassicurante dello scibile umano. Lui stona fuori dal coro.
Ecco, lo chiamerò lo Stonato.
“Oh, che bello – ha detto il direttore uno dei primi giorni – Ora che non c’è lo Stonato qua si respira un’aria diversa. Le pagine di cultura non sono più zeppe di pianisti sconosciuti e di strumenti musicali talmente vecchi che non se li ricorda nemmeno chi li ha fatti!”. E tutti a ridere. A parte me, che abbozzavo un ghigno, ma non potevo capire a fondo la situazione. Né il personaggio, che dopo averne sentito parlare per giorni in mezzo a tanto sarcasmo, ora mi immagino come un essere spettrale. Dallo sguardo arcigno. Un uomo vetusto, vestito di abiti di un secolo fa e dai colori più morti della morte. Una persona che viaggia ben oltre il limite dell’umana sopportazione. Uno che ti fa rimandare la chiusura del giornale alle soglie della mezzanotte, perché ti propone la foto di un bambino africano immerso in una mastella d’acqua da inserire in una pagina passante in cui si parla di artisti erotomani. Cavoli a merenda. Anzi, a spuntino di mezzanotte.
Me lo vedo già qui, di fronte a me. E sinceramente, mi sta già sulle palle.
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Ieri le mie narici respiravano qualcosa di diverso. Un’aria diversa. Una diversa atmosfera. Eravamo in riunione, ed eravamo parecchi. Eppure mancava qualcosa. Qualcuno. Anzi no, c’era pure lui. Il Burbero. Ma sembrava quasi non ci fosse.
Lo guardavo. Se ne stava lì in silenzio, a muso basso. Quasi fosse in castigo. L’avevo visto così anche il primissimo giorno di stage. Ma era appena tornato dalle ferie. Credo fosse stordimento. Stordimendo più che legittimo.
E lo guardavo, e lo guardavo ancora. Non che sia il mio tipo, ma volevo capire. Più che i fatti, mi piace capire le persone. E questo è un piccolo grande limite da superare per fare questo mestiere. Che le storie sono importanti, sì, ma le cose lo sono di più. Le cose che succedono. Prima di chi le fa succedere.
Alla fine dei giochi mi sono accorto che c’era in lui qualcosa di strano. Di diverso, appunto. Lo vedevo a pelle. Anzi, sulla pelle. Il Burbero si era fatto la barba. Il suo volto aveva meno pelo del giorno prima, e lui si era fatto più mansueto. Non credo esista una spiegazione scientifica a questa mia libera associazione, talmente libera, azzardata e sprezzante dell’umana intelligenza da esser quasi “a delinquere”.
Stamattina il Burbero mi ha chiesto di portargli il foglio che aveva appena mandato in stampa. Era la foto di un calciatore da inserire nella pagina di sport. Ho accettato di buon grado, la stampante si trova proprio alle mie spalle. Mi ha chiesto una cortesia, e io gliel’ho fatta a cuor leggero.
Mentre glielo consegnavo, mi domandavo se l’avrebbe mai fatto. Se l’avrebbe mai detto. No, ero sicuro di no. O forse sì? Non so. Alla fine l’ha fatto. Dalla sua bocca è uscito un “grazie”. Sorpresa. Stupore. Forse il Burbero non è poi così burbero. Il lupo deve aver perso il pelo, ma pure il vizio.
Pausa pranzo. Ho fatto il giro dell’isolato per passare in rassegna i pochi bar a disposizione per evitare spiacevoli cali di zuccheri. Ho scelto, e ho girato l’angolo. Ero sovrappensiero, poi ho messo a fuoco: il Burbero stava passando davanti a me. Ci siamo incrociati. Ho abbozzato un sorriso e ho bisbigliato un “ciao”. Da lui, un cenno con la testa accompagnato da uno sguardo che sembrava esprimere una sorta di fastidio. Un fastidio viscerale e immotivato.
Normale, mi son detto.
In fondo, da ieri mattina, un filo di barba gli sarà pur ricresciuto.
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“Se muore Mike vuol dire che si muore”, ha detto il direttore.
“Cioè? Cosa vuol dire?”, ha chiesto una redattrice.
“Vuol dire che se muore Mike si può morire. E’ come se morisse Paperino”.
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Credo che oggi qui dentro si sia battuto un record. Una riunione di redazione della durata di due ore e venti minuti. Roba da far impallidire Barbara D’Urso e il suo folle esercito di nani e giganti. Il direttore e il caporedattore centrale sono rimasti arenati sulle troppe idee nel calderone, sul troppo materiale da mettere in pagina per il giornale di domani. Scelte difficili, da prendere subito. Con me che dormivo in piedi (anzi seduto), perché stanotte, diciamocelo, avrei potuto riposare di più.
Ora sono qui, a vegetare alla mia solita postazione. E finalmente il climatizzatore è spento. La scorsa settimana mi avevano piazzato davanti a un condizionatore configurato in modalità “era glaciale”. Vedevo strani animaletti rincorrere ghiande sfuggenti e refrattarie. L’aria mi veniva sparata direttamente sul collo. Una pacchia, dato che soffro pure di sinusite. La mattina dopo ho chiesto di andare in un’altra postazione. Ed eccomi qua, davanti a un altro climatizzatore. Che per fortuna oggi è spento. Con il mio cervello che ha deciso di fare altrettanto.
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Ieri sera stavo cucinando il mio hamburger troppo fritto ma poco cotto. Ero in cucina con l’altro coinquilino, quello con cui condivido quella bellissima doppia polverosa e arredata come il magazzino dell’Ikea. Che farà pure cose buone e a basso costo, ma un magazzino è pur sempre un magazzino.
Poco prima era passato di là il Femmino. Il coinquilino lo aveva chiamato per prenderlo un po’ in giro per il suo nuovo lavoro di rappresentante di elettrodomestici.
Una volta uscito il mio compagno di stanza si è rivolto a me e mi ha detto: “Ieri sera mi ha mandato un sms”.
“Chi?”, gli ho chiesto io.
“Lui”. Il Femmino, insomma.
“Ah… E che ti ha scritto?”.
“Sei bellissimo”.
“Ah. Allora lui è…”
“Eh sì, è sicuro”.
“Ah. Si, beh, mi sembrava, infatti… Mm-mm… E quindi ti ha scritto…”
“Sei bellissimo”.
E’ufficiale: il Femmino è un femmino. Poco male. Anzi, per niente.
“Tu te ne vai pure in giro in mutande”, mi dice il coinquilino. “Fai lo spavaldo!”, esclama.
Già, vado in giro per casa in mutande. Ma è caldo, fa ancora troppo caldo.
Il tempo di una doccia, e sono tornato in camera con l’accappatoio addosso. Sulla porta della stanza ho incrociato il Femmino mentre stava uscendo dalla nostra stanza. L’altro se ne stava steso sul letto. Lì per lì non ho dato peso alla cosa, ma poco più tardi il coinquilino mi ha detto che poco prima il Femmino gli aveva mandato un altro sms, uno molto più esplicito. E che era venuto in camera nostra per scusarsi dopo che lui gli aveva manifestato il suo disappunto.
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“No no, ma arriva pure quando vuoi”.
Ero appena entrato in redazione. Giusto il tempo di appoggiare la mia borsa di fronte alla mia (mia?) postazione, ed ecco che il Burbero ha cominciato subito a recitare la sua parte. La mosca nera è entrata in azione appena dopo avermi guardato in faccia. Ma d’altronde non ero in ritardo. Già, una volta nella vita non ero in ritardo. Non capivo il perché di quel sarcasmo, che mi faceva pensare che non fossi in orario. Ma che sapevo non corrispondere al vero. La riunione non era ancora cominciata. Anzi, sarebbe iniziata soltato quaranta minuti più tardi. Così ho chiesto al ragazzo di fianco a me: “Ma a chi dice?”.
“A te – ha risposto lui – ma non ti preoccupare, lui fa così”.
“Non farci caso – è intervenuta da dietro la caposervizio dai saluti squillanti – lui è uno dei pochi seguaci rimasti del nepotismo”.
Ma io non sono suo “nepote”, e lui non è di certo mio nonno. La cosa non mi è piaciuta, ma l’ho presa ugualmente con un sorriso.
Mi sono avviato verso il bagno, ma il Burbero mi ha fermato.
“Com’è che ti chiami?”, mi ha chiesto. Chiedermi il nome sembra diventato un rito quotidiano, una verifica probabilmente dettata dal suo Alzheimer. O dalla paura che nell’era del nomadismo identitario io possa aver cambiato nome, magari pure sesso, da un momento all’altro.
Ma questa volta al “Come ti chiami?” ha aggiunto, quasi tutto d’un fiato, un “KronaKus, vero?” che dimostrava che in fondo in fondo come mi chiamavo se lo ricordasse. E da lì è partita tutta una serie di domande. Che università avevo fatto. Dove avevo studiato. Un interrogatorio lampo stroncato da un imperativo.
“Dai vieni, ti offro un caffè”.
“No grazie, non lo bevo. Comunque vengo”, ho risposto io con riconoscenza e rispetto. Nonostante tutto.
Un coro di “nooooooooooooooooooo!” si è levato dal nulla, come se avessi compiuto un passo più falso dei capelli del premier. Ma io ero sono stato sincero, e non me ne sono pentito affatto. Anche perché, di là, davanti alla macchinetta del caffè, il Burbero ha continuato il suo interrogatorio senza affondare tanti colpi. Si è limitato a infierire su di me riservando brutte parole per le scuole di giornalismo. Lui parla bene, dall’alto del suo praticantato iniziato e finito lì dentro. Ma non considera che nel suo caso si trattava del 2000. Nove anni sembrano uno scherzo, ma per il mercato dei giornalisti, da allora, dev’essere passata qualche era geologica. E gliel’abbiamo fatto notare sia io che il ragazzo che all’inizio aveva cercato di tranquillizzarmi, e che intanto ci aveva raggiunto. Anche lui è uno stagista, anche se di un’altra scuola.
Dopo che entrambi si sono fumati le loro belle sigarette sul terrazzino esterno della redazione, siamo rientrati alla base.
“Comunque, davvero, non farci caso. A me, appena arrivato, aveva detto che conto meno di una cacca di topo. Ci sono rimasto così”, mi ha detto mimando l’espressione a bocca aperta che aveva avuto quella volta.
C’è da riderci. In fondo quella mosca nera ha solo sette anni più di me, anche se professionalmente mi sembra lontano anni luce. Ma io ho tutto il tempo per progredire. E chissà, magari un giorno giocherò anch’io a recitare la parte del Burbero, prendendo di mira altre “cacche di topo” a cui offrire caffè.
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Va tutto liscio. Siamo uomini tra gli uomini, e ci rispettiamo. Ne sono contento, davvero, perché tutto questo non era affatto scontato.
Eppure in redazione c’è un soggetto strano. Un Burbero. Una mosca nera in uno sciame di mosche bianche.
Già dal primo giorno era stato scostante nel farmi notare che il giornale sarebbe uscito domani, e che si deve fare attenzione ad attribuire la giusta temporalità alle cose che si scrivono (praticamente si deve scrivere tutto come se fosse accaduto un giorno prima). Ma anche ieri si è comportato in un modo che sto ancora finendo di decifrare.
Eravamo in un momento morto della riunione di redazione, quando si è girato verso di me e mi ha detto: “Com’è che ti chiami tu?”.
“..KronaKus..”, gli ho risposto.
“Di là c’è il mio borsello verde. Dentro ci sono le sigarette”. La sua frase non suonava come una richiesta, ma era palese che lo fosse.
Mi sono alzato e gli ho portato direttamente il borsello. Sono una persona discreta, ho preferito non rovistarci dentro, anche se in pratica era come se fossi autorizzato a farlo.
“Ma ti avevo chiesto le sigarette, non tutto il borsello!”, ha esclamato lui vedendomi arrivare con tutto il suo malloppo verde. Il tono era quasi quasi goliardico, ma francamente la situazione non mi hai poi così convinto.
“Eh vabbè, ti ho portato tutto il borsello. Che cosa cambia?”. La mia risposta suonava tanto di autodifesa, e probailmente lo era. Difendermi da cosa poi, non lo so.
O sì?
Sarà che poco prima stavo sfogliando uno dei tanti giornali che teniamo sul tavolo della sala riunioni. Possiamo guardare le edizioni del giorno delle principali testate, nazionali e locali. All’improvviso il Burbero ha fatto uno scatto e mi ha preso il giornale da sotto gli occhi, velocemente, stropicciandolo. “Basta di leggere giornali. Quello poi, sembra Topolino”.
Premesso che sono un appassionato di fumetti, e che la sua uscita mi è suonata alquanto infelice, inopportuna, ma in ogni caso, già da quel gesto, fatto comunque senza arroganza, mi è parso alquanto strano. Lui. E il suo modo di rivolgersi a me.
Il direttore poi si è alzato, e si è messo a ricomporre il giornale violentato dai modi assurdi del mio collega, mentre stava al telefono con i soliti portatori sani di notizie.
A fine riunione, i più si sono messi a fumare. Dopo aver acceso la sua sigaretta, il Burbero ha lanciato l’accendino sul tavolo, in direzione del suo borsello. Lasciandolo scivolare davanti a me, a distanza abbastanza ravvicinata.
Sono piccoli segnali di un tono che stona tra gli altri. Non ci vedo prepotenza, solo la voglia di fare il simpatico. E la lampante evidenza di non riuscirci affatto.
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Ogni medaglia ha due facce. E così anche il mio stage scorre già a doppia frequenza. Da un lato, un ambiente abbastanza solare, dove la caposervizio ti accoglie con un “KronaKus, buongiorno” in tono squillante prima di iniziare a darti istruzioni. Dall’altro, la carenza di lavoro. Le tante ore dentro quella redazione, e il tanto, tanto (troppo) cazzeggio. Non ho fatto niente, ieri. Niente di niente, prima delle 18. D’altronde è così: i quotidiani lavorano sodo soltanto dal tardo pomeriggio.
Spero soltanto che le mie responsabilità aumentino di giorno in giorno.
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Cerchietto in testa. Gambe depilate. Le tante amiche donne con cui dice di parlare così bene. Il solito sguardo che gli viene così naturale. E le solite mosse, così poco mascoline.
Il Femmino mi sembra sempre più femmino.
E poi io giro per casa in mutande. Fa troppo caldo. Giro in mutande, e ogni tanto il mio “pacco” si sente un po’ osservato.
Non è difficile indovinare da chi.
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E’ ancora presto per dare giudizi, ma non è mai troppo presto per farsi illusioni. Perciò fatemi illudere. Sono solo al secondo giorno, ma mi sento già di dire che in questa redazione si respira tutta un’altra aria.
Età media piuttosto bassa, uno dei redattori potrebbe essere anche più giovane di me. Si scherza molto, ma quello succedeva anche di là. E’ che mi sembra un ambiente più fresco, dove c’è voglia di fare, dove ci si mette l’impegno ma anche parecchia allegria.
“Ciao, piacere io sono..”.
Non sono state poche le strette di mano, contando quanto pochi siano i giornalisti che lavorano lì dentro. Una sequela di “ben arrivato”, che mi mostra l’altra faccia delle redazioni italiane. Dove quelli che sono appena diventati i tuoi colleghi non ti passano davanti guardandoti come fossi un alieno. E senza salutarti.
Quella realtà è un ricordo che stride con quella nuova. Non verserò lacrime al pensiero di ieri. Spero soltanto di non doverle versare domani per le illusioni di oggi.
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I bagagli pesavano tanto, ieri, e la sera la testa sembrava volerli imitare. Sono arrivato a destinazione nella nuova città. Mi sono diretto subito a casa, non vedevo l’ora di disfarmi di tutto.
“Ciao, ti serve una mano?”.
“No, grazie, un pezzo alla volta porto dentro tutto”, ho risposto io sorridendo al coinquilino che mi ha aperto la porta, e chi si è subito mostrato così servizievole. Con un tono molto dolce, pacato.
Poi sono entrato, e abbiamo cominciato a parlare del più e del meno. Dicendo cose di circostanza, ma anche cercando di carpire le informazioni di base utili per vivere serenamente la nuova convivenza.
Tutt’altro che dettagli, ma qualcosa d’importante. Sì perché ho il vizio di cercarmi casa su Facebook, lo faccio ogni volta che mi devo spostare. Spargo la voce tra gli amici, tra gli amici degli amici e tra gli amici degli amici degli amici. Degli amici. E ogni volta trovo qualcosa. Qualcuno. Ho fatto così anche per l’altro stage, ed è andata discretamente.
Parlando con lui mi sono convinto sempre di più della mia impressione iniziale: che sia gay, o che se non lo è, poco ci manca. Il Femmino mi ha offerto un piatto di pasta, e mi ha sempre scrutato con i suoi occhi fermi e un po’ a palla da dietro i suoi occhiali. Per un attimo ho pensato di essere caduto in una trappola. Di aver dato retta agli amici degli amici e di esserci cascato. Di essere finito in una congrega di omosessuali che cerca nuove reclute tramite internet. Non sapevo cosa pensare. Se non che forse, questa volta, il mio vizio mi aveva avesso portato dove avrei soddisfatto i vizi di altri.
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Domani si parte. Cambio città, cambio di nuovo vita. Alle porte un nuovo stage. Questa volta lavorerò per l’edizione locale di un quotidiano. Un quotidiano di quelli seri. Se ancora si può parlare di serietà per il giornalismo italiano.
La valigia è ancora da fare. Io sono pronto, lei no. Amen. L’importante è che lo sia io. L’importante è che io parta con lo slancio giusto.
Altrettanto importante, poi, è che nessuno me lo smorzi per strada. Che anche questa volta non mi uccidano i sogni sul nascere.
No, non accadrà. Questa volta, se servirà, farò la faccia cattiva. La faccia sì, perché cattivo davvero non sono. E non lo voglio diventare. Ma dovrò mostrarmi deciso. Risoluto. Dovrò far vedere che so il fatto mio, e visto il mestiere, che so pure quello degli altri.
Sono pronto per il mio nuovo stage, cari colleghi. Sono pronto a partire e a farmi il culo. Vengo lì per dare, vengo lì per fare. Questo è il mio proclamo. Astenersi perditempo.
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Il tempo non vola, si dematerializza. Sono passati due mesi (circa) da quando sono tornato dalla Città delle Pizze Gommose. E ormai mancano solo tre giorni alla mia ripartenza. Un nuovo stage alle porte, un’estate in altalena alle spalle. Non perché mi sia divertito ad andare su e giù. Anzi, è l’estate stessa che si è divertita a farlo. A salire e a scendere. E io, passivo ma non troppo, a seguirne le oscillazioni.
E’ quasi ora di preparare i bagagli. Via, mi trasferisco per altri due mesi.
Nella testa ripenso al mare, che cercherò di rivedere il più possibile in questa pausa ormai agli sgoccioli. Ma ripenso anche a quanto mi ero prefissato di fare, tra divertimento e piccole grandi cose di tutti i giorni che ho sempre rimandato. Vuoi per pigrizia, vuoi per mancanza di tempo. E ripenso a quanto poco ho fatto, e a quanto in fondo sono scemo a sentirmi in colpa per essermela più che altro spassata.
Anche se questo è vero fino a un certo punto.
Ho fatto baldoria, ma non troppo. Ma più che altro ci sono state tensioni su più fronti. E in più momenti. In famiglia. Con gli amici. E con la fidanzata.
Ho maturato in me la voglia di andare lontano, nonostante il cuore se ne resti qua nella Baia delle Zanzare. Mi è cresciuta la voglia di vivere in indipendenza, di gestirmi la vita da me. Per quanto possibile.
Non abbandono nessuno. Ma torno alla mia vita da solista con un mezzo sorriso. Anche se sentirò sicuramente la mancanza della famiglia. Degli amici. Della fidanzata. E dei gatti. Una lista in ordine sparso di anime buone da cui prendo momentaneamente le distanze. In cerca di un altro me, in cerca di belle speranze.
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Se ci pensi ti accorgi che era meglio non pensarci. Proprio no. Siamo già ad agosto bello avviato, siamo già a meno di un mese dalla fine di questo stop forzato dall’Ordine. Una pausa per cui la mia mente ringrazia, le mie ambizioni un po’ meno.
Sto già cercando casa nella città in cui farò il secondo stage. Come al solito, sono un po’ in ritardo. Anche se stavolta in fondo sono partito prima rispetto alla scorsa volta. Speriamo bene.
Nella testa tante cose che vorrei fare. Piccole grandi intenzioni che avevo rimandato a questo bimestre. Come al solito, sono in ritardo anche qui.
Ma io sono un uomo-diesel, ormai lo so da un pezzo. Ci metto un po’ a partire, ma poi carburo. Speriamo piuttosto di riprendere subito il via con il secondo stage, di saper cavalcare il ritmo giusto sin dal primo giorno.
Questa volta non ho intenzione di perdere troppo tempo. Umili sì, coglioni no. Voglio lavorare il più presto possibile. Voglio dare un senso ai miei giorni in redazione.
Sarò pure sempre in ritardo, ma se voglio so anche spingere sull’acceleratore.
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E’ stato un anno di trasferte. Ho vissuto lontano da casa, dagli amici, dai genitori, dai parenti in genere. In questi due mesi di pausa sto cercando di rimediare. Oggi, ad esempio, sono andato a pranzo da mia nonna paterna. C’eravamo tutti. Io, mia madre, mio padre. E mia nonna, naturalmente. Ci voleva, non ci vedevamo da mesi, contando anche che lei non abita come noi nella Baia delle Zanzare. E infatti di vampire volanti non se ne è vista neanche una.
Dopo pranzo le solite chiacchiere. Mio padre e mia nonna sembravano due vecchie zittelle. Polemiche. Pettegole. E per quanto lei sia giustificata dall’età e dalla sua condizione di vedova, il mio caro genitore lo è un po’ meno.
Ma a pensarci bene mio padre è proprio così. Non vecchio e zittello, ovvio, ma polemico e pettegolo sì. Anche se nega. Nega spudoratamente. Mio padre è un Alfonso Signorini dei poveri. Quando lo faccio passare per un suo fan sembra quasi che si offenda. Si anima per ribadire il suo no. E infatti mio padre è per il buon giornalismo, non per i piccoli scandali buoni solo a non far crepare di noia le fanatiche della tinta e della permanente. Ma è innegabile che che a lui piaccia farsi gli affari degli altri.
Mio padre è un giornalista mancato, io lo dico da sempre. Ha l’indole giusta. Curioso fino a diventare ficcanaso. Analista dei fatti, anche se in un modo tutto suo. Perennemente informato su tutto, e quello che non sa se lo inventa. Non gli manca proprio niente.
Ma oggi l’ho osservato, l’ho ascoltato. Stava lì a discutere con mia nonna dei fattacci dei vicini e dei parenti (e dei parenti dei parenti), ma anche delle indiscrezioni sulla presunta liaison tra George Clooney ed Elisabetta Canalis.
Forse sono figlio di un gossipparo. Se potete, abbattetemi subito. Fatelo finché siete in tempo. Prima che inizi a fare davvero carriera.
La mia è una stirpe pericolosa.
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E’ già passato un anno da quando ho iniziato a scrivere delle mie “fatiche” di aspirante cronista. E’ già da un anno che vivo in questo mondo (in realtà anche da prima), e che lo condivido con il resto. Il resto del mondo. Quello che mi legge perché ne ha voglia, e perché ne ha il tempo. Perché gli va, e devo ancora capire perché. Perché gli va, appunto.
C’è chi dice che questo blog sia divertente, chi “divertentissimo”. C’è chi quasi esplicitamente ammette di leggermi perché si consola nel vedere che ci sono altri coglioni aspiranti giornalisti come lui, tutti immersi nello stesso mare, fatto di delusioni e di riscatti. Di voglia di fare e, ogni tanto, di prendere e mollare tutto. Di dignità altalenante. Di scenette comiche inserite in un contesto di mezza tragedia.
Gli altri motivi non li so, anzi dovreste dirmeli voi. Voi che mi seguite in questa strada di risate agrodolci. Voi che mi incoraggiate, voi che dite di stimarmi. Voi che anche se non vi vedo siete qui accanto a me.
Buon primo compleanno KronaKus. Auguri a te e salute ai tuoi amici di bit. Forieri di consolazioni virtuali. Compagni di (s)ventura. Colleghi o non colleghi, comunque spettatori di uno spettacolo che si chiama vita, sogno, futuro. Speranza. E vada come vada. Perché lungo la strada ci saremo fatti due risate. Ché la voglia di quelle non ci passerà mai.
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Questo caldo sarebbe da mettere sotto inchiesta. Il clima s’è fatto tremendamente torbido, e non è facile far finta di niente. Tira un’aria bollente, che ti scotta la faccia e ti fa mancare il respiro. Di notte i grilli cercano di prendere il sopravvento, di cambiarla quest’aria. Stantìa, che sa di chiuso anche negli spazi aperti. O presunti tali. C’è chi spera cambi il vento. Mentre Casini grida: “Questo caldo risponda a Repubblica”.
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Mi sto rosalando al sole e nel miele del fancazzismo. Però ogni tanto mi guardo un telegionale. Sì, ogni tanto capita anche a me di farlo. Ma bastano pochi minuti. Poi mi ricordo del perché avessi smesso.
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Certe volte mi domando quanto conti la verità. Quanto conti saperla, quanto conti diffonderla. Quanto conti per me e per la mia professione. Ma soprattutto, quanto conti per i politici.
Sembra ci vogliano mettere un bavaglio. In fin dei conti il giornalista non s’inventa nulla, perché quando lo fa per lui finisce male. Arrivano le querele, l’Ordine ti radia. Bell’affare. Perciò se il giornalista non si può permettere di dire cazzate, a cosa serve mettergli la museruola?
Il cronista è l’unico cane che morde solo quando ne ha davvero motivo. A meno che non sia impazzito. Il cronista dice quello che vede, e se lo vede significa che c’è’. E se c’è la gente lo deve sapere. E se la gente lo deve sapere è perché siamo in democrazia. E siamo in
democrazia ben venga la libertà di stampa. E se “ben venga” la libertà di stampa, non si può dire no alle intercettazioni. E non tanto per i giornalisti, quanto per i giudici che hanno un compito ancora più importante del nostro. Credo.
Reclamiamo libertà, libertà per tutti. Ma qui mi sembra che la libertà di pochi stia tentando oscurare i diritti di molti.
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Mi rendo conto di quanto sono fortunato. Fortunato nella sfiga di non esserlo stato affatto. Se il mio stage ha fatto pena è anche colpa mia, lo so. Ma ora questo non m’interessa. Ora sto riflettendo su altre cose. Sto riflettendo su quanto sia stato grande il privilegio di aver da poco finito di vedere (e di fare) tutto quello che odio del giornalismo. Ho visto la parte marcia, così la prossima volta saprò dove cercare la polpa. La parte succosa. Quella buona.
Agenzia. Economico. Dare voce ai politicanti di turno. Ecco le tre parole, o quello che sono, che non devono far parte del mio futuro di giornalista. Ecco i tre spauracchi, i tre indicatori di un fallimento sicuro.
Non è un caso se volevo fare uno stage di online. Dicono sia il futuro, anche se è evidente come non esista ancora un modello commerciale capace di farne una professione sicura e remunerativa. Purtroppo mi ritrovo a voler fare il giornalista in un momento in cui tutto sta cambiando. Come, non si sa. Ma forse forse l’online, un giorno, si rivelerà essere la terra promessa di questa strana e bistrattata professione. Vedremo. Sapevo, quindi, che l’agenzia non mi sarebbe piaciuta. E’ stata pur sempre un’esperienza, ma io sono più per l’approfondimento che per la tempestività. Non m’interessa “stare sulla notizia” quando lo fanno già gli altri. Per me il giornalismo non è una gara di velocità, ma una sfida giocata sulla comprensione profonda dei fatti. Da parti di chi scrive e di chi legge. Sono un cronista fuori dal coro, lo so. Ma d’altronde non è colpa mia. E’ che mi disegnano così.
E’ un caso, invece, che abbia lavorato per l’economico. Sono ragioniere, o così dice il mio diploma. E in cinque anni di scuola ho imparato che l’economia non mi piace affatto. Anzi, quasi mi fa schifo. Negli anni mi sono ritrovato a mio agio più con la penna che con la calcolatrice, più con le parole che con i numeri. Ma una volta arrivato in redazione, a inizio stage, non potevo
permettermi di decidere io che cosa avrei dovuto fare. O forse sì, ma sono una persona umile, anche se a volte non sembra. E prima mi piego. Poi, prima di spezzarmi, mi rialzo. Faccio scegliere agli altri, comincio in modo servizievole, nell’accezione più pulita del termine. Inoltre un mese è veramente poco, non ho nemmeno provato a farmi spostare in un altro settore. Appena il tempo di prendere confidenza con persone e meccanismi dell’economico, che eravamo già ai saluti.
E’ un altro caso, poi, quello di aver dovuto dare voce alle facce da culo di turno. Ho scoperto a mie spese che le agenzie ti mandano alle conferenze per un motivo ben preciso. Non per cercare la notizia, come logica vorrebbe, ma per far parlare e riportare quanto detto dal politico di turno. Dal presidente di turno. Da chi detiene la carica più alta. Insomma, da chi in quel momento ce l’ha più grosso.
Ma io sono affascinato dal lato umano delle cose. Mi piace capire, scavare e poi capire di nuovo osservando quanto sono riuscito a dissotterrare. E voglio raccontare alle persone quello che c’è da vedere. Preferisco metterci un giorno di più, ma farlo bene. Voglio entrare nel cuore di chi mi legge, non limitarmi a solleticargli la mente con due righe fresche di stampa. Anzi, di bit. E voglio dar voce a chi non ce l’ha. Voglio mettere sul piedistallo chi ce l’ha piccolo e farlo sentire il nuovo Rocco Siffredi. Voglio restituire dignità a coloro cui la società l’ha negata, e senza darmi un limite. E poi odio gli sproloqui propagandistici dei ministri, che infilano a forza i loro proclami autocelebrativi come vibratori senza vasellina.
Sono davvero fortunato. Ora la strada la vedo più chiara. Lontana, ma chiara. Ho capito che le deviazioni sono tante, che l’itinerario è tortuoso. E che certe strade portano a paludi più comode di certe foreste, ma che non per questo puzzano meno. Tutt’altro.
Qui ci vuole una rivoluzione del mio approccio. A colazione mangerò pane e intraprendenza. Servono iniziative mirate, per non finire nel lato più torbido di una professione che ha due facce. Una di merda e l’altra di cioccolato. E ora che mi son sporcato con la prima, mi è venuta una gran voglia di strafogarmi con la seconda.
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Sono indeciso se chiamare o no, anche se so che dovrei farlo. E’ giusto che in segreteria sappiano tutto. Quelli della scuola nemmeno s’immaginano che il mio stage non è stato quello che sarebbe dovuto essere. Sono stato fregato, l’ho scritto più volte. E non ho mai telefonato per farlo sapere ai segretari, quelli che hanno organizzato lo stage, perché non volevo creare casini. Ho deciso di prendere quello che c’era da prendere, senza farmi il sangue amaro né con me stesso né con nessun altro.
Ma ora che lo stage è finito, forse sarebbe il caso di tirar fuori tutto. Magari la prossima volta staranno più attenti. Eviteranno di mandare uno dei loro studenti a fare uno stage di online in un’agenzia di stampa che non ha nemmeno una redazione dedicata.
Ci penso su. Intanto ozio.
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Me ne vado con una valigia carica di pensieri irrisolti. Che pesa, pesa tanto. In questi due mesi ho accumulato molto, ora inizia la fase dello smaltimento. Per il momento mi sento saturo, sento la finta nostalgia di un passaggio obbligato che in fondo non mi dispiace affatto.
Da domani torno a casa. A casa mia. Per due mesi sarò un giornalista in panciolle, a fare la raccolta differenziata delle idee e dei propositi più o meno buoni. Separerò la carta dall’organico. Il giornalismo vero dalla merda. E mi arroterò le unghie per il futuro.
Cercherò un obiettivo. Poi mirare. Puntare. Fuoco.
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“Senti ma alla fine di questi due mesi che idea ti sei fatto di noi?, mi ha chiesto la Capa come un fulmine a ciel sereno prima di andarsi a fumare la sua quottordicimilionesima sigaretta. “Siamo pazzi come sembriamo?”.
“Ma no!”, ho risposto io tra l’imbarazzo e la diplomazia. Ma mi sembrava di essere stato troppo sbrigativo. Troppo sintetico, anche per un giornalista d’agenzia. Così ho voluto fare “un due” alla mia risposta. “Siete solo un po’eccentrici!”.
Silenzio.
“Ah, siamo eccentrici?”
“Mah, un po’ sì”, ho ribadito sorridendo, ma con il mezzo sospetto di aver appena fatto una cazzata.
“Hai sentito, tu? – ha chiesto la Capa a uno dell’economico a cui dà spesso da dire – ha detto che sei eccentrico!”.
Ecco. Avevo fatto una cazzata.
“Ma no! – sono intervenuto io cercando di riparare – E poi dicevo nel senso che si scherza molto, ma va bene così. Si lavora meglio…”. E lì ho capito che da grande non farò mai l’ambasciatore.
La cosa è finita tra rimpallini reciproci e mezze risposte di chi tiene un neurone sul lavoro e uno sulle stupidaggini che gli gravitano intorno. E tra occhialini rivolti a me. Soprattutto quando la Capa mi ha chiesto di dirle chi fosse il più stronzo tra loro. Una domanda che non pretendeva risposta, e che tantomeno l’avrebbe avuta. Che poi di stronzi non ne ho trovati. Solo tanta apatia.
Siate eccentrici, cari colleghi a tempo determinato. Siate eccentrici e scherzate tanto, che vi fa bene. Prendetevi in giro e punzecchiatevi con amore. Che a qualcosa, in fondo, dovrete pur aggrapparvi.
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“Domani finisciiii?!”
Una domanda, un coro semiurlato. Una risposta che mi aspettavo come la cacca dopo mangiato.
Mi ero alzato, sicuro che nessuno si ricordasse che giorno fosse. Che nessuno si ricordasse che domani finisce il mese, e di conseguenza il mio stage.
“Qualcuno di voi sa chi è il mio tutor?”, ho chiesto a voce alta davanti a tutti e tre i capi dell’economico. E non solo loro.
“Tutor?”, mi ha domandato la Capa.
“Sì, perché in teoria ci dovrebbe essere, anche se non ho capito chi sia…”, ho ribattuto. “Visto che domani finisco, e avrei questo modulo da…”.
E lì è partito il coro. “Domani finisciiii?!”.
“Eh sì, sono due mesi…”, ho detto io.
“Di già?”, mi ha fatto la “capa”.
“Il tempo vola”, ha stigmatizzato il Terzo Capo, quello di cui ho parlato poco, ma quello con cui forse mi sono trovato meglio.
“Lascia qua che te lo compilo io”, ha fatto lei.
L’ho ringraziata e sono tornato a sedermi. Poi ho spiegato che è l’Ordine che ci vieta di fare stage a luglio e agosto.
“Perché?”, mi chiede la Capa.
“Per non togliere il posto agli altri”, risponde giustamente il Terzo Capo.
“Mm-mm, è così da quest’anno”, ho annuito io.
Poco dopo il Terzo Capo se n’è andato. Da domani si fa una settimana di ferie, con destinazione chissà dove. Ci siamo fatti un saluto dalla porta, come se fosse un giorno qualunque. O si era già scordato che al suo ritorno non ci saremmo rivisti, oppure sono io che amo troppo i convenevoli.
Pazienza. Domani finisco. Domani smetto.
Ed è quasi cin cin.
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“Non mi funziona questo cazzo di coso!!!”, ha gridato la “capa” dell’economico. “Penso che anche la Gazzetta di Torrecannuzza abbia un sistema internet migliore di questo!!”. Stava aggiornando il sito, lei che può, ma non le funzionava nulla. Aveva preparato il pezzo, messo tutto in pagina. Ma cliccando su “pubblica” non compariva nulla. Doveva ricominciare da capo. Ed è scoppiata, nonostante sia appena tornata da una settimana di ferie. “Lo fanno per farti venire l’esaurimento nervoso!”, ha detto.
“No. E’ una prova di santità”, ha commentato il simpaticone che giorni fa è stato zittito dal Mutandaro perché voleva fare un lavoro assegnato a me. “La fanno pure al Vaticano”.
Io che santo non sono, dico che va bene così. Che non ho fatto online in questa redazione un po’ sgangherata. Un po’, perché sono un inguaribile ottimista.
Meglio così. Meglio aver fatto agenzia nell’ultimo periodo che aver perso due mesi a fare copia-incolla sul web che il sistema di impaginazione del sito si rifiuta pure di accettare.
E come dargli torto?
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“Senti, domani ci sarebbe questa cosa qua…”. Il Mutandaro mi stava porgendo un altro lavoro su un piatto d’argento. Un piatto pesante, ma non me ne sono accorto subito. Il foglio che illustrava la conferenza stampa parlava chiaro, cioè che sarebbe durata dalle 8 45 alle 17 30. Che poi non era una conferenza stampa, ma un convegno. Quasi nove ore di dibattito sulla crisi.
Uuna flebo, grazie.
“Cazzuto!”, mi ha detto il Mutandaro.
“Eh?”, ho ribattuto io che ero troppo intento a leggermi il foglio per sentire bene.
“Cazzutoo!!”, ha urlacchiato lui con il suo solito mezzo ghigno.
Stava cercando di motivarmi. “E’ una cosa importante – ha precisato – …ok?!”.
“Sì!”, gli ho risposto io ostentando sicurezza. Una mezza sicurezza, come il suo ghigno. Perché si sarebbe comunque trattato di gestire informazioni provenienti da discorsi presumibilmente fuori dalla mia portata.
Era qualche giorno fa. Poi è andata bene, ma il senso di inutilità mi è rimasto dentro. Leggero. Mitigato dalla consapevolezza che comunque stavo comunque facendo il mio lavoro. E il problema, forse, è proprio quello.
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Colpo grosso nella Città delle Pizze Gommose. Colpo grosso, sì, ma senza le donnine di Umberto Smaila. Colpo grosso per me, che all’improvviso mi sono ritrovato alla mia prima uscita per questa favolosa agenzia. Alla prima, e subito dopo alla seconda. E alla terza. In soli due giorni.
Eh già, sono stato alla mia prima conferenza stampa in questa città, la prima in veste di stagista. Il primo stagista di online che va alle conferenze stampa per fare lavoro di agenzia. Ma questa è un’altra storia. Un capitolo chiuso, direi. Mentre in questi giorni se n’è aperto un altro, anche se non durerà tanto. Ridendo poco e scherzando ancora meno, siamo quasi arrivati al capolinea. Martedì prossimo finisce il mio stage. Poi me ne tornerò al mio amato mare. Martedì si chiude un cerchio, in attesa che se ne apra un altro.
Ho tante cose da dire, ma anche tante cose da fare. Per questo, per ora, passo e chiudo. Oggi pomeriggio ho un’altra conferenza stampa, mentre nell’attesa mi aspetta un po’ di (mal)sano desk. Il dovere mi chiama. E io gli posso finalmente rispondere.
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“KronaKus, mi fai questo commento di Cazzola sui dati Ocse?”, mi ha domandato il capo. Quello delle mutande, sì.
“Se vuoi lo faccio io”, è intervenuto un altro dell’economico. Uno grande. Uno che è lì da tempo. Uno, insomma, che potrebbe anche farsi gli affari suoi.
“No no”, gli risponde il capo.
“Eh?”, ribatte lui.
“No, reggimi! Sta’ buono, sei arrivato adesso. Sta’ tranquillo”, gli ha risposto il Mutandaro.
Reggimi.
Reggimi cosa?
Il gioco, forse?
Mentre assistevo a quella scena mi son sentito un mendicante. Con tutto rispetto per i mendicanti, ma non è questo che volevo. Elemosinare qualcosa da fare per non sentirmi nullo. Inutile. Vuoto.
Ho apprezzato che il Mutandaro abbia cercato di dirottare su di me quel misero lavoretto. Un lavoretto da non più di cinque o sei minuti. E se c’ho messo così tanto è solo perché sono pignolo io.
E ha fatto bene, il Mutandaro. Perché ha pensato bene di sfruttarlo, questo stagista. Sfruttarlo nel senso buono. Facendolo lavorare. Che in fondo è per questo che sono qui. Ma in fondo, eh!
Però che ci sia un gioco da reggere, che si sia arrivati a questo.. Non so, mi viene da sorridere. Ci manca solo il rimpallino dei comunicati, poi possiamo anche fare le olimpiadi dell’agenzia.
Meglio sorridere, già. E mentre loro si reggono il gioco, mi domando le mie palle chi le reggerà. Se non loro, sì. Sempre loro. Le mie solite amate mutande.
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“Toh, va! C’è anche KronaKus”, ha detto il capo dell’economico dopo essersi stiracchiato con i suoi soliti esercizi di simil stretching. Più simil che stretching.
E dire che l’avevo pure salutato.
“E mi avevi pure salutato, vero?”. Oh, meno male.
Ora che le sue sinapsi l’hanno finalmente reso cosciente della mia presenza, mi aspetto che mi dia un po’ di lavoro da fare. Così la smetterò di cazzeggiare al computer. Di stare su facebook a coltivare le mie public relations. E di cambiare schermata ogni volta che si avvicina qualcuno. Tengo sempre il sito dell’agenzia aperto. All’occorrenza mi basta un click per fare almeno finta di informarmi. E di seguire quello che fanno qua dentro.
Che poi il capo dell’economico, lo stesso che si è accorto tardivamente della mia presenza, è un tipo alla mano. Pure troppo. Ma ha una specie di ansia che non saprei definire. Sembra tranquillo, eppure quando parla al telefono sembra fare le vasche per il corso. Lo struscio più selvaggio. Va di qua e di là, e finisce puntualmente da me senza una vera ragione. E io lì, a cliccare a casaccio per non far vedere che sto lì ad aggiornare un blog in cui parlo e sparlo di loro. E che perdo tempo, anche se quella non è proprio colpa mia.
“Abbi pazienza, ho più di quarant’anni”, si è giustificato lui con il suo solito sarcasmo per il fatto di avermi visto solo ora. Anche se mi aveva visto pure prima.
“Beh, quarant’anni sono un po’ pochi per usarla come scusa”, ho risposto io con un sorriso. Perché è meglio ridere che piangere. Qua è meglio provare a empatizzare con le persone che mi circondano. In fondo lui, con me, lo ha già fatto. La seconda settimana è successo che me ne stavo seduto con la schiena troppo in avanti, e dai jeans mi si intravedevano le mutande. A un certo punto ho sentito una mano alzarmi la maglietta, da dietro. Era lui, il capo dell’economico, il quarantenne distratto.
“Volevo vedere che mutande porti”, ha detto il burlone.
Per me va bene, mi piace questa voglia di interagire. E di scherzare. Mi sta bene che mi si guardi pure che mutande porto, se serve a per rompere un ghiaccio che dopo più di un mese e mezzo non si è ancora sciolto.
L’importante è che nessuno s’interessi anche al loro contenuto.
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“L’avete vista la partita dell’Italia, ieri?”. ha chiesto l’Energumeno ai capi dell’economico.
“Sì sì”, hanno risposto loro.
“Io ho pure litigato con mio figlio di sei anni che voleva vedere un’altra cosa”, ha aggiunto uno dei due. “C’è stato un conflitto ideologico”. Ha riso. “Ma poi gli ho fatto vedere «L’era glaciale» ed è stato contento”.
Spero per lui che fosse il cartone, non la trasmissione della Bignardi. Che mi piace, per carità. Ma un bambino non potrebbe che dormirci davanti. E a bocca aperta.
“E tu cos’hai visto, ieri sera?”, ha chiesto l’Energumeno rivolgendosi a me.
Ho dovuto pensarci un po’. Oggi ho un sonno debilitante, ho dormito meno di quattro ore e mi sento decisamente a terra. La concentrazione ce l’ho sotto le scarpe.
“Niente, ieri sera non ho visto niente”, ho risposto.
“Ah – ha ribattuto lui – allora hai trombato!”. E se n’è uscito con il più classico dei gesti. Palmo della mano rivolto verso il basso. Dita socchiuse ma con pollice sparato fuori. Polso serrato. E movimento verticale dell’avambraccio.
Poi si è girato e si messo a parlottare sotto voce con uno dei più giovani dell’economico. Indicando me.
Io ho reagito con una risatina. Perché avrà pure una gran faccia da culo, ma l’Energumeno un po’ di perspicacia ce l’ha. Non vedo perché negare, visto che ha indovinato. Come ho già detto, questo weekend il tempo ha fatto schifo. Di andare al mare non se ne parlava proprio. Un povero aspirante cronista dovrà pur fare qualcosa per scacciare i dispiaceri!
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Un uomo ha bisogno di stimoli. In tutti i sensi. Un uomo ha bisogno di fare qualcosa perché ne ha voglia. Voglia davvero. Perché deve crederci, deve credere in quello che fa.
A un uomo servono incentivi. Economici, sì. Anche. Ma qui non è questione di soldi. Qui a essere deluse sono le aspettative di chi questo mondo, quello del giornalismo, lo conosceva solo da fuori.
E’ da tempo, ormai, che sto dietro a questo mestiere. Che lo inseguo come un cane fa con un motorino in corsa. Ci prova, magari si diverte pure. Ma non lo prenderà mai. E’ da tempo, già, che gli faccio la fuga. E so di essere in una fase intermedia in cui non posso pretendere che una cosa. Una soltanto. Imparare.
Ora qualcuno mi dica cosa posso imparare qua, se non ad annusare l’aria che si respira dentro una redazione. Una di quelle grandi, ok, ma in cui non conti nulla. Che poi nessuno vuole ancora contare chissà quanto. Qua io sono zero, e zero devo essere. Altrimenti non sarei lo stagista che si prende le fregature, ma sarei direttamente io, il caporedattore centrale che prima t’illude e poi ti calpesta le poche speranze rimaste.
Qualcuno mi parla di disorganizzazione, e ha ragione. In pieno. Ma manca qualcosa. Non è tutto lì. C’è dell’altro sì. C’è la superficialità. Quasi come se stessimo giocando. Quasi come se dare a un aspirante giornalista un’occasione per formarsi sia poco più che una barzelletta.
E io son qua, demotivato. A piangermi addosso. Anzi, a piangere sul latte versato. Versato da altri.
Son qua, a domandarmi cosa farmene dei giorni rimasti. Di certo non starò lì a incazzarmi, non ho più voglia nemmeno di quello.
Stanno spegnendo la mia buona volontà. Qui ci vorrebbe un cambio di passo.
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Per fortuna che poi c’è il fine settimana. Per fortuna che dopo il venerdì viene il sabato, e puoi affogare le delusioni nell’alcol. O affogarle nel mare.
Peccato che non faccia sbornie da mesi. Peccato che fuori ci siano Noè e il suo bestiame variegato che cercano salvezza dal diluvio universale.
Peccato che ormai sia abbastanza grande da saper liquidare il tutto con un laconico “’sti cazzi”.
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“Mi scusi, avrei bisogno dei dati di accesso al sistema per poter lavorare al sito..”, ho chiesto ieri mattina al caporedattore centrale, quello che si era adoperato per farmi istruire sul lavoro online che si fa in questa redazione.
“Ah – ha risposto – ma non so mica se te le possiamo dare..”
“Ah no?”, ho ribattuto io sempre più perplesso.
“Eh, sai, quelle non lo possiamo dare così..”
“Ma sono uniche? Non si può creare un profilo personale per me, un account che poi cancellate quando me ne vado?”
“Eh no, i dati di accesso sono uguali per tutti. Comunque chiedo”.
Avevo già capito che non c’erano speranze. Avevo già capito di essere condannato all’agenzia. Niente online per me, lì dentro. E poi ridendo e scherzando – anche se è stato più un “piangendo e sdrammatizzando” – il mio brevissimo stage si avvia già alla fine.
Avevo capito, e avevo capito bene.
“Mi dispiace – mi ha detto il caporedattore verso metà pomeriggio – ho parlato con i piani alti per la questione dei dati d’accesso. Mi hanno risposto come se fossi scemo. Mi dispiace ma non si può fare”.
Bingo. Fanculo.
“Magari potresti stare a vedere come lavorano gli altri…”, ha concluso.
Magari un paio di palle. Già con il tipo di lavoro online che si fa qua dentro, il mio tasso di “giornalisticità” – anche se non si dice – sarebbe stato ai minimi storici. Se poi devo addirittura stare a vedere, beh, ditemelo prima. Così la prossima volta mi porto pure i pop corn.
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Mi ero rassegnato, ormai. Il mio futuro, qua dentro, sarebbe stata inevitabilmente l’agenzia. Non ha senso che mi metta a fare i copia-incolla per loro. Sono qui per imparare un mestiere, non per cazzeggiare. Perciò avevo appurato che il mio stage, quello che avevo richiesto, quello online, era andato a puttane. E quindi avevo deciso di mandarcelo, a puttane, ma non coi miei soldi. Perché io avevo deciso di investire su un’altra cosa. Su un tipo di giornalismo che non mi ha mai conquistato. Ma se agenzia dev’essere, agenzia sarà.
Meglio di niente.
Ma ieri mattina mi si è avvicinato uno dei capi. Uno dei capi dei capi. Se ho capito bene, uno dei capiredattori centrali. Uno di quelli che comanda, e che comanda parecchio.
“Fra poco verrà una persona a insegnarti alcune cose sull’online. Ti farà vedere un po’ come si lavora al portale, qual è il sistema editoriale.. Queste cose qua”, ha detto. Ma a me quelle cose là non piacciono. Mi stavano spingendo dentro la trappola del copia-incolla, e lo stavano facendo con entrambe le mani.
“Così potrai dare una mano anche tu con il sito”. Meglio. Dare una mano mi sta bene. Prendere dimestichezza con certi meccanismi può comunque servirmi per un futuro. L’importante è che non debba fare solo quello. Mi sta bene se sarà un mix di online, per quanto estremamente limitativo, e di agenzia.
Meglio di niente.
Tempo venti minuti, ed ecco arrivare una ragazza. Credo avesse circa una trentacinquina d’anni. Capelli mossi e mori. Slanciata. Snella. Particolarmente abbronzata, forse pure troppo. Insomma, una gnocca. Quella che non avevo trovato nell’ufficio della responsabile del personale. Quella che invece era lì davanti a me. Anzi di fianco, anche se detta così pare che ci siamo ripassati mezzo kamasutra. Invece siamo stati un paio d’ore al computer, con lei che m’istruiva e con me che tenevo un’occhio sullo schermo e uno su di lei. Lo strabismo del cronista arrapato.
Ma io sono e resto una persona moderata. Uso le parole come spade, ma agisco quasi sempre di fioretto. Sono stato professionale come lo è stata lei. E poi sono mezzo ammogliato. Va bene così.
Ci siamo visti come inserire i testi. Come titolare facendo attenzione a non sforare su due righe. Dove prendere le immagini e come caricarle nel giusto formato. E come non fare cazzate, perché questo sistema editoriale sembra fatto da un hacker in stato di ebbrezza, e a scombinare la home page ci vuole meno di niente. Si vede che qua dentro sono tutti amanti del buon vino, dai tecnici a quel burlone del direttore con le sue firme distratte.
Due ore a prendere appunti, poi lei mi ha detto: “Mi sa che abbiamo visto tutto. Adesso però ti servirebbero i dati di accesso, ma io non posso darteli. Chiedili al caporedattore centrale, ok?”.
Certo, li chiederò. Anche se non so quanto mi potrà veramente servire tutto questo. Però intanto ho passato un po’ di tempo in compagnia di questa bella mora.
Meglio di niente.
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“Toh va, arriva quel simpaticone del direttore”, ho pensato mentre sentivo qualcuno avvicinarsi a me con un certo passo. Il suo andamento è placido ma sostenuto. E’ semplice ma inconfondibile. Sono qui da poco ma già lo riconosco.
Il direttore. Colui che doveva essere ubriaco quando ha messo la sua firma sul modulo del mio stage. Lui, che lo sapeva che nella sua agenzia una redazione online non c’era più. Lui, che è in parte responsabile di questo mio limbo. In parte, sì. Perché accuso anche la scuola di concorso di colpa. Avrebbero dovuto verificare, quantomeno per garantire ai suoi studenti la possibilità di fare lo stage indicato come preferenza. I suoi studenti, che pagano oro e ricevono ruggine.
Lo riconosco quel fottuto passo. O perlomeno ne ero convinto. Perché quando ho alzato gli occhi mi sono trovato davanti un’altra persona. Era il vicedirettore.
Eppure il ritmo di piedi e gambe era lo stesso. Sarà che a stare ai vertici ci si conforma a un certo modo di muoversi. Chissà. Ma almeno lui mi saluta.
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Da buon cronista ho fatto la mia indagine.
L’agenzia per cui lavoro possiede anche altri portali. Portali tematici. Dove non si scrive niente di nuovo. Dove non si fa vero giornalismo.
E anche lo stesso sito dell’agenzia non contiene nulla di originale. Gli scritti sono già stati scritti. Da qualcun’altro. Chi lo aggiorna non fa che inserire testi di altre persone. Sono rare le volte in cui le notizie pubblicate sono frutto di un vero lavoro giornalistico. La maggior parte delle volte sono collage di cose già fatte.
Sarò ingenuo, sarò solo un principiante. Ma non sono un coglione. Ho capito l’antifona. A fare l’online qua, si rischia di cadere nella trappola del copia-incolla.
Qui serve uno scatto d’orgoglio. Anche un aspirante cronista ha la sua dignità.
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Ho fatto un bel sospiro e ho preso la strada che avrei dovuto prendere almeno uno settimana fa. Sono uscito dalla porta interna della redazione e ho fatto le scale. Quarto piano, ufficio del personale. Sono arrivato carico. Non tanto di speranze, che illudersi non conviene mai. Ero pieno di determinazione.
Ho varcato la porta. Davanti a me né triangoli saffici né chissà quale altra strana geometria. C’era solo lei, la responsabile. Insomma, niente gnocca. Ma non importa, non ero lì per il piacere, se non quello di sentirmi dire che il mio stage si sarebbe finalmente raddrizzato. Che da domani avrei smesso di fingere di fare agenzia e che mi avrebbe messo subito sotto con l’online. E senza fingere. Che avrei preso il loro sito e l’avrei riempito di articoli miei, magari pure di foto.
“Senta, io con il direttore non ho parlato”, ha detto. Ed è stato subito gelo. “Lui, sa, è sempre molto impegnato”. Già mi ero scocciato. “Però ho sentito dei colleghi che lavorano in un ufficio qui vicino – ha aggiunto – che si occupano di alcuni portali legati alla nostra agenzia. Loro hanno detto «magari, ci servirebbe qualcuno, come il pane!»”. La responsabile del personale mi stava dando una mezza speranza. Solo mezza, sì, ma che messa insieme al mezzo wafer dell’altro giorno avrebbe fatto qualcosa di intero. Qualcosa. Cosa non so. Non era il sito sito, ma il sito qualcos’altro. Era meglio di niente. “Bene, si sarà mossa lei..”, ho pensato.
“Ora, dico, cosa ha intenzione di farei? Senza l’autorizzazione del direttore qua non si va da nessuna parte. Ci vuole parlare lei?”, mi ha chiesto la responsabile come se per l’ultimo arrivato fosse la cosa più facile del mondo. “Oppure – ha continuato prima che le dessi una risposta – potrebbe parlare con i suoi capi dell’economico e vedere se può fare qualcosa a livello di.. come si chiama.. di internet, insomma”.
Insomma, sì. Quella roba lì. Internet. Online. Parole che sento sempre più distanti. Se questa redazione un dipartimento online non ce l’ha, mi domando cosa possa combinare anche parlando con i miei superiori. Il direttore, poi, non ci penso nemmeno a cercarlo. Lui è uno di quelli che ti passa davanti e si volta dall’altra parte.
Ma il problema non è quello. Se per muovere le acque devo andare ai piani alti, allora farò altre scale, varcherò altre porte e parlerò con il dio di questa cazzo di agenzia. Il punto è: chi sono questi fantomatici colleghi che lavorano in questo fantomatico ufficio qui vicino che si occupano di questi fantomatici portali?
Non mi fido. Devo controllare.
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“Ohhh, ben svegliato, giovanotto”, ha detto l’Energumeno a me che sembro ben più sveglio di lui. Non che ci voglia molto, nonostante i tempi morti tendano a intorpidirmi. Ma io almeno me ne resto alla mia postazione a fare qualcosa. Ok,qualcosina. Lui invece continua a vagare per la redazione come un’anima in pena. Come fosse la persona più annoiata del mondo, e che quindi ammazza il tempo girando e rigirando tra i colleghi, a sparare cazzate di circostanza che sembrano buttate lì per riempire chissà quale vuoto.
Ma in fondo mi sta simpatico. L’altro giorno mi ha pure offerto mezzo wafer. “A te solo questo, giovanotto, che lui è più grande”, mi ha detto l’Energumeno prima di dirigersi verso un altro ragazzo, uno di quelli che è qui da qualche tempo ma che ancora non sa dove sarà tra un mese. Che cosa farà. Insomma, se gli rinnoveranno il contratto. Per lui un wafer e mezzo, a me soltanto la metà di uno. Per ora mi merito solo questo. Mezzo wafer. Chissà se per fine mese me ne meriterò uno intero. Potrebbe essere il segno che mi avranno fatto lavorare di più. Più di adesso, perlomeno. E anche qui, non è che ci voglia molto.
Più tardi vado a parlare con la responsabile del personale, nella speranza di non ritrovarla in compagnia di un altro trittico di donne. O se proprio dev’essere, che questa volta siano almeno un po’ gnocche.
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Caldo e relax. Due elementi che si sposano a fatica. Per fortuna sono riuscito a dormire otto ore di fila. Quasi. Finalmente. Ma una volta sveglio la temperatura corporea sale. E fa caldo, tanto caldo.
Qui niente mare. Qui solo un mare di sudore. Per questo odio le grandi città, soprattutto quelle senza sbocchi verso l’esterno. Verso l’acqua. Che d’estate è paradiso liquido.
Soprattutto odio i posti in cui non sanno fare la pizza. Quella che ho mangiato ieri sera con alcuni miei amici non era gommosa come le altre. Era direttamente ridotta a carbon coke. Era fina come l’ostia. Tant’è che l’Invasato, che è pure abbastanza di chiesa, l’ha chiamata “ostia fritta”.
Ma forza e coraggio. Siamo qui per una missione. Fare i giornalisti. I giornalisti seri. Speriamo solo me ne diano modo. Speriamo solo che non uccidano sul nascere la buona volontà di un aspirante cronista. E speriamo pure che questa tremenda voglia di mare non porti la mia testa a farsi un bagno lontano dai doveri.
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Mi affaccio alla porta del suo ufficio, e vedo la responsabile del personale con altre due donne. “Le dispiace se ne riparliamo lunedì, per quella cosa?”, mi fa. Evidentemente era troppo impegnata in quella sorta di triangolo saffico camuffato da briefing di lavoro per degnarsi di dirmi qualcosa riguardo al mio stage.
Ma poi ha anche ammesso, spudoratamente, di essersi dimenticata di parlare con il direttore. Sicché aspetterò lunedì. Lunedì, perché lei domani non lavora. Lei no, io sì. Mi tocca un altro giorno di simil-agenzia in attesa della conferma al mio grande sospetto.
Che sono stato fregato. E tre.
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Charming Girl è online
Charming Girl: ciao
KronaKus: ciao, tutto ok?
Charming Girl: si si
KronaKus: bene
Charming Girl: ti ripeto, il fatto di parlare con uno che si nasconde mi piace poco
KronaKus: ma lo capisci perché mi nascondo? mi sa di no. mica sono un criminale. secondo te, se io mi lamento sul mio blog del fatto che i miei nuovi colleghi mi ignorano deliberatamente, posso dire in giro dove lavoro, chi sono e magari poi farmi leggere da qualche collega?? riflettici, per favore. dovrei limitarmi nelle cose che scrivo, e a quel punto tanto vale chiudere tutto!
Charming Girl: ma secondo te vedere una foto implica che io conosca il tuo nome e cognome e il tuo indirizzo di casa?? o se mi dici abito qui o là… che ci sei solo tu, di abitante?
KronaKus: che sta facendo uno stage in un’agenzia di stampa però sì. è quello il punto
Charming Girl: ma che me ne frega a me! senti fai cio che vuoi
KronaKus: so che non ti frega. si tratta solo di non rischiare che qualcuno dica in giro chi sono
Charming Girl: naaaaaaaaa… ma io sto all’estero, che mi frega di dire agli altri chi sei tu??
KronaKus: però il mio ragionamento ti fila? o no?
Charming Girl: si ho capito… ma a me del resto del mondo poco me ne importa… dici che faccio la spia?? che mi frega?!
KronaKus: non ti sto dando della spia
Charming Girl: quasi
KronaKus: non è un fatto personale. e credimi, se sei tu nelle poche foto che ci sono sul tuo profilo, non esiterei a far vedere una mia foto a una bella ragazza come te
Charming Girl: quella solo viso con le labbra storte sono io
KronaKus: ecco appunto, affascinante. lo dice pure il tuo nick.
Charming Girl:
grazie
KronaKus: prego. sono sincero
Charming Girl: io non posso dire altrettanto. vedo solo quella faccia da pupazzo
KronaKus: ma come, non ti piace?!
Charming Girl: x niente
KronaKus: l’ho fatta con paint. c’ho messo tanto amore, e tu la tratti così
Charming Girl: è orrendo
KronaKus: mi ferisci
Charming Girl: è la verità
KronaKus: apprezzo la sincerità, ma mi ferisci lo stesso
Charming Girl: odio parlare con i pupazzi
KronaKus: ti ripeto che sono di carne e ossa
Charming Girl: lo so. ma io vedo solo un pupazzo
KronaKus: un pupazzo vivo e vegeto, però
Charming Girl: sempre pupazzo rimane
KronaKus: un bel pupazzo, però
Charming Girl: lo dici tu
KronaKus:
Charming Girl è offline
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“Buongiorno, sono lo stagista della scuola di giornalismo”.
“Ah, buongiorno. Mi dica”, risponde la responsabile dell’ufficio personale.
“Senta, io sono qua da quasi due settimane. Il mio doveva essere uno stage online, ma sto facendo agenzia. Io mi adatto, per carità. Però volevo capire cosa fosse successo…”.
“Ah…”, dice lei con aria perplessa. “Ho capito… Ma lei con chi ha parlato?”.
Il nome di chi mi aveva assegnato all’economico proprio non mi viene. Sono una frana coi nomi, ma descrivendo la persona mi faccio capire comunque.
“Sì, sì. Ho capito. Senta, io non so che dirle. Qua una redazione online non c’è più da diversi mesi”. Ed ecco la conferma che non volevo. “Ha provato a chiedere di mettere mano al sito? Di aggiornarlo lei, di tanto in tanto?”, mi domanda.
“No”, rispondo io. “Sono qua da poco. Ho voluto vedere l’andazzo”.
“…Capisco… Perché sa, quando la segreteria della scuola mi ha chiesto se c’era modo di farle fare qualcosa di online…”.
“Come? La scuola?”. Qualcosa non mi torna. Io sapevo che era stata l’agenzia a contattare la scuola perché aveva bisogno di qualcuno che si occupasse del sito.
“Sì, quando la scuola mi ha chiamato…”.
“Io sapevo che eravate stati voi a chiamare”, la interrompo io.
“No no. Sono stati loro a chiederci se c’era la possibilità di farle fare quel tipo di stage…”.
Sono stato fregato. E due. Ho la sensazione che la scuola mi abbia dato il pacco. Una sola. Che mi abbia rifilato uno stage giusto per far quadrare i conti. Giusto per spedirmi da qualche parte. Per darmi il contentino. No, così non va bene. Cazzo. Domani li chiamo e mi sentono.
Con la responsabile dell’ufficio personale sono rimasto d’accordo che proverà a sentire il direttore. Quello stesso direttore che ha dato l’ok a uno stage che, si sapeva già, sarebbe morto sul nascere. Che non ci sarebbero stati i mezzi per portarlo avanti. Perché lui lo sa, lo deve sapere che la redazione online non c’è più. Perciò, mi chiedo, perché cazzo ha autorizzato il mio cazzo di stage?
Mistero della fede. Una fede che sto cominciando a perdere.
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“Senta, lei che sa tutto, mi saprebbe dire che cosa devo fare con questo comunicato del Salone del Gusto?”.
L’Energumeno, quello del finto interrogatorio della settimana scorsa, è venuto da me e mi ha fatto questa domanda assurda. A cui sapeva che non avrei potuto rispondere. E infatti aveva stampato in faccia quel suo solito mezzo ghigno.
Non capisco se mi prende per il culo o cos’altro.
Spero cos’altro.
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“Senti maaa… qui chi è che si occupa dell’online?”, ho chiesto a uno dei tre precari con il contratto in scadenza. Una domanda che covavo da più di una settimana. Come al solito, aspetto troppo.
“Al sito ci lavorano un po’ tutti”, risponde lui. “Fino a poco tempo fa c’era una redazione apposita. Poi c’è stata una ristrutturazione aziendale e…”.
Sono stato fregato. Sono venuto a fare online dove non esiste una struttura organizzativa per farlo. E non per niente sto facendo agenzia, cosa che non era nei piani. Agenzia dal desk, poi. La scuola aveva detto che erano stati loro a chiamare, perché stavano cercando qualcuno che desse una mano per il portale. In effetti ero un po’ sorpreso. Ma non c’è niente di male, in fondo, se un’agenzia vuole potenziare la sua redazione online. Peccato che qui la redazione online non c’è più da mesi. Sono i capiservizio, a volte anche i semplici redattori, ad aggiornare di tanto in tanto il sito secondo le direttive dei capiredattori centrali. E non è molto diverso da un copia-incolla di agenzie già scritte, o comunque di notizie redatte senza tenere conto dei criteri della scrittura web che hanno tentato di inculcarci alla scuola di giornalismo.
Devo capire perché.
Devo capire cos’è successo.
Devo capire se sono stato incastrato. E da chi.
E soprattutto devo capire se ci sono margini per reindirizzare lo stage sulla strada che sarebbe dovuta essere.
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Ho fatto un danno, ma potevano essere due. Giovedì scorso ho “passato” il comunicato di una rivista (che chiamerò semplicemente “A”) attribuendola a un’altra rivista (che chiamerò con altrettanta semplicità “B”).
E B si è incazzata. Perché si è ritrovata in rete la sintesi di un’inchiesta che non era sua. Venerdì ha telefonato più volte. Non ho preso io le chiamate, ma sì, a quanto pare quelli di B erano proprio incazzati. E il boss che mi ha controllato il pezzo ha evitato di arrabbiarsi con me, ma ha dovuto rimediare. In un modo che non condivido affatto, ma non ero (e non sono tuttora) nella posizione di dissentire. Si è accordato con la rivista B per farsi mandare un fax contenente un’inchiesta vecchia di un anno. Un’inchiesta di B, ovviamente. Attualità zero. Ma l’intrallazzo è servito a far star zitti i riottosi chiamati in causa per errore da me. Dal sottoscritto. Un sottoscritto che ancora si domanda come sia stato possibile, dato che ha fatto copia-incolla dall’email e poi ha lavorato su quel testo. Ancora non mi spiego come sia potuto succedere che il mio pezzo parlasse ripetutamente di B quando il testo originale si riferiva esplicitamente ad A. E non ci sono dubbi, ho controllato.
“Deve arrivare un fax. Quando arriva datelo a KronaKus”, ha detto a voce alta il capo dell’economico facendosi sentire da tutti. Era chiaro: io avevo sbagliato, io dovevo rimediare. Giustissimo. Non fosse che mancavano venti minuti all’ora che mi ero prefissato per uscire dalla redazione, tornare a prendermi la valigia (che era tutt’altro che pronta) e dirigermi in stazione per prendere il mio treno. L’ultimo regionale di quella giornata, l’ultimo senza dover pagare sovrapprezzi. E poi, non so, forse sarebbe stato un casino. Avevo approfittato della promozione di Trenitalia per risparmiare il 60% tra andata e ritorno. Scopo dell’iniziativa, favorire l’affluenza al voto. Speranza vana.
Il fax è arrivato cinque minuti dopo le 4. Avevo già sforato. E ricordare al boss la mia richeista di uscire prima pareva non fosse servito a niente. Sembrava infischiarsene. Ma una volta preso in mano il fax mi ha chiesto: “Sicuro che ce la fai coi tempi?”.
Ho risposto di sì. Ma non ho convinto né me né lui.
“Sei sicuro?”, mi ha ripetuto avvicinandosi.
Cinque, forse sei pagine da leggere e sintetizzare, sui prezzi al dettaglio delle mercerie. Squallidissimo. Non tanto per il contenuto, quanto perché stavo rischiando di perdere il treno per un imbroglio che in fondo offende sia il lavoro che i clienti di questa agenzia.
“Fammi vedere”, ho detto prendendogli i fogli dalle mani. Ho dato un’occhiata rapidissima. Un sospiro mi è uscito proprio di cuore, profondo quanto inevitabile.
Con un neurone su quelle pagine e uno già sul treno, ho cominciato a fare il mio lavoretto di riparazione. Non so come, ma in mezzora ho finito. Non so cosa ne è venuto fuori, perché appena concluso ho consegnato tutto e ho augurato buon weekend a tutti quanti. Il boss ha voluto battere un cinque. embravamo due ragazzini compiaciuti di una bravata appena fatta. Perché il boss non è stronzo, ha solo voluto chiudere il cerchio. E forse mettermi alla prova. Sbattendosene, almeno in parte, delle mie esigenze. Ma l’avevo detto: sono il vostro schiavo. Volevo essere trattato come uno che è qui per lavorare. Per lavorare davvero. E venerdì pomeriggio, con buona pace della mia pressione sanguinea, sono stato accontentato.
Appena finito sono corso via. Quarantanove minuti per tornare alla stanza che ho preso in affitto qui nella Città delle Pizze Gommose. Ed è stato un record. Ho anche dovuto disfare quel poco di valigia che avevo preparato, perché avevo dimenticato di mettere dentro un paio di lenzuola che ovviamente non ci stavano nemmeno a pagarle. Sono stato costretto a togliere una coperta che potevo anche lasciare lì. Una coperta che ovviamente era sotto tutto il resto.
Sono arrivato in stazione con mezzora di anticipo. Non chiedetemi come. Ho sempre avuto un cattivo rapporto con il tempo, ma questa volta ho vinto io.
Sono riuscito a tornare. E a fare il bravo cittadino andando a esprimere il mio voto.
In redazione sono tornato da circa mezzora. Ancora niente lavoro, ma nemmeno rimproveri. A quanto pare, durante il pezzo scritto in tutta fretta venerdì pomeriggio, il mio subconscio non è riuscito a mettere in mezzo nessuna rivista C.
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Sono qui da poco, perciò mi scocciava chiederlo.
“Oggi pomeriggio avrei bisogno di uscire verso le 4, massimo 4 e mezza…”.
“Fai pure – risponde uno dei capi dell’economico, quello che mi guarda storto – tanto qui fanno tutti come cazzo gli pare!!”
Io devo partire. Domani si vota, perciò devo partire. Ho un treno da prendere per tornarmene nella mia città, dove ho mio il seggio. E l’avevo già accennato qualche giorno fa.
Neanche il tempo di reagire che il boss mi sorride e dice: “Vai, vai tranquillo. E grazie”.
Stava scherzando. Ma soprattutto mi stava ringraziando per il (poco) lavoro che stavo facendo. Mi ha fatto piacere, fa sempre piacere quando c’è riconoscenza. Ma vorrei poter fare di più. Quel “grazie” mi lascia pensare che io per loro sono come un aiuto esterno, come un collaboratore che arriva e che presto ripartirà. Non uno dell’organico, e ci mancherebbe, ma un buon samaritano che sacrifica un mese della sua gioventù in questa redazione di pazzi.
Non va bene. Voglio essere trattato male, perché è così che si impara. Voglio essere rispettato, sì, ma in uncerto senso voglio essere anche struttato.
Finisce la prima settimana, ed è stato tutto desk. Solo ed esclusivamente desk. Ho rimaneggiato più comunicati in questi cinque giorni che durante i due mesi trascorsi un anno fa a lavorare per quel becero sito di becera informazione.
Così non va. Sfruttatemi, signori. Sono il vostro schiavo.
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“Cosa fai la sera quando esci?
“Ma tu bevi? Fumi? Ti fai le canne?”
“Chi butteresti già da una torre, Tremonti o Epifani?”
Quei due mi hanno tartassato di domande. Quei due sono dell’economico, uno dei quali comanda pure. L’altro è un omone, alto, largo, con gli occhiali grossi e la bocca larga. Una specie di nerd troppo sviluppato. Un nerd in giacca e cravatta che girovaga per la redazione dando l’impressione di non stare nemmeno lavorando. E chissà, forse non lavora proprio.
Sembrava un test piscoanalitico. Attitudinale, forse. Un’intrusione nella mia privacy ideologica che suonava tanto di controllo preventivo. Nel senso che è meglio farlo subito e capire con chi avranno a che fare per questo mese.
Però sulle loro facce c’era un mezzo ghigno. Non era un interrogatorio, solo delle domande tra il serio e l’ironico per capire chi o cosa sono, ma credo anche per rompere il ghiaccio. Non ho nemmeno capito da che parte stanno. Potrebbero essere destroidi che vogliono controllare se tra le fila di questa redazione è entrato uno di loro. Oppure sono dei sinistroidi che fanno domande a trabocchetto per verificare se sono o meno un compagno. Perché dai loro commenti mi sono sembrati di destra, ma forse facevano finta. Io sono rimasto evasivo. Alla terza domanda ho restituito la palla al mittente con un laconico “questa è troppo facile”, ma la risposta non l’ho mica data. E loro non hanno chiesto altro.
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“E quanto devi stare qua?”
“Un mese. Anche perché non potrei stare di più”
“Come mai?”
“Beh, perché l’Ordine dall’anno scorso ha proibito gli stage nei mesi di luglio e agosto..”
“..Ah.. non lo sapevo..”
Il dialogo con la segretaria è stato surreale. Alla segreteria di redazione di un’importante agenzia di stampa italiana non sono informati di queste cose.
Buon inizio.
Due ore e mezza lì a chiacchierare con loro, in attesa che si muovesse qualcosa. Poi mi hanno spedito di sotto. In redazione, finalmente. E lì, un’altra ora e mezza in attesa che il “cervellone” mi creasse un account per entrare nel sistema editoriale. Posso dire di essermi letto un giornale intero, e che la prima mezza giornata sia volata via senza fare nulla di concreto. Ma me l’aspettavo, va bene così.
Il pomeriggio ho lavoricchiato. Comunicati, mail. Tutte cose da sistemare. Posso dire con cognizione di causa di aver fatto più che altro il correttore di bozze. Un lavoro che mi ricorda quello che facevo un anno fa, in quella finta redazione in cui fingevo di essere me stesso.
Speriamo che da domani si possa fare di più. Peccato, però, che mi hanno messo all’economico, un settore in cui non mi sento molto a mio agio. Non è una materia che mi entusiasma, nonostante abbia diploma da ragioniere. Ma da ragazzini, si sa, se ne fanno di cazzate. Una delle più grosse è la scelta della scuola. Io ho putato su quella che sulla carta potesse darmi di più. Che mi potesse salvare dall’università. Poi all’università ci sono andato. Perché ho capito che io e numeri parliamo due lingue diverse.
Stiamo a vedere, dai. C’è solo una cosa che non mi convince: oggi ho fatto tutto fuorché online. Sembrava più semplice agenzia. Ma pazientiamo. Ho tutto giugno per fare quello che mi ero prefissato di fare.
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Sono a casa, la casa d’appoggio. Sono arrivato nella Città delle Pizze Gommose dopo quasi quattro ore di treno. E dopo altri dieci, massimo quindici minuti di tram sono arrivato a destinazione. Mi è venuto a prendere l’Ospitevole. Anche se non si dice così, ma la mia simpatica e dislessica ragazza preferisce dirlo in questo modo, piuttosto che “ospitale”. E lo chiamerò in questo modo perché è venuto alla fermata, mi ha preso un borsone dalle mani per portarmelo lui e mi ha offerto un buonissimo piatto di pasta. Sembra molto bravo in cucina. Ho apprezzato molto l’accoglienza. E’ un peccato che potrebbe essere davvero solo un appoggio.
Intanto evito di disfare del tutto le valigie. Non ho voglia di tirare fuori le mie cose per poi dover rimettere tutto dentro e ripartire. Lo farò solo se deciderò di restare qua. Anche perché in fondo c’è una cosa che non mi convince. Da qua, ogni giorno dovrei prendere una metro, un tram e farmi un quarto d’ora a piedi. Quasi cinquantacinque minuti di viaggio. Per ogni viaggio, quindi due volte al giorno. Vediamo, per ora provo così. Anche se mi fa strano fare il pendolare all’interno della stessa città.
Anche se devo dire che è stato divertente. Questa città mi affascina, mi incuriosisce. Voglio conoscerla meglio. E comunque la cosa più bella è stata arrivare alla meta, alla redazione in cui farò lo stage. Appena arrivato mi sono sentito fiero di me, anche se un motivo vero non c’è. Ho scattato una foto con il cellulare e ho mandato un mms ai miei genitori e alla mia ragazza. “Metaaaaa!!!” ho scritto.
Figo. Speriamo che da domani entrarci sia altrettanto figo.
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“Il primo pezzo che ho firmato per Il Cronista era su un piccione che era rimasto ferito in un parco pubblico, e su un animalista impazzito perché l’Asl non era voluta intervenire”. L’Invasato mi ha raccontato del suo esordio nel mondo della carta stampata con una storia che a qualcuno farebbe ridere e a qualcuno farebbe piangere.
A me fa piangere. E riflettere. Perché il suo flashback è arrivato subito dopo che io gli ho raccontato che alla Silente, una nostra collega della scuola di giornalismo, durante uno stage prima dell’inizio dei corsi, le era capitato il caso di un consigliere comunale che si era incatenato all’ingresso di un giardino pubblico per protestare contro l’incuria. L’avevano mandata sul posto, e già ridevano mentre le assegnavano la cosa. Infatti una volta tornata non se n’è fatto nulla. Niente pezzo, il fatto era troppo “stupido”.
Mi viene da piangere e riflettere, sì. Su quanto il giornalismo sia amabilmente e pericolosamente vario. Su come si debba stare attenti a non finire nel posto sbagliato. Nelle mani sbagliate, mani di persone ammanicate – mi si scusi il gioco di parole – e superficiali. Che si fermano alla politica perché è quella che tira. Che non vedono l’importanza delle piccole cose e che non sanno riconoscere la gravità delle stesse. Cose piccole che piccole non sono quasi mai. Ma ci vogliono gli occhi giusti. Ci vuole l’atteggiamento giusto. Ci vuole il direttore giusto.
Meglio cercarla in fretta, la retta via, in questa selva oscura di giornalisti politicanti e politicizzati. Sicuri del vero ma fuori dal vero. Pieni di sé ma fuori dal mondo.
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Ero appena sceso dal tram quando mi si è avvicinata una ragazza. Era pure carina, ma non era lì per accalappiarmi. O meglio, sì lo era. Ma non per questioni ormonali. Era lì per rifilarmi qualcosa.
“T’interessa un giornale comunista?”, mi ha detto.
Mi sono dovuto togliere la cuffia dell’mp3 per sentirla, poi le ho chiesto di ripetere.
“T’interessa IL giornale comunista?”, mi ha detto ora che la sentivo meglio.
Mi è venuto un sorriso, a vedere lei e altri due dietro di lei che cercavano di appioppare a destra e a manca (soprattutto a manca) giornaletti in bianco e nero inneggianti alla lotta comunista.
E io: “No, grazie, ce l’ho già”. Ho detto così, ancora sorridendo. E senza accennare a fermarmi. Che come al solito ero in ritardo del mio solito quarto d’ora accademico. Anche se l’università l’ho finita da un po’, ma quando una cosa ce l’hai nell’imprinting non puoi farci proprio niente. E io il ritardo ce l’ho marchiato a fuoco nel dna.
Sì, ce l’avevo già, il mio bel giornale comunista. Mi ero fermato in edicola prima di salire sul tram, a comprare “L’Altro” di Sansonetti e la P. Così le ho detto no grazie, un altro non me ne serviva.
Questo avrei fatto, ma non ho potuto. Perché io, L’Altro, l’ho seguito per tutta la prima settimana. Ma oggi ho voluto cambiare. E’ scoppiato (di nuovo) il caso Mills, e volevo un giornale che mi spiegasse la cosa in modo imparziale. Ho comprato il Corriere della Sera proprio per quel motivo. Anche se di “imparziale” ci sarebbe sì e no leggere nella testa dello stesso Mills. Ma non mi fiderei nemmeno di quello. Che la psiche, si sa, tende a conformarsi a quel che più conviene. In questo caso, forse, mentire. E c’è la possibilità che ormai si sia autoconvinto delle fandonie che è stato pagato per dire. Ammesso che i fatti siano andati realmente così.
Così alla ragazza ho detto comunque un “no grazie”. Sarà che non mi fido, sarà che da piccolo mi hanno insegnato a pensare che quelli che fanno come lei sono i drogati dei centri sociali che si vogliono comprare la dose con finti giornali. Sarà che ero piccolo, che nonostante i miei genitori tendano a sinistra hanno sempre cercato di tenermi distante dalle frange estreme. Sono diffidente. Diffidente e in ritardo. Perciò ho detto di no.
Ma mi sono un po’ pentito. La prossima volta, almeno, le chiederò il numero.
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C’è grossa crisi. Sì lo so che l’ho detto pure ieri, ma stavolta l’argomento mi tocca da vicino. Un articolo per il giornale della scuola. Argomento crisi. Intervistare i negozianti del Paese dei Polpacci per capire come stanno le cose. Per vedere se la situazione è davvero così tragica. Oppure no.
No. Sembra di no. Molti commercianti si lamentano, ok. Ma senza eccedere. Il bello è che alcuni dicono che è la tv a mettere paura. Che amplifica la cosa. Che da un cerino ci si è inventati un incendio.
Ma in fondo i numeri parlano chiaro. Il problema è serio, il solco è bello profondo. Eppure c’è chi sospetta che quella che era solo una fase di timida depressione sia stata trasformata in un evento apocalittico. Rendendolo apocalittico davvero. E poco integrato. Mettendo paura agli investitori, che hanno venduto i loro titoli nel timore di perdere tutto. E alle famiglie, ai consumatori, spingendoli in maniera più meno diretta a un risparmio forzato dai proclami catastrofisti. Meglio tenerci quello che abbiamo, che non si sa mai.
Non so quanto ci sia di vero. Poi l’economia non mi ha mai affascinato. Sono pure diplomato in ragioneria, ma le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere.
Fatto sta che gli alimentari – e di loro mi sono occupato soprattutto – stanno vivendo una fase di schizofrenia. Perlomeno nel Paese dei Polpacci. I piccoli soffrono, i grandi resistono. Tengono botta. La piccola distribuzione agonizza, i pesci grossi incassano i colpi senza tanti traumi.
Strano. L’economia non mi ha mai affascinato. Le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere. Però mi è piaciuto indagare la cosa. Nonostante i numeri. Sarà che gli interlocutori erano pur sempre persone. Che ho lavorato sui casi umani della crisi, non tanto sulle cifre.
L’uomo. E la donna. Ecco cosa m’interessa. Soprattutto la donna, ma lasciamo stare.
Sono il cronista della gente, il narratore delle piccole storie. Piccole ma vere. Vere quanto lo sono le persone, le loro vite. Vere quanto lo sono io.
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C’è grossa crisi, lo dice pure Quelo. Lo diceva, più che altro, quando ancora il suo alter ego di carne, ossa e comicità non era stato bandito dall’etere. Ma questa è un’altra storia.
C’è grossa crisi, dicevo. Crisi dell’economia, crisi dei giornali. Che le due cose non son mica distinte.
E’ crisi. Crisi e basta.
Macro. Micro.
Una fottuta crisi.
Bene.
Eppure nascono nuovi quotidiani, proprio nell’era in cui la carta viene data per spacciata. Sgualcita. Appallottolata. Infradiciata. In altre parole, morta.
Dicono non ci sia niente da fare per le notizie stampate, ma oggi stesso è nato un nuovo giornale.
L’Altro.
Impostazione di sinistra. Dodici pagine smilze. Pochi esteri. Tanta politica, inserita quasi a forza pure nelle pagine di cultura e spettacoli.
E Melissa P.
Sì, Melissa P.
Cazzo c’entra Melissa P.?
Forse perché in passato – neanche tanto passato – ha scritto una lettera aperta a Ruini. “In nome dell’amore”, si chiamava. Una lettera, sì. In forma di libro.
Devo ancora leggerlo, ma immagino fosse un inno alla laicità.
Ecco, forse, l’unico nesso con il redivivo Sansonetti.
E’ il mio corpo che cambia, e pure l’editoria. Ora le scrittrici soft-porno hanno rubriche domenicali sui quotidiani di (estrema) sinistra.
Credete sia un male?
Io no.
Non me la perderò per nulla al mondo.
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Avviso ai naviganti. Da domani questo blog sarà a pagamento. Sì, e non è colpa mia. Me l’ha detto il dottore. Il dottor Murdoch. Che ha detto a tutti che le notizie online si devono far pagare. Che sennò così non si va avanti.
Ok, io non do notizie. Questo è solo un misero blog. Però parlo di notizie. Di fare notizie. Di arrivare a poter fare notizie. E magari prenderci pure qualche soldo. Perciò vi faccio pagare. Stronzi. Tiè.
..
Se da domani quei quattro gatti che mi seguono diventano tre, significa che quel micio era proprio un coglione.
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Prendi l’intervistato e legalo con una corda. Se se ne va senza rilasciarti l’intervista, tu prendilo al lazo e non fartelo scappare. Non è un consiglio, tantomeno una metafora. L’Ippopotamo, esimio, gonfissimo professore di tv della scuola di giornalismo, ci ha raccontato un fatto di vita vissuta. Un suo collega di vecchia data l’ha fatto sul serio. Ha bloccato la persona che doveva intervistare placcandolo con una specie di corda. In barba alla sua riluttanza. E al bon ton.
“Questo non è un lavoro per persone educate”, è intervenuto il Lemure, minuto, spigliato professore, anche lui di tv.
E noi, così ingenui. Io, cameraman dai modi gentili. E lei, la Compagna, ragazza dal fare sottile a cui è toccato fare interviste.
Un servizio su una mostra d’arte a cui tutto il Paese dei Polpacci tiene parecchio. Pure troppo.
Ce ne siamo tornati con poche immagini. Il nostro lavoro ha rischiato di finire tutto a puttane. Ma no, alla fine ce la siamo cavati, e ne è uscito comunque un servizio da mandare in onda. Nonostante i limiti imposti dagli organizzatori della mostra. I professori avrebbero voluto più materiale, ma non ci hanno permesso di fare riprese in biglietteria, tantomeno ai quadri. Quasi tutti da inquadrare da lontano. No dettagli.
Ma pazienza, è andata lo stesso. Il prezzo da pagare – perché c’è sempre un prezzo – è stato il racconto dell’Ippopotamo e del Lemure, animali del giornalismo su schermo. Rodati da anni e anni di esperienza, il primo è addirittura in pensione e arrotonda le sue già rotondissime rotondità venendo a fare lezione da noi. E andando a cena con tutto il club dei giornalisti-professori in uno dei ristoranti di pesce più rinomati della costa. Che dista diversi chilometri dal Paese dei Polpacci, ma per magnà se fa questo ed altro. Il Marinaio, uno dei due tecnici che ci assiste nel nostro lavoro di televisivi, li ha portati in questo locale in cui sembra si mangi divinamente.
Pance piene e consigli da selvaggio west. Loro sceriffi. Noi, cowboys cattivi messi su strada a catturare gente col lazo per uno straccio di intervista.
E’ un mondo difficile.
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Ma la sera a casa del Mister, si può nominare. Ma la sera a casa del Mister, che musica c’è.
Tutti a cena dal Mister, è lì che si fa carriera. Se ne parla da giorni e giorni, e stavolta qualcuno s’è incazzato. “Il servizio pubblico non è una torta da spartire”, ma ciò non toglie che sia tutto un magna magna. Tanto è vero che le nomine, alla Rai, si fanno a casa del nemico. Commercialmente parlando. A casa della concorrenza, insomma. A casa del Mister, sì. Il Mister del governo.
C’è qualcosa che non va.
Ora lui parla di “facce giovani”, di una nuova classe di direttori di telegiornali.
Scusate se sono scettico.
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Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. Dopo un pranzo animalesco ma non troppo (il pesce è pur sempre pesce, e come tale non ti intasa mai abbastanza), ho passato il pomeriggio in compagnia di quattro amici. Ce ne siamo andati dove per tradizione va gran parte della gente il pomeriggio di Pasqua: al mare. O meglio, per il lungomare della nostra beneodiata città.
Verso le 6 la telefonata.
Pronto?
Tutto regolare, era la mia lei. Ma poco dopo mi si è affiancato un lui che avrei fatto a meno di incontrare. Un look di lusso e un fare da giovane rampante. Pantaloni bianchi e camicia azzurrina. Mi consenta, il Capo aveva deciso di fare l’aperitivo in uno dei locali più in di questa città sempre più out. Una città che fatico sempre più a digerire (mica come il pesce), piena di giovani troppo giovani per me. E di vecchi troppo vecchi, sempre per me. Io, nel limbo di un’età che non è né carne né pesce, e che nel dubbio ha deciso di restarmi comunque sullo stamaco.
Il Capo, dunque, era lì di fianco a me, mentre telefonavo e mi accordavo con la mia ragazza sul da farsi della serata. Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. O magari l’uovo c’era, ma evidentemente era fatto di cacca. Sai, il colore talvolta inganna.
Mi son trovato a non capire cosa lei mi stesse dicendo dall’altra parte della cornetta. Un orecchio all’apparecchio e un occhio sul mio inatteso e poco gradito vicino di passeggiata. Uno strabismo audiovisivo difficilmente ripetibile. Fatto sta che mi sono sentito in imbarazzo, ma a risolvermi il problema c’ha pensato lui. Come? Ignorandomi, ovvio. Non so se deliberatamente o meno, ma non mi ha minimamente preso in considerazione. Credo e spero non mi abbia nemmeno visto, ed è meglio così.
Quella volta me ne sono andato in tutta fretta, subito dopo aver saputo di essere stato ammesso alla scuola di giornalismo. Ho subito pensato a cercarmi una sistemazione lì al Paese dei Polpacci, e tanti saluti alla cara redazione in cui lavoravo. O in cui fingevo di lavorare, non per mia volontà ma per una condizione resa obbligata dall’incapacità di una Direttrice che sembrava messa lì come il più antiestetico dei soprammobili. E di un Capo affarista e poco interessato alla buona informazione, quello stesso Capo che camminava per il lungomare fianco a fianco con la moglie di un politico locale altrettanto rampante,. Suo amico, chissà poi quanto.
Ma sarò io che penso male. Chi lo sa? In ogni caso si vocifera che qualcosa sia cambiato, in quella valle dell’ipocrisia e del servilismo in cui ho sprecato la mia scorsa estate. Pare ci sia stato un cambio della guardia.
Devo assolutamente indagare.
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Mi domando perché nel giornalismo si commettano spesso degli errori così grossolani. “Il ritorno di Wolverine, il più sexy degli X-Man”. A parte la superficialità del taglio che si è voluto dare al servizio, il titolo che campeggia nel sommario del Venerdì di Repubblica uscito ieri mi lascia con un interrogativo non indifferente. E’ pigrizia o ignoranza, quella che spinge un giornalista a sbagliare in questo modo?
Perché ics-men si scrive X-Men. E perché l’inglese parla chiaro: il plurale di man è men. L’errore non sta solo nel solleticare l’animo nerd di chi legge e di farlo sentire indignato. Lo sbaglio è proprio linguistico. Logico. E’ un segno di leggerezza. Forse di fretta. O, come dicevo, di pigrizia oppure ignoranza.
Tsz.
Anzi, snikt.
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Il Tecnico ha preso la cornetta del telefono. Come sempre, alla fine di ogni diretta, ha richiamato quelli della radio che ci ospita per sentire se è andato tutto ok. Il nostro collegamenteo funziona così, via telefono. E anche oggi ha chiamato.
Pronto? Tutto bene?
..
Cosa?
..
Come no?
..
Ma com’è successo?
..
Che significa che si è interrotto a metà?
..
Ma come?
..
Ma no, non è possibile!
..
Aspetta, eh..
..
Cazzo, è vero!! Mi si è scollegata la consolle! Merda..
La Scimmia Urlatrice non aveva nemmeno la forza di urlare. Una belva snaturata dall’imprevisto. A un certo punto ha chiesto al Tecnico di farsi dare una seconda chance. E’ una piccola radio locale, si presume non abbia un palinsesto poi così rigido. Un’altra diretta, magari fra mezz’ora, non le sembrava un’ipotesi così azzardata.
Ma niente da fare. Il tecnico ha fatto cenno di no. E mentre chiudeva la cornetta ha spiegato che non è possibile perché c’è tutta una programmazione che devono seguire. E poi…
“Waaaaaaaaaaaaaahhhhh!”
Il Tecnico sembrava impazzito. Ma mentre stavo sudando freddo – sono caporedattore da un giorno, e ho già le (s)vampate – ho fatto uno più uno. Il calendario parla chiaro: oggi è il primo aprile. Era tutto un cretinissimo scherzo.
Fanculo, Tecnico. Mi devi un by-pass.
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Ieri abbiamo partecipato a un’assemblea di giornalisti vegliardi. Abbiamo, sì. Che bello poter parlare al plurale, come se parte di un gruppo in cui in realtà non è che mi senta poi così inserito. Ma fa niente.
Dicevo, ieri abbiamo partecipato a un’assemblea di giornalisti vegliardi. Alla premiazione di alcuni professionisti attivi da più di venticinque anni. Per loro la medaglia al valore, per noi uno spettacolo da ridere. O forse no.
Le lezioni sono state interrotte per farci assistere a questa pantomina. In cui il presidente dell’Ordine regionale, in compagnia del retorico sindaco del Paese dei Polpacci ha consegnato premi e riconoscimenti con parole che puzzavano di vecchio e di precotto.
E noi cosa c’entravamo? Credo abbiano voluto farci vedere cosa ci aspetta. Semmai troveremo un lavoro, forse anche noi tra venticinque anni riceveremo la fantomatica medaglia. Una chimera. Prima di arrivare bisogna pur sempre partire.
L’introduzione del primo cittadino, la pappardella di parole del vicepresidente. E poi la premiazione. Il più anziano di loro scattava foto con la smania di un giapponese davanti al Colosseo. Il meno anziano si lamentava perché il collega ottuagenario l’aveva immortalato quando ancora non era in posa, intento com’era a stringere la mano del sindaco.
Noi studenti abbiamo cominciato a guardarci intorno, nella speranza di trovare qualche sguardo consolatorio. Sono volate smorfie di stupore e di disappunto. Cinquemila euro di retta, e ci fanno assistere all’impaccio di questi vecchietti a fine carriera. Era evidente che ci sentivamo quasi tutti fuoriluogo.
Una noia. Ma la noia ha le gambe corte. Il Satiro si è girato verso di me e mi ha chiesto: “Ma che è ’sta farsa?”. Sono scoppiato a ridere, perché mi aveva letto nel pensiero. E lui si era messo a ridere con me. Il Satiro è uno che fa ridere, lo dice il nome. Uno a cui piace ridere ma soprattutto far ridere, e che lo rende lampante come il sole di giorno.
Mi ero già riassopito, in bilico tra la sonnolenza e il coma profondo, quando l’uomo produttore di risate si è alzato al suono di un “ci penso io” ed è uscito di colpo dall’aula. Dove sarà mai andato? La risposta sarebbe arrivata di lì a un minuto, quando il Satiro se n’è tornato con in mano una bottiglia di spumante. “Qui bisogna festeggiare”, ha detto rientrando. E tutti a ridere. Io pure, ma non capivo. Anzi sì, ho ricollegato dopo qualche secondo che si trattava di quella stessa bottiglia che se ne stava lì buona buona sul tavolo di fianco alla fotocopiatrice dell’aula computer. Era lì da almeno una settimana. Poco più tardi mi sono fatto spiegare che il martedì precedente avevano festeggiato il compleanno della Bidella, e che delle due confezioni di spumante se n’era consumata solo una. Ovviamente accompagnata da un gabaret di biscotti di pasticceria. Perché ancor più ovviamente io arrivo sempre tardi. A festa finita. Quando è ormai troppo tardi per fare qualsiasi cosa. Forse anche l’amicizia. Chissà. Speriamo di no.
Per fortuna c’è il Satiro, che per la cronaca è pure il mio coinquilino. Uno dei due. L’altro, l’Ultrà, è tutta un’altra pasta.
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Poco tempo per preparare, chiudere baracca e burattini e andare via. Destinazione Paese dei Polpacci. A fare il giornalista praticante. Dio mio quanto suona bene questa cazzo di parola. Praticante.
Praticante.
Praticante, cazzo!
Per una volta il tag “delusioni” se ne starà buono lì, senza essere cliccato. Oggi è la mia festa, oggi è il giorno della mia partenza verso una meta che in realtà è una galleria. Un tunnel. Un punto di passaggio senza poche possibilità di ritorno. Inizio un percorso di formazione. Un caro amico reduce da una scuola di giornalismo ma ha avvertito: lì lavorano per creare in te una certa forma mentis, quella più adatta per fare questo mestiere. Che detto da una persona meno amichevole di lui sarebbe suonata così: “ti faranno il lavaggio del cervello fino a spersonalizzarti, per fare di te una macchina capace di comunicare la realtà come è meglio che sia”.
Bene? Male? Lascerò al tempo il tempo di decidere. Oggi è il giorno della mia festa. Oggi è il giorno di fare i bagagli e di cambiare vita.
Ciao Capo, ciao Direttrice. Non vi dimenticherò, i cattivi esempi non si scordano tanto facilmente. Da voi ho imparato che c’è del marcio, me l’avete fatto capire subito servendomelo su un piatto d’argento. Ho già visto la svogliatezza di una certa editoria. Ho osservato da vicino la subordinazione alla politica e alla partigianeria di chi scrive. Racconti omessi, anche sul mio diario. E che forse tirerò fuori, se mai avrò voglia di ritirarli fuori dal cassetto. Per il momento, ho messo via un bel po’ di cose. E le prime cose siete stati voi.
Da domani si cambia. Da domani mi sentirò un po’ più cronista di quanto non mi senta oggi.
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Ripensarsi. Non ha senso stare a piangere sul latte versato, che poi il latte annacquato non se lo beve più nessuno. E con sta crisi che c’è, tanto vale tenerselo stretto. E buono. A maggior ragione se penso che il giorno in cui il latte me lo comprerò da solo è ancora molto, molto lontano. Pochi i soldi, scarse le prospettive. Eh sì, meglio ripensarsi.
Potrei andare a fare l’infermiere specializzato. A quanto ho saputo, Riotta lo ha suggerito ai ragazzi che studiano giornalismo. Meno male che ci sono questi guru buontemponi. Che incoraggiano. Che stimolano. O che più semplicemente vogliono aprire gli occhi a chi ancora sogna.
Ma io l’infermiere specializzato non lo farò mai. Non ho i mezzi. Non ho studiato per quelle cose lì, io. E non è orgoglio. E’ la consapevolezza di essere totalmente inadatti. E poi la vista del sangue altrui mi fa raggrumare il mio. Io sono l’uomo (l’uomo?) del sociale, così poco forgiato sulla cronaca. Soprattutto se nera.
Io sono l’uomo del domani. Un domani che ancora non vedo roseo come avevo sperato. Ma non è tutta Gazzetta quella che luccica. Guardiamo il lato positivo: sono ancora un uomo Libero, anche se fingo di scrivere per un vero Giornale in questa assurda Repubblica delle banane. Ma domani è un altro Giorno, con il suo Mattino. Vivi il tuo Tempo, come se ci fosse il Sole 24 ore e non arrivasse mai un Corriere della Sera. Scrivi la tua vita su un Foglio, siamo in Europa, cribbio! Sii Messaggero di pace e di speranza per la tua Nazione. Credi nell’Unità delle persone e fanne il tuo Manifesto di vita. Non potrà mai andarti male nulla. E anche dovessero investirti il cane, non preoccuparti: lo raccoglierai domani, il Resto del Carlino.
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Ci sono fasi e controfasi.
Ho sentito il bisogno di prendere le distanze da tutto questo strano mondo che mi sono creato. Un mese esatto di silenzio, un mese di giornalismo indegno dell’etichetta, a leccare culi e a lucidare scarpe ricoperte di fango. Un mese di distacco dal virtuale, che di virtuale basta già la mia vita.
Niente blog, niente mail. Solo la non-voglia di lavorare con gente per cui non riesco proprio a provare stima. Il bisogno di silenzio, come se solo il silenzio potesse garantirmi un po’ di pace interiore.
Non so nulla di eventuali ripescaggi, ormai mi sono scoraggiato. Non sono propriamente un esempio da seguire, no. Bambini non rifatelo a casa. Davvero. Voi che ancora fate “oh”, più o meno come fa un piccione. Mentre Luca era gay.
Meno male che Povia c’è.
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“L’epifania tutte le feste porta via”. Il re dei luoghi comuni. La frase fatta per eccellenza. Ovvero, tutto quello che il giornalista deve evitare come la peste. Quella più nera.
Mercoledì 7 gennaio. Telegiornale regionale della nostra beneamata televisione di stato. Lancio dallo studio per introdurre un servizio sul maltempo. Testuale: “E anche se l’epifania tutte le feste porta via, non ha però portato via le nubi e le correnti fredde che stanno portando neve sulle nostre cime da ormai diversi giorni”.
Il giornalista in studio è il direttore di testata. Il giornalista in studio è stato un mio professore all’università, docente di uno dei pochi corsi di giornalismo previsti dal nostro maldestro piano di studi. “Evitate i luoghi comuni e le frasi fatte. Come la peste. Quella più nera”. Parole sue. Parole che condividevo e che condivido tuttora. Parole in cui ora, però, non credo più. Ci credo ma a modo mio. Perché la fonte non è attendibile. E un altro tassello della formazione base di un giornalista è verificare l’attendibilità delle fonti.
E’ quasi meglio YourTv. Quasi.
Intanto ancora nessuna notizia. La segreteria dev’essersi svegliata con pigrizia. Spero che a minuti esca dal torpore natalizio e mi invii questa benedetta mail.
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Il mondo è in guerra. I cronisti osservano e ascoltano. Le bombe cadere, gli edifici crollare. La gente morire.
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E io cosa farei? Anzi. Ma io, lo farei? Che cronista sono? Anzi. Che cronista sarei?
Domande. Senza risposta. Perché sogno una professione ma ancor prima sogno la vita. Perché sto aspettando una risposta importante, ma credo che la mia esistenza su questo pianeta venga prima di ogni cazzo di carriera.
E penso pure di essere un vigliacco. Forse. Magari sì. O magari no. Perché il cronista di guerra fa una scelta ben precisa. Una scelta che non sento mia, e che molto probabilmente non farei mai. Che non farò mai. Perché io sarò giornalista. Ormai è sicuro. Me l’ha detto Paolo Fox.
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Gli ultimi giorni a brancolare nel buio, l’ultimo week-end nell’incertezza. Manca poco. La notizia sta per arrivare. L’esito della selezione, la risposta. Se entrerò o meno alla scuola di giornalismo. Se dovrò continuare, oppure no, a lavorare tra un Capo avaro e privo di stimoli e una Direttrice senza metodo né qualifiche. Se potrò cambiare pagina, premere l’acceleratore e guardarmi allo specchio dicendomi: “Sì, ora ci provo davvero”.
Dubito che lunedì avrò il responso. Martedì sarà di nuovo festa, e non mi stupirei se le segreterie facessero il ponte. Temo che dovrò aspettare almeno fino a mercoledì, mentre fagocito torroni per la mia fame nervosa. Ma ora basta. Basta torroni, davvero. E che diamine!
…
Qualcuno ha un pandoro che gli avanza?
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Internet vive di contatti, di comunicazione perenne. Dei suoi utenti e dei loro prodotti. Del loro essere.
Ma per prima cosa, Internet vive di energia. Luce. Corrente elettrica. E una redazione che opera in rete non ha alternative ad essa. Per questo il blackout di stamattina è stato l’equivalente dell’infortunio di Buffon per la Juventus. Il risultato è stato uno “stop”. Prima la botta, provocata da un temporale estivo con la sveglia rotta, presentatosi alle porte dell’inverno. Poi l’impossibilità di continuare a giocare.
Non si scrive, se non sulla carta. Pratica che ormai sa di paleozoico. Non si pubblica, se non sulla carta. Ma il nuovo numero della rivista è prossimo alla stampa, e pensare già al successivo sarebbe stupido anche per un giornale già di per sé stupido come il nostro.
Il Capo imprecava. Io oziavo.
Ma la pacchia è finita quando la corrente è tornata. Illusi: la linea non funzionava. Il Capo ha imprecato contro Fastweb, ma la colpa è sua perché si è dimenticato di pagare l’ultima bolletta. Pare che Enel e “Rete Veloce” si siano messi d’accordo per farlo incazzare.
Ho sghignazzato tutto il giorno.
Pacchia assoluta.
Sarà mica questo, il lavoro?
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“Il web non rende”. Il monito del Capo è di quelli che ti freddano, perché lascia presagire l’inizio della fine. La fine di un investimento invisibile. Pretenzioso. Di un editore fantasma. Saccente. Pieno di fumo e povero di arrosto. Ma preferisco lasciare fuori i rancori per le tante cose non dette. E non scritte. Ne lì, né qui.
Ora capisco che qua dentro un futuro non c’è. Neanche dovessi sforzarmi. Neanche cambiasse qualcosa in me e nel modo in cui vivo il lavoro che faccio.
L’unico a dover smuovere le acque sarebbe proprio lui, il Capo.
Ma lui chiude le porte. Mentre io apro le mie.
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Sono arrivato alla frutta, ed è pure marcia. In redazione la situazione è diventata invivibile. La Direttrice è prossima ad andarsene per via della gravidanza, e il Capo è in crisi perché non sa ancora come coprire il buco. Dovrebbe cercare qualcuno, qualche giornalista che possa fungere da direttore responsabile, almeno per il periodo in cui lei non ci sarà. Ma ho capito, con il passare delle settimane, che al Capo non piace troppo spendere i suoi soldi. Ho sentito per vie traverse che la Stagista sta avendo problemi per ottenere i 50€ di rimborso spese che le spettano. Ho capito che il Capo fa l’imprenditore, e che ragiona come tale, ma senza la minima propensione al rischio d’impresa. Il denaro non gli manca. La voglia di sborsarlo, invece, quella sì.
E io mi domando a quale pro continuare a lavorare lì. Se davvero vale la pena investire le mie risorse in una testata in cui l’editore non investe le sue.
Voglio essere immodesto, una volta nella vita: io merito di più. So di avere un paio d’ali, ma sto in un habitat che non mi permette di utilizzarle.
Volerò via. E’ per questo che c’è il piano b.
E’ per questo che proverò a entrare in una scuola di giornalismo.
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Studio la notte perché il giorno lavoro. In vista c’è un cambio importante, un tuffo in avanti per cui forse annegherò. La parole si moltiplicano, mentre la mente si ferma a pensare: cosa farò tra qualche settimana?
Gli esami non finiscono mai. A breve ne sosterrò uno tra i più difficili di sempre. Non posso fermarmi, è un mare che ristagna. Io cerco il cambiamento nel fiume che passa e che trasforma le cose. Le persone. Le prospettive. Cambiare aria è quel che mi serve. Mi sto costruendo una via di fuga. Spero che le porte si aprano. Altrimenti resterò qua, fuori da me. E dentro una situazione che è morta troppo presto.
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Passa il tempo, cambiano le mode. Quel che ieri era un dogma da seguire, oggi è ormai tabù. Sarà per questo che se fino a pochi giorni fa il copia-incolla era (purtroppo) alla base del mio lavoro, ora non lo è più. E’ diventato sbagliato. Così, di colpo.
I comunicati stampa ora vanno presi e modificati fino a renderli dei veri e propri articoli. Prima no, prima la dottrina del “ctrl+c” e del “ctrl+v” era davvero molto chic. Da oggi è pop, troppo pop. E se una cosa non è chic, allora non la si fa più. Quando la prassi si fa pop, tanto vale fare gli chic e cambiare metodo di lavoro.
Ma se la Direttrice ha fatto del copia-incolla la cosa più chic che si faccia in redazione, perché oggi il Capo se ne è uscito dicendo che il copia-incolla è pop e che bisogna riadattare quello che ci arriva, come se non si fosse mai accorto che abbiamo sempre fatto le cose in quel modo così dannatamente inutile e squallido?
Sin dal mio “ballo delle debuttanti” mi sono adeguato agli standard del mio posto di lavo.. lavo.. lavoro! Standard piuttosto bassi, ma non sto dicendo nulla di nuovo. Né di chic. Oggi ho voluto puntualizzare che ho fatto come ho sempre visto fare sin dal primo giorno, e come al solito mi ha fatto passare per scemo.
Ora il problema sarà garantire la stessa produttività in termini di notizie pubblicate, dato che, a parità di tempo, riadattando (o addirittura riscrivendo!) i testi che riceviamo via e-mail si finisce per dedicare molto più tempo a ogni singolo articolo.
Ma io sono sicuro che il Capo, in cuor suo, lo abbia già capito. Chissà quanto ci metterà il suo cervello a fare altrettanto.
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Ero stanco, molto stanco. Volevo dormire, ieri sera, e ci stavo quasi riuscendo. Prima del solito: erano appena le 2. Io vivo di notte. O meglio, vivrei di notte, non fosse che il mondo ha deciso che il giorno è più cool e che la notte non ci resta che fare compagnia a Morfeo.
Volevo dormire, ieri sera, sì. E ci stavo quasi riuscendo. Quando due bambini sono usciti in strada, senza alcun preavviso, e si sono messi a urlare davanti a casa mia come scimmie davanti a un casco di banane.
“Oh!”, fa il primo.
“Oh!!”, gli risponde prontamente l’altro.
“Oh!!!”, ripete il primo.
“Oooh!!!!”, ribadisce l’altro.
A quel punto mi domando il senso di quella conversazione, apparentemente così inutile quanto inopportuna nei tempi. Poi è scattata la domanda del primo.
“Cosa vuol dire Winx?”, urla.
“Eh??”, chiede l’altro.
“Cosa vuol dire Wiiiiinccss?”, urla con più impeto.
La risposta dell’amichetto è stata folgorante. Illuminante. Rivelatrice. Profetica.
“Non lo soooo!”, grida.
“Va beneee! Ciaoo!”, risponde il bimbo.
“Ciaooo!”, gli fa eco l’amico.
Pensavo fosse finita lì.
“Ciaoo!!”, ripete l’amico come se fossero a chilometri di distanza.
“Ciaoooo!!”, conferma l’altro.
E mentre ora ripenso ai due ragazzini che si salutavano, probabilmente dopo aver fatto i compiti, aver cenato insieme e averla tirata per le lunghe come due universitari coi denti da latte, mi ritrovo a farmi una stramba, assurda e inutile domanda. Quanto quella del primo bambino. Con tanto di risposta fotocopia a quella dell’amichetto. “Non lo so”.
Stasera sono dovuto scappar via da una conferenza. Non una semplice conferenza, bensì un incontro con un celebre cantante della zona. Talmente celebre che se vi dicessi il nome vi stupireste. Nello scoprire che non avete la più pallida idea di chi sia.. Ma posso dirvi che è un tipo in gamba, un astro nascente della musica locale. Uno dei suoi pezzi è diventato la canzone mia e della mia lei. Un po’ strappalacrime, ma che serve allo scopo. Ero lì, pronto ad ascoltare le sue parole prima del concerto serale, ma soprattutto per rubargli un autografo da regalare alla “lei” di cui sopra.
Tante belle parole. Sentimentalismo a fiumi, con numerose ragazze e ragazzine votate alla causa della melassa. E c’eravamo quasi, alla firmetta che avrebbe fatto felice la mia donna. E il suo uomo, che sarei io, per la lauta ricompensa che avrei ricevuto. Niente denaro, avete capito.
Bip. Sms della Direttrice. “Corri in banca, c’è appena stata una rapina”. Sbigottito, mi son trovato costretto a rinunciare all’autografo che avrebbe movimentato la serata. Dovere di cronista: certi fatti hanno la priorità su altri. Vista l’avarizia di dettagli del messaggio, il tempo di informarmi su quale diavolo di banca si trattasse e poi via, come una saetta. Ciao melassa, ciao fuego. Pazienza. Sono stato un giornalista. Almeno per oggi.
Sono arrivato sul posto. La polizia stava già facendo i suoi sopralluoghi. Direttori e cassieri erano ancora bianchi per lo spavento, il misfatto fresco come pane appena sfornato..
Raccogliere tutti gli elementi necessari per ricostruire la cosa. Scattare foto, di quelle calde che attirino gli occhi come miele le api. E via a casa a scrivere il pezzo, su un fatto che non è eclatante ma che di certo esce dal seminato.
Le parole scorrevano leggere, spontanee. Tutto è filato. Chiaro, limpido. L’articolo è nato senza sforzi e senza tanti cesàri. Mi sono sentito soddisfatto.
Fino a che non ho aperto la nostra home page. In evidenza, la news di cui avevo appena finito di occuparmi. Già lì, pubblicata, scopiazzata da un altro sito locale, con tanto di foto spixellata perché il suddetto sito usa immagini più piccole delle nostre.
Gli occhi di fuori, il fumo cominciava già a uscirmi dalle orecchie. Refresh, due o tre volte. Ma aggiornare la pagina non è servito a un bel niente.
Ho chiamato la Direttrice. “Scusa ma cosa dovrei fare, adesso?”.
“Mah, non so. Provo a rimaneggiare un po’ l’articolo in modo che non si veda che è copiato”, ha risposto.
“Ma perché l’hai pubblicato?”, ho domandato.
“Così… tanto per mettere qualcosa…”, ha detto.
“Rimaneggiare l’articolo… Mettere qualcosa…”, ho pensato nonostante la mente già annebbiata dal nervoso.
“Se hai scattato foto migliori, magari, sostituisci quella che ho messo io”, ha concluso.
Ho chiuso la cornetta con il mio solito, eccessivo savoir faire. Ho lasciato correre, come sempre. Io lavoro, al momento senza alcuna certezza salariale, e per giunta lavoro per niente. Tanto valeva restare lì, a sguazzare tra le ragazzine con i cuori al posto delle pupille. Perlomeno avrei reso felice la mia ragazza. Invece niente autografo. E niente articolo.
Mi domando il perché, ma io “non lo so”. Proprio come quel bimbo rompipalle che non sapeva chi fossero le Winx, le fatine che vanno tanto di moda tra le poppanti del nuovo millennio. A lui basterà chiedere a scuola, o magari rivolgersi a Google. A me, invece, non resta che ridere. Per non piangere.
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Impegnato tra un comunicato e una marchetta politica, i miei occhi si sono staccati dal monitor non appena è spuntata una certa figura sulla porta della redazione. La Stagista è tornata a farci un saluto. Baci e abbracci, un calore che in quel posto è una cosa più unica che rara.
Due parole appena, prima che se ne andasse di nuovo. Non sa cosa farne della sua vita, non ancora. O forse sì ma non lo vuole dire.
Che poi mi chiedo perché si debba aver sempre un obiettivo preciso, quando poi si finisce quasi sempre per riscaldare lavori e lavoretti precotti. Carriere preconfezionate, nel migliore dei casi.
Io, invece, in che direzione mi sto muovendo?
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“Come vanno le visite al sito?”, ho chiesto al Capo.
“Bene, dopo il solito calo dell’estate siamo tornati a regime”, ha risposto lui. Poi il lume di lucidità. “Però ieri ho parlato con delle persone… Mi hanno detto: il tuo giornale è interessante, ma mancano le notizie… Non c’è molto, oltre i copia-incolla…”. A metà tra la citazione e la riflessione, il Capo ha riportato le parole dei suoi misteriosi interlocutori, finendo per parlarmi di quello che secondo lui proprio non va.
“Basta – ha detto poco più tardi – non comprerò nemmeno più i giornali locali. Non c’è niente da leggere. Sempre tutti a dar voce ai politici… Qui ci vuole qualcuno che inizi ad andare in giro a cercare le notizie!”.
Non so se fosse una frecciatina per me, che di recente non ho potuto fare altro che “dare polmone” alla sua marchettosissima rivista. Ma di certo stamattina il Capo mi è parso più simpatico del solito. Si è parlato un po’, e finalmente mi sono trovato a condividere qualcuna delle sue lapidarie considerazioni. Peccato per il mea culpa che ancora non c’è, perché a poco serve il lamento, se poi non si trova una soluzione al problema.
Meglio star zitti. Io, in questo, sono fin troppo simile a lui.
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Corri di qua, corri di là. Oggi scadeva il giornale, nel senso che tutto il materiale doveva essere pronto per poi inviarlo allo studio grafico. E’ la mia prima volta, e in bilico tra angoscia e eccitazione mi sento come un ragazzino che si prepara all’amore dopo averlo sempre soltanto immaginato.
Con la Stagista fuori dai giochi, era scontato che la Direttrice avrebbe affidato a me il grosso del lavoro. Lei è stata troppo impegnata a girare per sponsor, anche quando sarebbe ora di trincerarsi davanti al pc e chiudere tutto il lavoro in sospeso. Non mi è bastato vederla mangiare i suoi gnocchi fumanti davanti al monitor. Resto dell’idea che avrebbe potuto fare di più.
Ma il commerciale è il commerciale, senza quello non si campa. E probabilmente non sarei qui. Cioè lì. Insomma, in redazione. Il guaio è quando il commerciale finisce per eclissare, se non compromettere, la parte giornalistica del lavoro. Che poi è l’unica realmente di mio interesse.
Ma sto imparando a fregarmene. Ognuno lì dentro fa il suo gioco. Il mio, ora, consiste nel farmi il culo che gli altri non si fanno. E io partecipo, mi sono gettato con impegno e volontà. Faccio del mio meglio. In questi giorni sito e giornale contano su di me. Mi sono stati affibbiati pure tre articoli extra perché ci si è accorti che ci sono dei buchi nel menabò. Non ho un minuto libero, ma mi sento appagato. Anche se stanco.
Me ne frego, di nuovo. Oggi scadeva il giornale. Tutto il materiale doveva essere pronto per poi inviarlo allo studio grafico. E corri di qua, corri di là. Fa parte del mio ruolo di pedina all’interno del grande tabellone.
Peccato essere finito sulla casella dell’”imprevisto”, ma in fondo sarà mica colpa della Direttrice se ha cancellato dalla memory card della fotocamera la foto dell’intervistato più imboscato della provincia??
…
Lunedì mi tocca tornare sui monti. Lunedì, sì. Perché colei che ha pure negato il misfatto (nonostante sia stata lei a ripulire la memoria dell’aggeggio), ha detto che “ormai abbiamo sforato”. E che si può tranquillamente rimandare tutto all’inizio della prossima settimana.
Corri di qua, corri di là. Sono arrivato con l’affanno alla mia prima volta. Ma per ora sono andato in bianco, e non mi resta che questo fastidioso senso di ansia.
Da prestazione.
Mancata.
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Avete presente Fantozzi, con la sua libidine, la sua lingua fuori posto e quegli occhi allupati? Lo avete bene in mente? Bene. Ora focalizzatevi su di me. Pensatemi in mezzo a chili e chili di carne fresca (spero). Carne morta, ma… non tutta. C’erano anche le arzille tette della moglie del macellaio, e non erano neppure da sole. Pensate: c’era pure la moglie del macellaio!
E il macellaio, ma di quello chissenefrega?
Non mi permettono di fare il giornalista come, dove, quando e quanto vorrei, ma in compenso oggi ho rivalutato il mestiere del fotografo. Un bel lavoro. Che non si mangia e che non si usa per mangiare. Anche se oggi un po’ di fame mi è venuta. E di certo non per le salsicce secche.
Sono entrato nella bottega di Tano verso le 18. Sì, perché il macellaio ha pure un nome. Oltre a una moglie e alle sue due figlie. Della moglie. Esatto, proprio quelle due.
Mi sono presentato. “‘Sera – ho detto, facendo attenzione a scandire bene la “r” per non farla confondere con una consonante che avrebbe alterato pericolosamente il significato del mio saluto – sono qui per la foto.
Spero non si sia accorto, il buon vecchio Tano, che mentre parlavo i miei occhi stavano già cercando la carne. Quella viva, s’intende. Non so se la cosa sia passata inosservata, ma di certo il burbero “smazza cosciotti” mi ha guardato con sospetto. Però mi avevano messo in guardia: Tano fa così con tutte le persone di sesso maschile che entrano nel suo negozio. Suppongo non abbia mai accettato il compromesso tra i floridi affari che ha potuto fare finora, grazie alla sua consorte, e il prezzo da pagare. Quello di avere una moglie famosa, e non di certo per il suo Q.I..
Dicono che un giorno abbia preso a calci nel deretano uno dei suoi fornitori, dopo averlo scoperto a parlare con la sua donna di quanto bello fosse lo yacht di suo cugino, e di quanto quest’ultimo fosse disponibile a prestarglielo per eventuali gite di piacere.
Ma a me è andata bene. Il mio culo non ha fatto da punging ball ai poco delicati anfibi di Tano. Lui è massiccio, tozzo, barbuto. Tano, non il mio culo. Che però dev’essere piaciuto alla giovane e generosa tettona. Il mio culo, non Tano. Oddio, forse anche lui. Altrimenti non lo avrebbe sposato. A meno che il loro matrimonio non sia niente più che un accordo commerciale in cui lo sposo vende e la sposa allestisce la vetrina. Una camicetta semiaperta e il suo lavoro è finito. Le basta poco per diventare la testimonial ideale di ripieni e polpettoni.
Dicevo: la bella mi ha guardato le chiappe per diversi minuti. Io ho fatto una ventina di scatti, e stavo quasi per andarmene quando è arrivato il fornitore di cui sopra, quello col cugino “presta yacht”. Tano lo ha guardato in cagnesco e lo ho portato nella cella frigorifera. Credevo che la verifica delle scorte fosse una scusa per rinchiuderlo dentro. Pensavo di essere sul luogo di un omicidio. Ci pensate che scoop?
Invece il macellaio si è limitato a marcarlo a uomo, mentre la sua donna mi chiamva dicendomi: “Ehi, tu, fotografo… Sai che sei carino?”.
Tano deve aver installato due parabole di Sky al posto delle orecchie. Si è voltato verso di noi e mi ha guardato come farebbe Gattuso con l’avversario portatore di palla.
Io, per non perdere le mie e per non trasformare la macelleria in un mattatoio, mi sono affrettato a ringraziare la signora e a porgerle i miei omaggi. Fantozzi sì, ma mica scemo!
Questo lavoro è decisamente troppo pericoloso. Dovrebbero pagarmi l’indennità di rischio. Altrimenti dovrò stipulare un polizza anti-macellai.
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Tempo di saluti. Senza nemmeno potermi abituare all’idea, oggi la Stagista se n’è andata tra un “ciao” e un “arrivederci”. Tornerà a trovarci, dice. Le credo, anche perché non vedo per quale motivo non dovrebbe farlo. Lei è riuscita meglio di me a legare con il Capo e con la Direttrice. Abbiamo caratteri diversi, ma questo l’ho già detto. Questione di adattamento. Di atteggiamento mentale.
Io sto sbagliando qualcosa, ormai è chiaro. Eravamo come due partigiani, a fare resistenza in un ambiente che, in un certo senso, ci è abbastanza ostile. Un’opposizione contro la maggioranza al potere, non per numero ma per ruoli.
Eppure lei è entrata più di me in sintonia con chi di dovere. Devo ripensarmi. Da capo. Devo applicare nella realtà lo stesso tipo di sdrammatizzazione che riesco a mettere in atto quando racconto la mia tragicomica vita di redazione. Devo cominciare a divertirmi sul lavoro , per quanto possibile.
Lunedì, intanto, non mi annoierò di certo. O perlomeno non i miei ormoni. Mi è stato dato un incarico extragiornalistico (tanto per essere originali). Andrò a fotografare la moglie del macellaio più in voga della città. Anzi, la moglie più in voga tra quelle dei macellai della città. Dicono che sia la macelleria più amata dagli italiani, un po’ come la Scavolini per le cucine. Dagli italiani, nel senso di uomini italiani. Perché, senza nulla togliere al fascino di Lorella Cuccarini, sembrerebbe che la gentil signora ami esporre il proprio davanzale come fosse parte integrante della carne da banco.
Il motivo di questa commissione non richiede tanti chiarimenti. “La carne della tettona”, così i più bavosi hanno ribattezzato la macelleria in questione, è uno degli sponsor della nostra rivista. Inutile dire che fotografare le grazie della moglie del titolare, magari zoomandoci pure sopra, possa fare solo che bene alla popolarità di giornale e negoziante. Un po’ meno alla mia dignità professionale, ammesso che ne sia rimasta almeno l’ombra.
Ma non mi lamento. Sono pur sempre un uomo, diamine! Francamente non credo proprio di averla mai vista, questa donna. Non sono ancora entrato nel giro della spesa, se non per dare occasionalmente una mano a mia madre.
Ormai sono curioso. Lunedì andrò a fotografare “la carne della tettona”. Letteralmente.
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Il Capo mi chiama.
Temo mi voglia proporre la tessera del partito.
Invece no: novità contrattuali.
Niente praticantato.
In pratica, sono praticamente nullo.
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Dopo aver preso atto delle maialate (o dovrei dire porcate?) che si consumano tra la mia redazione e la politica locale, ho trascorso il week-end tra mettere a punto il mio “piano b” e riflettere sul mio futuro. Mi sono accorto di avere non dieci, non cento, ma mille perplessità sulla mia attuale condizione. I contro sono tanti, e ci mancava soltanto la strumentalizzazione politica. O quello che è. I pro, invece, mi sembrano scarseggino davvero. Non fosse perché una parte di me non riesce ancora a credere che io stia finalmente scrivendo per una testata registrata, penso proprio che mi sarei già attivato per cercare un’alternativa.
Anzi no, me la sono già trovata. Forse. Quasi. Non so. Però sono sempre più convinto di aver fatto la cosa giusta. Nonostante i soliti, patetici dubbi che mi assalgono prima di ogni decisione importante.
E così è cominciata una nuova settimana di lavoro, quella cosa che non si mangia e che non si usa per mangiare. Che poi basta parlare di cibo come fossi un bulimico inespresso! Sono nauseato dai discorsi su snack e fuori pasto, su pance che crescono di fronte a monitor al plasmon. Come li chiama mio padre, neanche fossero biscotti per bambini. Oddio, sto parlando ancora di cibo!!
Settimana nuova, vita nuova. Anzi vecchia, anche se non mi sembra affatto. Mi sono disabituato a vedere il Capo e la Direttrice simultaneamente nella stessa stanza. Ma ora che il Capo è tornato, ora che le ferie sono state archiviate (perlomeno da chi le ha fatte), mi dovrò riabituare a questo sovraffollamento all’interno della redazione. Io, la Stagista, il Capo, la Direttrice. Quattro anime tormentate tra le stesse mura. Insieme, come in una sit-com di serie z. Ma per poco, ancora per poco. Poi qualcosa cambierà, vero Stagista?
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Sul cucuzzolo della montagna le cose sembrano cambiare davvero poco. La gente non parla. Il panorama, invece, quello sì che è loquace! Da lassù ho visto casa mia, o perlomeno me la sono immaginata. Era così piccola…
Poi ho visto la redazione, o perlomeno me la sono immaginata. Era così piccola…
E inutile. Ho visto il tran tran di questo ultimo mese e per un attimo mi sono ritrovato a detestarlo.
Poi mi sono voltato, e ho visto la Stagista che mi stava aspettando per proseguire il giro di interviste. Ma lassù nessuno sembrava darci udienza. Solo qualche monte che ti sorride, e appena qualche capretta. Che quelle, almeno, ti fanno ciao.
Alla fine ce l’abbiamo fatta a portare a casa qualche frivola dichiarazione. Che in fondo, dalla regia, non ci chiederebbero di meglio. E ne siamo usciti indenni. O quasi. Io, infatti, sono rimasto vittima della mia troppa ingenuità, stupendomi davanti alla Stagista mentre, a fine giornata, mi raccontava un fatto abbastanza agghiacciante. Diversi giorni fa, il Capo le ha proposto di entrare a far parte del partito del Mister.
Qua politica e giornalismo hanno smesso di andare a braccetto. Qua si stanno facendo proprio un’immensa scopata.
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Non c’è stato niente da fare. O meglio, abbiamo fatto come ci era stato chiesto, senza resistenze, senza tentennamenti. Io e la Stagista siamo partiti alla volta dell’entroterra, a caccia di qualche buon’anima disposta a concederci un’intervista. A parlare di cibi malsani con me, a disquisire di cinema con lei. E’ un mondo crudele e ingiusto, io l’ho sempre detto.
E’ stato avvilente constatare come siano certi giovani quelli meno attenti all’alimentazione. Ragazzi che raccontano di infinite birre di fronte alla Play Station, di chili e chili di pop corn e patatine trangugiate di fronte ai film più scadenti. Devo aver pescato dal mazzo i più grandi estimatori del cinema trash, mentre la Stagista si è ritrovata a parlare di Quentin Tarantino e Ferzan Ozpetek. Registi di cui nemmeno conosceva l’esistenza. Mi domando come farà a scrivere il pezzo.
Un pomeriggio di fuoco, ma non per il caldo che intanto ha perso vigore giorno dopo giorno, e tantomeno per l’ardore della passione di coppia. Noi che coppia non siamo, e che mai potremmo esserlo. Al di là del non trascurabile dettaglio della mia love story pluriennale, ho notato la sostanziale incompatibilità che intercorre tra me e lei. E’ simpaticissima, non bellissima ma con un suo perché. Però è una di quelle ragazze molto intraprendenti. Troppo intraprendenti. Così intraprendenti da mettermi quasi paura. Piena di sane ambizioni e carica di orgoglio. Buon per lei, ma non è di certo il mio tipo. Io sono per tutto un altro genere di ragazza.
Pomeriggio di fuoco, dunque, ma solo per la fretta di finire un servizio rivelatosi davvero impegnativo. I più si sono rifiutati non appena si sono sentiti dire che sarebbero stati fotografati. Mi chiedo dove se ne vada, nel momento del bisogno, tutto l’esibizionismo di quest’epoca in cui ogni giorno si sovraespongono corpi e facce. Mentre io mi sono dovuto avventurare nei vicoli di ogni paesino della zona, per intervistare quei quattro mufloni che farebbero impallidire qualsiasi dietologo.
Risultato: le interviste non sono ancora finite sono rimaste altre tre o quattro località montane. Già mi aspetto di ascoltare storie di pecore arrostite davanti al caminetto, e di come l’aria di montagna sappia mantenere in salute qualsivoglia gola profonda.
Un’altra giornata che se ne andrà. Là, sui monti con Annette, dove il cielo è sempre blu. Ma per il mio “piano b” la vedo sempre più nera.
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Questa non ci voleva. E’ quasi ora di chiudere il prossimo numero del mensile, così la Direttrice ha deciso, senza tante possibilità di appello, che io e la Stagista dovremo andare a fare delle interviste fuori città. La rivista viene distribuita anche oltre le mura cittadine, non sia mai che il nutrito (?) pubblico di lettori extra-urbano venga tradito ed emarginato!
Morale della favola, una delle prossime mattine dovremo prendere la macchina e girare in cerca di qualche sventurato che, se tanto autolesionista da mostrarsi disponibile, ci parlerà di quanto malsane siano le sue abitudini alimentari e di quale rapporto abbia con il cinema. Logica vuole che io mi debba occupare del primo argomento, mentre il secondo, a mio avviso di gran lunga più stimolante, è di competenza della Stagista.
Trovo paradossale dover parlare di cibo, grassi e crisi alimentare, proprio io che non ho neppure una paga da fame. Ma, piuttosto, una certa fame di paga. Sono qui da quasi un mese e ancora non è stato chiarito quanto prenderò. Non appena tornerà dovrò chiarire la cosa con il Capo.
Nell’attesa è scattata la questione “rimborso spese”. Io e la Stagista non abbiamo avuto remore a chiedere alla Direttrice come funziona in questi casi. Fortunatamente un rimborso è previsto, presumo in base ai chilometri percorsi.
Fin qui tutto bene. Allora perché ho esordito dicendo “questa non ci voleva”? Perché la Direttrice ci ha fatto sapere che il Capo finanzierà una sola uscita, e che quindi io e la Stagista saremo costretti ad andare insieme. Una mattina, o un pomeriggio. Proprio adesso che io e lei avevamo deciso di fare una certa cosa…
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Squillino le trombe e rullino i tamburi: finalmente si fa del buono e sano giornalismo. La Direttrice mi ha commissionato ben due interviste in un solo pomeriggio. Via, in giro per la città, a sentire i ristoratori e le loro lamentele sull’ennesima estate deludente, e ad ascoltare i negozianti di cd inveire contro la pirateria. Non il massimo dell’interesse, ma finalmente mi posso occupare di temi veri, attuali. Finalmente posso fare il mestiere per cui sono entrato qui.
Illuso, come al solito. Ho potuto fare del buono e sano giornalismo, è vero. Ma solo per metà. Lo scopo era duplice e, a mio avviso, meschino: intervistare le categorie di esercenti di cui sopra per proporgli, alla fine dell’intervista, l’adesione a due servizi in programma per il prossimo numero del mensile cartaceo. Uno sulla ristorazione e uno sulla musica, appunto. Entrambe marchette camuffate da articoli d’informazione. E “di tendenza”. Oppure, in alternativa, offrire loro un banalissimo spazio pubblicitario.
Mi hanno trasformato, a mia insaputa, in una sorta di rappresentante. Con beffa, e ci mancherebbe il contrario! Questa volta la busta per distribuire le copie agli intervistati non ho dovuto nemmeno chiederla. Per trasportare i giornali che, in teoria, dovrebbero convincere i negozianti ad aderire (e quindi a sborsare quattrini), mi è stata data in prestito addirittura una valigetta. E indovinate per quante copie? Dieci, contro le ottantacinque di ieri. Ma questa volta non dovevo fare il semplice garzone. Questa volta dovevo apparire professionale, essere convincente, persuasivo. Sembravo un agente di commercio, non fosse per la t-shirt arancione sbiadita e miei pantaloni corti con i tasconi. Mi sono ricordato i tempi in cui lavoravo per le assicurazioni, periodo della mia vita che rimuoverei volentieri. Io, che sono così poco incline al business, che metto l’anima prima dei soldi. E che sono troppo romantico per lavorare per certa gente.
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Nelle redazioni è tempo di magra. In quelle piccole, certo. In quelle in cui lo spirito giornalistico se n’è andato, oppure non c’è mai stato. Non ci sono nemmeno i copia-incolla da fare, di comunicati non v’è traccia. Gli uffici stampa saranno andati in ferie, a eccezione di chi deve promuovere gli eventi e le manifestazioni di questa fine estate.
Eggià, siamo agli ultimi fuochi. Fine del mare, del sole, della spiaggia. Almeno per un altro anno.
Un anno… Chissà cosa farò tra un anno? Sarò ancora qui a fingere di fare il lavoro che mi piace mentre ne faccio uno che non mi piace? Farò ancora tutti questi bei copia-incolla? O magari no, farò di meglio. Faro la centralinista. Sì, “la”, perché le donne lo sanno fare meglio. La centralinista, intendo. Sono più persuasive, con le donne ma soprattutto con gli uomini. Chissà perché. Chissà com’è. E poi dicono che tutto giri attorno ai soldi. Sarà anche vero, ma c’è qualcosa che “tira” di più. Ma vabbè, io sono troppo fine per specificare cosa. Che poi chi lavora nei call center deve essere innanzitutto cordiale ed educato. Non si dicono certe parole, su! E io devo esercitarmi nella mia nuova professione: il centr… ops, “la” centralinista, appunto.
No, non sono impazzito. Stavo spulciando il giornale del giorno per cercare di inventarmi il pomeriggio, per non farmi impartire ordini scomodi, per non farmi dare incarichi noiosi o troppo politicizzati. Un rischio che voglio correre il meno possibile, non si sa mai cosa mi esca fuori. Rischio la radiazione dall’albo dei non-ancora-giornalisti e dall’Ordine dei precari².
Ma non ho fatto in tempo. Giusto quei pochi secondi per aprire il giornale, e la Direttrice entra, con la sua solita ora di ritardo, con sulla bocca le sue belle indicazioni da darmi. Ancora prima del “ciao”, ovvio.
“Sai cosa potresti fare, oggi? – mi dice – Telefonare a tutti i nostri sponsor e sentire se gli è arrivato il giornale”. Vorrei scappare. Dalla porta, non dalla finestra. Perché dal terzo piano potrebbe essere doloroso, ma soprattutto perché da dietro quella fottuta porta potrò verificare se non abbia in chissà quale modo sbagliato ingresso. Spero di essere finito erroneamente negli uffici di una quelle aziende che telefonano ogni santo giorno per chiederti se vuoi cambiare tariffa. Come se a ogni rotazione della Terra uno potesse aver cambiato idea dopo il “no” scocciato di ventiquattro ore prima, un “no” che di volta in volta si fa misteriosamente sempre più brusco. Fino a che non arrivi al punto che la tariffa non hai più bisogno di cambiarla. Con il telefono incastrato nello sciacquone del cesso mi sembrerebbe, francamente, un’inutile perdita di tempo.
Ma no, nessun errore, se non la mia solita inopportunità spazio-temporale. Perché vorrei e dovrei essere altrove, in altri luoghi e in altri tempi. Non in un call center che call center non è, a fare il centralinista, io che centralinista non sono. Eppure è questo l’inghippo di chi fa il giornalista per una società di comunicazione, ragione che spiega come il lavoro prettamente giornalistico finisca così spesso alle ortiche. Quella del Capo è una ditta che fa informazione (o presunta tale) sia nel web che su un mensile cartaceo, una rivista che lo stesso editore di YourTv si è sentito in dovere di apostrofare come “marchettara”. Proprio lui che campa di pubblicità, esattamente come noi e tutte le altre redazioni. La cosa non mi scandalizzerebbe, non fosse per il fatto che certe mansioni di natura commerciale non erano tra gli accordi previsti. Né tantomeno fanno parte del mio modo di essere.
Inizio, così, a chiamare tutti gli sponsor che danno il pane a chi mi fa lavorare. A loro, non a me, dato che non si è ancora parlato né dei miei eventuali soldi né tantomeno della mia situazione lavorativa. Verifico che a tutti sia arrivato il giornale. Dato che da quest’ultimo numero ci si è affidati a un nuovo distributore, è inutile dire che alcuni tra i più magnanimi negozianti del centro non l’hanno ancora ricevuto, nonostante sia uscito da quasi un mese.
Tralasciando i dettagli sulle imprecazioni della Direttrice, appare fin troppo scontato che sia toccato a me partire dalla redazione per consegnare a mano le beneamate copie che non sono mai arrivate a destinazione. Imbraccio le mie ottantacinque copie, e rischio subito che mi precipitino a terra. Così le chiedo: “Posso mica avere una busta o qualcosa del genere?”. La Direttrice stacca gli occhi dal suo monitor saturo di numeri e dati relativi alle fatture non pagate dei creditori, mi guarda negli occhi, fissa un attimo la pila di giornali e torna a guardare il suo bel monitor. Per poi dire: “No, le puoi portare a mano”.
Esco addirittura salutandola. Un giorno Dio mi spiegherà perché mi ha fatto così buono. Sempre che sia questo l’aggettivo più adatto per definirmi.
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Non sono un giornalista professionista, forse non lo sarò mai. Ma di certo il mio dovere è quello di comportarmi sin da ora in modo professionale. Devo innanzitutto essere imparziale. Devo essere bravo a lasciare fuori le mie idee, politiche e non. Devo riuscire ad arrivare al cuore delle notizie, al di là dei miei giudizi e delle mie opinioni. Che sono tarli, virus, nemici da tenere fuori dalla porta. Dunque nessun problema se il Capo è addirittura il coordinatore regionale del partito del Mister.
Non sono un giornalista professionista, forse non lo sarò mai. Di certo il mio dovere è quello di comportarmi in modo professionale. Ma porca puttana se sono sfigato!!
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Oggi è stato il giorno del cambio della guardia. Il Capo ha iniziato le ferie, proprio il giorno in cui la Direttrice le ha finite. E proprio il giorno in cui io e la Stagista… abbiamo continuiamo a lavorare, come sempre. Ringraziamo il breve ponte di Ferragosto, unico vero respiro che ci è stato concesso. Ma il giornalismo è questo. Non ci sono soste, né pause. C’è un continuo lavorare, magari con tempi scanditi da turni, guidato dall’innato senso di un sacro dovere. Quello di informare, di aggiornare, di comunicare, di approfondire.
Di dormire. Ecco cosa vorrei. Staccare la spina per un po’. Sono stanco. Non fisicamente, non mentalmente. Moralmente. Sono in questa redazione da così poco tempo che mi stupisco di me, nel vedermi già così disilluso. Demotivato.
A me il giornalismo ha sempre affascinato. Scrivere mi ha sempre appagato. Vedere la mia firma sui giornali è un’ambizione che coltivo da un po’. Esprimermi è sempre stata una ragione di vita, resa ancor più forte dalle esperienze e dalle riflessioni di questi ultimi anni. Ma quell’atteggiamento, quello spirito e quella mentalità mi fanno venir voglia di cambiare lavoro. Ammesso che capirò mai di cosa si tratta.
Dubbi, tanti dubbi. Aggravati dall’aver scoperto una certa cosa pochi giorni fa. Io e la Stagista eravamo rimasti soli in redazione. Lei, per motivi logistici, si era ritrovata a lavorare nello studio del Capo. Così, poco prima di andarmene sono passato a salutarla, ma mi ha interrotto con una domanda che non mi sarei aspettato: “Tu sei di destra o di sinistra?”. Io, che non vorrei espormi sulla questione, non sapevo davvero cosa rispondere. Mi è uscito un “te lo devo dire?”.
“Io non sono per il Mister”, mi ha subito bloccato.
Confortato, le ho confermo che neppure io sono di quella “sponda”.
“Guarda qua”, mi dice prendendo un foglio bianco e girandolo sull’altra facciata. Merda! Macchè foglio bianco! Era una foto capovolta. Nessun problema, non fosse per l’immagine rabbrividente che mi sono trovato davanti. Il Capo in posa di fianco al Mister. Un primo piano, due sorrisi enormi e tremendamente finti.
“Oh. Mio. Dio”, mi sono ritrovato a dire. E, dopo qualche minuto pieno di commenti poco inclini all’apprezzamento, ci siamo salutati per la pausa pranzo.
Probabilmente il Mister è l’idolo del Capo. Il suo modello di riferimento, la sua fonte d’ispirazione. L’ideologia politica è personale e sacrosanta, ma di certo la cosa non mi rassicura.
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Ci sono momenti in cui mi chiedo chi mi costringa a fare tutto questo. Momenti in cui mi rendo conto della bassezza della redazione per cui lavoro. Momenti come questo, in cui leggo su tutti i giornali la notizia dello scandalo della sfilata, della montatura messa in atto dall’organizzazione. Persino della confessione avvenuta in serata. Cosa che avrebbe convalidato il mio articolo e che ne avrebbe legittimato la pubblicazione. Tutti ne parlano. Tutti, tranne noi e quei fetenti di YourTv. E’ in questi casi che capisco cosa prevale nella mente di certi editori, se più il coraggio del giornalismo vero o se, piuttosto, il senso del business. Se il dovere di informare o se la paura di dire. E di fare. L’importante è salvarsi il culo e intascare i soldi. E’ facile dare spazio alle sole sciocchezze, restandosene arroccati nella torre d’avorio della non polemica. Sono tutti bravi a tacere nelle situazioni più scomode. Ma d’altronde non mi aspettavo niente di meglio da un’emittente come YourTv, che già dal nome lascia intendere la sua più totale deresponsabilizzazione. Perché la tv non è mia. E’ tua, lo dice pure il nome. Adesso sono cazzi tuoi.
A far male è sapere che il Capo ha seguito il suo esempio. Una persona a cui, ogni giorno che passa, riservo sempre più una stima pari a zero. Anzi, sottozero. Anche alla luce di quello che abbiamo scoperto io e la Stagista prima di tornarcene a casa.
Ma adesso non mi va di parlarne. Preferisco far sbollire la delusione trascorrendo un Ferragosto di relax. Sì, perché siamo così “seri” che domani la redazione resterà chiusa. Un po’ perché siamo una piccola realtà giornalistica, un po’ perché in fondo siamo solo una piccola realtà. “Giornalistica” è un aggettivo che ci va sempre più stretto.
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Ho capito che questo mestiere mi piace. Il guaio è che allo stesso tempo già mi fa schifo. Adoro stare nella realtà, potermi immergere in essa più e meglio di prima. Pass e accrediti sono la chiave del mondo, perlomeno di quello che conta nel giornalismo. Apprezzo il fatto di poter raccogliere le parole e le immagini, i suoni e le sensazioni, per poi tramutare tutto in parole.
Eppure odio l’assenza di tempi prestabiliti, di orari concordati a tavolino. Da un lato significa avere più libertà, più autonomia di gestione. Dall’altro porta la mente a pensare costantemente al la… la… lavo… vabè, quella cosa lì. Come fosse una presenza amica e ostile allo stesso tempo. Che ti lascia andare ma solo se insisti.
Ho realizzato tutto questo durante la sfilata di moda di sabato sera. Il Capo mi ha incaricato di nuovo di fare il fotoreporter. Mai si lascerebbe sfuggire la possibilità di mettere delle “belle donnine” in homepage. E di certo non le ha chiamate “donnine”.
Inutile dirlo: mi sono divertito, e pure parecchio. Però era sabato sera, un sabato sera trascorso nel regno di Narciso. Fortunatamente si è trattato di un evento fuori dai canoni. Niente “alta moda”, ma bellezza e spettacoli, danza e costumi innovativi. Una bella visione, delle belle vibrazioni. E’ stata un’esperienza interessante.
Per me. Per la mia ragazza un po’ meno.
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Domenica prossima, nella mia provincialissima città, ci sarà una provincialissima manifestazione, organizzata da una provincialissima amministrazione comunale che quei provincialissimi dei miei concittadini hanno provincialissimamente eletto. Tutti seguaci del Mister. Tutti tranne me, che forse forse sono finito proprio nella fossa dei leoni. Sono così provincialissimo, quando mi ci metto!
Uno dei provincialissimi quotidiani locali parla di una polemica insorta tra alcuni commercianti e il nostro provincialissimo sindaco. Pare che quest’ultimo non voglia finanziare l’acquisto degli addobbi che gli esercenti devono appositamente comprare per acconciare le loro vetrine secondo i parametri della ricostruzione storica che si farà. Il “Palio del vecchio cavallo” genera ogni anno la tipica situazione che ti costringe ad adeguarti al rito. Altrimenti sei un perdente, un guastafeste. Un outsider. Ma certi commercianti sono più taccagni che altro, della figuraccia se ne fregano. Anzi, diventano polemici. Magari in modo sterile ma lo diventano. Ed ecco l’attrito con il primo provincialissimo cittadino. Ecco uno spunto per un articolo che non vincerà mai il Pulitzer, ma che di certo farebbe parlare di sé. Niente scoop, solo quella conflittualità che è uno dei motori del giornalismo. Così mi propongo per un pezzo sull’argomento, dico che sono intenzionato a intervistare i commercianti incazzati, a dar loro la voce. Che è una delle cose che mi piace di più di questo mestiere: far parlare chi in genere non ha i mezzi per farlo, fare da cassa di risonanza dell’opinione pubblica e degli umori collettivi.
“Solo gli ignoranti fanno polemiche su una così bella festa. Piuttosto, diamo polmone alla cosa”. Ottimo, solo che a me, intanto, i polmoni si sono proprio chiusi. Mi si è mozzato il fiato ad ascoltare simili affermazioni, a dover realizzare il servilismo di chi mi comanda. A dover capire così brutalmente che oltre a non essere libero di scegliere di cosa voglio o non voglio scrivere (cosa che sono comunque disposto ad accettare, perché già preventivata), non posso dare voce alla gente ma, al contrario, a chi decide per loro. Il Capo preferisce mettere in risalto la festa, piuttosto che parlare di ciò che non funziona in questa maledettissima, provincialissima città.
Ma in fondo non è che un’impressione. Non ho nessuna certezza del fatto che la sua scelta dipenda da una partigianeria politica, tra l’altro diversissima dalla mia. Né che si tratti di opportunismo da “business man”. Ho solo sempre più la limpida sensazione di essere un pesce fuor d’acqua. O di essere finito, come minimo, nell’acquario sbagliato.

