Le fatiche di KronaKus


Astenersi perditempo

Domani si parte. Cambio città, cambio di nuovo vita. Alle porte un nuovo stage. Questa volta lavorerò per l’edizione locale di un quotidiano. Un quotidiano di quelli seri. Se ancora si può parlare di serietà per il giornalismo italiano.

La valigia è ancora da fare. Io sono pronto, lei no. Amen. L’importante è che lo sia io. L’importante è che io parta con lo slancio giusto.

Altrettanto importante, poi, è che nessuno me lo smorzi per strada. Che anche questa volta non mi uccidano i sogni sul nascere.

No, non accadrà. Questa volta, se servirà, farò la faccia cattiva. La faccia sì, perché cattivo davvero non sono. E non lo voglio diventare. Ma dovrò mostrarmi deciso. Risoluto. Dovrò far vedere che so il fatto mio, e visto il mestiere, che so pure quello degli altri.

Sono pronto per il mio nuovo stage, cari colleghi. Sono pronto a partire e a farmi il culo. Vengo lì per dare, vengo lì per fare. Questo è il mio proclamo. Astenersi perditempo.



Belle speranze

Il tempo non vola, si dematerializza. Sono passati due mesi (circa) da quando sono tornato dalla Città delle Pizze Gommose. E ormai mancano solo tre giorni alla mia ripartenza. Un nuovo stage alle porte, un’estate in altalena alle spalle. Non perché mi sia divertito ad andare su e giù. Anzi, è l’estate stessa che si è divertita a farlo. A salire e a scendere. E io, passivo ma non troppo, a seguirne le oscillazioni.

E’ quasi ora di preparare i bagagli. Via, mi trasferisco per altri due mesi.

Nella testa ripenso al mare, che cercherò di rivedere il più possibile in questa pausa ormai agli sgoccioli. Ma ripenso anche a quanto mi ero prefissato di fare, tra divertimento e piccole grandi cose di tutti i giorni che ho sempre rimandato. Vuoi per pigrizia, vuoi per mancanza di tempo. E ripenso a quanto poco ho fatto, e a quanto in fondo sono scemo a sentirmi in colpa per essermela più che altro spassata.

Anche se questo è vero fino a un certo punto.

Ho fatto baldoria, ma non troppo. Ma più che altro ci sono state tensioni su più fronti. E in più momenti. In famiglia. Con gli amici. E con la fidanzata.
Ho maturato in me la voglia di andare lontano, nonostante il cuore se ne resti qua nella Baia delle Zanzare. Mi è cresciuta la voglia di vivere in indipendenza, di gestirmi la vita da me. Per quanto possibile.

Non abbandono nessuno. Ma torno alla mia vita da solista con un mezzo sorriso. Anche se sentirò sicuramente la mancanza della famiglia. Degli amici. Della fidanzata. E dei gatti. Una lista in ordine sparso di anime buone da cui prendo momentaneamente le distanze. In cerca di un altro me, in cerca di belle speranze.



Merda e cioccolato

Mi rendo conto di quanto sono fortunato. Fortunato nella sfiga di non esserlo stato affatto. Se il mio stage ha fatto pena è anche colpa mia, lo so. Ma ora questo non m’interessa. Ora sto riflettendo su altre cose. Sto riflettendo su quanto sia stato grande il privilegio di aver da poco finito di vedere (e di fare) tutto quello che odio del giornalismo. Ho visto la parte marcia, così la prossima volta saprò dove cercare la polpa. La parte succosa. Quella buona.

Agenzia. Economico. Dare voce ai politicanti di turno. Ecco le tre parole, o quello che sono, che non devono far parte del mio futuro di giornalista. Ecco i tre spauracchi, i tre indicatori di un fallimento sicuro.

Non è un caso se volevo fare uno stage di online. Dicono sia il futuro, anche se è evidente come non esista ancora un modello commerciale capace di farne una professione sicura e remunerativa. Purtroppo mi ritrovo a voler fare il giornalista in un momento in cui tutto sta cambiando. Come, non si sa. Ma forse forse l’online, un giorno, si rivelerà essere la terra promessa di questa strana e bistrattata professione. Vedremo. Sapevo, quindi, che l’agenzia non mi sarebbe piaciuta. E’ stata pur sempre un’esperienza, ma io sono più per l’approfondimento che per la tempestività. Non m’interessa “stare sulla notizia” quando lo fanno già gli altri. Per me il giornalismo non è una gara di velocità, ma una sfida giocata sulla comprensione profonda dei fatti. Da parti di chi scrive e di chi legge. Sono un cronista fuori dal coro, lo so. Ma d’altronde non è colpa mia. E’ che mi disegnano così.

E’ un caso, invece, che abbia lavorato per l’economico. Sono ragioniere, o così dice il mio diploma. E in cinque anni di scuola ho imparato che l’economia non mi piace affatto. Anzi, quasi mi fa schifo. Negli anni mi sono ritrovato a mio agio più con la penna che con la calcolatrice, più con le parole che con i numeri. Ma una volta arrivato in redazione, a inizio stage, non potevo

permettermi di decidere io che cosa avrei dovuto fare. O forse sì, ma sono una persona umile, anche se a volte non sembra. E prima mi piego. Poi, prima di spezzarmi, mi rialzo. Faccio scegliere agli altri, comincio in modo servizievole, nell’accezione più pulita del termine. Inoltre un mese è veramente poco, non ho nemmeno provato a farmi spostare in un altro settore. Appena il tempo di prendere confidenza con persone e meccanismi dell’economico, che eravamo già ai saluti.

E’ un altro caso, poi, quello di aver dovuto dare voce alle facce da culo di turno. Ho scoperto a mie spese che le agenzie ti mandano alle conferenze per un motivo ben preciso. Non per cercare la notizia, come logica vorrebbe, ma per far parlare e riportare quanto detto dal politico di turno. Dal presidente di turno. Da chi detiene la carica più alta. Insomma, da chi in quel momento ce l’ha più grosso.

Ma io sono affascinato dal lato umano delle cose. Mi piace capire, scavare e poi capire di nuovo osservando quanto sono riuscito a dissotterrare. E voglio raccontare alle persone quello che c’è da vedere. Preferisco metterci un giorno di più, ma farlo bene. Voglio entrare nel cuore di chi mi legge, non limitarmi a solleticargli la mente con due righe fresche di stampa. Anzi, di bit. E voglio dar voce a chi non ce l’ha. Voglio mettere sul piedistallo chi ce l’ha piccolo e farlo sentire il nuovo Rocco Siffredi. Voglio restituire dignità a coloro cui la società l’ha negata, e senza darmi un limite. E poi odio gli sproloqui propagandistici dei ministri, che infilano a forza i loro proclami autocelebrativi come vibratori senza vasellina.

Sono davvero fortunato. Ora la strada la vedo più chiara. Lontana, ma chiara. Ho capito che le deviazioni sono tante, che l’itinerario è tortuoso. E che certe strade portano a paludi più comode di certe foreste, ma che non per questo puzzano meno. Tutt’altro.

Qui ci vuole una rivoluzione del mio approccio. A colazione mangerò pane e intraprendenza. Servono iniziative mirate, per non finire nel lato più torbido di una professione che ha due facce. Una di merda e l’altra di cioccolato. E ora che mi son sporcato con la prima, mi è venuta una gran voglia di strafogarmi con la seconda.



Fuoco

Me ne vado con una valigia carica di pensieri irrisolti. Che pesa, pesa tanto. In questi due mesi ho accumulato molto, ora inizia la fase dello smaltimento. Per il momento mi sento saturo, sento la finta nostalgia di un passaggio obbligato che in fondo non mi dispiace affatto.

Da domani torno a casa. A casa mia. Per due mesi sarò un giornalista in panciolle, a fare la raccolta differenziata delle idee e dei propositi più o meno buoni. Separerò la carta dall’organico. Il giornalismo vero dalla merda. E mi arroterò le unghie per il futuro.

Cercherò un obiettivo. Poi mirare. Puntare. Fuoco.



Quella roba lì

Ho fatto un bel sospiro e ho preso la strada che avrei dovuto prendere almeno uno settimana fa. Sono uscito dalla porta interna della redazione e ho fatto le scale. Quarto piano, ufficio del personale. Sono arrivato carico. Non tanto di speranze, che illudersi non conviene mai. Ero pieno di determinazione.

Ho varcato la porta. Davanti a me né triangoli saffici né chissà quale altra strana geometria. C’era solo lei, la responsabile. Insomma, niente gnocca. Ma non importa, non ero lì per il piacere, se non quello di sentirmi dire che il mio stage si sarebbe finalmente raddrizzato. Che da domani avrei smesso di fingere di fare agenzia e che mi avrebbe messo subito sotto con l’online. E senza fingere. Che avrei preso il loro sito e l’avrei riempito di articoli miei, magari pure di foto.

“Senta, io con il direttore non ho parlato”, ha detto. Ed è stato subito gelo. “Lui, sa, è sempre molto impegnato”. Già mi ero scocciato. “Però ho sentito dei colleghi che lavorano in un ufficio qui vicino – ha aggiunto – che si occupano di alcuni portali legati alla nostra agenzia. Loro hanno detto «magari, ci servirebbe qualcuno, come il pane!»”. La responsabile del personale mi stava dando una mezza speranza. Solo mezza, sì, ma che messa insieme al mezzo wafer dell’altro giorno avrebbe fatto qualcosa di intero. Qualcosa. Cosa non so. Non era il sito sito, ma il sito qualcos’altro. Era meglio di niente. “Bene, si sarà mossa lei..”, ho pensato.

“Ora, dico, cosa ha intenzione di farei? Senza l’autorizzazione del direttore qua non si va da nessuna parte. Ci vuole parlare lei?”, mi ha chiesto la responsabile come se per l’ultimo arrivato fosse la cosa più facile del mondo. “Oppure – ha continuato prima che le dessi una risposta – potrebbe parlare con i suoi capi dell’economico e vedere se può fare qualcosa a livello di.. come si chiama.. di internet, insomma”.

Insomma, sì. Quella roba lì. Internet. Online. Parole che sento sempre più distanti. Se questa redazione un dipartimento online non ce l’ha, mi domando cosa possa combinare anche parlando con i miei superiori. Il direttore, poi, non ci penso nemmeno a cercarlo. Lui è uno di quelli che ti passa davanti e si volta dall’altra parte.

Ma il problema non è quello. Se per muovere le acque devo andare ai piani alti, allora farò altre scale, varcherò altre porte e parlerò con il dio di questa cazzo di agenzia. Il punto è: chi sono questi fantomatici colleghi che lavorano in questo fantomatico ufficio qui vicino che si occupano di questi fantomatici portali?

Non mi fido. Devo controllare.



Voglia di mare

Caldo e relax. Due elementi che si sposano a fatica. Per fortuna sono riuscito a dormire otto ore di fila. Quasi. Finalmente. Ma una volta sveglio la temperatura corporea sale. E fa caldo, tanto caldo.

Qui niente mare. Qui solo un mare di sudore. Per questo odio le grandi città, soprattutto quelle senza sbocchi verso l’esterno. Verso l’acqua. Che d’estate è paradiso liquido.

Soprattutto odio i posti in cui non sanno fare la pizza. Quella che ho mangiato ieri sera con alcuni miei amici non era gommosa come le altre. Era direttamente ridotta a carbon coke. Era fina come l’ostia. Tant’è che l’Invasato, che è pure abbastanza di chiesa, l’ha chiamata “ostia fritta”.

Ma forza e coraggio. Siamo qui per una missione. Fare i giornalisti. I giornalisti seri. Speriamo solo me ne diano modo. Speriamo solo che non uccidano sul nascere la buona volontà di un aspirante cronista. E speriamo pure che questa tremenda voglia di mare non porti la mia testa a farsi un bagno lontano dai doveri.



Fuori dal vero

“Il primo pezzo che ho firmato per Il Cronista era su un piccione che era rimasto ferito in un parco pubblico, e su un animalista impazzito perché l’Asl non era voluta intervenire”. L’Invasato mi ha raccontato del suo esordio nel mondo della carta stampata con una storia che a qualcuno farebbe ridere e a qualcuno farebbe piangere.

A me fa piangere. E riflettere. Perché il suo flashback è arrivato subito dopo che io gli ho raccontato che alla Silente, una nostra collega della scuola di giornalismo, durante uno stage prima dell’inizio dei corsi, le era capitato il caso di un consigliere comunale che si era incatenato all’ingresso di un giardino pubblico per protestare contro l’incuria. L’avevano mandata sul posto, e già ridevano mentre le assegnavano la cosa. Infatti una volta tornata non se n’è fatto nulla. Niente pezzo, il fatto era troppo “stupido”.

Mi viene da piangere e riflettere, sì. Su quanto il giornalismo sia amabilmente e pericolosamente vario. Su come si debba stare attenti a non finire nel posto sbagliato. Nelle mani sbagliate, mani di persone ammanicate – mi si scusi il gioco di parole – e superficiali. Che si fermano alla politica perché è quella che tira. Che non vedono l’importanza delle piccole cose e che non sanno riconoscere la gravità delle stesse. Cose piccole che piccole non sono quasi mai. Ma ci vogliono gli occhi giusti. Ci vuole l’atteggiamento giusto. Ci vuole il direttore giusto.

Meglio cercarla in fretta, la retta via, in questa selva oscura di giornalisti politicanti e politicizzati. Sicuri del vero ma fuori dal vero. Pieni di sé ma fuori dal mondo.



Next Step

I tempi stringono. Grazie agli imperativi dell’Ordine dei giornalisti, il calendario di noi studenti-barra-praticanti è tutto sfalsato. Per la gioia delle armate dei precari, da quest’anno niente stage nei mesi di luglio e agosto, per lasciare spazio ai disoccupati che non aspettano altro che le sostituzioni estive nelle redazioni svuotate dalle ferie.

Per questo la scuola sta già per finire il suo primo round, e già da giugno via libera alla gavetta nelle redazioni vere. Un mese, uno solo, poi uno stop forzato fino a settembre. Buon per me che amo il sole e il mare. Meno buono per me che ho bisogno di tempo e spazio per sgomitare nella mischia degli aspiranti cronisti, in questo mondo in cui di tempo e spazio per gli aspiranti cronisti proprio non ce n’è.

Da giugno sarò a fare il mio bello stage di giornalismo online in una delle principali agenzie di stampa di questo democraticissimo paese. Online, sì, perché dicono che il futuro sia lì. E nelle free press. Che però intanto stanno chiudendo sedi e tagliando edizioni. Ma suvvia, non perdiamoci in quisquiglie.

Ho un mese per far vedere se valgo. Trenta miseri giorni per uno stage richiesto dall’azienda stessa. E questo è uno scoop. Non capita spesso che non sia la scuola di giornalismo a rompere le scatole per mandare a forza i suoi allievi nelle redazioni, ma l’esatto contrario. Anche se loro le scatole non le rompono di certo.

La cosa più curiosa e bizzarra sarà cercare di imparare a fare il giornalista del web in un’agenzia di stampa. Che in fondo un sito ce l’ha, non vedo proprio perché preoccuparsi.

Ci vuole ottimismo, lo dice pure il Mister.



Il cronista della gente

C’è grossa crisi. Sì lo so che l’ho detto pure ieri, ma stavolta l’argomento mi tocca da vicino. Un articolo per il giornale della scuola. Argomento crisi. Intervistare i negozianti del Paese dei Polpacci per capire come stanno le cose. Per vedere se la situazione è davvero così tragica. Oppure no.

No. Sembra di no. Molti commercianti si lamentano, ok. Ma senza eccedere. Il bello è che alcuni dicono che è la tv a mettere paura. Che amplifica la cosa. Che da un cerino ci si è inventati un incendio.

Ma in fondo i numeri parlano chiaro. Il problema è serio, il solco è bello profondo. Eppure c’è chi sospetta che quella che era solo una fase di timida depressione sia stata trasformata in un evento apocalittico. Rendendolo apocalittico davvero. E poco integrato. Mettendo paura agli investitori, che hanno venduto i loro titoli nel timore di perdere tutto. E alle famiglie, ai consumatori, spingendoli in maniera più meno diretta a un risparmio forzato dai proclami catastrofisti. Meglio tenerci quello che abbiamo, che non si sa mai.

Non so quanto ci sia di vero. Poi l’economia non mi ha mai affascinato. Sono pure diplomato in ragioneria, ma le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere.

Fatto sta che gli alimentari – e di loro mi sono occupato soprattutto – stanno vivendo una fase di schizofrenia. Perlomeno nel Paese dei Polpacci. I piccoli soffrono, i grandi resistono. Tengono botta. La piccola distribuzione agonizza, i pesci grossi incassano i colpi senza tanti traumi.

Strano. L’economia non mi ha mai affascinato. Le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere. Però mi è piaciuto indagare la cosa. Nonostante i numeri. Sarà che gli interlocutori erano pur sempre persone. Che ho lavorato sui casi umani della crisi, non tanto sulle cifre.

L’uomo. E la donna. Ecco cosa m’interessa. Soprattutto la donna, ma lasciamo stare.

Sono il cronista della gente, il narratore delle piccole storie. Piccole ma vere. Vere quanto lo sono le persone, le loro vite. Vere quanto lo sono io.



Pay-news

Avviso ai naviganti. Da domani questo blog sarà a pagamento. Sì, e non è colpa mia. Me l’ha detto il dottore. Il dottor Murdoch. Che ha detto a tutti che le notizie online si devono far pagare. Che sennò così non si va avanti.

Ok, io non do notizie. Questo è solo un misero blog. Però parlo di notizie. Di fare notizie. Di arrivare a poter fare notizie. E magari prenderci pure qualche soldo. Perciò vi faccio pagare. Stronzi. Tiè.

..

Se da domani quei quattro gatti che mi seguono diventano tre, significa che quel micio era proprio un coglione.



Alla faccia di Pasquale

La pacchia è finita. Lo stop pasquale è durato una settimana abbondante, ma di pasquale ho visto ben poco. Preso come sono stato stato a recuperare il tempo perduto. Che poi perduto non era, perché a scuola sembra si possa imparare. Imparare davvero. Ma è certo che mi sono rimaste indietro delle cose da leggere. E da scrivere.

Il tempo passa. La mente si riempie di cose che vorrebbe fare. Ma c’è sempre meno la possibilità di farle.

Pasquale o no, le cose sono cambiate. Qua bisogna fare pulizia, alleggerirsi la zavorra (pure quella che circonda allegramente l’ombelico).
Provvedimenti, sì, prendere provvedimenti. Questa è una nuova vita, me ne rendo conto sempre di più. E tutto andrà per il meglio. Ci saranno impegno e tanta buona volontà. Alla faccia del tempo. E di Pasquale.



Uovo di cacca

Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. Dopo un pranzo animalesco ma non troppo (il pesce è pur sempre pesce, e come tale non ti intasa mai abbastanza), ho passato il pomeriggio in compagnia di quattro amici. Ce ne siamo andati dove per tradizione va gran parte della gente il pomeriggio di Pasqua: al mare. O meglio, per il lungomare della nostra beneodiata città.
Verso le 6 la telefonata.

Pronto?

Tutto regolare, era la mia lei. Ma poco dopo mi si è affiancato un lui che avrei fatto a meno di incontrare. Un look di lusso e un fare da giovane rampante. Pantaloni bianchi e camicia azzurrina. Mi consenta, il Capo aveva deciso di fare l’aperitivo in uno dei locali più in di questa città sempre più out. Una città che fatico sempre più a digerire (mica come il pesce), piena di giovani troppo giovani per me. E di vecchi troppo vecchi, sempre per me. Io, nel limbo di un’età che non è né carne né pesce, e che nel dubbio ha deciso di restarmi comunque sullo stamaco.

Il Capo, dunque, era lì di fianco a me, mentre telefonavo e mi accordavo con la mia ragazza sul da farsi della serata. Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. O magari l’uovo c’era, ma evidentemente era fatto di cacca. Sai, il colore talvolta inganna.
Mi son trovato a non capire cosa lei mi stesse dicendo dall’altra parte della cornetta. Un orecchio all’apparecchio e un occhio sul mio inatteso e poco gradito vicino di passeggiata. Uno strabismo audiovisivo difficilmente ripetibile. Fatto sta che mi sono sentito in imbarazzo, ma a risolvermi il problema c’ha pensato lui. Come? Ignorandomi, ovvio. Non so se deliberatamente o meno, ma non mi ha minimamente preso in considerazione. Credo e spero non mi abbia nemmeno visto, ed è meglio così.
Quella volta me ne sono andato in tutta fretta, subito dopo aver saputo di essere stato ammesso alla scuola di giornalismo. Ho subito pensato a cercarmi una sistemazione lì al Paese dei Polpacci, e tanti saluti alla cara redazione in cui lavoravo. O in cui fingevo di lavorare, non per mia volontà ma per una condizione resa obbligata dall’incapacità di una Direttrice che sembrava messa lì come il più antiestetico dei soprammobili. E di un Capo affarista e poco interessato alla buona informazione, quello stesso Capo che camminava per il lungomare fianco a fianco con la moglie di un politico locale altrettanto rampante,. Suo amico, chissà poi quanto.

Ma sarò io che penso male. Chi lo sa? In ogni caso si vocifera che qualcosa sia cambiato, in quella valle dell’ipocrisia e del servilismo in cui ho sprecato la mia scorsa estate. Pare ci sia stato un cambio della guardia.
Devo assolutamente indagare.



La farsa

Ieri abbiamo partecipato a un’assemblea di giornalisti vegliardi. Abbiamo, sì. Che bello poter parlare al plurale, come se parte di un gruppo in cui in realtà non è che mi senta poi così inserito. Ma fa niente.
Dicevo, ieri abbiamo partecipato a un’assemblea di giornalisti vegliardi. Alla premiazione di alcuni professionisti attivi da più di venticinque anni. Per loro la medaglia al valore, per noi uno spettacolo da ridere. O forse no.

Le lezioni sono state interrotte per farci assistere a questa pantomina. In cui il presidente dell’Ordine regionale, in compagnia del retorico sindaco del Paese dei Polpacci ha consegnato premi e riconoscimenti con parole che puzzavano di vecchio e di precotto.
E noi cosa c’entravamo? Credo abbiano voluto farci vedere cosa ci aspetta. Semmai troveremo un lavoro, forse anche noi tra venticinque anni riceveremo la fantomatica medaglia. Una chimera. Prima di arrivare bisogna pur sempre partire.

L’introduzione del primo cittadino, la pappardella di parole del vicepresidente. E poi la premiazione. Il più anziano di loro scattava foto con la smania di un giapponese davanti al Colosseo. Il meno anziano si lamentava perché il collega ottuagenario l’aveva immortalato quando ancora non era in posa, intento com’era a stringere la mano del sindaco.
Noi studenti abbiamo cominciato a guardarci intorno, nella speranza di trovare qualche sguardo consolatorio. Sono volate smorfie di stupore e di disappunto. Cinquemila euro di retta, e ci fanno assistere all’impaccio di questi vecchietti a fine carriera. Era evidente che ci sentivamo quasi tutti fuoriluogo.

Una noia. Ma la noia ha le gambe corte. Il Satiro si è girato verso di me e mi ha chiesto: “Ma che è ’sta farsa?”. Sono scoppiato a ridere, perché mi aveva letto nel pensiero. E lui si era messo a ridere con me. Il Satiro è uno che fa ridere, lo dice il nome. Uno a cui piace ridere ma soprattutto far ridere, e che lo rende lampante come il sole di giorno.

Mi ero già riassopito, in bilico tra la sonnolenza e il coma profondo, quando l’uomo produttore di risate si è alzato al suono di un “ci penso io” ed è uscito di colpo dall’aula. Dove sarà mai andato? La risposta sarebbe arrivata di lì a un minuto, quando il Satiro se n’è tornato con in mano una bottiglia di spumante. “Qui bisogna festeggiare”, ha detto rientrando. E tutti a ridere. Io pure, ma non capivo. Anzi sì, ho ricollegato dopo qualche secondo che si trattava di quella stessa bottiglia che se ne stava lì buona buona sul tavolo di fianco alla fotocopiatrice dell’aula computer. Era lì da almeno una settimana. Poco più tardi mi sono fatto spiegare che il martedì precedente avevano festeggiato il compleanno della Bidella, e che delle due confezioni di spumante se n’era consumata solo una. Ovviamente accompagnata da un gabaret di biscotti di pasticceria. Perché ancor più ovviamente io arrivo sempre tardi. A festa finita. Quando è ormai troppo tardi per fare qualsiasi cosa. Forse anche l’amicizia. Chissà. Speriamo di no.

Per fortuna c’è il Satiro, che per la cronaca è pure il mio coinquilino. Uno dei due. L’altro, l’Ultrà, è tutta un’altra pasta.



Ho messo via

Poco tempo per preparare, chiudere baracca e burattini e andare via. Destinazione Paese dei Polpacci. A fare il giornalista praticante. Dio mio quanto suona bene questa cazzo di parola. Praticante.

Praticante.

Praticante, cazzo!

Per una volta il tag “delusioni” se ne starà buono lì, senza essere cliccato. Oggi è la mia festa, oggi è il giorno della mia partenza verso una meta che in realtà è una galleria. Un tunnel. Un punto di passaggio senza poche possibilità di ritorno. Inizio un percorso di formazione. Un caro amico reduce da una scuola di giornalismo ma ha avvertito: lì lavorano per creare in te una certa forma mentis, quella più adatta per fare questo mestiere. Che detto da una persona meno amichevole di lui sarebbe suonata così: “ti faranno il lavaggio del cervello fino a spersonalizzarti, per fare di te una macchina capace di comunicare la realtà come è meglio che sia”.

Bene? Male? Lascerò al tempo il tempo di decidere. Oggi è il giorno della mia festa. Oggi è il giorno di fare i bagagli e di cambiare vita.

Ciao Capo, ciao Direttrice. Non vi dimenticherò, i cattivi esempi non si scordano tanto facilmente. Da voi ho imparato che c’è del marcio, me l’avete fatto capire subito servendomelo su un piatto d’argento. Ho già visto la svogliatezza di una certa editoria. Ho osservato da vicino la subordinazione alla politica e alla partigianeria di chi scrive. Racconti omessi, anche sul mio diario. E che forse tirerò fuori, se mai avrò voglia di ritirarli fuori dal cassetto. Per il momento, ho messo via un bel po’ di cose. E le prime cose siete stati voi.

Da domani si cambia. Da domani mi sentirò un po’ più cronista di quanto non mi senta oggi.



Quasi svengo

Driiin.
(Telefono)

Pronto? Kronakus?
..
Ce l’abbiamo fatta!!
L’altro ha rinunciato. E’ stato preso anche in un’altra scuola, quindi ha rinunciato.
Il posto è tuo.
Ok?
..
Non mi sembri così entusiasta.
Pronto?
Kronaaakuuuusss?
Ci seeeiii???
C’è nessuuunooo??
Kroooonaakuuuuuussss?



L’utopia del ripescaggio

Devo essere impazzito. Stamattina mi sono alzato con la smania di saperne qualcosa di più. Ho pur sempre l’indole del cronista, o di qualcosa che gli assomiglia. E così, un po’ per masochismo, un po’ per la voglia di chiudere la questione e di ritrovare la pace dei sensi, ho chiamato la segreteria della scuola per sapere quanti ne hanno ripescato.

Cinque. Sono cinque i bastardi, e io sarei stato il sesto. Bastardi. Bastardi. Bastardi maledetti! Non mi hanno preso per uno. Uno soltanto. Uno stronzo che avrebbe potuto rinunciare come hanno fatto gli altri cinque. Non è difficile: prendi e mandi a fanculo tutto. Proprio come devo fare io, ora che oltre il danno ho scoperto pure la beffa.

E fanculo pure al segretario, che mi ha raccontato di come in realtà il maledetto quinto non si sia ancora presentato. I corsi sono cominciati ma lui non si è visto, nonostante abbia pagato la retta. Che non è mica poco, eh. Maledetto pure lui, che ha il pane ma non ha i denti. Mentre io i denti me li sto consumando a mordermi le mani come un castoro intento a divorarsi un baobab.
Dice, il segretario, che se non si fa vivo potrebbero ripescare ancora. Stronzo. Alimentare in me l’utopia del ripescaggio è un colpo basso. Davvero un bel colpo basso.

Questo penso, mentre una parte di me avrebbe voluto chiedergli chi è, questo desaparecido. Per andare a casa sua, urlargli in faccia quanto è idiota. E per rapirlo, così saprò che a scuola non ci andrà di sicuro.
Così, se non fossi finito in galera, sarebbe toccato a me.



L’uomo del domani

Ripensarsi. Non ha senso stare a piangere sul latte versato, che poi il latte annacquato non se lo beve più nessuno. E con sta crisi che c’è, tanto vale tenerselo stretto. E buono. A maggior ragione se penso che il giorno in cui il latte me lo comprerò da solo è ancora molto, molto lontano. Pochi i soldi, scarse le prospettive. Eh sì, meglio ripensarsi.

Potrei andare a fare l’infermiere specializzato. A quanto ho saputo, Riotta lo ha suggerito ai ragazzi che studiano giornalismo. Meno male che ci sono questi guru buontemponi. Che incoraggiano. Che stimolano. O che più semplicemente vogliono aprire gli occhi a chi ancora sogna.
Ma io l’infermiere specializzato non lo farò mai. Non ho i mezzi. Non ho studiato per quelle cose lì, io. E non è orgoglio. E’ la consapevolezza di essere totalmente inadatti. E poi la vista del sangue altrui mi fa raggrumare il mio. Io sono l’uomo (l’uomo?) del sociale, così poco forgiato sulla cronaca. Soprattutto se nera.

Io sono l’uomo del domani. Un domani che ancora non vedo roseo come avevo sperato. Ma non è tutta Gazzetta quella che luccica. Guardiamo il lato positivo: sono ancora un uomo Libero, anche se fingo di scrivere per un vero Giornale in questa assurda Repubblica delle banane. Ma domani è un altro Giorno, con il suo Mattino. Vivi il tuo Tempo, come se ci fosse il Sole 24 ore e non arrivasse mai un Corriere della Sera. Scrivi la tua vita su un Foglio, siamo in Europa, cribbio! Sii Messaggero di pace e di speranza per la tua Nazione. Credi nell’Unità delle persone e fanne il tuo Manifesto di vita. Non potrà mai andarti male nulla. E anche dovessero investirti il cane, non preoccuparti: lo raccoglierai domani, il Resto del Carlino.



Se telefonando

Pronto, chi è?

Ohi, ciao Collega! Come ti butta?

A me bene, grazie. Cioè, bene.. Non ci penso, diciamo. Tu ti sei ripreso?

Maddai, chi vuoi che ci creda? Lo so bene che è stato uno smacco pure per te.

Ah no?

Sei sicuro?

Beh tu sei un uomo forte. (Io no)

Cosa? Hai un motivo per essere contento?

Certo, tutti ne abbiamo.

Io peresempio sono contento perché la mia gatta sta meglio. Se l’è vista brutta, sai?

Beh sì, è anziana… A una certa età i reni dei felini iniziano a incepparsi. E lì so’ cazzi!

Che spavento guarda. Fortuna che quei veterinari sono i più bravi del mondo.

Ma insomma, dicevi?

Ah.

Eh. Ok.

Ma perché sei felice?

Cioè.. non che mi dispiacca ma..

Come?

Cosa dici?

Ci sono novità sulla scuola?

..

Che novità?

..

..

..

..

Ah.

..

..

Bravo.

Sì, sì. Mi fa piacere.

Sì.

Certo che mi fa piacere. Cazzo di discorsi fai?!

..

..

Mm-mm.

Capito.

Beh, come dire..

..

Congratulazioni.

E quanti ne avrebbero ripescati?

..

Ah non lo sai.

Capisco.

..

Ok.

..

..

No no, sto bene. Tranquillo.

..

Mm.. no. Non mi hanno chiamato.

No.

Sì sì ma è tutto ok.

Va bene così.

Sono forte io. (E invece no)

Eh eh.

Beh bravo. Complimenti ancora.

..

Eh eh!

Mm..

E quindi cominci?

Ah. Lunedì prossimo.

Molto bene.

Mm-mm.

..

..

Sono proprio contento per te!

..

..

Ora se non ti dispiace devo andare.

Ho lasciato il gatto sul fornello.

Eh sì, sai.

A una certa età i reni dei felini iniziano a incepparsi. E lì so’ cazzi!

Tanto vale farli smettere di soffrire.

Sì sì, sto bene. Davvero.

Solo che, seriamente, poi mi si cuoce troppo.

..

Ah-ah.

Ciao bello. Salutami Rossella, e dille che può anche andare a farsi in culo.

-click-



Tenere lontano dalla portata dei bambini

Ci sono fasi e controfasi.
Ho sentito il bisogno di prendere le distanze da tutto questo strano mondo che mi sono creato. Un mese esatto di silenzio, un mese di giornalismo indegno dell’etichetta, a leccare culi e a lucidare scarpe ricoperte di fango. Un mese di distacco dal virtuale, che di virtuale basta già la mia vita.
Niente blog, niente mail. Solo la non-voglia di lavorare con gente per cui non riesco proprio a provare stima. Il bisogno di silenzio, come se solo il silenzio potesse garantirmi un po’ di pace interiore.

Non so nulla di eventuali ripescaggi, ormai mi sono scoraggiato. Non sono propriamente un esempio da seguire, no. Bambini non rifatelo a casa. Davvero. Voi che ancora fate “oh”, più o meno come fa un piccione. Mentre Luca era gay.
Meno male che Povia c’è.



Il nuovo mondo

C’è chi scende e c’è chi sale. Chi si abissa per la delusione e chi si eleva sul piedistallo di re del mondo. O di qualcosa del genere. E io re del niente. E del tutto. Del tuttofare, quello che magari un giorno sarò. Pieno di nulla e vuoto di senso. O saturo di me stesso e dei miei stessi pensieri. Come questi.

Nel giorno in cui il sogno americano rinasce, quello di un povero aspirante cronista continua ad affossarsi nella tomba delle illusioni. Ma sopra la mia culla di terra, formiche e vermi l’erba ricrescerà. Sarà Obama a piantarla. A concimarla. A benedirla.

Speriamo non passi un Bush qualunque, pronto col suo taglierba elettrico a sflaciare tutto. Che fosse per lui, si sa, ci sarebbero solo cespugli. E frutta, tanta frutta. Grappoli e grappoli. Grappoli di bombe a grappolo.

Oh per Bacco, è il nuovo mondo!

..

Ah sì?



Anche i sogni muoiono

Sono spiacente di doverle comunicare che, visti i risultati delle prove di selezione, lei non è compreso fra i primi trenta candidati in graduatoria ammessi alla Scuola di Giornalismo di .. per il biennio 2009/11.

La sua posizione in graduatoria è la seguente: 36. Tuttavia, Vista la sua posizione in prossimità degli eletti, è mio compito comunicarle che, in caso di eventuali rinunce, lei potrà essere convocato in un secondo momento.

Mi auguro comunque che lei vorrà partecipare alle selezioni per il biennio successivo.

Cordiali saluti.

Il Direttore.



Mi sto incazzosamente incazzando

Sono burocraticamente stanco di questa burocrazia. Mi sono lentamente scocciato di questa lentezza. Mi sto sciattamente indispettendo di tutta questa sciatteria.
Mi sto incazzosamente incazzando.

Cazzo.



Tsz

“Gli ultimi giorni a brancolare nel buio, l’ultimo week-end nell’incertezza. Manca poco. La notizia sta per arrivare. L’esito della selezione, la risposta. Se entrerò o meno alla scuola di giornalismo.”

Questo avevi pensato. Questo avevi scritto…

Balle!!
Stupido. Scemo. Cretino.
Illuso.
Davvero hai creduto di avere una risposta così “presto”?
Sei proprio stupido. Scemo. Cretino.
E illuso.

Tsz.



Silenzio stampa

Eppur si muove, diceva qualcuno. Ma non si riferiva di certo alla segreteria della scuola di giornalismo. Dove forse forse, oggi, hanno aperto la porta dell’ufficio, si sono seduti alla loro postazione e hanno rialzato il loro bel culo intonso solo per farsi il loro caffè lungo fresco di macchinetta. Extra-zucchero. Poi a casa. A lamentarsi con i familiari del rientro a lavoro.

Tutto questo è accaduto mentre decine, centinaia di persone se ne stavano incollati ai loro monitor, a refreshare la pagina delle mail. Seduti alla loro postazione. Rialzando il loro brutto culo (tra cui il mio, che poi così brutto non è) sicuramente non intonso (vista la tensione) per farsi la loro camomilla. Lunga. Senza zucchero, che funziona di più. Poi niente. Solo la possibilità di lamentarsi su qualche stupido blog dell’inefficienza degli uffici italiani.

Oh Rossella, domani è un altro giorno. Ma sarebbe dovuto essere oggi.
Mi sa che il ciclo ti ha sfasato il calendario.



Porta via

“L’epifania tutte le feste porta via”. Il re dei luoghi comuni. La frase fatta per eccellenza. Ovvero, tutto quello che il giornalista deve evitare come la peste. Quella più nera.

Mercoledì 7 gennaio. Telegiornale regionale della nostra beneamata televisione di stato. Lancio dallo studio per introdurre un servizio sul maltempo. Testuale: “E anche se l’epifania tutte le feste porta via, non ha però portato via le nubi e le correnti fredde che stanno portando neve sulle nostre cime da ormai diversi giorni”.

Il giornalista in studio è il direttore di testata. Il giornalista in studio è stato un mio professore all’università, docente di uno dei pochi corsi di giornalismo previsti dal nostro maldestro piano di studi. “Evitate i luoghi comuni e le frasi fatte. Come la peste. Quella più nera”. Parole sue. Parole che condividevo e che condivido tuttora. Parole in cui ora, però, non credo più. Ci credo ma a modo mio. Perché la fonte non è attendibile. E un altro tassello della formazione base di un giornalista è verificare l’attendibilità delle fonti.

E’ quasi meglio YourTv. Quasi.

Intanto ancora nessuna notizia. La segreteria dev’essersi svegliata con pigrizia. Spero che a minuti esca dal torpore natalizio e mi invii questa benedetta mail.



Rossella non deve morire

Domani è un altro giorno. Le cose si guardano intorno, e poi vanno via col vento. E dunque sì, domani è un altro giorno. Lo dice pure Rossella. Non il giornalista. Quella del film. Colei che è saggia, e che quindi ha ragione. Mai darsi per persi. La speranza è l’ultima a morire. Rossella non deve morire.

Domani potrebbe essere il grande giorno. Della vittoria, o della sconfitta più grande. Ai posteri (?) l’ardua sentenza. Domani. Che poi è oggi, ma finché non dormo e non mi risveglio, per me oggi è sempre oggi, e domani è sempre domani. Anche se dopo la mezzanotte è già ieri.



Me l’ha detto Paolo Fox

Il mondo è in guerra. I cronisti osservano e ascoltano. Le bombe cadere, gli edifici crollare. La gente morire.

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E io cosa farei? Anzi. Ma io, lo farei? Che cronista sono? Anzi. Che cronista sarei?

Domande. Senza risposta. Perché sogno una professione ma ancor prima sogno la vita. Perché sto aspettando una risposta importante, ma credo che la mia esistenza su questo pianeta venga prima di ogni cazzo di carriera.

E penso pure di essere un vigliacco. Forse. Magari sì. O magari no. Perché il cronista di guerra fa una scelta ben precisa. Una scelta che non sento mia, e che molto probabilmente non farei mai. Che non farò mai. Perché io sarò giornalista. Ormai è sicuro. Me l’ha detto Paolo Fox.



Torroni

Gli ultimi giorni a brancolare nel buio, l’ultimo week-end nell’incertezza. Manca poco. La notizia sta per arrivare. L’esito della selezione, la risposta. Se entrerò o meno alla scuola di giornalismo. Se dovrò continuare, oppure no, a lavorare tra un Capo avaro e privo di stimoli e una Direttrice senza metodo né qualifiche. Se potrò cambiare pagina, premere l’acceleratore e guardarmi allo specchio dicendomi: “Sì, ora ci provo davvero”.

Dubito che lunedì avrò il responso. Martedì sarà di nuovo festa, e non mi stupirei se le segreterie facessero il ponte. Temo che dovrò aspettare almeno fino a mercoledì, mentre fagocito torroni per la mia fame nervosa. Ma ora basta. Basta torroni, davvero. E che diamine!

Qualcuno ha un pandoro che gli avanza?



Su la testa

Ciao ciao 2008, ben arrivato 2009. Spero sia andato tutto bene, durante il passaggio del testimone. Il cambio dal vecchio al nuovo. Un nuovo che spero si rivelerà realmente nuovo. Un anno, questo, in cui mi auguro cambino molte cose. La prima: il lavoro. Che smetta di essere lavoro scarsamente retribuito e inizi a essere un praticantato serio. Scuola, sì, ma sempre di praticantato si tratta. La vera via per arrivare in alto. E per “alto” intendo uno straccio di posto, con una posizione riconosciuta dall’ordine dei giornalisti. In alto, sì, nonostante la salita. L’enorme, colossale salita.

Dicono che il 2009 sarà l’anno di Obama. Il mondo lo attende, in tantissimi confidano in lui. Bene: io sono il mio mondo, e spero proprio che la scuola di giornalismo sarà il mio Obama. Quel qualcuno, quel qualcosa a cui aggrapparmi e affidare sogni ed energie. Quella speranza di poter rialzare la testa e guardare avanti.

Buon anno a tutti, aspiranti cronisti e non. Che un augurio, in fondo, non ha mai fatto male a nessuno.



E.T.-telefono-Kabul
Lunedì, 22 Dicembre 2008, 10:41 pm
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Me la sono tirata un po’. Mi sono scoperto scaramantico, e non l’avrei mica detto! Ma le situazioni precarie, si sa, fanno dell’uomo il burattino di riti propiziatori e amuleti scaccia-sfiga. Io mi sono limitato a non parlare con nessuno dell’esito della prova scritta, forse perché inconsciamente convinto che questo potesse aiutarmi nella fase successiva. Perchè sì, incredibile, ho passato la prima selezione. Sono in fondo alla graduatoria, ma l’ho passata. Sono penultimo. Ma ci sono.

Ora serve un miracolo. Un altro. Ok: un altro e mezzo.

Perché ne parlo? Semplice. Perché la prova orale è stata oggi. Non l’ho detto quasi a nessuno. Vediamo se questa tattica darà i suoi frutti. Vediamo se mi salverà dalla gogna di una commissione dal fare saccente e tendenzialmente superbo.  Vediamo se mi farà superare quello scoglio insormontabile che mi sono messo davanti con le mie stesse mani, quando preso dall’emozione ho spavaldamente affermato che Kabul è la capitale dell’Iraq. Mi hanno guardato come fossi un alieno. Probabilmente lo sono. Sono un extraterrestre. E.T.-telefono-casa. Perché è proprio lì che sarei voluto andare a rifugiarmi. Di corsa.

Ma it’s ok. E’ ancora tutto sotto controllo. Il controllo di qualche dio che dovrà essere particolarmente misericordioso.



Nell’attesa

Mi sono preso una settimana abbondante. Sabbatica, ma per modo di dire. Perché dopo la tragedia della prova scritta non mi sono fermato. No. Non mi sono fermato. Anche se una parte di me avrebbe voluto. Sì. Avrebbe proprio voluto.

Cultura generale: quasi un testa o croce. Prova d’inglese: degna della Ricotta di Zelig. Articolo: la mia scrittura ha sconfinato oltre la decenza dell’esposizione pulita e chiara. Insomma, è andata oltre le richieste della commissione, ma non in senso positivo. Anzi. Ho messo troppo me stesso laddove mi veniva richiesto di azzerarmi. di scrivere da automa, che è un po’ il dogma del giornalismo anglosassone. Anche se in pochi hanno il coraggio di dirlo.

Mi consolo al pensiero che ci fossero meno candidati del previsto. La selezione naturale sarà meno crudele, ma comunque naturale. E mi viene naturale pensare di non essere tra i più competitivi. Ora non posso che affidarmi alle disgrazie altrui. Che tanto di cinismo in giro non ce n’è mai troppo. Rincaro la dose e me ne fotto.

..

Ok. Non ci crede nessuno. Tantomeno io, che spero in bene per tutti. O quasi tutti. Va bene: soprattutto per me. Ma degli altri non so proprio infischiarmene. Io, che attendo il risultato che sarebbe dovuto uscire oggi. Ma la burocrazia, si sa, rallenta tutto. E io, burocraticamente, me ne torno sui libri. A fingere di concentrarmi, nell’attesa del giorno del giudizio.



Ora X
Martedì, 9 Dicembre 2008, 12:21 am
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Ci siamo. Poche ore e scatta l’ora X. L’ora dell’esame di ammissione alla scuola di giornalismo. La prima parte, quella scritta. Poi seguirà l’orale. Chissà quando.

La mente è piena di concetti. Ed è stanca. Tra poco cercherò riposo in un sonno che tarderà ad arrivare. Ma proverò lo stesso: un buon riposo è il presupposto di una buona performance. ‘Notte a tutti, domani è un altro giorno. Questo è poco ma sicuro.



Meno tre (one more day)

Il web-countdown ha mancato una tappa. Ma per un giorno perso, uno se ne guadagna. Ho finalmente vinto la mia guerra contro il tempo. Era ora. Ho vinto io, sì. Ah-ah. Sì. Sono il migliore. Ora finalmente tutti quanti la smetteranno di dirmi che sono lento. Perché ho battuto il tempo. Ah-ah.

Come? Semplice. Si è accorto di essere un tirchio clamoroso. Che non ero io a non farmelo mai bastare, ma che era lui a essere poco gentile e generoso nei miei confronti. Così mi ha concesso un giorno in più per studiare. Sì, un giorno in più. One more day. Fateci caso. Il “meno quattro” è datato giovedì 4 dicembre. Il “meno tre”, questo post, è di sabato 6. Perché? Ripeto. Il web-countdown ha mancato una tappa. Eppure il conteggio resta sempre lo stesso. Invariato. Lineare. Senza salti. Né errori. Forse.

Il motivo? L’ho detto. Fate attenzione, quando scrivo. Il tempo si è arreso e mi ha concesso un giorno in più per studiare. Le malelingue dicono che sono un coglione. Che ho fatto male i conti sin dall’inizio. Anzi, i numeri erano quelli, ma i riferimenti erano sballati. Sbagliati. Dicono che avrei dovuto arrivarci subito, che lunedì 8 sarà un giorno di festa, e che nessuna folle commissione si presenterebbe mai per esaminare il gruppo di kamikaze e futuri disoccupati che tenterà l’impresa.

Dicono che l’ho sempre saputo. Fatto sta che la prova scritta sarà martedì 9, in barba a tutti. Al tempo. Alle malelingue. E alla mia coglionaggine.



Meno quattro
Giovedì, 4 Dicembre 2008, 10:32 pm
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Tra poche ore sarà già week-end, e io sono ancora in alto mare. Il lavoro mi consuma tempo ed energie. Studiare, la sera, diventa uno sforzo non indifferente. Ce la sto mettendo tutta, ma una cosa è certa. Così certa da esser scontata. Il mio sarà un tentativo disperato.

Le cose da sapere tendono a infinito. Quelle che so, allo zero. Posso fidarmi di poco più di quello che ho immagazzinato durante la mia carriera di studente. Diligente ma con scarsa memoria. E tutto il nozionismo del diritto, tutta la completezza richiesta dalla storia.. sono lussi che in questo momento non mi posso permettere.

Ma mancano quattro giorni. Poche lagne e tanto impegno. Io credo nei miracoli. Speriamo che i miracoli credano in me.



Meno cinque

Cambiare mestiere. Un consiglio che arriva alle mie orecchie sempre più spesso. Amici, parenti, compagni di sventura. Tutti uccelli del malaugurio. Forse, tutti più realisti di me.

Ma no, non lo farò. Non ancora. Se non dovessi entrare tra gli studenti del prossimo biennio potrei pure pensare di seguire il suggerimento. Lo stesso che il Mister ha dato ai direttori di Stampa e Corriere della Sera. Cambiare mestiere, appunto.

Ora non si può. Sono qui, a ridosso di un bivio, per tentare la sorte. L’esame di lunedì prossimo. Quindi, parafrasando qualcuno, “posso solo aggiungere che questo mestiere il sottoscritto continuerà ad esercitarlo, anche se qualche volta è capitato e capiterà di fare un dispiacere ad amici e parenti”.  E “questo blog è qui a dimostrarlo”.



Meno sei
Martedì, 2 Dicembre 2008, 9:01 pm
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Quando ti prepari per l’esame di ammissione a una scuola di giornalismo è come se ti venisse richiesto il dono dell’onniscienza. Non è tra i requisiti elencati nel bando, ma i fatti dimostrano che sarebbe già un buon punto di partenza. Sapere tutto. Di tutto. Perché è tutto di tutto che ti possono chiedere. Me l’ha detto chi c’ha provato e non ce l’ha fatta. E anche chi c’ha provato e che invece ce l’ha fatta. Il comun denominatore è questa sorta d’infallibilità della conoscenza. Il bisogno di un miracolo. E di un culo grande così.



Meno sette

Una settimana alla prova del nove. I nervi si accavallano nella difficile impresa di mantenermi sano di mente. Tra una “breve” e una marchetta, mi sforzo di non sprecare le mie serate, trascorrendole su libri e dispense avute in prestito da un vecchio compagno di università. Il tempo è denaro, quella cosa che negli ultimi mesi ho visto solo in foto e nelle promesse fatte a denti stretti.

Setti giorni per spingermi in avanti. Anche se sarà parecchio difficile, l’impresa va tentata ugualmente. Impugno la penna, arroto la mente. Rincorro il sogno per svegliarmi dalla realtà. Che mi sta stretta come la tutina di un bambino indosso a un adulto. Un adulto obeso.
E io non ho nessuna intenzione di fare una dieta.



Gole profonde

Non c’è stato niente da fare. O meglio, abbiamo fatto come ci era stato chiesto, senza resistenze, senza tentennamenti. Io e la Stagista siamo partiti alla volta dell’entroterra, a caccia di qualche buon’anima disposta a concederci un’intervista. A parlare di cibi malsani con me, a disquisire di cinema con lei. E’ un mondo crudele e ingiusto, io l’ho sempre detto.

E’ stato avvilente constatare come siano certi giovani quelli meno attenti all’alimentazione. Ragazzi che raccontano di infinite birre di fronte alla Play Station, di chili e chili di pop corn e patatine trangugiate di fronte ai film più scadenti. Devo aver pescato dal mazzo i più grandi estimatori del cinema trash, mentre la Stagista si è ritrovata a parlare di Quentin Tarantino e Ferzan Ozpetek. Registi di cui nemmeno conosceva l’esistenza. Mi domando come farà a scrivere il pezzo.

Un pomeriggio di fuoco, ma non per il caldo che intanto ha perso vigore giorno dopo giorno, e tantomeno per l’ardore della passione di coppia. Noi che coppia non siamo, e che mai potremmo esserlo. Al di là del non trascurabile dettaglio della mia love story pluriennale, ho notato la sostanziale incompatibilità che intercorre tra me e lei. E’ simpaticissima, non bellissima ma con un suo perché. Però è una di quelle ragazze molto intraprendenti. Troppo intraprendenti. Così intraprendenti da mettermi quasi paura. Piena di sane ambizioni e carica di orgoglio. Buon per lei, ma non è di certo il mio tipo. Io sono per tutto un altro genere di ragazza.
Pomeriggio di fuoco, dunque, ma solo per la fretta di finire un servizio rivelatosi davvero impegnativo. I più si sono rifiutati non appena si sono sentiti dire che sarebbero stati fotografati. Mi chiedo dove se ne vada, nel momento del bisogno, tutto l’esibizionismo di quest’epoca in cui ogni giorno si sovraespongono corpi e facce. Mentre io mi sono dovuto avventurare nei vicoli di ogni paesino della zona, per intervistare quei quattro mufloni che farebbero impallidire qualsiasi dietologo.
Risultato: le interviste non sono ancora finite sono rimaste altre tre o quattro località montane. Già mi aspetto di ascoltare storie di pecore arrostite davanti al caminetto, e di come l’aria di montagna sappia mantenere in salute qualsivoglia gola profonda.

Un’altra giornata che se ne andrà. Là, sui monti con Annette, dove il cielo è sempre blu. Ma per il mio “piano b” la vedo sempre più nera.



Insoddisfatti o rimborsati

Questa non ci voleva. E’ quasi ora di chiudere il prossimo numero del mensile, così la Direttrice ha deciso, senza tante possibilità di appello, che io e la Stagista dovremo andare a fare delle interviste fuori città. La rivista viene distribuita anche oltre le mura cittadine, non sia mai che il nutrito (?) pubblico di lettori extra-urbano venga tradito ed emarginato!
Morale della favola, una delle prossime mattine dovremo prendere la macchina e girare in cerca di qualche sventurato che, se tanto autolesionista da mostrarsi disponibile, ci parlerà di quanto malsane siano le sue abitudini alimentari e di quale rapporto abbia con il cinema. Logica vuole che io mi debba occupare del primo argomento, mentre il secondo, a mio avviso di gran lunga più stimolante, è di competenza della Stagista.

Trovo paradossale dover parlare di cibo, grassi e crisi alimentare, proprio io che non ho neppure una paga da fame. Ma, piuttosto, una certa fame di paga. Sono qui da quasi un mese e ancora non è stato chiarito quanto prenderò. Non appena tornerà dovrò chiarire la cosa con il Capo.

Nell’attesa è scattata la questione “rimborso spese”. Io e la Stagista non abbiamo avuto remore a chiedere alla Direttrice come funziona in questi casi. Fortunatamente un rimborso è previsto, presumo in base ai chilometri percorsi.
Fin qui tutto bene. Allora perché ho esordito dicendo “questa non ci voleva”? Perché la Direttrice ci ha fatto sapere che il Capo finanzierà una sola uscita, e che quindi io e la Stagista saremo costretti ad andare insieme. Una mattina, o un pomeriggio. Proprio adesso che io e lei avevamo deciso di fare una certa cosa…