Oggi è festa, e io lavoro. Mi guardo indietro, e vedo una lunga scia di feriali segnati da un fancazzismo forzoso. Il mio mondo va al contrario. Ma mi sento comunque un privilegiato, in questa repubblica di parate che sembrano autogol. In questa festa in barba (!!) alle scosse della terra e all’incapacità di scuotersi da parte di chi la abita.
Io sono zanzara
30 magLa Baia delle Zanzare torna a ronzare. Che ci fa anche rima. E non è soltanto colpa del calendario, che ricorda alle maledette succhiasangue che è di nuovo l’ora di spolpare le nostre povere vene. Tipo Agenzia delle Entrate, insomma. E no, non è nemmeno colpa del mio Mosquito, a dispetto del nome (in inglese significa proprio “zanzara”) e del rumore che fa.
E’ che qualcosa si sta muovendo, in questa città in cui il sole a volte ride ma la gente un po’ meno. Sento ronzare, sì. Sono rotative che ripartono. Ma a pensarci bene questo chiasso incessante comincia proprio da me. Io sono zanzara. E quelle rotative sono le vene che ho intenzione di spolpare.
Meglio non illudersi, però. Ci andrò con i piedi di piombo. Insomma, userò le mie precauzioni.
Oggi Sposini (2)
28 magTi fai il culo per lavorare, per trovare un fottuto posto che ti permetta di pagare vitto e alloggio. E’ una gran fatica. Una lotta contro il tempo, ma soprattutto contro i tempi. Questi maledetti tempi. Di magra. Direi di anoressia. Combatti. Resisti. Contribuisci a mantenere alto il livello di scontro. I capi ti lodano, poi ti puniscono. Poi ti lodano e ti puniscono ancora. E ancora. E ancora. Lentamente i connotati ti cambiano da sé. E la mattina i capelli ti restano sul cuscino, sempre di più. Perché tu ti fai il culo per lavorare. Tutto il resto non conta.
Poi arriva il resto, e ci pensa lui a contare per te. Nella tua frenesia hai imparato ad andare a tempo, ma non vedi più niente di quello che c’è. Qualcuno decide di ricordartelo. Che il mondo trema, e tu non puoi farci un cazzo. Che le clessidre hanno granelli imbizzarriti, e prima o poi si spaccheranno anche loro. Ti fai il culo per lavorare. Poi arriva il giorno in cui ti scopri a farti il culo per vivere.
Eccola la vera lotta, la battaglia che merita di essere combattuta. Quella per restare uomo. Quella per restare vivo. Gli eroi escono da qui, da questo fronte silenzioso ma non troppo. Restare in zona è esclusiva dei gladiatori. Io ne conosco uno, anche se soltanto attraverso uno schermo. Si chiama Lamberto, e dopo oltre un anno da quel brutto colpo è tornato a farsi vedere. Mister Sposini. Roba da 300.
Peso alle parole
21 mag“E’ stata la mano di un pazzo”.
E grazie al cazzo.
Faccio rime baciate per non sputare. Sento parole al vento, come non contassero nulla. Come se ci fossero in ballo opzioni che non contemplano la follia. Le tre bombole del gas sono saltate. Melissa non c’è più, e all’ospedale di Brindisi è l’inferno del poi. Io non ho dubbi.
Vi sfido, colleghi, ad affermare che forse non c’era una mente insana a pilotare il dito che ha dato l’ok alla morte. Come se il mafioso, il terrorista, l’omino dei servizi deviati o chi per lui in fondo non fosse un pazzo, ma qualcuno con un lucido obiettivo da raggiungere. Balle. Cazzate. Io ne so quanto voi. Anzi, meno di voi. Ma non ho dubbi. Io so per certo una cosa. Chiunque sia stato non è nient’altro che un folle. E ribadirlo non è che uno spreco di fonemi.
Non c’è interesse che tenga, ideologia che possa farmi cambiare idea. Non c’è verità che possa emergere e che sia capace di farmi ricredere. Mafioso, terrorista, omino dei servizi deviati. Chiunque crede di poter uccidere dei ragazzi è già di per sé un deviato dalla vita. Sempre e comunque un uomo dalla camicia sbagliata. Quella di forza è l’unico modello che gli sta.
Ciao Melissa.
Un post forzatamente criptico
10 magL’ultima volta che qualcuno dal Cielo mi ha parlato di grotte è stato verso Natale. Aveva a che fare con un bambinello e con l’inizio di una nuova era. Adesso è già primavera inoltrata. Non è più il periodo del siamo tutti più buoni. E infatti il Cielo mi ha parlato di nuovo di grotte. Ma stavolta era proprio incazzato.
A cena col nemico (2)
3 mag“modifiche nella premessa: in un contesto del genere, la nostra idea…..(sociale, lavoro, scuola,….) (da qui)..Attività come cene….che hanno dato il loro contributo. questo punto lo togli E’ questo lo scopo de”il tu eco” che non è più soltanto il nome della nostra lista civica …. Dal sociale alla viabilità, sicurezza………attraverso un centro di aggregazione per anziani e per giovani. ciao KronaKus”
Il giornalino sta per uscire. Finalmente. Ma è un rush finale molto accidentato. Cavilli burocratici da far passare la voglia. E ritocchi su ritocchi. Come questi. Il boss mi ha spiegato cosa fare attraverso questa mail. Ho sinceramente fatto fatica a capirci qualcosa. Mi sono consultato pure con Arlecchino, ma niente. E tempo fa era già successo questo. Temo che qua per vincere le elezioni non sarà tanto una questione di culi rifatti e di autoreggenti da mettere, ma di un “reparto comunicazione” che è un po’ tutto da rivedere.
A cena col nemico
1 magIl culo bello alto, il petto in fuori e gli occhi che parlano da soli. E’ entrata così in quella chiesa sconsacrata, costringendo noi ometti a fare commenti che quella chiesa l’avrebbero sconsacrata comunque. Eravamo lì per un compleanno. Un nostro amico si era fatto convincere da un’altra nostra amica, così ci siamo ritrovati con una convinzione di terza mano a festeggiare le sue ventinove candeline alla cosiddetta Cena del sorriso. Io che sono tradizionalista pensavo si riferissero a quello orizzontale. Poi è entrata lei, e ho capito che forse s’intendeva proprio quel sorriso che va da nord a sud, e che con labbra e denti non ha proprio niente a che vedere. O perlomeno si spera.
Eravamo lì, in terra straniera. In realtà eravamo a un passo dalla Baia delle Zanzare, ma comunque avevamo poggiato i nostri culi sul territorio di un altro comune. Ma poco importa. I sorrisi verticali sono argomento universale. Potremmo anche essere stati in Burundi: in quella tavolata di ottuagenarie lei spiccava alla grande, ed è diventata l’argomento principe di quel dolce inizio di serata.
Il mio compagno di sedia? Un nostro caro amico. Di lavoro fa l’autista, ed è uno poco incline alle metafore. Roba che se ne incontra una per strada la investe di sicuro. E’ uno che se ha in mente una scena da film porno te la racconta come farebbe Tinto Brass dopo quattro mesi di astinenza. Ne sono uscite chiacchiere da osteria. Anzi, da night. Poi l’amica che ci ha trascinati lì (che Dio la benedica) ci ha dato la sveglia. Ragazzi, guardate che quella lì è la sindachessa!!
Dunque. Il tenore dei discorsi, poi, è rimasto all’incirca lo stesso, perlomeno fino all’arrivo dei paccheri con le verdure saltate, che ci ha riempito la bocca con ben altri argomenti. Ma nel frattempo si era insinuato in me uno strano tarlo. Una preoccupazione così velata che quasi non esisteva, accompagnata da un sospetto e da una consapevolezza poco confortante. Io non stavo facendo niente di male, ma poi ho realizzato cosa stesse realmente accadendo. Ero a cena col nemico.
Il fatto è che il giornaletto locale di cui sono direttore è quello di una lista civica che è arrivata seconda alle ultime elezioni di questo comune extra-Baia. A vincere è stata lei, soave 31enne regina del consiglio comu(a)nale che durante la cena ha sorriso a destra e a manca (d’altronde era il tema della serata..), infrangendo cuori e cucinando fondute di giovani elettori che probabilmente chiederanno il domicilio da quelle parti soltanto per poterla votare. Il mio amico anti-metafora abita proprio in un paesino della zona, e quando sarà ora metterà di certo la sua X sulla faccia della sindachessa in cerca di riconferma. Perché secondo il mio amico il voto è un diritto e un dovere. E non c’è più grande dovere (e più grande diritto) di avercelo diritto.
Detto in parole povere, io lavoro per la concorrenza. Per l’opposizione, che al prossimo giro di urne conta di mandare a casa la signorina che ha attirato i nostri bulbi oculari come api al miele. E non c’è niente di male se per puro caso mi sono ritrovato a cena insieme a lei e ad altre cento e passa persone. Il problema è che ho capito che una così non la si batte sicuro, che l’unica chance che i miei “clienti” hanno di vincere le elezioni è di candidare Belen, o sperare che il giorno del voto gli uomini del paese vengano tutti bloccati a casa dalla dissenteria.
A me hanno promesso la direzione del giornalino del Comune. Il problema è che prima il Comune bisogna conquistarlo. La concorrenza è spietata, e ha i mezzi per fare queste e ben altre conquiste. Di certo sarà anche una donna piena di risorse, questo io non lo so e non lo metto mica in dubbio. Ma viviamo nell’epoca del Bunga Bunga, della politica dell’immagine sempre e comunque. E il boss ultrasessantenne della lista civica per cui lavoro non vincerà nemmeno se si raderà la barba e se farà campagna elettorale in autoreggenti. Tantomeno così.
Io penso positivo perché son vivo (e ci voglio restare)
18 aprUn tempo si sventavano le rapine. Nel 2012, invece, si sventano i suicidi. Sarà che la rapina sta forse in queste diavolo di riforme, che raschiano l’osso di chi non ha più carne da offrire, fino a che l’osso stesso non decide di farsi buco. Alla tempia.
Di certo noi giornalettari non aiutiamo. Tutti i giorni scioriniamo cifre su cifre, rincariamo la dose come fossimo i pusher del malcontento. La crisi è un Matrix da decodificare, un cumulo di numeri con cui spaventare e indurre in tentazione. La tentazione del gesto estremo. Ma io penso positivo perché son vivo e perché son vivo. E ci voglio restare. Vivo, non secco. E’ che io sono atipico come certi contratti, e non ci sto a partecipare a questo sporco gioco senza dire la mia. Perché mentre scrivo il mondo crolla, e la gente pure. E se non crolla ci pensiamo noi, spintarelle senza sen(n)o (della ragione) e dalla penna che prima palpa e poi incula. Seguaci del dio pessimismo in un pianeta che è già pessimo (e pessimista) di suo. Una palla azzurra, se non ha già cambiato colore, in mano a chissà chi. E chissà come. Le fonti ufficiali rimarcano il baratro, quelle “alternative” raccontano il complotto. Difficile dire dove stia la verità, se mai ce ne fosse una soltanto. Intanto i Maya sghignazzano, a guardarci realizzare con le nostre stesse mani quella loro dannata profezia.

(Che poi l’ultima edizione di Beato tra le donne è stata condotta da Giletti. E questo è chiaramente un segno della fine dei tempi).
Share the popò
17 aprPiermario Morosini che si accascia in campo e muore. Hillary Clinton che si alza dalla sedia e vive. Ho colleghi molto strani, io. Gente che si accanisce sui drammi altrui mandando in onda a ripetizione, come un disco rotto, gli istanti in cui la vita di un giovane calciatore se ne va senza avvisare. Come se la presenza di un prato verde e rettangolare giustificasse qualsiasi tipo di moviola. Anche quella della morte. La signora con la falce era in fuorigioco, cazzo, ma quel cornuto di un arbitro ha convalidato lo stesso il gol. Ti aspettiamo fuori, bastardo.
Dicevo dei miei colleghi. Scribacchini muniti di fot(t)ocamere, convinti che i balli alcolici di un’autorità morigerata e composta come la moglie di un certo ex-presidente americano (quello che ben conosceva labbra e lingua della donnina che sta sulla mia maglietta) debbano fare per forza notizia. Come se non fosse umana pure lei. Come se l’abito gessato che indossa pure per fare popò dovesse avere (in)gessato anche la sua anima, e allora se per una volta muove un po’ il culo in barba all’etilometro (che poi il culo mica guida, al massimo gli serve per fare la popò col gessato) deve finire assolutamente su tutti i giornali. E’ che poi se ne parla uno ne devono parlare tutti, sennò sai che figura. Share the shit, baby. Share the popò.

Io non sono nessuno. Sono soltanto un povero freelance. Professionista, sì, ma solo per una questione di tesserino. Di etichetta. Abbiamo tutti bisogno di un’etichetta. Anche i miei colleghi. E a loro gliela do io, l’etichetta. Anche se non sono nessuno, ma però sono bravo a etichettare. Anche se non si dice. Sono bravo, sì. Me l’ha insegnato mia nonna.
Giornalisti?
No.
Giornalai?
Nemmeno.
Giornalettari.
Ecco. Sì. E oggi sono buono.
Ho in testa una sesta
17 aprLa mia ultima ragazza ha una quarta. Due ragazze fa, quella invece portava una sesta. Il peso dei discorsi di certi palestrati si misura in mammelle. Argomenti di peso, letteralmente, a seconda della circonferenza. Oggi tra i pesi ho sentito dei ragazzi parlare così, con facce serie che mi hanno pure un po’ spaventato. Non possono dire ‘ste cose come fossero da Marzullo. Ma ognuno dà peso a quel che pensa abbia peso, mentra e me pesa un certo pensiero. Mi pesa l’idea di aver chiesto i soldi ai miei per iscrivermi in palestra anche in questa primavera. Mi pesa che sia stata una loro spesa. Ed è una cosa che pesa almeno quanto una sesta. Il prossim’anno voglio farcela da solo. Voglio togliermi questo peso. I pesi li voglio pagare da me. O mi possa stuprare questo mostro qua sotto.


Horror meteo
13 aprPer martedì 3 aprile è previsto cielo coperto, con temperature che oscilleranno tra i 14 e i 18 gradi. Per mercoledì 4 aprile, invece, è prevista pioggia intensa con temperature in calo tra i 12 e i 17 gradi. Peccato che oggi sia già venerdì 13. Il meteo fatto da Jason sarebbe stato più credibile.

(e dire che prima era successo questo, poi quest’altro.. vabè…)
Come in una mela marcia
22 marHo letto questo e poi ho commentato. A me a una cert’ora si aprono le acque.
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E’ in corso un cambiamento più grande di noi, ma sta a noi dimostrare di non essere troppo piccoli per cavalcarlo. Il futuro non è di carta, anche se la carta, ritengo, è e resterà immortale. Ma come giustamente viene sottolineato sta cambiando il suo ruolo. Bene. Parliamo però di occasioni. Parliamo di possibilità. Parliamo di porte che si potrebbero aprire, non di quelle ancora aperte ma che rischiano di chiudersi. Il domani di questo mestieraccio sta in Rete, e noi dobbiamo essere i pesci in grado di restare a galla, ma soprattutto di seguire l’onda e di trarre beneficio da questa (non più tanto) nuova corrente. Si va per tentativi, ma soprattutto si va a tentoni. Non importa. Bisogna inventare e inventarsi. Osare senza dosare. Nuotare, nuotare, nuotare. Continuare senza abboccare agli ami sbagliati. Buonanotte.
Toh, un verme.
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Voglio un mondo sinkronnyzzato
18 marDisastro. Come tutti i cronisti che si rispettino perdo diottrie su diottrie, sempre incollato a schermi e cose di carta. Per questo domani mi tocca l’oculista. Cioè, non lo so se mi tocca (spero di no, non è il mio tipo) però so che ci devo andare. Il problema è l’orario. Ho la visita prenotata per le 8 e mezza. Le 8 e mezza del mattino! Cazzo, potevate pure dirmelo che esisteva un mondo anche prima delle 11.
Speriamo che sia racchia (2)
16 marE’ fatta. La monetina è stata lanciata, e la dea bendata ha indicato la faccia con sopra la mia faccia. Anche perché pare che la faccia di quell’altra non si guardasse, e l’omino che le ha fatto il colloquio non era affatto bendato come la suddetta dea. Alla fine sono stato scelto io, a mo’ di Pokemon. Ora devo uscire dalla mia sfera poké, quando invece vorrei tanto avere una sfera di cristallo per vedere come andrà a finire tutta questa storia. Adesso c’è da fare le carte. Confido in un bagatto, possibilmente non rovesciato.
Speriamo che sia racchia
15 marIl tempo passa. Ed è una cosa grossa, ma te ne accorgi dalle cose piccole. Da un gesto che prende il posto di un altro. Dalle abitudini che cambiano perché cambiano le persone, e con lore le idee, le convinzioni, i giudizi e i pregiudizi. Il tempo passa e te ne accorgi alle 2 e mezza della notte, quando tuo padre si alza e scende giù in cucina per bere un bicchiere. Cioè, per bere l’acqua che ci sta dentro. Una volta le opzioni sarebbero state due, ed entrambe avrebbero fatto schifo. Forse ti avrebbe urlato che non si vive all’ombra della luna, e che se poi non ti alzi entro una certa ora vali meno di zero. Oppure ti avrebbe semplicemente invitato ad andare a dormire. Parole al vento, s’intende. Invece no. Questa volta ti vede in cucina, a sorseggiare una camomilla necessaria come una dose ma con tutt’altri effetti. Che la notte è lunga e silente, ma imprecare è un lampo. Soprattutto quando sei a caccia di citazioni sul Vajont ma ti riveli una frana. La pazienza straripa, diventa fanghiglia di nervi. E poi è strage.
Il tempo passa. Ed è una cosa grossa anche che tuo padre non imprechi indicandoti il letto come unica via di salvezza e redenzione. No. Questa volta beve il suo goccio d’acqua, mette in bocca il biscotto di rito e poi ti si avvicina. Con gli occhi ancora mezzi chiusi ti dà un paio di schicchere bonarie, proprio lì sulla gobba. “Ciao vado a letto. Sai ultimamente ho difficoltà a dormire”. Non t’insulta se dormi poco, fa addirittura l’autoironico perché lui dorme troppo. Il tempo passa. E non è una cosa grossa. E’ enorme.
Non sai perché. Forse è fiero di vederti così. Non di vederti ricurvo sul pc a mo’ di cronista di Notredame, a maledire le lenti a contatto che non ti fanno leggere un cazzo ma che vista l’ora hanno pure ragione loro. No, non è questione di posa, ma di uniforme. Sei ancora lì in camicia, come un uovo, pieno della tua giornata piena. Piena come un uovo. Sei stato a un colloquio di lavoro, e ti sei agghindato come non fai mai. Tuo padre invece ha gli armadi a castello, perché un solo piano non basterebbe a contenere tutte le sue camicie. Ne ha a decine, non indossa nient’altro che quelle. E quasi sempre le stesse. E ha sempre sognato un figlio in camicia ma non nato con la camicia, e pure con la palla al piede ma che non fosse una palla al piede. Però non si è mai sforzato per ottenere questo da te. Ha evitato di sudare sette camicie. Sapeva che sarebbe stato tempo perso. Tu, figlio dal maglione facile, che il pallone l’hai cominciato ad apprezzare due anni fa, durante lo stage nella redazione sportiva fatto durante i mondiali, e che poi hai preso una brutta piega tra il Fantacalcio e lo stramaladettissimo Better. Oggi ti ritrovi a guardare le partite con lui al netto del tifo, imprecando contro i giocatori della tua formazione. Stronzissimi, ti segnano soltanto quando li lasci in panchina, se non in tribuna. Ma il tempo passa. Ed è una cosa bestiale, colossale. Tu che vivi la notte in camicia è proprio roba da fantascienza.
Hai conservato la divisa del giorno perché francamente non hai avuto nemmeno il tempo di metterti quella della notte. Due pezzi da chiudere, uno da inventare, registrazioni telematiche da fare con urgenza, e una matassa informe di pensieri che annebbiano il tutto. Il tuo cervello è Val Padana, ma pensi e speri sia soltanto stanchezza. Domattina, poi, sveglia presto. Entro le 10 (sì, ho detto che è presto) ti aspetta una telefonata di peso, una che potrebbe condizionare il tuo prossimo anno di vita. Ti diranno l’esito del colloquio di oggi. Domattina, sì, perché c’è da partecipare a un bando in scadenza e non si ha nemmeno un minuto da perdere. Il punto è che non sei il solo. Siete in due a volere quel posto. Tu e una fantomatica lei che presumi provenga dalla tua stessa scuola di giornalismo. Ti domandi chi sia. Non credi ci sia qualcuna del tuo stesso biennio interessata a un posto così poco remunerativo, ma d’altronde se ci provi tu perché non dovrebbe farlo anche qualcun altro che si trova nelle tue stesse condizioni? Certo che se fosse di un biennio passato sarebbe un brutto segno. Sarebbe prova di un fallimento, anche se oggi come oggi non ci sarebbe niente di strano, tantomeno da rimproverare. Però cercare di arraffare un posto da otto ore al giorno (sotto)pagate dalla Regione non è segno di buona carriera. E se invece questa fantomatica lei venisse dall’ultimo biennio, cioè da quello che sta per finire? Vorrebbe dire che è una di scarse ambizioni, ma non sarai di certo tu a giudicarla. Tu che sei il cronista dell’orticello. Oggi il cavolo non ha fatto un cavolo. La cipolla è caduta, si è sbucciata e poi ha pianto. E la rapa, non parliamo della sua testa che è meglio.
Sei qui appeso a un filo. O meglio, a un pelo, ma non diciamo di cosa. Ti studi di nuovo il tuo curriculum come dovessero interrogarti ancora sulle cose fatte, mentre forse sarebbe ora che t’interrogassi tu sulle cose da fare. E pensi a domattina. Ti sembra tutta una fottuta guerra tra poveri. Attendi l’esito, ma non trepidi mica. Intanto è meglio andare a dormire. Per una volta non sei stato insultato per farlo, ma non sei ancora immune al sonno, anche se ci stai lavorando. Ti stendi con un pensiero in avanti e una speranza nel cuore. Ti viene in mente lei, l’immagine fumosa e indefinita della cronista delle verdure che sta cercando di soffiarti il posto. Ti concentri e fai una preghiera. Buonanotte, mondo. E speriamo che sia racchia.
La solitudine dei primi (2)
7 marCiao, stronzi sottopagati.
A seguito di molti comportamenti scorretti che nel mese di febbraio hanno reso difficile la gestione del sito, da oggi il tempo disponibile per la consegna degli articoli si riduce a due misere ore. Questo considerando che un cazzo di copia-incolla non dovrebbe richiedere più di un’ora di tempo. Sono in molti, infatti, i piccoli bastardi tra di voi che prenotano la mattina prestissimo e poi consegnano quasi allo scadere. Per non parlare di chi prenota e non consegna affatto. Feccia umana, dico io.
Si tratta di una mancanza di rispetto sia nei confronti di noi della redazione, che ci ritroviamo a fare i salti mortali per coprire gli slot disponibili, sia degli altri patetici collaboratori come voi. In un periodo dove le risorse sono state tagliate, prenotare e non consegnare – o farlo dopo i termini – significa togliere la possibilità di scrivere ad altri scribacchini smaniosi di portare a casa tre euro (lordi) per ogni pezzo consegnato. Dico io, cosa cazzo volete di più? Le ferie pagate? I buoni-pasto? La zoccola gratis davanti al portone di casa?!
Dall’alto del mio luccicante trono di redattore presumibilmente stipendiato mi riservo la possibilità di rispedire al mittente prenotazioni da parte di parassiti che non hanno mai dimostrato sufficiente impegno in quella certa sezione, non rispettando le regole di stesura né quelle di lunghezza dei contenuti.
Infine vi segnalo che la deadline massima per la pubblicazione sono le 21 di ogni giorno, quindi cercate di consegnare tutto entro le 19 30, massimo le 20. Non posso rimanere al lavoro ogni santo giorno fino alle 22 per colpa delle vostre fregnacce.
La domanda, poi, sorge spontanea (sì, mi manda Lubrano, e pure un po’ il demonio). In tutto sono circa dieci o dodici articoli al giorno. Possibile che non si riesca a preparare per tempo un numero così esiguo di contenuti, per giunta copiati da altri siti? E dire che soltanto due mesi fa se ne pubblicavano il doppio.
Andate a fare in culo.
Firmato,
Il Primo con la solitudine
Meglio mai che tardi
1 marEra una notte buia (anche per forza) e non tempestosa. La neve era già concime liquido per le piante, e la pioggia non scendeva mica copiosa come fosse spread. Ero reduce da una due-giorni clamorosa. Mia nonna che ci ha lasciato, il lavoro che mi è piovuto addosso venendo giù in picchiata (lui sì come lo spread), e poi le solite montagne russe del cuore. Ero spossato, spolpato. Ero ridotto a una purea di KronaKus, quella che si dà agli aspiranti cronisti ancora in fasce per farli crescere sani e pigri.
Erano le 3 45, ovviamente della notte. Avevo scritto pezzi, ne avevo sistemato altri, mi ero concesso pure una discreta pausa dopo la quale avevo scritto un articolo di quelli da tre euro lordi. Così, giusto per levarmi il dente. Ma i denti non fanno male quando te li levi. E’ quando te li lavi che succede il finimondo. Avevo impugnato lo spazzolino. Stavo oscillando con la mano. Su e giù, su e giù. A passo di lumaca zoppa con una villetta a schiera al posto del guscio. Su e giù, su e giù, con una gran flemma. Sembravo una zoccola a fine servizio. Poi mi sono tolto le lenti a contatto, anche se con gli occhi chiusi, confesso, ho fatto un po’ di fatica. Ma all’improvviso li ho spalancati. Mi sono guardato allo specchio. Giusto il tempo di notare le occhiaie scese ad altezza capezzoli, poi mi sono messo le mani sui capelli (non sui capezzoli). Se ne stavano fermi lì (sia i capelli che i capezzoli). Uno di qua e uno di là (sì, anche i capezzoli, ma sto parlando dei capelli), ma comunque c’erano. Anche se per via di quel pensiero fulminante ho rischiato di perderli in un battibaleno. I capelli.
Ricordarsi alle 3 45 della notte di avere un articolo urgente da sistemare per la mattina dopo è un colpo che non auguro a nessuno.
Nevrosi di inizio anno
4 genAlzo la cornetta. Uh, l’iPhone la cornetta non ce l’ha.. Vabbè avete capito lo stesso.
“Sì, salve.. Ho ricevuto una telefonata da questo numero..”
“…Ah… Sì… Forse sono io che ho sbagliato…”
“Ah.. Ok.. Sa, ho richiamato perché stavo aspettando una chiamata di lavoro, e allora…”
“No no, io stavo cercando la signora Saltampiano!”
“Ah ecco. Beh, la prossima volta stia più attenta. E alla sua amica dica di farsi riparare quel cazzo di ascensore una volta per tutte!”
Click.
Tu-tu-tu…
Monster tax
24 nov
Le nonne sono quelle dei vecchi rimedi. Quelle delle minestre che curano ogni male, e che van bene pure se riscaldate. Quelle che sanno tutto perché la vita se la portano in spalla. Zainetto di rughe, bagaglio di esperienze.
Prendiamo la mia. L’Europa sprofonda nella crisi, il resto del mondo pure. Questa palla azzurrognola è piena di furbi e di lacché, di volpi e di cani. Ma per questa folle terra di Spread & Toby mia nonna ha trovato la soluzione a ogni problema. Il professor Monti è premier da un battito di ciglia, e già pensa di salvare la baracca ripristinando l’Ici, ripescandola dal cimitero delle imposte defunte come uno stregone evoca i morti dall’oltretomba. Per non parlare della tassa sul cane, pettegolezzo che spero rimanga soltanto tale. Non so Spread, ma Toby potrebbe prenderla davvero male.
Mia nonna. Mia nonna, invece. Mia nonna sì che saprebbe come fare.
Lunedì pomeriggio ero a casa sua. Su RaiUno andava in onda La vita in diretta, il programma-truffa più spudorato della tv. Perché quella è tutto tranne che vita. E meno male. Si scimmiotta il giornalismo facendo il lifting ai tormentoni giudiziari e di costume del momento, roba trita e ritrita. Scazzi sulla povera Sarah, e la povera Melania, “rea” di una morte così triste e prematura da dover morire ogni due o tre settimane, sacrificata sull’altare pietoso e impietoso dello share. Questo sensazionalismo non è per niente sensazionale, e mi lascia sensazioni che non vorrei avere. Poi all’improvviso tutto si ferma. La macchina del sangue si prende una pausa, e per qualche minuto lascia spazio a quel canotto biondo che va in giro dicendo di chiamarsi Ivana Spagna. Ed è una giostra che va, questa vita che non si ferma mai. Ma questo non significa che verso fine corsa ci si debba trasformare in delle bambole gonfiabili che fanno comparsate in tv per non sentirsi sgonfie dentro.
Tanto è bastato per suggerire a mia nonna la migliore delle soluzioni anti-crisi: una tassa per la mostruosità a carico di chi si sforma per via chirurgica pensando di rallentare le lancette dell’esistenza. Una specie di monster tax, diciamo.
Abbiamo passato il pomeriggio davanti a quel piccolo schermo. Mia nonna ha criticato qualunque persona, cosa o animale abbia avuto il coraggio di passare di fronte alle telecamere, ma senza mai osare prendere il telecomando e regalarsi un po’ di quiete decidendo di spegnere. Tutto normale. E’ pur sempre la mamma di Mister Paradosso.
Il gallo del malaugurio
17 novDriiin. Svegliati, pargoletto svegliati. Che il tempo dei sogni ormai è finito. Svegliati, cronista sognatore cronico. Il tuo giornale dei sogni è morto, o perlomeno è finito in rianimazione sospesa. Il mercato non ha scrupoli, e la macchina del fango è molto più di una definizione coniata da Saviano. E’ un mondo piccolo fatto di gente piccola. E di un mercato largo come la cruna di un ago.
Questo è un fulmine a ciel variabile. Che sarò pure ingenuo, ma non al punto da non capire che tirava una cattiva aria ormai da tempo. Un anno fa mi sono imbarcato con loro. Oggi mi mancano all’appello la bellezza di duecento euro. D’altronde da quella sponda ho sempre ricevuto parole di stima, ma mai quattrini.
Non ho mai avuto le pupille a forma di euro, e non è certo questo il momento migliore per cominciare ad averle. Mi tengo stretto la mia nicchia dorata, fatta di belle parole, di articoli gioiosi, di una scrittura addobbata a festa con perle creative e ghirigori verbali. Mi tengo il mio mondo piccolo fatto di cose piccole. Un mondo che mi ripaga in complimenti, ma anche con bonifici puntuali.
Guardo avanti. In fondo qui intorno la terra era bruciata già da un po’. E incrocio le dita. Il giornale dei sogni potrebbe tornare dall’aldilà. Ma al di là di questo io resto nell’aldiquà. Occhi vigili e sguardo attento. Sono un cronista sognatore cronico, ma ho ancora orecchie buone per sentire quando la sveglia suona.
Male di miele
31 ottCiao KronaKus,
come sei diventato poetico. E’ il periodo degli amori per gli aspiranti cronisti? In media quante volte arriva? Perdona l’attacco di humour da caposervizio, sono gli anticorpi al romanticismo che scattano da soli. E’ che il tuo attacco, così come le prime sei righe e il finale, sembrano un pezzo di Massimo Giletti per far colpo sulle casalinghe alle due del pomeriggio. Ti preferisco quando prendi la pozione da Hyde. Fatti venire un altro attacco, possibilmente non di zuccheri.
Aspetto nuova versione. Ciao.
Firmato,
Insu Lina
P.S.: scusa se mi firmo prima con il cognome e poi con il nome, ma altrimenti non mi sarebbe venuto il gioco di parole (e probabilmente da solo non lo avresti capito).
Doppio binario
28 ottHo due piedi infilati in altrettante staffe. Una mi rispetta come uomo e come lavoratore, l’altra soltanto come uomo. Scrivo contemporaneamente per un periodico onesto e per un sito d’informazione che invece è senza portafoglio come il più inutile dei ministeri. Sullo sfondo riviste morte sul nascere e altre di futuro concepimento. Vuoi o non vuoi, la mamma dell’editoria è sempre incinta. Poi il quotidiano dei miei sogni, quello con cui collaboro da un anno, ma che da mesi rifiuta le mie proposte facendole annegare nel silenzio. E che, soprattutto, sembra non avere nemmeno un portamonete di pezza.
Ma oggi le cose sono cambiate. Lavoro, e in questo mondo di crisi perenne (al quadrato) è già roba da Lourdes. La gente per cui scrivo non è tutta uguale. In questo mondo ci sono pesi e misure differenti per trattare chi ha da offrire le proprie parole. Vivo dentro un solo treno, ma dal doppio binario. E vado avanti. L’importante è non deragliare.
Black bloc notes
25 ottE’ stata una settimana davvero poco enigmistica. E tantomeno enigmatica. A me è sembrato tutto molto chiaro. Perché è chiaro che così non va. Così chiaro che mi viene da guardare il mio tesserino da giornalista e da domandarmi per quale fottutissimo motivo non abbia preferito fare lo spazzacamino. Magari adesso non mi sentirei parte integrante di questa farsa. Magari ora vedrei le cose con più distacco. Invece no. Oggi mi tocca stare qui a prendere appunti sul mio block notes nero, a scaricare il marcio della settimana come il commesso di un supermercato (possibilmente senz’aria condizionata, grazie) che ogni tot butta via le cose scadute dal bancofrigo.
La chiamano informazione, ma a me sembra essere più azione senza informare. Notizie ridondanti sparate con pistole dal mirino impeccabile, nel nome di un diritto di cronaca smarrito tra capri espiatori trovati sul campo e impulsi da voyeur mancati. Mancati, ma poco così. Sì, oggi sono bacchettone. Anche perché ho un sassolino nella scarpa che mi devo togliere (mi devo togliere il sassolino, non la scarpa). Non capisco se il bloc notes sia stato annerito dalla cronaca o se sia stato il bloc notes ad annerire lei. Se siano i fatti a essere così cupi, o se siano i loro narratori ad aver scurito ad arte tutto quanto.
Ho passato la settimana a guardare telegiornali che sono più simili ad avvoltoi che a piccioni viaggiatori. E dire che dovrebbe essere il contrario. Si sono messi a contare anche i peli del culo di quei delinquenti dei black bloc, hanno fatto le pulci a ogni loro singolo passo. Fino a che le ragioni dei manifestanti pacifici non sono diventate marginali. Un surplus. Una notiziola da mettere in coda al servizio. Qualcosa di nicchia, alla stregua di un’indiscrezione, talmente di nicchia da finire nel dimenticatoio nel giro di mezza edizione. Che cosa straordinaria. Due giorni fa Giletti si domandava ancora se i tipi incappucciati fossero guerriglieri oppure semplici criminali. Come se non si sapesse. Come se la protesta, quella vera, andata a puttane come il più tradizionalista dei politici, non avesse più nessuna importanza. E ci sono cascati tutti, tutti i colleghi dei tiggì. Gli stessi che ci hanno proposto fino allo sfinimento le immagini del massacro di Gheddafi, come fosse il trailer del nuovo film splatter di Sam Raimi. La Casa 8 – Libidine Libica. Roba da tenere lontano dalla portata dei bambini, gli stessi bambini seduti a tavola all’ora del Tutti zitti, c’è Mentana (sì, c’è cascato pure lui). Nel ’90 quattro illuminati si sono inventati la Carta di Treviso per tutelare i minori, ma lasciando ai minorati la direzione delle varie testate. Gente che fa tutto questo e che lo spaccia per un preciso dovere, come se la sete di vendetta del popolo libico non la si potesse raccontare a parole senza mandare in onda quelle immagini cruente a mo’ di tormento(ne) estivo. Come se la descrizione della violenza non bastasse a rendere l’idea. No, meglio dare tutto in pasto al popolino senza prima metter via la merda. Mettiamo in piazza la morte di un uomo, anche se forse (forse) non era più tale (un uomo). Facciamo di quel video sanguinolento una sorta di disco rotto da suonare a ripetizione, come se dopo la mancata pubblicazione delle foto del cadavere di Bin Laden si avesse un debito morale da ripagare allo spettatore.
Nemmeno io credo se non vedo, ma non credo di aver voluto vedere quello che ho visto. Non credo nei cadaveri come trofei. Non credo nell’estetica deviata dei morti in vetrina. Vivo di sensazioni, non di sensazionalismo. Sono per lo notizia nuda e cruda, ma non gradisco chi mi prende per lo stomaco, per le palle e tantomeno per il culo. Non legittimo la violenza sacrificando la mia pietà sull’altare del dio catodico. No. Io non sono Mentana. Io non sono Giletti. Ma questa è un’altra storia.
Nuova ossessione
21 ottGuardo il calendario e ancora non ci credo. Non è possibile. No, non è proprio possibile. Credo nel cambiamento, ed è per questo che tre anni fa ho falsificato i documenti per fingermi statunitense e dare il mio voto a Obama (oggi con quelle stesse carte ci gioco a scopa, almeno saranno servite a qualcosa). Ma a una transizione così rapida non riesco a dare credito, non posso riporre in tutto questo la mia preziosa fiducia (non sono mica un parlamentare all’acqua di rose, io). E’ assurdo come la mia vita abbia cambiato faccia con tutta questa fretta. Eppure è così. A meno che non abbia le visioni, cosa che tenderei a non escludere.
E’ notte fonda, e io ho appena finito di scrivere il mio pezzo per domani. Cercate di capirmi, devo pur finanziarmi il mio cornetto con cappuccino, o il nuovo numero de Il Male di Vauro e Vincino (che costa più di quanto guadagno a ogni articolo scritto per quel famoso portale femminile, appunto perché sono tre euro lordi e non netti). Devo pur accumulare qualche centesimo (dire “euro” sarebbe eccessivo e fuorviante). Perciò, sì, ho scritto fino a poco fa. Anche se sono quasi le tre e mio padre si sta facendo il penultimo sonno della notte (il primo se l’è fatto subito dopo le estrazioni del lotto). E fin qui tutto normale. Io che scrivo la notte è pura routine. La novità sta nel contesto, nei discorsi che mi vengono fatti. Nel bianco diventato nero e nel nero diventato bianco. Rispetto a prima posso dire di vedere la mia vita al negativo. Anche se credo che il negativo, in fondo, fosse quello di prima.
Mia madre mi ha dato la buonanotte mentre mi stavo preparando una tisana con dentro strane erbe che mi hanno promesso di farmi passare questa tosse maledetta. Parola di pusher. Bene. Magari sarà per via di quei fumi che ho sentito quello che ho sentito, che ho captato che l’aria è già cambiata, così tanto e così velocemente. La mia genitrice è preoccupata per me. Mi vede sempre davanti allo schermo, a battere tasti come un ossesso. Mi vede lavorare, e mi ha praticamente detto che così è troppo. Proprio lei che fino a un mese fa non faceva che ripetermi che era arrivata l’ora di concretizzare. Che questa casa non è un albergo, bene che vada un bed & breakfast a una stella. E pure cadente (la stella, non il bed & breakfast). Oggi invece mi ha puntualizzato che non esco più (andrei volentieri a correre, ma tra tosse e meteo schizofrenico preferisco non rischiare), e che parlo sempre del portale femminile per cui scrivo. Oh cribbio, mi sarò mica innamorata?!
Saranno i tre euro lordi al pezzo ad avermi sedotto. Gli stessi tre euro lordi che hanno spinto mia madre a dirmi che forse non ne vale la pena, e che tutto questo impegno non viene ripagato come dovrebbe. Non posso darle torto. Il punto è che tra articoli da fare, blog da aggiornare, curriculum da spedire e candidature da presentare mi ritrovo sempre qui davanti, a pomiciare spassionatamente con il mio diciassette pollici (miracoli della cibernetica!). Io di pollici ne ho soltanto quattro (due dei quali sigillati dentro calzini termoriscaldati per via dei miei piedi perennemente a temperatura polaretto), e di cervello appena uno. Pure lui al lordo (delle mie tare). Ma mia madre è stata netta. Secondo lei dovrei staccare un po’ la spina. Io però non sono mai stato bravo a capare il pesce, e poi ho troppa paura di prendere la scossa. Temo di subire uno shock che mi svegli dal torpore di questa iperattività poco cosciente. Che mi capiti qualcosa che mi faccia capire che sto perdendo l’unico grande tesoro che ho davvero. Il mio amato, preziosissimo tempo.
C’è sguazzo e sguazzo
16 ottUno scatto verso l’uscita delle volanti. In mano una telecamera larga una volta e mezzo la testa. Le auto dotate di sirene ferme dentro il cancello. L’aria fa sapere che sta per succedere qualcosa. E qualcosa succederà.
Non è mio lo scatto. Non è mia la testa larga poco più della metà della telecamera. Le auto dotate di sirene ferme dentro il cancello le ho viste dal finestrino della mia, mentre stavo tornando a casa da un pomeriggio di shopping (!!!) con la mia ragazza. Ho sentito l’aria dirmi che stava per succedere qualcosa. E qualcosa deve essere successo.
Che cosa non lo so. Io conosco soltanto l’eco di quelle sirene che mi risuona ancora nelle orecchie. I carabinieri sono partiti appena sono passato io, poi ho svoltato verso casa per venire a scrivere queste righe. Per venire a raccontare che mi sarebbe piaciuto se lo scatto fosse stato il mio, se la testa dietro la telecamera fosse stata la mia, se l’aria non avesse dovuto parlarmi perché quel qualcosa che stava per succedere lo stavo già respirando.
Amo il mare, e durante l’estate che si è appena conclusa me lo sono goduto fino all’ultimo grammolitro di cloruro di sodio. Ma stasera ho provato l’adrenalina di un altro sguazzo. Quella di chi sguazza dentro la notizia, e che non ha bisogno di guardarla da un binocolo che fa tanto guardone.
Qualcosa cambierà. Qualcosa. Cambierà.
Molla l’osso, Mister Paradosso!
8 ottIo lo so che un gratta e vinci vincente (che se così non fosse dovrebbe chiamarsi “gratta e perdi”) può cambiarti la giornata, e allora senti il bisogno di dirlo subito a qualcuno, di raccontare il tuo successo temporaneo. Anche solo per venti euro. Sì, una sfoglia da venti e ti senti già di tutta un’altra pasta. Che come dice Quelo c’è grossa crisi, e allora prendiamo tutto quel che c’è da prendere. Vuoi mettere, poi, il gusto della sfida contro lo sorte, contro una dea bendata a cui a volte ti verrebbe da gridare: Ma perché cazzo non te la togli quella cosa dagli occhi? Non sei mica la figlia di Capitan Uncino!
E poi lo so che ci sono quei piccoli grandi casi che ti fanno sentire vivo, quelle notizie che fino all’ultimo non sai mai se sono rumori di corridoio o spifferi provenienti da finestre che è meglio spalancare tanto è grossa la cazzata. E’ che l’idea che Kobe Bryant possa venire a giocare in Italia stuzzica la curiosità di molti. E’ come se Madonna venisse a fare un concerto a San Siro con quei Teletubbies mancati dei Cugini di campagna. Il basket italico è in fermento per via di questa (a mio avviso lontana) possibilità, e mio padre pure, anche se nega e non capisco bene il perché. Tant’è che mi racconta ogni cosa, ogni pettegolezzo che passa per i suoi quotidiani diventa di mio dominio. E me li riferisce tutti con entusiasmo, come un Signorini che intervista Piersilvio, tanto per rimanere in famiglia. Ecco, ormai Kobe Bryant è diventato per me una sorta di fratello. So che è stato qui da noi (in Italia, non a casa nostra), che ha rilasciato interviste anche al giornalino della parrocchia, che ha rievocato la sua infanzia con aneddoti dolci (anche per forza) come quello del gelato mangiato a Reggio Emilia tanti anni fa. Ecco, io so tutto. Ed è tutto merito di mio padre.
Mister Paradosso è il mio informatore personale. Sono un aspirante cronista, mastico news ma sono spesso di seconda mano. La prima è quella di mio padre. Sì, proprio lui, Mister Paradosso. L’uomo che non è mai contento, ma d’altronde dev’essere una sorta di vizietto paterno (oltre il lotto, il superenalotto e il calcioscommesse). L’uomo che dopo pranzo è tutto contento del tuo probabile contrattino con una rivista femminile (!!!), che tutto soddisfatto ti dice Allora ccc’hai mercato!, con la c trascinata a mo’ di rafforzativo, ma che a fine pomeriggio ha già qualcosa da ridire. Che poi io non vendo slip e calzettoni in piazza al sabato mattina, per me il mercato è niente più che un crocevia di bancarelle e di venditori di pesce falliti tanto hanno da strillare. Ma sì, la sua era sicuramente una manifestazione d’affetto, un essere fieri della propria progenie. Che poi sarei io. Gulp!
E allora, Mister babbo Paradosso, lasciami lavorare. Lo so che hai vinto venti euro, lo so che Kobe Bryant alla Virtus Bologna è il tormentone sportivo del momento. Ma per una volta che ho da fare, ti prego, molla l’osso. Mi entri in camera per parlare. Se trovi la porta chiusa a chiave t’improvissi Lupin e quasi me la scassini per dirmi del grattino vincente e del campione viaggiante. Io sorrido e ti faccio notare che sì, ultimamente hai proprio tanta voglia di parlare. E tu, proprio tu che durante l’estate sei arrivato a sfuriare per la mia indolenza da giornalista represso urlando come gli ambulanti di cui sopra, ora mi rispondi: No, sei te che sei sempre occupato!.
Mister Paradosso è proprio il classico papà, fiero ma mai contento. O magari sì, perché in fondo io lo guardo e capisco. Capisco che per lui i piccoli passi che sto muovendo negli ultimi tempi sono come i venti euro vinti al gratta e vinci. Possono cambiarti la giornata, e il successo temporaneo di tuo figlio resta sempre qualcosa da raccontare.
Questione di palle
5 ottSento come delle unghie su una lavagna. E’ un suono che a molti dà un gran fastidio. A me pure, ma riesco a sopportarlo meglio di altri. Artigli aguzzi come coltelli che grattano su grafite nerissima. Per alcuni un gran baccano, per me una variabile impazzita, un sintomo, la metafora di qualcosa che non va. Di qualcosa che stride. E in effetti è così. Sì.
Ieri ho passato la serata al pub con gli amici. Dovevo fare un favore a uno di loro, innamorato cotto di una sua collega. Io e un altro abbiamo acceso delle lanterne di carta, quelle che si usano in certe feste d’estate, quelle che s’involano e fanno luce per circa un minuto e mezzo per poi precipitare giù come rimasugli di satellite. Tutto questo a debita distanza, per non farci vedere, mentre i piccioncini si godevano un momento di pseudoromanticismo sulla sabbia gelida di un inizio ottobre che di giorno sa di fine estate e la notte sa di vigilia di Natale. Nell’attesa di andare in riva al mare ci siamo bevuti birra e vino (rigorosamente offerti dall’amico caduto vittima di quel serial killer legalizzato che prende il nome di Cupido), nella speranza di non star mettendo troppo a dura prova i nostri poveri fegati. Abbiamo aggiunto uno shortino poi ci siamo avventurati in spiaggia, schivando posti di blocco neanche fossimo gli Alberto Tomba dell’asfalto (mentre scrivo immagino mia madre che legge e strabuzza gli occhi… se nei prossimi giorni doveste vedere un giovincello per strada con un vecchio giornale sotto braccio offritegli pure del cibo: è probabile che sia io).
Tra una botta di cirrosi epatica e l’altra, prima di andare via dal pub mi sono trastullato un po’ con Facebook dal mio cellulare. In quel momento mi ha contattato la mia amica giornalista, Robomba Perdi, nientemeno che da Haiti. Mi ha raccontato del poco cibo a disposizione, delle bidonville attraversate da sola, e alla fine mi ha salutato dicendomi di dover rientrare in tenda prima dell’arrivo dei topi. Io stavo sorseggiando Brachetto in un pub pieno di coppiette arrapate, mentre lei stava schivando ratti haitiani con la faccia di Wyclef Jean. Io stavo raccontando al mio compagno di lanterna della paga più che dignitosa promessami dal periodico che mi ha voluto come collaboratore, mentre lei mi stava dicendo dei cento eurini presi per la sua ultima intervista in esclusiva, quella per la cui pubblicazione mi ero adoperato pure io.
Tra noi c’è un dislivello retributivo davvero notevole, ma soprattutto c’è una grande differenza tra i rischi che corre lei per cercare notizie sul posto e la morbida imbottitura della mia ormai proverbiale poltrona da direttore (di cosa, poi, non si è ancora capito). E gliel’ho detto, alla Robomba: Tu hai molte più palle di me. Lei ha ammesso che sì, per fare quello che fa ci vuole una buona dose d’incoscienza. E lo credo bene. Ma a me mamma-etilometro-premier-velina ha fornito una dose di razionalità sopra la media, tanto che a volte arrivo a uccidere certi miei slanci con le mie stesse mani. Una sorta di aborto dell’entusiasmo che mi fa tanta rabbia, e che mi fa venire voglia di uscire dal mio stesso corpo per infilarmi in quello di Jessica Alba. Cosa che farei volentieri a prescindere.
Etcì tiggì
30 setDicono sia colpa dei malanni preautunnali. Ma qua è tutto un preautunno, e non mi sembra il caso di dare la colpa ai tori se siamo tutti un po’ cornuti. Dicono sia un problema di stagione, di un clima allo sbando che va dai mari ai monti passando per le campagne. Ma qua è tutto in alto mare, i monti dell’economia sono sempre tre (un minzolino d’oro a chi capisce questa) e la campagna è eternamente elettorale.
E in mezzo ci siamo noi, coglioni da scrutinio dopo una tornata elettorale a cui oggi in molti vorrebbero tornare davvero. Siamo tutti sotto processo, intercettati da un buon senso che oggi fa un po’ senso perché non è poi più tanto buon. E buon per voi che ancora ce la fate a reggere questi tiggì. Io i giornali (tele e non) dovrei farli per mestiere. Li farei volentieri, se me li facessero fare. Scriverei i miei bei pezzi, anzi li scriverei anche tutti interi. Articoli da regalo. Ma no, col pene che ve li regalerei. Devo pur portare a casa la pagnotta, che sennò qua lo sfilatino me lo mettono dove non batte il sole. E quando non batte il sole. Poi trovatelo voi un forno aperto alle due del mattino. Va a finire che senza pane m’attacco al pene. Già che tra pene e Penati mi fanno tutti un po’ pena, mentre il paese pena le pene dell’inferno. Si attaccassero al pene pure loro, eccheppene, oh! Ho visto il tiggì e mi sono impenato. E ho anche capito che i malanni di stagione non c’entrano proprio un pene col mio penoso starnutire. E’ che sono diventato allergico al tiggì e a tutti i suoi derivati, e ve lo dico così, pene al pene vino al vino. E’ che non gradisco quel che vedo e neppure quel che sento. Rigetto le informazioni date così, alla pene di cane. Le percepisco come fossero batteri, come fossero lo specchio di una cancrena para-giornalistica che fossilizza il paese senza la possibilità di mandarci (a quel paese) chi davvero se lo meriterebbe.
Adesso l’aspirante prende un’aspirina perché aspira a stare meglio. Che domani è un altro giorno. Un altro giorno di malanni nazionali da far pena al pene.
(ogni riferimento a organi riproduttivi maschili è puramente dis-causale)
Ciao genitori guardate come mi sto divertendo adesso
27 setMi ha guardato e mi ha sorriso. Mi ha anche augurato buon lavoro, ma questo forse me lo sono sognato io. So che qui è diventato tutto surreale. Direi quasi irreale. Io che mi metto a lavorare all’una di notte, e questo, ok, è più che normale. Io e il mio pc siamo vecchie belve che ululano nella notte (con immensa gioia del vicinato), e tutto questo di certo non fa notizia. La notizia è mia madre dalla porta della mia camera, che mentre sta per andare a dormire mi guarda e mi sorride. Ci scambiamo un buonanotte e un buon lavoro. Io che tutto soddisfatto le dico che adesso devo creare, lei che di nuovo sorridendo mi domanda come ci riesca (io a creare, non lei a sorridere), ché lei ha un’arteria pratica piena di globuli rossi e ben viaggianti, ma la vena creativa ce l’ha otturata dalla nascita.
E’ un quadretto notturno che mi sa tanto di fantascienza. Ma l’arcano è presto svelato. E’ che a casa mia comincia a propagarsi l’odore dei soldi. Soldi portati da me. L’aspirante cronista è alle prese con le sue prime ritenute d’acconto. Il denaro non tintinna ancora, ma per una volta le promesse di pagamento odorano di buono e non di bruciato. E questo cambia tutto.
Ora scusatemi ma devo andare. Ho appena finito di scrivere tre articoli (e un post, questo) al chiarore di una luna che mi sembra compiaciuta. Mi guardo, mi sorrido e mi auguro la buonanotte. E buon lavoro a chi si sveglia adesso e a chi poco ci manca. Tra cui mio padre, ormai prossimo alla sveglia. Difficile dire se la sua luna sarà altrettanto compiaciuta oppure storta. Nel dubbio vado a ululare sotto le coperte prima che il gallo canti rovinandomi la festa.
Amarcord blues
24 setRipenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quello che avevo definito il giornale dei sogni. L’avevo chiamato così perché si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose. Oggi credo ci si stia ancora bene, ci si senta ancora bene. Che si facciano ancora buone cose, invece, lo so per certo. Perché a volte li seguo, quei burloni, ma sempre a debita distanza. Con loro ho un contratto di collaborazione della durata di anno. E sta per scadere. Quell’anno è quasi finito. E io ripenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quel giornale dei sogni. Poi penso a oggi, e capisco che il sogno sarebbe piazzarci su un pezzo col mio nome. Farlo davvero. Sentire che c’è un mondo al di là di questo limbo avvilente. Percepire che appartengo ancora almeno un po’ a quel posto di carta in cui si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose.
Invece sto qui a rimuginare su quanto sia difficile farne parte, su quanto inserirsi con un proprio articolo corrisponda a un’impresa bella e buona. Ci vorrebbe un piccolo scoop personale, una notizia tascabile ma che faccia scalpore. Niente roba di seconda mano, che sennò rischi di passare per scemo. E a ragione. E’ da scemi pensare che un giornaletto, bello ma grosso quanto un chihuahua nano, possa pagare l’ultimo arrivato per notizie che un qualsiasi redattore stipendiato potrebbe trovare su Google per poi rimescolarle a piacimento. E’ altrettanto da scemi pensare di farsi largo con interviste in esclusiva a illustri figuri che lasciano scritto su Facebook il proprio numero di cellulare, e che quindi chiunque potrebbe contattare. I pochi soldi che girano sono destinati a loro, i redattori stipendiati (forse). I collaboratori vengono dopo (sempre forse), e nell’attesa non possono far altro che guardarsi intorno, all’eterna ricerca della sacra notizia. Per poi ritrovarsi con le mani vuote e con le tasche ancor di più. Ché quel poco che trovi lo capitalizzi con un grazie e po’ di soldi del Monopoli. E allora ti volti, ti volti un’altra volta. Ripensi al pieno di un anno fa e al vuoto di oggi. E ti riscopri a giocare a trova le differenze immerso nel tuo amarcord blues.
Ciao papà guarda come mi sono divertito
20 setLa gente della notte fa lavori strani, certi escono oggi e finiscono domani. Poi sia chiaro, i falò si fanno, ma mica per mestiere. Servono a salutare l’estate, a saldare indelebilmente nella nostra mente il ricordo di una stagione ormai morente. Servono a ritrovare persone e spensieratezza, a dare un ultimo sguardo al mare nero-notte rischiarato da uno spicchio abbondante di giallo-luna.
E poi serve e sentirsi un po’ merde, a tornare a casa all’alba del giorno dopo. E l’unica glaciazione che c’è è quella che senti dentro, quando vedi tuo padre che è appena uscito dalla doccia e tu che sei appena arrivato e stai per dargli il cambio. Lui si è lavato per prepararsi al lavoro, tu stai per lavarti per scrollarti di dosso la sabbia e per prepararti a un sonno che non ti abbandonerà prima delle tre del pomeriggio.
Ero convinto mi avrebbe fulminato. Nonostante il cielo fosse sereno ero convinto mi avrebbe fulminato. Ma era sereno pure lui. Mio padre come il cielo. Non riconosco più l’aria che tira a casa mia, ultimamente. Ogni volta che faccio un commento positivo di questo tipo finisce per rivoltarmisi contro, che le cose precipitano nel baratro chiamato lite-domestica-furibonda. Finisce che il sereno cessa di essere sereno. Così, con serenità. E che dentro queste quattro mura si scatenano fulmini e saette. Ma no, non sono stato fulminato. Né da mio padre né dal cielo, religione a parte. Speriamo che duri.
L’ho salutato timidamente prima della doccia. Ho rinnovato i miei ossequi subito dopo. Mi sono intrufolato in camera mia. Mi sono messo la mutanda pulita. Mio padre si è affacciato dalla porta, e io l’ho guardato dal basso della mia mutanda. Ero pronto per la predica. Invece lui è entrato con uno sguardo entusiasta, e con voce fresca di risveglio mi ha detto compiaciuto: Hai visto che gavettone hanno fatto a Ronchi?. Io ho risposto di aver letto il titolo della notizia su Repubblica.it dal mio cellulare, dimostrandogli che resto sulla notizia anche quando mi gingillo davanti ai focolari da spiaggia. Non mi restava che dirgli una frase, che citare anche a lui la stessa canzone che avrei cantato a mia madre un paio di mattine prima, seppur con qualche variante. Ciao papà guarda come mi sono divertito. Che la notte porta consiglio, magari pure i quattrini. Di certo porta sabbia e divertimento spensierato. Ma no, non ho voluto esagerare. Dentro questa casa mi sento in debito morale. Preferisco non ostentare il parassitismo che è alla base del mio agire. Che poi non sarebbe stato come cantare Jovanotti a mia madre, perché perlomeno lei questo blog lo legge, e lo legge pure a voce alta. Lo fa davanti a mio padre, dopo che lui torna dal lavoro, quando quel fresco di risveglio non è che un ricordo remoto appartenente a un’altra era geologica. Durante l’omelia kronakussiana, l’uomo dal cui seme sono venuto io tiene gli occhi (quando aperti) puntati su L’Eredità. Risponde ai quiz di Carlo Conti in attesa che qualche professorina o come cavolo si chiamano gli allieti il pomeriggio. Mentre mia madre continua a leggere a voce alta.
Ma io sono tranquillo. I muri apprezzano tanto quello che scrivo.
Ciao mamma guarda come mi diverto
16 setEra sempre il solito sguardo. Inquisitorio tendente all’accusatorio. Mi guardava con fare serioso. Guardava me che andavo in bagno. Io la guardavo dall’alto della mutanda con cui avevo dormito fino a tre minuti e mezzo prima, con gli occhi talmente socchiusi che se sono riuscito a riconoscerla è stato soltanto perché so che condividiamo la stessa casa da circa ventott’anni. Non poteva che essere lei. Mia madre aveva la solita faccia, anche perché tutti quanti ne abbiamo in dotazione una a testa, e a meno che non raddoppiamo le teste la regola è questa e zitti e mosca. Oggi come oggi la faccia la cambia chi non vuole invecchiare. Oggi come oggi se cambi la faccia fai quasi sicuramente il premier, oppure sei un’ex-velina con l’ansia da putrefazione. Colei che mi ha partorito non tiene su governi, al massimo governa la casa. E nonostante sia piacente non ha di certo un passato da soubrette (anche se spesso s’incanta a guardare i balletti in tv, ma questo non basta a fare di lei un Heather Parisi versione casalinga). Perciò a guardarmi dal piano di sotto era sempre lei, mia madre con la faccia di mia madre. Con la faccia che ha quando non approva la mia sveglia. Una sveglia che non metto. Mai. Quasi mai. Sono mesi che potrei alzarmi e scendere in cucina direttamente per pranzare. Io vivo di notte, le mie mattine sono fatte per dormire, per poi passare il pomeriggio a programmare la notte che verrà. Che passerò quasi sicuramente scrivendo, o leggendo. Una routine che lei non approva. Per lei la notte è fatta per stare a letto, e io m’incazzo ogni volta che me lo ricorda. Il motivo è semplice: chi diavolo le dice che io non scriva o non legga dal letto, stando stravaccato su quel materasso su cui poi mi appisolerò?
Ero davanti alla porta del bagno. Ho visto un’ombra dietro di me. Mi sono voltato. A guardarmi c’era sempre il solito sguardo. Inquisitorio tendente all’accusatorio. Lo sguardo di chi è contrariato. Ero pronto al peggio, all’ennesima critica di questa lunga estate caldissima. Poi finalmente mi ha parlato.
“Cosa facciamo per pranzo??”.
Lo sguardo disteso, la voce squillante. L’aria intorno era rilassata. E’ stato un risveglio come tanti, ma allo stesso tempo un risveglio diverso. Per una volta non mi sono sentito criticare, non mi sono dovuto sorbire la solita solfa di chi non vuole comprendere. E comprendermi. Era l’ora della pasta, e quella le ho suggerito di cucinare. Era l’ora della pasta, e per una volta non mi sono sentito dire che sarebbe stato meglio se fosse stata l’ora del latte e biscotti. Fantastico. Eccezionale. Se mia madre dovesse candidarsi a premier credo che la voterei. E se dovesse mettersi a fare la velina credo proprio che cambierei canale.
Meglio così, anche perché non avrei retto. Sarebbe scoppiata l’ennesima lite, una delle tante di questo periodo. Ero stato quasi due ore a rigirarmi nel letto, ad alzarmi dolorante, di continuo, a soffrire in silenzio per via del mio mal di shopping (ancora la sinusite, ancora un enorme mal di testa). Io prendo medicine soltanto se sono in punto di morte, perciò sono stato due ore a tribolare. Ho chiuso occhio alle 6 e mezza. Ho sentito mio padre alzarsi, lavarsi, asciugarsi, vestirsi, aprire la porta e andare a lavorare. Poi mi sono addormentato. E al mio risveglio non ero di certo dell’umore giusto per vedermi l’indice di mia madre puntato addosso come un uzi.
Ma è andata bene, anzi benissimo. Sarà che qualcosa si sta muovendo. Sarà che il presente odora un po’ più di futuro, e che il futuro odora un po’ più di presente. Sarà che i calendari hanno un po’ tutti lo stesso odore a prescindere dal mese. Sarà che i passi in avanti sono piccoli, ma sono pur sempre passi. Sarà che si va, non si sa dove ma si va. Sarà quel che sarà. E alla mia mamma premier-velina che legge pure questo blog canto una canzone di qualche anno fa. Ciao mamma, guarda come mi diverto. Dai che la notte porta consiglio. E forse pure qualche spicciolo.
Vuoi vedere che… (2)
6 setRobomba Perdi è online
Robomba Perdi: ehi kronny, ciao! ti disturbo?
KronaKus: ciao roby, vado e vengo. dimmi..
Robomba Perdi: mmm.. no no, tranquillo. volevo far due chiacchiere, ma se vai e vieni parliamo la prossima volta!
KronaKus: no no, dai! dimmi.
Robomba Perdi: ok… lo sai che parto per destinazioneignotachenonvièdatosapere?!
KronaKus: sei sempre in movimento, complimenti! reporter pure lì?
Robomba Perdi: sì sì, vado a fare un reportage. mi appoggio per un po’ a una fondazione onlus. poi ho trovato uno sponsor che mi paga il viaggio! e niente, ora sto definendo un po’ il programma. mi son già fatta tutti i vaccini di ‘sto mondo e di quell’altro..
KronaKus: insomma potresti anche andare su marte senza problemi. quando vai? non su marte, eh..
Robomba Perdi: fine mese.
KronaKus: hai già chi ti prende i pezzi?
Robomba Perdi: bella domanda. forse quella famosa agenzia con cui ho iniziato a collaborare dopo essere tornata dall’altradestinazionechenonvièdatosapere. poi c’è quell’altro sito d’inchieste per cui scrivo da un mesetto. dovrei riuscire a metterci qualcosa. inoltre l’azienda che mi paga il viaggio mi ha fatto capire che spingerà per farmi pubblicare qualcosa su qualche settimanale di punta. però, se mi chiedi certezze.. nada!
KronaKus: la cantante? ha messo su un giornale?!
Robomba Perdi: ahah! io comunque sogno quattro pagine su L’Espresso..
KronaKus: chissà. in bocca al luppolo!
Robomba Perdi: crepi!
KronaKus: come fa il luppolo a crepare?!
Robomba Perdi: a te come va? novità? bisogna che ci diamo una mossa, qua diventiamo vecchi (considerazione di fine estate, sorry!).
KronaKus: più che altro mi sembrava una considerazione di inizio autunno..
Robomba Perdi: forse è così, infatti!
KronaKus: io all’orizzonte non ho niente di particolarmente importante, se non la cosa carina che sto facendo per quelli di colcazzochevelodico magazine. hai presente la rivista in abbonamento di cui parlo, no? mi hanno contattato loro tramite questo blog. credo vogliano la penna di kronakus (al ladro!), il suo taglio di scrittura.. ho già fatto tre pezzi e un box che andranno sul numero di ottobre. non sono inchieste, lo so. non lo sono nemmeno alla lontana. ma in fondo non mi sono mai ritenuto un inchiestista. ed è divertente. scrivere per loro, dico. è divertente. sono esigenti, mi stanno spingendo verso nuovi livelli di scrittura. o perlomeno per me lo sono. nuovi livelli. mi piace.
Robomba Perdi: caspita, complimenti! vedi? l’anonimato ha premiato! anche perchè questi – in teoria – dovrebbero pagare bene. o no?!
KronaKus: però lì firmo col mio vero nome. più che altro ha premiato il modo in cui scrivo qui. bello o brutto che sia, a qualcuno è piaciuto, mi ha contattato e mi ha voluto dare una possibilità. si è parlato di soldi, ma senza quantificare. per il momento mi sono limitato a scrivere. mi sono divertito, ora vediamo che succede.
Robomba Perdi: vabbè, già che se ne è parlato…! eh sì, fai bene!!
KronaKus: sì, di ‘sti tempi già l’averne parlato è roba da ricchi.
Robomba Perdi: programmi a 360 gradi?
KronaKus: sì. faccio un giro su me stesso e torno.
Robomba Perdi: ahah!
KronaKus: niente programmoni ad angolo giro, no. sono sempre alla ricerca di angoletti acuti per racimolare qualcosa, nella speranza che il mio essere un angolo così troppo ottuso non mi faccia finire con qualcosa di grosso infilato nell’angolo retto. scusa se ti ho fatto questo discorso a tutto tondo, ma come vedi qui la cosa non quadra.
Robomba Perdi: stavo per chiederti.. MA CHE TI SEI FUMATO?!?
KronaKus: assolutamente niente. è che se non ti scoccia sto pensando di sfruttare questa conversazione per un post. sempre se vuoi. ovviamente camuffando nomi e tutto il resto. in prospettiva di questo mi sono fatto prendere un po’ la mano. sai, stavo già pensando di scrivere qualcosa sul mio blog riguardo il mio approdo su colcazzochevelodico magazine, ma sono pigro (questo spiega il mio limitarmi agli angoletti acuti), e allora ho pensato di usare questo botta e risposta.
Robomba Perdi: fai fai, ci mancherebbe!
KronaKus: grazie mille. comunque io sono così. quando mi gira scrivo così, non solo per il blog. per il resto fumato niente, però ho bevuto un bicchierino di brancamenta annacquato.
Robomba Perdi: non sarò di certo io a frenare la tua creatività. però con quella degli angoli acuti temo che potresti perdere qualche lettore.
KronaKus: dici?
Robomba Perdi: dico.
Robomba Perdi è offline
Delirio di fine estate
3 setHo un muscolo contratto perché senza contratto. Una parte di me che scalcia senza trovare l’obiettivo. Scatto una foto alla mia vita con l’obiettivo di darmelo, l’obiettivo. E l’obiettivo della macchina mi dice che la macchina non va. La macchina son io. Devo guidare di più.
Vi narro che non narro quanto potrei narrare. Che corro verso una meta che non è neanche la metà della meta intera che vorrei. Della mela intera che vorrei. Ma non siam mica alla frutta, sicché vi narro che posso narrare più di quanto narro, e che narrerò come il cronista impazzito della fantasia più spinta. Mi spingo oltre me stesso, rimetto in moto il mio muscolo contratto anche senza contratto. Vi racconto quel che conto che conti, quel che credo possa contare nella matematica di un vivere in cui dare i numeri non è sempre la soluzione del rompicapo. Mi rompo il capo, io che un capo non ho. Me lo svuoto perché pieno di me. Scriverò. Narrerò. E se non lo farò sarà stato soltato un delirio di fine estate.
Parole sante
26 agoMi sento come un bambino. Dopo l’esame da professionista, dopo l’illusione di un contratto che non porta a nulla, dopo il fascino irresistibile di un’estate dura a morire nemmeno fosse Bruce Willis, provo a muovere i miei primi passi nel mondo del lavoro. Proprio come un bambino. Che poi non sono davvero i primi. E’ che ormai che è arrivata l’ora di fare sul serio, di darsi una botta di defibrillatore e vada come vada. Ora passata.
E’ così che ho preso contatto con la sede locale di un noto partito nazionale, uno di quelli di peso. No, non sono in cerca di raccomandazioni. Né ho intenzione di fare body building mettendomi a sollevare qualche scalda-poltrona di Montecitorio. Continuerò a camminare con le mie gambe fino a che l’esasperazione e il bisogno impellente di denaro non me le taglieranno di netto. Ho pensato di propormi per l’ufficio stampa di quel partito. E sono partito anch’io. Dal basso. Dal basso più basso. Da quello che nelle scuole di giornalismo considerano il fallimento più grande. Chi esce da quegli istituti sforna-cronisti-disoccupati può vantare di aver avuto una formazione da giornalista vero. Sa scovare la notizia (si spera) e la sa raccontare (si spera), sa usare la penna (si spera), ma soprattutto il cervello (aspetta e spera). E l’ufficio stampa è tutto tranne questo. E’ il riportare notizie precotte assecondando l’ente o l’azienda per cui si lavora. Si diventa cronisti-vetrina, un po’ come le puttane olandesi, con in mano un tablet made in China al posto del classico vibratore rotante a doppia punta.
Ma non è un problema, anche se un problema c’è. Il problema è che c’è un problema nel problema. E che problema! Mi sono fatto passare i contatti dei vertici di partito da un ragazzo che ha già un ruolo di responsabilità tra i giovani adepti. Ho avuto nomi, cognomi, numeri di cellulare. E un monito che non lascia scampo. C’è già un addetto stampa, ma è giusto che ti dica anche un’altra cosa: sono tutti incarichi non retribuiti.
E meno male che noi giornalisti campiamo d’aria e di Spirito Santo. Meno male che siamo automi senza lo squallido bisogno di mangiare che avete tutti voi subdoli umani. Meno male che non abbiamo un mutuo da pagare, perché tanto non lo possiamo nemmeno chiedere, se non per far sganasciare quei poveri banchieri frustrati dalla crisi. Meno male che noi abbiamo comunque un futuro. Un futuro anteriore. Il nostro posteriore era già occupato.
Ho un tarlo nella testa
13 agoStanotte andrò a letto con un tarlo nella testa. Roba che se il mio cervello fosse fatto di legno mi risveglierei con il vuoto cosmico dentro il cranio. Stanotte andrò a letto con una convinzione, quella che qualcuno ce l’ha con me. Qualcuno con cui ho avuto a che fare circa tre anni fa. Qualcuno che KronaKus conosce bene, perché in fondo è di suo “padre” che stiamo parlando. KronaKus sono io. KronaKus però è soprattutto un personaggio, un alter ego. KronaKus (il pupazzo, non il ragazzotto che sta dietro le quinte) è nato nel suo grembo. Nel grembo del Capo. Il suo primo datore di lavoro. Ok, facciamo il suo primo datore di qualcosa che in tre anni non ha ancora trovato una definizione. Soldi non ne ho praticamente visti, e che fosse giornalismo in senso stretto la scientifica non l’ha ancora appurato.
Bene. Anzi male. Perché sembra che il Capo mi odi. Prima era un sospetto, ora è diventata una certezza. O se non mi odia crede almeno di avere ragione di ignorarmi. Sono tre volte che lo incrocio per la Baia delle Zanzare. Mai un saluto. Le prime due ho pensato non mi avesse visto. Da lui nemmeno un cenno, ma allo stesso tempo nemmeno uno sguardo. La sua ragazza invece mi saluta. E’ una mia compagna delle elementari, e carina carina quando ci si vede un ciao accompagnato da un sorriso me lo concede. Da piccoli non avevamo nemmeno poi tanta confidenza. D’altronde all’epoca io ero poco avvezzo alla socialità, ero il classico bambino tranquillo tranquillo. Troppo tranquillo. Mi chiamavano Camomillo. Il tempo è passato, le cose sono cambiate. Io oggi sono un’altra persona. Non sono un animale da palcoscenico, non è nella mia natura, ma sono diverso da una volta. Oggi socializzo. Adoro parlare con la gente. E adoro anche solo salutarla, o farmi salutare. Ma il Capo no. Lui non vuole farlo.
Non è la tipica paranoia della notte. Stasera l’ho incontrato per ben due volte, e alla seconda mi ha addirittura guardato negli occhi. Dritto negli occhi, o quasi. E’ stato un lampo, una cosa molto furtiva. Ma lui mi ha visto, e io ho visto lui. Soprattutto ho visto che mi ha visto, e questo fa tutta la differenza del mondo. Perché è caduto anche l’ultimo muro: non è che non mi veda, non mi caga proprio.
C’ho riflettuto parecchio, e se posso dirla tutta la cosa mi urta abbastanza. Non il doverci riflettere, ma l’immotivata assenza di un cenno, la mancanza della più semplice delle cordialità. Un ciao (seppure certi motorini non vadano più di moda). Anche un ciao stronzo, volendo. Sarebbe già più gradito. Avrebbe già più senso.
Siamo diversi, e questo non c’ha mai permesso di avere una vera empatia. Personalmente ho vissuto come qualcosa di bizzarro il fatto che il mio Capo fosse uno della mia età, uno che fino a pochi anni prima lo vedevo girare per la mia stessa scuola. Ma soprattutto è la diversità ad averci separato alla nascita di un rapporto di presunto lavoro che difficilmente si sarebbe evoluto in qualcos’altro. Che so, magari in un’amicizia, o nel semplice piacere di fare due chiacchiere extra-(presunto)lavoro davanti a un caffè che non fosse quello della macchinetta della redazione. Abbiamo idee politiche opposte, ma soprattutto ha un modo di intendere la vita che è l’esatto contrario del mio. Tutto più che legittimo, ma evidentemente tanto basta a negarmi il saluto. Lui è il classico uomo d’affari, il self-made man con il culto dell’imprenditoria intensiva, e che non disdegna il salto (già fatto) nei palazzi della politica. Lui si ammazza di lavoro, io rischierei di ammazzarmi di noia se non fosse che ho più interessi di uno strozzino.
Ci sono diversità che mi fanno venire l’orticaria, atteggiamenti a cui non riesco a trovare una ragione d’essere. Ma il bello di me è che li so accettare. So soprassedere, purché ci sia un rispetto reciproco. E salutare è sinonimo di rispettare. Ma forse lui ha capito che non sono della sua stessa sponda. Ha capito che anche se ormai questa maledetta Baia gira intorno ai soliti due o tre Machiavelli di turno, io, il cronista nato dal suo grembo di mammo, giro in una direzione completamente opposta. Sono una lancetta con il vizio dell’antiorario. Prima o poi qualcuno mi farà passare un brutto quarto d’ora.
Che siamo diversi l’avrà capito quella volta che l’ho fatto incazzare. Mi occupavo del suo sito, e avevo messo in evidenza una notizia con le dichiarazioni di uno dei più grandi nemici della nostra giunta. Non la voglio nemmeno vedere quella faccia da cazzo, aveva detto. Così ho tolto la spunta, sono stato costretto a metterla in secondo piano. Ma va bene. Diciamo che va bene. Il Capo è il capo, la gerarchia delle notizie la detta lui, nonostante il fatto che la loro rilevanza dovrebbe venire prima delle ideologie indigeste.
Magari il punto non è nemmeno questo. Magari si è sentito tradito quando l’ho mollato su due piedi non appena ho saputo di esser stato selezionato per la scuola di giornalismo. Ma io alla sua promessa di farmi fare il praticantato non ho mai creduto, così ho seguito la mia strada. Aveva mosso mari e monti con la sua commercialista per capire come farmi avere un tesserino senza spendere che pochi spiccioli. Ma io non mi sono mai fidato. Mi deve ancora trenta euro. Trenta miseri euro. Figuriamoci se mi potevo fidare. Nel frattempo mi son fatto le ossa con professionisti veri. Professionisti non soltanto per via del tesserino, ma per l’esperienza. Quando me ne sono andato il Capo mi ha addirittura detto che se avessi imparato qualche trucchetto interessante a livello giornalistico glielo avrei dovuto comunicare. Sono stato fuori, ho fatto stage in redazioni importanti. Non mi pento. No, non mi pento. Nemmeno se non ho ancora uno straccio di lavoro. Non sputo mica su di un piatto che tra tasse e affitti mi ha fatto perdere non poco denaro, ma che perlomeno non mi ha fatto perdere una cosa ancora più importante della filigrana stessa. Il tempo. Ho fatto la mia scelta. Solo il mio me futuro sa se il mio me passato ha fatto la cosa giusta. Prendo la Delorean e vi mando un telegramma olografico post-datato.
O magari il problema è che sa di questo blog. Sa del sarcasmo di fondo, e magari non lo accetta. Ma questa è un’altra storia. E questa, forse, è davvero la tipica paranoia della notte.
Fertile in canna (3)
1 agoMangia soltanto wurstel con ketchup, ha appena undici anni ma è già una fattucchiera.
L’altra sera abbiamo fatto una rimpatriata in famiglia. Ci siamo visti a mangiare del buon pesce. Roba a buon mercato, che qua mica si naviga nel Mar Nero color greggio, ma comunque buono. Finito di cenare ho fatto leggere a mia zia questa cosina qua. Arrivata in fondo ha fatto una risata fragorosa delle sue, roba da far impallidire Thor, quel pivello di un dio del tuono. A confronto i suoi giochetti atmosferici sono peti.
La gente si è girata per vedere come mai tuonasse dentro il locale. Chissà, magari si era crinata una vetrata e si sentivano i rumori provenienti da fuori. In effetti qualche vetro dev’essere partito, ma la verità è che a tuonare era stata mia zia. La colpa è del mio post, dell’ironia con cui condisco i miei scritti (ho provato anche sul pesce, ma non ci dice granché). Poi ha voluto fare un tentativo. Ha provato a farmi controllare la mano da una persona lì al tavolo con noi. Cribbio, stessa tecnica. Ha voluto la sinistra, rigorosamente a pugno chiuso. Ho cominciato a sudare, e non di certo per via del vino. Quando ho saputo il verdetto avrei voluto tuonare pure io, ma la zia di cui sopra è una parente acquisita, e non c’è la minima speranza che io abbia le sue stesse corde vocali.
Eccolo il verdetto. Due figli, due simpaticissimi pargoli. Proprio come mi aveva predetto l’amica filippina. Per fortuna questa volta non mi hanno saputo dire entro quanti anni li metterò al mondo. D’altronde mangia soltanto wurstel col ketchup, ha appena undici anni ma è già una fattucchiera. E brava la mia cuginetta.
Fertile in canna (2)
26 lugLui ha i capelli lunghi lunghi e biondi biondi, ma soprattutto ha una figlia sveglissima. Abita dalle mie parti, ma soprattutto fa il giornalista. Io non lo conosco, ma mio padre (che sa tutto di tutti un po’ come Signorini, e che quando lo paragono a lui si offende alla grande) me l’ha sempre indicato come un cronista locale. Credo si occupi di sport, ma questo ora non conta.
La bambina, la sua bambina, stava pedalando al passo del papà, ma soprattutto gli stava rigettando addosso certe sue mancanze. Stavo tornando dalla mostra sugli pterodattili torturati dai visigoti quando li ho incrociati a un semaforo pedonale. Eravamo a piedi, tutti quanti. Io, il giornalista capellone e la sua bimba svelta di testa e di pedale.
“Allora c’andiamo domani a prendere il gattino nuovo?”, ha chiesto lei.
“Sì, cara, domani”, ha risposto lui.
“Promettilo!”
“Sì, te lo prometto…”
“Promettimelo!!”
“Sì, ci andiamo domani!”
“Prometti che non farai come le altre volte, che mi dici una cosa poi hai un impegno e non la fai!”
“Sì, ci andiamo, te lo prometto. E grazie per la fiducia…”. Ancora qualche passo. “Grazie per la fiducia che hai verso di me…”, ha ripetuto il cronista da capelli lunghi lunghi e biondi biondi. No, non era per niente contento.
E’ il tarlo dell’uomo moderno. Lavorare ed essere genitore. Insomma avere il doppio lavoro e venire pagato in moneta per uno soltanto. Quando va bene. Papà e mamme vengono ricompensati con buste paghe d’affetto, e con fuori busta fatti di critiche implacabili. Lo vedo anche a casa mia. Con i miei genitori andare d’accordo è sempre più difficile. Eppure ci si vuole bene. E’ il tarlo dell’uomo moderno, sì, ma in fondo è sempre stato così. Di recente, però, la corsa al profitto ha fatto aumentare esponenzialmente tutte le assenze, tutte le frustrazioni, tutte le mancanze verso la prole, tutti gli scontri a discapito degli incontri. Già mi ci vedo, cronista sportivo dai capelli lunghi lunghi (sarebbe già buona cosa averne) e biondi biondi (anche se dovrei tingermeli e non mi pare il caso), a spasso con la mia bambina (la prima di due figli entro i prossimi tre anni, come profetizzato dalla fattucchiera filippina che dovrebbe essere mia amica), che in sella alla sua minibike mi sputa contro tutte le mie promesse messe sul piatto ma mai mantenute per via del lavoro.
La mia mano sinistra dice che sarò fertile, e chissà, forse fertile in canna (anche se dalla canna fertile). Però la più fertile sarà lei, la mia bambina virtuale su cui già fantastico (oggi tamagochi, domani chissà). Lei che dalla canna della sua bici mi ricorderà che un buon padre non può andare sempre e soltanto a caccia del soldo, ma anche del gattino nuovo per la sua pupetta.
La vostra bolla mi fa schifo
23 lug
Sono sempre l’uomo dell’ultimo minuto. Anche per le cose che m’interessano. Per circa un mese nella Baia delle Zanzare c’è stata una mostra sugli pterodattili torturati dai visigoti (se vi aspettavate dei referenti reali significa che è la prima volta volta che entrate qui.. prego, state comodi..). Ho rimandato per giorni, settimane. Poi ci sono andato. Giravo per il corso, quando di fronte alla locandina ho realizzato che quello era l’ultimo giorno utile. Poi ciao pterodattili. Dopo la canonica tappa in fumetteria ho deciso di andarci, anche perché la mostra dista giusto una manciata di metri.
Un orrore. Anzi, un orrore e mezzo. Quei poveri volatili sfruttati in quel modo barbaro da barbari senza cuore. Uno scempio. Uno schifo. Un po’ come la cosa che ho scoperto poi.
La curatrice della mostra è una volontaria dura e pura. Una che gli uccelli preistorici li ama fino a bagnarsi. Buoni, state calmi. Voglio dire soltanto che si è messa a piangere di fronte alla foto di un cucciolo denutrito rinchiuso dentro la sua minuscola gabbia. Un’immagine che aveva già visto chissà quante altre volte, eppure davanti a me non ha retto più. Proprio l’ultimo giorno. Una volontaria dura e pura amante degli uccelli preistorici, sì, che mi ha tenuto a parlare per circa un’ora. Al punto che mia madre mi ha chiamato incazzata, perché alle otto e mezza della sera ero ancora lì invece che intorno a un tavolo quadrato a consumare il sacro pasto. E’ la condanna del cronista squattrinato, quello che se fosse almeno precario avrebbe motivo di accendere un cero alla santissima, e che ancora è costretto allo schemino mentale del tutti a tavola tipico della famiglia para-tradizionale. La mia indipendenza è ancora ferma al livello zero, a causa di un’autonomia economico-finanziaria latente a cui non saprebbero porre rimedio neppure le proverbiali cesoie di Tremonti. Avrei dovuto avvisare del mio ritardo, ma davvero non ho potuto. L’adoratrice di volatili di giurassica memoria non ha mai smesso di raccontarmi come li salvano e come li riabilitano alla vita nei loro centri di recupero. Ma la telefonata di mia madre è stata cruciale. E’ a partire da quella che ho scoperto quello che ho scoperto.
“Pronto, ma’?”
“Dove sei?!”
“Alla mostra, ma’. Ti ricordi quella di cui ha parlato anche YourTv?”
“Sì sì, mi ricordo. Ma hai visto che or’è?!?”
“Sì, ma’, dai. Finisco e arrivo.”
Non è proprio così che si è chiusa la chiamata, ma piuttosto con un inno al rispetto (e alla fame) da parte sua più che sonoro. Il dunque però non è questo. Il dunque è che appena chiuso il telefono l’adoratrice di volatili ha sentito il bisogno di correggermi.
“Scusa se mi permetto, ma non puoi aver visto il servizio su YourTv..”
“Ah no?!”
“..No.. Scusami se…”
“Ma no, figurati. Sicuro che mi sbaglio io. Sarà stato sul tg regionale..”
“Forse sì. Vedi, YourTv non c’ha proprio considerato..”
“In che senso?”
“Nel senso che ho telefonato più volte, ma hanno temporeggiato.. rimandato.. fino a che..”
“Fino a che..?”
“Fino a che un giorno passa un ragazzo e mi dice come stanno le cose.”
“E come stanno?”
“Stanno che i servizi loro li fanno a pagamento, e non se la sono sentita di chiedere dei soldi a gente che fa volontariato. Perciò è finito tutto in un nulla di fatto.”
Poi ho messo la maschera del moralizzatore, un coprifaccia che non riesco proprio a togliermi. Nemmeno ora, a distanza di giorni. Sono un giornalista sui generis. Vivo la professione in un modo tutto mio. Anzi, forse vivo proprio in un mondo tutto mio, dove una piccola emittente come YourTv può fare informazione senza racimolare denaro in questo modo. Un mondo in cui c’è spazio anche per gli pterodattili, perché gli animali di cui stiamo parlando non sono mica davvero estinti, e in me resta viva l’idea che chi diffonde le notizie ha anche il compito di sensibilizzare. E’ vero, sono un moralizzatore immorale. Uno che potrebbe anche finire per orientare l’informazione per cause di parte. Ma in questo momento non m’importa. Non m’importa perché sono davvero indignato. E perché al giornalismo senz’anima preferisco quasi quasi la fabbrica. Quasi quasi.
Non posso credere che non si sia potuto chiudere un occhio. Non posso credere che l’unica tv della Baia delle Zanzare non abbia trovato cinque minuti per mandare un disperato sottopagato, con in mano una telecamera e un microfono, a fare una panoramica sulle foto della mostra e a far parlare l’adoratrice di pterodattili per una manciata di secondi. No, piuttosto hanno mandato un ragazzetto a fare discorsi da strozzino delle news (mi si scusi il tono, io sarei un ragazzo a modo se solo ci fosse un modo). E non posso credere che non si sia trovato un buco di un minuto per infilarci un servizio su una mostra davanti al cui ingresso dev’essere passata almeno mezza città. Una mezza città che conta di sapere cosa c’è nell’altra mezza, facendo affidamento sui pochi media della zona. Aziende piccole piccole dalle casse sempre soggette all’eco, vuote come sono perché la comunicazione è il feticcio del futuro, ma anche l’illusione del presente. Chi informa non intasca, galleggia ma non nuota, in un mare magnum in cui il Magnum se lo permettono soltanto i pesci grossi. E con tanto di cialde al plancton.
A volte mi accorgo di vivere dentro una grande bolla. La mia bolla. Una bolla fatta di altre regole. Sono fuori dai dogmi di una bolla in cui o racconti delle belle balle e fai il bullo per fare bello chi ti paga oppure te ne vai a casa. Il mio mondo non è il mondo reale, questo ormai lo so. Ma con me gli pterodattili volerebbero alti nel cielo. Perché a estinguerli non sarà una pioggia di meteoriti, ma il tintinnìo di tasche mezze vuote prese più dai conti che da quello che conta.
Fertile in canna
18 lugUna mia amica filippina mi ha detto che avrò due figli entro i prossimi tre anni, e che una sarà femmina. Mi ha letto la mano, o meglio, c’ha buttato un occhio. Mi ha preso la sinistra, me l’ha fatta chiudere e ha cominciato a contare. Per ben due volte. Poi si è decisa a dirmi il suo verdetto.
La prossima volta che la incontro le chiedo se mi dà una guardata anche alla destra. Magari c’è scritto pure come cazzo li mantengo.
Pressioni di settembre
15 lugPasso le notti in bilico tra la frescura del mio dondolo in giardino e la calura di una stanza così piena di carta da poterla vomitare. Passo i miei giorni a piantare semi per piante pigre, a immaginare contatti e contratti, a pensare a me e soprattutto a quel me che non sono. Mi riscopro troppo romantico per fare il giornalista, indignato di fronte alle aperture sulla Borsa, ai caratteri cubitali su manovre che valgono miliardi, mentre a me per uscire dai parcheggi non danno mai nemmeno l’ombra di un quattrino. Mi dondolo sul dondolo, mentre leggo di viaggi fisici che si fanno mentali. Il cranio mi si apre fin quasi a sentirmi in pericolo, mentre le tigri a forma di zanzara fanno di me uno scolapasta degno di finire sulla testa di un pastafariano austriaco. Mi sale l’ansia, proprio in questa notte vorticosa che segue il giorno del lento ripartire. Ma capisco che è tutta energia, che è tutto dinamismo. Che sono troppo romantico per non voler guardare oltre la patina del buon giornalismo, e troppo sensibile per non subire i cambi di direzione di un vento indeciso. Dondolo sul dondolo, e non sulla poltrona. Cerco di tornare direttore di me stesso, testata non registrata nel tribunale della vita vera, nel cuore di un’estate che mi fa da trampolino verso il più ignoto dei futuri. Dondolo, e penso a me e soprattutto al me che non sono. Guardo avanti, e nel farlo mi costringo a uno sguardo truce e determinato che tenta di nascondere un elefante sotto lo zerbino. Guardo avanti nel bel mezzo di un luglio sahariano, e nonostante il calendario sento già le pressioni di settembre, data forzata di un ripartire che ha una meta ma soltanto a metà.
Ad altezza deretano
7 lugLa tabella di marcia è marcia e anche poco tabella. Nel senso che le cose non vanno come dovrebbero andare. In questo clima asettico per lavoro e possibilità, mi ritrovo sospeso a un filo di nylon sul mare del nulla. Solita routine, insomma. Che palle.
Attendo ancora anche il tesserino da professionista. Ormai sono convinto che li producano in Burundi, anche se la pelle di precario è italiana e mi sembra tutto un grande spreco di quattrini. E attendo che si muovano un po’ le acque anche per la rivista che abbiamo messo in cantiere. Ma si sa, c’è la crisi, e i cantieri hanno vissuto tempi migliori. Stiamo rimandando le riunioni di settimana in settimana. L’obiettivo di esordire entro agosto approfittando delle ferie e del conseguente picco di visibilità si allontana giorno dopo giorno. Ma noi non demordiamo. A giorni invierò al grafico gli articoli già pronti. Ne mancano giusto un paio, e quello che abbiamo può già essere impaginato. Ci dobbiamo portare avanti con il lavoro, perché dopo le registrazioni in tribunale e burocrazia cantante scatta la fase più problematica: la caccia agli sponsor. Una delle attività venatorie più complesse. E’ un po’ come cercare di abbattere un T-Rex con un boomerang. Speriamo almeno che la traiettoria del ritorno non sia ad altezza deretano.
Mi butto (3)
2 lugSottotitolo: Io, fottuto in partenza. Ho appena completato il test d’inglese del Corriere della Sera. Sì, perché non è bastato compilare la domanda online per candidarmi a tutti gli effetti alla sbalorditiva selezione messa in atto dal noto quotidiano. Ci sono più fasi, ma ovviamente non te lo dicono prima. E io mi aspettavo una scrematura sulla base dei millemila curricula che staranno sicuramente ricevendo, non di certo un quiz su internet per verificare l’effettiva padronanza dell’inglese di chi vuole tentare il colpaccio.
Io, da bravo millepiedi omerico, di talloni d’Achille ne ho a bizzeffe. Ma ne ho uno particolarmente grosso e sporgente (no, tranquilli, non siamo ancora saliti in zona inguinale), su cui c’è appiccicata un’etichetta piuttosto eloquente: Ai no spich inglisc vèri uèll. A ognuno il suo. Io ho fatto in tempo a rispondere a 57 delle 65 domande a cui mi hanno sottoposto nell’arco di mezzora. Con la linea internet a passo di moviola che mi ha rallentato un po’, e che soprattutto credo non mi abbia permesso di inviare l’ultima risposta perché nel frattempo era suonato il gong. Quindi facciamo 56. Ma per fortuna non ero solo. Eh già. Accanto a me avevo la più aggressiva delle zanzare del quartiere, probabilmente l’insetto regina di questa fottuta Baia. Ha provato a suggerirmi, ma non è riuscita ad andare oltre il solito squallidissimo ronzìo.
Scrivo queste righe un po’ affranto. Un po’ digito e un po’ mi gratto. Non è scaramanzia, a quella mi sono sempre affidato poco. E’ quella stronza di una regina che mi ha lasciato il ricordino. Ma al di là di test e monarchie ronzanti, so di aver fatto il massimo che potevo. In un primo momento ho pensato di farmi aiutare in tempo reale dalla mia cugina argentina, che di mestiere insegna inglese e fa pure traduzioni per le aziende. Però, vuoi per il fusorario vuoi perché lei non sa quasi nulla di italiano, ho evitato di mettermi su Skype a spiegarle di volta in volta il senso della frase da tradurre. Così ho passato il pomeriggio a ripassare una lingua che conosco per sentito dire o poco più, a rinforzare una base in carta velina su cui poi ho cercato di costruire un cazzo di grattacielo. Infine ho sfidato la sorte e le giuste pretese del Corriere, dando il via al test con un occhio sui quesiti e uno su Google Translate, utile come una bandiera della pace a casa Gheddafi.
Ora sono qui. Aspetto il verdetto del mio test con un mezzo ghigno stampato in faccia. So già come andrà a finire, è sempre stato un tentativo disperato. L’importante è che non mi disperi io, perché domani è un altro giorno. Speriamo non di merda.
Poltrona a dondolo
30 giuMi dondolo sulla mia poltrona. Il mio amico di sempre mi ci prende pure in giro. Dice che è la poltrona del direttore, che da lì sopra sembro davvero il signor Burns dei Simpson. A suo dire mi manca soltanto di congiungere le mani pronunciando la parola eccellente, e poi sono davvero lui. Io finisce che mi guardo allo specchio e poi mi consolo. Quantomeno non sono ancora così stempiato.
Anche perché il problema non sono io, ma questa maledetta poltrona. Non è la mia faccia da pseudo-direttore bavoso, ma il culo che si poggia sopra questo morbidissimo porta-chiappe. E’ la mia reggia, il mio feticcio. La mia ragazza mi deride ogni volta (sì, pure lei) tanto sembro calato nella parte. E dire che è un suo regalo. Ma in fondo hanno ragione loro, lei e il mio migliore amico. In questo schienale io sprofondo come fossi il boss di un’azienda grande e prospera. Perché lo dico? Se mi vedeste ora non avreste bisogno di farmi questa domanda.
Eppure così non va. Mi gongolo, mi dondolo, mi gingillo (non è come sembra). Vivo ancorato alla poltrona e allo schermo che ho davanti, giorno e notte, fino a far incazzare mia madre che ormai non ricorda più nemmeno come sono fatto da in piedi, e mi crede alto poco più di un metro e venti. Tutto questo mentre all’orecchio mi arrivano verità che non sono più mie, quelle di un mondo che è fatto di movimento, di tentativi estremi. Storie di gente che osa, che non pensa di trovare uno sbocco soltanto inviando curriculum e aggiornando la pagina della posta in modo convulso nella speranza di ricevere uno straccio di risposta. Stando rigorosamente col culo appoggiato a questa cazzo di poltrona a dondolo, s’intende.
Un’amica, la stessa che mi ha trovato alloggio nella Città delle Pizze Gommose nel periodo del mio primo stage, mi ha scritto che sta per partire. Voleva da me i contatti del quotidiano con cui ancora starei collaborando, almeno in teoria. Le ho passato l’indirizzo del direttore e quello degli altri capi. Chissà che almeno a lei non servano a qualcosa. Il suo obiettivo è piazzare qualche pezzo come corrispondente dalla sua meta incandescente. Io invece sono ancora qui che invio proposte assurde pur di ricordare loro il fatto concreto del mio esistere, che possono farmi lavorare, o che quantomeno potrebbero finalmente farmi avere la cifra che ho già maturato. Tentativi che puntualmente non ricevono nemmeno uno straccio di no. Spero per lei che abbia più fortuna, d’altronde si sta per giocare una buona carta. Buonissima. Perché la ragazza non sta scappando da Malincònia in cerca di fortuna. Lei la fortuna se la sta creando a costo di rischiare la pelle. Lei è in partenza per il Kosovo come giornalista embedded. Lavorerà direttamente dal campo, a stretto contatto con il contingente militare italiano in loco. Mentre io continuo a dondolare sulla mia poltrona in attesa di un motivo per pronunciare la parola eccellente.
E fanculo anche a Morfeo
16 giuPrima una notte buia e tempestosa, in un dormiveglia perenne che mi ha impedito di avere un buon sonno. Poi i telegiornali, sempre in sogno, che mi hanno detto quel che non vorrei. Caro Morfeo, vaffanculo. Non ti è bastato farmi dormire in quella condizione di fuga continua, inseguito da gente che mi vuole raccontare il risultato della partita Nba della notte in corso. Era troppo poco, vero? Non ti è bastato, no no. Altrimenti la notte seguente non avrei sognato un’edizione di Studio Aperto (che è un incubo già di per sé) con un servizio sulla gara 5 delle finali il cui attacco era: Ai Miami Heat non sono bastati i 23 punti di Bosh per… Alla fine il buon Chris ne ha segnati soltanto 19, e con una prestazione ancora una volta sottotono. Però che avrebbe vinto Dallas era vero. Morfeo, vaffanculo ancora.
L’avrò detto mille volte: il mio senso del tempo è più sballato di una donna col ciclo. Ma alla fine sulle cose ci arrivo. Alla fine. Proprio alla fine. Proprio all’ultima partita della stagione. La gara 6, giocata nella notte tra domenica e lunedì, quella che ha portato definitivamente i Dallas Mavericks sul tetto del mondo, me la sono vista in diretta. Sì, in diretta. Hai capito, Morfeo? In diretta. Ecco perché questa volta non hai potuto farmi sognare telegiornali aberranti che mi raccontano il risultato, o gente che m’insegue per dirmi come finisce la partita. Ed ecco perché mio padre non ha potuto farmi facce eloquenti, Facebook anticiparmi punteggi e segreti di Fatima, ex-allenatori fare commenti scomodi a pochi metri dalle mie orecchie, Sky mandare in onda spot fuorvianti e i giornalisti in studio non hanno avuto il tempo di sviolinare statistiche sospette.
Mi sono gustato in diretta, in piena notte, una delle partite più belle di sempre. Forse non la più combattuta, ma di certo emozionante per andamento e risultato. Ha vinto Dallas, dicevo. E questa volta ho vinto pure io. Fanculo agli spoiler. E fanculo anche a Morfeo.
Il bello della diretta
5 giuATTENZIONE: PRIMA DI LEGGERE RICORDATI CHE DOMENICA 12 E LUNEDI’ 13 GIUGNO HAI UN APPUNTAMENTO CON LA CABINA ELETTORALE. SII GALANTE, NON MANCARE.
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E dire che era quasi fatta. Erano le due di notte. Dopo il mio spuntino notturno mi sono piazzato davanti alla tv. Ho fatto partire la partita (come ha fatto a partire se era già partita?!), la seconda replica di gara 2 delle finali Nba appena andata in onda su Sky Sport. Avrei voluto registrare direttamente la diretta (e se è diretta la si registra direttamente per forza..), ma il 2 giugno ero troppo impegnato a scrivere cazzate sul blog per riuscire a programmare correttamente il decoder. E infatti avevo registrato l’ennesima replica di gara 1, la partita precedente, e ho dovuto rimediare puntando tutto sull’ultima replica del giorno dopo. Poco male. Forse.
Ho rischiato ancora una volta di sapere in anticipo come sarebbe andata a finire, inciampando su uno status sospetto da parte di un collega della scuola di giornalismo che vagava sulla homepage di Facebook (lo status, non il collega, non è mica il Tagliaerbe!). Durante la giornata di ieri mio padre non ha avuto occasione di conoscere il risultato, così non ho nemmeno dovuto sedarlo per evitare che me lo anticipasse (era a casa per via del ponte, e comunque la sera si “seda” da solo sul divano a mo’ di pachiderma sbronzo). Mentre il fucile del cecchino che ho assoldato è ancora puntato sulla tempia sinistra del mio ex-allenatore. Insomma, tutti i pezzi erano al loro posto. Avevo fatto le mie mosse e tutto sembrava perfetto. Bene. Forse.
Ho fatto partire la partita (…). La registrazione l’ha presa un po’ larga, partendo dagli ultimi minuti dell’ennesimo successo di Siena nel campionato di basket italiano. Ho mandato avanti veloce. Ho visto la pubblicità. Poi ho visto immagini che erano palesemente di Nba, e pensando che fosse una specie di introduzione al match ho ripristinato la velocità normale e con essa anche l’audio. No. Sbagliato. Era la pubblicità di gara 3, e ho sentito quello che non devo sentire. …itolo è molto vicino, ma Dallas è pronta a stupire il mondo.
Tragedia. Putiferio. Ho pensato. Ho realizzato. Ho battuto i pugni sul divano più e più volte, consapevole di aver saputo il risultato ancora una volta prima di vedere la partita. Ho capito di esser stato tradito dalla superficialità di Sky, che allo scopo di presentare quello successivo aveva mandato in onda uno spot a tradimento lasciando trapelare il risultato dell’incontro la cui replica doveva ancora cominciare. I Miami Heat avevano vinto soltanto una partita, all’interno di una serie al meglio delle sette. Questo significa che l’ambìto anello è loro soltanto se ne vincono quattro, avversari permettendo. Detto questo, per quale motivo la voce fuoricampo avrebbe dovuto dire che una squadra è vicinissima al titolo se non perché ha vinto anche il secondo round? Ho fatto uno dei miei soliti due più due. Il risultato? Il solito fottutissimo quattro. E l’inevitabile decisione: dalla gara 3 di stanotte, addio al brutto della differita e via al bello della diretta. Anche se a questo punto temo di addormentarmici davanti, e di sognarmi Beppe Signori che esce dalla Snai e che mi dice come va a finire ancora prima che finisca.
Nemmeno il tempo di rendermene conto, ed ecco cominciare la replica. Anticipazioni in studio con tanto di statistiche. Da un 2 a 0 nella serie, nella storia della Nba soltanto tre squadre sono riuscite a rimontare.
Ritragedia. Riputiferio. Ho ripensato. Ho rirealizzato. Ho ricapito. A forza di piacchiarlo ho trasformato il mio divano in un blocco di emmenthal ricoperto di stoffa. Anche qui mi sono chiesto per quale motivo il giornalista di Sky avrebbe dovuto ragionare su certe statistiche senza un motivo valido. Insomma, era la riprova di quello che avevo sentito con la coda dell’orecchio. I Miami Heat avevano vinto anche gara 2.
Fischio d’inizio. Depresso e demotivato mi sono messo a guardare quei dieci stronzi che corrono a destra e a sinistra per cercare di infilarla nel buco. Sapendo già il risultato tanto valeva guardarsi un porno, in fondo lo scopo del gioco è lo stesso. Ho provato addirittura a fingere di non aver capito. Mi sono detto che comunque non si sa mai, che non è ancora detta. Ma più ragionavo su quello che avevo sentito e più mi rassegnavo.
Piccola altalena di vantaggi e di svantaggi, di parziali e di controparziali. La morale della favola è che Miami ha dominato alla grande. L’esplosività delle schiacciate di Wade e James contro i giochi mosci e le palle perse di Nowitski e compagni. A tre minuti dalla fine gli Heat vincevano di 15, e sia in campo sia in panchina tirava già aria di festa.
Tutto sbagliato. La festa era sbagliata. I miei due più due erano sbagliati, perché per una volta avevano fatto cinque. Miami si è spenta improvvisamente. Attacco debole e improduttivo, Dallas che comincia a segnare. Prima la parità, poi il canestro decisivo del gigante tedesco che ha decretato l’incredibile disfatta degli Heat. Serie sull’1 a 1, altro che titolo molto vicino. A quel punto ho capito che la voce fuoricampo non era stata poi così stronza. Ho capito che nello spot si parlava di gara 3 basandosi soltanto su gara 1, anche se quel molto vicino suona ancora molto strano. E ho dedotto anche che l’anticipazione dallo studio di Sky voleva soltanto dare un po’ di numeri, magari depistando a dovere lo spettatore. Ben fatto dottor Mamoli, Kronakus non c’aveva proprio capito un cazzo. Sul tiro allo scadere da parte di Nowitski mi sono messo le mani tra i capelli e sono rimasto a bocca aperta per lo stupore. Sembravo una puttana d’alto bordo a fine turno, anche perché si erano ormai fatte le cinque del mattino. Lo stesso orario che farò anche per guardarmi gli altri incontri delle finali. In diretta, però.
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ATTENZIONE: PRIMA DI ANDARTENE RICORDATI CHE DOMENICA 12 E LUNEDI’ 13 GIUGNO HAI UN APPUNTAMENTO CON LA CABINA ELETTORALE. VEDI DI NON FARLA SOFFRIRE DANDOLE BUCA, BRUTTO BASTARDO!!
Il brutto della differita
30 magEro una schiappa, ma in fondo mi è rimasto sempre nel cuore. Sono passati ormai undici anni da quando ho smesso di giocare a basket. Ho tanti ricordi legati a quel periodo. Gli allenamenti, l’integrazione con i compagni che non è mai riuscita davvero, le partite giocate dagli altri. Io ero l’ultimo dei panchinari. Se non l’ultimo, il penultimo. Ero precario pure lì. Anzi, ero poco più che uno stagista. Direi che in linea di massima non è cambiato granché. Beata coerenza.
La mia passione si rinnova ogni anno. E’ una piccola grande magia che si ripete proprio in questo periodo. I playoff Nba mi hanno sempre appassionato. Ringrazio di avere Sky e il suo decoder che mi registra le dirette notturne. Me li sto gustando. O meglio, vorrei gustarmeli, ma questo è un lusso che ultimamente non mi viene concesso come vorrei.
A ridosso delle finali capisco che c’è qualcosa che non va nel mio modo di seguire le partite. Le registro di notte, o al massimo il giorno dopo quando va in onda la replica, ma finisco sempre per guardarmele la notte dopo. E vuoi o non vuoi mi sono fottuto il risultato delle ultime tre. Odio gli spoiler, le anticipazioni. Se qualcuno mi racconta come finisce un film prima che io lo guardi, beh, il testamento non l’hanno mica inventato per caso. E’ per questo che adoro Caparezza, sì, ma con questa canzone mi ha costretto anche a odiarlo un po’. Mi sono fottuto il risultato delle ultime tre, dicevo. Ora scusate, vado a suonare il benjo costruito con i miei nervi tirati.
Miami Heat – Chicago Bulls, gara 4. La mattina dopo la partita, un “amico” su Facebook che sa della mia passione mi ha detto: ..101 a 93.. Ho dovuto stopparlo al volo. Noooooo, non mi dire per chi, non mi dire chi ha vintoooo! Il tipo si è scusato, e io lì per lì mi sono convinto di aver salvato il salvabile. Ma ho guardato la registrazione soltanto la notte dopo, e ho avuto diverse ore per rimuginarci sopra, per capire che ormai il danno era stato fatto. Innanzitutto perché in una partita punto a punto come quella bastava vedere chi per prima raggiungesse i 95 per capire che poi avrebbe anche portato a casa la vittoria. E poi il simpatico dispensatore di risultati non richiesti l’ha sicuramente letto in qualche sito d’informazione italiano, dove mettono prima il punteggio della squadra di casa e poi quello degli ospiti, al contrario di come fanno in America. Sapevo che giocavano a Miami. Ora sapevo che avrebbe pure vinto.
Dallas Mavericks – Oklahoma City Thunder, gara 5. Sfida decisiva. Vincendo, i texani si sarebbero aggiudicati la finale. Non l’ho guardata la notte dopo, ma addirittura la mattina dopo ancora. Tre minuti alla fine, i Thunder in vantaggio di 15 punti. Sembrava fatta. Mio padre è tornato dal lavoro, lui che come al solito la mattina sbircia il risultato sul sito di Repubblica. Mi ha detto: Ancora questa, guardi?! E lì ho capito che quel vantaggio sarebbe durato poco. Detto fatto. Gran rimonta di Nowitzki e compagni, Dallas prima finalista. Mio padre sapeva tutto, e anche se gli ripeto sempre di non fiatare che poi tanto intuisco, lui mi ha fatto capire che stavo guardando una serie di playoff ormai archiviata. Mi hanno fatto troppo sveglio, che ci devo fare?!
Chicago Bulls – Miami Heat, gara 5. Altro match fondamentale. In caso di vittoria, Miami avrebbe raggiunto Dallas e se la sarebbe giocata per il titolo. L’ho guardata la notte dopo, ma giusto un’oretta prima sono riuscito a rovinarmi la sorpresa. Ero in un locale piuttosto “in” della mia bella Baia delle Zanzare. In un tavolo non molto lontano da me c’era il mio ex-allenatore di basket, quello che ha fatto di me uno scaldapanca professionista. Mi ha visto, mi ha salutato. E fin qui tutto bene. A distanza di anni la confidenza è poca, anzi, forse non c’è proprio mai stata, e questo di certo non mi ha aiutato nel tentativo di aumentare il mio minutaggio di gioco. Ma quantomeno questo mi ha permesso di evitare di ritrovarmelo faccia a faccia per fare due chiacchiere sui playoff d’oltreoceano. Speranza vana. Perché si è avvicinato a lui il figlio del titolare del locale, che un tempo ci ha fatto pure da sponsor, ex-giocatore pure lui, di pochi anni più grande di me. Hanno cominciato a parlare. Ma come si fa a perdere dopo… Ho capito l’andazzo, mi sono tappato le orecchie e a fare bababà con la bocca in modo da non sentire. Mi sono fermato un attimo, ma non avrei dovuto farlo. Ho sentito l’allenatore ribattere con un Quello è giovane, lo vedremo per tanti anni… Merda, mi ero rovinato pure questa. Ho intuito che dopo una partita dominata quasi fino all’ultimo, una delle due squadre si sarebbe fatta rimontare. Facile capire chi. La stella di Chicago è Derrick Rose, scheggia sul campo e grande promessa della pallacanestro per tutta la prossima decade e oltre dati i suoi ventidue anni e mezzo. E così è andata. I Bulls hanno perso grazie ai tiri da tre di Dwyane Wade e LeBron James segnati quasi al fotofinish, e proprio Rose ha sbagliato il tiro che avrebbe potuto metterci una pezza. E ho capito anche che mio padre sapeva pure questo. Quando mi ha detto quel Ancora questo guardi?, lui sapeva che entrambe le due finaliste erano già state decise.
Come detto, c’è qualcosa che non va. Le informazioni girano, soprattutto in questa epoca. E io questo dovrei saperlo bene. Ho contatti su Facebook che mi fanno i blitz in chat rovinandomi i finali di partite che devo ancora vedere, mio padre che parla e straparla senza capire che mi fa intuire le cose. Ora pure gli ex-allenatori che chiacchierano con gli ex-giocatori anticipandomi il risultato un’ora prima di mettermi comodo davanti al televisore. Devo cambiare strategia. Per comodità avevo rinunciato al bello della diretta, ma il brutto della differita è che spesso non riesci a goderti lo spettacolo fino in fondo. E che spettacolo! Tutte partite tirate con rimonta in chiusura. Che peccato rovinarsi il colpo di scena.
Tra due notti cominciano le finali. Ho deciso di guardarle la mattina dopo, fresche di registrazione. Facebook chiuso. Telefono staccato così mio padre non mi può chiamare nemmeno da lavoro. E un cecchino sul portone del mio ex-allenatore (chissà se abita ancora dietro casa mia??) che gli impedirà di muoversi di casa. I love this game, but i hate the fucking spoilers!!
Dipende tutto da me
24 magQuelli dell’Ordine fanno un po’ le primedonne, e il tesserino da professionista si lascia ancora desiderare. Io sono qui che aspetto quel famigerato cartoncino rivestito in pelle di stagista che mi dovrebbe aprire delle porte. Il cartoncino, non lo stagista. Quello è già troppo preso a fare caffè e fotocopie.
Nell’attesa ripenso a quando ho presentato la domanda.
Ok, avevo dormito poco. Ma quella sensazione di apatia che mi sentivo addosso io proprio non la volevo. La percepivo come un parassita, un qualcosa di cui dovermi liberare. Eppure se ne stava lì. Incrollabile. Irriducibile. Fino a che non mi sono dato una scrollata e sono tornato in me.
Ero appena uscito da quel portone dietro cui avevo lasciato tanti soldi e ben poche speranze. Solo pochi istanti prima ero ancora dentro quella stanza, a compilare moduli, a firmare carte, a guardarmi tagliuzzare la faccia stampata su delle fototessere a cui, a detta di mio padre, mancava soltanto la scritta “wanted”. Ricercato. Un ricercato che però deve ricercare. Ricercare una prospettiva, un perché.
Ero di ritorno dall’ufficio dell’Ordine dei giornalisti. Dopo un mese mezzo mi sono deciso a consegnare tutto il necessario. Con l’esame superato, il tempo e i soldi spesi alla scuola di giornalismo, non potevo proprio saltare questa tappa. Ho fatto domanda: entro maggio sarò a tutti gli effetti un professionista, o così mi han detto. Per ora niente. Manca il verdetto della burocrazia, le carte bollate, le raccomandate. Con o senza ricevuta di ritorno. Che tanto indietro non si torna. Ero indeciso, sì, ma alla fine mi sono lasciato andare al buon senso. Non potevo restare praticante soltanto per paura che facendo il grande salto non mi avrebbe più assunto nessuno. Non potevo non fare quel piccolo grande passo. Ho sudato per arrivarci. Dovevo farlo. Dovevo e basta. Adesso il pericolo è che le maggiori garanzie dovute allo status di professionista mi si rivoltino contro. Ho paura che costando di più alle aziende, le aziende decidano sia meglio snobbarmi, che sia meglio lasciarmi a spasso. Meglio uno stagista oggi che un professionista domani, che puoi chi li paga tutti quei contributi, chi gliela paga la paga se poi il mercato non paga, se il settore è in recessione e il mondo pure? E poi la pelle di professionista è troppo dura, poi con cosa li fanno i tesserini?!
Però con la paura non si mangia. E la scusa della dieta non basta, non mi autorizza a lasciarmi sotterrare dai timori. Stavo scendendo le scale da quel quinto piano pieno dei miei soldi e delle mie poche speranze. Ho sentito un brivido, un’emozione strana miscelata al sonno che mi mandava avanti le gambe per inerzia. Perché sì, avevo dormito poco. Ma in quel momento ho capito che niente mi verrà regalato. Che se adesso sarà più difficile trovare lavoro significa soltanto che dovrò impegnarmi di più. Dipende tutto da me. Le sensazioni-parassita le lascio a qualcun altro.
Obama Bin Laden
2 magUna giornata epocale. Il re del terrore è stato ucciso. Non Diabolik, quell’altro con la barba. No, non parlo nemmeno del ciccione vestito di rosso che si riscopre generoso una volta all’anno e che s’incastra puntualmente nei camini delle case dei bambini buoni. Non confondiamo i pacchi bomba con i pacchi regalo, per favore. Fatto sta che è una giornata epocale. Il re del terrore è stato ucciso dall’intelligentissima intelligence americana. O così ci han detto.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo e il, ma anche il mare. Lo stesso mare in cui pare abbiano gettato il corpo del fu (fu?) Osama Bin Laden, affogato come cioccolato nel marsala per non creare catacombe sacre in cui gli estremisti possano celebrare il sovrano indiscusso del terrorismo islamico. O magari ce l’hanno buttato per occultare un cadavere che non c’è. Chissà.
Ai posteri l’ardua sentenza. Anche perché secondo me questo resterà uno di quei misteri di cui si parlerà ancora per generazioni. Immagino i miei pronipoti davanti ai loro schermi olografici, a fare zapping con le loro dita verdi e palmate (sì, purtroppo il nucleare in Italia diventerà realtà), incuriositi da una nuova puntata di Porta a Porta condotta da un cyborg con le stesse fattezze, gli stessi nei e la stessa voce ronzante di Bruno Vespa. Mentre quello vero si trova ibernato nel freezer degli eredi Berlusconi, pronto a essere scongelato in caso di necessità nemmeno fosse Capitan America. E’ il 2 maggio 2111, e il titolo di quella sera è: “Cento anni senza Bin Laden: sarà mica emigrato ad Hammamet?”. In studio si discute del perché il corpo ripescato nell’oceano avesse in testa la maschera di George W. Bush, ma soprattutto ci si domanda chi sia realmente il barbone che risiede alla Casa Bianca, diventato presidente dopo aver scoperto la formula dell’immortalità e aver fatto egli stesso da cavia. Divenuto eroe nazionale, ha ottenuto il cento per cento dei consensi come candidato dei democratici (!) alle ultime elezioni. Battendo senza mezzi termini l’avversaria conservatrice, un ordigno atomico dalla forma umanoide con la faccia di Sarah Palin.
Zzzzz..
Zzzzz..
Zzzzz..
Aaahhhhhhh!!
No, non era una zanzara, a dispetto del nome della Baia in cui vivo. Ero io che dormivo. Ero io che russavo. Ero io che sognavo questo scenario triste e desolante. Ora mi sono svegliato, tutto sudato più che dopo una sauna sul sole. Accendo la tv e verifico se ci sono novità in questo presente non tanto meno desolante del mio futuro da incubo. Niente di nuovo, soltanto giornalisti che continuano a dare per morto un certo Obama Bin Laden. Perché a dirlo bene proprio non ce la fanno, e capirci qualcosa diventa ancora più difficile.
Oggi Sposini
30 aprIl mondo si è fermato. Succedono disgrazie, si susseguono una dopo l’altra calamità più o meno naturali. Il mondo si è fermato, sì. E non per Fukushima, non per la Colombia, non per la democrazia moribonda di un paese come il nostro. William e Kate si sono sposati, così il mondo che conosco si è trasformato in un mondo a livello Signorini. E poi si è fermato.
Due miliardi di gossippari ficcanaso hanno assistito a una cerimonia pomposa e vetusta come le chiappe di Fred Flinstone. Non due milioni, due miliardi. Non sono aggiornato in merito a quante anime umane o pseudo tali abitino questa Terra desolata e desolante, ma a occhio e croce stiamo parlando di oltre un quarto della popolazione mondiale. Un matrimonio che definire in grande stile sarebbe riduttivo. Una festa nuziale divenuta planetaria, finanziata dai network televisivi di tutto il globo, cassa di risonanza di un “sì lo voglio” che suona d’amore ma anche un po’ di porno. E questo spiegherebbe almeno un po’ di tutta quell’audience.
Ero in palestra quando la radio ha detto (sì, nella Baia delle Zanzare le radio parlano) che grazie ai diritti televisivi gli introiti sono stati dieci volte la spesa sostenuta per tutto l’evento. Questo significa che i numeri consentirebbero altre nove cerimonie così, tutte rigorosamente a scrocco. Con le dame e gli scacchi. E i cappellini appoggiati nelle parti più impensabili del cranio, che sembrano cadere da un momento all’altro ma che invece sono ben retti da chissà quali corna invisibili. Copricapo pendenti, troppo pendenti. Altro che made in London, quello era tutto made in Pisa!
Mi si scusi se il mio pensiero va altrove. William e Kate mi stanno pure simpatici, davvero. Hanno dei volti freschi, quasi mi piacciono. Poi lei è semplice e bella, come io credo debba essere qualsiasi donna con la d maiuscola. Spero non si rovinino con il tempo, e di certo non mi riferisco ai segni inevitabili di una vecchiaia che non risparmia neppure le corone. Però mi si scusi se ieri sono andato a letto pensando a ben altri sposini. Quelli, anzi quello, con la s maiuscola. Sarà solidarietà tra “colleghi”. Sarà senso di umanità. Sarà che lo vedevo condurre il Tg5 quando ancora aveva un suo perché, e quando non potevo sapere che un giorno avrei preso questa strada. Sarà che i malori prima degli ottanta mi fanno sempre un po’ spavento, figuriamoci prima dei sessanta. Sarà che questa storia mi fa sembrare ancora più precaria questa vita in cui tutto, ma proprio tutto si è tolto la maschera e ha mostrato il suo vero volto. Il volto di un precario, appunto. Sarà che spesso ho pensato al suo percorso. Prima giornalista in senso stretto, poi quel senso di stretto a fare soltanto il giornalista. Dai notiziari alle giurie di ballerini improvvisati, passando per i falsi sorrisi nei salotti di Giletti e per la brodaglia pomeridiana che ogni giorno ci truffa facendoci credere di starci raccontando la vita in diretta. La vita in diretta si vive e basta. E per te, caro Lamberto, non è ancora il tempo delle repliche.
Voglio fare il fabbro
27 aprCi sono giorni in cui mi viene da scrivere, altri in cui mi viene da vomitare. E non per colpa di indigestioni da uova pasquali. Sono a dieta. Ho mangiato, sì, ma mi sono trattenuto abbastanza. Il problema è che non sono il solo. Il problema è che tutto il mio paese si è messo a dieta. A dieta di democrazia.
Ci sono giorni in cui mi viene da scrivere, e infatti scrivo. Ci sono giorni in cui mi viene da vomitare, e infatti vomito parole. Sono più nero di Obama, per una rabbia che non riesco a far cessare. Ho guardato i primi cinque minuti del Tg3, e mi è già venuta voglia di emigrare. Bye Bye Malincònia.
Ci sono giorni in cui mi viene da scrivere, e altri in cui vorrei cambiare mestiere. Giorni come questo. Giorni in cui, se fossi già arrivato in alto, mi ritroverei a raccontare dei prossimi bombardamenti italiani in Libia e di un altro colpo al quorum della democrazia. Il Mister l’ha detto davanti alle telecamere di mezzo mondo: quello ai danni del referendum anti-nucleare è un omicidio premeditato. Se salterà sarà perché lui, o chi per lui, l’ha fatto saltare a comando. Detonatore alla mano, chi ci governa ci guarda dall’alto verso il basso. Da lassù ci credono impreparati, spaventati, smarriti dai fatti di Fukushima. Come se il caos delle centrali giapponesi fosse una favoletta per bambini cattivi, che ci ha fatto venire gli incubi e per questo ora non riusciamo ad avere il giusto sonno. E allora dico Nessun dorma, ma intanto tutti dormono e cadono vittima del grande bluff. La gente è rassegnata, e se oggi io fossi davvero un giornalista mi ritroverei a dare voce a tutto questo schifo.
Ci sono giorni in cui mi viene da scrivere, altri in cui vorrei andare a fare il fabbro.








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