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“Non dico un’eccellenza assoluta, ma è un primato che vi mette al riparo per fare il giornalista”.
Il Direttore è un tipo strano. E si esprime in modo strano. Quella frase sgrammaticata (il direttore di una scuola di giornalismo.. sgrammaticato?!?) stava a significare che per sfondare dobbiamo essere speciali (e luuuiii.. avrà cura di noooiiii). Molto speciali. Troppo speciali. Perciò me ne devo convincere: io non sono normale. Devo crederci, per poi diventarlo davvero. Perché se sono normale non sono speciale. E se non sono speciale qua non si lavora (e questo potrebbe pure andarmi bene). Ma se non si lavora non si mangia (e questo no, questo mi scoccerebbe alquanto!!).
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Un compito per casa, uno diverso dal solito. Quest’anno il direttore è in vena di esercizietti. Sin da subito si è dilettato ad affidarci una cosetta da fare dopo le lezioni. Milleottocento battute per descrivere qualcosa. Cosa? Quello che ci pare. Anche ieri ci hanno ripetuto che noi giornalisti siamo innanzitutto dei narratori. E il direttore dev’essere di quella stessa scuola (ma guarda un po?!). Così si è inventato questo esercizio al limite della scrittura creativa. Che di giornalistico ha ben poco. Se non uno stimolo a sperimentare tra le infinite possibiità di raccontere quello che vediamo.
Sì, io lo vivo come un esperimento, e pure stimolante. Mi piace l’idea di uscire dal seminato, dai confini di un giornalismo imbastito. Quello stesso giornalismo che c’insegnano in questa scuola, dove la prima cosa è farsi inculcare la giusta forma mentis per fare questo lavoro. A discapito di ogni guizzo di fantasia.
Stavolta è diverso. Questa volta abbiamo carta bianca, ed è proprio questo il bello. Possiamo raccontare qualsiasi cosa, purché inerente con il Paese dei Polpacci. E lo possiamo fare come vogliamo. Bellissimo.
Io mi sono soffermato sulle prime esperienze in questo residence. Sul troppo caldo e il troppo freddo. Sulle connessioni ballerine e sul “vicinato”, vale a dire l’Invasato e un’altra nostra collega, la Schematica, che sta al primo piano.
Proprio loro due sono le persone con cui mi trovo meglio in tutta la scuola. Ci assomigliamo, ma in fondo in fondo siamo anche diversi. E pure parecchio. Ad esempio, entrambi erano perplessi al pensiero di dover scrivere questa cosa. La troppa libertà li ha spaventati, forse. Li preoccupava l’idea di dover scrivere di qualcosa di vero ma anche no (nel senso che alla fine, con un esercizio così, ognuno finisce per raccontare quello che gli pare, anche inventando). E non capivano il senso di tutto questo.
Io lo chiamo il “limite del cronista”, così ancorato alla realtà da non saper vedere niente’altro che quella. E dall’aver bisogno di chissà quale fatto o avvenimento su cui lavorare, di doverlo vedere bene, di doverlo scomporre per poi ricomporlo di fronte a un monitor. Un approccio quasi scientifico che stride con il mio, che sono un inguaribile romantico del racconto e della parola. Che mi basta un termosifone spento per trovare l’ispirazione. E che riempo questo blog di piccole grandi cose prese dalla mia stessa vita. Che scrivo come mi viene. Che faccio il giornalista con loro, ma che qui faccio il blogger sarcastico, il narratore per vie traverse, il cantastorie dal pensiero laterale.
L’Invasato, ieri sera, ha passato ore e ore di fronte al pc per partorire quel testo così poco cronachistico. Così pieno di realtà, ma anche del suo esatto contrario. Io c’ho messo un’oretta, ma solo perché dopo averlo scritto di getto me la sono presa comoda facendo altre cose, concedendomi poi il lusso di rileggerlo tre o quattro volte. Il punto è che io sono più abituato a tutto questo, e il perché è semplice da capire. Io scrivo quotidianamente su questo blog che nemmeno loro due conoscono. Le mie dita sono più allenate al racconto piccolo e ironico. Fatto, appunto, di cose piccole e ironiche. Le stesse con cui riempio queste pagine digitali. Le stesse che ho usato per dar vita a quello scritto, che per loro due ha rappresentato un’impresa titanica (“io ho il piglio del cronista – mi ha detto l’Invasato – questo lavoro non è nelle mie corde”).
Qui le possibilità sono due. O loro si sono irrigiditi troppo a furia di vivere di sola realtà, o sono io il vero narratore. Perché meglio e più di loro so gestire la cosa, e a trecentosessanta gradi. Ma che magari il “piglio del cronista” lo vedo solo col binocolo, lontano dal mio imprinting, lontano dalla mia natura. E questa sarebbe una grossa gatta da pelare.
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I giornalisti attualmente occupati sono circa 16 mila. I disoccupati, invece, sono 3 mila. Presto si ricorrerà agli ammortizzatori sociali: in 500 andranno in pre-pensionanento. Ma per il prossimo anno sono previsti altri tagli all’organico.
Sapevo della crisi, sapevo delle condizioni difficili del settore, in linea con un po’ tutto il resto dell’economia. Ma mai ero entrato in contatto coi numeri. Mai qualcuno, prima di oggi, mi aveva quantificato il problema. Ora ne so di più, grazie all’incontro che abbiamo avuto stamattina a lezione. E non so bene come reagire. I numeri sono alti, ma non saprei dare una dimensione al fenomeno. Certo, poco meno di un sesto dei giornalisti in circolazione sono senza lavoro, e non ho ben capito quanti, tra gli occupati, siano “solo” dei collaboratori. Che col giornalismo, insomma, rischiano di non mangiarci nemmeno.
La situazione è molto precaria. Occhi aperti, KronaKus. Rimbocchiamoci le maniche.
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“La metà di quello che leggete sul giornale non è mai accaduto. E non sta per accadere. Più una storia è bella, meno è vera”.
Tanta onestà mi piace, ma allo stesso tempo mi spiazza. A dire queste cose è stato uno dei nostri professori. Che a suo tempo è stato anche un importante direttore di testata. Uno che le cose le sa. E che quindi sa quello che dice.
Ascoltare certe cose mi fa domandare dove sia il senso di tutto questo. E mi fa quasi venire voglia di cercare un’uscita di sicurezza.
Poi mi guardo Blu Notte con l’Invasato, dove si parla di Peppino Impastato e del suo sacrificio per la verità.
Qualcuno chiuda la porta. Non voglio più uscire.
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“In questa redazione vige l’autocensura. Qua dentro le domande non si fanno”
I racconti degli stage proseguono, e sono sempre più terrificanti. Questa frase non è tratta da un film satirico sul mondo del giornalismo. Non è un virgolettato preso dalla bocca di un qualche despota. E’ il monito di un caporedattore (non dirò di quale testata) a un mio collega che si era “spinto” a fare una domanda che in qualche modo riguardasse l’azienda a cui fa capo il suo giornale. “Forse non hai capito per chi lavori”, gli ha detto. “Forse non hai capito che lavoro fai tu”, gli avrei risposto io.
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La vita in trasferta è impegnativa, ma ancora più dura è trovare una sistemazione quando ti devi spostare da una città a un’altra. Devi cercare casa a distanza, rischiando di dire sì a una bettola che vedrai solo una volta arrivato nella nuova destinazione. E’ come comprare a scatola chiusa. Chiusa e sigillata. A meno che ogni tanto non ti prendi il tuo bel treno e sprechi il tuo week-end a cercare una cacchio di stanza.
Io ne ho consumati un paio, ma con scarsi risultati. Non perché non mi sia dato da fare, ma perché come al solito si era fatto tardi. Era praticamente tutto pieno, soprattutto se si è in due e si cerca un appartamento con due singole. E con internet (sennò chi lo porta avanti, questo blog?!). Sì, due. Quest’anno cambio coinquilini (anche se sarebbe più corretto dire che sono stati loro a cambiare me..). Andrò con un mio concittadino, anche lui della scuola di giornalismo. Una vecchia conoscenza di questo diario digitale: nientepopodimeno che l’Invasato!
Io la devo smettere di dare nomignoli. Li invento a partire da semplici impressioni, ma poi finiscono per essere etichette profetiche. E puntualmente a pagarne le conseguenze sono quasi sempre io.
L’invasato mi ha fatto patire le pene dell’inferno per questa diavolo di casa. E’ stato incerto fino all’ultimo. Ha vagliato tutte le opzioni possibili, facendo correre ad entrambi il rischio di rimanere per strada. Ha aperto nuove possibilità che si sono subito richiuse, per poi riaprirle temporeggiando inutilmente. E ha trovato tutti i cavilli possibili e immaginabili per ritardare la sua risposta.
Il risultato è che siamo finiti entrambi in un bilocale in mansarda all’interno di un residence. Il guaio è che ci sono solo le due stanze più il bagno, mentre la cucina non è che un frigorifero con un piano cottura elettrico appoggiato sopra. Piazzato dentro una delle due camere da letto. Ci sono voluti giorni a giorni, ma alla fine la suspence ha dato buoni frutti, e anche l’Invasato si è convinto ad accettare quella sistemazione. Anche se per lui significherà dormire con tutti gli odori delle mie bistecche cotte a mezzanotte, e con un letto singolo invece che doppio. Infatti pagherà meno di me, che però sono senza tv (al contrario suo che ha pure Sky).
Quando abbiamo pagato la cauzione per il residence mi son sentito sollevato. E’ stato come partorire dopo una lunga gestazione. E’ stata una liberazione. E ora finalmente posso gridarlo al mondo intero. Sì, gente. Io sono mamma.
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E’ stata una settimana intensa, nonostante lo stage sia finito. Anzi, è stata più intensa dello stage stesso. E questo la dice lunga.
Sono stato assillato da due preoccupazioni non da poco. La prima riguarda i soldi che devo riavere dai miei (ormai ex) coinquilini del Borgo delle Cose Rotonde. La seconda, invece, è l’urgenza di trovare un nuovo alloggio nel Paese dei Polpacci. Perché la prossima settimana si ricomincia, e sono ancora senza un letto. Né un tetto. E io di dormire per strada non ci penso nemmeno.
Il problema della caparra è emerso quando la padrona di casa se n’è uscita con una frase del tutto infelice. E infondata (spero). “Io non ho le caparre di nessuno”, ha detto. E alla luce di queste parole funeree, l’inquilino che doveva entrare al posto mio si è rifiutato di pagarmi. Io, non appena entrato in quella casa, avevo pagato una mensilità in più come cauzione. E chi entra paga la persona che esce. Funziona così, anche se è un sistema che mi dà i nervi. Anche perché sono rimasto per solo due mesi. Mi è sembrato tutto molto inutile, ma quelle erano le regole. E io non sono nessuno per poter pretendere di cambiarle.
Mi domando dove siano finiti quei soldi. La proprietaria ha detto di non averli. I conquilini, l’ho capito da un po’, hanno usato la mia caparra per coprire una quota d’affitto arretrata di quest’estate. Ma resta il fatto che se la signora avesse ancora i soldi dei primi inquilini, il problema non si porrebbe. Il nuovo inquilino, scettico di carattere come lo sono io (e si chiama pure come me… sarà mica il nome?!), non si è fidato di restituirmi i miei soldi. Perché a giorni avrebbero dovuto stipulare un nuovo contratto. E se la simpatica vecchietta si fosse impuntata, avrebbe richiesto la caparra a tutti per firmare la nuova carta. A tutti tranne me, che in ogni caso me ne sono andato per altri lidi. E finché il dubbio non verrà cancellato, io non rivedrò i 267 euro che mi spettano.
Ora io mi domando se sia lei ad avere poca memoria e ad aver creato questo inutile casino, oppure se i coinquilini abbiano fatto qualche giochetto di cui non sono a conoscenza. Resta il fatto che i conti non tornano. E che i miei soldi devono tornare dritti dritti nelle mie tasche. Assolutamente. Anche perché chi può averli rubati? Lo zio Tom?!
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Avrei bisogno di una siesta. Di staccare. Nell’attesa del secondo e ultimo anno alla scuola di giornalismo, mi vorrei un po’ rilassare. Invece no. Rogne su rogne, tra case e caparre.
Se non mi fanno santo mi ci faccio da solo.
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Alacabula megicabula bididibodidibù
fa la magia tutto quel che vuoi tu
bididibodidibù
Per esempio può far sparire dalla circolazione il Burbero. Che è stato in ferie per due settimane, ma poi è tornato e dopo qualche giorno di velata umanità si è tolto le sue vesti di falso civile e si è di nuovo adeguato ai suoi standard relazionali sul modello troglodita.
“Ma abbiamo ancora uno stagista, in questa redazione?”. Mi cercava. Che tenero!
Mi ha fatto scrivere tre brevi. Anzi due, la terza l’ha dovuta togliere mentre stavo cominciando a scriverla. Poi mi ha dovuto dire qualcos’altro. Quindi mi ha cercato di nuovo.
“..Com’è che si chiama lo stagista?..”, ha chiesto ai suoi vicini di desk. Un po’ sottovoce, per quanto possa parlare sottovoce un energumeno incline al razzismo e all’intolleranza. E’ regolare che io l’abbia sentito anche da distante, e il fatto che nessuno gli abbia risposto non è buon segno. Spero fossero in altre faccende affaccendati. Perché se dopo due mesi non si ricordano il mio nome, o io sono Casper o loro hanno l’alzheimer.
Ma alla fine ha trovato lo stesso un modo carino e gentile per chiamarmi.
“Oh!!”, ha gridato il selvaggio dalla sua giungla tecnologica. Io mi sono voltato, ma lui si era già incamminato verso di me con una bacchetta in mano. Sul mio volto era già comparso un ghigno. Avevo capito che voleva “bacchettarmi” per qualcosa, ma il “come” mi faceva ridere. Anche se in fondo il suo modo di prendere le cose così alla lettera m’inquieta un po’.
La prima breve era sui nuovi autovelox che installeranno sulla statale. L’attacco chiamava per nome i marchingegni in questione, così ho titolato usando un sinonimo. Dispositivo al posto di autovelox.
“Che cazzo è dispositivo? Come si chiama quel dispositivo?”
“Autovelox“, ho risposto sicuro.
“E allora scrivi autovelox!! Perché cazzo scrivi dispositivo?!”
“Perché l’ho messo anche nell’attacco”.
“Ma che cazzo ti frega dell’attacco?!? Ma sei metto a guardare l’attacco?! Un conto è il titolo e un conto è il pezzo!!”.
E un altro conto, ho provato a spiegargli, è che a distanza di una riga, tra titolo e testo, si ripeta per due volte la stessa parola. Una quisquiglia. Niente di rilevante. Niente per cui bacchettare. Niente per cui reagire con aggressività, ma se non fosse stato scontroso di default non avrei avuto motivo di chiamarlo “Burbero”. Niente per cui venire da me con una bacchetta in mano. Appoggiandola, ma molto molto piano, sul mio braccio. Fingendo di colpirmi.
Ma forse quella bacchetta era magica, in realtà. Alacabula megicabula bididibodidibù, fa la magia tutto quel che vuoi tu, bididibodidibù. E oggi posso festeggiare il mio ultimo giorno in questa redazione senza il Burbero tra i piedi, impegnato altrove per impegni sportivi. Lui, nel Borgo delle Cose Rotonde, è un’autorità del pallone, e oggi ha ben altro da fare.
Fiestaaa!
Anche se avrei ben poco da festeggiare. Per il mio pezzo, quello congelato da una settimana neanche fosse un sofficino Findus, è forse partito l’ultimo requiem.
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Fare interviste mi piace. E lavorarle mi fa sentire come fossi un artigiano della parola. Per questo sono contento che oggi il Fantasma Stonato mi abbia detto di scrivere il pezzo sulla fumettista con cui ho parlato la scorsa settimana. Quando lui era in ferie, e quando il Vice-qualcosa mi aveva dato l’ok per questo articolo che sarebbe dovuto andare in pagina prima del ritorno di quello spettro anacronistico del suo (e del mio) capo. Insomma, prima che tornasse il Fantasma Stonato. Ma niente da fare. Sul giornale non c’è stato abbastanza spazio, e io sto elemosinando ogni giorno (e con scarso successo) uno spazietto per piazzare il mio pezzo prima che me ne vada. Cioè dopodomani, il giorno in cui qua dentro saluterò tutti quanti. E chi si è visto si è visto.
Sì, mi ha detto di buttare giù l’articolo. Ma nemmeno oggi c’è posto per me. Ha già dovuto scartare diverse cose, perciò anche oggi passo il turno.
Meno due alla fine. Speriamo bene.
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Oggi fuori fa freddo, sì, ma meno di ieri. Eppure è stata una giornata da brividi, qui in redazione. Di sensazioni eterogenee, di momenti che dicono tutto e il contrario di tutto.
Stamattina il direttore si è dileguato pochi minuti dopo le 13. Mai visto: lui è uno che la redazione la molla solo se rischia la fame. O la sete. O la peste bubbonica. E già gira voce che ci sia di mezzo una donna. Bene. E se è vero che c’è un amore per tutte le stagioni, spero tanto per lui che nelle sue mutande non sia già calato l’inverno. E che là sotto, a sessantanni suonati (anche se lo stagista gliene dà molti meno), funzioni ancora tutto come si deve. Chissà, magari siamo noi infidi a pensare male, e invece il direttore ha lavorato pure nella pausa pranzo. Magari si è fatto un giro di nera. E ad andare a letto con una donna di colore, io non ci vedo proprio niente di male.
Ma son stati brividi anche per l’altro stagista. Stamattina è arrivato qui in redazione convinto che fosse il giorno del riscatto. Già da ieri aveva fissato, su consenso del Fantasma Stonato, un’intervista a un cantautore di questa città. Lui ama la musica, se si è dato al giornalismo è proprio perché vorrebbe scrivere di musica. Un’utopia. Ma non tutte le utopie vengono per nuocere.
A metà mattinata la doccia fredda: anche il redattore che si occupa della politica aveva espresso l’intenzione di fare la stessa intervista. E guai a scavalcare i cronisti di ruolo. Anche se in effetti è come se il cronista di calcio scrivesse qualcosa sul bilancio comunale. Ok la flessibilità, ma qui ci si spezza!
Siamo andati a pranzo insieme, io e l’altro stagista. Un pranzo magro: il solito baretto, che di solito è ben fornito, è stato preso d’assalto da tanti pinguini incravattati. Del resto è freddo, e io alle coincidenze non credo. E tra una fetta di rosbif e l’altro abbiamo parlato delle nostre aspettative per questo finale di stage. Finale per me, non per lui che resterà fino a metà novembre. Io invece sabato saluto tutti e me ne torno nella mia adorata Baia delle Zanzare. Anche se mi aspetto che le zanzare se ne siano già andate via tutte. (Che poi qualcuno ha mai visto pinguini e zanzare stare sotto lo stesso tetto?!)
Nel pomeriggio la smentita: il redattore del politico ha altre beghe di palazzo da dover gestire, e in fondo non si è attivato davvero per fare quell’intervista al cantautore che per domani rischia di venire bruciata dalla concorrenza. “Grazie della delicatezza, scrivila pure tu – gli ha detto il redattore – Ci mancherebbe!”. E’ stato gentilissimo. E così, salvo scossoni dell’ultimo minuto (so che stai leggendo, tieni quelle mani sulla tastiera!!), questo sarà davvero il suo giorno del riscatto.
Il mio, invece, deve ancora arrivare. “Oggi non c’è spazio – mi ha detto il Fantasma Stonato – vediamo domani”. E la mia intervista slitta ancora. E io, tra pinguini e zanzare (e nebbia ai locali a cui do del tu), finirò per diventare un asso del bob.
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Troppa gente e pochi computer. E- la realt’ di questa redazione, e io mi ritrovo a vagare come un profugo di pc in pc. Ogni volta reinstallando Firefox per navigare senza che mi si blocchi tutto. E per chattare su Facebook. Configurando il browser in modo da non lasciare traccia del passaggio di KronaKus.
Questa volta il periodo delle ferie [ finito davvero. L-altro stagista si [ sistemato in una postazione libera. Io nel frattempo ho girato tra i computer dei redattori in siesta. Saltando da uno all-altro in base alle loro settimane di stop. Torna uno, e via che si cambia. Ma a cinque giorni dalla fine del mio stage, eccomi qua in questo surplus di giornalisti. Senza fissa dimora. E sempre con meno cose da fare. Eh s=, sabato si finisce, e tanti saluti all-ennesimo stage sfalsato. E di dubbia utilit’.
Oggi, poi, mi ritrovo davanti a un computer con la tastiera sballata *ve ne siete accorti__(. Che mi fa certi simboli al posto di altri. Ho provato a reimpostarla, ma non ci sono riuscito. E di usare il codice ascii non ne ho proprio voglia. Almeno per il blog, perch{ quando scrivo articoli sono costretto a rigare dritto. Il cronista che [ in me ha un suo nome e una sua faccia. Invece il blogger [ clandestino.
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Melanzane ripiene, formaggio affumicato, involtini avvolti nelle budella. Qua si parla di cibo, e lo si fa per lavoro. La cultura è anche in cucina. E nel poco spazio che questo giornale riesce a riservare a tutto quello che un tempo occupava la cosiddetta “terza pagina”, si parlerà pure di prelibatezze e di esperimenti ai fornelli peggiori dei miei. (vi ho mai detto che alla scuola di giornalismo mi chiamano “chef”? e vi ho detto che non lo dicono affatto per farmi un complimento??)
E mentre si pensa all’arte culinaria, qua dentro quello con il culo in aria sono io. Con il mio pezzo sospeso in un limbo di cui non vedo l’uscita. In attesa di un misero spazio, anche a pié di pagina, per inserire l’intervista che ho fatto due sere fa di mia iniziativa. E con l’approvazione del Vice-qualcosa. Che mi aveva detto: “Va bene, lo facciamo. Però prima che torni il Fantasma Stonato, che poi lui c’ha la lirica e tutte quelle cazzate lì!”.
Ma ieri non se n’è fatto nulla, e oggi l’essere più anacronistico della storia del giornalismo culturale è tornato dall’ennesima settimana di ferie, con al seguito il suo cellulare e le sue assurde suonerie. Per il mio pezzo, forse, il tempo è già scaduto e non lo voglio ammettere. Né a me stesso né alla fumettista esordiente che ho intervistato. A cui non ho promesso nulla, se non la mia onestà di cronista stagista, vittima quanto lei di un sistema che preferisce dare corda a melanzane ripiene, formaggio affumicato e involtini avvolti nelle budella. Piuttosto che alla creatività di una giovane piena di ironia e di belle intuizioni.
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Stamattina il Sergente mi ha fatto l’occhialino. Sono arrivato, mi ha guardato e mi ha strizzato l’occhio. Cioè, ha strizzato il suo mentre guardava me. Ed è una cosa che non è da lui, uomo dai modi duri e rudi e tutti gli altri anagrammi possibili. Per questo, quel saluto che scimmiotta un’intesa che non c’è, è di per sé una notizia. Soprattutto per me che ormai mi ritrovo ad annusare continuamente l’aria, per cercare di capire cosa pensino di me in mezzo a tanta schizofrenia. Anche se potrei fregarmene, dato che sono quasi alla fine. Di già.
Eppure no. E’ lo sprint finale, e potrebbe essere la fase più importante di questo bimestre-farsa. Perché in questi giorni ho preso l’iniziativa, e ho fatto una di quelle proposte che nel loro piccolo possono dare un senso a uno stage iniziato fiacco e che rischia di morire agonizzando.
Ma è ancora presto per parlarne. E’ una cosa su cui non posso ancora mettere la mano sul fuoco. E di scottarmi per niente non ne ho proprio voglia.
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Oggi il Sergente è particolarmente euforico. Sarà la scia di sesso verbale lasciata questi giorni in redazione da una sequela di doppi sensi di cui, per pudore o per chissà cos’altro, ho riportato solo un estratto (mentre oggi il redattore più grassottello ha dichiarato che “si farebbe” almeno l’80% delle donne…). Il Sergente gira con la sua maglia a righe blu e panna a impartire ordini a destra e a manca. Ma con garbo. Qualcosa che con me, alcune sere fa, non ha avuto affatto.
Erano le 8 di sera. Ero stanco. Ero proprio fuso. Tutto il giorno di fronte al pc a fare meno di niente. Ma all’improvviso, come sempre verso quell’ora, mi è arrivato un articolo da fare. Un impasto di agenzie, s’intende.
Convinto che ormai fossi diventato più bravo di un panettiere, mi sono messo di buona lena a impastare, appunto, i lanci che mi servivano. Rassicurato anche dal fatto che si trattasse della seconda parte di una vicenda giudiziaria che avevo già seguito pochi giorni prima per il sito di questo stesso giornale.
Risultato: tempi sballati (tipo oggi al posto di ieri) e cariche sfalsate (gip al posto di pm). Oltre a una o due generalizzazioni tra diverse categorie professionali. Con cui, non volendo, avevo attribuito colpe a chi invece era coinvolto nel caso per ragioni simili ma meno dirette e infamanti. Roba da querela, lo so. Roba che si perdona, ma che merita un “cazziatone”.
E l’ho avuto.
Il Sergente non me l’ha mandata a dire. “Le agenzie non le hai proprio lette”. “Questo articolo l’hai fatto a cazzo“. E altre accuse accreditate dal mio pezzo distorto, ma che non corrispondevano di certo al vero. Perché le avevo lette. Male ma le avevo lette. A cervello spento, sì, ma le avevo lette.
Poi il peggio.
Ok gli sbagli. Ok i rimproveri. Mi scoccia ammetterlo, ma quelli erano pure meritati. Però non ho mandato giù quando mi ha chiesto di “rilasciare” il sommarietto di quell’articolo. Il sistema editoriale è fatto di spazi. Un doppio click e cominci a lavorarci. Agli altri quello spazio compare in rosso, perché “in uso” da te. Avevo dimenticato di uscire, così lo spazio del sommario risultava occupato. Come in effetti era.
“Kronakus, mi rilasci quel cazzo di sommario?!, ha detto il sergente con la solita voce ferma, rimarcando in modo particolare l’iniziale di quel sinonimo di fallo. Poi ha aggiunto: “Posso capire l’esperimento, ma…”.
Ma quale esperimento, (sinonimo di fallo)?!
Da quando sono arrivato mi hanno sempre detto di provare a fare pure i titoli dei miei pezzi. Provare, sì, perché quasi sempre trovano un motivo per cambiarmelo. Ma va bene, titolare è difficile, e serve un’esperienza che io ancora non posso avere. Certo, a me sembra che a volte i loro siano peggiori dei miei. Ma in fondo i titoli sono soggettivi. O quasi, dai. A te possono provocare un orgasmo, ma agli altri potrebbero sembrare peggio dell’orticaria. Basta guardare i quotidiani: ogni giorno ognuno dice la sua, e con con parole diverse. Spesso anche con concetti diversi.
I titoli, dunque, li ho sempre fatti. Sin dal primo giorno di stage. Ma evidentemente l’arrogante simil-bulletto non gradisce gli scavalcamenti di potere (i titoli spettano a lui). Non ha tollerato che io abbia provato a titolare, e lo stesso dicasi per il sommario. Ma certo, avrebbe potuto usare un altro tono. Anche se avrebbe comunque fatto la figura del despota che lotta contro soprusi che non esistono, contro una confusione di ruoli che evidentemente ritiene ingiusta. Ma di ingiusto, a mio avviso, c’è stato solo il suo atteggiamento. Contrario a quello dei suoi colleghi che sin dal primo giorno mi hanno messo nella condizione di provarci, e di riprovarci ancora. Magari fallendo, ma tentar non nuove. Ed è sbagliando che s’impara. Mentre le porte in faccia fanno solo incazzare.
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In questa nuvola di fumo che chiamano redazione c’era qualcuno che ancora non fumava. E’ un via vai continuo, tutti escono in terrazza con il chiaro intento di annerirsi i polmoni. Continuamente. Tutti tranne lui. L’altro pezzo di pane della combriccola. Niente popò di meno che il direttore.
Ma questo fino a una settimana fa.
Alle riunioni proponeva e ascoltava proposte. Non impartiva ordini, stabiliva soltanto le linee guida. O poco di più. E scherzava, scherzava tanto. E faceva pure ridere. Un po’ sboccacciato, e fin troppo cinico. Forse era nascosto lì, il suo essere divertente. Lui lanciava l’amo, poi si schiariva la voce. Quasi fosse il segnale per ridere. O forse la manifestazione di un desiderio: quello che qualcuno reagisca a quel suo vermicello di ironia.
Ma questo fino a una settimana fa.
Durante i pomeriggi di telefonate e di parole scaricate sui monitor, girava per i computer come un fantasma buono. Lo vedevi e non lo vedevi, ma lo sentivi borbottare cazzate che oltre a distrarti ti facevano ridere. Come un Casper invecchiato che ripassa tra sé e sé il copione della sua ultima serata sul palco.
Ma questo fino a una settimana fa.
Oggi come oggi le cose sono cambiate. Quello del direttore è uno sguardo un po’ più inquieto. Ogni tanto esce dal suo studio con la sigaretta già in bocca, pronto a uscire in terrazza proprio come tutti gli altri tabagisti di questa fumosa redazione. Le sue battute si sono fatte rare come neve d’estate. Testa bassa, fronte aggrottata. Dalla sua voce solo la preghiera di non chiamarlo tutti insieme. E molte ore passate in quella stanzetta a meditare sul giornale e su chissà cos’altro.
Ma questo fino a un minuto fa.
Ora fa avanti e indietro con uno spirito diverso. Lo vedo passeggiare a testa china, sì, ma di nuovo con quel borbottìo divertito e divertente. Ogni tanto lo vedi quasi pronto a farsi un’altra sigaretta. Ma è troppo preso a farci sorridere per potersi mettere in bocca quella cannuccia di tabacco e morte. Lui è il nostro pezzo di pane. Che non esce dal forno sempre uguale, ma che comunque si fa mangiare. E’ il cronista numero uno. Senza equilibrio. E coi nervi a fior di pelle. Come da definizione.
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Due sere fa, ore 21.
“Ciao caporedattore”, ho detto al mio giovane superiore affacciandomi sul suo ufficio.
“Ciao”, mi ha risposto.
“Per quella cosa del centro commerciale, poi..”.
“No.. no mi spiace. Non se ne fa nulla..”.
“Ah.. capito.. Nemmeno domani immagino..”.
“No, no.. nemmeno”.
Eppure un po’ c’avevo sperato. Quel pomeriggio era arrivata una telefonata. La segretaria di redazione aveva risposto, e si era messa a parlare della possibilità di pubblicare o meno qualcosa nell’uscita di domani. Che poi sarebbe ieri. Avevo intuito che si stava parlando del mio pezzo. Qualcuno si stava interessando alle sorti del mio articolo. Chissà chi. E chissà perché.
Ma non c’è stato niente da fare. La segretaria era stata possibilista, ma non è di certo lei a decidere certe cose. E sono passati due giorni. Il caporedattore, era stato già abbastanza categorico, ma ora posso davvero dire che il mio pezzo sull’ipermercato sia andato a puttane. Beato lui.
Riunione di redazione di stamattina. La noia stava avendo la meglio su di me. Un po’ come sempre. Ogni tanto mi entra una parola, ma poi scappa via. Colgo il verso in cui girano alcuni ingranaggi sparsi che mandano avanti il lavoro di redazione. E amen. Tutto il resto è davvero noia. E’ sonno. E’ torpore. E’ lettura dei giornali. Tanto per non sentirmi del tutto inutile: se non mi permettono di informare gli altri, almeno informo me stesso. Tiè.
Sigh.
E’ proprio sfogliando il nostro numero di oggi che mi si è accesa la lampadina. Ma mica leggendo gli articoli, non sia mai! E’ grazie alla pubblicità che ho capito di essere uscito da una redazione di “marchettari” per finire, a distanza di poco più di un anno, in una redazione di omologhi. Lontani cugini. O forse, gemelli separati alla nascita. Evvai.
Il logo dell’ipermercato campeggiava in un piede di pagina piuttosto ingombrante. Sarà stato come minimo un 46. E senza soletta. E lì ho capito che la mia presenza alla conferenza stampa era servita soltanto a dare il contentino allo sponsor di turno. Per farmi firmare sul librone dei partecipanti all’evento, facendomi scrivere sia il mio nome che quello della testata per cui lavoro. (lavoro??) E per dare modo alla tardona dell’ufficio stampa di fare le sue fusa ipocrite. Così i pinguini che pagano sono felici e contenti. Si sentono ascoltati, coccolati. S’illudono di comparire sul giornale anche a mo’ di notizia. E telefonano alla segreteria di redazione per accertarsi che domattina in edicola si parlerà anche di loro.
E lì rimangono fregati. Perché dell’articolo nemmeno l’ombra. Quell’articolo, che era il mio, e che ora se la starà spassando in qualche pub. Solo, dimenticato da tutti. Anche da me, che in fondo in fondo ho di che essere contento, al pensiero che il mio pezzo non sia andato in porto. Così posso pensare che la marchetta sia venuta, sì, ma solo a metà. Che anche questo giornale sia solito sporcarsi le mani in nome del dio denaro, sì, ma che alla fine dei conti conoscesa qual è il confine tra notizia e spot.
E io l’ho capito, che è stato meglio così. Mi ci sono voluti due giorni per avere il quadro completo, ma ci sono arrivato. Meglio tardona che mai.
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Eppur si muove. Lo stage ha fatto il suo (piccolo) salto in avanti. Ieri mi hanno chiesto di andare a una conferenza stampa, e io stamattina sono andato. L’idea è stata del mio caro amico Burbero.
“Vai dalla segretaria, che ti deve dare il comunicato stampa per una conferenza”. Niente domande, solo un imperativo. Prendi e vai.
Perfetto. Era ora.
Stamattina sono arrivato là con mezzora di anticipo. Ho sempre il terrore di arrivare tardi. Mi conosco: è una paura tutt’altro che infondata.
Intorno c’era una viavai di penne e di telecamere. Mi domando come mai tanto interesse per la presentazione di un ipermercato che ha appena concluso i lavori di ampliamento. Lavori mirati all’ecosostenibilità, ma anche, suppongo, a una mera questione di immagine.
Mi sono prima fatto un giro, il tempo abbondava. Era proprio un bel posto: luminoso, ma non rintronante come le altre capitali del consumismo senza riserve. L’architetto ha giocato tutto su soffitti in vetro e luce naturale. Un genio, davvero. Gli arredi in resina hanno forme rotonde, colori decisi ma non troppo forti. Un ambiente decisamente accogliente. Sono quelle cose semplici, ma che funzionano meglio di tutte le altre.
Quando era ora del calcio d’inizio ero già sotto la tensostruttura sotto cui si è tenuto l’incontro. Come da comunicato, il tutto è cominciato con un buffet. Peccato non avessi fame, strano ma vero. Salatini. Mortadella a cubetti. Alcolici e analcolici in brocca. Non mancava nulla. Nemmeno le coccole.
“Ciao! Tu sei..?”, mi ha detto una donna bionda in tailleur che mi si era appena avvicinata.
Le ho dato la mano e mi sono presentato.
“Ah sì!! Piacere! Sapevo che saresti venuto – ha risposto lei – ..Allora.. Hai già preso qualcosa?”. Mi ha lasciato la mano, ma solo per prendermi il braccio, stringendolo in un modo vagamente affettuoso.
“No, grazie, ho fatto colazione da poco e non mi va nulla”. Era quasi mezzogiorno.
“Ma sei sicuro? Non fare complimenti, eh!”. E lì il braccio me lo stava quasi accarezzando.
“Sì, sicuro, davvero”.
“Ma hai bisogno di intervistare qualcuno?”.
“..Sì, beh.. – mi aveva colto impreparato, e si vedeva – Certo, però dopo la conferenza. Intanto sento cos’hanno da dire loro”. Ho sorriso in modo evasivo.
“Dai, allora, vieni con me. Ti presento il direttore, il presidente, l’assessore, l’architetto, il ministro, il pontefice…”. No, il ministro non l’ha detto. E non c’era nemmeno il pontefice.
Mi ha preso a braccetto stringendomelo un po’. Il braccetto, dico. Mi ha fatto fare il tour degli incravattati di turno. Una sequela di pinguini tutti uguali di cui non ricorderei il nome nemmeno se me lo ripetessero cento volte. Ho stretto più mani quel giorno di non so quando. Il bello è che loro erano più imbarazzati di me. Sarà la qualifica da “giornalista” che provoca un fastidio addominale. Sarà questa faccia da ragazzotto fuor d’acqua. Non lo so. Ma per fortuna è durato poco: la conferenza stampa è cominciata di lì a breve. Ma non prima di essermi fiondato sul buffet, improvvisamente affamato. E ormai libero dalla morsa della tardona ossigenata.
Gli incravattati hanno sfilato uno a uno. Tutti incensando se stessi e l’ente fisico o metafisico che rappresentano. E’ sempre così. Le conferenze stampa sono vetrine in cui tutto quello che si dice è preparato. Prefabbricato. Precotto. E si sente dal gusto. Tutti giocano il proprio ruolo studiato a tavolino. Come quello della bionda, donna di punta dell’ufficio stampa di chi ha organizzato l’incontro. Addestrata a coccolare gli ospiti, soprattutto quelli che hanno in mano il potere di parlare di te e di farne parlare gli altri. Nel bene o nel male. Possibilmente nel bene. Sennò, per quanto li rigurda, noi stronzi con la penna e il taccuino potremmo benissimo fossilizzarci davanti al desk.
Tutto è filato liscio. La conferenza si è chiusa con un giro panoramico, a dire il vero poco seguito: sono stato uno dei pochi a non essermene andato quasi subito dopo la fine degli sproloqui. Ma mi ero incuriosito. L’architetto era uno con le palle. Un tipo che ama il suo lavoro. E te lo fa vedere. E ti contagia.
Ora sono in redazione. Attendo di sapere le sorti del mio pezzo. Ammesso che un pezzo ci sia. Che si faccia davvero. Mi suona davvero strano che un giornale così istituzionale si interessi a una cosa così piccola. Vedremo. Spero non mi avvertano alle nove, chiedendomi di scrivere un articolo da novanta righe da candidare per il Pulitzer.
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“Dammi una mano con questa infografica”, mi ha detto il Sergente. Nessun problema: in tempo di carestia, anche la bassa manovalanza va più che bene. Che poi noi stagisti – dicono – non possiamo chiedere molto di più. In fondo, perché cercare di salvare quel poco che resta della nostra stropicciata dignità? Ma ok, facciamo la bozza per questa infografica maledetta. In fondo, devo pur fare qualcosa.
Sfoglio giornali. Rovisto siti. Estrapolo dati. Compilo tabelle. Venti minuti e il gioco è fatto.
Ed eccomi di nuovo pronto alla noia.
Ma dopo due ore, il Sergente mi ha chiesto di affiancarlo mentre compilava delle schede riepilogative comprensive di interviste ad hoc. E mentre lui le titolava, io dovevo dettargli nuovamente i dati più importanti che avevo inserito nella bozza. Leggere la mia tabella sarebbe stata troppa grazia. Ma in fondo, sì: devo pur qualcosa.
Mentre davo i numeri al ritmo di uno ogni due minuti (nel frattempo lui doveva inserire anche il testo man mano che scorrevamo le schede), il Sergente parlottava con qualcuno su Skype. Da vero cronista gossipparo, ho sbirciato, e sono riuscito a leggere il nome del suo interlocutore. Il Sergente stava chattando con una collaboratrice, che ho scoperto proprio stamattina essere anche sua moglie. La moglie del Sergente. Roba da film di Neil Jordan. (questa l’ho appena letta su Google..)
L’occhio mi è caduto su una frase in particolare. “Starai mica diventando ansiogeno come il tuo caporedattore?”, ha scritto lei a lui che del caporedattore si può dire sia il vice.
Mi è sfuggita la risposta del Sergente, ma poco dopo sono riuscito a leggere uno “Scrivi, cazzo!” da parte sua, a cui lei ha poi risposto con un “Ma sei scemo??”.
Ora io mi domando se sia questione di ruoli. Di percorsi personali, di storie private che non possono venire assunte a modello universale. Di casi isolati o perlomeno sporadici. Ma se la vita di redazione e il peso delle responsabilità ti trasformano davvero in un simil-autoritario in modalità Burbero ma più educato, se ti portano a discutere senza motivi apparenti con una moglie-collega che in fondo sta lavorando anche per te… beh, allora sì…
Devo proprio fare qualcosa.
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Un po’ di meritato relax. Che poi meritato non è, ma se non lo è non è colpa di chi non fa, ma di chi non fa fare. O di chi fa fare poco.
Siamo pronti al decollo??
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“Se i ragazzi sono scarichi diamogli qualcosa da fare”.
Il nuovo arrivato parla chiaro. Non lo stagista, ma l’altro caporedattore, tornato ieri da una fase di stop. Uno che conta, insomma. Che coordina il lavoro, e che ha l’ultima parola sulle pagine. Prima del giudizio universale dei piani più alti, ovvio.
Chi è ? Ma il Sergente! Posa al limite del macho, un po’ imbastita e con i muscoli sobri ma definiti di chi riesce ad andare in palestra nonostante il giornale. Capelli rasati o quasi. Tatuaggio al collo. Occhiali da sole tipo Rayban, che non toglie mai per via di un recente intervento agli occhi che lo ha tenuto lontano dalla redazione.
Tutto questo è il Sergente. Colui che senza tante presentazioni ha preso me e l’altro stagista mettendoci quasi subito sotto torchio. Ci ha consegnato un malloppo di agenzie su cui scrivere delle “brevi” improbabili. Improbabili perché il materiale era tantissimo, e richiedeva un lavoro di sintesi madornale. Disumano.
Per un attimo ho smesso di sentirmi come fossi un soprammobile d’antiquariato, messo qui davanti a un monitor a mo’ di complemento d’arredo.
Missione compiuta. C’ho messo troppo tempo, lo so. Ma alla fine, della mia breve non ha cambiato una virgola (il titolo sì, ma è quasi di routine). Ha solo aggiunto il nome di un politico locale che avevo accidentalmente omesso dalla notizia. Ma la costruzione del “pezzo” andava bene così com’era.
Il Sergente è l’uomo del cambiamento. E’ quello che può portare noi stagisti verso altri lidi. O, al contrario, colui che ci fa ha fatto annusare l’aria di lavoro, ma che in un batter d’occhio può prendere i nostri sogni di gloria e trasformarli in illusioni.
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Stamattina mi sono guardato intorno. La redazione era un po’ più vuota. C’ho riflettuto un attimo, poi mi sono ricordato: l’altro stagista ha levato le tende. Ha finito il suo periodo sotto torchio. Presenterà il suo lavoro di fine corso alla sua scuola e si preparerà per l’esame che potrà aprirgli le porte del professionismo. Cose che mi sembrano lontane anni luce, ma l’esame dell’Ordine è come la morte. Prima o poi, arriva per tutti.
Oggi qui dentro siamo uno di meno, e non uno qualsiasi. L’altro stagista è la persona con cui avevo legato di più. Qua l’ambiente è buono, ma ognuno fa il suo lavoro, e al massimo si scherza su persone che non conosco, situazioni che non mi sfiorano neanche, casi di cui al posso aver sentito per vie traverse. Non è facile socializzare dopo due sole settimane. Ma con lo stagista era andata abbastanza bene. Sopra la media, perlomeno.
E’ uno dei primi con cui ho preso contatto. Me l’hanno appioppato (oppure sono io che sono stato appioppato a lui) già dalla prima mezzora. E’ lui che mi ha spiegato i rudimenti del sistema editoriale. E’ lui che mi ha dato tanti consigli, e senza nemmeno chiederglieli, durante la (sua) pausa sigaretta. E’ lui che mi ha corretto i primi errori di ingenuità prima che li vedesse qualcun altro, perché anche se era qui da poco sicuramente lui sa meglio di me che cosa vogliono i capi. E’ lui che mi ha dato il suo numero dicendomi di chiamarlo anche in futuro, per qualsiasi cosa. E’ lui che mi ha detto “qui se non sei propositivo non fai un cazzo”.
E sono io che dovrei cominciare ad ascoltarlo.
E’ stato un bell’esempio di solidarietà tra stagisti. Ora me la dovrò cavare anche senza di lui. Ce la farò, certo. Anzi, se posso permettermi una spruzzata di cinismo, per me è un bene che lui non ci sia più. Me l’ha detto lui, ma l’avevo capito anche da solo: il suo carico di lavoro (e, fidatevi, lavorava) potrebbe passare a me. Capi permettendo.
Oggi siamo uno di meno, ma so che non finisce qui. Quella del giornalista-stagista è una vita di clausura. Ma per una birra in compagnia, il tempo si trova sempre.
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Farmi chiamare alle dieci di sera un collega che ha avuto il giorno libero. Era già nell’aria che a breve avrei fatto il giro di nera. Il primo nel Borgo delle Cose Rotonde. Un onore. Una soddisfazione. O perlomeno, un piccolo passo in avanti. Una cosa nuova, che smuove le acque. Un giro di nera in affiancamento, ma il collega che se ne occupa ieri non era in redazione. Si è goduto la sua pausa settimanale. E il caporedattore ha ben pensato di avvisarlo in tarda serata. Anzi, di farlo avvisare a me, che con lui non c’ho ancora mai parlato. Ok, è uno del club del “ben arrivato”. Uno alla mano, dai. Quindi posso dire che in fondo chiamarlo non è stato un grosso problema.
“Ciao, sono lo stagista, quello che non ti sei mai cagato, se non il primo giorno. Domani ti verrò a rompere le palle quando andrai tu a romperle agli sbirri per sapere se qualche gatto è rimasto intrappolato sul tetto di casa. Come dici? Sì, sai, mi hanno detto che ti serviva un’ombra. Perciò, ecco qui. A domani, allora. Io porto i pop corn. Al bere ci pensi tu?”.
Ma non ho avuto modo di dirglielo. L’ho cercato per almeno mezzora, ma il telefono era sempre spento. O non raggingibile. Avevo paura fosse già andato a letto. Così ho seguito il consiglio del capo, e gli ho mandato un sms.
Ho provato a squillargli di continuo, anche dopo avergli inviato il messaggio. Avevo il terrore di non riuscire ad accordarmi con lui, e di non poter fare così il giro di nera. Che poi un giorno vale l’altro, l’avrei potuto fare anche un’altra volta. Ma ho l’ossessione di volercela fare. Sempre. A tutti i costi. Voglio far vedere che sono un vincente. Anche nelle piccole cose. Anche nelle inezie. Anche se si tratta soltanto di mettermi d’accordo con un collega che probabilmente si sta accoppiando con la sua donna (chissà quale delle tante), e per cui scippi, rapine ed eventuali omicidi sono al momento l’ultimo dei pensieri.
Alla fine mi sono tranquillizzato. Io l’sms l’avevo mandato. In fondo se non lo avesse letto in tempo la colpa non sarebbe stata mia. Ma sua. O del caporedattore che mi ha fatto attivare in extremis.
Ore 8 40.
“Buongiorno KronaKus, scusa ma avevo il cellulare scarico. Oggi non faccio il giro di nera, ma quello di giudiziaria, dato che la collega che se ne occupa è in ferie. Possiamo vederci direttamente all’indirizzo…”.
Cambio di programma. Niente nera, si fa giudiziaria. Dai piedipiatti alle toghe. Amen. Tutto fa brodo.
Sono partito con un certo anticipo, come facevo anche nella Città delle Pizze Gommose. Altra mia ossessione è quella di non volere arrivare in ritardo. Mai. Mi sentissero i miei amici mi farebbero la pelle, dato che con loro faccio sempre valere l’esatto contrario. Puntualmente.
(Capito il gioco di parole?)
La mattinata l’abbiamo passata in procura. Un pm in vena di humor e di facili confidenze c’ha raccontato la bizzarra storia di un tentativo di estorsione finito in malo modo. Tutti lo trattavano come fosse un vecchio amico. Forse perché lo conoscevano, ed erano già al corrente della sua indole da buontempone. Resta il fatto che più passa il tempo, più mi accorgo di come questo sia un mondo di amiconi. Non necessariamente nell’accezione più negativa del termine. Non mi riferisco alla cosiddetta casta, questa volta non c’entra nulla. Più semplicemente, vedo un microverso fatto di facce note. Note tra loro. Dove ci si conosce tutti, e le mani non ci se le stringe nemmeno più. Colleghi e non.
Ci rifletto su, e mi rendo conto di quanto questa sia una cosa più che normale. Di come questo sia un mestiere ad alto tasso di socialità. E di come presto si diventi amici, di amici di amici, di amici di amici di amici. Senza farci neanche tanto caso.
Solo noi stagisti veniamo sbattutti di città in città. Dove non conosciamo nessuno, e finiamo relegati nel nostro angolo di redazione. A fingere di fare qualcosa. Costretti a tediare lettori virtuali aggiornando improbabili blog per passare il tempo. E per comunicare con qualcuno. Valvole di sfogo di una solitudine da debellare al più presto.
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Ieri le mie narici respiravano qualcosa di diverso. Un’aria diversa. Una diversa atmosfera. Eravamo in riunione, ed eravamo parecchi. Eppure mancava qualcosa. Qualcuno. Anzi no, c’era pure lui. Il Burbero. Ma sembrava quasi non ci fosse.
Lo guardavo. Se ne stava lì in silenzio, a muso basso. Quasi fosse in castigo. L’avevo visto così anche il primissimo giorno di stage. Ma era appena tornato dalle ferie. Credo fosse stordimento. Stordimendo più che legittimo.
E lo guardavo, e lo guardavo ancora. Non che sia il mio tipo, ma volevo capire. Più che i fatti, mi piace capire le persone. E questo è un piccolo grande limite da superare per fare questo mestiere. Che le storie sono importanti, sì, ma le cose lo sono di più. Le cose che succedono. Prima di chi le fa succedere.
Alla fine dei giochi mi sono accorto che c’era in lui qualcosa di strano. Di diverso, appunto. Lo vedevo a pelle. Anzi, sulla pelle. Il Burbero si era fatto la barba. Il suo volto aveva meno pelo del giorno prima, e lui si era fatto più mansueto. Non credo esista una spiegazione scientifica a questa mia libera associazione, talmente libera, azzardata e sprezzante dell’umana intelligenza da esser quasi “a delinquere”.
Stamattina il Burbero mi ha chiesto di portargli il foglio che aveva appena mandato in stampa. Era la foto di un calciatore da inserire nella pagina di sport. Ho accettato di buon grado, la stampante si trova proprio alle mie spalle. Mi ha chiesto una cortesia, e io gliel’ho fatta a cuor leggero.
Mentre glielo consegnavo, mi domandavo se l’avrebbe mai fatto. Se l’avrebbe mai detto. No, ero sicuro di no. O forse sì? Non so. Alla fine l’ha fatto. Dalla sua bocca è uscito un “grazie”. Sorpresa. Stupore. Forse il Burbero non è poi così burbero. Il lupo deve aver perso il pelo, ma pure il vizio.
Pausa pranzo. Ho fatto il giro dell’isolato per passare in rassegna i pochi bar a disposizione per evitare spiacevoli cali di zuccheri. Ho scelto, e ho girato l’angolo. Ero sovrappensiero, poi ho messo a fuoco: il Burbero stava passando davanti a me. Ci siamo incrociati. Ho abbozzato un sorriso e ho bisbigliato un “ciao”. Da lui, un cenno con la testa accompagnato da uno sguardo che sembrava esprimere una sorta di fastidio. Un fastidio viscerale e immotivato.
Normale, mi son detto.
In fondo, da ieri mattina, un filo di barba gli sarà pur ricresciuto.
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Credo che oggi qui dentro si sia battuto un record. Una riunione di redazione della durata di due ore e venti minuti. Roba da far impallidire Barbara D’Urso e il suo folle esercito di nani e giganti. Il direttore e il caporedattore centrale sono rimasti arenati sulle troppe idee nel calderone, sul troppo materiale da mettere in pagina per il giornale di domani. Scelte difficili, da prendere subito. Con me che dormivo in piedi (anzi seduto), perché stanotte, diciamocelo, avrei potuto riposare di più.
Ora sono qui, a vegetare alla mia solita postazione. E finalmente il climatizzatore è spento. La scorsa settimana mi avevano piazzato davanti a un condizionatore configurato in modalità “era glaciale”. Vedevo strani animaletti rincorrere ghiande sfuggenti e refrattarie. L’aria mi veniva sparata direttamente sul collo. Una pacchia, dato che soffro pure di sinusite. La mattina dopo ho chiesto di andare in un’altra postazione. Ed eccomi qua, davanti a un altro climatizzatore. Che per fortuna oggi è spento. Con il mio cervello che ha deciso di fare altrettanto.
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“No no, ma arriva pure quando vuoi”.
Ero appena entrato in redazione. Giusto il tempo di appoggiare la mia borsa di fronte alla mia (mia?) postazione, ed ecco che il Burbero ha cominciato subito a recitare la sua parte. La mosca nera è entrata in azione appena dopo avermi guardato in faccia. Ma d’altronde non ero in ritardo. Già, una volta nella vita non ero in ritardo. Non capivo il perché di quel sarcasmo, che mi faceva pensare che non fossi in orario. Ma che sapevo non corrispondere al vero. La riunione non era ancora cominciata. Anzi, sarebbe iniziata soltato quaranta minuti più tardi. Così ho chiesto al ragazzo di fianco a me: “Ma a chi dice?”.
“A te – ha risposto lui – ma non ti preoccupare, lui fa così”.
“Non farci caso – è intervenuta da dietro la caposervizio dai saluti squillanti – lui è uno dei pochi seguaci rimasti del nepotismo”.
Ma io non sono suo “nepote”, e lui non è di certo mio nonno. La cosa non mi è piaciuta, ma l’ho presa ugualmente con un sorriso.
Mi sono avviato verso il bagno, ma il Burbero mi ha fermato.
“Com’è che ti chiami?”, mi ha chiesto. Chiedermi il nome sembra diventato un rito quotidiano, una verifica probabilmente dettata dal suo Alzheimer. O dalla paura che nell’era del nomadismo identitario io possa aver cambiato nome, magari pure sesso, da un momento all’altro.
Ma questa volta al “Come ti chiami?” ha aggiunto, quasi tutto d’un fiato, un “KronaKus, vero?” che dimostrava che in fondo in fondo come mi chiamavo se lo ricordasse. E da lì è partita tutta una serie di domande. Che università avevo fatto. Dove avevo studiato. Un interrogatorio lampo stroncato da un imperativo.
“Dai vieni, ti offro un caffè”.
“No grazie, non lo bevo. Comunque vengo”, ho risposto io con riconoscenza e rispetto. Nonostante tutto.
Un coro di “nooooooooooooooooooo!” si è levato dal nulla, come se avessi compiuto un passo più falso dei capelli del premier. Ma io ero sono stato sincero, e non me ne sono pentito affatto. Anche perché, di là, davanti alla macchinetta del caffè, il Burbero ha continuato il suo interrogatorio senza affondare tanti colpi. Si è limitato a infierire su di me riservando brutte parole per le scuole di giornalismo. Lui parla bene, dall’alto del suo praticantato iniziato e finito lì dentro. Ma non considera che nel suo caso si trattava del 2000. Nove anni sembrano uno scherzo, ma per il mercato dei giornalisti, da allora, dev’essere passata qualche era geologica. E gliel’abbiamo fatto notare sia io che il ragazzo che all’inizio aveva cercato di tranquillizzarmi, e che intanto ci aveva raggiunto. Anche lui è uno stagista, anche se di un’altra scuola.
Dopo che entrambi si sono fumati le loro belle sigarette sul terrazzino esterno della redazione, siamo rientrati alla base.
“Comunque, davvero, non farci caso. A me, appena arrivato, aveva detto che conto meno di una cacca di topo. Ci sono rimasto così”, mi ha detto mimando l’espressione a bocca aperta che aveva avuto quella volta.
C’è da riderci. In fondo quella mosca nera ha solo sette anni più di me, anche se professionalmente mi sembra lontano anni luce. Ma io ho tutto il tempo per progredire. E chissà, magari un giorno giocherò anch’io a recitare la parte del Burbero, prendendo di mira altre “cacche di topo” a cui offrire caffè.
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Va tutto liscio. Siamo uomini tra gli uomini, e ci rispettiamo. Ne sono contento, davvero, perché tutto questo non era affatto scontato.
Eppure in redazione c’è un soggetto strano. Un Burbero. Una mosca nera in uno sciame di mosche bianche.
Già dal primo giorno era stato scostante nel farmi notare che il giornale sarebbe uscito domani, e che si deve fare attenzione ad attribuire la giusta temporalità alle cose che si scrivono (praticamente si deve scrivere tutto come se fosse accaduto un giorno prima). Ma anche ieri si è comportato in un modo che sto ancora finendo di decifrare.
Eravamo in un momento morto della riunione di redazione, quando si è girato verso di me e mi ha detto: “Com’è che ti chiami tu?”.
“..KronaKus..”, gli ho risposto.
“Di là c’è il mio borsello verde. Dentro ci sono le sigarette”. La sua frase non suonava come una richiesta, ma era palese che lo fosse.
Mi sono alzato e gli ho portato direttamente il borsello. Sono una persona discreta, ho preferito non rovistarci dentro, anche se in pratica era come se fossi autorizzato a farlo.
“Ma ti avevo chiesto le sigarette, non tutto il borsello!”, ha esclamato lui vedendomi arrivare con tutto il suo malloppo verde. Il tono era quasi quasi goliardico, ma francamente la situazione non mi hai poi così convinto.
“Eh vabbè, ti ho portato tutto il borsello. Che cosa cambia?”. La mia risposta suonava tanto di autodifesa, e probailmente lo era. Difendermi da cosa poi, non lo so.
O sì?
Sarà che poco prima stavo sfogliando uno dei tanti giornali che teniamo sul tavolo della sala riunioni. Possiamo guardare le edizioni del giorno delle principali testate, nazionali e locali. All’improvviso il Burbero ha fatto uno scatto e mi ha preso il giornale da sotto gli occhi, velocemente, stropicciandolo. “Basta di leggere giornali. Quello poi, sembra Topolino”.
Premesso che sono un appassionato di fumetti, e che la sua uscita mi è suonata alquanto infelice, inopportuna, ma in ogni caso, già da quel gesto, fatto comunque senza arroganza, mi è parso alquanto strano. Lui. E il suo modo di rivolgersi a me.
Il direttore poi si è alzato, e si è messo a ricomporre il giornale violentato dai modi assurdi del mio collega, mentre stava al telefono con i soliti portatori sani di notizie.
A fine riunione, i più si sono messi a fumare. Dopo aver acceso la sua sigaretta, il Burbero ha lanciato l’accendino sul tavolo, in direzione del suo borsello. Lasciandolo scivolare davanti a me, a distanza abbastanza ravvicinata.
Sono piccoli segnali di un tono che stona tra gli altri. Non ci vedo prepotenza, solo la voglia di fare il simpatico. E la lampante evidenza di non riuscirci affatto.
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Ogni medaglia ha due facce. E così anche il mio stage scorre già a doppia frequenza. Da un lato, un ambiente abbastanza solare, dove la caposervizio ti accoglie con un “KronaKus, buongiorno” in tono squillante prima di iniziare a darti istruzioni. Dall’altro, la carenza di lavoro. Le tante ore dentro quella redazione, e il tanto, tanto (troppo) cazzeggio. Non ho fatto niente, ieri. Niente di niente, prima delle 18. D’altronde è così: i quotidiani lavorano sodo soltanto dal tardo pomeriggio.
Spero soltanto che le mie responsabilità aumentino di giorno in giorno.
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Cerchietto in testa. Gambe depilate. Le tante amiche donne con cui dice di parlare così bene. Il solito sguardo che gli viene così naturale. E le solite mosse, così poco mascoline.
Il Femmino mi sembra sempre più femmino.
E poi io giro per casa in mutande. Fa troppo caldo. Giro in mutande, e ogni tanto il mio “pacco” si sente un po’ osservato.
Non è difficile indovinare da chi.
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E’ ancora presto per dare giudizi, ma non è mai troppo presto per farsi illusioni. Perciò fatemi illudere. Sono solo al secondo giorno, ma mi sento già di dire che in questa redazione si respira tutta un’altra aria.
Età media piuttosto bassa, uno dei redattori potrebbe essere anche più giovane di me. Si scherza molto, ma quello succedeva anche di là. E’ che mi sembra un ambiente più fresco, dove c’è voglia di fare, dove ci si mette l’impegno ma anche parecchia allegria.
“Ciao, piacere io sono..”.
Non sono state poche le strette di mano, contando quanto pochi siano i giornalisti che lavorano lì dentro. Una sequela di “ben arrivato”, che mi mostra l’altra faccia delle redazioni italiane. Dove quelli che sono appena diventati i tuoi colleghi non ti passano davanti guardandoti come fossi un alieno. E senza salutarti.
Quella realtà è un ricordo che stride con quella nuova. Non verserò lacrime al pensiero di ieri. Spero soltanto di non doverle versare domani per le illusioni di oggi.
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I bagagli pesavano tanto, ieri, e la sera la testa sembrava volerli imitare. Sono arrivato a destinazione nella nuova città. Mi sono diretto subito a casa, non vedevo l’ora di disfarmi di tutto.
“Ciao, ti serve una mano?”.
“No, grazie, un pezzo alla volta porto dentro tutto”, ho risposto io sorridendo al coinquilino che mi ha aperto la porta, e chi si è subito mostrato così servizievole. Con un tono molto dolce, pacato.
Poi sono entrato, e abbiamo cominciato a parlare del più e del meno. Dicendo cose di circostanza, ma anche cercando di carpire le informazioni di base utili per vivere serenamente la nuova convivenza.
Tutt’altro che dettagli, ma qualcosa d’importante. Sì perché ho il vizio di cercarmi casa su Facebook, lo faccio ogni volta che mi devo spostare. Spargo la voce tra gli amici, tra gli amici degli amici e tra gli amici degli amici degli amici. Degli amici. E ogni volta trovo qualcosa. Qualcuno. Ho fatto così anche per l’altro stage, ed è andata discretamente.
Parlando con lui mi sono convinto sempre di più della mia impressione iniziale: che sia gay, o che se non lo è, poco ci manca. Il Femmino mi ha offerto un piatto di pasta, e mi ha sempre scrutato con i suoi occhi fermi e un po’ a palla da dietro i suoi occhiali. Per un attimo ho pensato di essere caduto in una trappola. Di aver dato retta agli amici degli amici e di esserci cascato. Di essere finito in una congrega di omosessuali che cerca nuove reclute tramite internet. Non sapevo cosa pensare. Se non che forse, questa volta, il mio vizio mi aveva avesso portato dove avrei soddisfatto i vizi di altri.
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Domani si parte. Cambio città, cambio di nuovo vita. Alle porte un nuovo stage. Questa volta lavorerò per l’edizione locale di un quotidiano. Un quotidiano di quelli seri. Se ancora si può parlare di serietà per il giornalismo italiano.
La valigia è ancora da fare. Io sono pronto, lei no. Amen. L’importante è che lo sia io. L’importante è che io parta con lo slancio giusto.
Altrettanto importante, poi, è che nessuno me lo smorzi per strada. Che anche questa volta non mi uccidano i sogni sul nascere.
No, non accadrà. Questa volta, se servirà, farò la faccia cattiva. La faccia sì, perché cattivo davvero non sono. E non lo voglio diventare. Ma dovrò mostrarmi deciso. Risoluto. Dovrò far vedere che so il fatto mio, e visto il mestiere, che so pure quello degli altri.
Sono pronto per il mio nuovo stage, cari colleghi. Sono pronto a partire e a farmi il culo. Vengo lì per dare, vengo lì per fare. Questo è il mio proclamo. Astenersi perditempo.
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E’ già passato un anno da quando ho iniziato a scrivere delle mie “fatiche” di aspirante cronista. E’ già da un anno che vivo in questo mondo (in realtà anche da prima), e che lo condivido con il resto. Il resto del mondo. Quello che mi legge perché ne ha voglia, e perché ne ha il tempo. Perché gli va, e devo ancora capire perché. Perché gli va, appunto.
C’è chi dice che questo blog sia divertente, chi “divertentissimo”. C’è chi quasi esplicitamente ammette di leggermi perché si consola nel vedere che ci sono altri coglioni aspiranti giornalisti come lui, tutti immersi nello stesso mare, fatto di delusioni e di riscatti. Di voglia di fare e, ogni tanto, di prendere e mollare tutto. Di dignità altalenante. Di scenette comiche inserite in un contesto di mezza tragedia.
Gli altri motivi non li so, anzi dovreste dirmeli voi. Voi che mi seguite in questa strada di risate agrodolci. Voi che mi incoraggiate, voi che dite di stimarmi. Voi che anche se non vi vedo siete qui accanto a me.
Buon primo compleanno KronaKus. Auguri a te e salute ai tuoi amici di bit. Forieri di consolazioni virtuali. Compagni di (s)ventura. Colleghi o non colleghi, comunque spettatori di uno spettacolo che si chiama vita, sogno, futuro. Speranza. E vada come vada. Perché lungo la strada ci saremo fatti due risate. Ché la voglia di quelle non ci passerà mai.
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Questo caldo sarebbe da mettere sotto inchiesta. Il clima s’è fatto tremendamente torbido, e non è facile far finta di niente. Tira un’aria bollente, che ti scotta la faccia e ti fa mancare il respiro. Di notte i grilli cercano di prendere il sopravvento, di cambiarla quest’aria. Stantìa, che sa di chiuso anche negli spazi aperti. O presunti tali. C’è chi spera cambi il vento. Mentre Casini grida: “Questo caldo risponda a Repubblica”.
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Certe volte mi domando quanto conti la verità. Quanto conti saperla, quanto conti diffonderla. Quanto conti per me e per la mia professione. Ma soprattutto, quanto conti per i politici.
Sembra ci vogliano mettere un bavaglio. In fin dei conti il giornalista non s’inventa nulla, perché quando lo fa per lui finisce male. Arrivano le querele, l’Ordine ti radia. Bell’affare. Perciò se il giornalista non si può permettere di dire cazzate, a cosa serve mettergli la museruola?
Il cronista è l’unico cane che morde solo quando ne ha davvero motivo. A meno che non sia impazzito. Il cronista dice quello che vede, e se lo vede significa che c’è’. E se c’è la gente lo deve sapere. E se la gente lo deve sapere è perché siamo in democrazia. E siamo in
democrazia ben venga la libertà di stampa. E se “ben venga” la libertà di stampa, non si può dire no alle intercettazioni. E non tanto per i giornalisti, quanto per i giudici che hanno un compito ancora più importante del nostro. Credo.
Reclamiamo libertà, libertà per tutti. Ma qui mi sembra che la libertà di pochi stia tentando oscurare i diritti di molti.
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Mi rendo conto di quanto sono fortunato. Fortunato nella sfiga di non esserlo stato affatto. Se il mio stage ha fatto pena è anche colpa mia, lo so. Ma ora questo non m’interessa. Ora sto riflettendo su altre cose. Sto riflettendo su quanto sia stato grande il privilegio di aver da poco finito di vedere (e di fare) tutto quello che odio del giornalismo. Ho visto la parte marcia, così la prossima volta saprò dove cercare la polpa. La parte succosa. Quella buona.
Agenzia. Economico. Dare voce ai politicanti di turno. Ecco le tre parole, o quello che sono, che non devono far parte del mio futuro di giornalista. Ecco i tre spauracchi, i tre indicatori di un fallimento sicuro.
Non è un caso se volevo fare uno stage di online. Dicono sia il futuro, anche se è evidente come non esista ancora un modello commerciale capace di farne una professione sicura e remunerativa. Purtroppo mi ritrovo a voler fare il giornalista in un momento in cui tutto sta cambiando. Come, non si sa. Ma forse forse l’online, un giorno, si rivelerà essere la terra promessa di questa strana e bistrattata professione. Vedremo. Sapevo, quindi, che l’agenzia non mi sarebbe piaciuta. E’ stata pur sempre un’esperienza, ma io sono più per l’approfondimento che per la tempestività. Non m’interessa “stare sulla notizia” quando lo fanno già gli altri. Per me il giornalismo non è una gara di velocità, ma una sfida giocata sulla comprensione profonda dei fatti. Da parti di chi scrive e di chi legge. Sono un cronista fuori dal coro, lo so. Ma d’altronde non è colpa mia. E’ che mi disegnano così.
E’ un caso, invece, che abbia lavorato per l’economico. Sono ragioniere, o così dice il mio diploma. E in cinque anni di scuola ho imparato che l’economia non mi piace affatto. Anzi, quasi mi fa schifo. Negli anni mi sono ritrovato a mio agio più con la penna che con la calcolatrice, più con le parole che con i numeri. Ma una volta arrivato in redazione, a inizio stage, non potevo
permettermi di decidere io che cosa avrei dovuto fare. O forse sì, ma sono una persona umile, anche se a volte non sembra. E prima mi piego. Poi, prima di spezzarmi, mi rialzo. Faccio scegliere agli altri, comincio in modo servizievole, nell’accezione più pulita del termine. Inoltre un mese è veramente poco, non ho nemmeno provato a farmi spostare in un altro settore. Appena il tempo di prendere confidenza con persone e meccanismi dell’economico, che eravamo già ai saluti.
E’ un altro caso, poi, quello di aver dovuto dare voce alle facce da culo di turno. Ho scoperto a mie spese che le agenzie ti mandano alle conferenze per un motivo ben preciso. Non per cercare la notizia, come logica vorrebbe, ma per far parlare e riportare quanto detto dal politico di turno. Dal presidente di turno. Da chi detiene la carica più alta. Insomma, da chi in quel momento ce l’ha più grosso.
Ma io sono affascinato dal lato umano delle cose. Mi piace capire, scavare e poi capire di nuovo osservando quanto sono riuscito a dissotterrare. E voglio raccontare alle persone quello che c’è da vedere. Preferisco metterci un giorno di più, ma farlo bene. Voglio entrare nel cuore di chi mi legge, non limitarmi a solleticargli la mente con due righe fresche di stampa. Anzi, di bit. E voglio dar voce a chi non ce l’ha. Voglio mettere sul piedistallo chi ce l’ha piccolo e farlo sentire il nuovo Rocco Siffredi. Voglio restituire dignità a coloro cui la società l’ha negata, e senza darmi un limite. E poi odio gli sproloqui propagandistici dei ministri, che infilano a forza i loro proclami autocelebrativi come vibratori senza vasellina.
Sono davvero fortunato. Ora la strada la vedo più chiara. Lontana, ma chiara. Ho capito che le deviazioni sono tante, che l’itinerario è tortuoso. E che certe strade portano a paludi più comode di certe foreste, ma che non per questo puzzano meno. Tutt’altro.
Qui ci vuole una rivoluzione del mio approccio. A colazione mangerò pane e intraprendenza. Servono iniziative mirate, per non finire nel lato più torbido di una professione che ha due facce. Una di merda e l’altra di cioccolato. E ora che mi son sporcato con la prima, mi è venuta una gran voglia di strafogarmi con la seconda.
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“Senti, domani ci sarebbe questa cosa qua…”. Il Mutandaro mi stava porgendo un altro lavoro su un piatto d’argento. Un piatto pesante, ma non me ne sono accorto subito. Il foglio che illustrava la conferenza stampa parlava chiaro, cioè che sarebbe durata dalle 8 45 alle 17 30. Che poi non era una conferenza stampa, ma un convegno. Quasi nove ore di dibattito sulla crisi.
Uuna flebo, grazie.
“Cazzuto!”, mi ha detto il Mutandaro.
“Eh?”, ho ribattuto io che ero troppo intento a leggermi il foglio per sentire bene.
“Cazzutoo!!”, ha urlacchiato lui con il suo solito mezzo ghigno.
Stava cercando di motivarmi. “E’ una cosa importante – ha precisato – …ok?!”.
“Sì!”, gli ho risposto io ostentando sicurezza. Una mezza sicurezza, come il suo ghigno. Perché si sarebbe comunque trattato di gestire informazioni provenienti da discorsi presumibilmente fuori dalla mia portata.
Era qualche giorno fa. Poi è andata bene, ma il senso di inutilità mi è rimasto dentro. Leggero. Mitigato dalla consapevolezza che comunque stavo comunque facendo il mio lavoro. E il problema, forse, è proprio quello.
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“Mi scusi, avrei bisogno dei dati di accesso al sistema per poter lavorare al sito..”, ho chiesto ieri mattina al caporedattore centrale, quello che si era adoperato per farmi istruire sul lavoro online che si fa in questa redazione.
“Ah – ha risposto – ma non so mica se te le possiamo dare..”
“Ah no?”, ho ribattuto io sempre più perplesso.
“Eh, sai, quelle non lo possiamo dare così..”
“Ma sono uniche? Non si può creare un profilo personale per me, un account che poi cancellate quando me ne vado?”
“Eh no, i dati di accesso sono uguali per tutti. Comunque chiedo”.
Avevo già capito che non c’erano speranze. Avevo già capito di essere condannato all’agenzia. Niente online per me, lì dentro. E poi ridendo e scherzando – anche se è stato più un “piangendo e sdrammatizzando” – il mio brevissimo stage si avvia già alla fine.
Avevo capito, e avevo capito bene.
“Mi dispiace – mi ha detto il caporedattore verso metà pomeriggio – ho parlato con i piani alti per la questione dei dati d’accesso. Mi hanno risposto come se fossi scemo. Mi dispiace ma non si può fare”.
Bingo. Fanculo.
“Magari potresti stare a vedere come lavorano gli altri…”, ha concluso.
Magari un paio di palle. Già con il tipo di lavoro online che si fa qua dentro, il mio tasso di “giornalisticità” – anche se non si dice – sarebbe stato ai minimi storici. Se poi devo addirittura stare a vedere, beh, ditemelo prima. Così la prossima volta mi porto pure i pop corn.
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Mi ero rassegnato, ormai. Il mio futuro, qua dentro, sarebbe stata inevitabilmente l’agenzia. Non ha senso che mi metta a fare i copia-incolla per loro. Sono qui per imparare un mestiere, non per cazzeggiare. Perciò avevo appurato che il mio stage, quello che avevo richiesto, quello online, era andato a puttane. E quindi avevo deciso di mandarcelo, a puttane, ma non coi miei soldi. Perché io avevo deciso di investire su un’altra cosa. Su un tipo di giornalismo che non mi ha mai conquistato. Ma se agenzia dev’essere, agenzia sarà.
Meglio di niente.
Ma ieri mattina mi si è avvicinato uno dei capi. Uno dei capi dei capi. Se ho capito bene, uno dei capiredattori centrali. Uno di quelli che comanda, e che comanda parecchio.
“Fra poco verrà una persona a insegnarti alcune cose sull’online. Ti farà vedere un po’ come si lavora al portale, qual è il sistema editoriale.. Queste cose qua”, ha detto. Ma a me quelle cose là non piacciono. Mi stavano spingendo dentro la trappola del copia-incolla, e lo stavano facendo con entrambe le mani.
“Così potrai dare una mano anche tu con il sito”. Meglio. Dare una mano mi sta bene. Prendere dimestichezza con certi meccanismi può comunque servirmi per un futuro. L’importante è che non debba fare solo quello. Mi sta bene se sarà un mix di online, per quanto estremamente limitativo, e di agenzia.
Meglio di niente.
Tempo venti minuti, ed ecco arrivare una ragazza. Credo avesse circa una trentacinquina d’anni. Capelli mossi e mori. Slanciata. Snella. Particolarmente abbronzata, forse pure troppo. Insomma, una gnocca. Quella che non avevo trovato nell’ufficio della responsabile del personale. Quella che invece era lì davanti a me. Anzi di fianco, anche se detta così pare che ci siamo ripassati mezzo kamasutra. Invece siamo stati un paio d’ore al computer, con lei che m’istruiva e con me che tenevo un’occhio sullo schermo e uno su di lei. Lo strabismo del cronista arrapato.
Ma io sono e resto una persona moderata. Uso le parole come spade, ma agisco quasi sempre di fioretto. Sono stato professionale come lo è stata lei. E poi sono mezzo ammogliato. Va bene così.
Ci siamo visti come inserire i testi. Come titolare facendo attenzione a non sforare su due righe. Dove prendere le immagini e come caricarle nel giusto formato. E come non fare cazzate, perché questo sistema editoriale sembra fatto da un hacker in stato di ebbrezza, e a scombinare la home page ci vuole meno di niente. Si vede che qua dentro sono tutti amanti del buon vino, dai tecnici a quel burlone del direttore con le sue firme distratte.
Due ore a prendere appunti, poi lei mi ha detto: “Mi sa che abbiamo visto tutto. Adesso però ti servirebbero i dati di accesso, ma io non posso darteli. Chiedili al caporedattore centrale, ok?”.
Certo, li chiederò. Anche se non so quanto mi potrà veramente servire tutto questo. Però intanto ho passato un po’ di tempo in compagnia di questa bella mora.
Meglio di niente.
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Da buon cronista ho fatto la mia indagine.
L’agenzia per cui lavoro possiede anche altri portali. Portali tematici. Dove non si scrive niente di nuovo. Dove non si fa vero giornalismo.
E anche lo stesso sito dell’agenzia non contiene nulla di originale. Gli scritti sono già stati scritti. Da qualcun’altro. Chi lo aggiorna non fa che inserire testi di altre persone. Sono rare le volte in cui le notizie pubblicate sono frutto di un vero lavoro giornalistico. La maggior parte delle volte sono collage di cose già fatte.
Sarò ingenuo, sarò solo un principiante. Ma non sono un coglione. Ho capito l’antifona. A fare l’online qua, si rischia di cadere nella trappola del copia-incolla.
Qui serve uno scatto d’orgoglio. Anche un aspirante cronista ha la sua dignità.
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Ho fatto un bel sospiro e ho preso la strada che avrei dovuto prendere almeno uno settimana fa. Sono uscito dalla porta interna della redazione e ho fatto le scale. Quarto piano, ufficio del personale. Sono arrivato carico. Non tanto di speranze, che illudersi non conviene mai. Ero pieno di determinazione.
Ho varcato la porta. Davanti a me né triangoli saffici né chissà quale altra strana geometria. C’era solo lei, la responsabile. Insomma, niente gnocca. Ma non importa, non ero lì per il piacere, se non quello di sentirmi dire che il mio stage si sarebbe finalmente raddrizzato. Che da domani avrei smesso di fingere di fare agenzia e che mi avrebbe messo subito sotto con l’online. E senza fingere. Che avrei preso il loro sito e l’avrei riempito di articoli miei, magari pure di foto.
“Senta, io con il direttore non ho parlato”, ha detto. Ed è stato subito gelo. “Lui, sa, è sempre molto impegnato”. Già mi ero scocciato. “Però ho sentito dei colleghi che lavorano in un ufficio qui vicino – ha aggiunto – che si occupano di alcuni portali legati alla nostra agenzia. Loro hanno detto «magari, ci servirebbe qualcuno, come il pane!»”. La responsabile del personale mi stava dando una mezza speranza. Solo mezza, sì, ma che messa insieme al mezzo wafer dell’altro giorno avrebbe fatto qualcosa di intero. Qualcosa. Cosa non so. Non era il sito sito, ma il sito qualcos’altro. Era meglio di niente. “Bene, si sarà mossa lei..”, ho pensato.
“Ora, dico, cosa ha intenzione di farei? Senza l’autorizzazione del direttore qua non si va da nessuna parte. Ci vuole parlare lei?”, mi ha chiesto la responsabile come se per l’ultimo arrivato fosse la cosa più facile del mondo. “Oppure – ha continuato prima che le dessi una risposta – potrebbe parlare con i suoi capi dell’economico e vedere se può fare qualcosa a livello di.. come si chiama.. di internet, insomma”.
Insomma, sì. Quella roba lì. Internet. Online. Parole che sento sempre più distanti. Se questa redazione un dipartimento online non ce l’ha, mi domando cosa possa combinare anche parlando con i miei superiori. Il direttore, poi, non ci penso nemmeno a cercarlo. Lui è uno di quelli che ti passa davanti e si volta dall’altra parte.
Ma il problema non è quello. Se per muovere le acque devo andare ai piani alti, allora farò altre scale, varcherò altre porte e parlerò con il dio di questa cazzo di agenzia. Il punto è: chi sono questi fantomatici colleghi che lavorano in questo fantomatico ufficio qui vicino che si occupano di questi fantomatici portali?
Non mi fido. Devo controllare.
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“Ohhh, ben svegliato, giovanotto”, ha detto l’Energumeno a me che sembro ben più sveglio di lui. Non che ci voglia molto, nonostante i tempi morti tendano a intorpidirmi. Ma io almeno me ne resto alla mia postazione a fare qualcosa. Ok,qualcosina. Lui invece continua a vagare per la redazione come un’anima in pena. Come fosse la persona più annoiata del mondo, e che quindi ammazza il tempo girando e rigirando tra i colleghi, a sparare cazzate di circostanza che sembrano buttate lì per riempire chissà quale vuoto.
Ma in fondo mi sta simpatico. L’altro giorno mi ha pure offerto mezzo wafer. “A te solo questo, giovanotto, che lui è più grande”, mi ha detto l’Energumeno prima di dirigersi verso un altro ragazzo, uno di quelli che è qui da qualche tempo ma che ancora non sa dove sarà tra un mese. Che cosa farà. Insomma, se gli rinnoveranno il contratto. Per lui un wafer e mezzo, a me soltanto la metà di uno. Per ora mi merito solo questo. Mezzo wafer. Chissà se per fine mese me ne meriterò uno intero. Potrebbe essere il segno che mi avranno fatto lavorare di più. Più di adesso, perlomeno. E anche qui, non è che ci voglia molto.
Più tardi vado a parlare con la responsabile del personale, nella speranza di non ritrovarla in compagnia di un altro trittico di donne. O se proprio dev’essere, che questa volta siano almeno un po’ gnocche.
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Caldo e relax. Due elementi che si sposano a fatica. Per fortuna sono riuscito a dormire otto ore di fila. Quasi. Finalmente. Ma una volta sveglio la temperatura corporea sale. E fa caldo, tanto caldo.
Qui niente mare. Qui solo un mare di sudore. Per questo odio le grandi città, soprattutto quelle senza sbocchi verso l’esterno. Verso l’acqua. Che d’estate è paradiso liquido.
Soprattutto odio i posti in cui non sanno fare la pizza. Quella che ho mangiato ieri sera con alcuni miei amici non era gommosa come le altre. Era direttamente ridotta a carbon coke. Era fina come l’ostia. Tant’è che l’Invasato, che è pure abbastanza di chiesa, l’ha chiamata “ostia fritta”.
Ma forza e coraggio. Siamo qui per una missione. Fare i giornalisti. I giornalisti seri. Speriamo solo me ne diano modo. Speriamo solo che non uccidano sul nascere la buona volontà di un aspirante cronista. E speriamo pure che questa tremenda voglia di mare non porti la mia testa a farsi un bagno lontano dai doveri.
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Charming Girl è online
Charming Girl: ciao
KronaKus: ciao, tutto ok?
Charming Girl: si si
KronaKus: bene
Charming Girl: ti ripeto, il fatto di parlare con uno che si nasconde mi piace poco
KronaKus: ma lo capisci perché mi nascondo? mi sa di no. mica sono un criminale. secondo te, se io mi lamento sul mio blog del fatto che i miei nuovi colleghi mi ignorano deliberatamente, posso dire in giro dove lavoro, chi sono e magari poi farmi leggere da qualche collega?? riflettici, per favore. dovrei limitarmi nelle cose che scrivo, e a quel punto tanto vale chiudere tutto!
Charming Girl: ma secondo te vedere una foto implica che io conosca il tuo nome e cognome e il tuo indirizzo di casa?? o se mi dici abito qui o là… che ci sei solo tu, di abitante?
KronaKus: che sta facendo uno stage in un’agenzia di stampa però sì. è quello il punto
Charming Girl: ma che me ne frega a me! senti fai cio che vuoi
KronaKus: so che non ti frega. si tratta solo di non rischiare che qualcuno dica in giro chi sono
Charming Girl: naaaaaaaaa… ma io sto all’estero, che mi frega di dire agli altri chi sei tu??
KronaKus: però il mio ragionamento ti fila? o no?
Charming Girl: si ho capito… ma a me del resto del mondo poco me ne importa… dici che faccio la spia?? che mi frega?!
KronaKus: non ti sto dando della spia
Charming Girl: quasi
KronaKus: non è un fatto personale. e credimi, se sei tu nelle poche foto che ci sono sul tuo profilo, non esiterei a far vedere una mia foto a una bella ragazza come te
Charming Girl: quella solo viso con le labbra storte sono io
KronaKus: ecco appunto, affascinante. lo dice pure il tuo nick.
Charming Girl:
grazie
KronaKus: prego. sono sincero
Charming Girl: io non posso dire altrettanto. vedo solo quella faccia da pupazzo
KronaKus: ma come, non ti piace?!
Charming Girl: x niente
KronaKus: l’ho fatta con paint. c’ho messo tanto amore, e tu la tratti così
Charming Girl: è orrendo
KronaKus: mi ferisci
Charming Girl: è la verità
KronaKus: apprezzo la sincerità, ma mi ferisci lo stesso
Charming Girl: odio parlare con i pupazzi
KronaKus: ti ripeto che sono di carne e ossa
Charming Girl: lo so. ma io vedo solo un pupazzo
KronaKus: un pupazzo vivo e vegeto, però
Charming Girl: sempre pupazzo rimane
KronaKus: un bel pupazzo, però
Charming Girl: lo dici tu
KronaKus:
Charming Girl è offline
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“Buongiorno, sono lo stagista della scuola di giornalismo”.
“Ah, buongiorno. Mi dica”, risponde la responsabile dell’ufficio personale.
“Senta, io sono qua da quasi due settimane. Il mio doveva essere uno stage online, ma sto facendo agenzia. Io mi adatto, per carità. Però volevo capire cosa fosse successo…”.
“Ah…”, dice lei con aria perplessa. “Ho capito… Ma lei con chi ha parlato?”.
Il nome di chi mi aveva assegnato all’economico proprio non mi viene. Sono una frana coi nomi, ma descrivendo la persona mi faccio capire comunque.
“Sì, sì. Ho capito. Senta, io non so che dirle. Qua una redazione online non c’è più da diversi mesi”. Ed ecco la conferma che non volevo. “Ha provato a chiedere di mettere mano al sito? Di aggiornarlo lei, di tanto in tanto?”, mi domanda.
“No”, rispondo io. “Sono qua da poco. Ho voluto vedere l’andazzo”.
“…Capisco… Perché sa, quando la segreteria della scuola mi ha chiesto se c’era modo di farle fare qualcosa di online…”.
“Come? La scuola?”. Qualcosa non mi torna. Io sapevo che era stata l’agenzia a contattare la scuola perché aveva bisogno di qualcuno che si occupasse del sito.
“Sì, quando la scuola mi ha chiamato…”.
“Io sapevo che eravate stati voi a chiamare”, la interrompo io.
“No no. Sono stati loro a chiederci se c’era la possibilità di farle fare quel tipo di stage…”.
Sono stato fregato. E due. Ho la sensazione che la scuola mi abbia dato il pacco. Una sola. Che mi abbia rifilato uno stage giusto per far quadrare i conti. Giusto per spedirmi da qualche parte. Per darmi il contentino. No, così non va bene. Cazzo. Domani li chiamo e mi sentono.
Con la responsabile dell’ufficio personale sono rimasto d’accordo che proverà a sentire il direttore. Quello stesso direttore che ha dato l’ok a uno stage che, si sapeva già, sarebbe morto sul nascere. Che non ci sarebbero stati i mezzi per portarlo avanti. Perché lui lo sa, lo deve sapere che la redazione online non c’è più. Perciò, mi chiedo, perché cazzo ha autorizzato il mio cazzo di stage?
Mistero della fede. Una fede che sto cominciando a perdere.
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“Senta, lei che sa tutto, mi saprebbe dire che cosa devo fare con questo comunicato del Salone del Gusto?”.
L’Energumeno, quello del finto interrogatorio della settimana scorsa, è venuto da me e mi ha fatto questa domanda assurda. A cui sapeva che non avrei potuto rispondere. E infatti aveva stampato in faccia quel suo solito mezzo ghigno.
Non capisco se mi prende per il culo o cos’altro.
Spero cos’altro.
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“Secondo una direttiva della Camera di Commercio di questa mattina, non saranno più ammesse richieste in merito a…”.
Stop.
Secondo cosa?
Camera di Commercio?
Qui dice Agenzia delle Entrate.
Perché ho scritto Camera di Commercio se qui dice Agenzia delle Entrate?
Oh cazzo.
E’ successo di nuovo. Ho sbagliato un’altra volta ad attribuire qualcosa a qualcuno. Un qualcuno che in realtà è qualcun altro. Come l’altro giorno con le riviste. E non va bene. Anche se mi sono accorto in tempo non va bene lo stesso.
Ultimamente il mio subconscio sta facendo un po’ troppo l’anarchico.
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“Senti maaa… qui chi è che si occupa dell’online?”, ho chiesto a uno dei tre precari con il contratto in scadenza. Una domanda che covavo da più di una settimana. Come al solito, aspetto troppo.
“Al sito ci lavorano un po’ tutti”, risponde lui. “Fino a poco tempo fa c’era una redazione apposita. Poi c’è stata una ristrutturazione aziendale e…”.
Sono stato fregato. Sono venuto a fare online dove non esiste una struttura organizzativa per farlo. E non per niente sto facendo agenzia, cosa che non era nei piani. Agenzia dal desk, poi. La scuola aveva detto che erano stati loro a chiamare, perché stavano cercando qualcuno che desse una mano per il portale. In effetti ero un po’ sorpreso. Ma non c’è niente di male, in fondo, se un’agenzia vuole potenziare la sua redazione online. Peccato che qui la redazione online non c’è più da mesi. Sono i capiservizio, a volte anche i semplici redattori, ad aggiornare di tanto in tanto il sito secondo le direttive dei capiredattori centrali. E non è molto diverso da un copia-incolla di agenzie già scritte, o comunque di notizie redatte senza tenere conto dei criteri della scrittura web che hanno tentato di inculcarci alla scuola di giornalismo.
Devo capire perché.
Devo capire cos’è successo.
Devo capire se sono stato incastrato. E da chi.
E soprattutto devo capire se ci sono margini per reindirizzare lo stage sulla strada che sarebbe dovuta essere.
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Era una casa molto carina, con il soffitto ma senza cucina..
Canta che che ti passa. Canta per non piangere.
La casa del padre di mia zia è divisa in due. Da un lato un appartamento con la “a” maiuscola, dove non manca nulla. Nemmeno le tre inquiline, e per questo non è disponibile. E immagino non lo siano nemmeno le inquiline. L’altro consiste in una stanza, una sola anche se grande, con un letto, un armadio, un bagno. E niente cucina. Niente dove potermi preparare da mangiare, e soprattutto niente frigorifero nemmeno per tenere in fresco l’acqua. Col caldo che inizia a fare, non mi sembra una gran bella soluzione. Perciò, niente da fare.
Domani parto, e in mano ho solo un buco in singola trovato grazie a un mezzo passaparola iniziato su Facebook e finito da amici di amici di amici che non sono miei. Una singola a uso doppia. Un buco, appunto. E’ solo un appoggio. Non so quanto dista dalla redazione in cui andrò. Non so come possa trovarmi in uno spazio così ristretto. E non conoscendo i coinquilini non posso immaginare come sarà la convivenza.
Nella stessa casa ci sarebbe anche una doppia, al momento occupata da una sola persona. Un francese che lavora qua ma che è in partenza. Se ne dovrebbe andare venerdì prossimo, ma non posso prendermi quella stanza né ora (c’è un gruppetto di suoi connazionali che si appoggia lì per farsi una vacanza) né dopo (la vuole affittare per intero, e io per quanto possa ingrassare non credo di riuscire a raddoppiare).
Andrà come dovrà andare. Questa volta parto davvero all’avventura.
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“Il primo pezzo che ho firmato per Il Cronista era su un piccione che era rimasto ferito in un parco pubblico, e su un animalista impazzito perché l’Asl non era voluta intervenire”. L’Invasato mi ha raccontato del suo esordio nel mondo della carta stampata con una storia che a qualcuno farebbe ridere e a qualcuno farebbe piangere.
A me fa piangere. E riflettere. Perché il suo flashback è arrivato subito dopo che io gli ho raccontato che alla Silente, una nostra collega della scuola di giornalismo, durante uno stage prima dell’inizio dei corsi, le era capitato il caso di un consigliere comunale che si era incatenato all’ingresso di un giardino pubblico per protestare contro l’incuria. L’avevano mandata sul posto, e già ridevano mentre le assegnavano la cosa. Infatti una volta tornata non se n’è fatto nulla. Niente pezzo, il fatto era troppo “stupido”.
Mi viene da piangere e riflettere, sì. Su quanto il giornalismo sia amabilmente e pericolosamente vario. Su come si debba stare attenti a non finire nel posto sbagliato. Nelle mani sbagliate, mani di persone ammanicate – mi si scusi il gioco di parole – e superficiali. Che si fermano alla politica perché è quella che tira. Che non vedono l’importanza delle piccole cose e che non sanno riconoscere la gravità delle stesse. Cose piccole che piccole non sono quasi mai. Ma ci vogliono gli occhi giusti. Ci vuole l’atteggiamento giusto. Ci vuole il direttore giusto.
Meglio cercarla in fretta, la retta via, in questa selva oscura di giornalisti politicanti e politicizzati. Sicuri del vero ma fuori dal vero. Pieni di sé ma fuori dal mondo.
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I tempi stringono. Grazie agli imperativi dell’Ordine dei giornalisti, il calendario di noi studenti-barra-praticanti è tutto sfalsato. Per la gioia delle armate dei precari, da quest’anno niente stage nei mesi di luglio e agosto, per lasciare spazio ai disoccupati che non aspettano altro che le sostituzioni estive nelle redazioni svuotate dalle ferie.
Per questo la scuola sta già per finire il suo primo round, e già da giugno via libera alla gavetta nelle redazioni vere. Un mese, uno solo, poi uno stop forzato fino a settembre. Buon per me che amo il sole e il mare. Meno buono per me che ho bisogno di tempo e spazio per sgomitare nella mischia degli aspiranti cronisti, in questo mondo in cui di tempo e spazio per gli aspiranti cronisti proprio non ce n’è.
Da giugno sarò a fare il mio bello stage di giornalismo online in una delle principali agenzie di stampa di questo democraticissimo paese. Online, sì, perché dicono che il futuro sia lì. E nelle free press. Che però intanto stanno chiudendo sedi e tagliando edizioni. Ma suvvia, non perdiamoci in quisquiglie.
Ho un mese per far vedere se valgo. Trenta miseri giorni per uno stage richiesto dall’azienda stessa. E questo è uno scoop. Non capita spesso che non sia la scuola di giornalismo a rompere le scatole per mandare a forza i suoi allievi nelle redazioni, ma l’esatto contrario. Anche se loro le scatole non le rompono di certo.
La cosa più curiosa e bizzarra sarà cercare di imparare a fare il giornalista del web in un’agenzia di stampa. Che in fondo un sito ce l’ha, non vedo proprio perché preoccuparsi.
Ci vuole ottimismo, lo dice pure il Mister.
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Il Mister ha emesso il verdetto, Michele Santoro dovrà “riparare” i danni. E se non lo ha emesso di persona, qualcuno lo ha fatto sicuramente per lui.
Non ho visto la puntata di Annozero di giovedì scorso, ma senza dubbio guarderò quella di stasera. Credo che sarà una clamorosa lezione di giornalismo. Perché non capita spesso di assistere a una puntata “di riparazione”. Non in un paese civile, perlomeno. Non in un paese in cui l’informazione è indipendente. Indipendente davvero.
Ma da noi sembra che più che l’obiettività, a contare sia l’esaltazione del buono. E del bello. E di un giusto che è giusto perché deciso a tavolino. Preventivamente.
Ripeto, non ho visto la puntata di giovedì scorso. Ma se i dati oggettivi e le testimonianze dimostrano che quanto detto e mostrato in merito al terremoto era tutto vero, allora non capisco perché la politica e i suoi vassalli (i vertici Rai) debbano giudicare un lavoro onesto. Partigiano, sì, ma onesto. Perché Santoro è di parte, ma non dice cazzate. Farà pure vedere sempre la stessa faccia della realtà, lasciando l’altra sponda nell’angolino, ma in ogni caso non si tratta di fiction. Di finzione. E’ tutto vero, anche se a qualcuno questo non piace. Qualcuno che vorrebbe si parlasse solo di quel che crea compiacimento, che possa convenire in termini di consensi. Di voti. Di potere.
E Vauro. Censurato impunemente. Non si scherza con i morti.
Certo, però, che anche noi vivi non ce la passiamo tanto bene.
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Danno per morto il mestiere che vorrei andare a fare. Danno per morto tutto un sistema che in qualche modo, e per chissà quale motivo, è diventato vecchio. Obsoleto. A vista d’occhio. Quanta fretta di morire ha, questo giornale! Questo giornale, quello su carta. Quello a mezzo stampa. Perché pare che l’informazione sia una sorta di immortale, pare che lei non morirà così facilmente. Dicono. Dicono che il web salverà capre e cavoli. Per la gioia di macellai e fruttivendoli.
Non vedo che c’entriamo noi.
Boh. Chissà. Io so soltanto che a destra e a manca sfioccano necrologi poco rassicuranti per gli aspiranti cronisti. Per quelli come me, insomma. Che inseguono una chimera che si fa sempre più chimera. Sogniamo a occhi aperti un futuro in redazioni che non è sicuro esisteranno ancora per quando sarà il nostro momento. Ammesso che arrivi.
Ma sorridiamo. Grandi testate chiudono, altre arrancano e fanno i loro conti. Porte che si chiudono ogni giorno, tant’è che non ce le sbattono in faccia. I gruppi editoriali più cicciotti rifiutano pure gli stage. Questo si dice, anche se è ancora presto per parlarne. Almeno per noialtri della scuola.
Ma sorridiamo, dicevo. Che piangersi addosso non serve a nessuno.
…
Qualcuno ha un fazzoletto?
Sniff. Sob. Sigh.
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Sono burocraticamente stanco di questa burocrazia. Mi sono lentamente scocciato di questa lentezza. Mi sto sciattamente indispettendo di tutta questa sciatteria.
Mi sto incazzosamente incazzando.
Cazzo.
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“L’epifania tutte le feste porta via”. Il re dei luoghi comuni. La frase fatta per eccellenza. Ovvero, tutto quello che il giornalista deve evitare come la peste. Quella più nera.
Mercoledì 7 gennaio. Telegiornale regionale della nostra beneamata televisione di stato. Lancio dallo studio per introdurre un servizio sul maltempo. Testuale: “E anche se l’epifania tutte le feste porta via, non ha però portato via le nubi e le correnti fredde che stanno portando neve sulle nostre cime da ormai diversi giorni”.
Il giornalista in studio è il direttore di testata. Il giornalista in studio è stato un mio professore all’università, docente di uno dei pochi corsi di giornalismo previsti dal nostro maldestro piano di studi. “Evitate i luoghi comuni e le frasi fatte. Come la peste. Quella più nera”. Parole sue. Parole che condividevo e che condivido tuttora. Parole in cui ora, però, non credo più. Ci credo ma a modo mio. Perché la fonte non è attendibile. E un altro tassello della formazione base di un giornalista è verificare l’attendibilità delle fonti.
E’ quasi meglio YourTv. Quasi.
Intanto ancora nessuna notizia. La segreteria dev’essersi svegliata con pigrizia. Spero che a minuti esca dal torpore natalizio e mi invii questa benedetta mail.
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Il mondo è in guerra. I cronisti osservano e ascoltano. Le bombe cadere, gli edifici crollare. La gente morire.
lagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorire
lagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorire
lagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorire
lagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorire
E io cosa farei? Anzi. Ma io, lo farei? Che cronista sono? Anzi. Che cronista sarei?
Domande. Senza risposta. Perché sogno una professione ma ancor prima sogno la vita. Perché sto aspettando una risposta importante, ma credo che la mia esistenza su questo pianeta venga prima di ogni cazzo di carriera.
E penso pure di essere un vigliacco. Forse. Magari sì. O magari no. Perché il cronista di guerra fa una scelta ben precisa. Una scelta che non sento mia, e che molto probabilmente non farei mai. Che non farò mai. Perché io sarò giornalista. Ormai è sicuro. Me l’ha detto Paolo Fox.
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Gli ultimi giorni a brancolare nel buio, l’ultimo week-end nell’incertezza. Manca poco. La notizia sta per arrivare. L’esito della selezione, la risposta. Se entrerò o meno alla scuola di giornalismo. Se dovrò continuare, oppure no, a lavorare tra un Capo avaro e privo di stimoli e una Direttrice senza metodo né qualifiche. Se potrò cambiare pagina, premere l’acceleratore e guardarmi allo specchio dicendomi: “Sì, ora ci provo davvero”.
Dubito che lunedì avrò il responso. Martedì sarà di nuovo festa, e non mi stupirei se le segreterie facessero il ponte. Temo che dovrò aspettare almeno fino a mercoledì, mentre fagocito torroni per la mia fame nervosa. Ma ora basta. Basta torroni, davvero. E che diamine!
…
Qualcuno ha un pandoro che gli avanza?
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Son giorni di festa, ma non per la mia pazienza. Non per il mio cuore, per via di quest’attesa. Mentre tutto scorre, ma a quanto pare il tempo no.
Buon Natale, anche se in ritardo. E felice anno nuovo, anche se in anticipo. Come sempre, non azzecco mai il tempo. Quel tempo che non passa, mentre tutto scorre. Ecco. Il cervello a loop. A disco rotto.
Ma è meglio che non pensi a come penso. Mi strafogo di pandoro, e non è certo uno scoop. Mangio per non pensare, mentre la mia linea m’imporrebbe di pensare per non mangiare.
Auguri a voi e al vostro colesterolo.
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Me la sono tirata un po’. Mi sono scoperto scaramantico, e non l’avrei mica detto! Ma le situazioni precarie, si sa, fanno dell’uomo il burattino di riti propiziatori e amuleti scaccia-sfiga. Io mi sono limitato a non parlare con nessuno dell’esito della prova scritta, forse perché inconsciamente convinto che questo potesse aiutarmi nella fase successiva. Perchè sì, incredibile, ho passato la prima selezione. Sono in fondo alla graduatoria, ma l’ho passata. Sono penultimo. Ma ci sono.
Ora serve un miracolo. Un altro. Ok: un altro e mezzo.
Perché ne parlo? Semplice. Perché la prova orale è stata oggi. Non l’ho detto quasi a nessuno. Vediamo se questa tattica darà i suoi frutti. Vediamo se mi salverà dalla gogna di una commissione dal fare saccente e tendenzialmente superbo. Vediamo se mi farà superare quello scoglio insormontabile che mi sono messo davanti con le mie stesse mani, quando preso dall’emozione ho spavaldamente affermato che Kabul è la capitale dell’Iraq. Mi hanno guardato come fossi un alieno. Probabilmente lo sono. Sono un extraterrestre. E.T.-telefono-casa. Perché è proprio lì che sarei voluto andare a rifugiarmi. Di corsa.
Ma it’s ok. E’ ancora tutto sotto controllo. Il controllo di qualche dio che dovrà essere particolarmente misericordioso.
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Mi sono preso una settimana abbondante. Sabbatica, ma per modo di dire. Perché dopo la tragedia della prova scritta non mi sono fermato. No. Non mi sono fermato. Anche se una parte di me avrebbe voluto. Sì. Avrebbe proprio voluto.
Cultura generale: quasi un testa o croce. Prova d’inglese: degna della Ricotta di Zelig. Articolo: la mia scrittura ha sconfinato oltre la decenza dell’esposizione pulita e chiara. Insomma, è andata oltre le richieste della commissione, ma non in senso positivo. Anzi. Ho messo troppo me stesso laddove mi veniva richiesto di azzerarmi. di scrivere da automa, che è un po’ il dogma del giornalismo anglosassone. Anche se in pochi hanno il coraggio di dirlo.
Mi consolo al pensiero che ci fossero meno candidati del previsto. La selezione naturale sarà meno crudele, ma comunque naturale. E mi viene naturale pensare di non essere tra i più competitivi. Ora non posso che affidarmi alle disgrazie altrui. Che tanto di cinismo in giro non ce n’è mai troppo. Rincaro la dose e me ne fotto.
..
Ok. Non ci crede nessuno. Tantomeno io, che spero in bene per tutti. O quasi tutti. Va bene: soprattutto per me. Ma degli altri non so proprio infischiarmene. Io, che attendo il risultato che sarebbe dovuto uscire oggi. Ma la burocrazia, si sa, rallenta tutto. E io, burocraticamente, me ne torno sui libri. A fingere di concentrarmi, nell’attesa del giorno del giudizio.
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Tra poche ore sarà già week-end, e io sono ancora in alto mare. Il lavoro mi consuma tempo ed energie. Studiare, la sera, diventa uno sforzo non indifferente. Ce la sto mettendo tutta, ma una cosa è certa. Così certa da esser scontata. Il mio sarà un tentativo disperato.
Le cose da sapere tendono a infinito. Quelle che so, allo zero. Posso fidarmi di poco più di quello che ho immagazzinato durante la mia carriera di studente. Diligente ma con scarsa memoria. E tutto il nozionismo del diritto, tutta la completezza richiesta dalla storia.. sono lussi che in questo momento non mi posso permettere.
Ma mancano quattro giorni. Poche lagne e tanto impegno. Io credo nei miracoli. Speriamo che i miracoli credano in me.
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Una settimana alla prova del nove. I nervi si accavallano nella difficile impresa di mantenermi sano di mente. Tra una “breve” e una marchetta, mi sforzo di non sprecare le mie serate, trascorrendole su libri e dispense avute in prestito da un vecchio compagno di università. Il tempo è denaro, quella cosa che negli ultimi mesi ho visto solo in foto e nelle promesse fatte a denti stretti.
Setti giorni per spingermi in avanti. Anche se sarà parecchio difficile, l’impresa va tentata ugualmente. Impugno la penna, arroto la mente. Rincorro il sogno per svegliarmi dalla realtà. Che mi sta stretta come la tutina di un bambino indosso a un adulto. Un adulto obeso.
E io non ho nessuna intenzione di fare una dieta.
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“Credo che sarò il primo a finire un lavoro senza averlo ufficialmente iniziato, sarò l’unico giornalista a lavorare in nero”, ho pensato. Ma poi mi sono reso conto dell’idiozia di quel che mi era appena passato per la testa. Nel giornalismo il sommerso abbonda. Il punto è che, nel mio caso, non sarebbe dovuta andare così. Ma il Capo è troppo schivo per andare in fondo alla cosa, e io sono troppo prudente per chiedergli muso contro muso qual è la mia situazione contrattuale.
Ho paura che lui voglia fare il furbo e non farmi firmare alcun contratto. Ma soprattutto ho paura che una mia eventuale richiesta equivarrebbe a chiedergli un biglietto di sola andata per la terra dei disoccupati. E non posso permettermelo. Mi servono articoli su articoli, perché alla scuola ci sarà una preselezione per titoli. Più “collaboro” e meglio è. Spremo l’arancia finché c’è la polpa. Spero soltanto, un giorno, di poter buttar via la buccia e cambiare frutto.
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Si può far bene e si può far male, ma il perché di una scelta è sempre qualcosa di nobile. Da guardare con ammirazione e trattare con rispetto. Perché tutti sanno che non è facile lasciare il certo per l’incerto, anche se in realtà non è quello che sto per fare. In redazione nessuno sa che sto cercando il modo di andarmene. Nessuno sa che proverò a passare il test d’ingresso in una scuola di giornalismo. Nessuno a parte me, ed è quanto basta. Perché non abbandono la strada fatta finora per un volo d’angelo per cui nemmeno il decollo è ancora sicuro.
Eppure un rischio c’è. Farò un tentativo che in realtà assomiglierà tantissimo a una prova del nove. Non tanto per me, quanto per il giornalismo stesso. Sì. Io mi metterò in competizione con chissà quanti altri aspiranti al trono, ma in realtà sarò io a mettere in discussione non solo me stesso, quanto un intero percorso di vita. Quello che sto facendo. Perché vivo questo periodo di preparazione all’esame come un salto nel vuoto, anche se in fondo non lo è. Non letteralmente. Tengo i piedi a terra. Ma so che, se non volerò, prima o poi cadrò a terra. Senza un perché. Se non per delusione. Se non per frustrazione.
Ho ancora una dignità. L’aspirante cronista che è in me punterà in alto. E’ la scommessa della vita. Altrimenti, tanto vale cambiare rotta.
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Studio la notte perché il giorno lavoro. In vista c’è un cambio importante, un tuffo in avanti per cui forse annegherò. La parole si moltiplicano, mentre la mente si ferma a pensare: cosa farò tra qualche settimana?
Gli esami non finiscono mai. A breve ne sosterrò uno tra i più difficili di sempre. Non posso fermarmi, è un mare che ristagna. Io cerco il cambiamento nel fiume che passa e che trasforma le cose. Le persone. Le prospettive. Cambiare aria è quel che mi serve. Mi sto costruendo una via di fuga. Spero che le porte si aprano. Altrimenti resterò qua, fuori da me. E dentro una situazione che è morta troppo presto.
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Impegnato tra un comunicato e una marchetta politica, i miei occhi si sono staccati dal monitor non appena è spuntata una certa figura sulla porta della redazione. La Stagista è tornata a farci un saluto. Baci e abbracci, un calore che in quel posto è una cosa più unica che rara.
Due parole appena, prima che se ne andasse di nuovo. Non sa cosa farne della sua vita, non ancora. O forse sì ma non lo vuole dire.
Che poi mi chiedo perché si debba aver sempre un obiettivo preciso, quando poi si finisce quasi sempre per riscaldare lavori e lavoretti precotti. Carriere preconfezionate, nel migliore dei casi.
Io, invece, in che direzione mi sto muovendo?
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Avete presente Fantozzi, con la sua libidine, la sua lingua fuori posto e quegli occhi allupati? Lo avete bene in mente? Bene. Ora focalizzatevi su di me. Pensatemi in mezzo a chili e chili di carne fresca (spero). Carne morta, ma… non tutta. C’erano anche le arzille tette della moglie del macellaio, e non erano neppure da sole. Pensate: c’era pure la moglie del macellaio!
E il macellaio, ma di quello chissenefrega?
Non mi permettono di fare il giornalista come, dove, quando e quanto vorrei, ma in compenso oggi ho rivalutato il mestiere del fotografo. Un bel lavoro. Che non si mangia e che non si usa per mangiare. Anche se oggi un po’ di fame mi è venuta. E di certo non per le salsicce secche.
Sono entrato nella bottega di Tano verso le 18. Sì, perché il macellaio ha pure un nome. Oltre a una moglie e alle sue due figlie. Della moglie. Esatto, proprio quelle due.
Mi sono presentato. “‘Sera – ho detto, facendo attenzione a scandire bene la “r” per non farla confondere con una consonante che avrebbe alterato pericolosamente il significato del mio saluto – sono qui per la foto.
Spero non si sia accorto, il buon vecchio Tano, che mentre parlavo i miei occhi stavano già cercando la carne. Quella viva, s’intende. Non so se la cosa sia passata inosservata, ma di certo il burbero “smazza cosciotti” mi ha guardato con sospetto. Però mi avevano messo in guardia: Tano fa così con tutte le persone di sesso maschile che entrano nel suo negozio. Suppongo non abbia mai accettato il compromesso tra i floridi affari che ha potuto fare finora, grazie alla sua consorte, e il prezzo da pagare. Quello di avere una moglie famosa, e non di certo per il suo Q.I..
Dicono che un giorno abbia preso a calci nel deretano uno dei suoi fornitori, dopo averlo scoperto a parlare con la sua donna di quanto bello fosse lo yacht di suo cugino, e di quanto quest’ultimo fosse disponibile a prestarglielo per eventuali gite di piacere.
Ma a me è andata bene. Il mio culo non ha fatto da punging ball ai poco delicati anfibi di Tano. Lui è massiccio, tozzo, barbuto. Tano, non il mio culo. Che però dev’essere piaciuto alla giovane e generosa tettona. Il mio culo, non Tano. Oddio, forse anche lui. Altrimenti non lo avrebbe sposato. A meno che il loro matrimonio non sia niente più che un accordo commerciale in cui lo sposo vende e la sposa allestisce la vetrina. Una camicetta semiaperta e il suo lavoro è finito. Le basta poco per diventare la testimonial ideale di ripieni e polpettoni.
Dicevo: la bella mi ha guardato le chiappe per diversi minuti. Io ho fatto una ventina di scatti, e stavo quasi per andarmene quando è arrivato il fornitore di cui sopra, quello col cugino “presta yacht”. Tano lo ha guardato in cagnesco e lo ho portato nella cella frigorifera. Credevo che la verifica delle scorte fosse una scusa per rinchiuderlo dentro. Pensavo di essere sul luogo di un omicidio. Ci pensate che scoop?
Invece il macellaio si è limitato a marcarlo a uomo, mentre la sua donna mi chiamva dicendomi: “Ehi, tu, fotografo… Sai che sei carino?”.
Tano deve aver installato due parabole di Sky al posto delle orecchie. Si è voltato verso di noi e mi ha guardato come farebbe Gattuso con l’avversario portatore di palla.
Io, per non perdere le mie e per non trasformare la macelleria in un mattatoio, mi sono affrettato a ringraziare la signora e a porgerle i miei omaggi. Fantozzi sì, ma mica scemo!
Questo lavoro è decisamente troppo pericoloso. Dovrebbero pagarmi l’indennità di rischio. Altrimenti dovrò stipulare un polizza anti-macellai.
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Oggi è stato il giorno del cambio della guardia. Il Capo ha iniziato le ferie, proprio il giorno in cui la Direttrice le ha finite. E proprio il giorno in cui io e la Stagista… abbiamo continuiamo a lavorare, come sempre. Ringraziamo il breve ponte di Ferragosto, unico vero respiro che ci è stato concesso. Ma il giornalismo è questo. Non ci sono soste, né pause. C’è un continuo lavorare, magari con tempi scanditi da turni, guidato dall’innato senso di un sacro dovere. Quello di informare, di aggiornare, di comunicare, di approfondire.
Di dormire. Ecco cosa vorrei. Staccare la spina per un po’. Sono stanco. Non fisicamente, non mentalmente. Moralmente. Sono in questa redazione da così poco tempo che mi stupisco di me, nel vedermi già così disilluso. Demotivato.
A me il giornalismo ha sempre affascinato. Scrivere mi ha sempre appagato. Vedere la mia firma sui giornali è un’ambizione che coltivo da un po’. Esprimermi è sempre stata una ragione di vita, resa ancor più forte dalle esperienze e dalle riflessioni di questi ultimi anni. Ma quell’atteggiamento, quello spirito e quella mentalità mi fanno venir voglia di cambiare lavoro. Ammesso che capirò mai di cosa si tratta.
Dubbi, tanti dubbi. Aggravati dall’aver scoperto una certa cosa pochi giorni fa. Io e la Stagista eravamo rimasti soli in redazione. Lei, per motivi logistici, si era ritrovata a lavorare nello studio del Capo. Così, poco prima di andarmene sono passato a salutarla, ma mi ha interrotto con una domanda che non mi sarei aspettato: “Tu sei di destra o di sinistra?”. Io, che non vorrei espormi sulla questione, non sapevo davvero cosa rispondere. Mi è uscito un “te lo devo dire?”.
“Io non sono per il Mister”, mi ha subito bloccato.
Confortato, le ho confermo che neppure io sono di quella “sponda”.
“Guarda qua”, mi dice prendendo un foglio bianco e girandolo sull’altra facciata. Merda! Macchè foglio bianco! Era una foto capovolta. Nessun problema, non fosse per l’immagine rabbrividente che mi sono trovato davanti. Il Capo in posa di fianco al Mister. Un primo piano, due sorrisi enormi e tremendamente finti.
“Oh. Mio. Dio”, mi sono ritrovato a dire. E, dopo qualche minuto pieno di commenti poco inclini all’apprezzamento, ci siamo salutati per la pausa pranzo.
Probabilmente il Mister è l’idolo del Capo. Il suo modello di riferimento, la sua fonte d’ispirazione. L’ideologia politica è personale e sacrosanta, ma di certo la cosa non mi rassicura.
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Ci sono momenti in cui mi chiedo chi mi costringa a fare tutto questo. Momenti in cui mi rendo conto della bassezza della redazione per cui lavoro. Momenti come questo, in cui leggo su tutti i giornali la notizia dello scandalo della sfilata, della montatura messa in atto dall’organizzazione. Persino della confessione avvenuta in serata. Cosa che avrebbe convalidato il mio articolo e che ne avrebbe legittimato la pubblicazione. Tutti ne parlano. Tutti, tranne noi e quei fetenti di YourTv. E’ in questi casi che capisco cosa prevale nella mente di certi editori, se più il coraggio del giornalismo vero o se, piuttosto, il senso del business. Se il dovere di informare o se la paura di dire. E di fare. L’importante è salvarsi il culo e intascare i soldi. E’ facile dare spazio alle sole sciocchezze, restandosene arroccati nella torre d’avorio della non polemica. Sono tutti bravi a tacere nelle situazioni più scomode. Ma d’altronde non mi aspettavo niente di meglio da un’emittente come YourTv, che già dal nome lascia intendere la sua più totale deresponsabilizzazione. Perché la tv non è mia. E’ tua, lo dice pure il nome. Adesso sono cazzi tuoi.
A far male è sapere che il Capo ha seguito il suo esempio. Una persona a cui, ogni giorno che passa, riservo sempre più una stima pari a zero. Anzi, sottozero. Anche alla luce di quello che abbiamo scoperto io e la Stagista prima di tornarcene a casa.
Ma adesso non mi va di parlarne. Preferisco far sbollire la delusione trascorrendo un Ferragosto di relax. Sì, perché siamo così “seri” che domani la redazione resterà chiusa. Un po’ perché siamo una piccola realtà giornalistica, un po’ perché in fondo siamo solo una piccola realtà. “Giornalistica” è un aggettivo che ci va sempre più stretto.
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Più che a una pioggia di critiche siamo ormai arrivati a una bufera di neve. Di quelle incazzate, poi. Si parla della modella hard più del caldo che fa, tormentone inutile e vuoto di ogni estate giornalistica. Prima la scoperta di un blogger ficcanaso, poi il caso è scoppiato su tutte le testate.
Su consenso del Capo, unico riferimento rimasto in ufficio in questo momento in cui tutti vanno in ferie a parte me e la Stagista (il Capo ci andrà lunedì…), decido di telefonare ai responsabili dell’organizzazione della sfilata per un’intervista. “Non ne sapevamo nulla”, dicono in loro difesa, tirando fuori scuse più o meno credibili con le quali mi tengono alla cornetta per almeno quaranta minuti. Prendo nota di ogni parola. O quasi, è difficile stare al passo. Ma ho tutto l’essenziale e mi va bene così. Sto quasi per telefonare al manager della modella imputata quando vedo arrivare un suo comunicato. Forse mi ha letto nel pensiero, forse sono spiato. In ogni caso mi ha fatto risparmiare tempo, visto quello che ho perso parlando con gli organizzatori.. Ora posso raccogliere il suo “contraddittorio” con il minimo sforzo.
Ho già gli occhi a palla nel leggere le prime due righe. Il manager accusa il boss della società che ha organizzato la sfilata di aver creato questa messa in scena per pura vendetta. La ragazza avrebbe infatti rifiutato la proposta, più che altro un mezzo ricatto, di una prestazione sessuale.
Stupore. Incredulità. Dubbi sul da farsi. Chiedo al Capo come devo procedere. Le accuse sono pesanti, le conseguenze potrebbero esserlo ancora di più. Così lui telefona al manager della modella per assicurarsi della loro fondatezza. “Abbiamo le prove, intercettazioni che dimostrano che è tutto vero”, dicono. “Procediamo”, mi dice. E io procedo, scrivo un signor articolo in cui ricostruisco brevemente la vicenda e riporto buona parte del testo arrivato via e-mail, facendo la massima attenzione a mettere tutto tra virgolette per deresponsabilizzarmi delle cose peggiori.
Ho un po’ paura, perché è la prima volta che mi ritrovo a dare spazio a una questione che avrà sicuramente dei risvolti legali. Ma sono stato prudente, e siamo già d’accordo che gli organizzatori ci consegneranno domani un contro-comunicato. Il contraddittorio sarà servito, io non avrò fatto altro che il mio lavoro. Anche se fa un effetto strano rischiare la galera per qualcosa che nemmeno conosci. Il lavoro, appunto.
Articolo già on-line, con tanto di foto e firma. La mia, ovviamente. Ho ancora qualche timore, ma vado fiero di quel che ho fatto. E poi ho avuto il consenso del Capo, che è responsabile, insieme alla Direttrice, di tutto quello che viene pubblicato.
Proprio quello stesso Capo che dopo dieci minuti mi dice “Togli tutto, ho parlato con il direttore di Your Tv. Lui non ne parlerà, la cosa è perseguibile per calunnia”.
Smonto tutto quanto. Un pomeriggio in cui, a parte i soliti copia-incolla (pochi, a dir la verità, anche gli uffici stampa hanno rallentato il ritmo) non ho fatto altro che lavorare al mio articolo fantasma. Di cui mi sono fatto una copia per me. Ce l’ho qui, nella mia penna usb. Ma se pensate di leggerlo… beh, scordatevelo!
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Ho capito che questo mestiere mi piace. Il guaio è che allo stesso tempo già mi fa schifo. Adoro stare nella realtà, potermi immergere in essa più e meglio di prima. Pass e accrediti sono la chiave del mondo, perlomeno di quello che conta nel giornalismo. Apprezzo il fatto di poter raccogliere le parole e le immagini, i suoni e le sensazioni, per poi tramutare tutto in parole.
Eppure odio l’assenza di tempi prestabiliti, di orari concordati a tavolino. Da un lato significa avere più libertà, più autonomia di gestione. Dall’altro porta la mente a pensare costantemente al la… la… lavo… vabè, quella cosa lì. Come fosse una presenza amica e ostile allo stesso tempo. Che ti lascia andare ma solo se insisti.
Ho realizzato tutto questo durante la sfilata di moda di sabato sera. Il Capo mi ha incaricato di nuovo di fare il fotoreporter. Mai si lascerebbe sfuggire la possibilità di mettere delle “belle donnine” in homepage. E di certo non le ha chiamate “donnine”.
Inutile dirlo: mi sono divertito, e pure parecchio. Però era sabato sera, un sabato sera trascorso nel regno di Narciso. Fortunatamente si è trattato di un evento fuori dai canoni. Niente “alta moda”, ma bellezza e spettacoli, danza e costumi innovativi. Una bella visione, delle belle vibrazioni. E’ stata un’esperienza interessante.
Per me. Per la mia ragazza un po’ meno.
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Prima o poi doveva succedere. No, non mi hanno ancora rispedito a casa, per ora niente calci in culo. Ma un calcio in bocca, oggi, credo di essermelo preso. Mi hanno fatto fare una videointervista, io che con il video non mi sento poi così a mio agio. Mi vedo meglio dietro la telecamera, piuttosto che davanti. Infatti un altro sogno sarebbe fare il regista. Scusate un attimo, mi do un pizzicotto e torno.
Dicevamo. Oggi hanno giocato al tiro alla fune con i miei nervi. Speravo di scamparla, ma allo stesso tempo sapevo di essere un illuso. Mi hanno chiamato mentre ero fuori, per dirmi che nel pomeriggio sarebbe venuto il tipo della conferenza sull’autismo per essere intervistato. Fosse stato di mattina, mentre ero in giro, c’avrebbe pensato la Stagista. Invece no. Mi hanno chiamato per avvisarmi. Stavolta sarebbe toccato a me.
L’intestino si è rovesciato su stesso, con il cibo di un pranzo non ancora mangiato che mi ballava dentro come Joaquin Cortes. Esatto: sentivo fitte da tip tap. Ero agitato. Come uno scolaretto il primo giorno di scuola, ma già con la consapevolezza dell’imminente tragedia. Sigh.
Poco dopo un’altra chiamata. Il Capo mi dice che il tizio è già lì, che lo sta per intervistare la Stagista, ma che gli serve uno dei volantini che hanno distribuito alla conferenza stampa. Volantino che, ovviamente, non ho pensato di lasciare in redazione. Insomma, è qui con me. Il Capo mi rimprovera senza troppa rabbia, e mi dice che si sarebbero arrangiati in qualche modo.
Finalmente trovo la pace dei sensi, della mente e, soprattutto, delle interiora. Aiutato anche da un buon pranzetto, ma più leggero di quello di pochi giorni fa.
Fino a che non guardo il cellulare e non scopro sei chiamate senza risposta. Del Capo, ovviamente. E ancora più ovviamente c’era anche un messaggio, lasciatomi dover aver realizzato che non avrei risposto al telefono in tempi brevi. “Dato che hai portato via la documentazione (cosa che non devi fare) non abbiamo potuto fare l’intervista. Tornerà oggi pomeriggio, e la farai tu”, diceva.
Non è stato bello risentire il tip tap, questa volta con lo stomaco realmente pieno.
Mi sono fatto coraggio, e l’intervista è andata a buon fine. La mia goffaggine era così spessa da tagliarsi con un’ascia bipenne. La mia inopportunità di fronte a quella telecamera era più che palese, ma in fin dei conti me la sono cavata. Anzi, ne sono uscito a testa alta, fiero di me e di essere la nuova Lilli Gruber. Con molto meno charme, molta meno padronanza del corpo, molto meno fascino. Insomma, molto meno Lilli e molto meno Gruber. Ma pazienza, il mio futuro non è nel video giornalismo. Il mio futuro è…
Grazie per averci seguito. Vi lasciamo ad Affari Tuoi e poi alla settemilionesima puntata de Il Commissario Rex. Arrivederci.
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Domenica prossima, nella mia provincialissima città, ci sarà una provincialissima manifestazione, organizzata da una provincialissima amministrazione comunale che quei provincialissimi dei miei concittadini hanno provincialissimamente eletto. Tutti seguaci del Mister. Tutti tranne me, che forse forse sono finito proprio nella fossa dei leoni. Sono così provincialissimo, quando mi ci metto!
Uno dei provincialissimi quotidiani locali parla di una polemica insorta tra alcuni commercianti e il nostro provincialissimo sindaco. Pare che quest’ultimo non voglia finanziare l’acquisto degli addobbi che gli esercenti devono appositamente comprare per acconciare le loro vetrine secondo i parametri della ricostruzione storica che si farà. Il “Palio del vecchio cavallo” genera ogni anno la tipica situazione che ti costringe ad adeguarti al rito. Altrimenti sei un perdente, un guastafeste. Un outsider. Ma certi commercianti sono più taccagni che altro, della figuraccia se ne fregano. Anzi, diventano polemici. Magari in modo sterile ma lo diventano. Ed ecco l’attrito con il primo provincialissimo cittadino. Ecco uno spunto per un articolo che non vincerà mai il Pulitzer, ma che di certo farebbe parlare di sé. Niente scoop, solo quella conflittualità che è uno dei motori del giornalismo. Così mi propongo per un pezzo sull’argomento, dico che sono intenzionato a intervistare i commercianti incazzati, a dar loro la voce. Che è una delle cose che mi piace di più di questo mestiere: far parlare chi in genere non ha i mezzi per farlo, fare da cassa di risonanza dell’opinione pubblica e degli umori collettivi.
“Solo gli ignoranti fanno polemiche su una così bella festa. Piuttosto, diamo polmone alla cosa”. Ottimo, solo che a me, intanto, i polmoni si sono proprio chiusi. Mi si è mozzato il fiato ad ascoltare simili affermazioni, a dover realizzare il servilismo di chi mi comanda. A dover capire così brutalmente che oltre a non essere libero di scegliere di cosa voglio o non voglio scrivere (cosa che sono comunque disposto ad accettare, perché già preventivata), non posso dare voce alla gente ma, al contrario, a chi decide per loro. Il Capo preferisce mettere in risalto la festa, piuttosto che parlare di ciò che non funziona in questa maledettissima, provincialissima città.
Ma in fondo non è che un’impressione. Non ho nessuna certezza del fatto che la sua scelta dipenda da una partigianeria politica, tra l’altro diversissima dalla mia. Né che si tratti di opportunismo da “business man”. Ho solo sempre più la limpida sensazione di essere un pesce fuor d’acqua. O di essere finito, come minimo, nell’acquario sbagliato.
