Le fatiche di KronaKus


Mi si è aperta la bottega

Come dicevo, qui alla scuola di giornalismo le cose sembrano rimaste sostanzialmente immobili. Non fosse per la scomparsa di quella sindrome da Beautiful che ha caratterizzato la prima frazione del biennio, oggi è come se stessi guardando la fotografia dello scorso anno. Ed è facile capire perché: quando c’è da lavorare sono tutti in prima fila, ma quando ci sono lezioni di teoria c’è la diaspora. Gente che non si presenta, gente che se ne va a metà pomeriggio, e gente come me che è rimasta al pc della redazione invece di salire in aula.

Ho preferito lavorare a un’altra mission impossible decisa dal direttore. Questa volta, almeno, si è trattato vagamente di un lavoro giornalistico. Dobbiamo vivisezionare lo storico discorso di Obama al Cairo e farci un articolo. Ovviamente senza copiare da qualche sito.

Noi della scuola siamo studenti, ma solo per modo di dire. Siamo tutti venticinquenni, anno più anno meno, e la nostra unica vera voglia è quella di fare. Produrre. Lavorare (lavorare?). La teoria ci serve solo per quel maledetto esame a fine praticantato (o così pensiamo), come deciso dall’ancora più maledetto Ordine dei giornalisti. Ma già da oggi il nostro sangue pompa solo per l’atto di scoprire e di scrivere delle nostre scoperte. Preferiamo la penna al manuale, l’esercizio alla spiegazione, la bottega ai banchi. Vogliamo armarci d’inchiostro per tirar fuori tutto quello che c’è. All’esame, da veri incoscienti, ci penseremo poi.



Bididibodidibù

Alacabula megicabula bididibodidibù
fa la magia tutto quel che vuoi tu
bididibodidibù

Per esempio può far sparire dalla circolazione il Burbero. Che è stato in ferie per due settimane, ma poi è tornato e dopo qualche giorno di velata umanità si è tolto le sue vesti di falso civile e si è di nuovo adeguato ai suoi standard relazionali sul modello troglodita.

“Ma abbiamo ancora uno stagista, in questa redazione?”. Mi cercava. Che tenero!
Mi ha fatto scrivere tre brevi. Anzi due, la terza l’ha dovuta togliere mentre stavo cominciando a scriverla. Poi mi ha dovuto dire qualcos’altro. Quindi mi ha cercato di nuovo.
“..Com’è che si chiama lo stagista?..”, ha chiesto ai suoi vicini di desk. Un po’ sottovoce, per quanto possa parlare sottovoce un energumeno incline al razzismo e all’intolleranza. E’ regolare che io l’abbia sentito anche da distante, e il fatto che nessuno gli abbia risposto non è buon segno. Spero fossero in altre faccende affaccendati. Perché se dopo due mesi non si ricordano il mio nome, o io sono Casper o loro hanno l’alzheimer.
Ma alla fine ha trovato lo stesso un modo carino e gentile per chiamarmi.

“Oh!!”, ha gridato il selvaggio dalla sua giungla tecnologica. Io mi sono voltato, ma lui si era già incamminato verso di me con una bacchetta in mano. Sul mio volto era già comparso un ghigno. Avevo capito che voleva “bacchettarmi” per qualcosa, ma il “come” mi faceva ridere. Anche se in fondo il suo modo di prendere le cose così alla lettera m’inquieta un po’.
La prima breve era sui nuovi autovelox che installeranno sulla statale. L’attacco chiamava per nome i marchingegni in questione, così ho titolato usando un sinonimo. Dispositivo al posto di autovelox.
“Che cazzo è dispositivo? Come si chiama quel dispositivo?”
Autovelox“, ho risposto sicuro.
“E allora scrivi autovelox!! Perché cazzo scrivi dispositivo?!”
“Perché l’ho messo anche nell’attacco”.
“Ma che cazzo ti frega dell’attacco?!? Ma sei metto a guardare l’attacco?! Un conto è il titolo e un conto è il pezzo!!”.
E un altro conto, ho provato a spiegargli, è che a distanza di una riga, tra titolo e testo, si ripeta per due volte la stessa parola. Una quisquiglia. Niente di rilevante. Niente per cui bacchettare. Niente per cui reagire con aggressività, ma se non fosse stato scontroso di default non avrei avuto motivo di chiamarlo “Burbero”. Niente per cui venire da me con una bacchetta in mano. Appoggiandola, ma molto molto piano, sul mio braccio. Fingendo di colpirmi.

Ma forse quella bacchetta era magica, in realtà. Alacabula megicabula bididibodidibù, fa la magia tutto quel che vuoi tu, bididibodidibù. E oggi posso festeggiare il mio ultimo giorno in questa redazione senza il Burbero tra i piedi, impegnato altrove per impegni sportivi. Lui, nel Borgo delle Cose Rotonde, è un’autorità del pallone, e oggi ha ben altro da fare.
Fiestaaa!
Anche se avrei ben poco da festeggiare. Per il mio pezzo, quello congelato da una settimana neanche fosse un sofficino Findus, è forse partito l’ultimo requiem.



La classe non è acqua (2)

L’altro stagista: “Almeno questa volta posso dire di aver fatto un lavoro alla fonte…”.
Io: “Più che altro, alla fontanella…”.

Siamo giovani.
Siamo sarcastici.
Siamo autoironici.
Più che i giornalisti dovremmo fare i comici.



La classe non è acqua

La classe non è acqua, e infatti qui sarebbe meglio darsi al vino. La classe non è acqua, ma non la si può bere per dimenticare. La classe non è acqua, e qui, di sorseggiare un po’ della nostra, pare che nessuno ne abbia davvero voglia.

Io l’ho scampata. Mi hanno messo a pasticciare con le agenzie per quel disgraziato del nostro sito. Disgraziato perché poco aggiornato. Disgraziato perché messo in mano a due stagisti. Ma su questo non sono nella condizione di lamentarmi. Perché non fosse per il sito non saprei proprio come passare il mio tempo in redazione. Facebook a parte.
Io l’ho scampata, dicevo. Ma il mio collega di stage direi proprio di no. A lui è toccato giocare con l’acqua. Perché a noi, il fuoco non lo fanno neanche vedere. L’hanno mandato a “prelevare” quell’antica miscela di idrogeno e ossigeno dalle principali fontane della città. La sede centrale di questo prestigioso quotidiano ha chiesto alle redazioni locali di verificare lo stato di salute dell’acqua pubblica. Il mio collega, bottigliette di plastica alla mano, ha passato il pomeriggio di fontana in fontana. E una volta tornato gli hanno consegnato un kit di strisce e cartine. Niente droga, per fortuna. Era “soltanto” il set del piccolo chimico, per improvvisare seduta stante tutta una serie di analisi sui campioni prelevati.

Lui ha provato a coinvolgere anche me. Non si sentiva troppo sicuro, e lo capisco. Ma per mia fortuna dovevo scrivere il pezzo della vita (l’ennesima cazzatella per il sito), e il caposervizio del web (un ragazzotto poco più grande di me) mi ha rispedito al desk. Loro due, invece, si sono messi a
smanettare fino a sera nel tentativo di raccapezzarci qualcosa. Di capire se quell’acqua fosse santa oppure di fogna. Sembravano due piccoli scienziati pazzi in cerca di chissà quale miracolo.

“Siamo finiti ben al di sotto della soglia della bassa manovalanza”, ha commentato più tardi lo stagista. E come dargli torto? Anche se in fondo lui è stato contento, perché non vedeva l’ora che lo mandassero a lavorare fuori da queste quattro mura. Ed è stato accontentato. Credo che la prossima volta ci penserà due volte prima di esprimere un desiderio.



Artigiano della parola

Fare interviste mi piace. E lavorarle mi fa sentire come fossi un artigiano della parola. Per questo sono contento che oggi il Fantasma Stonato mi abbia detto di scrivere il pezzo sulla fumettista con cui ho parlato la scorsa settimana. Quando lui era in ferie, e quando il Vice-qualcosa mi aveva dato l’ok per questo articolo che sarebbe dovuto andare in pagina prima del ritorno di quello spettro anacronistico del suo (e del mio) capo. Insomma, prima che tornasse il Fantasma Stonato. Ma niente da fare. Sul giornale non c’è stato abbastanza spazio, e io sto elemosinando ogni giorno (e con scarso successo) uno spazietto per piazzare il mio pezzo prima che me ne vada. Cioè dopodomani, il giorno in cui qua dentro saluterò tutti quanti. E chi si è visto si è visto.

Sì, mi ha detto di buttare giù l’articolo. Ma nemmeno oggi c’è posto per me. Ha già dovuto scartare diverse cose, perciò anche oggi passo il turno.
Meno due alla fine. Speriamo bene.



Pinguini e zanzare

Oggi fuori fa freddo, sì, ma meno di ieri. Eppure è stata una giornata da brividi, qui in redazione. Di sensazioni eterogenee, di momenti che dicono tutto e il contrario di tutto.

Stamattina il direttore si è dileguato pochi minuti dopo le 13. Mai visto: lui è uno che la redazione la molla solo se rischia la fame. O la sete. O la peste bubbonica. E già gira voce che ci sia di mezzo una donna. Bene. E se è vero che c’è un amore per tutte le stagioni, spero tanto per lui che nelle sue mutande non sia già calato l’inverno. E che là sotto, a sessantanni suonati (anche se lo stagista gliene dà molti meno), funzioni ancora tutto come si deve. Chissà, magari siamo noi infidi a pensare male, e invece il direttore ha lavorato pure nella pausa pranzo. Magari si è fatto un giro di nera. E ad andare a letto con una donna di colore, io non ci vedo proprio niente di male.

Ma son stati brividi anche per l’altro stagista. Stamattina è arrivato qui in redazione convinto che fosse il giorno del riscatto. Già da ieri aveva fissato, su consenso del Fantasma Stonato, un’intervista a un cantautore di questa città. Lui ama la musica, se si è dato al giornalismo è proprio perché vorrebbe scrivere di musica. Un’utopia. Ma non tutte le utopie vengono per nuocere.
A metà mattinata la doccia fredda: anche il redattore che si occupa della politica aveva espresso l’intenzione di fare la stessa intervista. E guai a scavalcare i cronisti di ruolo. Anche se in effetti è come se il cronista di calcio scrivesse qualcosa sul bilancio comunale. Ok la flessibilità, ma qui ci si spezza!

Siamo andati a pranzo insieme, io e l’altro stagista. Un pranzo magro: il solito baretto, che di solito è ben fornito, è stato preso d’assalto da tanti pinguini incravattati. Del resto è freddo, e io alle coincidenze non credo. E tra una fetta di rosbif e l’altro abbiamo parlato delle nostre aspettative per questo finale di stage. Finale per me, non per lui che resterà fino a metà novembre. Io invece sabato saluto tutti e me ne torno nella mia adorata Baia delle Zanzare. Anche se mi aspetto che le zanzare se ne siano già andate via tutte. (Che poi qualcuno ha mai visto pinguini e zanzare stare sotto lo stesso tetto?!)
Nel pomeriggio la smentita: il redattore del politico ha altre beghe di palazzo da dover gestire, e in fondo non si è attivato davvero per fare quell’intervista al cantautore che per domani rischia di venire bruciata dalla concorrenza. “Grazie della delicatezza, scrivila pure tu – gli ha detto il redattore – Ci mancherebbe!”. E’ stato gentilissimo. E così, salvo scossoni dell’ultimo minuto (so che stai leggendo, tieni quelle mani sulla tastiera!!), questo sarà davvero il suo giorno del riscatto.

Il mio, invece, deve ancora arrivare. “Oggi non c’è spazio – mi ha detto il Fantasma Stonato – vediamo domani”. E la mia intervista slitta ancora. E io, tra pinguini e zanzare (e nebbia ai locali a cui do del tu), finirò per diventare un asso del bob.



Con il culo in aria

Melanzane ripiene, formaggio affumicato, involtini avvolti nelle budella. Qua si parla di cibo, e lo si fa per lavoro. La cultura è anche in cucina. E nel poco spazio che questo giornale riesce a riservare a tutto quello che un tempo occupava la cosiddetta “terza pagina”, si parlerà pure di prelibatezze e di esperimenti ai fornelli peggiori dei miei. (vi ho mai detto che alla scuola di giornalismo mi chiamano “chef”? e vi ho detto che non lo dicono affatto per farmi un complimento??)

E mentre si pensa all’arte culinaria, qua dentro quello con il culo in aria sono io. Con il mio pezzo sospeso in un limbo di cui non vedo l’uscita. In attesa di un misero spazio, anche a pié di pagina, per inserire l’intervista che ho fatto due sere fa di mia iniziativa. E con l’approvazione del Vice-qualcosa. Che mi aveva detto: “Va bene, lo facciamo. Però prima che torni il Fantasma Stonato, che poi lui c’ha la lirica e tutte quelle cazzate lì!”.

Ma ieri non se n’è fatto nulla, e oggi l’essere più anacronistico della storia del giornalismo culturale è tornato dall’ennesima settimana di ferie, con al seguito il suo cellulare e le sue assurde suonerie. Per il mio pezzo, forse, il tempo è già scaduto e non lo voglio ammettere. Né a me stesso né alla fumettista esordiente che ho intervistato. A cui non ho promesso nulla, se non la mia onestà di cronista stagista, vittima quanto lei di un sistema che preferisce dare corda a melanzane ripiene, formaggio affumicato e involtini avvolti nelle budella. Piuttosto che alla creatività di una giovane piena di ironia e di belle intuizioni.



Ingiustizia sommaria

Oggi il Sergente è particolarmente euforico. Sarà la scia di sesso verbale lasciata questi giorni in redazione da una sequela di doppi sensi di cui, per pudore o per chissà cos’altro, ho riportato solo un estratto (mentre oggi il redattore più grassottello ha dichiarato che “si farebbe” almeno l’80% delle donne…). Il Sergente gira con la sua maglia a righe blu e panna a impartire ordini a destra e a manca. Ma con garbo. Qualcosa che con me, alcune sere fa, non ha avuto affatto.

Erano le 8 di sera. Ero stanco. Ero proprio fuso. Tutto il giorno di fronte al pc a fare meno di niente. Ma all’improvviso, come sempre verso quell’ora, mi è arrivato un articolo da fare. Un impasto di agenzie, s’intende.
Convinto che ormai fossi diventato più bravo di un panettiere, mi sono messo di buona lena a impastare, appunto, i lanci che mi servivano. Rassicurato anche dal fatto che si trattasse della seconda parte di una vicenda giudiziaria che avevo già seguito pochi giorni prima per il sito di questo stesso giornale.

Risultato: tempi sballati (tipo oggi al posto di ieri) e cariche sfalsate (gip al posto di pm). Oltre a una o due generalizzazioni tra diverse categorie professionali. Con cui, non volendo, avevo attribuito colpe a chi invece era coinvolto nel caso per ragioni simili ma meno dirette e infamanti. Roba da querela, lo so. Roba che si perdona, ma che merita un “cazziatone”.

E l’ho avuto.

Il Sergente non me l’ha mandata a dire. “Le agenzie non le hai proprio lette”. “Questo articolo l’hai fatto a cazzo“. E altre accuse accreditate dal mio pezzo distorto, ma che non corrispondevano di certo al vero. Perché le avevo lette. Male ma le avevo lette. A cervello spento, sì, ma le avevo lette.

Poi il peggio.
Ok gli sbagli. Ok i rimproveri. Mi scoccia ammetterlo, ma quelli erano pure meritati. Però non ho mandato giù quando mi ha chiesto di “rilasciare” il sommarietto di quell’articolo. Il sistema editoriale è fatto di spazi. Un doppio click e cominci a lavorarci. Agli altri quello spazio compare in rosso, perché “in uso” da te. Avevo dimenticato di uscire, così lo spazio del sommario risultava occupato. Come in effetti era.
“Kronakus, mi rilasci quel cazzo di sommario?!, ha detto il sergente con la solita voce ferma, rimarcando in modo particolare l’iniziale di quel sinonimo di fallo. Poi ha aggiunto: “Posso capire l’esperimento, ma…”.

Ma quale esperimento, (sinonimo di fallo)?!
Da quando sono arrivato mi hanno sempre detto di provare a fare pure i titoli dei miei pezzi. Provare, sì, perché quasi sempre trovano un motivo per cambiarmelo. Ma va bene, titolare è difficile, e serve un’esperienza che io ancora non posso avere. Certo, a me sembra che a volte i loro siano peggiori dei miei. Ma in fondo i titoli sono soggettivi. O quasi, dai. A te possono provocare un orgasmo, ma agli altri potrebbero sembrare peggio dell’orticaria. Basta guardare i quotidiani: ogni giorno ognuno dice la sua, e con con parole diverse. Spesso anche con concetti diversi.

I titoli, dunque, li ho sempre fatti. Sin dal primo giorno di stage. Ma evidentemente l’arrogante simil-bulletto non gradisce gli scavalcamenti di potere (i titoli spettano a lui). Non ha tollerato che io abbia provato a titolare, e lo stesso dicasi per il sommario. Ma certo, avrebbe potuto usare un altro tono. Anche se avrebbe comunque fatto la figura del despota che lotta contro soprusi che non esistono, contro una confusione di ruoli che evidentemente ritiene ingiusta. Ma di ingiusto, a mio avviso, c’è stato solo il suo atteggiamento. Contrario a quello dei suoi colleghi che sin dal primo giorno mi hanno messo nella condizione di provarci, e di riprovarci ancora. Magari fallendo, ma tentar non nuove. Ed è sbagliando che s’impara. Mentre le porte in faccia fanno solo incazzare.



Human sucks (2)

Oggi non mi tocca nemmeno pensare alle rubriche. Se ne sta occupando l’”uomo della nera”, vittima di una giornata con pochi morti ammazzati di cui scrivere. E si ritrova, così, a dover titolare un testo che parla di messe troppo corte. Ma lui è un uomo di mondo, non ha di certo problemi a fare un titolo così.

“LA MESSA NON E’ UNA SVELTINA”.

Ovviamente non ha avuto il coraggio di scriverlo davvero, ma non si è di certo fatto sfuggire l’occasione di far sapere a tutti come avrebbe voluto titolare quel pezzo. E tutti a ridere.
“Dai, dai, scrivilo!!”, ha esclamato la redattrice dei doppi sensi di prima.
“Ma no! Ma mi licenziano!!”, ha ribattuto lui con la sigaretta in mano e un piede già in terrazza.
“No che non ti licenziano – ha commentato la collega della giudiziaria – Tanto il direttore non farebbe in tempo:  leggendo una cosa del genere, schiatterebbe sicuramente prima”.



La marchetta con la divisa (2)

Non due o tre righe, ma cinque! Son soddisfazioni.
Me la sono cavata con una fotonotizia. Che come dice il nome, prevede una foto. E una notizia. Di cinque righe, secondo gli standard di questo giornale. Come prevedibile ne è venuta fuori una cosa piuttosto istituzionale. Lo spazio è tiranno, mi sono dovuto attenere alle informazioni essenziali per far capire il senso di quel tripudio di divise verdi e di armi puntate contro la mia faccia. Mia e degli altri in tribuna. Uomini e donne della stampa, ma anche familiari dei soldati schierati su quel prato verde. Armi che spero fossero scariche. Ok che non mi ero vestito elegante come mi aveva suggerito il Vice-qualcosa (qui nel Borgo delle Cose Rotonde non ho né camicie né giacche, e francamente sono allergico a chi mi impone come vestirmi), ma non volevo mica macchiare la mia polo bianca di quel pomodoro che pomodoro non è! (avete mai visto una passata piena di globuli rossi?!)

Ma la beffa doveva pur esserci. Anche se mi fa sorridere, in realtà non avrei nemmeno motivo di chiamarla così. E’ che la fotonotizia sulla mattinata in caserma è finita alla solita pagina 32! Quella delle lettere e delle rubriche. Quella a cui lavoriamo tutti i giorni io e l’altro stagista, compiendo quel nobilissimo lavoro chiamato “revisione dei testi”. Una pagina che sembra essere la mia gabbia di carta, ma dove in fondo sto iniziando a sentirmi a casa.
E questo non va affatto bene.



La marchetta con la divisa

Ieri sera, poco prima di andare via, il caporedattore mi si è avvicinato e mi ha chiesto: “Ti va di andare qui, domattina alle 11?”. E mi ha consegnato un cartoncino, un invito per una manifestazione militare.
Bah. Non amo quegli ambienti, ma il lavoro è lavoro. E allora lavoriamo.
“Certo!”, ho esclamato io, che da più di un mese mendico per uno straccio di incarico fuori da quelle quattro mura fumose. E piene di fumati.
“Ok. Poi vediamo, non so… – il caporedattore ha cominciato a girare su se stesso facendo due passi indetro, con la testa bassa, e voltandosi ogni tanto verso di me – Non so quanto valga. Penso due o tre righe, vediamo domani. Comunque tu vacci, che loro sono contenti se ci vedono”.

Questa volta la marchetta porta la divisa, ma non quella mimetica. Anche se a testa china e con un po’ di imbarazzo, qualcuno ha trovato il coraggio di dirmi come stanno le cose. Sapevo da subito che se stamattina sono andato in caserma è stato per la gioia di qualcuno. Qualcuno che non sono io, che nella migliore delle ipotesi troverò spazio per al massimo due o tre righe di informazioni istituzionali. Talmente poco che non potrò far altro che spiegare il tema della manifestazione. Magari facendo il verso, al malloppo di scartoffie e documenti vari che mi hanno messo in cartella stampa. Tipo carta carbone.

Ma sono contento. Questa volta giochiamo a carte scoperte. Niente bluff. Solo quel poco di onestà che chiedevo, ma che certe volte sembra essere una richiesta fuori misura. Come se stessi pisciando fuori dal vaso.



Gli stagisti sono cacc(ole) di topo

E’ scoppiato un piccolo scandalo locale, e via che si lavora. Non per il giornale, però. Si lavora per il sito.
Meglio di niente.

Mi sono incamminato verso la stampante. Ho messo su carta un mazzetto di agenzie da rimpastare a mo’ di panettiere provetto. Il tempo di arrivare alla grande macchina sforna-fogli, che una voce rude e.. burbera mi è arrivata all’orecchio. E l’effetto è stato quello degli ultrasuoni per i cani. O per i pipistrelli.

“Allora. – ci mancava soltanto che il Burbero si schiarisse la voce – La caccola di topo è lo stagista”. Da cacca a caccola
L’ho guardato, e anche lui mi stava guardando. Poi ha continuato a illustrare il suo personale albero genealogico della merda.
“Lo sterco di topo è il collaboratore – ha detto – E poi c’è il topo.”.
“Però per la vecchia stagista non parlavi così”, gli ha fatto notare il Sergente, riferendosi alla bella ragazza venuta in redazione qualche giorno fa per un saluto.
“E poi c’è la topa! La penticana praticante!”. E con una grassa (direi obesa) risata, il Burbero ha concluso la sua relazione su popò e roditori.

Poi sono tornato al mio posto, a riflettere su quanto in fondo fosse fondato il suo ragionamento. Perché nella gerarchia degli escrementi funziona davvero come ha detto il Burbero. Non potrebbe essere diversamente. Altrimenti non mi spiegherei perché lui che è caposervizio assomigli così tanto a un’enorme montagna di merda.



Meglio tardona che mai (2)

Due sere fa, ore 21.
“Ciao caporedattore”, ho detto al mio giovane superiore affacciandomi sul suo ufficio.
“Ciao”, mi ha risposto.
“Per quella cosa del centro commerciale, poi..”.
“No.. no mi spiace. Non se ne fa nulla..”.
“Ah.. capito.. Nemmeno domani immagino..”.
“No, no.. nemmeno”.

Eppure un po’ c’avevo sperato. Quel pomeriggio era arrivata una telefonata. La segretaria di redazione aveva risposto, e si era messa a parlare della possibilità di pubblicare o meno qualcosa nell’uscita di domani. Che poi sarebbe ieri. Avevo intuito che si stava parlando del mio pezzo. Qualcuno si stava interessando alle sorti del mio articolo. Chissà chi. E chissà perché.

Ma non c’è stato niente da fare. La segretaria era stata possibilista, ma non è di certo lei a decidere certe cose. E sono passati due giorni. Il caporedattore, era stato già abbastanza categorico, ma ora posso davvero dire che il mio pezzo sull’ipermercato sia andato a puttane. Beato lui.

Riunione di redazione di stamattina. La noia stava avendo la meglio su di me. Un po’ come sempre. Ogni tanto mi entra una parola, ma poi scappa via. Colgo il verso in cui girano alcuni ingranaggi sparsi che mandano avanti il lavoro di redazione. E amen. Tutto il resto è davvero noia. E’ sonno. E’ torpore. E’ lettura dei giornali. Tanto per non sentirmi del tutto inutile: se non mi permettono di informare gli altri, almeno informo me stesso. Tiè.

Sigh.

E’ proprio sfogliando il nostro numero di oggi che mi si è accesa la lampadina. Ma mica leggendo gli articoli, non sia mai! E’ grazie alla pubblicità che ho capito di essere uscito da una redazione di “marchettari” per finire, a distanza di poco più di un anno, in una redazione di omologhi. Lontani cugini. O forse, gemelli separati alla nascita. Evvai.
Il logo dell’ipermercato campeggiava in un piede di pagina piuttosto ingombrante. Sarà stato come minimo un 46. E senza soletta. E lì ho capito che la mia presenza alla conferenza stampa era servita soltanto a dare il contentino allo sponsor di turno. Per farmi firmare sul librone dei partecipanti all’evento, facendomi scrivere sia il mio nome che quello della testata per cui lavoro. (lavoro??) E per dare modo alla tardona dell’ufficio stampa di fare le sue fusa ipocrite. Così i pinguini che pagano sono felici e contenti. Si sentono ascoltati, coccolati. S’illudono di comparire sul giornale anche a mo’ di notizia. E telefonano alla segreteria di redazione per accertarsi che domattina in edicola si parlerà anche di loro.

E lì rimangono fregati. Perché dell’articolo nemmeno l’ombra. Quell’articolo, che era il mio, e che ora se la starà spassando in qualche pub. Solo, dimenticato da tutti. Anche da me, che in fondo in fondo ho di che essere contento, al pensiero che il mio pezzo non sia andato in porto. Così posso pensare che la marchetta sia venuta, sì, ma solo a metà. Che anche questo giornale sia solito sporcarsi le mani in nome del dio denaro, sì, ma che alla fine dei conti conoscesa qual è il confine tra notizia e spot.
E io l’ho capito, che è stato meglio così. Mi ci sono voluti due giorni per avere il quadro completo, ma ci sono arrivato. Meglio tardona che mai.



Il Vice-qualcosa

“KronaKus, che stai facendo?”, mi ha chiesto il vice della cultura. O dello sport. O di entrambe le cose. Non l’ho ancora capito. E forse nemmeno lui.
“Sto leggendo questo articolo sul nostro sito..”, ho risposto.
“Sì, sì. Ma stai facendo qualcosa?”. Sembravo sotto interrogatorio, ma ormai conosco il tipo. E’ un pezzo di pane, un po’ come il direttore. E se ti fa queste domande non è per controllarti, ma perché è contento se anche tu hai di che lavorare.
“No. Sto aspettando che mi arrivino i testi per la pagina 32…”, gli ho detto.

Il Vice-qualcosa si è allontanato per raggiungere il suo desk, poco distante dal mio.
“Comunque anche la pagina delle lettere è importante – mi ha detto voltandosi improvvisamente – non devi pensare che ti facciamo fare cose inutili. Anche nell’edizione nazionale ci fanno molta attenzione. Dentro ci possono essere delle cagate, e quelle vanno sistemate. Se nella pagina di sport sbagli a scrivere il minuto di un gol, pazienza. Ma se nelle lettere sbagli qualcosa, insomma, può essere un problema”.

Quest’uomo lo adoro. E’ uno che parla poco. E quando lo fa, lo fa per te. O così sembra. Un giorno sì e uno no ti passa vicino, dopo essersi fumato la sua seimilionesima sigaretta giornaliera, e si fa vedere interessato a quello che fai. Parla più con le sue cicche che con noi umani (ammesso che siamo più umani noi delle cicche), ma quando ti si rivolge lo fa con bontà. E senza che tu glielo chieda, lui quasi ti consola. Ci prova. Anche con argomentazioni poco credibili, come quelle di oggi. Sarà anche vero che la parola può ferire più della spada, ma dalla pagina delle lettere fa comunque un po’ meno male. E la revisione dei testi è pur sempre il lavoro di un correttore di bozze. Non di un giornalista.

Ma ok. Il Vice-qualcosa ha provato a motivarmi un po’. Ha fallito, quasi miseramente. Ma il gesto l’ho apprezzato. Davvero. Perché la parola ferisce più della spada. Ma se usata nel modo giusto può anche risollevare la giornata di qualcuno.



Meno male che il Burbero c’è

“Ciaooo..”. Una voce leggera da verso l’ingresso. Dalle colonne ho visto sbucare una ragazza mediamente alta. I capelli castani e un po’ mossi, forse freschi di parrucchiera.
“Nooo!.. Bugia-bugia-bugia!!”. Il Burbero è esploso di gioia. “No, non può essere! Ciaoo!!”. Il simpaticone sembrava davvero entusiasta di rivedere quella bella donzella. Che ho poi scoperto essere una vecchia stagista che ha appena iniziato a scrivere per un periodico locale. “Una cosa così, sono quelle piccole soddisfazioni..”, ha detto lei minimizzando la sua nuova avventura professionale. Senza strapparsi tanti i capelli. Anzi.

“Vieni quiii!”. Il Burbero ha alzato il suo culone dalla sedia e si è avvicinato a lei con le braccia avide di altre braccia. E forse di non solo quelle. I soliti baci sulla guancia, accompagnato dal “come stai” di rito.
“Dai che ti offro un caffè”, le ha detto lui.
“Ahhh.. quando ero stagista non me ne hai mai offerto uno!”, ha risposto lei provocandolo un po’.
“Ma ti pare?! Pensi che allo stagista laggiù gli abbia mai offerto un caffé?!”, ha ribatutto lui indicando me.
Non era vero, lui lo sapeva. E lo sapete pure voi. Forse non si ricordava. Ma c’ho pensato io a rinfrescargli la memoria.
“Una volta me l’hai offerto, il caffè!”, ho urlato dalla mia postazione lontana anni luce dalla sua.
Alcuni colleghi hanno riso. Lei mi ha guardato facendo altrettanto. E lui: “Sì, ma me l’hai estorto!”.

Fine.
Chissà se si è imbarazzato. Conoscendolo non credo. Ma oggi ho visto il Burbero da dietro la maschera. L’ho visto fare il “piacione” con una ragazza carina. Ho visto l’altra faccia di una persona su cui, giorno dopo giorno, sto lentamente cambiando opinione. Ma non potrebbe essere altrimenti: se io e l’altro stagista ogni tanto lavoriamo, è soprattutto grazie alle piccole cose che ci fa fare lui. In primis le brevi. E non appena finito, è il primo a dirmi: “KronaKus, se vuoi puoi andare”.
Mentre aspetto il verdetto sull’ipermercato (ancora non so se devo scrivere oppure no), mi ritrovo a pensare che in fondo in fondo dovrei ringraziare quel concentrato di aggressività e di parole senza misurino. Anche perché il Sergente è stato un flop. Il primo giorno c’ha caricato di lavoro, poi è stata la sagra del poco e niente. E mentre lo stagista si guarda l’Inter in tv pareggiare in Champions, io getto parole dentro questo blog. Interrotto dai colleghi che ogni tanto vengono a ritirare fogli dalla stampante alle mie spalle. Tipo adesso. E’ appena passato il Burbero, che in attesa della stampa ha cercato di fare un breve salotto con me. Dicendomi, con gli occhi persi nel vuoto: “Hai visto che figa, quella di prima?”.

Eh sì. Grazie Burbero. Meno male che ci sei tu.



Meglio tardona che mai

Eppur si muove. Lo stage ha fatto il suo (piccolo) salto in avanti. Ieri mi hanno chiesto di andare a una conferenza stampa, e io stamattina sono andato. L’idea è stata del mio caro amico Burbero.
“Vai dalla segretaria, che ti deve dare il comunicato stampa per una conferenza”. Niente domande, solo un imperativo. Prendi e vai.
Perfetto. Era ora.

Stamattina sono arrivato là con mezzora di anticipo. Ho sempre il terrore di arrivare tardi. Mi conosco: è una paura tutt’altro che infondata.
Intorno c’era una viavai di penne e di telecamere. Mi domando come mai tanto interesse per la presentazione di un ipermercato che ha appena concluso i lavori di ampliamento. Lavori mirati all’ecosostenibilità, ma anche, suppongo, a una mera questione di immagine.
Mi sono prima fatto un giro, il tempo abbondava. Era proprio un bel posto: luminoso, ma non rintronante come le altre capitali del consumismo senza riserve. L’architetto ha giocato tutto su soffitti in vetro e luce naturale. Un genio, davvero. Gli arredi in resina hanno forme rotonde, colori decisi ma non troppo forti. Un ambiente decisamente accogliente. Sono quelle cose semplici, ma che funzionano meglio di tutte le altre.

Quando era ora del calcio d’inizio ero già sotto la tensostruttura sotto cui si è tenuto l’incontro. Come da comunicato, il tutto è cominciato con un buffet. Peccato non avessi fame, strano ma vero. Salatini. Mortadella a cubetti. Alcolici e analcolici in brocca. Non mancava nulla. Nemmeno le coccole.

“Ciao! Tu sei..?”, mi ha detto una donna bionda in tailleur che mi si era appena avvicinata.
Le ho dato la mano e mi sono presentato.
“Ah sì!! Piacere! Sapevo che saresti venuto – ha risposto lei – ..Allora.. Hai già preso qualcosa?”. Mi ha lasciato la mano, ma solo per prendermi il braccio, stringendolo in un modo vagamente affettuoso.
“No, grazie, ho fatto colazione da poco e non mi va nulla”. Era quasi mezzogiorno.
“Ma sei sicuro? Non fare complimenti, eh!”. E lì il braccio me lo stava quasi accarezzando.
“Sì, sicuro, davvero”.
“Ma hai bisogno di intervistare qualcuno?”.
“..Sì, beh.. – mi aveva colto impreparato, e si vedeva – Certo, però dopo la conferenza. Intanto sento cos’hanno da dire loro”. Ho sorriso in modo evasivo.

“Dai, allora, vieni con me. Ti presento il direttore, il presidente, l’assessore, l’architetto, il ministro, il pontefice…”. No, il ministro non l’ha detto. E non c’era nemmeno il pontefice.
Mi ha preso a braccetto stringendomelo un po’. Il braccetto, dico. Mi ha fatto fare il tour degli incravattati di turno. Una sequela di pinguini tutti uguali di cui non ricorderei il nome nemmeno se me lo ripetessero cento volte. Ho stretto più mani quel giorno di non so quando. Il bello è che loro erano più imbarazzati di me. Sarà la qualifica da “giornalista” che provoca un fastidio addominale. Sarà questa faccia da ragazzotto fuor d’acqua. Non lo so. Ma per fortuna è durato poco: la conferenza stampa è cominciata di lì a breve. Ma non prima di essermi fiondato sul buffet, improvvisamente affamato. E ormai libero dalla morsa della tardona ossigenata.

Gli incravattati hanno sfilato uno a uno. Tutti incensando se stessi e l’ente fisico o metafisico che rappresentano. E’ sempre così. Le conferenze stampa sono vetrine in cui tutto quello che si dice è preparato. Prefabbricato. Precotto. E si sente dal gusto. Tutti giocano il proprio ruolo studiato a tavolino. Come quello della bionda, donna di punta dell’ufficio stampa di chi ha organizzato l’incontro. Addestrata a coccolare gli ospiti, soprattutto quelli che hanno in mano il potere di parlare di te e di farne parlare gli altri. Nel bene o nel male. Possibilmente nel bene. Sennò, per quanto li rigurda, noi stronzi con la penna e il taccuino potremmo benissimo fossilizzarci davanti al desk.

Tutto è filato liscio. La conferenza si è chiusa con un giro panoramico, a dire il vero poco seguito: sono stato uno dei pochi a non essermene andato quasi subito dopo la fine degli sproloqui. Ma mi ero incuriosito. L’architetto era uno con le palle. Un tipo che ama il suo lavoro. E te lo fa vedere. E ti contagia.

Ora sono in redazione. Attendo di sapere le sorti del mio pezzo. Ammesso che un pezzo ci sia. Che si faccia davvero. Mi suona davvero strano che un giornale così istituzionale si interessi a una cosa così piccola. Vedremo. Spero non mi avvertano alle nove, chiedendomi di scrivere un articolo da novanta righe da candidare per il Pulitzer.



Cronisti sull’orlo di una crisi di nervi

E’ stato un bel weekend, cominciato bene e sviluppato meglio. Ma finito un po’ in tensione.  Stamattina il ritorno al Borgo delle Cose Rotonde. E via per un’altra settimana di stage. Ma la ripartenza non ha fatto granché per raffreddare quei nervi stuzzicati nelle ore tarde della domenica. Preludio di una notte breve, troppo breve. E quindi oggi non ho sonno. E’ il sonno che ha me.

Ma per fortuna in treno ho fatto ciondolare la mia testa per almeno un’ora. Ho vagato tra il dormiente e il semidormiente (perché sveglio davvero non lo sono nemmeno adesso). Mi sono riposato quel tanto che basta per non bastare davvero. Ma per fortuna Trenitalia mi è venuto incontro, facendo tardare il mio treno per una buona mezzora. Riposo in più, ma anche tanta fretta da aggiungere al montepremi standard del lunedì mattina.

Sono passato a casa per appoggiare le valigie. Salendo ho incrociato l’uomo dell’acqua, in giro per il condominio per leggere i contatori. Giusto il tempo di svegliare il coinquilino per via della solita porta semibloccata, che Aquaman ci ha suonato il campanello con una bella novella fresca fresca per noi. All’azienda non risulta che ci sia un contratto aperto, e noi stiamo consumando quella strana combinazione di idrogeno e ossigeno senza che ci sia un effettivo cliente. Il vecchio inquilino se n’è andato chiudendo tutte le pratiche. Si è dileguato, e con lui il nostro diritto all’acqua. Poi, dopo un tira e molla che stava spazientendo il seppur ben disposto uomo dell’acqua, il mio compagno di stanza ha dato il suo nominativo per accollarsi le spese. Che ovviamente verranno divise, ma un contratto ha bisogno di un contraente. Di un nome e di un cognome. E di un numero di telefono. Non il mio, però, che tra meno di un mese svanirò da questa città!
Ci manca solo che per questo passaggio del testimone ci siano dei tempi tecnici che prevedono la sospensione del servizio. Con il caldo che fa, non sarebbe umanamente accettabile non potersi lavare. Lavare spesso. E volentieri.

Ma per fortuna all’igiene ci pensano i passeggeri degli autobus. Ne ho preso uno, il solito, per spostarmi da casa alla redazione. Per cominciare davvero la settimana di “lavoro”, tra un sonno al limite dell’oltretomba e il terrore che di lì a tre giorni avrei puzzato come una capra svizzera. Se non di più.
Mi sono seduto, dietro di me c’era un tipo un po’ bizzarro con un pile giallo acceso e un berrettino improponibile.
“Fammi un po’ vedere che cazzo è successo in questa città, mentre ero via..”, mi sono detto puntando una free press sul sedile di fianco al mio. Notare il tono nervoso, anche nei pensieri tra me e me. E l’altro me.
Il tempo di leggere il risultato della squadra di casa, di dare un’occhiata agli sviluppi di quel fattaccio di nera, che ecco che piove. Dentro l’autobus. Dietro la mia nuca. Ma non era pioggia. Il coglione in giallo mi aveva appena starnutito addosso. Non era muco, era quasi acqua. Ma non per questo mi ha fatto meno schifo. Anche perché era tanta. Proprio tanta. Roba che se avesse la suina, starei già grugnendo.
Gentile il tipo. Mi avrà letto nel pensiero e avrà cercato di alleviare la mia paura di non potermi fare più la doccia.
Ho fatto passare lentamente la mia mano sul collo. Il tempo di accorgermi che ero quasi fradicio, che ho scagliato via la mia free press e mi sono andato a sedere nel sedile davanti. Con l’incontinente nasale ero occhi contro occhi. “Scusa”, mi ha detto titubante. “Scusa ’sto cazzo”, gli avrei risposto se non fossi un cronista gentiluomo. E anche un po’ coglione.

Un esordio coi fiocchi. Un inizio da manuale. Un manuale letto alla rovescia, neanche fosse un manga. Il nervoso non poteva di certo essermi passato. Non fosse per la soddisfazione di vedere le mie brevi di venerdì pubblicate in quella battagliatissima pagina 7. Chissà com’è.



Tanto lavoro per nulla

C’è vita su questo pianeta. Oggi l’altro stagista ha il giorno libero. L’uomo della “nera” è fuori per infortunio. Tutti gli altri sono in altre faccende affaccendati. E a me è arrivato un po’ di (sano?) lavoro. Finalmente.

“KronaKus, vieni qua”. Dopo la chiamata del Burbero sono corso al suo desk, dove mi sono indicato le agenzie da cui ricavare ben tre brevi. Sì, tre. Tutta la colonna di destra della pagina 7 porterà la mia firma. Anzi no, niente firma per le notizie dalla coda corta. Ma almeno stasera sentirò di non essere stato completamente inutile.

Non è la prima volta che mi fanno fare una breve. E’ già successo, e ne sono stato contento. Ma mai mi era stato chiesto di scriverle tutte e tre. Mi è sembrato un grosso passo avanti. Favorito dalle circostanze, ok. Ma chi se ne frega?!
Non è la prima volta, dicevo. E oggi sono stato attento a non farmi rimproverare perché troppo lento. Io le cose le voglio fare bene. E così, di solito, passo per lumaca. Non scherzo se dico che oggi ho sudato nonostante l’aria sia più fresca di ieri. Mi sono scervellato per notiziole semplici semplici. Casi di cronaca quotidiana, tra sequestri di droga e proteste sindacali. Cose importanti, ma piccole piccole. Brevi Brevi. Ed è quella brevità, è quel bisogno di sintesi che più sintesi non si può ad avermi fatto perdere i capelli. Che battere i tasti non affatica. Ma lavorare in tensione sì, sempre.

Ma ce l’ho fatta. Questa volta sono riuscito a scriverle prima che il Burbero mi rimproverasse per il troppo tempo impiegato. Forse sono stato davvero più veloce del solito, anche se a me in fin dei conti non era sembrato affatto. Oppure è lui che era stato troppo impegnato a fare altro per avventarsi su di me.

Bingo. Buona la seconda. Il buon (buon?) Burbero era stato preso da altre cose. Bene. Meglio.

Anzi no.

L’esimio collega stava stravolgendo completamente la pagina 7. Un improvviso ribaltamento nella gerarchia delle notizie aveva letteralmente cancellato lo spazio per le brevi, sostituite da un articolo di raccordo sul tema di apertura.

“Scusa, mi ero dimenticato di avvisarti”, mi ha detto il Burbero a gioco finito, mentre ancora grondavo. No comment.

Tutto buttato. Tanto lavoro per nulla. Ma questo è un giornale, dove prima di tutto contano i fatti. E i fatti, si sa, sono più importanti di chi li scrive.



Burbero Dixit (3)

“Potremmo fare una pagina con delle storie di personaggi noti in città”. Il direttore aveva appena avuto una delle sue brillanti idee mattutine.
“Ma l’abbiamo già fatto!”, ha risposto il Burbero con la sua innata simpatia.
“Abbiamo parlato anche dei lavavetri?”
“I lavavetri?”.
“Sì. I lavavetri”.
“Cioè?”.
“Cioè.. per esempio quella zingara che sta là al semaforo…”.
“La zingara?”.
“Sì. Quella là che conoscono tutti. La gente ormai ci si è affezionata. C’è chi la porta al bar e le offre il caffè”.
“La zingara… Prima o poi la prendo sotto con la macchina”.



Dato di Fatto

Dall’edicolante sotto casa:

“Salve, vorrei Il Fatto Quotidiano“.
“Finito. Sai, il primo numero…”.
“…Ah… Ma le sono arrivate poche copie oppure è andato a ruba?!”.
“Erano quindici. Ma ne avessi avute duecento le avrei vendute tutte”.



Burbero Dixit (2)

“Il Giornale era già in perdita – ha detto il caporedattore – ma da quando c’è Feltri è proprio in picchiata”.
Risponde il Burbero: “Sì ma Feltri fa il giornalista! Se quell’altro si è dimesso vuol dire che aveva ragione…”.

Certe volte il Burbero è davvero… “boffo”!



Se una guerra può essere giusta

“Pensa a quel collega là, che adesso se ne deve andare in Afghanistan, così, da un momento all’altro. Certo che fa proprio una vita da cani! Ora lo sbatteranno sul primo aereo. Poi arriverà là quando ormai sarà tutto finito, e tutte le televisioni del mondo avranno già detto tutto!”. Le parole del Burbero suonavano per quello che erano: imbevute, ubriacate di sarcasmo. E di cinismo.
“Non c’è proprio un cazzo da scherzare”,è intervenuto il Sergente con la voce calma ma ferma. E tutti zitti. Anche chi rideva ai discorsi del Burbero. Che proprio stronzi non erano, perché in fondo immagino corrispondano al vero.

Di sicuro il Burbero non ha il piglio del Sergente. Che di militarismo se ne intende, e non di certo per il nomignolo che gli ho dato io. “Erano tutto volontari”, ha detto lui. “Ma questa guerra era proprio necessaria?”, mi domando io. Ma non glielo chiederò. Me lo terrò per me. Penso mi convenga. E alla grande.



Il Sergente

“Se i ragazzi sono scarichi diamogli qualcosa da fare”.
Il nuovo arrivato parla chiaro. Non lo stagista, ma l’altro caporedattore, tornato ieri da una fase di stop. Uno che conta, insomma. Che coordina il lavoro, e che ha l’ultima parola sulle pagine. Prima del giudizio universale dei piani più alti, ovvio.

Chi è ? Ma il Sergente! Posa al limite del macho, un po’ imbastita e con i muscoli sobri ma definiti di chi riesce ad andare in palestra nonostante il giornale. Capelli rasati o quasi. Tatuaggio al collo. Occhiali da sole tipo Rayban, che non toglie mai per via di un recente intervento agli occhi che lo ha tenuto lontano dalla redazione. 
Tutto questo è il Sergente. Colui che senza tante presentazioni ha preso me e l’altro stagista mettendoci quasi subito sotto torchio. Ci ha consegnato un malloppo di agenzie su cui scrivere delle “brevi” improbabili. Improbabili perché il materiale era tantissimo, e richiedeva un lavoro di sintesi madornale. Disumano.
Per un attimo ho smesso di sentirmi come fossi un soprammobile d’antiquariato, messo qui davanti a un monitor a mo’ di complemento d’arredo.

Missione compiuta. C’ho messo troppo tempo, lo so. Ma alla fine, della mia breve non ha cambiato una virgola (il titolo sì, ma è quasi di routine). Ha solo aggiunto il nome di un politico locale che avevo accidentalmente omesso dalla notizia. Ma la costruzione del “pezzo” andava bene così com’era.

Il Sergente è l’uomo del cambiamento. E’ quello che può portare noi stagisti verso altri lidi. O, al contrario, colui che ci fa ha fatto annusare l’aria di lavoro, ma che in un batter d’occhio può prendere i nostri sogni di gloria e trasformarli in illusioni.



Alto tasso di socialità

Farmi chiamare alle dieci di sera un collega che ha avuto il giorno libero. Era già nell’aria che a breve avrei fatto il giro di nera. Il primo nel Borgo delle Cose Rotonde. Un onore. Una soddisfazione. O perlomeno, un piccolo passo in avanti. Una cosa nuova, che smuove le acque. Un giro di nera in affiancamento, ma il collega che se ne occupa ieri non era in redazione. Si è goduto la sua pausa settimanale. E il caporedattore ha ben pensato di avvisarlo in tarda serata. Anzi, di farlo avvisare a me, che con lui non c’ho ancora mai parlato. Ok, è uno del club del “ben arrivato”. Uno alla mano, dai. Quindi posso dire che in fondo chiamarlo non è stato un grosso problema.

“Ciao, sono lo stagista, quello che non ti sei mai cagato, se non il primo giorno. Domani ti verrò a rompere le palle quando andrai tu a romperle agli sbirri per sapere se qualche gatto è rimasto intrappolato sul tetto di casa. Come dici? Sì, sai, mi hanno detto che ti serviva un’ombra. Perciò, ecco qui. A domani, allora. Io porto i pop corn. Al bere ci pensi tu?”.

Ma non ho avuto modo di dirglielo. L’ho cercato per almeno mezzora, ma il telefono era sempre spento. O non raggingibile. Avevo paura fosse già andato a letto. Così ho seguito il consiglio del capo, e gli ho mandato un sms.

Ho provato a squillargli di continuo, anche dopo avergli inviato il messaggio. Avevo il terrore di non riuscire ad accordarmi con lui, e di non poter fare così il giro di nera. Che poi un giorno vale l’altro, l’avrei potuto fare anche un’altra volta. Ma ho l’ossessione di volercela fare. Sempre. A tutti i costi. Voglio far vedere che sono un vincente. Anche nelle piccole cose. Anche nelle inezie. Anche se si tratta soltanto di mettermi d’accordo con un collega che probabilmente si sta accoppiando con la sua donna (chissà quale delle tante), e per cui scippi, rapine ed eventuali omicidi sono al momento l’ultimo dei pensieri.

Alla fine mi sono tranquillizzato. Io l’sms l’avevo mandato. In fondo se non lo avesse letto in tempo la colpa non sarebbe stata mia. Ma sua. O del caporedattore che mi ha fatto attivare in extremis.

Ore 8 40.
“Buongiorno KronaKus, scusa ma avevo il cellulare scarico. Oggi non faccio il giro di nera, ma quello di giudiziaria, dato che la collega che se ne occupa è in ferie. Possiamo vederci direttamente all’indirizzo…”.
Cambio di programma. Niente nera, si fa giudiziaria. Dai piedipiatti alle toghe. Amen. Tutto fa brodo.

Sono partito con un certo anticipo, come facevo anche nella Città delle Pizze Gommose. Altra mia ossessione è quella di non volere arrivare in ritardo. Mai. Mi sentissero i miei amici mi farebbero la pelle, dato che con loro faccio sempre valere l’esatto contrario. Puntualmente.
(Capito il gioco di parole?)

La mattinata l’abbiamo passata in procura. Un pm in vena di humor e di facili confidenze c’ha raccontato la bizzarra storia di un tentativo di estorsione finito in malo modo. Tutti lo trattavano come fosse un vecchio amico. Forse perché lo conoscevano, ed erano già al corrente della sua indole da buontempone. Resta il fatto che più passa il tempo, più mi accorgo di come questo sia un mondo di amiconi. Non necessariamente nell’accezione più negativa del termine. Non mi riferisco alla cosiddetta casta, questa volta non c’entra nulla. Più semplicemente, vedo un microverso fatto di facce note. Note tra loro. Dove ci si conosce tutti, e le mani non ci se le stringe nemmeno più. Colleghi e non.

Ci rifletto su, e mi rendo conto di quanto questa sia una cosa più che normale. Di come questo sia un mestiere ad alto tasso di socialità. E di come presto si diventi amici, di amici di amici, di amici di amici di amici. Senza farci neanche tanto caso.

Solo noi stagisti veniamo sbattutti di città in città. Dove non conosciamo nessuno, e finiamo relegati nel nostro angolo di redazione. A fingere di fare qualcosa. Costretti a tediare lettori virtuali aggiornando improbabili blog per passare il tempo. E per comunicare con qualcuno. Valvole di sfogo di una solitudine da debellare al più presto.



Il fantasma stonato

C’è un fantasma, in questa redazione. C’è un uomo che in realtà non c’è, ma di cui si parla continuamente. Come fosse uno spettro. Uno di quelli che non mettono paura, ma che piuttosto deprimono. Uno di quelli che non spaventa, ma di cui invece si può ridere. Complice l’altalena delle ferie che sembra non volersi fermare. Qui c’è chi viene e c’è chi va. Precari e stagisti a parte.
L’assenza di qualcuno fa la gioia dei tanti che si divertono a sparlare. Tra le teste calde della cultura, ora, manca uno che conta. Uno che decide le pagine, che ha facoltà di riempirle come crede. Direttore permettendo. Uno che ha la passione per l’ignoto. O meglio, per ciò che non è noto ai più. La sua è una cultura alternativa. Non innovativa, direi, ma proprio di nicchia. Fortemente di nicchia. Vecchio o nuovo non fa testo. Lui è solito andarsi a pescare le canzoni fuori registro, gli artisti fuori dal nido rassicurante dello scibile umano. Lui stona fuori dal coro.
Ecco, lo chiamerò lo Stonato.

“Oh, che bello – ha detto il direttore uno dei primi giorni – Ora che non c’è lo Stonato qua si respira un’aria diversa. Le pagine di cultura non sono più zeppe di pianisti sconosciuti e di strumenti musicali talmente vecchi che non se li ricorda nemmeno chi li ha fatti!”. E tutti a ridere. A parte me, che abbozzavo un ghigno, ma non potevo capire a fondo la situazione. Né il personaggio, che dopo averne sentito parlare per giorni in mezzo a tanto sarcasmo, ora mi immagino come un essere spettrale. Dallo sguardo arcigno. Un uomo vetusto, vestito di abiti di un secolo fa e dai colori più morti della morte. Una persona che viaggia ben oltre il limite dell’umana sopportazione. Uno che ti fa rimandare la chiusura del giornale alle soglie della mezzanotte, perché ti propone la foto di un bambino africano immerso in una mastella d’acqua da inserire in una pagina passante in cui si parla di artisti erotomani. Cavoli a merenda. Anzi, a spuntino di mezzanotte.

Me lo vedo già qui, di fronte a me. E sinceramente, mi sta già sulle palle.



Il lupo cattivo

Ieri le mie narici respiravano qualcosa di diverso. Un’aria diversa. Una diversa atmosfera. Eravamo in riunione, ed eravamo parecchi. Eppure mancava qualcosa. Qualcuno. Anzi no, c’era pure lui. Il Burbero. Ma sembrava quasi non ci fosse.

Lo guardavo. Se ne stava lì in silenzio, a muso basso. Quasi fosse in castigo. L’avevo visto così anche il primissimo giorno di stage. Ma era appena tornato dalle ferie. Credo fosse stordimento. Stordimendo più che legittimo.
E lo guardavo, e lo guardavo ancora. Non che sia il mio tipo, ma volevo capire. Più che i fatti, mi piace capire le persone. E questo è un piccolo grande limite da superare per fare questo mestiere. Che le storie sono importanti, sì, ma le cose lo sono di più. Le cose che succedono. Prima di chi le fa succedere.

Alla fine dei giochi mi sono accorto che c’era in lui qualcosa di strano. Di diverso, appunto. Lo vedevo a pelle. Anzi, sulla pelle. Il Burbero si era fatto la barba. Il suo volto aveva meno pelo del giorno prima, e lui si era fatto più mansueto. Non credo esista una spiegazione scientifica a questa mia libera associazione, talmente libera, azzardata e sprezzante dell’umana intelligenza da esser quasi “a delinquere”.

Stamattina il Burbero mi ha chiesto di portargli il foglio che aveva appena mandato in stampa. Era la foto di un calciatore da inserire nella pagina di sport. Ho accettato di buon grado, la stampante si trova proprio alle mie spalle. Mi ha chiesto una cortesia, e io gliel’ho fatta a cuor leggero.
Mentre glielo consegnavo, mi domandavo se l’avrebbe mai fatto. Se l’avrebbe mai detto. No, ero sicuro di no. O forse sì? Non so. Alla fine l’ha fatto. Dalla sua bocca è uscito un “grazie”. Sorpresa. Stupore. Forse il Burbero non è poi così burbero. Il lupo deve aver perso il pelo, ma pure il vizio.

Pausa pranzo. Ho fatto il giro dell’isolato per passare in rassegna i pochi bar a disposizione per evitare spiacevoli cali di zuccheri. Ho scelto, e ho girato l’angolo. Ero sovrappensiero, poi ho messo a fuoco: il Burbero stava passando davanti a me. Ci siamo incrociati. Ho abbozzato un sorriso e ho bisbigliato un “ciao”. Da lui, un cenno con la testa accompagnato da uno sguardo che sembrava esprimere una sorta di fastidio. Un fastidio viscerale e immotivato.

Normale, mi son detto.
In fondo, da ieri mattina, un filo di barba gli sarà pur ricresciuto.



Bongiorno

“Se muore Mike vuol dire che si muore”, ha detto il direttore.
“Cioè? Cosa vuol dire?”, ha chiesto una redattrice.
“Vuol dire che se muore Mike si può morire. E’ come se morisse Paperino”.



La fine dell’era glaciale

Credo che oggi qui dentro si sia battuto un record. Una riunione di redazione della durata di due ore e venti minuti. Roba da far impallidire Barbara D’Urso e il suo folle esercito di nani e giganti. Il direttore e il caporedattore centrale sono rimasti arenati sulle troppe idee nel calderone, sul troppo materiale da mettere in pagina per il giornale di domani. Scelte difficili, da prendere subito. Con me che dormivo in piedi (anzi seduto), perché stanotte, diciamocelo, avrei potuto riposare di più.

Ora sono qui, a vegetare alla mia solita postazione. E finalmente il climatizzatore è spento. La scorsa settimana mi avevano piazzato davanti a un condizionatore configurato in modalità “era glaciale”. Vedevo strani animaletti rincorrere ghiande sfuggenti e refrattarie. L’aria mi veniva sparata direttamente sul collo. Una pacchia, dato che soffro pure di sinusite. La mattina dopo ho chiesto di andare in un’altra postazione. Ed eccomi qua, davanti a un altro climatizzatore. Che per fortuna oggi è spento. Con il mio cervello che ha deciso di fare altrettanto.



Figlio di un gossipparo

E’ stato un anno di trasferte. Ho vissuto lontano da casa, dagli amici, dai genitori, dai parenti in genere. In questi due mesi di pausa sto cercando di rimediare. Oggi, ad esempio, sono andato a pranzo da mia nonna paterna. C’eravamo tutti. Io, mia madre, mio padre. E mia nonna, naturalmente. Ci voleva, non ci vedevamo da mesi, contando anche che lei non abita come noi nella Baia delle Zanzare. E infatti di vampire volanti non se ne è vista neanche una.

Dopo pranzo le solite chiacchiere. Mio padre e mia nonna sembravano due vecchie zittelle. Polemiche. Pettegole. E per quanto lei sia giustificata dall’età e dalla sua condizione di vedova, il mio caro genitore lo è un po’ meno.

Ma a pensarci bene mio padre è proprio così. Non vecchio e zittello, ovvio, ma polemico e pettegolo sì. Anche se nega. Nega spudoratamente. Mio padre è un Alfonso Signorini dei poveri. Quando lo faccio passare per un suo fan sembra quasi che si offenda. Si anima per ribadire il suo no. E infatti mio padre è per il buon giornalismo, non per i piccoli scandali buoni solo a non far crepare di noia le fanatiche della tinta e della permanente. Ma è innegabile che che a lui piaccia farsi gli affari degli altri.

Mio padre è un giornalista mancato, io lo dico da sempre. Ha l’indole giusta. Curioso fino a diventare ficcanaso. Analista dei fatti, anche se in un modo tutto suo. Perennemente informato su tutto, e quello che non sa se lo inventa. Non gli manca proprio niente.

Ma oggi l’ho osservato, l’ho ascoltato. Stava lì a discutere con mia nonna dei fattacci dei vicini e dei parenti (e dei parenti dei parenti), ma anche delle indiscrezioni sulla presunta liaison tra George Clooney ed Elisabetta Canalis.

Forse sono figlio di un gossipparo. Se potete, abbattetemi subito. Fatelo finché siete in tempo. Prima che inizi a fare davvero carriera.

La mia è una stirpe pericolosa.



Hot news

Questo caldo sarebbe da mettere sotto inchiesta. Il clima s’è fatto tremendamente torbido, e non è facile far finta di niente. Tira un’aria bollente, che ti scotta la faccia e ti fa mancare il respiro. Di notte i grilli cercano di prendere il sopravvento, di cambiarla quest’aria. Stantìa, che sa di chiuso anche negli spazi aperti. O presunti tali. C’è chi spera cambi il vento. Mentre Casini grida: “Questo caldo risponda a Repubblica”.



Quanto conti

Certe volte mi domando quanto conti la verità. Quanto conti saperla, quanto conti diffonderla. Quanto conti per me e per la mia professione. Ma soprattutto, quanto conti per i politici.

Sembra ci vogliano mettere un bavaglio. In fin dei conti il giornalista non s’inventa nulla, perché quando lo fa per lui finisce male. Arrivano le querele, l’Ordine ti radia. Bell’affare. Perciò se il giornalista non si può permettere di dire cazzate, a cosa serve mettergli la museruola?

Il cronista è l’unico cane che morde solo quando ne ha davvero motivo. A meno che non sia impazzito. Il cronista dice quello che vede, e se lo vede significa che c’è’. E se c’è la gente lo deve sapere. E se la gente lo deve sapere è perché siamo in democrazia. E siamo in

democrazia ben venga la libertà di stampa. E se “ben venga” la libertà di stampa, non si può dire no alle intercettazioni. E non tanto per i giornalisti, quanto per i giudici che hanno un compito ancora più importante del nostro. Credo.

Reclamiamo libertà, libertà per tutti. Ma qui mi sembra che la libertà di pochi stia tentando oscurare i diritti di molti.



Merda e cioccolato

Mi rendo conto di quanto sono fortunato. Fortunato nella sfiga di non esserlo stato affatto. Se il mio stage ha fatto pena è anche colpa mia, lo so. Ma ora questo non m’interessa. Ora sto riflettendo su altre cose. Sto riflettendo su quanto sia stato grande il privilegio di aver da poco finito di vedere (e di fare) tutto quello che odio del giornalismo. Ho visto la parte marcia, così la prossima volta saprò dove cercare la polpa. La parte succosa. Quella buona.

Agenzia. Economico. Dare voce ai politicanti di turno. Ecco le tre parole, o quello che sono, che non devono far parte del mio futuro di giornalista. Ecco i tre spauracchi, i tre indicatori di un fallimento sicuro.

Non è un caso se volevo fare uno stage di online. Dicono sia il futuro, anche se è evidente come non esista ancora un modello commerciale capace di farne una professione sicura e remunerativa. Purtroppo mi ritrovo a voler fare il giornalista in un momento in cui tutto sta cambiando. Come, non si sa. Ma forse forse l’online, un giorno, si rivelerà essere la terra promessa di questa strana e bistrattata professione. Vedremo. Sapevo, quindi, che l’agenzia non mi sarebbe piaciuta. E’ stata pur sempre un’esperienza, ma io sono più per l’approfondimento che per la tempestività. Non m’interessa “stare sulla notizia” quando lo fanno già gli altri. Per me il giornalismo non è una gara di velocità, ma una sfida giocata sulla comprensione profonda dei fatti. Da parti di chi scrive e di chi legge. Sono un cronista fuori dal coro, lo so. Ma d’altronde non è colpa mia. E’ che mi disegnano così.

E’ un caso, invece, che abbia lavorato per l’economico. Sono ragioniere, o così dice il mio diploma. E in cinque anni di scuola ho imparato che l’economia non mi piace affatto. Anzi, quasi mi fa schifo. Negli anni mi sono ritrovato a mio agio più con la penna che con la calcolatrice, più con le parole che con i numeri. Ma una volta arrivato in redazione, a inizio stage, non potevo

permettermi di decidere io che cosa avrei dovuto fare. O forse sì, ma sono una persona umile, anche se a volte non sembra. E prima mi piego. Poi, prima di spezzarmi, mi rialzo. Faccio scegliere agli altri, comincio in modo servizievole, nell’accezione più pulita del termine. Inoltre un mese è veramente poco, non ho nemmeno provato a farmi spostare in un altro settore. Appena il tempo di prendere confidenza con persone e meccanismi dell’economico, che eravamo già ai saluti.

E’ un altro caso, poi, quello di aver dovuto dare voce alle facce da culo di turno. Ho scoperto a mie spese che le agenzie ti mandano alle conferenze per un motivo ben preciso. Non per cercare la notizia, come logica vorrebbe, ma per far parlare e riportare quanto detto dal politico di turno. Dal presidente di turno. Da chi detiene la carica più alta. Insomma, da chi in quel momento ce l’ha più grosso.

Ma io sono affascinato dal lato umano delle cose. Mi piace capire, scavare e poi capire di nuovo osservando quanto sono riuscito a dissotterrare. E voglio raccontare alle persone quello che c’è da vedere. Preferisco metterci un giorno di più, ma farlo bene. Voglio entrare nel cuore di chi mi legge, non limitarmi a solleticargli la mente con due righe fresche di stampa. Anzi, di bit. E voglio dar voce a chi non ce l’ha. Voglio mettere sul piedistallo chi ce l’ha piccolo e farlo sentire il nuovo Rocco Siffredi. Voglio restituire dignità a coloro cui la società l’ha negata, e senza darmi un limite. E poi odio gli sproloqui propagandistici dei ministri, che infilano a forza i loro proclami autocelebrativi come vibratori senza vasellina.

Sono davvero fortunato. Ora la strada la vedo più chiara. Lontana, ma chiara. Ho capito che le deviazioni sono tante, che l’itinerario è tortuoso. E che certe strade portano a paludi più comode di certe foreste, ma che non per questo puzzano meno. Tutt’altro.

Qui ci vuole una rivoluzione del mio approccio. A colazione mangerò pane e intraprendenza. Servono iniziative mirate, per non finire nel lato più torbido di una professione che ha due facce. Una di merda e l’altra di cioccolato. E ora che mi son sporcato con la prima, mi è venuta una gran voglia di strafogarmi con la seconda.



Sono un cronista, non sono una santa

“Non mi funziona questo cazzo di coso!!!”, ha gridato la “capa” dell’economico. “Penso che anche la Gazzetta di Torrecannuzza abbia un sistema internet migliore di questo!!”. Stava aggiornando il sito, lei che può, ma non le funzionava nulla. Aveva preparato il pezzo, messo tutto in pagina. Ma cliccando su “pubblica” non compariva nulla. Doveva ricominciare da capo. Ed è scoppiata, nonostante sia appena tornata da una settimana di ferie. “Lo fanno per farti venire l’esaurimento nervoso!”, ha detto.

“No. E’ una prova di santità”, ha commentato il simpaticone che giorni fa è stato zittito dal Mutandaro perché voleva fare un lavoro assegnato a me. “La fanno pure al Vaticano”.

Io che santo non sono, dico che va bene così. Che non ho fatto online in questa redazione un po’ sgangherata. Un po’, perché sono un inguaribile ottimista.

Meglio così. Meglio aver fatto agenzia nell’ultimo periodo che aver perso due mesi a fare copia-incolla sul web che il sistema di impaginazione del sito si rifiuta pure di accettare.

E come dargli torto?



Cazzuto!!

“Senti, domani ci sarebbe questa cosa qua…”. Il Mutandaro mi stava porgendo un altro lavoro su un piatto d’argento. Un piatto pesante, ma non me ne sono accorto subito. Il foglio che illustrava la conferenza stampa parlava chiaro, cioè che sarebbe durata dalle 8 45 alle 17 30. Che poi non era una conferenza stampa, ma un convegno. Quasi nove ore di dibattito sulla crisi.

Uuna flebo, grazie.

“Cazzuto!”, mi ha detto il Mutandaro.

“Eh?”, ho ribattuto io che ero troppo intento a leggermi il foglio per sentire bene.

“Cazzutoo!!”, ha urlacchiato lui con il suo solito mezzo ghigno.

Stava cercando di motivarmi. “E’ una cosa importante – ha precisato – …ok?!”.

“Sì!”, gli ho risposto io ostentando sicurezza. Una mezza sicurezza, come il suo ghigno. Perché si sarebbe comunque trattato di gestire informazioni provenienti da discorsi presumibilmente fuori dalla mia portata.

Era qualche giorno fa. Poi è andata bene, ma il senso di inutilità mi è rimasto dentro. Leggero. Mitigato dalla consapevolezza che comunque stavo comunque facendo il mio lavoro. E il problema, forse, è proprio quello.



Colpo grosso

Colpo grosso nella Città delle Pizze Gommose. Colpo grosso, sì, ma senza le donnine di Umberto Smaila. Colpo grosso per me, che all’improvviso mi sono ritrovato alla mia prima uscita per questa favolosa agenzia. Alla prima, e subito dopo alla seconda. E alla terza. In soli due giorni.

Eh già, sono stato alla mia prima conferenza stampa in questa città, la prima in veste di stagista. Il primo stagista di online che va alle conferenze stampa per fare lavoro di agenzia. Ma questa è un’altra storia. Un capitolo chiuso, direi. Mentre in questi giorni se n’è aperto un altro, anche se non durerà tanto. Ridendo poco e scherzando ancora meno, siamo quasi arrivati al capolinea. Martedì prossimo finisce il mio stage. Poi me ne tornerò al mio amato mare. Martedì si chiude un cerchio, in attesa che se ne apra un altro.

Ho tante cose da dire, ma anche tante cose da fare. Per questo, per ora, passo e chiudo. Oggi pomeriggio ho un’altra conferenza stampa, mentre nell’attesa mi aspetta un po’ di (mal)sano desk. Il dovere mi chiama. E io gli posso finalmente rispondere.



La trappola del copia-incolla

Da buon cronista ho fatto la mia indagine.

L’agenzia per cui lavoro possiede anche altri portali. Portali tematici. Dove non si scrive niente di nuovo. Dove non si fa vero giornalismo.

E anche lo stesso sito dell’agenzia non contiene nulla di originale. Gli scritti sono già stati scritti. Da qualcun’altro. Chi lo aggiorna non fa che inserire testi di altre persone. Sono rare le volte in cui le notizie pubblicate sono frutto di un vero lavoro giornalistico. La maggior parte delle volte sono collage di cose già fatte.

Sarò ingenuo, sarò solo un principiante. Ma non sono un coglione. Ho capito l’antifona. A fare l’online qua, si rischia di cadere nella trappola del copia-incolla.

Qui serve uno scatto d’orgoglio. Anche un aspirante cronista ha la sua dignità.



Subconscio anarchico

“Secondo una direttiva della Camera di Commercio di questa mattina, non saranno più ammesse richieste in merito a…”.

Stop.

Secondo cosa?

Camera di Commercio?

Qui dice Agenzia delle Entrate.

Perché ho scritto Camera di Commercio se qui dice Agenzia delle Entrate?

Oh cazzo.

E’ successo di nuovo. Ho sbagliato un’altra volta ad attribuire qualcosa a qualcuno. Un qualcuno che in realtà è qualcun altro. Come l’altro giorno con le riviste. E non va bene. Anche se mi sono accorto in tempo non va bene lo stesso.

Ultimamente il mio subconscio sta facendo un po’ troppo l’anarchico.



Sono stato fregato

“Senti maaa… qui chi è che si occupa dell’online?”, ho chiesto a uno dei tre precari con il contratto in scadenza. Una domanda che covavo da più di una settimana. Come al solito, aspetto troppo.

“Al sito ci lavorano un po’ tutti”, risponde lui. “Fino a poco tempo fa c’era una redazione apposita. Poi c’è stata una ristrutturazione aziendale e…”.

Sono stato fregato. Sono venuto a fare online dove non esiste una struttura organizzativa per farlo. E non per niente sto facendo agenzia, cosa che non era nei piani. Agenzia dal desk, poi. La scuola aveva detto che erano stati loro a chiamare, perché stavano cercando qualcuno che desse una mano per il portale. In effetti ero un po’ sorpreso. Ma non c’è niente di male, in fondo, se un’agenzia vuole potenziare la sua redazione online. Peccato che qui la redazione online non c’è più da mesi. Sono i capiservizio, a volte anche i semplici redattori, ad aggiornare di tanto in tanto il sito secondo le direttive dei capiredattori centrali. E non è molto diverso da un copia-incolla di agenzie già scritte, o comunque di notizie redatte senza tenere conto dei criteri della scrittura web che hanno tentato di inculcarci alla scuola di giornalismo.

Devo capire perché.

Devo capire cos’è successo.

Devo capire se sono stato incastrato. E da chi.

E soprattutto devo capire se ci sono margini per reindirizzare lo stage sulla strada che sarebbe dovuta essere.



Danni collaterali

Ho fatto un danno, ma potevano essere due. Giovedì scorso ho “passato” il comunicato di una rivista (che chiamerò semplicemente “A”) attribuendola a un’altra rivista (che chiamerò con altrettanta semplicità “B”).

E B si è incazzata. Perché si è ritrovata in rete la sintesi di un’inchiesta che non era sua. Venerdì ha telefonato più volte. Non ho preso io le chiamate, ma sì, a quanto pare quelli di B erano proprio incazzati. E il boss che mi ha controllato il pezzo ha evitato di arrabbiarsi con me, ma ha dovuto rimediare. In un modo che non condivido affatto, ma non ero (e non sono tuttora) nella posizione di dissentire. Si è accordato con la rivista B per farsi mandare un fax contenente un’inchiesta vecchia di un anno. Un’inchiesta di B, ovviamente. Attualità zero. Ma l’intrallazzo è servito a far star zitti i riottosi chiamati in causa per errore da me. Dal sottoscritto. Un sottoscritto che ancora si domanda come sia stato possibile, dato che ha fatto copia-incolla dall’email e poi ha lavorato su quel testo. Ancora non mi spiego come sia potuto succedere che il mio pezzo parlasse ripetutamente di B quando il testo originale si riferiva esplicitamente ad A. E non ci sono dubbi, ho controllato.

“Deve arrivare un fax. Quando arriva datelo a KronaKus”, ha detto a voce alta il capo dell’economico facendosi sentire da tutti. Era chiaro: io avevo sbagliato, io dovevo rimediare. Giustissimo. Non fosse che mancavano venti minuti all’ora che mi ero prefissato per uscire dalla redazione, tornare a prendermi la valigia (che era tutt’altro che pronta) e dirigermi in stazione per prendere il mio treno. L’ultimo regionale di quella giornata, l’ultimo senza dover pagare sovrapprezzi. E poi, non so, forse sarebbe stato un casino. Avevo approfittato della promozione di Trenitalia per risparmiare il 60% tra andata e ritorno. Scopo dell’iniziativa, favorire l’affluenza al voto. Speranza vana.

Il fax è arrivato cinque minuti dopo le 4. Avevo già sforato. E ricordare al boss la mia richeista di uscire prima pareva non fosse servito a niente. Sembrava infischiarsene. Ma una volta preso in mano il fax mi ha chiesto: “Sicuro che ce la fai coi tempi?”.

Ho risposto di sì. Ma non ho convinto né me né lui.

“Sei sicuro?”, mi ha ripetuto avvicinandosi.

Cinque, forse sei pagine da leggere e sintetizzare, sui prezzi al dettaglio delle mercerie. Squallidissimo. Non tanto per il contenuto, quanto perché stavo rischiando di perdere il treno per un imbroglio che in fondo offende sia il lavoro che i clienti di questa agenzia.

“Fammi vedere”, ho detto prendendogli i fogli dalle mani. Ho dato un’occhiata rapidissima. Un sospiro mi è uscito proprio di cuore, profondo quanto inevitabile.

Con un neurone su quelle pagine e uno già sul treno, ho cominciato a fare il mio lavoretto di riparazione. Non so come, ma in mezzora ho finito. Non so cosa ne è venuto fuori, perché appena concluso ho consegnato tutto e ho augurato buon weekend a tutti quanti. Il boss ha voluto battere un cinque. embravamo due ragazzini compiaciuti di una bravata appena fatta. Perché il boss non è stronzo, ha solo voluto chiudere il cerchio. E forse mettermi alla prova. Sbattendosene, almeno in parte, delle mie esigenze. Ma l’avevo detto: sono il vostro schiavo. Volevo essere trattato come uno che è qui per lavorare. Per lavorare davvero. E venerdì pomeriggio, con buona pace della mia pressione sanguinea, sono stato accontentato.

Appena finito sono corso via. Quarantanove minuti per tornare alla stanza che ho preso in affitto qui nella Città delle Pizze Gommose. Ed è stato un record. Ho anche dovuto disfare quel poco di valigia che avevo preparato, perché avevo dimenticato di mettere dentro un paio di lenzuola che ovviamente non ci stavano nemmeno a pagarle. Sono stato costretto a togliere una coperta che potevo anche lasciare lì. Una coperta che ovviamente era sotto tutto il resto.

Sono arrivato in stazione con mezzora di anticipo. Non chiedetemi come. Ho sempre avuto un cattivo rapporto con il tempo, ma questa volta ho vinto io.

Sono riuscito a tornare. E a fare il bravo cittadino andando a esprimere il mio voto.

In redazione sono tornato da circa mezzora. Ancora niente lavoro, ma nemmeno rimproveri. A quanto pare, durante il pezzo scritto in tutta fretta venerdì pomeriggio, il mio subconscio non è riuscito a mettere in mezzo nessuna rivista C.



Faccio l’evasivo

“Cosa fai la sera quando esci?

“Ma tu bevi? Fumi? Ti fai le canne?”

“Chi butteresti già da una torre, Tremonti o Epifani?”

Quei due mi hanno tartassato di domande. Quei due sono dell’economico, uno dei quali comanda pure. L’altro è un omone, alto, largo, con gli occhiali grossi e la bocca larga. Una specie di nerd troppo sviluppato. Un nerd in giacca e cravatta che girovaga per la redazione dando l’impressione di non stare nemmeno lavorando. E chissà, forse non lavora proprio.

Sembrava un test piscoanalitico. Attitudinale, forse. Un’intrusione nella mia privacy ideologica che suonava tanto di controllo preventivo. Nel senso che è meglio farlo subito e capire con chi avranno a che fare per questo mese.

Però sulle loro facce c’era un mezzo ghigno. Non era un interrogatorio, solo delle domande tra il serio e l’ironico per capire chi o cosa sono, ma credo anche per rompere il ghiaccio. Non ho nemmeno capito da che parte stanno. Potrebbero essere destroidi che vogliono controllare se tra le fila di questa redazione è entrato uno di loro. Oppure sono dei sinistroidi che fanno domande a trabocchetto per verificare se sono o meno un compagno. Perché dai loro commenti mi sono sembrati di destra, ma forse facevano finta. Io sono rimasto evasivo. Alla terza domanda ho restituito la palla al mittente con un laconico “questa è troppo facile”, ma la risposta non l’ho mica data. E loro non hanno chiesto altro.



Pazientiamo (3)

“KronaKus, è arrivato un comunicato della Federconsumatori”.

“KronaKus, l’Antitrust c’ha scritto una mail, guarda un po’ che cosa vuole”.

“KronaKus, prendi quella nota della Cgil e rendila leggibile, per favore”.

“KronaKus, puoi passare quel comunicato della Danone?”.

Anche oggi correggo bozze. Bozze di altri naturalmente. Non saprei come definire quello che sto facendo, ma una certezza ce l’ho. Non è online. Non sto lavorando per un sito d’informazione, nonostante quest’azienda ne abbia uno tutto suo. Questa è agenzia. Una specie di agenzia. Fatta di solo desk. Me ne sto alla mia scrivania, con due monitor davanti a me. Uno per il sistema editoriale, uno per internet. E proprio ora ci sto navigando dentro, anche se non è questo il mare che doveva essere. Ero qui per fare altre cose.

Ma pazientiamo. Ancora per un po’.



Mentina Mentana

Una boccata di aria fresca. Ossigeno per i diritti dei lavoratori. Per i diritti dei giornalisti. Per la coscienza delle persone che stanno dietro la penna e dietro lo schermo.

Il Corriere.it titola: “Tribunale di Roma: «Mentana deve essere reintegrato a Matrix»“. L’ex-conduttore del programma di approfondimento di Canale 5 ha vinto la prima fase di una battaglia legale combattuta per sé, sì, ma anche per tutti i colleghi. Di Mediaset e non. Colleghi intesa come categoria, quella dei giornalisti. Che fanno sempre più fatica a guardarsi allo specchio. O se lo fanno, lo specchio va puntualmente in frantumi.

Mentana si era ribellato alla decisione della rete di non rimandare la puntata del Grande Fratello per lasciare spazio al caso Englaro. Era la sera della morte di Eluana. Canale 5 ha detto no, il giornalista pure. Dando le dimissioni da direttore editoriale. Per poi venir licenziato del tutto dall’azienda che gli ha così impedito di proseguire nella conduzione. Negandogli il diritto di continuare comunque a esercitare la sua professione. Era il 9 febbraio, e l’indipendenza del giornalismo stava subendo un duro colpo. Basso. Un altro.

Grazie Enrico, continua a lottare. Grazie per la tua determinazione. Grazie per la tua “passionaccia”. Grazie per questa piccola mentina che ci fa odorare l’alito un po’ meno di merda.



Fuori dal vero

“Il primo pezzo che ho firmato per Il Cronista era su un piccione che era rimasto ferito in un parco pubblico, e su un animalista impazzito perché l’Asl non era voluta intervenire”. L’Invasato mi ha raccontato del suo esordio nel mondo della carta stampata con una storia che a qualcuno farebbe ridere e a qualcuno farebbe piangere.

A me fa piangere. E riflettere. Perché il suo flashback è arrivato subito dopo che io gli ho raccontato che alla Silente, una nostra collega della scuola di giornalismo, durante uno stage prima dell’inizio dei corsi, le era capitato il caso di un consigliere comunale che si era incatenato all’ingresso di un giardino pubblico per protestare contro l’incuria. L’avevano mandata sul posto, e già ridevano mentre le assegnavano la cosa. Infatti una volta tornata non se n’è fatto nulla. Niente pezzo, il fatto era troppo “stupido”.

Mi viene da piangere e riflettere, sì. Su quanto il giornalismo sia amabilmente e pericolosamente vario. Su come si debba stare attenti a non finire nel posto sbagliato. Nelle mani sbagliate, mani di persone ammanicate – mi si scusi il gioco di parole – e superficiali. Che si fermano alla politica perché è quella che tira. Che non vedono l’importanza delle piccole cose e che non sanno riconoscere la gravità delle stesse. Cose piccole che piccole non sono quasi mai. Ma ci vogliono gli occhi giusti. Ci vuole l’atteggiamento giusto. Ci vuole il direttore giusto.

Meglio cercarla in fretta, la retta via, in questa selva oscura di giornalisti politicanti e politicizzati. Sicuri del vero ma fuori dal vero. Pieni di sé ma fuori dal mondo.



No grazie, ce l’ho già

Ero appena sceso dal tram quando mi si è avvicinata una ragazza. Era pure carina, ma non era lì per accalappiarmi. O meglio, sì lo era. Ma non per questioni ormonali. Era lì per rifilarmi qualcosa.

“T’interessa un giornale comunista?”, mi ha detto.

Mi sono dovuto togliere la cuffia dell’mp3 per sentirla, poi le ho chiesto di ripetere.

“T’interessa IL giornale comunista?”, mi ha detto ora che la sentivo meglio.

Mi è venuto un sorriso, a vedere lei e altri due dietro di lei che cercavano di appioppare a destra e a manca (soprattutto a manca) giornaletti in bianco e nero inneggianti alla lotta comunista.

E io: “No, grazie, ce l’ho già”. Ho detto così, ancora sorridendo. E senza accennare a fermarmi. Che come al solito ero in ritardo del mio solito quarto d’ora accademico. Anche se l’università l’ho finita da un po’, ma quando una cosa ce l’hai nell’imprinting non puoi farci proprio niente. E io il ritardo ce l’ho marchiato a fuoco nel dna.

Sì, ce l’avevo già, il mio bel giornale comunista. Mi ero fermato in edicola prima di salire sul tram, a comprare “L’Altro” di Sansonetti e la P. Così le ho detto no grazie, un altro non me ne serviva.

Questo avrei fatto, ma non ho potuto. Perché io, L’Altro, l’ho seguito per tutta la prima settimana. Ma oggi ho voluto cambiare. E’ scoppiato (di nuovo) il caso Mills, e volevo un giornale che mi spiegasse la cosa in modo imparziale. Ho comprato il Corriere della Sera proprio per quel motivo. Anche se di “imparziale” ci sarebbe sì e no leggere nella testa dello stesso Mills. Ma non mi fiderei nemmeno di quello. Che la psiche, si sa, tende a conformarsi a quel che più conviene. In questo caso, forse, mentire. E c’è la possibilità che ormai si sia autoconvinto delle fandonie che è stato pagato per dire. Ammesso che i fatti siano andati realmente così.

Così alla ragazza ho detto comunque un “no grazie”. Sarà che non mi fido, sarà che da piccolo mi hanno insegnato a pensare che quelli che fanno come lei sono i drogati dei centri sociali che si vogliono comprare la dose con finti giornali. Sarà che ero piccolo, che nonostante i miei genitori tendano a sinistra hanno sempre cercato di tenermi distante dalle frange estreme. Sono diffidente. Diffidente e in ritardo. Perciò ho detto di no.

Ma mi sono un po’ pentito. La prossima volta, almeno, le chiederò il numero.



Il cronista della gente

C’è grossa crisi. Sì lo so che l’ho detto pure ieri, ma stavolta l’argomento mi tocca da vicino. Un articolo per il giornale della scuola. Argomento crisi. Intervistare i negozianti del Paese dei Polpacci per capire come stanno le cose. Per vedere se la situazione è davvero così tragica. Oppure no.

No. Sembra di no. Molti commercianti si lamentano, ok. Ma senza eccedere. Il bello è che alcuni dicono che è la tv a mettere paura. Che amplifica la cosa. Che da un cerino ci si è inventati un incendio.

Ma in fondo i numeri parlano chiaro. Il problema è serio, il solco è bello profondo. Eppure c’è chi sospetta che quella che era solo una fase di timida depressione sia stata trasformata in un evento apocalittico. Rendendolo apocalittico davvero. E poco integrato. Mettendo paura agli investitori, che hanno venduto i loro titoli nel timore di perdere tutto. E alle famiglie, ai consumatori, spingendoli in maniera più meno diretta a un risparmio forzato dai proclami catastrofisti. Meglio tenerci quello che abbiamo, che non si sa mai.

Non so quanto ci sia di vero. Poi l’economia non mi ha mai affascinato. Sono pure diplomato in ragioneria, ma le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere.

Fatto sta che gli alimentari – e di loro mi sono occupato soprattutto – stanno vivendo una fase di schizofrenia. Perlomeno nel Paese dei Polpacci. I piccoli soffrono, i grandi resistono. Tengono botta. La piccola distribuzione agonizza, i pesci grossi incassano i colpi senza tanti traumi.

Strano. L’economia non mi ha mai affascinato. Le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere. Però mi è piaciuto indagare la cosa. Nonostante i numeri. Sarà che gli interlocutori erano pur sempre persone. Che ho lavorato sui casi umani della crisi, non tanto sulle cifre.

L’uomo. E la donna. Ecco cosa m’interessa. Soprattutto la donna, ma lasciamo stare.

Sono il cronista della gente, il narratore delle piccole storie. Piccole ma vere. Vere quanto lo sono le persone, le loro vite. Vere quanto lo sono io.



Rubricando

C’è grossa crisi, lo dice pure Quelo. Lo diceva, più che altro, quando ancora il suo alter ego di carne, ossa e comicità non era stato bandito dall’etere. Ma questa è un’altra storia.

C’è grossa crisi, dicevo. Crisi dell’economia, crisi dei giornali. Che le due cose non son mica distinte.

E’ crisi. Crisi e basta.

Macro. Micro.

Una fottuta crisi.

Bene.

Eppure nascono nuovi quotidiani, proprio nell’era in cui la carta viene data per spacciata. Sgualcita. Appallottolata. Infradiciata. In altre parole, morta.

Dicono non ci sia niente da fare per le notizie stampate, ma oggi stesso è nato un nuovo giornale.

L’Altro.

Impostazione di sinistra. Dodici pagine smilze. Pochi esteri. Tanta politica, inserita quasi a forza pure nelle pagine di cultura e spettacoli.

E Melissa P.

Sì, Melissa P.

Cazzo c’entra Melissa P.?

Forse perché in passato – neanche tanto passato – ha scritto una lettera aperta a Ruini. “In nome dell’amore”, si chiamava. Una lettera, sì. In forma di libro.

Devo ancora leggerlo, ma immagino fosse un inno alla laicità.

Ecco, forse, l’unico nesso con il redivivo Sansonetti.

E’ il mio corpo che cambia, e pure l’editoria. Ora le scrittrici soft-porno hanno rubriche domenicali sui quotidiani di (estrema) sinistra.

Credete sia un male?

Io no.

Non me la perderò per nulla al mondo.



Pay-news

Avviso ai naviganti. Da domani questo blog sarà a pagamento. Sì, e non è colpa mia. Me l’ha detto il dottore. Il dottor Murdoch. Che ha detto a tutti che le notizie online si devono far pagare. Che sennò così non si va avanti.

Ok, io non do notizie. Questo è solo un misero blog. Però parlo di notizie. Di fare notizie. Di arrivare a poter fare notizie. E magari prenderci pure qualche soldo. Perciò vi faccio pagare. Stronzi. Tiè.

..

Se da domani quei quattro gatti che mi seguono diventano tre, significa che quel micio era proprio un coglione.



Bad cowboys

Prendi l’intervistato e legalo con una corda. Se se ne va senza rilasciarti l’intervista, tu prendilo al lazo e non fartelo scappare. Non è un consiglio, tantomeno una metafora. L’Ippopotamo, esimio, gonfissimo professore di tv della scuola di giornalismo, ci ha raccontato un fatto di vita vissuta. Un suo collega di vecchia data l’ha fatto sul serio. Ha bloccato la persona che doveva intervistare placcandolo con una specie di corda. In barba alla sua riluttanza. E al bon ton.

“Questo non è un lavoro per persone educate”, è intervenuto il Lemure, minuto, spigliato professore, anche lui di tv.

E noi, così ingenui. Io, cameraman dai modi gentili. E lei, la Compagna, ragazza dal fare sottile a cui è toccato fare interviste.
Un servizio su una mostra d’arte a cui tutto il Paese dei Polpacci tiene parecchio. Pure troppo.
Ce ne siamo tornati con poche immagini. Il nostro lavoro ha rischiato di finire tutto a puttane. Ma no, alla fine ce la siamo cavati, e ne è uscito comunque un servizio da mandare in onda. Nonostante i limiti imposti dagli organizzatori della mostra. I professori avrebbero voluto più materiale, ma non ci hanno permesso di fare riprese in biglietteria, tantomeno ai quadri. Quasi tutti da inquadrare da lontano. No dettagli.

Ma pazienza, è andata lo stesso. Il prezzo da pagare – perché c’è sempre un prezzo – è stato il racconto dell’Ippopotamo e del Lemure, animali del giornalismo su schermo. Rodati da anni e anni di esperienza, il primo è addirittura in pensione e arrotonda le sue già rotondissime rotondità venendo a fare lezione da noi. E andando a cena con tutto il club dei giornalisti-professori in uno dei ristoranti di pesce più rinomati della costa. Che dista diversi chilometri dal Paese dei Polpacci, ma per magnà se fa questo ed altro. Il Marinaio, uno dei due tecnici che ci assiste nel nostro lavoro di televisivi, li ha portati in questo locale in cui sembra si mangi divinamente.

Pance piene e consigli da selvaggio west. Loro sceriffi. Noi, cowboys cattivi messi su strada a catturare gente col lazo per uno straccio di intervista.

E’ un mondo difficile.



A casa del Mister

Ma la sera a casa del Mister, si può nominare. Ma la sera a casa del Mister, che musica c’è.

Tutti a cena dal Mister, è lì che si fa carriera. Se ne parla da giorni e giorni, e stavolta qualcuno s’è incazzato. “Il servizio pubblico non è una torta da spartire”, ma ciò non toglie che sia tutto un magna magna. Tanto è vero che le nomine, alla Rai, si fanno a casa del nemico. Commercialmente parlando. A casa della concorrenza, insomma. A casa del Mister, sì. Il Mister del governo.

C’è qualcosa che non va.

Ora lui parla di “facce giovani”, di una nuova classe di direttori di telegiornali.
Scusate se sono scettico.



San Toro

Il Mister ha emesso il verdetto, Michele Santoro dovrà “riparare” i danni. E se non lo ha emesso di persona, qualcuno lo ha fatto sicuramente per lui.

Non ho visto la puntata di Annozero di giovedì scorso, ma senza dubbio guarderò quella di stasera. Credo che sarà una clamorosa lezione di giornalismo. Perché non capita spesso di assistere a una puntata “di riparazione”. Non in un paese civile, perlomeno. Non in un paese in cui l’informazione è indipendente. Indipendente davvero.
Ma da noi sembra che più che l’obiettività, a contare sia l’esaltazione del buono. E del bello. E di un giusto che è giusto perché deciso a tavolino. Preventivamente.
Ripeto, non ho visto la puntata di giovedì scorso. Ma se i dati oggettivi e le testimonianze dimostrano che quanto detto e mostrato in merito al terremoto era tutto vero, allora non capisco perché la politica e i suoi vassalli (i vertici Rai) debbano giudicare un lavoro onesto. Partigiano, sì, ma onesto. Perché Santoro è di parte, ma non dice cazzate. Farà pure vedere sempre la stessa faccia della realtà, lasciando l’altra sponda nell’angolino, ma in ogni caso non si tratta di fiction. Di finzione. E’ tutto vero, anche se a qualcuno questo non piace. Qualcuno che vorrebbe si parlasse solo di quel che crea compiacimento, che possa convenire in termini di consensi. Di voti. Di potere.

E Vauro. Censurato impunemente. Non si scherza con i morti.
Certo, però, che anche noi vivi non ce la passiamo tanto bene.



Snikt

Mi domando perché nel giornalismo si commettano spesso degli errori così grossolani. “Il ritorno di Wolverine, il più sexy degli X-Man”. A parte la superficialità del taglio che si è voluto dare al servizio, il titolo che campeggia nel sommario del Venerdì di Repubblica uscito ieri mi lascia con un interrogativo non indifferente. E’ pigrizia o ignoranza, quella che spinge un giornalista a sbagliare in questo modo?

Perché ics-men si scrive X-Men. E perché l’inglese parla chiaro: il plurale di man è men. L’errore non sta solo nel solleticare l’animo nerd di chi legge e di farlo sentire indignato. Lo sbaglio è proprio linguistico. Logico. E’ un segno di leggerezza. Forse di fretta. O, come dicevo, di pigrizia oppure ignoranza.

Tsz.
Anzi, snikt.



Sarà il cambio di stagione?

La tre giorni di radio si è conclusa con altre due edizioni coordinate da me, ma con la supervisione del Placido al posto della Scimmia Urlatrice.
Il Placido è l’ex-direttore della scuola, e mi sembra di capire che sia ancora un grosso punto di riferimento. Per gli altri docenti. Per la segreteria. E pure per noi.

La cosa certa è che si è lavorato in assoluta tranquillità, complice anche l’abbondanza di servizi, alcuni dei quali avanzati dai giorni precedenti. Servizi riciclabili, non essendo strettamente connessi alla cronaca. Ma l’ultima giornata è stata segnata anche da un surplus di notizie. Per la diretta delle 12 30 ne abbiamo prodotte così tante da averne tagliate la metà per esigenze di spazio. Tutto se n’è andato liscio. Sereno. Senza gli spasmi provocati dagli strilli ingiustificati della Scimmia Urlatrice. Che intanto se n’era tornata al suo lavoro di sempre. Sì, perché i nostri docenti o sono in pensione o fanno altro nella vita. E sono tutti grandi professionisti, di oggi e di ieri.

Io mi ritengo soddisfatto. Ho lavorato bene, e mi faccio un applauso sincero. Calmo. Placido, pure lui. Perché in fondo sono severo con me stesso, e anche se sono consapevole che è filato tutto liscio, c’è quel piccolo neo per cui sorrido ma allo stesso tempo rifletto: ho coordinato sei edizioni, e nemmeno all’ultima sono riuscito a impaginare il radiogiornale in tempi decenti.
Cosa significa? Significa che ho sempre cominciato tardi a mettere in ordine il materiale – notizie e servizi – per la messa in onda. Una cosa da fare presto, sia per capire cosa e quanto tagliare, evitando interventi in extremis che rischiano di essere sbagliati e senza senno.
E poi ho concesso ai conduttori poco tempo per provare. il primo giorno, lo Stravivo me ne ha quasi fatto una colpa, lamentandosi con il suo solito fare che sa di arroganza. E che non ho ancora capito se lo è davvero. “Sono le 12 10 e ancora non ho avuto in mano il copione”, aveva detto quando mancavano venti minuti alla diretta.

Lì per lì avevo sentito il peso della responsabilità, ma poi la Scimmia Urlatrice ha fatto le mie veci nel mettergli in chiaro che i tempi sono questi, e che in radio funziona così. Che a volte non si prova. Che possono arrivare aggiornamenti in diretta. Che ci si può anche ritrovare a parlare di cose di cui non si sa assolutamente una mazza. Con termini astrusi, o magari con dati percentuali in doppia cifra da leggere come fossero scioglilingua.

Ma la questione lì è iniziata e lì finita. Tranne il fatto che neppure gli altri conduttori hanno avuto modo di provare con calma. Nemmeno le volte dopo. E’ che il caporedattore radio ne ha davvero troppe da fare, tant’è che si sta pensando di istituire una figura di vice per il prossimo anno. Cercare notizie, smistarle tra i compagni, raccoglierle una volta pronta, assicurarsi che i servizi arrivino in tempo, fare i titoli. E tante altre cose che ora non mi vengono neppure in mente. Mentre le notizie continuano ad arrivare a flusso.

Beh, tutto molto stimolante. Anche se sabato mattina ho dovuto dormire più di nove ore per cercare di recuperare. Per poi svegliarmi con più sonno di prima. O quasi.
Sarà il cambio di stagione?



La Scimmia Urlatrice

Devo essere impazzito. La sveglia alle 7 e 25 per vedere il tg regionale. Devo essere impazzito, dato che da quando sono qua mi sono sempre alzato all’ultimo secondo utile per non fare tardi. Non sempre riuscendoci.
Oggi no, potere della radio. O meglio, potere della carica di caporedattore radio. Prima di me solo la Compagna aveva avuto queto ruolo durante una simulazione. Ho sentito il peso dell’investitura, nonostante la cosa si svolga in modo assultamente casuale, e a rotazione. Ma ho voluto essere – come si dice – performativo. Ho pensato alla performance. Ho voluto dare il meglio di me. E così, sveglia alle 7 e 25.

Riunione di redazione. Ho snocciolato una marea di argomenti accuratamente selezionati dal tg, ma ne sono serviti solo tre. E’ così che funziona. Uno si alza presto e prende qualche spunto dal lavoro degli altri. Poi propone ai professori i temi che vorrebbe affrontare, che ritiene almeno un po’ importanti. Ma poi ne serve solo qualcuno, perché è inutile dire che si lavora molto sulle agenzie che escono durante il giorno.

La prima edizione prima di pranzo. Una radio locale ci fa da spalla, offrendoci le sue frequenze per due radiogiornali al giorno. Il secondo nel tardo pomeriggio.

Tutto è andato liscio, tranne l’ultima mezzora prima delle dirette. Lei sbraitava a destra e a manca, alla ricerca di chissà cosa. Forse di una pace interiore. Lei, che tutti chiamano prof, ma per me è soltanto la Scimmia Urlarice. Che ha un ruolo di prestigio nel mondo della radio. Insomma, sa il fatto suo. Ma credo sia fortemente ipertesa, che il suo medico se ne sia accorto, ma che lei ignori bellamente l’urgenza di curarsi. E’ l’ansia fatta donna. Anzi scimmia. Urlatrice. E io lì a sorbirmela come una bevanda ghiacciata al polo nord. In poche parole, ho rischiato una congestione nervosa.

..
Beh, il resto ve lo racconto domani. Tra una cazzata e l’altra devo ancora cenare, perciò tanti saluti. Mi aspetta una bella insalata di tonno. Che, francamente, mi fa molto più gola di voi.



Fuga di massa

Qui a scuola si fa a gara per avere libera la seconda metà di questa settimana. Il festival internazionale del giornalismo di Perugia sta calamitando l’attenzione del settore, compresa quella di molti miei compagni.

Sorteggio. La soluzione rimasta è questa. Troppa gente vorrebbe andare, il Direttore non lo consente. Così il Satiro ha trovato la via: estrarre a sorte cinque nomi. E quei cinque andranno. Le loro assenze saranno giustificate, e quindi non conteggiate nel monte ore finale.

Il Direttore ha accettato. Perché il Direttore è un gran democratico, e apprezza queste alzate d’ingegno così paritarie. Eque.

Oggi, poco prima delle lezioni del pomeriggio, si saprà chi sono i cinque fortunati. L’attesa è paragonabile a quella della riffa per l’uovo di Pasqua. Intanto si rincorrono le candidature. A quanto ho capito, almeno una decina vorrebbero andare.

E io?
Io vorrei ma non posso. Ho letto il programma dal sito ufficiale, i giorni più interessanti sono proprio i primi. Quelli in cui sono caporedattore radio. Sì, tocca a me coordinare il lavoro per le dirette di questa settimana. Un compito gravoso, ma anche un compito che non ricapiterà. Confido nel fatto che sarà molto formativo. Non posso mancare per dei dibattiti, che per quanto interessanti possano essere sono pur sempre parole. E io sono al punto di riuscire ad amare solo i fatti. Di vederli, di ascoltarli. Di raccontarli. Ma soprattutto di viverli. Basta salotto. Voglio la bottega. Nella speranza di non dimenticarla aperta.

E così non parteciperò alla fuga di massa. Poco male. Avrò modo di torchiare i miei compagni. Di spronarli a produrre notizie e servizi radiofonici. E soprattutto di tirar fuori un po’ di quel carisma e di autorità in più di cui di solito sono troppo poco sprovvisto.



Porta via

“L’epifania tutte le feste porta via”. Il re dei luoghi comuni. La frase fatta per eccellenza. Ovvero, tutto quello che il giornalista deve evitare come la peste. Quella più nera.

Mercoledì 7 gennaio. Telegiornale regionale della nostra beneamata televisione di stato. Lancio dallo studio per introdurre un servizio sul maltempo. Testuale: “E anche se l’epifania tutte le feste porta via, non ha però portato via le nubi e le correnti fredde che stanno portando neve sulle nostre cime da ormai diversi giorni”.

Il giornalista in studio è il direttore di testata. Il giornalista in studio è stato un mio professore all’università, docente di uno dei pochi corsi di giornalismo previsti dal nostro maldestro piano di studi. “Evitate i luoghi comuni e le frasi fatte. Come la peste. Quella più nera”. Parole sue. Parole che condividevo e che condivido tuttora. Parole in cui ora, però, non credo più. Ci credo ma a modo mio. Perché la fonte non è attendibile. E un altro tassello della formazione base di un giornalista è verificare l’attendibilità delle fonti.

E’ quasi meglio YourTv. Quasi.

Intanto ancora nessuna notizia. La segreteria dev’essersi svegliata con pigrizia. Spero che a minuti esca dal torpore natalizio e mi invii questa benedetta mail.



Me l’ha detto Paolo Fox

Il mondo è in guerra. I cronisti osservano e ascoltano. Le bombe cadere, gli edifici crollare. La gente morire.

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E io cosa farei? Anzi. Ma io, lo farei? Che cronista sono? Anzi. Che cronista sarei?

Domande. Senza risposta. Perché sogno una professione ma ancor prima sogno la vita. Perché sto aspettando una risposta importante, ma credo che la mia esistenza su questo pianeta venga prima di ogni cazzo di carriera.

E penso pure di essere un vigliacco. Forse. Magari sì. O magari no. Perché il cronista di guerra fa una scelta ben precisa. Una scelta che non sento mia, e che molto probabilmente non farei mai. Che non farò mai. Perché io sarò giornalista. Ormai è sicuro. Me l’ha detto Paolo Fox.



Meno cinque

Cambiare mestiere. Un consiglio che arriva alle mie orecchie sempre più spesso. Amici, parenti, compagni di sventura. Tutti uccelli del malaugurio. Forse, tutti più realisti di me.

Ma no, non lo farò. Non ancora. Se non dovessi entrare tra gli studenti del prossimo biennio potrei pure pensare di seguire il suggerimento. Lo stesso che il Mister ha dato ai direttori di Stampa e Corriere della Sera. Cambiare mestiere, appunto.

Ora non si può. Sono qui, a ridosso di un bivio, per tentare la sorte. L’esame di lunedì prossimo. Quindi, parafrasando qualcuno, “posso solo aggiungere che questo mestiere il sottoscritto continuerà ad esercitarlo, anche se qualche volta è capitato e capiterà di fare un dispiacere ad amici e parenti”.  E “questo blog è qui a dimostrarlo”.



Yes I can.. Maybe..
Domenica, 9 Novembre 2008, 12:15 am
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Cambiare si può, me l’ha detto l’uomo nero. E’ strano, lo so, ma è stato proprio lui a dirmelo. A farmi vedere come si fa. Proprio l’uomo che mette paura, proprio lui ha saputo infondere fiducia nella gente. A raggiungere un obiettivo grande quanto il mondo. E a conquistarlo.

Io non ho mai messo paura nemmeno a una mosca, della fiducia della gente me ne preoccupo fino a un certo punto. E, soprattutto, non ho mondi da conquistare. L’uomo nero ha soltanto cambiato le cose.

Se c’è riuscito lui, perché io non potrei?



C’era una volta la svolta
Martedì, 4 Novembre 2008, 2:10 am
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Io sono il mondo. O meglio, sono come lui. Sono sull’orlo della novità, ma senza la certezza che quel che verrà sarà nuovo davvero. Sono come l’America al voto, chiamata al ballottaggio tra l’ieri e il domani. Chissà se potranno dire che qualcosa davvero è cambiato? Chissà se anch’io potrò raccontare la storia che inizia con “C’era una volta la svolta”? Intanto me ne vado a dormire. Che la notte porta consiglio. Spero non soltanto a me, ma anche al mio sosia.



Chic & Pop

Passa il tempo, cambiano le mode. Quel che ieri era un dogma da seguire, oggi è ormai tabù. Sarà per questo che se fino a pochi giorni fa il copia-incolla era (purtroppo) alla base del mio lavoro, ora non lo è più. E’ diventato sbagliato. Così, di colpo.
I comunicati stampa ora vanno presi e modificati fino a renderli dei veri e propri articoli. Prima no, prima la dottrina del “ctrl+c” e del “ctrl+v” era davvero molto chic. Da oggi è pop, troppo pop. E se una cosa non è chic, allora non la si fa più. Quando la prassi si fa pop, tanto vale fare gli chic e cambiare metodo di lavoro.
Ma se la Direttrice ha fatto del copia-incolla la cosa più chic che si faccia in redazione, perché oggi il Capo se ne è uscito dicendo che il copia-incolla è pop e che bisogna riadattare quello che ci arriva, come se non si fosse mai accorto che abbiamo sempre fatto le cose in quel modo così dannatamente inutile e squallido?
Sin dal mio “ballo delle debuttanti” mi sono adeguato agli standard del mio posto di lavo.. lavo.. lavoro! Standard piuttosto bassi, ma non sto dicendo nulla di nuovo. Né di chic. Oggi ho voluto puntualizzare che ho fatto come ho sempre visto fare sin dal primo giorno, e come al solito mi ha fatto passare per scemo.

Ora il problema sarà garantire la stessa produttività in termini di notizie pubblicate, dato che, a parità di tempo, riadattando (o addirittura riscrivendo!) i testi che riceviamo via e-mail si finisce per dedicare molto più tempo a ogni singolo articolo.
Ma io sono sicuro che il Capo, in cuor suo, lo abbia già capito. Chissà quanto ci metterà il suo cervello a fare altrettanto.



Non lo so

Ero stanco, molto stanco. Volevo dormire, ieri sera, e ci stavo quasi riuscendo. Prima del solito: erano appena le 2. Io vivo di notte. O meglio, vivrei di notte, non fosse che il mondo ha deciso che il giorno è più cool e che la notte non ci resta che fare compagnia a Morfeo.
Volevo dormire, ieri sera, sì. E ci stavo quasi riuscendo. Quando due bambini sono usciti in strada, senza alcun preavviso, e si sono messi a urlare davanti a casa mia come scimmie davanti a un casco di banane.
“Oh!”, fa il primo.
“Oh!!”, gli risponde prontamente l’altro.
“Oh!!!”, ripete il primo.
“Oooh!!!!”, ribadisce l’altro.
A quel punto mi domando il senso di quella conversazione, apparentemente così inutile quanto inopportuna nei tempi. Poi è scattata la domanda del primo.
“Cosa vuol dire Winx?”, urla.
“Eh??”, chiede l’altro.
“Cosa vuol dire Wiiiiinccss?”, urla con più impeto.
La risposta dell’amichetto è stata folgorante. Illuminante. Rivelatrice. Profetica.
“Non lo soooo!”, grida.
“Va beneee! Ciaoo!”, risponde il bimbo.
“Ciaooo!”, gli fa eco l’amico.
Pensavo fosse finita lì.
“Ciaoo!!”, ripete l’amico come se fossero a chilometri di distanza.
“Ciaoooo!!”, conferma l’altro.

E mentre ora ripenso ai due ragazzini che si salutavano, probabilmente dopo aver fatto i compiti, aver cenato insieme e averla tirata per le lunghe come due universitari coi denti da latte, mi ritrovo a farmi una stramba, assurda e inutile domanda. Quanto quella del primo bambino. Con tanto di risposta fotocopia a quella dell’amichetto. “Non lo so”.

Stasera sono dovuto scappar via da una conferenza. Non una semplice conferenza, bensì un incontro con un celebre cantante della zona. Talmente celebre che se vi dicessi il nome vi stupireste. Nello scoprire che non avete la più pallida idea di chi sia.. Ma posso dirvi che è un tipo in gamba, un astro nascente della musica locale. Uno dei suoi pezzi è diventato la canzone mia e della mia lei. Un po’ strappalacrime, ma che serve allo scopo. Ero lì, pronto ad ascoltare le sue parole prima del concerto serale, ma soprattutto per rubargli un autografo da regalare alla “lei” di cui sopra.
Tante belle parole. Sentimentalismo a fiumi, con numerose ragazze e ragazzine votate alla causa della melassa. E c’eravamo quasi, alla firmetta che avrebbe fatto felice la mia donna. E il suo uomo, che sarei io, per la lauta ricompensa che avrei ricevuto. Niente denaro, avete capito.

Bip. Sms della Direttrice. “Corri in banca, c’è appena stata una rapina”. Sbigottito, mi son trovato costretto a rinunciare all’autografo che avrebbe movimentato la serata. Dovere di cronista: certi fatti hanno la priorità su altri. Vista l’avarizia di dettagli del messaggio, il tempo di informarmi su quale diavolo di banca si trattasse e poi via, come una saetta. Ciao melassa, ciao fuego. Pazienza. Sono stato un giornalista. Almeno per oggi.
Sono arrivato sul posto. La polizia stava già facendo i suoi sopralluoghi. Direttori e cassieri erano ancora bianchi per lo spavento, il misfatto fresco come pane appena sfornato..
Raccogliere tutti gli elementi necessari per ricostruire la cosa. Scattare foto, di quelle calde che attirino gli occhi come miele le api. E via a casa a scrivere il pezzo, su un fatto che non è eclatante ma che di certo esce dal seminato.
Le parole scorrevano leggere, spontanee. Tutto è filato. Chiaro, limpido. L’articolo è nato senza sforzi e senza tanti cesàri. Mi sono sentito soddisfatto.
Fino a che non ho aperto la nostra home page. In evidenza, la news di cui avevo appena finito di occuparmi. Già lì, pubblicata, scopiazzata da un altro sito locale, con tanto di foto spixellata perché il suddetto sito usa immagini più piccole delle nostre.
Gli occhi di fuori, il fumo cominciava già a uscirmi dalle orecchie. Refresh, due o tre volte. Ma aggiornare la pagina non è servito a un bel niente.

Ho chiamato la Direttrice. “Scusa ma cosa dovrei fare, adesso?”.
“Mah, non so. Provo a rimaneggiare un po’ l’articolo in modo che non si veda che è copiato”, ha risposto.
“Ma perché l’hai pubblicato?”, ho domandato.
“Così… tanto per mettere qualcosa…”, ha detto.
“Rimaneggiare l’articolo… Mettere qualcosa…”, ho pensato nonostante la mente già annebbiata dal nervoso.
“Se hai scattato foto migliori, magari, sostituisci quella che ho messo io”, ha concluso.
Ho chiuso la cornetta con il mio solito, eccessivo savoir faire. Ho lasciato correre, come sempre. Io lavoro, al momento senza alcuna certezza salariale, e per giunta lavoro per niente. Tanto valeva restare lì, a sguazzare tra le ragazzine con i cuori al posto delle pupille. Perlomeno avrei reso felice la mia ragazza. Invece niente autografo. E niente articolo.

Mi domando il perché, ma io “non lo so”. Proprio come quel bimbo rompipalle che non sapeva chi fossero le Winx, le fatine che vanno tanto di moda tra le poppanti del nuovo millennio. A lui basterà chiedere a scuola, o magari rivolgersi a Google. A me, invece, non resta che ridere. Per non piangere.



Chi si rivede!

Impegnato tra un comunicato e una marchetta politica, i miei occhi si sono staccati dal monitor non appena è spuntata una certa figura sulla porta della redazione. La Stagista è tornata a farci un saluto. Baci e abbracci, un calore che in quel posto è una cosa più unica che rara.

Due parole appena, prima che se ne andasse di nuovo. Non sa cosa farne della sua vita, non ancora. O forse sì ma non lo vuole dire.
Che poi mi chiedo perché si debba aver sempre un obiettivo preciso, quando poi si finisce quasi sempre per riscaldare lavori e lavoretti precotti. Carriere preconfezionate, nel migliore dei casi.

Io, invece, in che direzione mi sto muovendo?



Il mea culpa che non c’è

“Come vanno le visite al sito?”, ho chiesto al Capo.
“Bene, dopo il solito calo dell’estate siamo tornati a regime”, ha risposto lui. Poi il lume di lucidità. “Però ieri ho parlato con delle persone… Mi hanno detto: il tuo giornale è interessante, ma mancano le notizie… Non c’è molto, oltre i copia-incolla…”. A metà tra la citazione e la riflessione, il Capo ha riportato le parole dei suoi misteriosi interlocutori, finendo per parlarmi di quello che secondo lui proprio non va.
“Basta – ha detto poco più tardi – non comprerò nemmeno più i giornali locali. Non c’è niente da leggere. Sempre tutti a dar voce ai politici… Qui ci vuole qualcuno che inizi ad andare in giro a cercare le notizie!”.

Non so se fosse una frecciatina per me, che di recente non ho potuto fare altro che “dare polmone” alla sua marchettosissima rivista. Ma di certo stamattina il Capo mi è parso più simpatico del solito. Si è parlato un po’, e finalmente mi sono trovato a condividere qualcuna delle sue lapidarie considerazioni. Peccato per il mea culpa che ancora non c’è, perché a poco serve il lamento, se poi non si trova una soluzione al problema.
Meglio star zitti. Io, in questo, sono fin troppo simile a lui.



Fenomenologia del Mister

Domenica prossima, nella mia provincialissima città, ci sarà una provincialissima manifestazione, organizzata da una provincialissima amministrazione comunale che quei provincialissimi dei miei concittadini hanno provincialissimamente eletto. Tutti seguaci del Mister. Tutti tranne me, che forse forse sono finito proprio nella fossa dei leoni. Sono così provincialissimo, quando mi ci metto!

Uno dei provincialissimi quotidiani locali parla di una polemica insorta tra alcuni commercianti e il nostro provincialissimo sindaco. Pare che quest’ultimo non voglia finanziare l’acquisto degli addobbi che gli esercenti devono appositamente comprare per acconciare le loro vetrine secondo i parametri della ricostruzione storica che si farà. Il “Palio del vecchio cavallo” genera ogni anno la tipica situazione che ti costringe ad adeguarti al rito. Altrimenti sei un perdente, un guastafeste. Un outsider. Ma certi commercianti sono più taccagni che altro, della figuraccia se ne fregano. Anzi, diventano polemici. Magari in modo sterile ma lo diventano. Ed ecco l’attrito con il primo provincialissimo cittadino. Ecco uno spunto per un articolo che non vincerà mai il Pulitzer, ma che di certo farebbe parlare di sé. Niente scoop, solo quella conflittualità che è uno dei motori del giornalismo. Così mi propongo per un pezzo sull’argomento, dico che sono intenzionato a intervistare i commercianti incazzati, a dar loro la voce. Che è una delle cose che mi piace di più di questo mestiere: far parlare chi in genere non ha i mezzi per farlo, fare da cassa di risonanza dell’opinione pubblica e degli umori collettivi.

“Solo gli ignoranti fanno polemiche su una così bella festa. Piuttosto, diamo polmone alla cosa”. Ottimo, solo che a me, intanto, i polmoni si sono proprio chiusi. Mi si è mozzato il fiato ad ascoltare simili affermazioni, a dover realizzare il servilismo di chi mi comanda. A dover capire così brutalmente che oltre a non essere libero di scegliere di cosa voglio o non voglio scrivere (cosa che sono comunque disposto ad accettare, perché già preventivata), non posso dare voce alla gente ma, al contrario, a chi decide per loro. Il Capo preferisce mettere in risalto la festa, piuttosto che parlare di ciò che non funziona in questa maledettissima, provincialissima città.

Ma in fondo non è che un’impressione. Non ho nessuna certezza del fatto che la sua scelta dipenda da una partigianeria politica, tra l’altro diversissima dalla mia. Né che si tratti di opportunismo da “business man”. Ho solo sempre più la limpida sensazione di essere un pesce fuor d’acqua. O di essere finito, come minimo, nell’acquario sbagliato.



Gradisce un digestivo?

Un bel pranzo abbondante è la giusta precauzione in questi tempi di magra. Oggi non sono previste conferenze stampa. Non si mangia quando ci sono, figuriamoci quando non ci sono! Così sono stato previdente. Due etti di penne al pomodoro e due belle bistecche. Con un po’ d’insalata, che alla linea bisogna stare sempre attenti.

Risultato: dopo una mattinata trascorsa a casa a sbrigare delle faccende urgenti, sono tornato in redazione con la pancia piena e una grandissima, pericolosissima sonnolenza. Molto male. Rischio di non concentrarmi, e chi fa questo mestiere sa quanto sia difficile fare copia-incolla senza concentrazione.

A risvegliarmi c’ha pensato il Capo, con un’uscita da Manuale delle Giovani Marmotte. Ma letto al contrario, come un disco di quelli che un tempo si dice nascondessero dei messaggi subliminali. In questo caso, di subliminale non c’è stato assolutamente nulla.

Appena arrivato sono stato rimproverato per non aver ancora scritto gli articoli relativi alle conferenze di ieri sera. “Non esiste che un giornalista non scriva subito il pezzo, soprattutto nel settore dell’on-line. Stamattina mi ha chiamato il relatore dell’incontro sull’autismo, chiedendomi come mai non avessimo ancora pubblicato niente. Addirittura la stampa è riuscita a far uscire oggi l’articolo. Loro se ne sono stati a scrivere fino a tardi, ieri sera. No, così non va bene. Non esiste”, tuono il Capo.

Strano, mi sembrava fossero rimasti a mangiarsi le loro tagliatelle alla cena post-conferenza. Credevo di essere l’unico giornalista a essersi fiondato a casa. Avrò visto male.

Mi affretto a dargli ragione, poi mi precipito a scrivere il pezzo. Teso come l’arco di un arciere ma intontito dal troppo mangiare, non riuscivo proprio a cominciare. Il tipico blocco dello scrittore, o qualcosa del genere.

Così mi viene in mente di fare il furbo, andando a controllare come quei velocisti dei colleghi della carta stampata hanno fatto l’attacco sulla conferenza sull’autismo. Che male c’è, in fondo? Non li copierò di certo. Mi servirà da stimolo per entrare mentalmente nell’argomento.

Sfoglio il primo quotidiano locale che mi passa per le mani. Niente. Sfoglio il secondo. Niente. Sfoglio di fretta pure il terzo, un po’ per nervi un po’ per stupore. Niente.

Il Capo mi ha preso per il culo. Non è vero che la stampa ci ha anticipati. Così fosse stato sarebbe stato davvero grave. Ma non è successo. Ha mentito per farmi sentire in colpa, forse per incentivarmi a fare di più.

Prima non ha avuto il coraggio di controbattere, ora meno che mai. Perché anche se non condivido il modo in cui si comporta con me, so che l’informazione deve viaggiare veloce. Soprattutto in rete. So che ha ragione lui, nonostante il fine sia corretto e il mezzo lo sia decisamente molto meno.

Penso che dovrò correggere il tiro, altrimenti questa volta potrei riuscire a non cavarmela.



Ma non per me

A fare i giornalisti si diventa obesi. Lo sto capendo, anche se non ho prove certe. E’ solo un’impressione, un’intuizione. Non vedo troppi pancioni in giro, se non quello della mia direttrice, che ho scoperto essere incinta. Sesto mese di gravidanza, tra poco andrà in maternità. Dunque sono scagionato. Ora avete la prova che l’altro giorno, tra me e lei, non c’è stato nessun tête-à-tête.

Ma anche se non vedo troppo grassi insaturi camminarmi intorno, inizio a scoprire quante siano le occasioni che i giornalisti hanno per mangiare a scrocco. E tanto. E unto. Molto poco macrobiotico. Molte conferenze stampa sono cene travestite da impegno professionale. Io sono appena arrivato, ma negli ultimi due giorni ne ho viste davvero tante. E mangiato molto poche. Non perché sia a dieta, anche se probabilmente dovrei. Molto più semplicemente perché di cibo ce n’era in abbondanza, ma quanto pare non per me.

Tutto è cominciato ieri pomeriggio, quando dopo essermi rosolato al sole per scattare circa duecentosessanta foto a mongolfiere e pubblico non pagante, il Capo mi si avvicina e dice: “Stasera faremo la cena qui in spiaggia con tutti i giornalisti, sarà una cerimonia di ringraziamento per concludere l’evento. Servono foto. Tu ci sarai, vero?”. Io che speravo di poter finire di squagliarmi sul divano di casa mia, in bilico tra spossatezza e voglia di mandarlo a cagare rispondo: “Certo, va bene!”.

Cerco di convincermi che se ci sono tutti i giornalisti è giusto e doveroso che io vada. Ma non conosco nessuno, sono sicuro che mi sentirò in imbarazzo.
“Poi lo vuoi questo articolo?”, gli domando.
“Sì, certo”, mi risponde.
Bene, ho circa due ore per tornare a casa (a piedi, visto che il traffico è paralizzato per via della manifestazione), fare il pezzo, farmi una doccia e tornare per la cena.

Mi sto per incamminare, quando mi sento chiamare da una voce familiare. Toh, la Stagista! Mi chiede se alla cena ci sarò anch’io, e lì intuisco che ci andrà pure lei. Ok, fine dell’imbarazzo. Perlomeno avrò qualcuno con cui parlare.

Le racconto del fatto che il Capo ha detto che vuole che gli faccia l’articolo sullo spettacolo, lei si stupisce, lo vede passare vicino a noi e gli domanda se sia vero. Che sappia qualcosa che io non so? Probabilmente sì, data la risposta di lui. “No, un giornalista professionista ci sta preparando un comunicato”.

Non gelo, perché fa troppo caldo. E per quanto ho sudato mi prenderei un malanno. Però rimango deluso. Sarò stato davvero degradato ancor prima di avere un grado? Squalificato prima di avere una qualifica? Mortificato prima di essere mor…

Pausa scongiuro.

Torno a casa. Devo comunque correre, perché anche se non vuole l’articolo vuole comunque delle foto. Cinque o sei, da inviare con il comunicato. Immediatamente. Sono un fotoreporter, oramai. Chiamatemi Parker.

Tutto chiaro, a parte il dubbio del perché il Capo si sia comportato così con me. Prima sì, poi ancora sì. Finché non scopro il no, ma solo per caso.

Ore nove, tutti pronti per la cena. La creme de la creme della città è in posizione per fiondarsi sul buffet. Prendo posto, mi faccio il piatto con il poco che mi riesce prendere. Troppa confusione. Un po’ di riso, qualche verdura, un mollusco tutta corazza di cui nemmeno ricordo il nome. E una fetta di melone avvolto nel prosciutto. Mi siedo. Io e la Stagista cerchiamo accuratamente un posto lontano dagli altri giornalisti. Nonostante la sua faccia da fondoschiena, credo che anche lei provi imbarazzo.

Due forchettate al riso, un’infilzata al melone, ed ecco il Capo che mi viene a chiamare, dicendomi che è ora della premiazione finale. Siamo appena arrivati, la gente si è seduta da due minuti, e già fanno la premiazione?

Io non posso fare altro che alzarmi, scattando dalla sedia con la fotocamera da mille e passa euro nelle mani. Non è la mia, ovviamente. E’ della redazione. Se la rompo la devo ripagare con lo stipendio che non ho. Che vita.

Raggiungo la postazione, anche se in realtà la postazione non c’è. I camerieri si stanno organizzando per unire un paio di tavoli, da allestire con addobbi e merchandising vario degli sponsor della manifestazione. Business. Mi torna su il cibo ancora prima di poter dire di averlo mangiato davvero.

In sostanza resto in piedi come un fesso ad aspettare che sia tutto pronto. Per fortuna prendo confidenza con il giovanissimo cameraman di YourTv, unica emittente televisiva locale, provinciale e bigotta, che si è data un nome inglese giusto per apparire moderna. Uno sfogo di almeno mezzora su paghe da fame e orari di lavoro assurdi. Giovanni, così si chiama, ha passato tutto il pomeriggio a riprendere le mongolfiere. Solo che, al contrario mio, non ha avuto nemmeno il tempo di farsi la doccia, perché è dovuto tornare in redazione a prendere una batteria di ricambio per la telecamera.

Finalmente si scatta. E si suda, tantissimo. Un’umidità assassina. La fronte sgocciola come un Polaretto all’equatore. Un’ora e un quarto tra frasi impunemente retoriche, congratulazioni di facciata e improbabili inni alla patria. Con la scusa che il cielo è uno solo, ed è tutto italiano. So che non ha senso, ma non l’ho mica detto io!

Ottimo. Sono diventato liquido, ma finalmente abbiamo finito. Mi volto e lo stomaco s’incazza di brutto: hanno già sparecchiato il tavolo del buffet. E’ tutto pronto per la torta e i digestivi. Ma io sono più avanti di loro. Ho già digerito le mie due forchettate di riso.

Torno abbattuto al mio posto. Dopo essermi assicurato che il mio melone non sia scaduto e che lo strano mollusco non se ne sia tornato in mare perché offeso, mi accingo a mangiare le due o tre cose che mi erano avanzate.

Ma non è finita. Oggi in redazione è successo di tutto. Sono arrivati comunicati per tantissime conferenze stampa, di cui quattro solo nel pomeriggio. E se la Stagista non può e la direttrice ha i suoi dolori da premaman, a chi toccherà mai andarci? Al sottoscritto, che si è sorbito l’inaugurazione di un parcheggio più piccolo di camera sua, il comizio di comico da strapazzo prima del suo show, la presentazione di una sfilata di moda che si terrà nel week-end e quella di un’iniziativa benefica a favore dei bambini con problemi di autismo.

Tutto questo in meno di quattro ore. Sono andato all’inaugurazione, e sono scappato all’inizio del rinfresco per correre al comizio, ma sono volato via al momento del buffet per andare alla presentazione della sfilata, ma me ne sono andato di fretta non appena servito l’aperitivo per recarmi all’ultima presentazione. Seguita da cena. Evvai. Peccato che durante la conferenza mi sia sentito talmente stanco da aver desiderato soltanto di tornarmene a casa. E di corsa. Anzi no, con calma, perché per oggi ho corso fin troppo.

Mia madre sapeva che non sarei tornato per cena, così mi sono dovuto arrangiare con una fettina avanzata, una piadina riscaldata e due fette di uno strano formaggio dalla buccia nera. Non so cosa fosse ma, nonostante l’aspetto poco invitante, mi è sembrata la cosa più buona del mondo.



All’aria

Sono titubante di fronte alle cose nuove, lo sono ancora di più quando capisco di aver fatto una cazzata. Stamattina sono entrato in redazione a testa bassa, pronto ma non troppo a sentirmi dire quanto di peggio mi venisse in mente. Compreso un “ciao, che ci fai qui? Sei la nuova donna delle pulizie?”. E per me che donna non sono e tantomeno “delle pulizie” sarebbe stato un bel problema. Come lo sarebbe stato tornarmene a casa e raccontare ai miei genitori, da cui ancora dipendo economicamente, che avevo mandato all’aria tutto quanto.

Invece pare che “all’aria” ci sia finito qualcun altro. No, nessuno è stato licenziato. La Stagista è ancora lì al suo posto, e la Direttrice altrettanto. Però c’è qualcuno, anzi qualcosa, che sta per spiccare il volo. Cento mongolfiere s’innalzeranno nei cieli della mia città. Scopro che il Capo è l’organizzatore dell’evento, e che intende “coprire” la cosa, giornalisticamente parlando, con articoli e soprattutto una marea di foto da inserire in una gallery apposita sul suo bel sito. “La gente non entra tanto per le notizie, quanto per rivedersi in foto!”, esclama. Benissimo, spero che questo non significhi che la mia mansione, d’ora in poi, sarà quella di fare il fotoreporter. Molto foto e poco reporter. Insomma, io sono Clark Kent, non Peter Parker! Qui si è proprio sbagliato fumetto. Anzi, casa editrice! Io che ancora non lavoro (mi dite di cosa si tratta, una volta per tutte?) ho il terrore di venir svilito professionalmente. Io che sono arrivato in redazione da cinque minuti, e che potrei essere cacciato da un momento all’altro.

“Tu sarai il fotografo ufficiale dello show”, tuona il Capo verso di me. Sì, proprio verso di me. Bene, sono ancora in piedi, solo che al posto della penna ora mi servirà appena una fotocamera digitale. Mi sento svilito, sì. Perché io sono nato per scrivere. Oppure, sì, esatto, è la scrittura che è nata per me. Ma questa è un’altra storia. Per ora ho ancora un lavoro, pur non sapendo cosa sia. Poco male. Sono sollevato. Proprio come una mongolfiera.

“Ma servirà pure un articolo, no?”, gli domando con due natiche al posto delle guance. “Certamente”, mi risponde. “Durante il pomeriggio scatterai centinaia di foto, mentre la sera scriverai un pezzo su come sarà andata”.

Sì.
Sì.
Sì!!!

Scriverò un pezzo su come sarà andata. Scriverò. Ora non mi sento in alto come una mongolfiera. Sono Neil Armstrong che sbarca sulla luna. Sono in orbita. In estasi. Mi sento un dio. Ma con l’iniziale minuscola, dai.

Gioisco. Ricomincio con i miei copia-incolla, che oggi sembrano pure più divertenti ed appaganti del solito. Poi mi blocco e penso: “Cavolo, mi tocca lavorare di domenica”. Io il “lavoro” già lo odio. Mi ha fatto tribolare tutta la notte per via di certi pensieri negativi. E ora viene pure a rovinarmi il week-end, impedendomi di andare al mare. Non spiegatemi cos’è. Non lo voglio più sapere.

Cazzo, il regalo per mia morosa!!!



Se questo è giornalismo…

In redazione regna la mania dei comunicati stampa. Si ricevono via e-mail, si leggono, si fa copia-incolla, si impaginano, si ricontrollano, si inseriscono le immagini (prese sempre dal comunicato), si da l’ok. Sembra un processo lungo e laborioso, in realtà è una sciocchezza.

Ma mi domando che giornalismo sia questo. L’annuncio diceva “cercasi stagista per lo svolgimento di un’attività giornalistica”. Bene. Ci siamo. Forse. Per ora direi di no. Per ora sono poco più di un correttore di bozze. Eppure il Capo era stato chiaro: “Io voglio persone che vengano qua a imparare tutti gli aspetti che fanno partedi questo mestiere”. Bene. Ci siamo. Forse. Si parte dal basso. E’ giusto così.

In fondo sono solo uno stagista al suo secondo giorno. Anzi no, non sono neppure quello. Non è ancora chiaro in che modo verrò inserito in redazione. La Stagista, lo dice il nome, è già una stagista. Io no. Io, durante il colloquio, mi sono azzardato a parlare di quella grande chimera dei nostri tempi chiamata “praticantato”. Beh, il grande Capo si è mostrato disponibile. “Farò tutto il necessario”, ha detto.

Quindi eccomi qua, in stand-by, in attesa che consulenti del lavoro e commercialisti facciano il loro lavoro. Sì, proprio quella cosa che non si mangia, ma che senza di essa non si può mangiare. Sarà mica un nuovo tipo di posata?



Mister? No grazie!

Formazione. Di martedì. Che senso ha fare “formazione” di martedì? Per fortuna non sono stato lì come uno scemo, fermo, a sentirmi dire come si scrive un articolo giornalistico. Io lo so come si scrive. O perlomeno credo di saperlo.

Per fortuna oggi ci hanno spiegato ben altro, a me e alla Stagista. Come entrare in redazione, innanzitutto. No, non ci hanno spiegato come aprire la porta degli uffici, bensì come accedere ai form da compilare per aggiornare il sito. Si lavora in rete. E’ tutto lì, nel magico mondo del web. Pare che oggi non si possa fare a meno di Internet, che sia diventato troppo importante… Ecco, al punto da usare l’iniziale maiuscola quando lo si nomina. Mentre la tv è la tv, la radio è la radio e il giornale è il giornale. Tutto minuscolo, tutto normale. Internet no. Qualcuno mi deve dire perché.

E’ stata una mattinata molto “tecnica”. Ho preso parecchi appunti, in modo che nessuno un giorno possa dirmi che non li ho presi, che non sono preparato. Sembra tutto abbastanza facile. E’ un buon inizio. Il Capo è intraprendente, la Direttrice ha un fare vivace. E’ un pregio? Non lo so, però è una ritardataria. Abbiamo già qualcosa in comune. La Stagista, invece, è una di quelle ragazze sfrontate. Simpatiche ma sfrontate. Ho l’impressione che sia una di quelle persone che ti dice le cose in faccia, che ti tira addosso tutto quello che sei. Da domani vado in redazione col casco, non si sa mai.

Mi piace, poi, che appena arrivati abbiamo già la possibilità di gestire il sito dall’interfaccia, di prendere da subito delle decisioni importanti. Il Capo ha registrato noi new entries nel sistema come fossimo già dei giornalisti. Abbiamo una dose di autonomia che oggi non è merce rara. Rarissima.

Solo un appunto. Stare attenti alle notizie di politica, magari scrivendo i “pezzi” ma poi lasciandoli salvati in “bozze”. In modo che chi di dovere possa leggerli prima di autorizzarne la pubblicazione. Giusto. Giustissimo. Solo che per spiegarcelo il Capo ha detto: “Mi raccomando, la politica è un campo minato. Occhi aperti soprattutto verso i comunicati che arrivano dall’opposizione. Ad esempio: noi per fortuna abbiamo un’amministrazione comunale di…”.
Prego?
Per fortuna?

Oddio. Mi sa che il Capo “tifa” per il Mister. E solo Dio sa cosa significa scrivere per un giornale che ha un orientamento politico diverso dal tuo. Solo Dio lo sa. Ma credo che lo scoprirò presto pure io.
Dio. Scritto maiuscolo. Allora Internet è il nostro nuovo Dio!
Aiuto.

Oggi, intanto, tutti i giornali parlano del decreto “anti precari” voluto da alcuni dei politici al governo. Mi domando quali saranno le conseguenze. Dicono che la questione riguarderà soprattutto i (non ancora) dipendenti delle Poste. Bene. La cosa non mi tocca. Non perché io non sia un (non ancora) dipendente delle Poste, ma perché al momento sono appena un (non ancora) precario. Un precario precario. Un precario².
Aiuto,
Anzi, aiuto².