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It’s a beautiful day (maybe)

15 mag

E mi sfiora l’idea di quel lusso mancato. Di quel privilegio smarrito tra le frange del tempo. Di quell’intervista che non ho mai avuto nemmeno il coraggio di sognare, ma che c’è mancato tanto così che diventasse realtà. Litfiba, Caparezza, Ligabue. Ma è soprattutto a pane e Jovanotti che sono cresciuto. E sapere che quasi quasi avrei potuto porgergli il microfono mi lascia un po’ d’amaro. Ormai è tardi. Ormai l’occasione è acqua passata. E io non ho potuto bere.

Che io scriva di tv è cosa nota (chi ancora non lo sapeva la nota se la becca sul registro). E stamattina ho saputo che presto andrà in onda uno speciale sul buon Lorenzo Cherubini. Ma il magazine per cui scrivo ha una periodicità tale che non consente di andare sempre a segno. A volte scriviamo di programmi che alla fine non vanno nemmeno in onda, perché posticipati o addirittura cancellati. Altre volte, invece, s’insinuano nei palinsesti degli show che sono stati acquistati dopo la chiusura del numero, con contratti last minute che al momento di andare in stampa non erano nemmeno nelle sinapsi più remote di chi poi ha concepito la cosa. Così si creano le occasioni mancate, le interviste che il tempo non mi dà il tempo di fare. Ed è così che è andata con Jovanotti.

Ma oggi niente mi sfiora. Niente mi scalfisce. Oggi KronaKus vive di speranze e di sogni bagnati (non è come sembra). Pazienza per gli incontri sfuggiti di mano, per i desideri irrealizzati. C’è sempre tempo. Ed è proprio questo il punto: c’è sempre tempo. C’è ancora tempo, sì. Oggi ho avuto buone nuove sul mio contratto, e se tutto va bene chissà quanti Cherubini potrò intervistare (se mai vi verrò a dire che ho parlato con un angelo chiamate Papa Francesco, tutt’al più la neuro). A fine giugno mi scade, e qua dentro l’aria pesa più di Giuliano Ferrara. Ogni rinnovo assomiglia a un macigno da sollevare, a una montagna da scalare, a una corsa da vincere al fotofinish. Le voci che giravano non erano troppo rassicuranti, ed erano voci tutt’altro che fantasiose. E quando il tuo contratto comincia a cambiare sapore è perché la scritta da consumarsi preferibilmente entro il mette sempre più paura. E non sai mai se chi di dovere ti vorrà portare via ancora una volta da quel fottutissimo banco frigo. Il banco frigo dei disoccupati. Così tanto stretto e affollato che prima o poi troveranno tracce di rucola sui cornetti Algida.

Ma oggi, dicevo, il caso mi ha portato a sapere che i segnali sono positivi. Che, in culo a Ozpetek, nonostante Saturno contro il mio lavoro potrebbe continuare almeno fino a fine anno. Che la riunione di stamattina potrebbe non essere stata l’ultima di questa mia parte di carriera. Che c’è ancora speranza, insomma, per chi ha davvero voglia di fare. Quindi io, in tutto questo discorso, non c’entro proprio un cazzo.

Ma vaffancool!

9 mag

GiuseppaUngaretta è online

GiuseppaUngaretta: Buongiorno.

KronaKus: Buongiorno a te. Come va?

GiuseppaUngaretta: Si sta come di primavera sugli alberi le foglie.

KronaKus: Allora va bene. Pensa se fosse autunno!

GiuseppaUngaretta: Già. E tu come stai?

KronaKus: Mah. Da me è un po’ settembre..

GiuseppaUngaretta: Anche da me, in effetti. Per questo mi sono permessa di profanare il verso originale..

KronaKus: Cool!

GiuseppaUngaretta: Prego?

KronaKus: Cool!!

GiuseppaUngaretta: …

KronaKus: Che c’è?!

GiuseppaUngaretta: Ormai parli come i milanesi.

KronaKus: Guarda che oggigiorno “cool” è una parola “international”..

GiuseppaUngaretta: …

KronaKus: Ma che hai?!?

GiuseppaUngaretta: “International”..

KronaKus: Eh..

GiuseppaUngaretta: Eh.

KronaKus: Cosa?!

GiuseppaUngaretta: Fa schifo.

KronaKus: Ma perché?!

GiuseppaUngaretta: Perché parli come i milanesi.

KronaKus: Che ti han fatto i milanesi?!

GiuseppaUngaretta: Niente.

KronaKus: E allora?!

GiuseppaUngaretta: E allora spero che ti rinnovino il contratto.

KronaKus: Beh.. grazie..

GiuseppaUngaretta: Lo dico per te.

KronaKus: ..Perché?

GiuseppaUngaretta: Perché se parli così da idiota non ti prenderà mai nessun altro.

GiuseppaUngaretta è offline

Belpaese di merda

6 mag

Mi è arrivata una mail dalla segreteria della scuola di giornalismo.

Il Comune di Insulsolandia ha pubblicato un bando per un incarico di addetto stampa (16.500 euro all’anno) che vi allego di seguito. Scade venerdì prossimo, il 10 maggio. Chi è interessato dovrebbe presentare ugualmente domanda, anche se il bando esclude i professionisti.

E’ come dire che alla mutua cercano dentisti, ma si astengano gli esperti di carie e gengiviti. Come dire che lo studio legale sotto casa cerca avvocati che pensino che la Gazzetta Ufficiale sia un contenitore di notizie sportive al netto dei rumors. Come dire che il fruttivendolo mi venderà banane, ma senza potassio. Che i pesci non avranno più le spine, ma non saranno nemmeno pesci. Che si eleggerà un nuovo Presidente della Repubblica, ma poi si riesumerà il vecchio. E che magari si metterà un’omofoba al ministero per le Pari Opportunità, salvo poi ritrattare.

Ok. Ora capisco tante cose.repubblica_delle_banane

La nebbia all’irto Colle (12)

21 apr

Svegliarmi sapendo di avere un Presidente della Repubblica nuovo di zecca mi fa affrontare la giornata con viva e vibbbbrante soddisfazione.

Sono le 11:34 del mattino.
Ok. Buonanotte. Svegliatemi tra sette anni.

La nebbia all’irto Colle (11)

20 apr

ULTIM’ORA DAL FUTURO:

Napolitano non ce l’ha fatta. E’ lui il nuovo “impallinato” dopo Marini e Prodi. Ora i partiti si giocano la loro ultima carta, scegliendo un nome che rompa davvero con il passato. Uno pterodattilo viaggiatore ha appena fatto irruzione in Quirinale. Il messaggio: E’ con viva e vibbbbbrante soddisfazione che accetto la vostra proposta di candidatura. Firmato, Fred Flinstone.

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Fred Flinstone. Alla sua sinistra l’amico Renato Brunetta

La nebbia all’irto Colle (10)

20 apr

Quirinale. E poi c’è il burlone di turno che vota Francesco De Gregori.
Sarà uno del Pd. Quelli se la suonano e se la cantano da soli. La marcia funebre, dico.

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La nebbia all’irto Colle (9)

20 apr

Votazioni per il Quirinale. Il Pdl chiede di sospendere i lavori di domani.
Guardate che il meteo ha messo pioggia fitta.

La nebbia all’irto Colle (8)

19 apr

Gasparri: A questo punto potremmo anche proporre un nostro nome!

Far giocare gli altri. Comparire all’ultimo davanti alla porta. Pretendere di segnare. Nemmeno Pippo Inzaghi era così paraculo.

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La nebbia all’irto Colle (7)

19 apr

Niente di eclatante.
La vera notizia è che la Mussolini usa ancora un fottutissimo Nokia.

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La nebbia all’irto Colle (6)

19 apr

Presidenza della Repubblica. Monti punta sulla Cancellieri.
Visto il nome crede sia parente della Merkel.

Italian foreign minister Anna Maria Canc

La nebbia all’irto Colle (5)

19 apr

Terzo scrutinio. La conta di Laura Boldrini.
..Bianca.. Bianca.. Bianca..

Ok. La strategia del Pd è finalmente chiara.
Moretti presidente.

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La nebbia all’irto Colle (4)

19 apr

Avanti, miei Prodi!, dice Bersani.
Sì, verso l’apocalisse.

La nebbia all’irto Colle (3)

18 apr

E’ il match del giorno. Resterà negli annali molto più di Milan-Barcellona, e pure di Italia-Germania 4-3.
Franco Marini versus Franco Tiratore. Chi la spunterà?!

La nebbia all’irto Colle (2)

18 apr

Quirinale, Bersani candida Marini. Il Pd si spacca.
A.A.A. cercasi notizia.

Vorrei fosse solo daltonismo

17 apr

Per ragioni sportive associo Boston al verde.
Quel rosso sangue stona, non gli dona. Anzi, mi fa proprio schifo.

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Fa molto più male

8 apr

Il silenzio stampa uccide. Il giornalismo italiano si è messo il bavaglio per rispettare i quattro colleghi trattenuti in Siria, perché parlare potrebbe compromettere le trattative in corso. Ma sì, il silenzio stampa uccide. Uccide chi attende, senza ammazzare il tempo che nel frattempo scandisce l’attesa. Perché chi aspetta notizie ha l’impressione che le ore non scorrano. Che non si muovano. Come fossero mare, sì. Mare in foto.

Io fremo. Fremo dalla voglia di sapere che succede. Dalla voglia di sentirmi dire che sono in salvo. Tutti. Per me questa non è la classica notizia. Non è il solito strillo da prima pagina. Purtroppo non è la prima volta che accade. Non è la prima volta che dei cronisti pieni zeppi di coraggio s’inoltrano oltre il consentito e finiscono nelle mani sbagliate. Ma questa, sì, in un certo senso è una prima volta. Almeno per me.

Conosco uno dei quattro. Lo conosco di persona. E quand’è così fa molto più male.

(A)caro amico ti scrivo (2)

24 mar

Voci di corridoio dicono che è ora di pulirlo. Il corridoio, dico. Le voci sono quelle dei fantasmi che lo abitano. Che saranno anche eterei, ma pure loro si sono rotti i coglioni di questo surplus di polvere, degli acari in sovrannumero, delle piattole nomadi, dei topi vagabondi, delle blatte che fanno rave party tra una camera e l’altra. D’altronde quando si lavora tanto non è facile trovare il tempo per onorare il proprio turno di pulizie. Si aspetta la domenica. Ma vedrete, verranno tempi migliori. Sogno già da oggi il momento in cui sarò in pensione. Sarà allora che pulirò la casa tutti i santi giorni, che la trasformerò nel più lucido degli specchi.

Care blatte, spero abbiate fatto una buona scorta di birra. Il vostro sfratto esecutivo non è per adesso.

Fame nervosa

10 mar

L’iper-lavoro degli ultimi tempi fa male alla mia vita. Non in senso esistenziale. Non parlo di equilibri psichici. Dico la vita in senso fisico. Stretto. Anche se dovrei dire in senso largo. Che qui di stretto c’è rimasto soltanto il conto in banca.

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Redazione. Il mio cassetto senza fondo. Un po’ come il mio stomaco.

Ho i postumi del Natale (e temo già la Pasqua)

22 feb

Vai in redazione con l’insalata e poi ti offrono i tortelli. Questa dieta non s’ha da fare.

Exit fool (2)

21 feb

Meno male che Enrico c’è. Lo ammetto: a tre giorni dal voto non so proprio su chi mettere la croce. So bene, invece, su chi metterei una croce sopra (scusate l’illeggibile ripetizione), e soprattutto chi metterei in croce una volta per tutte. Ma la triste verità è che io, cronista pigramente informato, non ho ancora capito chi preferisco davvero. Il dubbio è che non ci sia nessuno che mi rappresenti fino in fondo. Ed è drammatico, se si osserva la cosa con occhi democratici. In questa tornata elettorale il ventaglio di opzioni è particolarmente vario. Dispersivo. Sembra la lista dei canali via satellite. Novecentonovantanove improbabili possibilità. Fai un giro per cercare di farti un’idea. A completare lo zapping ci metti due o tre ore, e quando hai finito hai la testa che ti scoppia. Sei confuso. Guardi l’orologio, ed è già ora di andare a dormire. E cosa ci hai guadagnato? Soltanto un grosso mal di testa. Idee sovrapposte. Chiarezza zero. Ti accorgi che ti sei soltanto rincoglionito, senza guardare niente con vera attenzione. Ed è per questo che devi leggere il magazine tv per cui lavoro. Lo trovi in tutte le edicole alla modica cifra di 1,xxxxxxxxxxxxxxxxxxxScusate. Porto un po’ di acqua al mio mulino. Non si sa mai come va a finire, qua.

Dicevo che c’è poco da fare. Non c’è nessuno che mi convinca davvero. Sarà che si sono persi un po’ tutti i riferimenti. Ormai per me la destra e la sinistra non sono che mere direzioni. Mano forte e mano debole. Con una ci scrivo, con l’altra ci faccio cose vuemmediciòtto che non vi sto a raccontare. Ma non è questo il punto. Mi sembra che tutti, alla fine dei conti, offrano più o meno le stesse cose. Tutti quelli che attirano la mia attenzione, intendo. Io non sono mai stato un cronista politico, quindi magari sono io che non ci sto capendo niente. La mia passione per la vita parlamentare è pari all’entusiasmo che provo per il torneo di bocce alla lunga che si svolge ogni anno nel circolo che sta dietro casa mia, dove il mio amico Mario fa un caffè davvero eccezionale alla modica cifra di 0,xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxScusate, ma io un post serio a sfondo politico proprio non lo so fare. Figuriamoci un articolo.

C’è un motivo se sono finito a occuparmi di spettacolo, di storie formato tv. Culo, quel motivo si chiama così. Ma è un culo che la sa lunga, un deretano che mi conosce molto bene. Ed è lo stesso deretano che stasera mi ha portato a sintonizzarmi su La7 durante il mio zapping compulsivo, tra una forchettata di insalata e l’altra. E’ stato lui a farmi trovare il buon Enrico Mentana (che stimo e non poco), intento a intervistare alcuni dei candidati tra cui sono tuttora indeciso. Proprio stasera che mi ero prefissato di fare una rassegna stampa a sfondo elettorale. Per schiarirmi le idee. Per prendere posizione una volta per tutte. Per entrare in cabina, domenica, sapendo bene dove mettere la X. Perché io sono per la croce messa con la testa. Il testa o croce lo lascio fare agli altri.

Habemus Papam (anzi no) (2)

11 feb

Morta una pagina se ne fa un’altra.

Lavoro per un magazine che si occupa di tv. Tutto questo col papa c’entra molto poco. Ma la televisione, si sa, va di pari passo con le cose che accadono nel mondo. E se il pontefice dà forfait il piccolo schermo non può rimanere in panchina. Non resta a guardare. Anzi, si fa guardare. Perché la gente vuole sapere. La gente vuole vedere. La gente vuole partecipare.

La gente vuole farsi i cazzi degli altri.

Il problema è che quel Benedetto papa ha scelto proprio il giorno sbagliato per rassegnare le sue dimissioni. Quale? Quello di chiusura del nostro giornale. Del nuovo numero, intendo. Quello in cui tutto dovrebbe essere bello e pettinato per andare in stampa, non stravolto da uno scoop rivelato in latino. Non so se Ratzinger abbia la patente nautica, io so soltanto che per via sua il timone del prossimo numero non è più lo stesso. E allora via una pagina dalla sezione bambini. E’ la prima a esser presa di mira se c’è un imprevisto. La prima a cui vengono tagliati degli spazi se Belen si dichiara lesbica, se Vespa si fa asportare un neo, se Alfano si dimentica di riportare l’osso. O se Berlusconi decide di farsi papa. Avrei dovuto capirlo dal nome, prima di accettare l’incarico. Quella sezione non si chiama bambini perché parla di Ben 10 o dei Pigiamici. Ma perché chiudere quelle pagine è ogni volta un travaglio. Ogni volta un fottuto parto.

Benedetto tempismo. Morta una pagina se ne fa un’altra. Via Scooby Doo, e sotto con l’annuncio che a marzo le telecamere saranno tutte puntate sul Vaticano. Mentre qua il mio lavoro viene stravolto al fotofinish. E dalle mie orecchie è tutta una fumata nera.

Habemus Papam (anzi no)

11 feb

Il papa se ne va. Benedetto XVI molla tutto. A fine mese bye bye pontificato. Chissà cosa ne penserebbe Gesù. Lui è ancora lì sulla croce, e nonostante questo non si è mai dimesso. Non so se Ratzinger abbia qualche problema di salute. Forse vuole soltanto approfittare della neve e andarsene a sciare sulle Alpi vaticane (qualcuno gli spieghi che al più, lì dietro, ci sono Monteverde nuova e Monteverde vecchia, come mi racconta sempre mio nonno). So di certo che a marzo ci sarà un posto vacante. E il collega della Formula Uno, ignaro di star copiando una battuta che spopola su Facebook già da qualche ora, ha appena detto che Berlusconi perderà le elezioni, ma tenterà da subito una nuova scalata al potere. Quello delle gerarchie ecclesiastiche. C’è già il nome pronto. Papa Pio Tutto, si dice in Rete. Ma al di là dell’ironia a me ora preoccupa ben altra cosa. Che il buon Ratzinger faccia il giro inverso. Cioè che passi dalla Chiesa alla politica passando dalla porta di servizio.

Napolitano, non ho ancora capito se e quanto mi piaci, ma nun te move da quella cazzo de poltrona!!!

Ci vuole karma

20 gen

Mi fingo triste. E intanto godo. Perché in fondo, sì, sto soltanto fingendo. Ho saputo che qualcuno sta per chiudere i battenti. Una testata (pseudo)giornalistica sta per sparire dalla scena. E’ qualcosa per cui di norma non si dovrebbe gioire. Anzi. Non si dovrebbe mai essere contenti di una cosa del genere. Ma ci sono iniziative (pseudo)editoriali che non meritano di rimanere sulla piazza. Gente che paga tre euro lordi al pezzo. Ammesso che paghi. E che pretende dai collaboratori le stesse prestazioni di un redattore. Di (pseudo)aziende così ce ne sono tante. Troppe. Usano il tesserino da pubblicista come specchietto per le allodole. Ti promettono questo inutile straccetto di carta, e intanto ti usano. Ti consumano. E se a la ruota gira bene fanno soldi alle tue spalle. Anzi, sulle tue spalle.

Mi sono messo nelle loro mani mentre ero in attesa di un altro lavoro. Un lavoro vero. Ho voluto provare, al grido di meglio questo che niente. Sbagliavo. Meglio niente che questo, mi sarei dovuto dire. Perché mettendomi al servizio di questi (pseudo)editori ho alimentato un sistema deviato. Così facendo ho dato man forte a uno schiavismo soft che sta distruggendo un mestiere. Il mio. Il nostro. Che poi con tre euro lordi ci ripaghi appena la corrente elettrica che ti serve per tenere acceso il pc, e magari ci scappa pure la sigaretta che fumerai inevitabilmente dopo esserti spremuto le meningi. Snervato dalla consapevolezza di aver bruciato le tue sinapsi per tre fottutissimi euro. Lordi, per di più.

Ma lassù un dio c’è. E’ vero, ora una manciata di redattori sottopagati perderà il posto. E per loro, no, non gioisco affatto. Anzi, mi dispiace. Sono convinto, però, che adesso questi colleghi abbiano una grande occasione per rilanciarsi. Una rinascita umana, ancor prima che professionale. Un trampolino verso un futuro migliore e meno degradante. Mentre certi editori non meritano nient’altro che il baratro. Ci vuole karma. E sangue freddo. Alla fine tutti i nodi vengono al pettine.

La gravità mi fa male lo so

16 gen

Finocchi lessi. Carote, carciofi e qualche zucchina. Con in mezzo appena qualche residuo di pasta. Ma senza esagerare. Ormai a pranzo si fa sul serio. Il Natale ha trasformato tutti in panettoni, con i brufoli da sovraccarico digestivo a fare da uvetta. E alla mensa della redazione (un tavolo rettangolare su cui ognuno consuma le cose che si porta da casa) si sta molto più attenti a cosa si mangia. Finocchi lessi. Carote, carciofi e qualche zucchina. Con in mezzo appena qualche residuo di pasta. Poi sono arrivato io. Mezzo pollo arrosto, con patate iper-salate al momento dalla simpatica signora della gastronomia ambulante, che ogni volta s’impegna insieme al suo gentilissimo marito a minare la mia traballante pressione arteriosa. Precaria, direi. Pure lei.

Tutti a mangiar sano. E io che mi strafogo. Il fatto è che me lo posso permettere. Cioè, voglio dire, i quattro euro e quaranta da dare alla signora ancora riesco a racimolarli. E se invece che al portafogli guardassi al mio girovita (da me rinonimato giroeternità per ovvie ragioni di circonferenza) sarei comunque della stessa identica opinione. Me lo posso permettere. Mi guardo allo specchio. Sembro il porcellino salvadanaio. Quindi posso.

A consolarmi, stamattina, una voce amica. Diciamo.
KronaKus, ma da quando sei arrivato qui sei forse ingrassato? Ti ho visto passare, prima. C’ho pensato e te l’ho voluto dire. E’ che quest’estate eri tutto bello massiccio. Invece adesso..
Zitto e incassa. Anzi, zitto e ingoia. E quindi ingrassa. Ancora. La voce amica era nientemeno che quella della direttrice. La mia proverbiale difficoltà a trattare con i potenti mi ha portato ad avere con lei un rapporto poco più che professionale. Si parla pressoché di lavoro. E poi di lavoro. E quando capita si discute pure di lavoro. Ma adesso abbiamo trovato una variante, grazie alla mia ciccia inserita a tradimento nel nostro risicatissimo repertorio.

Io nella vita ho sbagliato tutto (sarà forse per questo che mi si è allargata?). Non dovevo fare il giornalista. Dovevo fare l’aerobico. E’ quello l’unico lavoro di cui ho bisogno.

Durante il pranzo ognuno ha sbandierato i due ingredienti a testa utilizzati per preparare il proprio piatto smilzo. La più magra di tutta la redazione è quella dei finocchi lessi. Di questo passo sparirà del tutto. Io glielo dico sempre: Così verrai licenziata per assenteismo! Ma le orecchie le sono già sparite. Perciò non mi sente, ed è come parlare al vento. Che è comunque più grasso di lei. Pure se è vento secco.
Dopo aver elencato le ricette ipocaloriche di oggi, i colleghi hanno cominciato a scambiarsi sguardi compiaciuti. Avevano appena realizzato quanto fossero bravi e ligi al dovere, determinati a contrastare gli effetti ingrassanti delle feste. Poi, di colpo, la lobby del grissino integrale si è girata tutta verso di me. Mi sono sentito come un cinghiale sotto assedio. Con le ganasce piene a mo’ di criceto ho coperto il mio piatto col braccio. Ho provato a far credere loro che quello nel mio piatto fosse un pollo di soia, e che oggi il mais transgenico è così grosso da sembrare una patata. Ma niente da fare. Erano già così imbottiti di finocchi che non sono riuscito a infinocchiarli.

Alla fine sono andato in bagno a lavarmi la forchetta. Avevo la pancia piena di cibo e la testa traboccante di sensi di colpa. Ma d’altronde io non c’entro nulla. Io sono la vittima. La scorsa estate ero massiccio, non grasso. Muscoloso, non flaccido. Ma la forza di gravità non l’ho inventata io, ed è evidente come qui al nord si faccia sentire di più. Se i pettorali mi son scesi nell’addome è un fatto assolutamente naturale.

Poi sono tornato a prendere le mie cose nella non-mensa di redazione. C’era la signora Insu Lina, in ritardo sulla tabella di marcia, che si stava divorando una poderosa porzione di lasagne al ragù. Finalmente qualcuno che fa sul serio, mi sono detto. Qualcuno che mangia come si deve. E’ che lei se lo può permettere, e non deve nemmeno fare battute su portafogli e salvadanai. E dire che io ho vent’anni di meno. Non dovrei essere ridotto così, a perdere certi confronti. A essere costretto, in così tenera età, a rinunciare pure all’acqua gassata. Vuoi?, mi ha chiesto lei. No, ho risposto io. Quella roba gonfia.

Finché la barca va

12 gen

Io odio il mio corpo. Nel senso che ogni due anni si becca un raffreddore, una tosse che sembra non volersene più andare, una febbricciola. Io odio il mio corpo, ma è l’unico che ho. E poi a forza di starci insieme mi ci sono affezionato. Talmente affezionato che ormai lo amo. Sì. Io amo il mio corpo. Anche se ogni due anni si becca un raffreddore, una tosse che sembra non volersene più andare, una febbricciola. Lo amo, e non perché è l’unico che ho, non perché è una vita che devo convinvere con lui sotto lo stesso tetto di capelli. Lo amo e basta. Così come amo la mia mente. Anche se ogni due ore si becca un raffreddore, e io finisco per starnutire cazzate su cazzate. La amo, e me ne devo prendere cura.

Per via di una mezza influenza sono rinchiuso dentro queste quattro mura color lilla (erano già così, lo giuro) da ormai quasi tre giorni. E sento che mi sta abbandonando, la mia mente. Si è fatta precaria. E per questo devo uscire, prendere una boccata d’aria. E’ precaria, sì, proprio come me. Sarà per questo che la amo. Perché in fondo io e lei siamo sulla stessa traballante barca.

La cecità ti fa male lo so

12 gen

Perdo diottrie come Pupo perde al gioco. E no, l’autoerotismo non c’entra. E’ che giornalista fa rima con problemi di vista. Con lenti a cont(r)atto (mensili, quindicinali, talvolta giornaliere, e tutte a progetto: vederci meglio), occhiali spessi e volentieri, forse cecità. Soprattutto oggi che le agenzie si leggono da uno schermo. Le si reimpasta da dietro uno schermo. Le notizie si scrivono su un monitor, e quindi uno schermo. Da uno schermo le si rilegge, le si impagina, per poi rimetterle in circolo. Per mandarle in stampa, quindi, oppure sul web. Cioè per metterle a disposizione dell’utente. Per fargliele leggere da un computer, un tablet, uno smartphone. Insomma, da uno schermo.

Ho approfittato delle due settimane di libertà vigilata del periodo natalizio per tornare dal mio oculista. Dopo quattro anni. In realtà è dalla scorsa primavera che lamento un calo della vista. Nel frattempo sono andato da una dottoressa incompetente della mutua, che ha minimizzato alla grande. Mi ha detto che non mi è affatto calata, e mi ha dato delle gocce idratanti per gli occhi da prendere ad vitam. Mai messe. Non le ho mai creduto. La settimana scorsa, invece, il mio oculista di fiducia mi ha dato il triste verdetto, mettendo fine a preoccupazioni e sospetti. Mi è calata, sì. Ci vedo meno da entrambi gli occhi. Niente di grave, ma sì, qualcosa è cambiato. La signora della mutua le sue gocce se le può pure tenere. Magari ci allunga il Vagisil. E ci si idrata quelchedicoìo.

Ora ho un paio di occhiali nuovi. Insomma, le lenti sono nuove. La montatura no. Ho evitato una spesa inutile, dai. Ho pur sempre una famiglia monopersona da mantenere (cioè me stesso). E poco fa mi sono affacciato dal terrazzo di casa, qui dalla mia singola piazzata nella periferia-ma-non-troppo della Metropoli a Gas. Mi sono guardato intorno. Il mondo è cambiato. Ora è in HD. Lo vedo in alta definizione. E mi domando perché cazzo abbiano tolto proprio adesso il manifesto col culo di Belen da davanti il portone. Avrei accettato anche quello dell’Esselunga con le prugne in offerta. E invece, dico io, proprio la faccia da pirla di Maroni mi ci dovevano mettere?!

Il mio regalo di Natale

10 gen

Ho saputo cose che si sapevano già, ma saperle ancora nuoce gravemente alla salute. Mentale. La mia. La Baia delle Zanzare, la città in cui sono nato e in cui ho vissuto per oltre ventotto anni, vive di fumo. Io, invece, vivo di fumetti. Siamo troppo diversi per poter continuare a fingere di star bene insieme. Prima o poi uno dei due si farebbe male. Non è amore questo. Non uno di quelli puliti, sani. Lei si è scelta i suoi re. Ha scelto di essere plebea tra patrizi dediti soltanto ai loro porci comodi. Ha scelto di diventare lo specchio salmastro della solita Italietta, dove tutto si aggiusta con una parola infilata nel buco più adatto. Le supposte verbali raggiungono sempre il compromesso. E compromettono noi.

La mia Baia delle Zanzare è l’emblema della provincia. Della piccola provincia, pur non essendo poi così piccola. Per le sue vie qualcuno si finge metropolitano, cosmopolita. Ma l’abito non fa il monaco. Tutt’al più il fighetto, il bello senz’anima. Tutt’al più. Mentre sono in atto faide tra pseudo-imprenditori, la politica vigente è quella del sottobanco, e la stampa locale si ritrova a fare eco allo schifo. Uno schifo vestito a festa.

Io non sono un eroe armato di penna e tastiera. Non sono l’aggiustatutto del pressapochismo imperante. Sapere che la mia vita, ormai, è lontana da tutto questo mi dà sollievo. Mi fa star bene. E’ il mio regalo di Natale. Anche se in ritardo.

+6

19 dic

Anni. Sì, come no. Sarebbe stato bello. Anche se a dirla tutta me ne sarebbe bastato uno. Un anno pieno di contratto. Invece mi è stato concesso un anno dimezzato, un po’ come quel famoso Visconte diviso a metà. Non è più tempo di nobiltà, se non per quella d’animo. Che bisogna saper mantenere integra a dispetto delle circostanze. Ma io sono contento, molto contento. Mi hanno concesso altri sei mesi di lavoro, che oggi è oro che luccica, Ferrara che cola. Poi – mi han detto – vedremo il budget e blablablà. Il futuro è tutto da vedere. Il presente, invece, è fatto di riconferme sudate su montagne di pagine da scrivere e coordinare. Di traguardi raggiunti in anticipo nonostante il vento contro. Di rivincite, soprattutto con se stessi. Dal canto suo, il passato è della stessa materia dell’incomprensione. Dei tempi saturi, pieni fino a scoppiare, da organizzare come meglio si può. Degli orologi impazziti da sincronizzare. Delle parole da sputare fuori come una macchina del gelato a cui si è rotto il tasto off. Ora so che passerò un buon Natale. Anche se penserò inevitabilmente ai pezzi persi per strada. Ai colleghi che hanno preso altre strade, per scelta o per condizione. Perché la nobiltà, dicevo, è tutta un’altra cosa.

Level 2

19 dic

Ultimamente i miei hanno ripreso un po’ a litigare. A volte gli capita. Come fosse sport, un’attività fisica che tempra il fisico e rallenta gli effetti dell’invecchiamento. Ognuno si mantiene giovane come può. La cosa buffa è che con me a debita distanza le cose solitamente vanno meglio. Ma ogni tanto la vena si chiude, e allora e uno e due e tre e quattro. Anche se da cinque mesi sono lontano da casa, qui nella Metropoli a Gas a terminare il mio primo contratto da redattore. Ma l’aerobica del bisticcio riprende forma all’improvviso. Step by step. Da oggi, però, hanno un motivo in più per fare pace. E per una volta è merito mio, a prescindere da quanto stia distante. Il segreto è la notizia, fresca fresca di giornata. Cioè che dovranno assolutamente essere in pace tra loro per il prossimo anniversario di matrimonio. Il 29 giugno 2013. Certo, ancora c’è tempo, ma è meglio giocare d’anticipo. Quello sarà un giorno importante. Una doppia celebrazione. Loro festeggeranno i trentatré anni insieme (oh, Cristo!). E io la fine del mio secondo contratto.

Sì, me l’hanno rinnovato!

Da consumarmi preferibilmente entro il (2)

17 dic

Stamattina. Ero ancora mezzo nudo quando mi hanno telefonato per avvisarmi dei pinguini che avrei trovato in redazione. Sentirmi dire di portarmi un secondo maglione per il freddo che avrei patito non è stato proprio il modo migliore per svegliarmi. Soprattutto perché ero appena uscito dalla doccia, mi dovevo ancora vestire e, diciamolo, non è propriamente Ferragosto. Senza contare che davanti a me vedo finalmente una luce (di Natale) in fondo al tunnel, e la mia voglia di andare a lavoro, oggi, era pari alla simpatia che gli esodati provano per la Fornero. Così al telefono ho sentito come un brivido doppio lungo la schiena. D’altronde in redazione era finito il gasolio, e questo poteva significare soltanto una cosa. Niente riscaldamento.

Ok, il mio contratto è al capolinea. Ma non mi aspettavo il trasferimento in Groenlandia così da un momento all’altro. E ok, l’ho paragonato a uno yogurt in scadenza, ma non c’era bisogno di mettere lui (e tutto me stesso) dentro una sorta di cella frigorifera.

Per tutta la mattina ho premuto i tasti del Mac a trecento all’ora, per non ritrovarmi dieci polaretti al gusto carne al posto delle dita. Poi il pranzo aziendale pre-natalizio. La direttrice ci ha offerto un pasto caldo nel suo solito locale di fiducia. Il tutto innaffiato con vino e champagne finale (nella Metropoli a Gas hanno strani irrigatori a forma di damigiana). A un certo punto il freddo accumulato in redazione era sparito. Non tanto perché in quel bar c’era un impianto di riscaldamento funzionante, ma probabilmente per l’alcol ingurgitato. Tanto la prospettiva era quella di tornare al volo in redazione per poi andare a casa presto, per non ammalarci proprio adesso che stanno per cominciare le feste. Abbiamo brindato. Chi al Natale. Chi al suo nuovo inizio. Chi ai Maya. E io lì, con il mio calice in mano. A dire cin cin per un contratto che non c’è, ma che se ci fosse mi farebbe passare un buon Natale. Senza dovermi organizzare un nuovo inizio. E senza costringermi a credere che i Maya, in fondo, avessero ragione in pieno. Perché venerdì questo mio mondo di parole e dita congelate potrebbe finire davvero.

Da consumarmi preferibilmente entro il

16 dic

Sono un giornalista con contratto yogurt. Mi scade in settimana. Vediamo di fare un attimo di spesa, eh.

Il pupazzo di neve non si mangia (2)

14 dic

Ho messo la camicia per gniente. Ma gniente gniente. Gli uomini che stanno sopra di me (non è come sembra) hanno visto due fiocchi di neve e hanno deciso di non scendere. E’ che si sa, la neve se ne frega dei contratti in scadenza. E allora eccoci qua, ad aspettare ancora. E ancora. E ancora. Oggi non si è deciso un bel gniente. Tutto rimandato alla prossima settimana. Di ‘sto passo il contratto me lo metteranno sotto l’albero. Meglio così. Almeno posso aspettarmi grandi cose. Perché a Natale, si sa, siamo tutti più buoni. E giusto quelli mi piacerebbe avere. Proprio quelli. I buoni. Quelli che fanno tanto figo quando al supermercato la cassiera ti chiede: Contanti o bancomat? E tu: Eh no, dolcezza. Ho i buoni, io! Li voglio, cazzo. Così evito di cucinarmi gli spaghetti al basilico all’una e un quarto della notte, come l’ultima volta. Che poi a mezzogiorno mi arriva in stanza la Cacciatrice di Pixel, a intimarmi di andare fuori a mangiare una pizza con lei e gli altri colleghi. E io mi ritrovo ad andarci con la neve e tutto, le scarpe rotte come la Befana e quella voglia di spaghetti rimasta sul gozzo dalla sera prima. Poi, visto il pranzo in esterna, finisce che li dimentico nel frigo della redazione, e che me li devo far riportare a casa da una collega gentilissima che passa dalle mie parti, per far sì che non marciscano durante il weekend (tratto da una storia vera).

Ripenso al ristorante, al momento in cui bisogna pagare. Gli altri coi buoni, io con i contanti (per una pizza e una birra il bancomat mi sembra eccessivo). In testa il terrore che possa andare così per tutto un altro anno. Che i buoni restino un’incognita. Un po’ come il nuovo contratto.

Mi hanno detto di non pensarci. Che è così che va. Che i capi fanno il bello e il cattivo tempo. A lasciarmi perplesso è proprio il fatto che il cattivo tempo li spaventi così. Peggio per loro, non mi vedranno mai con la camicia. Io un’altra nell’armadio non ce l’ho ho. E questa già puzza di sudore.

Il pupazzo di neve non si mangia

14 dic

Ritrovarsi le macchine bianche e non accorgersi di nulla. Ritrovarsi che è mezzanotte e qualcosa, e accorgersi di poco o nulla. Ritrovarsi a essere soltanto un numero, e non accorgersi di nulla. Ritrovarsi a smettere, a smettere di ritrovarsi. E non accorgersi di nulla.

La neve bianca scende per coprire il grigio. Diamo la colpa alla città, ma no, non è Milano. Siamo noi ad aver perso i colori. E non è stato Dio a sbagliare candeggio. Siamo lo specchio della nostra pochezza, l’espressione di una vana forma di disumana umanità. Siamo piccioni in attesa di un pane stantìo. Le brioches se le terranno per loro. Tutt’al più, diranno, che mangino la neve.

Tra poche ore sarà il mio Maya-Day, quello in cui saprò se c’è ancora un contratto per me. Io so di aver fatto il mio dovere. Me ne sto qua, con l’orgoglio in una mano e la dignità nell’altra. E non ho nemmeno un po’ di ansia.

La mia apocalisse

13 dic

Venerdì. Dico solo questo. Venerdì. Domani. Dico solo questo. Domani. Il mio giorno del giudizio. Ho i miei Maya personali, io. E dato che sto loro sul cazzo hanno deciso di anticipare le cose. Per me. Per me e basta. Così, ad personam. Come una legge del Pdl. Venerdì, cioè domani, conoscerò la mia sorte. Saprò se il mio prossimo anno sarà intenso oppure sabbatico, pieno oppure vuoto. Insomma, se lavorerò oppure no. Il mio contratto è come uno yogurt che cambia colore. Sta per scadere. E del doman non v’è certezza.  I miei Maya lo sanno. Così domani sarà la mia apocalisse. La fine del mondo, la fine di un mondo. Che poi è sempre l’inizio di un altro. A fare la differenza saranno gli zeri sul conto in banca.

Apoliticalisse

12 dic

Mi hanno chiesto di scrivere un pezzo su come la gente trascorrerà la giornata del 21 dicembre. L’ultima di sempre, secondo le profezie Maya. Impresa ardua. Mi hanno suggerito di mettere Twitter al setaccio, per dare la caccia alle intenzioni pre-apocalittiche di vip e non solo. Ma non è mica semplice. Provate voi a cercare qualcosa di pertinente, quando la maggior parte degli utenti usa l’hashtag #maya per parlare del ritorno in campo di Berlusconi!!

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Se il sabato si lavora io dico «a me mi»

1 dic

Sabato mattina. In redazione. Una cosa molto pericolosa. No, dopo una settimana di lavoro intensa come quella che sta per chiudersi non è proprio il caso di infierire anche il sabato mattina. Non è mancanza di voglia, ma di presenza mentale. Assenza, più che altro. Incapacità di concentrazione, con le facoltà intellettive spremute già all’osso. Poi chissà cosa potrebbe succedere. Chissà quali sviste. Chissà quali cazzate potrebbero finire in pagina. No, non è proprio il caso. Potrei sbagliare di tutto. Tipo scambiare I signori della fuga con I signori della figa. Che beati loro, sì. Ma a me mi licenziano.

Requiem for a job (2)

12 nov

Giuro che il post di ieri l’ho scritto senza sapere niente riguardo al video che segue. Ringrazio i coinquilini per la doverosa e puntuale segnalazione (anche se all’ora di pranzo stavano guardando Giletti in cucina, e io sono stato seriamente tentato di saltare il pasto). Ora sappiamo che i colleghi di Studio Aperto soffrono della cosiddetta sindrome di Smallville. Chiedo scusa ai kryptoniani a nome della categoria.

Requiem for a job

11 nov

Dicono che il nostro mestiere stia morendo. Sì, io lo chiamo mestiere, anche se i dotti preferiscono definirla una professione. No. E’ vero, serve cultura, una preparazione teorica. Me l’hanno insegnato a scuola, ma io non c’ho mai creduto. Ho sempre pensato che la definizione fosse giusta, ma riduttiva. Mestiere rende meglio l’idea. Dà un senso di bottega. Di artigianato verbale. Di penne che si affinano come coltelli. Piano piano. Limandole pezzo dopo pezzo, dove pezzo sta per articolo. Serve conoscenza, ma anche mano. E man mano la mano si fa. Man mano. Pian piano. Giorno dopo giorno. Senza divagare. Come sto facendo ora. Cribbio. Che cazzo stavo dicendo?!

Vabè.

Dicono che il nostro mestiere stia morendo (ecco). Dicono che un giorno non ci sarà più bisogno di noi giornalisti. Che il cittadino comune andrà in Comune, e capterà le notizie che poi metterà belle belle sul suo blog. Che il cittadino di provincia andrà in Provincia. Che il cittadino della regione andrà in Regione. Che il cittadino andrà allo Stato, vedrà in che stato sta lo Stato e dopo esserci stato tornerà a casa rassegnato e con le coda tra le gambe. Ecco, mi sono perso di nuovo.

Vabè.

E’ un post difficile. Complesso. Non è facile parlare di corriere al capolinea. Ma è più facile simulare un refuso per farvi rendere conto di quanta importanza abbia anche una singola vocale. Che serve gente che le sappia gestire, le vocali. Che faccia questo dalla mattina alla sera, e qualche volta anche dalla sera alla mattina. Qualcuno che lavori di parole e con le parole. Che le limi. Man mano. Pian piano. Giorno dopo giorno. Che siete tutti bravi a dare le notizie, ma in pochi sapete darle nel modo giusto.

Vabè.

Poi ti guardi Studio Aperto. E ti viene viene da buttare questo post nel cestino di WordPress.

Buon Natale un cazzo

9 nov

Metti la foto, togli la foto. Metti la dida, cambia la dida. Scrivi la messa in onda, correggi la messa in onda. E poi le programmazioni fantasma. Il 3D che compare, scompare, riappare quando gli pare. E ti pare che poi non riappare, scompare, riappare quando cazzo gli pare? Le locandine s’invertono. I titoli s’accartocciano come lamiere in un crash test. Allarga gli spazi. Stringili. Riallargali. Le tue pagine sono come culi sul cesso in piena attività.

Tutto questo casino per una doppia pagina sui programmi natalizi per bambini.

Io so soltanto che stasera mi taglierò le palle, mentre la grafica che mi è stata dietro tutto il tempo si annoderà accuratamente le tube. Di bambini non ne vogliamo più sentire nemmeno parlare. E so anche che non ho mai retto il disfattismo cinico di chi dice di odiare il Natale. Ma io, dopo questa giornata d’inferno redazionale, sto aspettando soltanto d’incontrare uno di quei Babbi rampicanti che si trovano su certi terrazzi. Ho già il bazooka carico. E non il bazooka che spera lui.

Glugluglù

1 nov

Sono stufo di questa società del caffè. Tutti che corrono, mentre le mete invece si allontanano. Tutti presi da una fretta immotivata. Dall’agitazione. Dalla frenesia. Dalle scadenze. Dalle pressioni più o meno fiscali. E dal lavoro. Sì, il lavoro. Quella cosa che un tempo dicevo di non sapere cosa fosse. Ci scherzavo su. Chiedevo se per caso non fosse una cosa da mangiare (sì, già nel primo post!). Di recente, invece, ho scoperto che è qualcosa che da mangiare te lo dà. Che senza di quello o sei figlio di papà (e possibilimente anche di mamma) oppure sei out. Disoccupato e senza money. Condannato dalla società del caffè a dormire alla stazione Lambrate dentro a un sacco. A pelo, se proprio hai uno straccio di buona stella. Altrimenti buonanotte e salutami il generale Inverno. Quello che è alle porte. Spalancate. E fa sempre più corrente.

Sono stanco, sì, di questa società del caffè. Oggi è festa, e anche se sto lavorando per me è festa davvero. Perché era da tempo che non mi sentivo così, che non sentivo le parole fluire fuori con questa leggerezza. Con questa facilità. In teoria oggi è vacanza, ma in pratica mi sto portando avanti con alcuni pezzi per evitare che domani mi dicano che no, non posso farmi la mia trasferta di lavoro a Lucca Comics. Un piccolo sogno. Andare nella capitale italiana del fumetto con un incarico preciso (più o meno) e una promessa di fondo. Il rimborso di tutte le spese. Speriamo bene. E m’incazzerei se all’ultimo momento non potessi andarci per via della chiusura ormai imminente del prossimo numero. Così mi avvantaggio. E lo sto facendo alla grande. Partorisco pezzi, e senza il benché minimo travaglio. Lo stesso dicasi per questo post, che sto scrivendo come se stessi bevendo acqua di sorgente. Glugluglù.

Sarà che oggi sono libero, e che per questo ho la mente più sgombra. Sarà che non ho la mia ventiquattrore al collo, ma ventiquattr’ore sul palmo della mano da gestire finalmente come se fosse roba mia. Stamattina, poi, mi sono fatto un tè verde. Non succedeva da una vita. E quell’intruglio portentoso, si sa, mi ha sempre dato una gran carica. Senza agitarmi. Senza mettermi addosso un senso di fretta. Ecco. Per le primarie dell’umanità che lavora propongo l’instaurazione di una nuova civiltà. Addio società del caffè. I tempi sono maturi. Ora tocca alla società del tè verde. Votatelo. Che è buono qui, è buono qui. E dove cazzo vi pare.

Politically uncorrect

25 ott

E i sogni non contano più. Qua siamo tutti pollastri da spennare. Qualche volta, poi, capita pure che si lavori. Ma solo qualche volta, eh. Si lavora così, come pennuti in batteria. Il tacchino glugluglù, il gallo co.co.prò. E il pulcino Pio, il pulcino Pio.

Però è tutta colpa nostra. Dovremmo accontentarci, noi. Siamo macchine, mica anime infilate dentro dei corpi. Siamo giovanotti da codice binario. O così o Pomì. E vaffanculo ai sogni. Che no, non contano più un cazzo. Non più di certi contratti. Patti col diavolo, in un sistema in cui i ministri di mestiere fanno gli ammazza-speranze. Certe parole sono prive di rispetto. E certa gente è buona soltanto a fare manovre. Tutte rigorosamente contromano.

Questo post è troppo lungo

24 ott

Ci chiedono testi sempre più corti. Zac. Zac. Addio segni verbali. Ne resterà soltanto uno. Il capolettera. Forse.

Ano sabbatico

16 ott

Di fronte alla redazione c’è una delle tante sedi universitarie della zona. Un ragazzo esce dal portone principale. Dal nulla si leva un coro di gente impazzita. Così, all’improvviso. Cantano. Cantano tutti. E lui subisce.

Dottoooree.. dottoooree… dottore nel buco del cul!!















MA LI SENTIII?! TORNA DENTRO, STRONZO! TORNA DENTRO, ALMENO TU, FINCHE’ SEI ANCORA IN TEMPO!! NON SAI COSA TI ASPETTA, QUA FUORIII!!!

Niente. E’ uscito. E dire che quella canzone del cazzo era già un bell’indizio.

L’Imu-rtacci!!

10 ott

Ho ricevuto un pacco in redazione. A nome mio. E non ho il coraggio di aprirlo. Forse è una bomba, un attentato. O forse qualcosa di peggio. La consapevolezza che ormai questo posto sia diventato la mia seconda casa.

Apocalypse Now

4 ott

I Maya sono cecchini con il mirino di precisione. Altro che fine del mondo. Quei bastardi tornati d’attualità direttamente dal passato sanno bene contro chi rivolgere le loro fottute profezie. Sanno benissimo a chi portare iella. L’apocalisse è una cosa seria, perciò evitiamo di scherzare. Evitiamo di dire cazzate: il giorno del giudizio sta arrivando davvero. Ma non sarà per tutti. L’obiettivo di quel cazzo di mirino siamo noi giornalisti, talmente prossimi all’estinzione che in confronto i panda sono i cinesi della Terra (in senso demografico, non per le origini). Ogni giorno se ne sentono di cotte e di crude, altro che Clerici, Parodi e tutto il loro ricettario per aspiranti obesi.

Io sono fortunato. Io ho un contratto che per ora non mi fa vedere la luce oltre la fine del 2012, ma almeno ce l’ho. Intorno a me c’è un mondo che muore, porca mayala. I cronisti sono sempre di più, i posti di lavoro, invece, sono sempre di meno. Il problema, poi, è che spesso ci si piega alle logiche imposte da un mercato che con la dignità dell’uomo (e della donna) ci fa al massimo i gargarismi. E non vi dico da dove. Oggi molti aspiranti giornalisti scrivono per visibilità. Molti li contestano, di certo a ragione. Io però li capisco. Sarà perché l’ho fatto anche io. Ho scritto per giornaletti e sitarelli che tutt’al più con il mio conto in banca hanno giocato al ribasso (c’erano pur sempre da pagare internet e la corrente per tenere acceso il pc). Ma in un questo Paese di coglioni c’è ancora chi i coglioni sa quando è ora di tirarli fuori. Gente come Gaetano Gorgoni. Perché il mondo ha sempre bisogno di eroi. Pure mentre muore.

Il pendolare del lunedì mattina

1 ott

Devo smetterla di fare certe alzatacce, o prima o poi farò questa fine.

E il settimo giorno Dio s’incazzò

26 set

Siamo in ritardo. Con questo numero siamo in netto ritardo. Non ci arrivano gli highlights dai canali, e questo se lavori in un giornale che parla di tv significa che puoi anche stare a casa a dormire come un ghiro dando la colpa al cambio di stagione. E poi il magazine cambia faccia, pelle. Forse tette. Solo che il chirurgo plastico sta ancora pensando a dove piazzare i capezzoli. Un altro modo per far tardi. Un’altra scusa per la pennichella.

In redazione si cerca comunque di non perdere tempo. Si ritoccano i timoni, si fissa il numerino che segnala le mail in arrivo come se potesse cambiarti la giornata (e in effetti un po’ è così), si organizzano interviste che finiranno su pagine che per ora hanno la stessa consistenza del Pd. E allora già si pensa ai weekend prossimi venturi, a come molto probabilmente dovremo passarli tra queste quattro mura che si stanno facendo sempre più fredde (nella Metropoli a Gas si corre talmente tanto che siamo già arrivati al primo sputo d’inverno).

Allora, cominciamo a contare. Quanti sabati prevedete di lavorare questo mese?, ho chiesto ai colleghi redattori con una punta d’ironia. La risposta, però, non mi è piaciuta per niente. Sabati? Io direi di cominciare a contare le domeniche!!

E il settimo giorno Dio s’incazzò.

Evabèh!

6 set

Devo avere qualche problema con i dittatori. Voglio dire, chi non ne avrebbe? E’ che io ne ho di più strani rispetto a tutti gli altri. Non sono stato schiavizzato, mutilato,trucidato o chissà quale altra parola che finisce con ato. No. Il mio problema con i dittatori è di tipo professionale. E’ che quando mescolo le parole per parlare di loro faccio sempre qualche danno.

L’altra volta, scrivendo di Bin Laden, ho rischiato di sputtanare il lavoretto che avevo sventolando ai quattro venti che Mister Bin era stato trovato dentro una grotta. Questa volta a crearmi grattacapi è stato nientemeno che Hitler (eh sì, ho dei seri problemi a scegliermi gli amici). Per raccontare di un documentario su di lui e sui suoi amichetti terzoreichisti ho fatto un attacco citando i Litfiba e la loro tesi della grassa bugia riferita alla storia. Secondo me calzava, dato che il programma parla di lati nascosti, di verità mai rivelate. Insu Lina (dovrò smetterla di chiamarla prima per cognome..), che è la mia caposervizio, non c’ha messo neppure le mani. Forse le andava bene. Di certo alla direttrice no. Le è parso inadeguato fare un attacco del genere, con l’estratto di una canzone presa in prestito da una rock band italiana quando si parla di Olocausto e dintorni. Capisco. In un quarto d’ora c’ho messo una pezza, tirando fuori una pantomima su come la storia, però, non sia così lineare come c’insegnano a scuola.

Il problema è stata più che altro la didascalia della foto relativa a quel pezzo. Raffigurati c’erano il buon (?!) Fuhrer e la sua storica compagna. Insu Lina me l’aveva detto. Non puoi scrivere soltanto “Hitler”, metti anche il nome di lei. E poi mi ha ricordato come si chiamava. Bene. L’ho fatto. E’ passato un giorno e il Maestro, il nostro venerabile (e auto-venerante, o così dicono) art director, è venuto da me per farmi notare il mio errore madornale. Guarda come l’hai scritto, ‘sto nome. Non è Eva Brown – ha detto – ma Eva Braun. Come la marca del rasoio.

E’ che faccio fatica ad associare una donna a un rasoio, ho risposto io. Ma questo non mi ha scagionato. Ha detto che sono spiritoso, ma che ho fatto comunque una cazzata. Quanto successo conferma la mia proverbiale ignoranza (d’altronde il giornalista è per definizione “colui che non sa ma fa finta di sapere”). E non me ne voglia la signora Marron, e se ho scritto il suo cognome come fosse il colore della cagarella. Non l’ho fatto apposta. E’ che io ho problemi con i dittatori. La prossima volta che si sposi il Dalai Lama.

La linea d’ombra

28 ago

Più al centro di quel che pensassi. Il mio pensiero vola, è per questo che mi hanno chiamato. Per elaborare oltre l’elaborato. Per volare oltre il volato. Ma il mio pensiero se ne sta più al centro di quel che pensassi. Credevo fosse laterale, lateralissimo. Forse lo è, ma non ancora dove e come servirebbe.

Creo. Se questo blog esiste è perché creo. Lo faccio da sempre, perlomeno lo faccio da tempo. Perché creare è un po’ vivere, e io senza vita sarei un uomo morto (segue raspatina). Lateralizzo il pensiero, ma ancora non basta. Mi sento il supersayan del giornalismo, chiamato a combattere un grande nemico perché come guerriero ha dimostrato di avere delle doti. Ma no, ancora non basta. Il nuovo avversario è forte, temibile. Temibilissimo. Servirebbe un aumento dell’energia, un incremento del potere. Un passaggio di livello. E una testa ossigenata sbucata fuori all’improvviso.

Servono idee, KronaKus, mi avevano detto al colloquio. Ma nonostante gli sforzi le idee giuste ancora scarseggiano. Lo si vede dal confronto a fine timone tra me e chi ha l’ultima parola. La penultima, dai, che dove lavoro io è il cliente a fare il bello e il cattivo tempo. E nel mio lavoro non è vero che è sempre lui ad avere ragione. Ma questa è un’altra storia.

Il fatto è che credo di star facendo chissà che. Poi, puntuale, arriva la sveglia. Questo sì, questo no, questo no e questo no. Anche se quest’altro si. Però quest’altro no. Siamo già al secondo giro di giostra, e ancora non ci siamo. Lo scorso mese ho proposto delle cose. Andavano bene, ma con riserva. Ci si vuole spingere sempre più in alto, e vuoi o non vuoi è giusto così. Questo mese ho proposto più cose, ma sempre dello stesso genere. Pezzo portante con box, pezzo portante con schede di personaggi simili tra loro, persino personaggi simili tra loro ma senza pezzo portante. Poi è finita che non erano nemmeno così tanto simili, e allora tanti saluti.

Mi accorgo di ragionare come se questo fosse ancora il quindicinale della scuola di giornalismo. Invece è una rivista popular, parola di chi detiene l’ultima parola. Ok, la penultima. Ma è tutt’altro che un problema. La sfida è appena cominciata. Supererò la linea d’ombra, poi vedrò cosa sarò diventato.

Constatazioni a-mare

24 ago

Ora come ora il mio unico rapporto col mare è che una volta al mese stringo in mano un timone*.

(*in gergo giornalistico si tratta del progetto pagina per pagina di un giornale o di una parte di esso)
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