Le fatiche di KronaKus


Gli stagisti sono cacche di topo

“No no, ma arriva pure quando vuoi”.
Ero appena entrato in redazione. Giusto il tempo di appoggiare la mia borsa di fronte alla mia (mia?) postazione, ed ecco che il Burbero ha cominciato subito a recitare la sua parte. La mosca nera è entrata in azione appena dopo avermi guardato in faccia. Ma d’altronde non ero in ritardo. Già, una volta nella vita non ero in ritardo. Non capivo il perché di quel sarcasmo, che mi faceva pensare che non fossi in orario. Ma che sapevo non corrispondere al vero. La riunione non era ancora cominciata. Anzi, sarebbe iniziata soltato quaranta minuti più tardi. Così ho chiesto al ragazzo di fianco a me: “Ma a chi dice?”.
“A te – ha risposto lui – ma non ti preoccupare, lui fa così”.
“Non farci caso – è intervenuta da dietro la caposervizio dai saluti squillanti – lui è uno dei pochi seguaci rimasti del nepotismo”.
Ma io non sono suo “nepote”, e lui non è di certo mio nonno. La cosa non mi è piaciuta, ma l’ho presa ugualmente con un sorriso.

Mi sono avviato verso il bagno, ma il Burbero mi ha fermato.
“Com’è che ti chiami?”, mi ha chiesto. Chiedermi il nome sembra diventato un rito quotidiano, una verifica probabilmente dettata dal suo Alzheimer. O dalla paura che nell’era del nomadismo identitario io possa aver cambiato nome, magari pure sesso, da un momento all’altro.
Ma questa volta al “Come ti chiami?” ha aggiunto, quasi tutto d’un fiato, un “KronaKus, vero?” che dimostrava che in fondo in fondo come mi chiamavo se lo ricordasse. E da lì è partita tutta una serie di domande. Che università avevo fatto. Dove avevo studiato. Un interrogatorio lampo stroncato da un imperativo.
“Dai vieni, ti offro un caffè”.
“No grazie, non lo bevo. Comunque vengo”, ho risposto io con riconoscenza e rispetto. Nonostante tutto.
Un coro di “nooooooooooooooooooo!” si è levato dal nulla, come se avessi compiuto un passo più falso dei capelli del premier. Ma io ero sono stato sincero, e non me ne sono pentito affatto. Anche perché, di là, davanti alla macchinetta del caffè, il Burbero ha continuato il suo interrogatorio senza affondare tanti colpi. Si è limitato a infierire su di me riservando brutte parole per le scuole di giornalismo. Lui parla bene, dall’alto del suo praticantato iniziato e finito lì dentro. Ma non considera che nel suo caso si trattava del 2000. Nove anni sembrano uno scherzo, ma per il mercato dei giornalisti, da allora, dev’essere passata qualche era geologica. E gliel’abbiamo fatto notare sia io che il ragazzo che all’inizio aveva cercato di tranquillizzarmi, e che intanto ci aveva raggiunto. Anche lui è uno stagista, anche se di un’altra scuola.
Dopo che entrambi si sono fumati le loro belle sigarette sul terrazzino esterno della redazione, siamo rientrati alla base.

“Comunque, davvero, non farci caso. A me, appena arrivato, aveva detto che conto meno di una cacca di topo. Ci sono rimasto così”, mi ha detto mimando l’espressione a bocca aperta che aveva avuto quella volta.

C’è da riderci. In fondo quella mosca nera ha solo sette anni più di me, anche se professionalmente mi sembra lontano anni luce. Ma io ho tutto il tempo per progredire. E chissà, magari un giorno giocherò anch’io a recitare la parte del Burbero, prendendo di mira altre “cacche di topo” a cui offrire caffè.



La mosca nera

Va tutto liscio. Siamo uomini tra gli uomini, e ci rispettiamo. Ne sono contento, davvero, perché tutto questo non era affatto scontato.

Eppure in redazione c’è un soggetto strano. Un Burbero. Una mosca nera in uno sciame di mosche bianche.
Già dal primo giorno era stato scostante nel farmi notare che il giornale sarebbe uscito domani, e che si deve fare attenzione ad attribuire la giusta temporalità alle cose che si scrivono (praticamente si deve scrivere tutto come se fosse accaduto un giorno prima). Ma anche ieri si è comportato in un modo che sto ancora finendo di decifrare.

Eravamo in un momento morto della riunione di redazione, quando si è girato verso di me e mi ha detto: “Com’è che ti chiami tu?”.
“..KronaKus..”, gli ho risposto.
“Di là c’è il mio borsello verde. Dentro ci sono le sigarette”. La sua frase non suonava come una richiesta, ma era palese che lo fosse.
Mi sono alzato e gli ho portato direttamente il borsello. Sono una persona discreta, ho preferito non rovistarci dentro, anche se in pratica era come se fossi autorizzato a farlo.
“Ma ti avevo chiesto le sigarette, non tutto il borsello!”, ha esclamato lui vedendomi arrivare con tutto il suo malloppo verde. Il tono era quasi quasi goliardico, ma francamente la situazione non mi hai poi così convinto.
“Eh vabbè, ti ho portato tutto il borsello. Che cosa cambia?”. La mia risposta suonava tanto di autodifesa, e probailmente lo era. Difendermi da cosa poi, non lo so.

O sì?

Sarà che poco prima stavo sfogliando uno dei tanti giornali che teniamo sul tavolo della sala riunioni. Possiamo guardare le edizioni del giorno delle principali testate, nazionali e locali. All’improvviso il Burbero ha fatto uno scatto e mi ha preso il giornale da sotto gli occhi, velocemente, stropicciandolo. “Basta di leggere giornali. Quello poi, sembra Topolino”.
Premesso che sono un appassionato di fumetti, e che la sua uscita mi è suonata alquanto infelice, inopportuna, ma in ogni caso, già da quel gesto, fatto comunque senza arroganza, mi è parso alquanto strano. Lui. E il suo modo di rivolgersi a me.
Il direttore poi si è alzato, e si è messo a ricomporre il giornale violentato dai modi assurdi del mio collega, mentre stava al telefono con i soliti portatori sani di notizie.

A fine riunione, i più si sono messi a fumare. Dopo aver acceso la sua sigaretta, il Burbero ha lanciato l’accendino sul tavolo, in direzione del suo borsello. Lasciandolo scivolare davanti a me, a distanza abbastanza ravvicinata.

Sono piccoli segnali di un tono che stona tra gli altri. Non ci vedo prepotenza, solo la voglia di fare il simpatico. E la lampante evidenza di non riuscirci affatto.



Doppia faccia

Ogni medaglia ha due facce. E così anche il mio stage scorre già a doppia frequenza. Da un lato, un ambiente abbastanza solare, dove la caposervizio ti accoglie con un “KronaKus, buongiorno” in tono squillante prima di iniziare a darti istruzioni. Dall’altro, la carenza di lavoro. Le tante ore dentro quella redazione, e il tanto, tanto (troppo) cazzeggio. Non ho fatto niente, ieri. Niente di niente, prima delle 18. D’altronde è così: i quotidiani lavorano sodo soltanto dal tardo pomeriggio.

Spero soltanto che le mie responsabilità aumentino di giorno in giorno.



Vizi (2)

Cerchietto in testa. Gambe depilate. Le tante amiche donne con cui dice di parlare così bene. Il solito sguardo che gli viene così naturale. E le solite mosse, così poco mascoline.

Il Femmino mi sembra sempre più femmino.

E poi io giro per casa in mutande. Fa troppo caldo. Giro in mutande, e ogni tanto il mio “pacco” si sente un po’ osservato.
Non è difficile indovinare da chi.



Ben arrivato

E’ ancora presto per dare giudizi, ma non è mai troppo presto per farsi illusioni. Perciò fatemi illudere. Sono solo al secondo giorno, ma mi sento già di dire che in questa redazione si respira tutta un’altra aria.

Età media piuttosto bassa, uno dei redattori potrebbe essere anche più giovane di me. Si scherza molto, ma quello succedeva anche di là. E’ che mi sembra un ambiente più fresco, dove c’è voglia di fare, dove ci si mette l’impegno ma anche parecchia allegria.

“Ciao, piacere io sono..”.
Non sono state poche le strette di mano, contando quanto pochi siano i giornalisti che lavorano lì dentro. Una sequela di “ben arrivato”, che mi mostra l’altra faccia delle redazioni italiane. Dove quelli che sono appena diventati i tuoi colleghi non ti passano davanti guardandoti come fossi un alieno. E senza salutarti.

Quella realtà è un ricordo che stride con quella nuova. Non verserò lacrime al pensiero di ieri. Spero soltanto di non doverle versare domani per le illusioni di oggi.



Astenersi perditempo

Domani si parte. Cambio città, cambio di nuovo vita. Alle porte un nuovo stage. Questa volta lavorerò per l’edizione locale di un quotidiano. Un quotidiano di quelli seri. Se ancora si può parlare di serietà per il giornalismo italiano.

La valigia è ancora da fare. Io sono pronto, lei no. Amen. L’importante è che lo sia io. L’importante è che io parta con lo slancio giusto.

Altrettanto importante, poi, è che nessuno me lo smorzi per strada. Che anche questa volta non mi uccidano i sogni sul nascere.

No, non accadrà. Questa volta, se servirà, farò la faccia cattiva. La faccia sì, perché cattivo davvero non sono. E non lo voglio diventare. Ma dovrò mostrarmi deciso. Risoluto. Dovrò far vedere che so il fatto mio, e visto il mestiere, che so pure quello degli altri.

Sono pronto per il mio nuovo stage, cari colleghi. Sono pronto a partire e a farmi il culo. Vengo lì per dare, vengo lì per fare. Questo è il mio proclamo. Astenersi perditempo.



Belle speranze

Il tempo non vola, si dematerializza. Sono passati due mesi (circa) da quando sono tornato dalla Città delle Pizze Gommose. E ormai mancano solo tre giorni alla mia ripartenza. Un nuovo stage alle porte, un’estate in altalena alle spalle. Non perché mi sia divertito ad andare su e giù. Anzi, è l’estate stessa che si è divertita a farlo. A salire e a scendere. E io, passivo ma non troppo, a seguirne le oscillazioni.

E’ quasi ora di preparare i bagagli. Via, mi trasferisco per altri due mesi.

Nella testa ripenso al mare, che cercherò di rivedere il più possibile in questa pausa ormai agli sgoccioli. Ma ripenso anche a quanto mi ero prefissato di fare, tra divertimento e piccole grandi cose di tutti i giorni che ho sempre rimandato. Vuoi per pigrizia, vuoi per mancanza di tempo. E ripenso a quanto poco ho fatto, e a quanto in fondo sono scemo a sentirmi in colpa per essermela più che altro spassata.

Anche se questo è vero fino a un certo punto.

Ho fatto baldoria, ma non troppo. Ma più che altro ci sono state tensioni su più fronti. E in più momenti. In famiglia. Con gli amici. E con la fidanzata.
Ho maturato in me la voglia di andare lontano, nonostante il cuore se ne resti qua nella Baia delle Zanzare. Mi è cresciuta la voglia di vivere in indipendenza, di gestirmi la vita da me. Per quanto possibile.

Non abbandono nessuno. Ma torno alla mia vita da solista con un mezzo sorriso. Anche se sentirò sicuramente la mancanza della famiglia. Degli amici. Della fidanzata. E dei gatti. Una lista in ordine sparso di anime buone da cui prendo momentaneamente le distanze. In cerca di un altro me, in cerca di belle speranze.



Zzzzz
Mercoledì, 15 Luglio 2009, 9:22 pm
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Zzzzz..

Non sono io che dormo. Anche se vorrei. Anche se ogni mattina mi sento rincoglionito e ancora assonnato a prescindere dalle ore di sonno fatte.

Zzzzz…

No, ripeto. Non sono io che dormo. Ma allora che cos’è?

Zzzzz…

Sono quelle stronze di zanzare che mi ronzano intorno all’orecchio. Sono le sanguisughe che mi fanno grattare neanche fossi un macaco. Sono le vampire che dal tramonto all’alba mi mangiucchiano, nemmeno stessero facendo un provino per un film di Tarantino.

Ma in fondo cosa mi aspettavo? Questa è la Baia delle Zanzare. Questa è la città in cui vivo, e in cui ogni estate è la stessa storia. Nel mio giardino ce ne sono così tante che sembra un allevamento a batteria. Speriamo si esaurisca presto. Prima che mi esaurisca io. Che ho visto scolapasta con meno buchi di me.



Sono il vostro schiavo

Sono qui da poco, perciò mi scocciava chiederlo.

“Oggi pomeriggio avrei bisogno di uscire verso le 4, massimo 4 e mezza…”.

“Fai pure – risponde uno dei capi dell’economico, quello che mi guarda storto – tanto qui fanno tutti come cazzo gli pare!!”

Io devo partire. Domani si vota, perciò devo partire. Ho un treno da prendere per tornarmene nella mia città, dove ho mio il seggio. E l’avevo già accennato qualche giorno fa.

Neanche il tempo di reagire che il boss mi sorride e dice: “Vai, vai tranquillo. E grazie”.

Stava scherzando. Ma soprattutto mi stava ringraziando per il (poco) lavoro che stavo facendo. Mi ha fatto piacere, fa sempre piacere quando c’è riconoscenza. Ma vorrei poter fare di più. Quel “grazie” mi lascia pensare che io per loro sono come un aiuto esterno, come un collaboratore che arriva e che presto ripartirà. Non uno dell’organico, e ci mancherebbe, ma un buon samaritano che sacrifica un mese della sua gioventù in questa redazione di pazzi.

Non va bene. Voglio essere trattato male, perché è così che si impara. Voglio essere rispettato, sì, ma in uncerto senso voglio essere anche struttato.

Finisce la prima settimana, ed è stato tutto desk. Solo ed esclusivamente desk. Ho rimaneggiato più comunicati in questi cinque giorni che durante i due mesi trascorsi un anno fa a lavorare per quel becero sito di becera informazione.

Così non va. Sfruttatemi, signori. Sono il vostro schiavo.



Scogli

Sta per finire il primo round della scuola di giornalismo. E la fase due è alle porte. Da lunedì mi trasferisco nella Città delle Pizze Gommose per uno stage di un mese. Un mese smilzo. Farò online, che dicono sia il futuro della professione e probabilmente l’unico vero settore in cui esiste qualche piccolo spiraglio lavorativo. Talmente piccolo da essere, forse, anche ridicolo.

Qui è già tempo di saluti e di timidi accenni di nostalgia. Stasera faremo una cena per dirci “ciao”, in un ristorante a menù fisso. Venti euro per, dicono, mangiare come porci. Speriamo non ci venga la “suina”.

E non mi va di fare tanti bilanci. Ci sono stati i bianchi e i neri. E tanti grigi. Per ora mi limito a dire che la prima breve fase della scuola si chiude con il segno più. Pollice alto per la didattica di base, un po’ meno per l’approfondimento. Difficile dire come sia andata con i laboratori, anche se ci hanno tenuti impegnati per buona parte del tempo. Ottimo il giornale della scuola, che poi è il giornale ufficiale del Paese dei Polpacci. La gente ne è entusiasta, e la possibilità di portare avanti delle mini-inchieste ne fa un piccolo paradiso del giornalismo italiano, saturo di quel politicheggiare che fa generare (e degenerare) le opinioni. E che mette un muro all’informazione vera. Quella che si basa sulla realtà, non sui botta e risposta di chi pensa solo a tirare acqua al suo mulino.

E’ andata bene, dai. A parte un fatto increscioso. Un episodio sorprendente. Assolutamente squallido.

Ma ora non mi va di parlarne.

Mi gusto il penultimo giorno di lezioni prima dell’abbuffata di stasera, anticipata rispetto alla fine della scuola (domani) perché c’è chi vuole partire prima. Sono quelli che si fanno lo stage all’estero, che si prendono un giorno di vantaggio sugli altri per potersi spostare. Io non ho nemmeno pensato di andare fuori all’Italia. Adoro questo democraticissimo paese (!), e soprattutto il mio inglese non è proprio da madrelingua. Uno scoglio che devo superare.

Ah, dimenticavo. Domani c’è l’esame di fine anno.



Fuori dal vero

“Il primo pezzo che ho firmato per Il Cronista era su un piccione che era rimasto ferito in un parco pubblico, e su un animalista impazzito perché l’Asl non era voluta intervenire”. L’Invasato mi ha raccontato del suo esordio nel mondo della carta stampata con una storia che a qualcuno farebbe ridere e a qualcuno farebbe piangere.

A me fa piangere. E riflettere. Perché il suo flashback è arrivato subito dopo che io gli ho raccontato che alla Silente, una nostra collega della scuola di giornalismo, durante uno stage prima dell’inizio dei corsi, le era capitato il caso di un consigliere comunale che si era incatenato all’ingresso di un giardino pubblico per protestare contro l’incuria. L’avevano mandata sul posto, e già ridevano mentre le assegnavano la cosa. Infatti una volta tornata non se n’è fatto nulla. Niente pezzo, il fatto era troppo “stupido”.

Mi viene da piangere e riflettere, sì. Su quanto il giornalismo sia amabilmente e pericolosamente vario. Su come si debba stare attenti a non finire nel posto sbagliato. Nelle mani sbagliate, mani di persone ammanicate – mi si scusi il gioco di parole – e superficiali. Che si fermano alla politica perché è quella che tira. Che non vedono l’importanza delle piccole cose e che non sanno riconoscere la gravità delle stesse. Cose piccole che piccole non sono quasi mai. Ma ci vogliono gli occhi giusti. Ci vuole l’atteggiamento giusto. Ci vuole il direttore giusto.

Meglio cercarla in fretta, la retta via, in questa selva oscura di giornalisti politicanti e politicizzati. Sicuri del vero ma fuori dal vero. Pieni di sé ma fuori dal mondo.



Il cronista della gente

C’è grossa crisi. Sì lo so che l’ho detto pure ieri, ma stavolta l’argomento mi tocca da vicino. Un articolo per il giornale della scuola. Argomento crisi. Intervistare i negozianti del Paese dei Polpacci per capire come stanno le cose. Per vedere se la situazione è davvero così tragica. Oppure no.

No. Sembra di no. Molti commercianti si lamentano, ok. Ma senza eccedere. Il bello è che alcuni dicono che è la tv a mettere paura. Che amplifica la cosa. Che da un cerino ci si è inventati un incendio.

Ma in fondo i numeri parlano chiaro. Il problema è serio, il solco è bello profondo. Eppure c’è chi sospetta che quella che era solo una fase di timida depressione sia stata trasformata in un evento apocalittico. Rendendolo apocalittico davvero. E poco integrato. Mettendo paura agli investitori, che hanno venduto i loro titoli nel timore di perdere tutto. E alle famiglie, ai consumatori, spingendoli in maniera più meno diretta a un risparmio forzato dai proclami catastrofisti. Meglio tenerci quello che abbiamo, che non si sa mai.

Non so quanto ci sia di vero. Poi l’economia non mi ha mai affascinato. Sono pure diplomato in ragioneria, ma le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere.

Fatto sta che gli alimentari – e di loro mi sono occupato soprattutto – stanno vivendo una fase di schizofrenia. Perlomeno nel Paese dei Polpacci. I piccoli soffrono, i grandi resistono. Tengono botta. La piccola distribuzione agonizza, i pesci grossi incassano i colpi senza tanti traumi.

Strano. L’economia non mi ha mai affascinato. Le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere. Però mi è piaciuto indagare la cosa. Nonostante i numeri. Sarà che gli interlocutori erano pur sempre persone. Che ho lavorato sui casi umani della crisi, non tanto sulle cifre.

L’uomo. E la donna. Ecco cosa m’interessa. Soprattutto la donna, ma lasciamo stare.

Sono il cronista della gente, il narratore delle piccole storie. Piccole ma vere. Vere quanto lo sono le persone, le loro vite. Vere quanto lo sono io.



Bad cowboys

Prendi l’intervistato e legalo con una corda. Se se ne va senza rilasciarti l’intervista, tu prendilo al lazo e non fartelo scappare. Non è un consiglio, tantomeno una metafora. L’Ippopotamo, esimio, gonfissimo professore di tv della scuola di giornalismo, ci ha raccontato un fatto di vita vissuta. Un suo collega di vecchia data l’ha fatto sul serio. Ha bloccato la persona che doveva intervistare placcandolo con una specie di corda. In barba alla sua riluttanza. E al bon ton.

“Questo non è un lavoro per persone educate”, è intervenuto il Lemure, minuto, spigliato professore, anche lui di tv.

E noi, così ingenui. Io, cameraman dai modi gentili. E lei, la Compagna, ragazza dal fare sottile a cui è toccato fare interviste.
Un servizio su una mostra d’arte a cui tutto il Paese dei Polpacci tiene parecchio. Pure troppo.
Ce ne siamo tornati con poche immagini. Il nostro lavoro ha rischiato di finire tutto a puttane. Ma no, alla fine ce la siamo cavati, e ne è uscito comunque un servizio da mandare in onda. Nonostante i limiti imposti dagli organizzatori della mostra. I professori avrebbero voluto più materiale, ma non ci hanno permesso di fare riprese in biglietteria, tantomeno ai quadri. Quasi tutti da inquadrare da lontano. No dettagli.

Ma pazienza, è andata lo stesso. Il prezzo da pagare – perché c’è sempre un prezzo – è stato il racconto dell’Ippopotamo e del Lemure, animali del giornalismo su schermo. Rodati da anni e anni di esperienza, il primo è addirittura in pensione e arrotonda le sue già rotondissime rotondità venendo a fare lezione da noi. E andando a cena con tutto il club dei giornalisti-professori in uno dei ristoranti di pesce più rinomati della costa. Che dista diversi chilometri dal Paese dei Polpacci, ma per magnà se fa questo ed altro. Il Marinaio, uno dei due tecnici che ci assiste nel nostro lavoro di televisivi, li ha portati in questo locale in cui sembra si mangi divinamente.

Pance piene e consigli da selvaggio west. Loro sceriffi. Noi, cowboys cattivi messi su strada a catturare gente col lazo per uno straccio di intervista.

E’ un mondo difficile.



A casa del Mister

Ma la sera a casa del Mister, si può nominare. Ma la sera a casa del Mister, che musica c’è.

Tutti a cena dal Mister, è lì che si fa carriera. Se ne parla da giorni e giorni, e stavolta qualcuno s’è incazzato. “Il servizio pubblico non è una torta da spartire”, ma ciò non toglie che sia tutto un magna magna. Tanto è vero che le nomine, alla Rai, si fanno a casa del nemico. Commercialmente parlando. A casa della concorrenza, insomma. A casa del Mister, sì. Il Mister del governo.

C’è qualcosa che non va.

Ora lui parla di “facce giovani”, di una nuova classe di direttori di telegiornali.
Scusate se sono scettico.



Uovo di cacca

Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. Dopo un pranzo animalesco ma non troppo (il pesce è pur sempre pesce, e come tale non ti intasa mai abbastanza), ho passato il pomeriggio in compagnia di quattro amici. Ce ne siamo andati dove per tradizione va gran parte della gente il pomeriggio di Pasqua: al mare. O meglio, per il lungomare della nostra beneodiata città.
Verso le 6 la telefonata.

Pronto?

Tutto regolare, era la mia lei. Ma poco dopo mi si è affiancato un lui che avrei fatto a meno di incontrare. Un look di lusso e un fare da giovane rampante. Pantaloni bianchi e camicia azzurrina. Mi consenta, il Capo aveva deciso di fare l’aperitivo in uno dei locali più in di questa città sempre più out. Una città che fatico sempre più a digerire (mica come il pesce), piena di giovani troppo giovani per me. E di vecchi troppo vecchi, sempre per me. Io, nel limbo di un’età che non è né carne né pesce, e che nel dubbio ha deciso di restarmi comunque sullo stamaco.

Il Capo, dunque, era lì di fianco a me, mentre telefonavo e mi accordavo con la mia ragazza sul da farsi della serata. Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. O magari l’uovo c’era, ma evidentemente era fatto di cacca. Sai, il colore talvolta inganna.
Mi son trovato a non capire cosa lei mi stesse dicendo dall’altra parte della cornetta. Un orecchio all’apparecchio e un occhio sul mio inatteso e poco gradito vicino di passeggiata. Uno strabismo audiovisivo difficilmente ripetibile. Fatto sta che mi sono sentito in imbarazzo, ma a risolvermi il problema c’ha pensato lui. Come? Ignorandomi, ovvio. Non so se deliberatamente o meno, ma non mi ha minimamente preso in considerazione. Credo e spero non mi abbia nemmeno visto, ed è meglio così.
Quella volta me ne sono andato in tutta fretta, subito dopo aver saputo di essere stato ammesso alla scuola di giornalismo. Ho subito pensato a cercarmi una sistemazione lì al Paese dei Polpacci, e tanti saluti alla cara redazione in cui lavoravo. O in cui fingevo di lavorare, non per mia volontà ma per una condizione resa obbligata dall’incapacità di una Direttrice che sembrava messa lì come il più antiestetico dei soprammobili. E di un Capo affarista e poco interessato alla buona informazione, quello stesso Capo che camminava per il lungomare fianco a fianco con la moglie di un politico locale altrettanto rampante,. Suo amico, chissà poi quanto.

Ma sarò io che penso male. Chi lo sa? In ogni caso si vocifera che qualcosa sia cambiato, in quella valle dell’ipocrisia e del servilismo in cui ho sprecato la mia scorsa estate. Pare ci sia stato un cambio della guardia.
Devo assolutamente indagare.



Directus interruptus

Il Tecnico ha preso la cornetta del telefono. Come sempre, alla fine di ogni diretta, ha richiamato quelli della radio che ci ospita per sentire se è andato tutto ok. Il nostro collegamenteo funziona così, via telefono. E anche oggi ha chiamato.

Pronto? Tutto bene?
..
Cosa?
..
Come no?
..
Ma com’è successo?
..
Che significa che si è interrotto a metà?
..
Ma come?
..
Ma no, non è possibile!
..
Aspetta, eh..
..
Cazzo, è vero!! Mi si è scollegata la consolle! Merda..

La Scimmia Urlatrice non aveva nemmeno la forza di urlare. Una belva snaturata dall’imprevisto. A un certo punto ha chiesto al Tecnico di farsi dare una seconda chance. E’ una piccola radio locale, si presume non abbia un palinsesto poi così rigido. Un’altra diretta, magari fra mezz’ora, non le sembrava un’ipotesi così azzardata.
Ma niente da fare. Il tecnico ha fatto cenno di no. E mentre chiudeva la cornetta ha spiegato che non è possibile perché c’è tutta una programmazione che devono seguire. E poi…

“Waaaaaaaaaaaaaahhhhh!”
Il Tecnico sembrava impazzito. Ma mentre stavo sudando freddo – sono caporedattore da un giorno, e ho già le (s)vampate – ho fatto uno più uno. Il calendario parla chiaro: oggi è il primo aprile. Era tutto un cretinissimo scherzo.

Fanculo, Tecnico. Mi devi un by-pass.



La farsa

Ieri abbiamo partecipato a un’assemblea di giornalisti vegliardi. Abbiamo, sì. Che bello poter parlare al plurale, come se parte di un gruppo in cui in realtà non è che mi senta poi così inserito. Ma fa niente.
Dicevo, ieri abbiamo partecipato a un’assemblea di giornalisti vegliardi. Alla premiazione di alcuni professionisti attivi da più di venticinque anni. Per loro la medaglia al valore, per noi uno spettacolo da ridere. O forse no.

Le lezioni sono state interrotte per farci assistere a questa pantomina. In cui il presidente dell’Ordine regionale, in compagnia del retorico sindaco del Paese dei Polpacci ha consegnato premi e riconoscimenti con parole che puzzavano di vecchio e di precotto.
E noi cosa c’entravamo? Credo abbiano voluto farci vedere cosa ci aspetta. Semmai troveremo un lavoro, forse anche noi tra venticinque anni riceveremo la fantomatica medaglia. Una chimera. Prima di arrivare bisogna pur sempre partire.

L’introduzione del primo cittadino, la pappardella di parole del vicepresidente. E poi la premiazione. Il più anziano di loro scattava foto con la smania di un giapponese davanti al Colosseo. Il meno anziano si lamentava perché il collega ottuagenario l’aveva immortalato quando ancora non era in posa, intento com’era a stringere la mano del sindaco.
Noi studenti abbiamo cominciato a guardarci intorno, nella speranza di trovare qualche sguardo consolatorio. Sono volate smorfie di stupore e di disappunto. Cinquemila euro di retta, e ci fanno assistere all’impaccio di questi vecchietti a fine carriera. Era evidente che ci sentivamo quasi tutti fuoriluogo.

Una noia. Ma la noia ha le gambe corte. Il Satiro si è girato verso di me e mi ha chiesto: “Ma che è ’sta farsa?”. Sono scoppiato a ridere, perché mi aveva letto nel pensiero. E lui si era messo a ridere con me. Il Satiro è uno che fa ridere, lo dice il nome. Uno a cui piace ridere ma soprattutto far ridere, e che lo rende lampante come il sole di giorno.

Mi ero già riassopito, in bilico tra la sonnolenza e il coma profondo, quando l’uomo produttore di risate si è alzato al suono di un “ci penso io” ed è uscito di colpo dall’aula. Dove sarà mai andato? La risposta sarebbe arrivata di lì a un minuto, quando il Satiro se n’è tornato con in mano una bottiglia di spumante. “Qui bisogna festeggiare”, ha detto rientrando. E tutti a ridere. Io pure, ma non capivo. Anzi sì, ho ricollegato dopo qualche secondo che si trattava di quella stessa bottiglia che se ne stava lì buona buona sul tavolo di fianco alla fotocopiatrice dell’aula computer. Era lì da almeno una settimana. Poco più tardi mi sono fatto spiegare che il martedì precedente avevano festeggiato il compleanno della Bidella, e che delle due confezioni di spumante se n’era consumata solo una. Ovviamente accompagnata da un gabaret di biscotti di pasticceria. Perché ancor più ovviamente io arrivo sempre tardi. A festa finita. Quando è ormai troppo tardi per fare qualsiasi cosa. Forse anche l’amicizia. Chissà. Speriamo di no.

Per fortuna c’è il Satiro, che per la cronaca è pure il mio coinquilino. Uno dei due. L’altro, l’Ultrà, è tutta un’altra pasta.



Ho messo via

Poco tempo per preparare, chiudere baracca e burattini e andare via. Destinazione Paese dei Polpacci. A fare il giornalista praticante. Dio mio quanto suona bene questa cazzo di parola. Praticante.

Praticante.

Praticante, cazzo!

Per una volta il tag “delusioni” se ne starà buono lì, senza essere cliccato. Oggi è la mia festa, oggi è il giorno della mia partenza verso una meta che in realtà è una galleria. Un tunnel. Un punto di passaggio senza poche possibilità di ritorno. Inizio un percorso di formazione. Un caro amico reduce da una scuola di giornalismo ma ha avvertito: lì lavorano per creare in te una certa forma mentis, quella più adatta per fare questo mestiere. Che detto da una persona meno amichevole di lui sarebbe suonata così: “ti faranno il lavaggio del cervello fino a spersonalizzarti, per fare di te una macchina capace di comunicare la realtà come è meglio che sia”.

Bene? Male? Lascerò al tempo il tempo di decidere. Oggi è il giorno della mia festa. Oggi è il giorno di fare i bagagli e di cambiare vita.

Ciao Capo, ciao Direttrice. Non vi dimenticherò, i cattivi esempi non si scordano tanto facilmente. Da voi ho imparato che c’è del marcio, me l’avete fatto capire subito servendomelo su un piatto d’argento. Ho già visto la svogliatezza di una certa editoria. Ho osservato da vicino la subordinazione alla politica e alla partigianeria di chi scrive. Racconti omessi, anche sul mio diario. E che forse tirerò fuori, se mai avrò voglia di ritirarli fuori dal cassetto. Per il momento, ho messo via un bel po’ di cose. E le prime cose siete stati voi.

Da domani si cambia. Da domani mi sentirò un po’ più cronista di quanto non mi senta oggi.



L’uomo del domani

Ripensarsi. Non ha senso stare a piangere sul latte versato, che poi il latte annacquato non se lo beve più nessuno. E con sta crisi che c’è, tanto vale tenerselo stretto. E buono. A maggior ragione se penso che il giorno in cui il latte me lo comprerò da solo è ancora molto, molto lontano. Pochi i soldi, scarse le prospettive. Eh sì, meglio ripensarsi.

Potrei andare a fare l’infermiere specializzato. A quanto ho saputo, Riotta lo ha suggerito ai ragazzi che studiano giornalismo. Meno male che ci sono questi guru buontemponi. Che incoraggiano. Che stimolano. O che più semplicemente vogliono aprire gli occhi a chi ancora sogna.
Ma io l’infermiere specializzato non lo farò mai. Non ho i mezzi. Non ho studiato per quelle cose lì, io. E non è orgoglio. E’ la consapevolezza di essere totalmente inadatti. E poi la vista del sangue altrui mi fa raggrumare il mio. Io sono l’uomo (l’uomo?) del sociale, così poco forgiato sulla cronaca. Soprattutto se nera.

Io sono l’uomo del domani. Un domani che ancora non vedo roseo come avevo sperato. Ma non è tutta Gazzetta quella che luccica. Guardiamo il lato positivo: sono ancora un uomo Libero, anche se fingo di scrivere per un vero Giornale in questa assurda Repubblica delle banane. Ma domani è un altro Giorno, con il suo Mattino. Vivi il tuo Tempo, come se ci fosse il Sole 24 ore e non arrivasse mai un Corriere della Sera. Scrivi la tua vita su un Foglio, siamo in Europa, cribbio! Sii Messaggero di pace e di speranza per la tua Nazione. Credi nell’Unità delle persone e fanne il tuo Manifesto di vita. Non potrà mai andarti male nulla. E anche dovessero investirti il cane, non preoccuparti: lo raccoglierai domani, il Resto del Carlino.



Tenere lontano dalla portata dei bambini

Ci sono fasi e controfasi.
Ho sentito il bisogno di prendere le distanze da tutto questo strano mondo che mi sono creato. Un mese esatto di silenzio, un mese di giornalismo indegno dell’etichetta, a leccare culi e a lucidare scarpe ricoperte di fango. Un mese di distacco dal virtuale, che di virtuale basta già la mia vita.
Niente blog, niente mail. Solo la non-voglia di lavorare con gente per cui non riesco proprio a provare stima. Il bisogno di silenzio, come se solo il silenzio potesse garantirmi un po’ di pace interiore.

Non so nulla di eventuali ripescaggi, ormai mi sono scoraggiato. Non sono propriamente un esempio da seguire, no. Bambini non rifatelo a casa. Davvero. Voi che ancora fate “oh”, più o meno come fa un piccione. Mentre Luca era gay.
Meno male che Povia c’è.



Porta via

“L’epifania tutte le feste porta via”. Il re dei luoghi comuni. La frase fatta per eccellenza. Ovvero, tutto quello che il giornalista deve evitare come la peste. Quella più nera.

Mercoledì 7 gennaio. Telegiornale regionale della nostra beneamata televisione di stato. Lancio dallo studio per introdurre un servizio sul maltempo. Testuale: “E anche se l’epifania tutte le feste porta via, non ha però portato via le nubi e le correnti fredde che stanno portando neve sulle nostre cime da ormai diversi giorni”.

Il giornalista in studio è il direttore di testata. Il giornalista in studio è stato un mio professore all’università, docente di uno dei pochi corsi di giornalismo previsti dal nostro maldestro piano di studi. “Evitate i luoghi comuni e le frasi fatte. Come la peste. Quella più nera”. Parole sue. Parole che condividevo e che condivido tuttora. Parole in cui ora, però, non credo più. Ci credo ma a modo mio. Perché la fonte non è attendibile. E un altro tassello della formazione base di un giornalista è verificare l’attendibilità delle fonti.

E’ quasi meglio YourTv. Quasi.

Intanto ancora nessuna notizia. La segreteria dev’essersi svegliata con pigrizia. Spero che a minuti esca dal torpore natalizio e mi invii questa benedetta mail.



Torroni

Gli ultimi giorni a brancolare nel buio, l’ultimo week-end nell’incertezza. Manca poco. La notizia sta per arrivare. L’esito della selezione, la risposta. Se entrerò o meno alla scuola di giornalismo. Se dovrò continuare, oppure no, a lavorare tra un Capo avaro e privo di stimoli e una Direttrice senza metodo né qualifiche. Se potrò cambiare pagina, premere l’acceleratore e guardarmi allo specchio dicendomi: “Sì, ora ci provo davvero”.

Dubito che lunedì avrò il responso. Martedì sarà di nuovo festa, e non mi stupirei se le segreterie facessero il ponte. Temo che dovrò aspettare almeno fino a mercoledì, mentre fagocito torroni per la mia fame nervosa. Ma ora basta. Basta torroni, davvero. E che diamine!

Qualcuno ha un pandoro che gli avanza?



No money, no party

“Il web non rende”. Il monito del Capo è di quelli che ti freddano, perché lascia presagire l’inizio della fine. La fine di un investimento invisibile. Pretenzioso. Di un editore fantasma. Saccente. Pieno di fumo e povero di arrosto. Ma preferisco lasciare fuori i rancori per le tante cose non dette. E non scritte. Ne lì, né qui.

Ora capisco che qua dentro un futuro non c’è. Neanche dovessi sforzarmi. Neanche cambiasse qualcosa in me e nel modo in cui vivo il lavoro che faccio.

L’unico a dover smuovere le acque sarebbe proprio lui, il Capo.
Ma lui chiude le porte. Mentre io apro le mie.



Il perché di una scelta

Si può far bene e si può far male, ma il perché di una scelta è sempre qualcosa di nobile. Da guardare con ammirazione e trattare con rispetto. Perché tutti sanno che non è facile lasciare il certo per l’incerto, anche se in realtà non è quello che sto per fare. In redazione nessuno sa che sto cercando il modo di andarmene. Nessuno sa che proverò a passare il test d’ingresso in una scuola di giornalismo. Nessuno a parte me, ed è quanto basta. Perché non abbandono la strada fatta finora per un volo d’angelo per cui nemmeno il decollo è ancora sicuro.

Eppure un rischio c’è. Farò un tentativo che in realtà assomiglierà tantissimo a una prova del nove. Non tanto per me, quanto per il giornalismo stesso. Sì. Io mi metterò in competizione con chissà quanti altri aspiranti al trono, ma in realtà sarò io a mettere in discussione non solo me stesso, quanto un intero percorso di vita. Quello che sto facendo. Perché vivo questo periodo di preparazione all’esame come un salto nel vuoto, anche se in fondo non lo è. Non letteralmente. Tengo i piedi a terra. Ma so che, se non volerò, prima o poi cadrò a terra. Senza un perché. Se non per delusione. Se non per frustrazione.
Ho ancora una dignità. L’aspirante cronista che è in me punterà in alto. E’ la scommessa della vita. Altrimenti, tanto vale cambiare rotta.



Il piano b

Sono arrivato alla frutta, ed è pure marcia. In redazione la situazione è diventata invivibile. La Direttrice è prossima ad andarsene per via della gravidanza, e il Capo è in crisi perché non sa ancora come coprire il buco. Dovrebbe cercare qualcuno, qualche giornalista che possa fungere da direttore responsabile, almeno per il periodo in cui lei non ci sarà. Ma ho capito, con il passare delle settimane, che al Capo non piace troppo spendere i suoi soldi. Ho sentito per vie traverse che la Stagista sta avendo problemi per ottenere i 50€ di rimborso spese che le spettano. Ho capito che il Capo fa l’imprenditore, e che ragiona come tale, ma senza la minima propensione al rischio d’impresa. Il denaro non gli manca. La voglia di sborsarlo, invece, quella sì.

E io mi domando a quale pro continuare a lavorare lì. Se davvero vale la pena investire le mie risorse in una testata in cui l’editore non investe le sue.
Voglio essere immodesto, una volta nella vita: io merito di più. So di avere un paio d’ali, ma sto in un habitat che non mi permette di utilizzarle.

Volerò via. E’ per questo che c’è il piano b.
E’ per questo che proverò a entrare in una scuola di giornalismo.



Parole di mezzanotte

Studio la notte perché il giorno lavoro. In vista c’è un cambio importante, un tuffo in avanti per cui forse annegherò. La parole si moltiplicano, mentre la mente si ferma a pensare: cosa farò tra qualche settimana?

Gli esami non finiscono mai. A breve ne sosterrò uno tra i più difficili di sempre. Non posso fermarmi, è un mare che ristagna. Io cerco il cambiamento nel fiume che passa e che trasforma le cose. Le persone. Le prospettive. Cambiare aria è quel che mi serve. Mi sto costruendo una via di fuga. Spero che le porte si aprano. Altrimenti resterò qua, fuori da me. E dentro una situazione che è morta troppo presto.



Chic & Pop

Passa il tempo, cambiano le mode. Quel che ieri era un dogma da seguire, oggi è ormai tabù. Sarà per questo che se fino a pochi giorni fa il copia-incolla era (purtroppo) alla base del mio lavoro, ora non lo è più. E’ diventato sbagliato. Così, di colpo.
I comunicati stampa ora vanno presi e modificati fino a renderli dei veri e propri articoli. Prima no, prima la dottrina del “ctrl+c” e del “ctrl+v” era davvero molto chic. Da oggi è pop, troppo pop. E se una cosa non è chic, allora non la si fa più. Quando la prassi si fa pop, tanto vale fare gli chic e cambiare metodo di lavoro.
Ma se la Direttrice ha fatto del copia-incolla la cosa più chic che si faccia in redazione, perché oggi il Capo se ne è uscito dicendo che il copia-incolla è pop e che bisogna riadattare quello che ci arriva, come se non si fosse mai accorto che abbiamo sempre fatto le cose in quel modo così dannatamente inutile e squallido?
Sin dal mio “ballo delle debuttanti” mi sono adeguato agli standard del mio posto di lavo.. lavo.. lavoro! Standard piuttosto bassi, ma non sto dicendo nulla di nuovo. Né di chic. Oggi ho voluto puntualizzare che ho fatto come ho sempre visto fare sin dal primo giorno, e come al solito mi ha fatto passare per scemo.

Ora il problema sarà garantire la stessa produttività in termini di notizie pubblicate, dato che, a parità di tempo, riadattando (o addirittura riscrivendo!) i testi che riceviamo via e-mail si finisce per dedicare molto più tempo a ogni singolo articolo.
Ma io sono sicuro che il Capo, in cuor suo, lo abbia già capito. Chissà quanto ci metterà il suo cervello a fare altrettanto.



Non lo so

Ero stanco, molto stanco. Volevo dormire, ieri sera, e ci stavo quasi riuscendo. Prima del solito: erano appena le 2. Io vivo di notte. O meglio, vivrei di notte, non fosse che il mondo ha deciso che il giorno è più cool e che la notte non ci resta che fare compagnia a Morfeo.
Volevo dormire, ieri sera, sì. E ci stavo quasi riuscendo. Quando due bambini sono usciti in strada, senza alcun preavviso, e si sono messi a urlare davanti a casa mia come scimmie davanti a un casco di banane.
“Oh!”, fa il primo.
“Oh!!”, gli risponde prontamente l’altro.
“Oh!!!”, ripete il primo.
“Oooh!!!!”, ribadisce l’altro.
A quel punto mi domando il senso di quella conversazione, apparentemente così inutile quanto inopportuna nei tempi. Poi è scattata la domanda del primo.
“Cosa vuol dire Winx?”, urla.
“Eh??”, chiede l’altro.
“Cosa vuol dire Wiiiiinccss?”, urla con più impeto.
La risposta dell’amichetto è stata folgorante. Illuminante. Rivelatrice. Profetica.
“Non lo soooo!”, grida.
“Va beneee! Ciaoo!”, risponde il bimbo.
“Ciaooo!”, gli fa eco l’amico.
Pensavo fosse finita lì.
“Ciaoo!!”, ripete l’amico come se fossero a chilometri di distanza.
“Ciaoooo!!”, conferma l’altro.

E mentre ora ripenso ai due ragazzini che si salutavano, probabilmente dopo aver fatto i compiti, aver cenato insieme e averla tirata per le lunghe come due universitari coi denti da latte, mi ritrovo a farmi una stramba, assurda e inutile domanda. Quanto quella del primo bambino. Con tanto di risposta fotocopia a quella dell’amichetto. “Non lo so”.

Stasera sono dovuto scappar via da una conferenza. Non una semplice conferenza, bensì un incontro con un celebre cantante della zona. Talmente celebre che se vi dicessi il nome vi stupireste. Nello scoprire che non avete la più pallida idea di chi sia.. Ma posso dirvi che è un tipo in gamba, un astro nascente della musica locale. Uno dei suoi pezzi è diventato la canzone mia e della mia lei. Un po’ strappalacrime, ma che serve allo scopo. Ero lì, pronto ad ascoltare le sue parole prima del concerto serale, ma soprattutto per rubargli un autografo da regalare alla “lei” di cui sopra.
Tante belle parole. Sentimentalismo a fiumi, con numerose ragazze e ragazzine votate alla causa della melassa. E c’eravamo quasi, alla firmetta che avrebbe fatto felice la mia donna. E il suo uomo, che sarei io, per la lauta ricompensa che avrei ricevuto. Niente denaro, avete capito.

Bip. Sms della Direttrice. “Corri in banca, c’è appena stata una rapina”. Sbigottito, mi son trovato costretto a rinunciare all’autografo che avrebbe movimentato la serata. Dovere di cronista: certi fatti hanno la priorità su altri. Vista l’avarizia di dettagli del messaggio, il tempo di informarmi su quale diavolo di banca si trattasse e poi via, come una saetta. Ciao melassa, ciao fuego. Pazienza. Sono stato un giornalista. Almeno per oggi.
Sono arrivato sul posto. La polizia stava già facendo i suoi sopralluoghi. Direttori e cassieri erano ancora bianchi per lo spavento, il misfatto fresco come pane appena sfornato..
Raccogliere tutti gli elementi necessari per ricostruire la cosa. Scattare foto, di quelle calde che attirino gli occhi come miele le api. E via a casa a scrivere il pezzo, su un fatto che non è eclatante ma che di certo esce dal seminato.
Le parole scorrevano leggere, spontanee. Tutto è filato. Chiaro, limpido. L’articolo è nato senza sforzi e senza tanti cesàri. Mi sono sentito soddisfatto.
Fino a che non ho aperto la nostra home page. In evidenza, la news di cui avevo appena finito di occuparmi. Già lì, pubblicata, scopiazzata da un altro sito locale, con tanto di foto spixellata perché il suddetto sito usa immagini più piccole delle nostre.
Gli occhi di fuori, il fumo cominciava già a uscirmi dalle orecchie. Refresh, due o tre volte. Ma aggiornare la pagina non è servito a un bel niente.

Ho chiamato la Direttrice. “Scusa ma cosa dovrei fare, adesso?”.
“Mah, non so. Provo a rimaneggiare un po’ l’articolo in modo che non si veda che è copiato”, ha risposto.
“Ma perché l’hai pubblicato?”, ho domandato.
“Così… tanto per mettere qualcosa…”, ha detto.
“Rimaneggiare l’articolo… Mettere qualcosa…”, ho pensato nonostante la mente già annebbiata dal nervoso.
“Se hai scattato foto migliori, magari, sostituisci quella che ho messo io”, ha concluso.
Ho chiuso la cornetta con il mio solito, eccessivo savoir faire. Ho lasciato correre, come sempre. Io lavoro, al momento senza alcuna certezza salariale, e per giunta lavoro per niente. Tanto valeva restare lì, a sguazzare tra le ragazzine con i cuori al posto delle pupille. Perlomeno avrei reso felice la mia ragazza. Invece niente autografo. E niente articolo.

Mi domando il perché, ma io “non lo so”. Proprio come quel bimbo rompipalle che non sapeva chi fossero le Winx, le fatine che vanno tanto di moda tra le poppanti del nuovo millennio. A lui basterà chiedere a scuola, o magari rivolgersi a Google. A me, invece, non resta che ridere. Per non piangere.



Chi si rivede!

Impegnato tra un comunicato e una marchetta politica, i miei occhi si sono staccati dal monitor non appena è spuntata una certa figura sulla porta della redazione. La Stagista è tornata a farci un saluto. Baci e abbracci, un calore che in quel posto è una cosa più unica che rara.

Due parole appena, prima che se ne andasse di nuovo. Non sa cosa farne della sua vita, non ancora. O forse sì ma non lo vuole dire.
Che poi mi chiedo perché si debba aver sempre un obiettivo preciso, quando poi si finisce quasi sempre per riscaldare lavori e lavoretti precotti. Carriere preconfezionate, nel migliore dei casi.

Io, invece, in che direzione mi sto muovendo?



Il mea culpa che non c’è

“Come vanno le visite al sito?”, ho chiesto al Capo.
“Bene, dopo il solito calo dell’estate siamo tornati a regime”, ha risposto lui. Poi il lume di lucidità. “Però ieri ho parlato con delle persone… Mi hanno detto: il tuo giornale è interessante, ma mancano le notizie… Non c’è molto, oltre i copia-incolla…”. A metà tra la citazione e la riflessione, il Capo ha riportato le parole dei suoi misteriosi interlocutori, finendo per parlarmi di quello che secondo lui proprio non va.
“Basta – ha detto poco più tardi – non comprerò nemmeno più i giornali locali. Non c’è niente da leggere. Sempre tutti a dar voce ai politici… Qui ci vuole qualcuno che inizi ad andare in giro a cercare le notizie!”.

Non so se fosse una frecciatina per me, che di recente non ho potuto fare altro che “dare polmone” alla sua marchettosissima rivista. Ma di certo stamattina il Capo mi è parso più simpatico del solito. Si è parlato un po’, e finalmente mi sono trovato a condividere qualcuna delle sue lapidarie considerazioni. Peccato per il mea culpa che ancora non c’è, perché a poco serve il lamento, se poi non si trova una soluzione al problema.
Meglio star zitti. Io, in questo, sono fin troppo simile a lui.



Ansia da prestazione mancata

Corri di qua, corri di là. Oggi scadeva il giornale, nel senso che tutto il materiale doveva essere pronto per poi inviarlo allo studio grafico. E’ la mia prima volta, e in bilico tra angoscia e eccitazione mi sento come un ragazzino che si prepara all’amore dopo averlo sempre soltanto immaginato.

Con la Stagista fuori dai giochi, era scontato che la Direttrice avrebbe affidato a me il grosso del lavoro. Lei è stata troppo impegnata a girare per sponsor, anche quando sarebbe ora di trincerarsi davanti al pc e chiudere tutto il lavoro in sospeso. Non mi è bastato vederla mangiare i suoi gnocchi fumanti davanti al monitor. Resto dell’idea che avrebbe potuto fare di più.
Ma il commerciale è il commerciale, senza quello non si campa. E probabilmente non sarei qui. Cioè lì. Insomma, in redazione. Il guaio è quando il commerciale finisce per eclissare, se non compromettere, la parte giornalistica del lavoro. Che poi è l’unica realmente di mio interesse.
Ma sto imparando a fregarmene. Ognuno lì dentro fa il suo gioco. Il mio, ora, consiste nel farmi il culo che gli altri non si fanno. E io partecipo, mi sono gettato con impegno e volontà. Faccio del mio meglio. In questi giorni sito e giornale contano su di me. Mi sono stati affibbiati pure tre articoli extra perché ci si è accorti che ci sono dei buchi nel menabò. Non ho un minuto libero, ma mi sento appagato. Anche se stanco.
Me ne frego, di nuovo. Oggi scadeva il giornale. Tutto il materiale doveva essere pronto per poi inviarlo allo studio grafico. E corri di qua, corri di là. Fa parte del mio ruolo di pedina all’interno del grande tabellone.
Peccato essere finito sulla casella dell’”imprevisto”, ma in fondo sarà mica colpa della Direttrice se ha cancellato dalla memory card della fotocamera la foto dell’intervistato più imboscato della provincia??

Lunedì mi tocca tornare sui monti. Lunedì, sì. Perché colei che ha pure negato il misfatto (nonostante sia stata lei a ripulire la memoria dell’aggeggio), ha detto che “ormai abbiamo sforato”. E che si può tranquillamente rimandare tutto all’inizio della prossima settimana.

Corri di qua, corri di là. Sono arrivato con l’affanno alla mia prima volta. Ma per ora sono andato in bianco, e non mi resta che questo fastidioso senso di ansia.
Da prestazione.
Mancata.



Big Tits

Avete presente Fantozzi, con la sua libidine, la sua lingua fuori posto e quegli occhi allupati? Lo avete bene in mente? Bene. Ora focalizzatevi su di me. Pensatemi in mezzo a chili e chili di carne fresca (spero). Carne morta, ma… non tutta. C’erano anche le arzille tette della moglie del macellaio, e non erano neppure da sole. Pensate: c’era pure la moglie del macellaio!
E il macellaio, ma di quello chissenefrega?

Non mi permettono di fare il giornalista come, dove, quando e quanto vorrei, ma in compenso oggi ho rivalutato il mestiere del fotografo. Un bel lavoro. Che non si mangia e che non si usa per mangiare. Anche se oggi un po’ di fame mi è venuta. E di certo non per le salsicce secche.

Sono entrato nella bottega di Tano verso le 18. Sì, perché il macellaio ha pure un nome. Oltre a una moglie e alle sue due figlie. Della moglie. Esatto, proprio quelle due.
Mi sono presentato. “‘Sera – ho detto, facendo attenzione a scandire bene la “r” per non farla confondere con una consonante che avrebbe alterato pericolosamente il significato del mio saluto – sono qui per la foto.
Spero non si sia accorto, il buon vecchio Tano, che mentre parlavo i miei occhi stavano già cercando la carne. Quella viva, s’intende. Non so se la cosa sia passata inosservata, ma di certo il burbero “smazza cosciotti” mi ha guardato con sospetto. Però mi avevano messo in guardia: Tano fa così con tutte le persone di sesso maschile che entrano nel suo negozio. Suppongo non abbia mai accettato il compromesso tra i floridi affari che ha potuto fare finora, grazie alla sua consorte, e il prezzo da pagare. Quello di avere una moglie famosa, e non di certo per il suo Q.I..
Dicono che un giorno abbia preso a calci nel deretano uno dei suoi fornitori, dopo averlo scoperto a parlare con la sua donna di quanto bello fosse lo yacht di suo cugino, e di quanto quest’ultimo fosse disponibile a prestarglielo per eventuali gite di piacere.

Ma a me è andata bene. Il mio culo non ha fatto da punging ball ai poco delicati anfibi di Tano. Lui è massiccio, tozzo, barbuto. Tano, non il mio culo. Che però dev’essere piaciuto alla giovane e generosa tettona. Il mio culo, non Tano. Oddio, forse anche lui. Altrimenti non lo avrebbe sposato. A meno che il loro matrimonio non sia niente più che un accordo commerciale in cui lo sposo vende e la sposa allestisce la vetrina. Una camicetta semiaperta e il suo lavoro è finito. Le basta poco per diventare la testimonial ideale di ripieni e polpettoni.

Dicevo: la bella mi ha guardato le chiappe per diversi minuti. Io ho fatto una ventina di scatti, e stavo quasi per andarmene quando è arrivato il fornitore di cui sopra, quello col cugino “presta yacht”. Tano lo ha guardato in cagnesco e lo ho portato nella cella frigorifera. Credevo che la verifica delle scorte fosse una scusa per rinchiuderlo dentro. Pensavo di essere sul luogo di un omicidio. Ci pensate che scoop?
Invece il macellaio si è limitato a marcarlo a uomo, mentre la sua donna mi chiamva dicendomi: “Ehi, tu, fotografo… Sai che sei carino?”.

Tano deve aver installato due parabole di Sky al posto delle orecchie. Si è voltato verso di noi e mi ha guardato come farebbe Gattuso con l’avversario portatore di palla.
Io, per non perdere le mie e per non trasformare la macelleria in un mattatoio, mi sono affrettato a ringraziare la signora e a porgerle i miei omaggi. Fantozzi sì, ma mica scemo!

Questo lavoro è decisamente troppo pericoloso. Dovrebbero pagarmi l’indennità di rischio. Altrimenti dovrò stipulare un polizza anti-macellai.



Ciao Stagista

Tempo di saluti. Senza nemmeno potermi abituare all’idea, oggi la Stagista se n’è andata tra un “ciao” e un “arrivederci”. Tornerà a trovarci, dice. Le credo, anche perché non vedo per quale motivo non dovrebbe farlo. Lei è riuscita meglio di me a legare con il Capo e con la Direttrice. Abbiamo caratteri diversi, ma questo l’ho già detto. Questione di adattamento. Di atteggiamento mentale.
Io sto sbagliando qualcosa, ormai è chiaro. Eravamo come due partigiani, a fare resistenza in un ambiente che, in un certo senso, ci è abbastanza ostile. Un’opposizione contro la maggioranza al potere, non per numero ma per ruoli.

Eppure lei è entrata più di me in sintonia con chi di dovere. Devo ripensarmi. Da capo. Devo applicare nella realtà lo stesso tipo di sdrammatizzazione che riesco a mettere in atto quando racconto la mia tragicomica vita di redazione. Devo cominciare a divertirmi sul lavoro , per quanto possibile.

Lunedì, intanto, non mi annoierò di certo. O perlomeno non i miei ormoni. Mi è stato dato un incarico extragiornalistico (tanto per essere originali). Andrò a fotografare la moglie del macellaio più in voga della città. Anzi, la moglie più in voga tra quelle dei macellai della città. Dicono che sia la macelleria più amata dagli italiani, un po’ come la Scavolini per le cucine. Dagli italiani, nel senso di uomini italiani. Perché, senza nulla togliere al fascino di Lorella Cuccarini, sembrerebbe che la gentil signora ami esporre il proprio davanzale come fosse parte integrante della carne da banco.

Il motivo di questa commissione non richiede tanti chiarimenti. “La carne della tettona”, così i più bavosi hanno ribattezzato la macelleria in questione, è uno degli sponsor della nostra rivista. Inutile dire che fotografare le grazie della moglie del titolare, magari zoomandoci pure sopra, possa fare solo che bene alla popolarità di giornale e negoziante. Un po’ meno alla mia dignità professionale, ammesso che ne sia rimasta almeno l’ombra.

Ma non mi lamento. Sono pur sempre un uomo, diamine! Francamente non credo proprio di averla mai vista, questa donna. Non sono ancora entrato nel giro della spesa, se non per dare occasionalmente una mano a mia madre.
Ormai sono curioso. Lunedì andrò a fotografare “la carne della tettona”. Letteralmente.



Solo

Sono solo nella solitudine. Solo, più di Bobby. O di Ian. La Stagista se ne va. Domani per lei è l’ultimo giorno in redazione. Poi tanti saluti. Si darà ad altre strade, ad altri percorsi di vita. Non è sicura di voler continuare nel giornalismo, lei si vede più adatta a posizioni più importanti, a profili più alti. Non si sente tagliata per lavorare alle dipendenze di qualcuno. Non sa proprio se continuare con questa professione. Preferisce organizzare eventi, crede. Coordinare persone e cose. Comandare. Lo ammette con tutto il candore che può. E io lo apprezzo, perché è meglio essere onesti, con se stessi e con gli altri, piuttosto che mentirsi e prendere per il culo tutti quanti. Compresi i propri sogni. Comprese quelle attitudini che si scoprono man mano. Mentre si inseguono ambizioni che, con il tempo, scopri essere poco più che preconcetti indotti da chissa chi. Come sparati per endovena. Ti scontri con la realtà e finisci per sentirti un pesce fuor d’acqua.

Lei lo ha capito, e ha reagito. Era questo il suo piano b. Il mio, da brava chioccia, lo sto ancora covando. Io, con i miei soliti tempi. Io, che sono stato definito “strutturalmente lento”, ieri mattina, da mio padre. Solo perché gli ho fatto notare che occuparmi il bagno per farsi la doccia quando sto per andare a lavoro e dovrei lavarmi i denti è una cosa abbastanza stupida.

Ma con il tempo si perde la ragione. Con il tempo si perdono anche le speranze. Svaniscono le illusioni. I castelli crollano. Ti accorgi che erano di sabbia e li vedi volare via col vento. Ma domani è un altro giorno, Rossella. L’ultimo per la Stagista e il primo per me, da uomo solo nella solitudine. Solo, più di Bobby. O di Ian. La Stagista se ne va. Ma queste cose le ho già dette. Sto diventando scemo.



Bilanci

Dopo aver preso atto delle maialate (o dovrei dire porcate?) che si consumano tra la mia redazione e la politica locale, ho trascorso il week-end tra mettere a punto il mio “piano b” e riflettere sul mio futuro. Mi sono accorto di avere non dieci, non cento, ma mille perplessità sulla mia attuale condizione. I contro sono tanti, e ci mancava soltanto la strumentalizzazione politica. O quello che è. I pro, invece, mi sembrano scarseggino davvero. Non fosse perché una parte di me non riesce ancora a credere che io stia finalmente scrivendo per una testata registrata, penso proprio che mi sarei già attivato per cercare un’alternativa.
Anzi no, me la sono già trovata. Forse. Quasi. Non so. Però sono sempre più convinto di aver fatto la cosa giusta. Nonostante i soliti, patetici dubbi che mi assalgono prima di ogni decisione importante.

E così è cominciata una nuova settimana di lavoro, quella cosa che non si mangia e che non si usa per mangiare. Che poi basta parlare di cibo come fossi un bulimico inespresso! Sono nauseato dai discorsi su snack e fuori pasto, su pance che crescono di fronte a monitor al plasmon. Come li chiama mio padre, neanche fossero biscotti per bambini. Oddio, sto parlando ancora di cibo!!

Settimana nuova, vita nuova. Anzi vecchia, anche se non mi sembra affatto. Mi sono disabituato a vedere il Capo e la Direttrice simultaneamente nella stessa stanza. Ma ora che il Capo è tornato, ora che le ferie sono state archiviate (perlomeno da chi le ha fatte), mi dovrò riabituare a questo sovraffollamento all’interno della redazione. Io, la Stagista, il Capo, la Direttrice. Quattro anime tormentate tra le stesse mura. Insieme, come in una sit-com di serie z. Ma per poco, ancora per poco. Poi qualcosa cambierà, vero Stagista?



Sesso (poco) virtuale

Sul cucuzzolo della montagna le cose sembrano cambiare davvero poco. La gente non parla. Il panorama, invece, quello sì che è loquace! Da lassù ho visto casa mia, o perlomeno me la sono immaginata. Era così piccola…
Poi ho visto la redazione, o perlomeno me la sono immaginata. Era così piccola…
E inutile. Ho visto il tran tran di questo ultimo mese e per un attimo mi sono ritrovato a detestarlo.

Poi mi sono voltato, e ho visto la Stagista che mi stava aspettando per proseguire il giro di interviste. Ma lassù nessuno sembrava darci udienza. Solo qualche monte che ti sorride, e appena qualche capretta. Che quelle, almeno, ti fanno ciao.

Alla fine ce l’abbiamo fatta a portare a casa qualche frivola dichiarazione. Che in fondo, dalla regia, non ci chiederebbero di meglio. E ne siamo usciti indenni. O quasi. Io, infatti, sono rimasto vittima della mia troppa ingenuità, stupendomi davanti alla Stagista mentre, a fine giornata, mi raccontava un fatto abbastanza agghiacciante. Diversi giorni fa, il Capo le ha proposto di entrare a far parte del partito del Mister.

Qua politica e giornalismo hanno smesso di andare a braccetto. Qua si stanno facendo proprio un’immensa scopata.



Gole profonde

Non c’è stato niente da fare. O meglio, abbiamo fatto come ci era stato chiesto, senza resistenze, senza tentennamenti. Io e la Stagista siamo partiti alla volta dell’entroterra, a caccia di qualche buon’anima disposta a concederci un’intervista. A parlare di cibi malsani con me, a disquisire di cinema con lei. E’ un mondo crudele e ingiusto, io l’ho sempre detto.

E’ stato avvilente constatare come siano certi giovani quelli meno attenti all’alimentazione. Ragazzi che raccontano di infinite birre di fronte alla Play Station, di chili e chili di pop corn e patatine trangugiate di fronte ai film più scadenti. Devo aver pescato dal mazzo i più grandi estimatori del cinema trash, mentre la Stagista si è ritrovata a parlare di Quentin Tarantino e Ferzan Ozpetek. Registi di cui nemmeno conosceva l’esistenza. Mi domando come farà a scrivere il pezzo.

Un pomeriggio di fuoco, ma non per il caldo che intanto ha perso vigore giorno dopo giorno, e tantomeno per l’ardore della passione di coppia. Noi che coppia non siamo, e che mai potremmo esserlo. Al di là del non trascurabile dettaglio della mia love story pluriennale, ho notato la sostanziale incompatibilità che intercorre tra me e lei. E’ simpaticissima, non bellissima ma con un suo perché. Però è una di quelle ragazze molto intraprendenti. Troppo intraprendenti. Così intraprendenti da mettermi quasi paura. Piena di sane ambizioni e carica di orgoglio. Buon per lei, ma non è di certo il mio tipo. Io sono per tutto un altro genere di ragazza.
Pomeriggio di fuoco, dunque, ma solo per la fretta di finire un servizio rivelatosi davvero impegnativo. I più si sono rifiutati non appena si sono sentiti dire che sarebbero stati fotografati. Mi chiedo dove se ne vada, nel momento del bisogno, tutto l’esibizionismo di quest’epoca in cui ogni giorno si sovraespongono corpi e facce. Mentre io mi sono dovuto avventurare nei vicoli di ogni paesino della zona, per intervistare quei quattro mufloni che farebbero impallidire qualsiasi dietologo.
Risultato: le interviste non sono ancora finite sono rimaste altre tre o quattro località montane. Già mi aspetto di ascoltare storie di pecore arrostite davanti al caminetto, e di come l’aria di montagna sappia mantenere in salute qualsivoglia gola profonda.

Un’altra giornata che se ne andrà. Là, sui monti con Annette, dove il cielo è sempre blu. Ma per il mio “piano b” la vedo sempre più nera.



Mister(o) della fede

Oggi è stato il giorno del cambio della guardia. Il Capo ha iniziato le ferie, proprio il giorno in cui la Direttrice le ha finite. E proprio il giorno in cui io e la Stagista… abbiamo continuiamo a lavorare, come sempre. Ringraziamo il breve ponte di Ferragosto, unico vero respiro che ci è stato concesso. Ma il giornalismo è questo. Non ci sono soste, né pause. C’è un continuo lavorare, magari con tempi scanditi da turni, guidato dall’innato senso di un sacro dovere. Quello di informare, di aggiornare, di comunicare, di approfondire.

Di dormire. Ecco cosa vorrei. Staccare la spina per un po’. Sono stanco. Non fisicamente, non mentalmente. Moralmente. Sono in questa redazione da così poco tempo che mi stupisco di me, nel vedermi già così disilluso. Demotivato.
A me il giornalismo ha sempre affascinato. Scrivere mi ha sempre appagato. Vedere la mia firma sui giornali è un’ambizione che coltivo da un po’. Esprimermi è sempre stata una ragione di vita, resa ancor più forte dalle esperienze e dalle riflessioni di questi ultimi anni. Ma quell’atteggiamento, quello spirito e quella mentalità mi fanno venir voglia di cambiare lavoro. Ammesso che capirò mai di cosa si tratta.

Dubbi, tanti dubbi. Aggravati dall’aver scoperto una certa cosa pochi giorni fa. Io e la Stagista eravamo rimasti soli in redazione. Lei, per motivi logistici, si era ritrovata a lavorare nello studio del Capo. Così, poco prima di andarmene sono passato a salutarla, ma mi ha interrotto con una domanda che non mi sarei aspettato: “Tu sei di destra o di sinistra?”. Io, che non vorrei espormi sulla questione, non sapevo davvero cosa rispondere. Mi è uscito un “te lo devo dire?”.
“Io non sono per il Mister”, mi ha subito bloccato.
Confortato, le ho confermo che neppure io sono di quella “sponda”.
“Guarda qua”, mi dice prendendo un foglio bianco e girandolo sull’altra facciata. Merda! Macchè foglio bianco! Era una foto capovolta. Nessun problema, non fosse per l’immagine rabbrividente che mi sono trovato davanti. Il Capo in posa di fianco al Mister. Un primo piano, due sorrisi enormi e tremendamente finti.
“Oh. Mio. Dio”, mi sono ritrovato a dire. E, dopo qualche minuto pieno di commenti poco inclini all’apprezzamento, ci siamo salutati per la pausa pranzo.

Probabilmente il Mister è l’idolo del Capo. Il suo modello di riferimento, la sua fonte d’ispirazione. L’ideologia politica è personale e sacrosanta, ma di certo la cosa non mi rassicura.



Sottozero

Ci sono momenti in cui mi chiedo chi mi costringa a fare tutto questo. Momenti in cui mi rendo conto della bassezza della redazione per cui lavoro. Momenti come questo, in cui leggo su tutti i giornali la notizia dello scandalo della sfilata, della montatura messa in atto dall’organizzazione. Persino della confessione avvenuta in serata. Cosa che avrebbe convalidato il mio articolo e che ne avrebbe legittimato la pubblicazione. Tutti ne parlano. Tutti, tranne noi e quei fetenti di YourTv. E’ in questi casi che capisco cosa prevale nella mente di certi editori, se più il coraggio del giornalismo vero o se, piuttosto, il senso del business. Se il dovere di informare o se la paura di dire. E di fare. L’importante è salvarsi il culo e intascare i soldi. E’ facile dare spazio alle sole sciocchezze, restandosene arroccati nella torre d’avorio della non polemica. Sono tutti bravi a tacere nelle situazioni più scomode. Ma d’altronde non mi aspettavo niente di meglio da un’emittente come YourTv, che già dal nome lascia intendere la sua più totale deresponsabilizzazione. Perché la tv non è mia. E’ tua, lo dice pure il nome. Adesso sono cazzi tuoi.

A far male è sapere che il Capo ha seguito il suo esempio. Una persona a cui, ogni giorno che passa, riservo sempre più una stima pari a zero. Anzi, sottozero. Anche alla luce di quello che abbiamo scoperto io e la Stagista prima di tornarcene a casa.
Ma adesso non mi va di parlarne. Preferisco far sbollire la delusione trascorrendo un Ferragosto di relax. Sì, perché siamo così “seri” che domani la redazione resterà chiusa. Un po’ perché siamo una piccola realtà giornalistica, un po’ perché in fondo siamo solo una piccola realtà. “Giornalistica” è un aggettivo che ci va sempre più stretto.



L’articolo fantasma

Più che a una pioggia di critiche siamo ormai arrivati a una bufera di neve. Di quelle incazzate, poi. Si parla della modella hard più del caldo che fa, tormentone inutile e vuoto di ogni estate giornalistica. Prima la scoperta di un blogger ficcanaso, poi il caso è scoppiato su tutte le testate.

Su consenso del Capo, unico riferimento rimasto in ufficio in questo momento in cui tutti vanno in ferie a parte me e la Stagista (il Capo ci andrà lunedì…), decido di telefonare ai responsabili dell’organizzazione della sfilata per un’intervista. “Non ne sapevamo nulla”, dicono in loro difesa, tirando fuori scuse più o meno credibili con le quali mi tengono alla cornetta per almeno quaranta minuti. Prendo nota di ogni parola. O quasi, è difficile stare al passo. Ma ho tutto l’essenziale e mi va bene così. Sto quasi per telefonare al manager della modella imputata quando vedo arrivare un suo comunicato. Forse mi ha letto nel pensiero, forse sono spiato. In ogni caso mi ha fatto risparmiare tempo, visto quello che ho perso parlando con gli organizzatori.. Ora posso raccogliere il suo “contraddittorio” con il minimo sforzo.

Ho già gli occhi a palla nel leggere le prime due righe. Il manager accusa il boss della società che ha organizzato la sfilata di aver creato questa messa in scena per pura vendetta. La ragazza avrebbe infatti rifiutato la proposta, più che altro un mezzo ricatto, di una prestazione sessuale.
Stupore. Incredulità. Dubbi sul da farsi. Chiedo al Capo come devo procedere. Le accuse sono pesanti, le conseguenze potrebbero esserlo ancora di più. Così lui telefona al manager della modella per assicurarsi della loro fondatezza. “Abbiamo le prove, intercettazioni che dimostrano che è tutto vero”, dicono. “Procediamo”, mi dice. E io procedo, scrivo un signor articolo in cui ricostruisco brevemente la vicenda e riporto buona parte del testo arrivato via e-mail, facendo la massima attenzione a mettere tutto tra virgolette per deresponsabilizzarmi delle cose peggiori.

Ho un po’ paura, perché è la prima volta che mi ritrovo a dare spazio a una questione che avrà sicuramente dei risvolti legali. Ma sono stato prudente, e siamo già d’accordo che gli organizzatori ci consegneranno domani un contro-comunicato. Il contraddittorio sarà servito, io non avrò fatto altro che il mio lavoro. Anche se fa un effetto strano rischiare la galera per qualcosa che nemmeno conosci. Il lavoro, appunto.

Articolo già on-line, con tanto di foto e firma. La mia, ovviamente. Ho ancora qualche timore, ma vado fiero di quel che ho fatto. E poi ho avuto il consenso del Capo, che è responsabile, insieme alla Direttrice, di tutto quello che viene pubblicato.
Proprio quello stesso Capo che dopo dieci minuti mi dice “Togli tutto, ho parlato con il direttore di Your Tv. Lui non ne parlerà, la cosa è perseguibile per calunnia”.
Smonto tutto quanto. Un pomeriggio in cui, a parte i soliti copia-incolla (pochi, a dir la verità, anche gli uffici stampa hanno rallentato il ritmo) non ho fatto altro che lavorare al mio articolo fantasma. Di cui mi sono fatto una copia per me. Ce l’ho qui, nella mia penna usb. Ma se pensate di leggerlo… beh, scordatevelo!



Il tagliapiedi

Ho già detto che sono nato per scrivere, giusto? Bene. Ora posso finire la frase: sono nato per scrivere, ma di certo non per fotografare. Stamattina ho controllato le foto che ho scattato alla sfilata di sabato: una buona metà raffigurano ragazze senza piedi. Non che non li avessero! Sono io che li ho tagliati. Spesso. Deliberatamente. Spudoratamente. Inavvertitamente. Forse sono un feticista. Ma al contrario. Forse il mio inconscio odia i piedi, non ne vuole sentir parlare e tantomeno li vuole vedere.
Ma no, magari sono semplicemente un imbecille.

Strano che il Capo non mi abbia fatto uno delle sue ramanzine. Strano davvero. La Direttrice intanto è andata in ferie. Meno uno. Sì, meno uno, perché ho capito che il mio lavorare bene è inversamente proporzionale alla gente che ho intorno.

E nel frattempo è scattata la polemica su questa benedetta sfilata. Sull’organizzazione sono piovute critiche come sotto il cielo grigio della Londra più grigia. Pare che una delle modelle in passerella sia solita posare nuda sul proprio blog. Nuda e in compagnia. Di uomini e di donne.
Ecco da dove venivano le “belle vibrazioni” dell’altra sera.



Narciso

Ho capito che questo mestiere mi piace. Il guaio è che allo stesso tempo già mi fa schifo. Adoro stare nella realtà, potermi immergere in essa più e meglio di prima. Pass e accrediti sono la chiave del mondo, perlomeno di quello che conta nel giornalismo. Apprezzo il fatto di poter raccogliere le parole e le immagini, i suoni e le sensazioni, per poi tramutare tutto in parole.

Eppure odio l’assenza di tempi prestabiliti, di orari concordati a tavolino. Da un lato significa avere più libertà, più autonomia di gestione. Dall’altro porta la mente a pensare costantemente al la… la… lavo… vabè, quella cosa lì. Come fosse una presenza amica e ostile allo stesso tempo. Che ti lascia andare ma solo se insisti.

Ho realizzato tutto questo durante la sfilata di moda di sabato sera. Il Capo mi ha incaricato di nuovo di fare il fotoreporter. Mai si lascerebbe sfuggire la possibilità di mettere delle “belle donnine” in homepage. E di certo non le ha chiamate “donnine”.
Inutile dirlo: mi sono divertito, e pure parecchio. Però era sabato sera, un sabato sera trascorso nel regno di Narciso. Fortunatamente si è trattato di un evento fuori dai canoni. Niente “alta moda”, ma bellezza e spettacoli, danza e costumi innovativi. Una bella visione, delle belle vibrazioni. E’ stata un’esperienza interessante.

Per me. Per la mia ragazza un po’ meno.



Fenomenologia del Mister

Domenica prossima, nella mia provincialissima città, ci sarà una provincialissima manifestazione, organizzata da una provincialissima amministrazione comunale che quei provincialissimi dei miei concittadini hanno provincialissimamente eletto. Tutti seguaci del Mister. Tutti tranne me, che forse forse sono finito proprio nella fossa dei leoni. Sono così provincialissimo, quando mi ci metto!

Uno dei provincialissimi quotidiani locali parla di una polemica insorta tra alcuni commercianti e il nostro provincialissimo sindaco. Pare che quest’ultimo non voglia finanziare l’acquisto degli addobbi che gli esercenti devono appositamente comprare per acconciare le loro vetrine secondo i parametri della ricostruzione storica che si farà. Il “Palio del vecchio cavallo” genera ogni anno la tipica situazione che ti costringe ad adeguarti al rito. Altrimenti sei un perdente, un guastafeste. Un outsider. Ma certi commercianti sono più taccagni che altro, della figuraccia se ne fregano. Anzi, diventano polemici. Magari in modo sterile ma lo diventano. Ed ecco l’attrito con il primo provincialissimo cittadino. Ecco uno spunto per un articolo che non vincerà mai il Pulitzer, ma che di certo farebbe parlare di sé. Niente scoop, solo quella conflittualità che è uno dei motori del giornalismo. Così mi propongo per un pezzo sull’argomento, dico che sono intenzionato a intervistare i commercianti incazzati, a dar loro la voce. Che è una delle cose che mi piace di più di questo mestiere: far parlare chi in genere non ha i mezzi per farlo, fare da cassa di risonanza dell’opinione pubblica e degli umori collettivi.

“Solo gli ignoranti fanno polemiche su una così bella festa. Piuttosto, diamo polmone alla cosa”. Ottimo, solo che a me, intanto, i polmoni si sono proprio chiusi. Mi si è mozzato il fiato ad ascoltare simili affermazioni, a dover realizzare il servilismo di chi mi comanda. A dover capire così brutalmente che oltre a non essere libero di scegliere di cosa voglio o non voglio scrivere (cosa che sono comunque disposto ad accettare, perché già preventivata), non posso dare voce alla gente ma, al contrario, a chi decide per loro. Il Capo preferisce mettere in risalto la festa, piuttosto che parlare di ciò che non funziona in questa maledettissima, provincialissima città.

Ma in fondo non è che un’impressione. Non ho nessuna certezza del fatto che la sua scelta dipenda da una partigianeria politica, tra l’altro diversissima dalla mia. Né che si tratti di opportunismo da “business man”. Ho solo sempre più la limpida sensazione di essere un pesce fuor d’acqua. O di essere finito, come minimo, nell’acquario sbagliato.