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Strano il mio destino

2 giu

Oggi è festa, e io lavoro. Mi guardo indietro, e vedo una lunga scia di feriali segnati da un fancazzismo forzoso. Il mio mondo va al contrario. Ma mi sento comunque un privilegiato, in questa repubblica di parate che sembrano autogol. In questa festa in barba (!!) alle scosse della terra e all’incapacità di scuotersi da parte di chi la abita.

Io sono zanzara

30 mag

La Baia delle Zanzare torna a ronzare. Che ci fa anche rima. E non è soltanto colpa del calendario, che ricorda alle maledette succhiasangue che è di nuovo l’ora di spolpare le nostre povere vene. Tipo Agenzia delle Entrate, insomma. E no, non è nemmeno colpa del mio Mosquito, a dispetto del nome (in inglese significa proprio “zanzara”) e del rumore che fa.

E’ che qualcosa si sta muovendo, in questa città in cui il sole a volte ride ma la gente un po’ meno. Sento ronzare, sì. Sono rotative che ripartono. Ma a pensarci bene questo chiasso incessante comincia proprio da me. Io sono zanzara. E quelle rotative sono le vene che ho intenzione di spolpare.

Meglio non illudersi, però. Ci andrò con i piedi di piombo. Insomma, userò le mie precauzioni.

La dura legge dell’autogol (4)

29 mag

Il Cielo mi ha perdonato, ma ora a battere sulla tastiera ho una paura fottuta. Temo di sbagliare qualsiasi cosa. Scrivo con il freno a mano tirato. Avevo una Ducati, adesso mi sembra di stare in sella a un Mosquito.

Oggi Sposini (2)

28 mag

Ti fai il culo per lavorare, per trovare un fottuto posto che ti permetta di pagare vitto e alloggio. E’ una gran fatica. Una lotta contro il tempo, ma soprattutto contro i tempi. Questi maledetti tempi. Di magra. Direi di anoressia. Combatti. Resisti. Contribuisci a mantenere alto il livello di scontro. I capi ti lodano, poi ti puniscono. Poi ti lodano e ti puniscono ancora. E ancora. E ancora. Lentamente i connotati ti cambiano da sé. E la mattina i capelli ti restano sul cuscino, sempre di più. Perché tu ti fai il culo per lavorare. Tutto il resto non conta.

Poi arriva il resto, e ci pensa lui a contare per te. Nella tua frenesia hai imparato ad andare a tempo, ma non vedi più niente di quello che c’è. Qualcuno decide di ricordartelo. Che il mondo trema, e tu non puoi farci un cazzo. Che le clessidre hanno granelli imbizzarriti, e prima o poi si spaccheranno anche loro. Ti fai il culo per lavorare. Poi arriva il giorno in cui ti scopri a farti il culo per vivere.

Eccola la vera lotta, la battaglia che merita di essere combattuta. Quella per restare uomo. Quella per restare vivo. Gli eroi escono da qui, da questo fronte silenzioso ma non troppo. Restare in zona è esclusiva dei gladiatori. Io ne conosco uno, anche se soltanto attraverso uno schermo. Si chiama Lamberto, e dopo oltre un anno da quel brutto colpo è tornato a farsi vedere. Mister Sposini. Roba da 300.

La dura legge dell’autogol (3)

19 mag

E poi ci sono i buontemponi che su Facebook mi linkano queste cose..

..e dicono pure di averle trovate per caso in home page.

La dura legge dell’autogol (2)

17 mag

Tempo di Nba. Di nuovo i playoff. Di nuovo ore spese di fronte alla tv mentre invece dovrei leggere più giornali. Così magari la smetto di scambiare i terroristi con i bambini sacri. Il mio decoder però fa le bizze, e ha deciso di non registrare le partite secondo le mie programmazioni. Forse è proprio vero che il Cielo ce l’ha con me. Oppure è un messaggio che mi arriva dall’alto. Leggiti un cazzo di quotidiano e smettila di fare gaffe da idiota - mi dicono da lassù - o finirai per perdere l’unico lavoro decente che hai. Forse è davvero tutto collegato, Cristo! Sì, proprio lui. Il bimbo sacro.

Ma io non demordo. Voglio vedere i playoff, e anche se sono un nottambulo non ho nessuna voglia di guardarli in diretta a tarda ora, che tanto lo so che poi finisco per sonnecchiare davanti al televisore. Li voglio guardare di giorno, in santa pace. Quando sono lucido e sveglio davvero. E quando a casa non c’è nessuno che avendo già letto il risultato post-diretta su Repubblica.it possa farmi facce strane che mi fanno capire com’è andata a finire. Non voglio che si ripeta il casino dell’anno scorso. Né questo. Né quest’altro. Né quest’altro ancora.

Fatto sta che ho pensato che il problema fosse la memoria del decoder intasata. Così mi son messo a fare pulizia. C’erano programmi registrati che stavano lì a fare la muffa da prima della scorsa estate. Roba vecchia di circa un anno. C’è persino la prima puntata di quella porcheria di Tabloid, ma solo perché avevo sentito dire che avevano fatto un servizio sulla sagra medievale che si ripete ogni anno nella mia Baia delle Zanzare. Balle. Centonovanta minuti mandati a velocità trentuplicata per vedere inquadrato anche solo un angolo del mio bel lungomare. Ma niente da fare.

Bene. Via nel cesso, dov’è giusto che stia. Un bel tredici per cento di memoria riconquistato. Ottimo. Andiamo avanti. Toh, va. Uno Speciale Tg3, anche lui vecchio di un anno. Vediamo un po’ di cosa parlavBenvenuti a Speciale Tg3. Come già saprete questa notte è stato ucciso il noto terrorista Obama.. emh.. Osama Bin Laden..

ODDIOOOO!! MI PERSEGUITAAAAA!!!, penso tra me, me stesso e me quell’altro (siamo in tanti qua dentro). Ma non è tutto perchIl capo spirituale di Al Qaeda non si trovava in una grotta, come si è sempre pensato, bensì in un complain. In collegamento abbiamo Giovanna Botteri che..

Basta. Vado a leggere Repubblica.

La dura legge dell’autogol

14 mag

Mi hanno commissionato un articolo su Bin Laden. Ho scritto che è stato trovato in una grotta. Cazzata. Era in un compound. Ho dato la colpa a Wikipedia, come se l’avessi letto davvero lì. Ed ero pure sincero. Ho controllato, ma per leggere grotta avrei dovuto cercare alla voce Gesù Bambino. Cosa che non avevo di certo fatto. Perciò ho sbagliato io (ma sarebbe stato comunque un errore dar retta a Wikipedia senza controllare). E’ colpa mia. E’ stata una svista. La fretta. Maledetta fretta.

Nel frattempo ho trovato qualcuno su cui scaricare ogni responsabilità. Caparezza. Ha scritto una canzone, e come spesso accade un perditempo c’ha fatto un video amatoriale (vedi sotto) con delle foto buttate lì, poi l’ha caricato su Youtube. Al minuto 1:43, alle parole salvo venerare quello nella grotta, ha inserito un’immagine di Bin Laden, anche se probabilmente il rapper pugliese si riferiva proprio a Gesù Bambino. Praticamente abbiamo fatto lo stesso errore, ma in modo opposto. Il mio subconscio ha scambiato il messia dei fondamentalisti islamici con quello cristiano, mentre lui ha scambiato il messia cristiano con quello dei fondamentalisti islamici. Roba da scomunica, cribbio.

Seriamente. Devo aver sovrapposto tutto. Gli emmepitré di Caparezza io li consumo (come si consuma un emmepitré?!). Ma ascolta e riascolta, cerca un video qui e guarda un video là, alla fine ho scritto grotta dove non avrei dovuto. Eppure Wikipedia parlava a chiare lettere di complesso residenziale. E’ vero, mi sarei dovuto ricordare da solo. Ma la mia memoria è come le bugie. Ha le gambe corte. E questa non era nemmeno una bugia.

Poi il Cielo si è incazzato. E ha fatto pure bene. Sono stato punito. Una settimana di stop. Soldi persi. Soprattutto una certa paura. Sono incredibilmente tranquillo, è vero, ma in sottofondo c’è il timore che non sarò perdonato da chi di dovere. Mi hanno messo in panchina. Me lo sono meritato. Ho fatto un cazzo di autogol. Peggio di quando anni fa, giocando a basket, passai la palla all’arbitro. E si scansò, lo stronzo. Nemmeno ci provò a prendere la sfera e tirare. Tsk. Mai un po’ di collaborazione.

Venerdì sera, quindi, ho fatto una cosa che non facevo da tempo. Di solito lavoro per non lasciarmi il grosso nel weekend. Stavolta invece sono uscito. Sono andato a bere. Più che per brindare, per dimenticare grotte e barbe lunghe.

 

Faccio come Bart Simpson

11 mag

BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA

 

Un post forzatamente criptico

10 mag

L’ultima volta che qualcuno dal Cielo mi ha parlato di grotte è stato verso Natale. Aveva a che fare con un bambinello e con l’inizio di una nuova era. Adesso è già primavera inoltrata. Non è più il periodo del siamo tutti più buoni. E infatti il Cielo mi ha parlato di nuovo di grotte. Ma stavolta era proprio incazzato.

nonsonopazzo

9 mag

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A cena col nemico (3)

6 mag

Tornando dalla palestra trovo sempre qualche sorpresa. Squilli, chiamate, messaggi, mail. Il mio pacco si chiama iPhone, e la regola dello scavicchi ma non apra non vale mai per me. Devo aprire per forza.

Due giorni fa ho trovato l’ennesima chiamata di quelli del giornaletto locale di cui sono direttore. Non so, ultimamente sono nervoso. Così, senza motivo. Sono un cronista isterico. Immotivatamente isterico. Mi fa così. Pazienza. Fatto sta che trovare quella telefonata mi ha dato sui nervi. Sarà che tutta la trafila per la pubblicazione del primo numero si è rivelata davvero estenuante. Sarà che ci si son messe pure le Poste a rallentare i lavori. Sarà che sono un cronista isterico. Punto.

Alla sera ho richiamato, ma ho mascherato sapientemente il mio disappunto. Che poi ero pure di corsa. Ho cenato un po’ di fretta, poi dovevo andare al cinema a vedere l’ultimo scialbissimo Woody Allen. Sì, ho mascherato. In fondo non ci si può incazzare per una chiamata, e finché non si vedono i primi soldi devo starmene buono anche se ho le mie cose.

“Ohi, KronaKus!”
“Ciao. Dimmi tutto..”
“Allora.. Sono stato in tipografia, oggi. Abbiamo sistemato le ultime cose. Il logo delle Poste, poi, lo mettiamo un po’ più piccolo. C’hanno detto che l’importante è che si legga il numero dentro, perciò..”
“Bene..”
“Sì.. E.. niente. Poi ti cercavo per chiederti un’altra cosa..”
“Sì..”
“Mi diceva il boss, se tu sei d’accordo, di mettere il tuo nome un po’ più in grande, magari sotto la testata..”
“Ah.. Ah! Sì! certo!”
“Sai.. A noi fa bene far vedere che abbiamo un caporedattore, e almeno si vede che.. insomma.. che c’hai lavorato anche tu, cavoli! Sennò lì in piccolo..”
“Nella gerenza, dici..”
“Sì.. lì.. Insomma, lì non ci va a leggere nessuno, dai..”
“Sì.. Certo.. Per me va benissimo! Anzi.. grazie per averci pensato. Davvero.”

Sono un cronista isterico. Il guaio è che sono affetto da un’isteria preventiva, e che poi si rivela pure immotivata. Un po’ come tutte le cose preventive, insomma. Sono il Bush delle telefonate. Trovo una chiamata e dichiaro guerra al mondo. Non va mica bene.

Credo di averlo ringraziato tre o quattro volte. D’altronde non erano tenuti a farlo. Non erano tenuti a mettere il mio nome lì in bella vista. Certo, hanno il loro tornaconto. Fanno vedere ai loro potenziali (e)lettori che fanno le cose sul serio, che hanno addirittura un caporedattore. Ok, voleva dire direttore responsabile. E io non gli ho mica ricordato che dato che si pubblica qualcosa un direttore responsabile c’è per forza, e che sbandierarlo a caratteri cubitali non è dimostrare di fare le cose in grande, ma di farle in regola. Certo, non tutti i loro compaesani ne saranno al corrente. Non mi aspetto mica che il contadino che abita di fianco al mio amico scurrile sappia che per legge ci vuole un direttore. Ma al di là di questo ho vissuto la cosa come un atto di dolcezza da parte loro. Sì, dolcezza. E riconoscenza. Ho seguito il progetto sin dal concepimento. L’ho visto crescere dentro il loro grembo accidentato. Li ho aiutati a capire se fosse maschio oppure femmina. Gli abbiamo dato un nome insieme. Abbiamo deciso come impostare i suoi primi sei mesi di vita (è un semestrale, sì). E adesso mi fanno sentire un po’ il papà di questa cosa che ancora non è nata, ma pare sia questione di giorni.

Vincere le elezioni sarà pure una questione di culi e di sorrisi seducenti, ma intanto qua quello con il culo sono io. Non è facile trovare qualcuno che pensi a certe cose. Qualcuno che voglia in un certo senso valorizzare il tuo lavoro. Ora ho un motivo in più per essere un po’ meno isterico. E di smettere di picchiare selvaggiamente su questi tasti, come mi hanno appena fatto notare.

E meno male che ci sono loro. Perché il Cielo, nel frattempo, si è proprio incazzato.

A cena col nemico (2)

3 mag

“modifiche nella premessa:  in un contesto del genere, la nostra idea…..(sociale, lavoro, scuola,….) (da qui)..Attività come cene….che hanno dato il loro contributo. questo punto lo togli E’ questo lo scopo de”il tu eco” che non è più soltanto il nome della nostra lista civica …. Dal sociale alla viabilità, sicurezza………attraverso un centro di aggregazione per anziani e per giovani. ciao KronaKus”

Il giornalino sta per uscire. Finalmente. Ma è un rush finale molto accidentato. Cavilli burocratici da far passare la voglia. E ritocchi su ritocchi. Come questi. Il boss mi ha spiegato cosa fare attraverso questa mail. Ho sinceramente fatto fatica a capirci qualcosa. Mi sono consultato pure con Arlecchino, ma niente. E tempo fa era già successo questo. Temo che qua per vincere le elezioni non sarà tanto una questione di culi rifatti e di autoreggenti da mettere, ma di un “reparto comunicazione” che è un po’ tutto da rivedere.

A cena col nemico

1 mag

Il culo bello alto, il petto in fuori e gli occhi che parlano da soli. E’ entrata così in quella chiesa sconsacrata, costringendo noi ometti a fare commenti che quella chiesa l’avrebbero sconsacrata comunque. Eravamo lì per un compleanno. Un nostro amico si era fatto convincere da un’altra nostra amica, così ci siamo ritrovati con una convinzione di terza mano a festeggiare le sue ventinove candeline alla cosiddetta Cena del sorriso. Io che sono tradizionalista pensavo si riferissero a quello orizzontale. Poi è entrata lei, e ho capito che forse s’intendeva proprio quel sorriso che va da nord a sud, e che con labbra e denti non ha proprio niente a che vedere. O perlomeno si spera.

Eravamo lì, in terra straniera. In realtà eravamo a un passo dalla Baia delle Zanzare, ma comunque avevamo poggiato i nostri culi sul territorio di un altro comune. Ma poco importa. I sorrisi verticali sono argomento universale. Potremmo anche essere stati in Burundi: in quella tavolata di ottuagenarie lei spiccava alla grande, ed è diventata l’argomento principe di quel dolce inizio di serata.

Il mio compagno di sedia? Un nostro caro amico. Di lavoro fa l’autista, ed è uno poco incline alle metafore. Roba che se ne incontra una per strada la investe di sicuro. E’ uno che se ha in mente una scena da film porno te la racconta come farebbe Tinto Brass dopo quattro mesi di astinenza. Ne sono uscite chiacchiere da osteria. Anzi, da night. Poi l’amica che ci ha trascinati lì (che Dio la benedica) ci ha dato la sveglia. Ragazzi, guardate che quella lì è la sindachessa!!

Dunque. Il tenore dei discorsi, poi, è rimasto all’incirca lo stesso, perlomeno fino all’arrivo dei paccheri con le verdure saltate, che ci ha riempito la bocca con ben altri argomenti. Ma nel frattempo si era insinuato in me uno strano tarlo. Una preoccupazione così velata che quasi non esisteva, accompagnata da un sospetto e da una consapevolezza poco confortante. Io non stavo facendo niente di male, ma poi ho realizzato cosa stesse realmente accadendo. Ero a cena col nemico.

Il fatto è che il giornaletto locale di cui sono direttore è quello di una lista civica che è arrivata seconda alle ultime elezioni di questo comune extra-Baia. A vincere è stata lei, soave 31enne regina del consiglio comu(a)nale che durante la cena ha sorriso a destra e a manca (d’altronde era il tema della serata..), infrangendo cuori e cucinando fondute di giovani elettori che probabilmente chiederanno il domicilio da quelle parti soltanto per poterla votare. Il mio amico anti-metafora abita proprio in un paesino della zona, e quando sarà ora metterà di certo la sua X sulla faccia della sindachessa in cerca di riconferma. Perché secondo il mio amico il voto è un diritto e un dovere. E non c’è più grande dovere (e più grande diritto) di avercelo diritto.

Detto in parole povere, io lavoro per la concorrenza. Per l’opposizione, che al prossimo giro di urne conta di mandare a casa la signorina che ha attirato i nostri bulbi oculari come api al miele. E non c’è niente di male se per puro caso mi sono ritrovato a cena insieme a lei e ad altre cento e passa persone. Il problema è che ho capito che una così non la si batte sicuro, che l’unica chance che i miei “clienti” hanno di vincere le elezioni è di candidare Belen, o sperare che il giorno del voto gli uomini del paese vengano tutti bloccati a casa dalla dissenteria.

A me hanno promesso la direzione del giornalino del Comune. Il problema è che prima il Comune bisogna conquistarlo. La concorrenza è spietata, e ha i mezzi per fare queste e ben altre conquiste. Di certo sarà anche una donna piena di risorse, questo io non lo so e non lo metto mica in dubbio. Ma viviamo nell’epoca del Bunga Bunga, della politica dell’immagine sempre e comunque. E il boss ultrasessantenne della lista civica per cui lavoro non vincerà nemmeno se si raderà la barba e se farà campagna elettorale in autoreggenti. Tantomeno così.

Proposta indecente

20 apr

DiavoloIlluso è online

DiavoloIlluso: Kronny, apriamo un giornale!
KronaKus: Va bene. A che pagina?

DiavoloIlluso è offline

(Questa canzone sembra tristemente scritta per noi aspiranti sospiranti.. sigh!)

Io penso positivo perché son vivo (e ci voglio restare)

18 apr

Un tempo si sventavano le rapine. Nel 2012, invece, si sventano i suicidi. Sarà che la rapina sta forse in queste diavolo di riforme, che raschiano l’osso di chi non ha più carne da offrire, fino a che l’osso stesso non decide di farsi buco. Alla tempia.

Di certo noi giornalettari non aiutiamo. Tutti i giorni scioriniamo cifre su cifre, rincariamo la dose come fossimo i pusher del malcontento. La crisi è un Matrix da decodificare, un cumulo di numeri con cui spaventare e indurre in tentazione. La tentazione del gesto estremo. Ma io penso positivo perché son vivo e perché son vivo. E ci voglio restare. Vivo, non secco. E’ che io sono atipico come certi contratti, e non ci sto a partecipare a questo sporco gioco senza dire la mia. Perché mentre scrivo il mondo crolla, e la gente pure. E se non crolla ci pensiamo noi, spintarelle senza sen(n)o (della ragione) e dalla penna che prima palpa e poi incula. Seguaci del dio pessimismo in un pianeta che è già pessimo (e pessimista) di suo. Una palla azzurra, se non ha già cambiato colore, in mano a chissà chi. E chissà come. Le fonti ufficiali rimarcano il baratro, quelle “alternative” raccontano il complotto. Difficile dire dove stia la verità, se mai ce ne fosse una soltanto. Intanto i Maya sghignazzano, a guardarci realizzare con le nostre stesse mani quella loro dannata profezia.

(Che poi l’ultima edizione di Beato tra le donne è stata condotta da Giletti. E questo è chiaramente un segno della fine dei tempi).

Share the popò

17 apr

Piermario Morosini che si accascia in campo e muore. Hillary Clinton che si alza dalla sedia e vive. Ho colleghi molto strani, io. Gente che si accanisce sui drammi altrui mandando in onda a ripetizione, come un disco rotto, gli istanti in cui la vita di un giovane calciatore se ne va senza avvisare. Come se la presenza di un prato verde e rettangolare giustificasse qualsiasi tipo di moviola. Anche quella della morte. La signora con la falce era in fuorigioco, cazzo, ma quel cornuto di un arbitro ha convalidato lo stesso il gol. Ti aspettiamo fuori, bastardo.

Dicevo dei miei colleghi. Scribacchini muniti di fot(t)ocamere, convinti che i balli alcolici di un’autorità morigerata e composta come la moglie di un certo ex-presidente americano (quello che ben conosceva labbra e lingua della donnina che sta sulla mia maglietta) debbano fare per forza notizia. Come se non fosse umana pure lei. Come se l’abito gessato che indossa pure per fare popò dovesse avere (in)gessato anche la sua anima, e allora se per una volta muove un po’ il culo in barba all’etilometro (che poi il culo mica guida, al massimo gli serve per fare la popò col gessato) deve finire assolutamente su tutti i giornali. E’ che poi se ne parla uno ne devono parlare tutti, sennò sai che figura. Share the shit, baby. Share the popò.

 


Io non sono nessuno. Sono soltanto un povero freelance. Professionista, sì, ma solo per una questione di tesserino. Di etichetta. Abbiamo tutti bisogno di un’etichetta. Anche i miei colleghi. E a loro gliela do io, l’etichetta. Anche se non sono nessuno, ma però sono bravo a etichettare. Anche se non si dice. Sono bravo, sì. Me l’ha insegnato mia nonna.

Giornalisti?
No.
Giornalai?
Nemmeno.
Giornalettari.
Ecco. Sì. E oggi sono buono.

Ho in testa una sesta

17 apr

La mia ultima ragazza ha una quarta. Due ragazze fa, quella invece portava una sesta. Il peso dei discorsi di certi palestrati si misura in mammelle. Argomenti di peso, letteralmente, a seconda della circonferenza. Oggi tra i pesi ho sentito dei ragazzi parlare così, con facce serie che mi hanno pure un po’ spaventato. Non possono dire ‘ste cose come fossero da Marzullo. Ma ognuno dà peso a quel che pensa abbia peso, mentra e me pesa un certo pensiero. Mi pesa l’idea di aver chiesto i soldi ai miei per iscrivermi in palestra anche in questa primavera. Mi pesa che sia stata una loro spesa. Ed è una cosa che pesa almeno quanto una sesta. Il prossim’anno voglio farcela da solo. Voglio togliermi questo peso. I pesi li voglio pagare da me. O mi possa stuprare questo mostro qua sotto.

La storia per caso

11 apr

Un’insalata mezza greca, che però ho provveduto a mangiare per intero. L’altra mezza l’ho scordata, che di quel giorno ho ben altre cose da tenere a mente. Villa Pamphili, Roma. Uno dei posti più belli che abbia mai visto, e questo forse dimostra che non ne ho visti poi tanti. Ma quel che è bello è bello. Un polmone verde dentro l’immenso grigio della città della storia, in una giornata che oggi mi torna in testa tra la nebbia del mio fitto pensare.

I miei genitori erano venuti a trovarmi durante uno stage, forse il più importante per il prestigio della testata. Io ho la memoria corta e il naso altrettanto, altrimenti starei qui a spacciarmi per una banca dati ambulante. Invece no. Né banca dati né banca date. Più che il fosforo, il burro. Tutto mi scivola via. Per questo non ricordo quando è stato il giorno delle insalate mezze greche. Il giorno in cui ho pranzato a un metro e mezzo da Miriam Mafai.

Idea.
Grande idea.
Sono un genio.
Sono passati quasi due anni. Sì. Esatto. Me l’ha appena detto il mio curriculum, in cui ho volpescamente incluso quel mio stage da sventolare ai quattro venti.

Io quella donna proprio non la riconoscevo. E il motivo è semplice: non la conoscevo affatto. Il suo nome se ne stava nascosto nei meandri della mia nebbia cerebrale, ma il suo volto mi era del tutto indifferente. Vedevo una signora presumibilmente sveglia a discapito degli anni. Tutto qui. Per me non c’era nient’altro da vedere. Mio padre, invece, sa tutto di tutti, e quando non sa fa finta di sapere. Questa volta, però, sapeva davvero. “Kronny (no no, non mi chiama veramente così), guarda chi c’è. Sai chi è quella?”, mi ha chiesto. Prima di ostentare il suo sapere verifica sempre quanto ne sanno gli altri. Così, tanto per umiliarli. “No. Chi è?”, gli ho risposto io, abituato ma non troppo al suo modus avvilendi. “E’ Miriam Maffai. Quella scrive per Repubblica da tanti anni”. E dire che lo stage lo stavo facendo proprio lì.

Oggi ripenso a quel giorno e mi sembra tutto un po’ sfumato. Ho scattato diverse foto, i ricordi più nitidi che ho. Stavo dentro a quel polmone verde, vicino a Monteverde (dove mio nonno andava a vendere le uova, cosa che oggi ci racconta un giorno sì e l’altro pure). Ruminavo insalata greca (e verde) e indossavo una polo. Una polo verde. Ci mancava solo Bossi in lacrime ed eravamo al completo. Davanti a quel monumento al giornalismo ho fatto finta di leggere proprio il “suo” quotidiano, che mio padre compra tutti i giorni ormai da un paio di vite. Però adesso Miriam non c’è più. Di lei restano la penna più pungente della spada, gli editoriali rossovestiti, gli amori a scoppio ritardato. E la passione viscerale per le inchieste, al punto da preferirle agli uomini. O così diceva. A me non rimane che la nebbia di quel giorno di sole, il ricordo dai contorni contorti di quel pezzo di storia incontrato per caso nella città della storia.

♪♫ Sono un pupazzo, ricordatevi che esisto.. ♫ ♪

5 apr

Triste canzone generazionale.

 

 

Lunario

4 apr

PsycObama è online

PsycObama: Come mai sei in piedi a quest’ora? Io sono giustificato, sono negli Stati Uniti che strizzo cervelli. Da voi invece dovrebbero essere quasi le 6 del mattino!

KronaKus: A

PsycObama: Prolisso!

KronaKus: Scusa sono dal cellulare. Ho le dita palmate e non da palmare, per questo a volte fatico a scrivere con ‘sto iPhone. Comunque sto andando a letto, sì.

PsycObama: Ah ecco, volevo ben dire.. Vai a letto adesso che è mattina?!

KronaKus: Eh sì..

PsycObama: Come mai questo ciclo sonno-veglia così sballato?

KronaKus: E chi l’ha detto che è sballato?

PsycObama: I medici di mezzo mondo!

KronaKus: Bene. Io vado da quelli dell’altro mezzo.

PsycObama: Colpito e affondato, lo ammetto.. Ho visto che sei un giornalista.. Oppure è una copertura e sei un medico del secondo mondo?

KronaKus: Sono un giornalista del terzo. La paga è quella.

PsycObama è offline

Non esistono più le mezze notizie

3 apr

Narratori di verità, così ci chiamano. Ma a volte è difficile capire a chi dar retta.

Vengo

30 mar

E poi sarei io quello con l’otite. Eppure i fatti parlano chiaro. Ottantuno anni fa, all’anagrafe comunale di Barcellona Pozzo di Gozzo, c’era qualcuno più sordo di me. Due simpatici coniugi sono andati a registrare il loro pargoletto, e l’impiegato che li ha ascoltati era di certo un po’ duro d’orecchio. Il bimbo aveva un nome profetico, ma il tappo di cerume dell’addetto ci ha sempre negato di saperlo. Emilio. Emilio Fede. Questo ha scritto a referto. E noi abbiamo sempre pensato che la profezia fosse nascosta proprio lì, nella fede-ltà al Mister che poi ha sempre dimostrato di avere. Ma adesso il Mister sta tornando alla ribalta. Si è già fatto eleggere presidente onorario del Milan, e ha cominciato a dire la sua dopo i grandi match come quello con il Barcellona (senza Pozzo di Gozzo, e questo è già il segno che qualcosa sta cambiando), beccandosi però le critiche di tifosi e tecnici. Ora, insomma, sta cercando di rifarsi una verginità. Di ripulirsi la faccia, sì, ma grazie a un’altra lingua. E così il povero Emilio è stato imballato nel giro di un quarto d’ora, proprio dentro il suo ufficio, per poi essere trasportato via dai locali faraonici di Mediaset. Qui è emersa la pochezza degli otorini di una volta. Emilio FedEx, questo è il suo vero nome. Ed ecco dove stava la profezia: il suo destino era quello di farsi spedire come il più ingombrante dei pacchi. E adesso fuori i fazzoletti. Taluni per le lacrime, talaltri per il coito.

Ops, mi si è allagato l’allegato!

28 mar

A galla ci sono cose strane. Le vedo andare di qua e di là, vittime di onde che ondeggiano perché sono onde, e quindi o ondeggiano o niente. Guardo meglio. Sembrano pezzi di carta con sopra qualcosa di scritto. No. E’ qualcosa di scritto, ma senza pezzi di carta sotto. Non capisco. D’altronde questo è un mare strano. L’acqua è un cocktail bizzarro di numeri microscopici. Un pescatore che sta poco più in là mi ha detto che senza accorgercene siamo passati dall’accadueò al bit. Così, con una mareggiata. Torno a guardare le scritte che galleggiano, che vanno di qua e di là, vittime di onde che ondeggiano perché sono onde, e quindi o ondeggiano o niente. Mi decido. Metto un retino nella Rete. Pesca grossa in quel di internet. Raccolgo. Osservo. Rifletto. Comprendo.

La dura vita del “direttore”. Ecco dov’erano finiti gli allegati con gli articoli che dovevano mandarmi giorni fa. Avevo ricevuto soltanto mail vuote con su scritto cose prive di punteggiatura, proprio io che sono il fondatore della setta delle virgole sagaci (ve la spiegherò). “Come ti sembra ciao KronaKus”. Sì, cari colleghi, ciao KronaKus” è scritto benissimo, ma non posso dare un giudizio su qualcosa che non c’è. Dove diavolo sono i pezzi? Vi s’è allagato l’allegato per strada?! Fortuna il retino nella Rete.

Arivojo Steve Jobs.

Ora (il)legale

24 mar

Sono giorni di rara intensità. Al tempo dei lavori latitanti trovo tanti lavori e da tutti i lati. Detta così sembra che mi sia mangiato gli impiegati del centro per l’impiego, ma son magrucci, loro, perciò credo che passerò. La verità è che ho tanto da fare, tantissimo, ma succede soltanto due volte al mese. E tutto insieme. Tipo adesso. Poco male. Mai lamentarsi del grasso che cola. Peccato non sia il mio. Avrei bisogno di tornare in palestra, ma sono indisposto come una signorina. E’ da una settimana che m’imbottisco di antibiotici e cortisone per una presunta otite. E ho una testa tale che mi sembra di essere su Narnia.

Mi han detto che stanotte torna l’ora legale, e io vi giuro che non ne sapevo nulla. Mi han fatto notare che è scritto dappertutto. Ma io ultimamente ho tempo soltanto per rileggere le cose scritte da me, per metter loro il vestitino buono prima della consegna. E di certo non ho scritto pezzi su lancette che si spostano in avanti e ore notturne rubate a tradimento. Fanculo, stanotte si dorme di meno. A me non sembra una cosa poi tanto legale.

Come in una mela marcia

22 mar

Ho letto questo e poi ho commentato. A me a una cert’ora si aprono le acque.

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E’ in corso un cambiamento più grande di noi, ma sta a noi dimostrare di non essere troppo piccoli per cavalcarlo. Il futuro non è di carta, anche se la carta, ritengo, è e resterà immortale. Ma come giustamente viene sottolineato sta cambiando il suo ruolo. Bene. Parliamo però di occasioni. Parliamo di possibilità. Parliamo di porte che si potrebbero aprire, non di quelle ancora aperte ma che rischiano di chiudersi. Il domani di questo mestieraccio sta in Rete, e noi dobbiamo essere i pesci in grado di restare a galla, ma soprattutto di seguire l’onda e di trarre beneficio da questa (non più tanto) nuova corrente. Si va per tentativi, ma soprattutto si va a tentoni. Non importa. Bisogna inventare e inventarsi. Osare senza dosare. Nuotare, nuotare, nuotare. Continuare senza abboccare agli ami sbagliati. Buonanotte.

Toh, un verme.

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Voglio un mondo sinkronnyzzato

18 mar

Disastro. Come tutti i cronisti che si rispettino perdo diottrie su diottrie, sempre incollato a schermi e cose di carta. Per questo domani mi tocca l’oculista. Cioè, non lo so se mi tocca (spero di no, non è il mio tipo) però so che ci devo andare. Il problema è l’orario. Ho la visita prenotata per le 8 e mezza. Le 8 e mezza del mattino! Cazzo, potevate pure dirmelo che esisteva un mondo anche prima delle 11.

Speriamo che sia racchia (2)

16 mar

E’ fatta. La monetina è stata lanciata, e la dea bendata ha indicato la faccia con sopra la mia faccia. Anche perché pare che la faccia di quell’altra non si guardasse, e l’omino che le ha fatto il colloquio non era affatto bendato come la suddetta dea. Alla fine sono stato scelto io, a mo’ di Pokemon. Ora devo uscire dalla mia sfera poké, quando invece vorrei tanto avere una sfera di cristallo per vedere come andrà a finire tutta questa storia. Adesso c’è da fare le carte. Confido in un bagatto, possibilmente non rovesciato.

Speriamo che sia racchia

15 mar

Il tempo passa. Ed è una cosa grossa, ma te ne accorgi dalle cose piccole. Da un gesto che prende il posto di un altro. Dalle abitudini che cambiano perché cambiano le persone, e con lore le idee, le convinzioni, i giudizi e i pregiudizi. Il tempo passa e te ne accorgi alle 2 e mezza della notte, quando tuo padre si alza e scende giù in cucina per bere un bicchiere. Cioè, per bere l’acqua che ci sta dentro. Una volta le opzioni sarebbero state due, ed entrambe avrebbero fatto schifo. Forse ti avrebbe urlato che non si vive all’ombra della luna, e che se poi non ti alzi entro una certa ora vali meno di zero. Oppure ti avrebbe semplicemente invitato ad andare a dormire. Parole al vento, s’intende. Invece no. Questa volta ti vede in cucina, a sorseggiare una camomilla necessaria come una dose ma con tutt’altri effetti. Che la notte è lunga e silente, ma imprecare è un lampo. Soprattutto quando sei a caccia di citazioni sul Vajont ma ti riveli una frana. La pazienza straripa, diventa fanghiglia di nervi. E poi è strage.

Il tempo passa. Ed è una cosa grossa anche che tuo padre non imprechi indicandoti il letto come unica via di salvezza e redenzione. No. Questa volta beve il suo goccio d’acqua, mette in bocca il biscotto di rito e poi ti si avvicina. Con gli occhi ancora mezzi chiusi ti dà un paio di schicchere bonarie, proprio lì sulla gobba. “Ciao vado a letto. Sai ultimamente ho difficoltà a dormire”. Non t’insulta se dormi poco, fa addirittura l’autoironico perché lui dorme troppo. Il tempo passa. E non è una cosa grossa. E’ enorme.

Non sai perché. Forse è fiero di vederti così. Non di vederti ricurvo sul pc a mo’ di cronista di Notredame, a maledire le lenti a contatto che non ti fanno leggere un cazzo ma che vista l’ora hanno pure ragione loro. No, non è questione di posa, ma di uniforme. Sei ancora lì in camicia, come un uovo, pieno della tua giornata piena. Piena come un uovo. Sei stato a un colloquio di lavoro, e ti sei agghindato come non fai mai. Tuo padre invece ha gli armadi a castello, perché un solo piano non basterebbe a contenere tutte le sue camicie. Ne ha a decine, non indossa nient’altro che quelle. E quasi sempre le stesse. E ha sempre sognato un figlio in camicia ma non nato con la camicia, e pure con la palla al piede ma che non fosse una palla al piede. Però non si è mai sforzato per ottenere questo da te. Ha evitato di sudare sette camicie. Sapeva che sarebbe stato tempo perso. Tu, figlio dal maglione facile, che il pallone l’hai cominciato ad apprezzare due anni fa, durante lo stage nella redazione sportiva fatto durante i mondiali, e che poi hai preso una brutta piega tra il Fantacalcio e lo stramaladettissimo Better. Oggi ti ritrovi a guardare le partite con lui al netto del tifo, imprecando contro i giocatori della tua formazione. Stronzissimi, ti segnano soltanto quando li lasci in panchina, se non in tribuna. Ma il tempo passa. Ed è una cosa bestiale, colossale. Tu che vivi la notte in camicia è proprio roba da fantascienza.

Hai conservato la divisa del giorno perché francamente non hai avuto nemmeno il tempo di metterti quella della notte. Due pezzi da chiudere, uno da inventare, registrazioni telematiche da fare con urgenza, e una matassa informe di pensieri che annebbiano il tutto. Il tuo cervello è Val Padana, ma pensi e speri sia soltanto stanchezza. Domattina, poi, sveglia presto. Entro le 10 (sì, ho detto che è presto) ti aspetta una telefonata di peso, una che potrebbe condizionare il tuo prossimo anno di vita. Ti diranno l’esito del colloquio di oggi. Domattina, sì, perché c’è da partecipare a un bando in scadenza e non si ha nemmeno un minuto da perdere. Il punto è che non sei il solo. Siete in due a volere quel posto. Tu e una fantomatica lei che presumi provenga dalla tua stessa scuola di giornalismo. Ti domandi chi sia. Non credi ci sia qualcuna del tuo stesso biennio interessata a un posto così poco remunerativo, ma d’altronde se ci provi tu perché non dovrebbe farlo anche qualcun altro che si trova nelle tue stesse condizioni? Certo che se fosse di un biennio passato sarebbe un brutto segno. Sarebbe prova di un fallimento, anche se oggi come oggi non ci sarebbe niente di strano, tantomeno da rimproverare. Però cercare di arraffare un posto da otto ore al giorno (sotto)pagate dalla Regione non è segno di buona carriera. E se invece questa fantomatica lei venisse dall’ultimo biennio, cioè da quello che sta per finire? Vorrebbe dire che è una di scarse ambizioni, ma non sarai di certo tu a giudicarla. Tu che sei il cronista dell’orticello. Oggi il cavolo non ha fatto un cavolo. La cipolla è caduta, si è sbucciata e poi ha pianto. E la rapa, non parliamo della sua testa che è meglio.

Sei qui appeso a un filo. O meglio, a un pelo, ma non diciamo di cosa. Ti studi di nuovo il tuo curriculum come dovessero interrogarti ancora sulle cose fatte, mentre forse sarebbe ora che t’interrogassi tu sulle cose da fare. E pensi a domattina. Ti sembra tutta una fottuta guerra tra poveri. Attendi l’esito, ma non trepidi mica. Intanto è meglio andare a dormire. Per una volta non sei stato insultato per farlo, ma non sei ancora immune al sonno, anche se ci stai lavorando. Ti stendi con un pensiero in avanti e una speranza nel cuore. Ti viene in mente lei, l’immagine fumosa e indefinita della cronista delle verdure che sta cercando di soffiarti il posto. Ti concentri e fai una preghiera. Buonanotte, mondo. E speriamo che sia racchia.

Devo smetterla di scrivere per metafore

9 mar

Di recente ho scritto un pezzo che vuoi o non vuoi strizza l’occhio all’astronomia. Mi sono ritrovato a raccontare di stelle e di pianeti, ma soprattutto di come le cose che succedono lassù condizionino le nostre vite quaggiù. Ma non volevo essere banale. Non volevo dire tutto in modo troppo semplice. Così ho cercato soluzioni di fantasia. Ho sfogliato il mio vocabolario mentale per elaborare un giro di parole che desse l’idea di qualcosa di vitale e imprevedibile che accade sopra le nostre teste. Poi ho inviato l’articolo. Sono passati dei giorni, e ormai credevo fosse tutto tranquillo. Balle.

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KronaKus, mi spieghi cosa cazzo sono i “singhiozzi del cosmo”?!?!?!?!

Firmato,
Insu Lina (se non ti ricordi chi sono clicca qui)

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La solitudine dei primi (2)

7 mar

Ciao, stronzi sottopagati.
A seguito di molti comportamenti scorretti che nel mese di febbraio hanno reso difficile la gestione del sito, da oggi il tempo disponibile per la consegna degli articoli si riduce a due misere ore. Questo considerando che un cazzo di copia-incolla non dovrebbe richiedere più di un’ora di tempo. Sono in molti, infatti, i piccoli bastardi tra di voi che prenotano la mattina prestissimo e poi consegnano quasi allo scadere. Per non parlare di chi prenota e non consegna affatto. Feccia umana, dico io.
Si tratta di una mancanza di rispetto sia nei confronti di noi della redazione, che ci ritroviamo a fare i salti mortali per coprire gli slot disponibili, sia degli altri patetici collaboratori come voi. In un periodo dove le risorse sono state tagliate, prenotare e non consegnare – o farlo dopo i termini – significa togliere la possibilità di scrivere ad altri scribacchini smaniosi di portare a casa tre euro (lordi) per ogni pezzo consegnato. Dico io, cosa cazzo volete di più? Le ferie pagate? I buoni-pasto? La zoccola gratis davanti al portone di casa?!
Dall’alto del mio luccicante trono di redattore presumibilmente stipendiato mi riservo la possibilità di rispedire al mittente prenotazioni da parte di parassiti che non hanno mai dimostrato sufficiente impegno in quella certa sezione, non rispettando le regole di stesura né quelle di lunghezza dei contenuti.
Infine vi segnalo che la deadline massima per la pubblicazione sono le 21 di ogni giorno, quindi cercate di consegnare tutto entro le 19 30, massimo le 20. Non posso rimanere al lavoro ogni santo giorno fino alle 22 per colpa delle vostre fregnacce.
La domanda, poi, sorge spontanea (sì, mi manda Lubrano, e pure un po’ il demonio). In tutto sono circa dieci o dodici articoli al giorno. Possibile che non si riesca a preparare per tempo un numero così esiguo di contenuti, per giunta copiati da altri siti? E dire che soltanto due mesi fa se ne pubblicavano il doppio.
Andate a fare in culo.

Firmato,
Il Primo con la solitudine

Meglio mai che tardi

1 mar

Era una notte buia (anche per forza) e non tempestosa. La neve era già concime liquido per le piante, e la pioggia non scendeva mica copiosa come fosse spread. Ero reduce da una due-giorni clamorosa. Mia nonna che ci ha lasciato, il lavoro che mi è piovuto addosso venendo giù in picchiata (lui sì come lo spread), e poi le solite montagne russe del cuore. Ero spossato, spolpato. Ero ridotto a una purea di KronaKus, quella che si dà agli aspiranti cronisti ancora in fasce per farli crescere sani e pigri.

Erano le 3 45, ovviamente della notte. Avevo scritto pezzi, ne avevo sistemato altri, mi ero concesso pure una discreta pausa dopo la quale avevo scritto un articolo di quelli da tre euro lordi. Così, giusto per levarmi il dente. Ma i denti non fanno male quando te li levi. E’ quando te li lavi che succede il finimondo. Avevo impugnato lo spazzolino. Stavo oscillando con la mano. Su e giù, su e giù. A passo di lumaca zoppa con una villetta a schiera al posto del guscio. Su e giù, su e giù, con una gran flemma. Sembravo una zoccola a fine servizio. Poi mi sono tolto le lenti a contatto, anche se con gli occhi chiusi, confesso, ho fatto un po’ di fatica. Ma all’improvviso li ho spalancati. Mi sono guardato allo specchio. Giusto il tempo di notare le occhiaie scese ad altezza capezzoli, poi mi sono messo le mani sui capelli (non sui capezzoli). Se ne stavano fermi lì (sia i capelli che i capezzoli). Uno di qua e uno di là (sì, anche i capezzoli, ma sto parlando dei capelli), ma comunque c’erano. Anche se per via di quel pensiero fulminante ho rischiato di perderli in un battibaleno. I capelli.

Ricordarsi alle 3 45 della notte di avere un articolo urgente da sistemare per la mattina dopo è un colpo che non auguro a nessuno.

Rossella Urru, la farfalla che non vola più

29 feb

E’ bella pure lei, ma non avendo libellule incastrate nel pube non se la fila nessuno. Vorrei davvero che Rossella diventasse la nuova Belen. Questa libellula è rimasta incastrata nel pube algerino. E’ successo quattro mesi fa. E’ caduta in un brutto retino, ma nessuno ha mosso un dito per lei. Tutti presi con altre farfalle, di quelle che solleticano, che provocano dolci pruriti.

Guardatela bene. E’ bella pure lei, anche se non scende dalla scalinata dell’Ariston con uno spacco sub-ascellare. Eppure a Sanremo c’è finita lo stesso, grazie a una comica che sa far ridere ma pure riflettere. Sotto i riflettori c’è tornata anche grazie all’uomo che meglio di tutti sa bucare lo schermo, e che per questo sa anche ricucirlo laddove lui buca la notizia. Geppi e Fiorello hanno contribuito a fare di questo 29 febbraio un giorno davvero speciale. Non perché bisestile, non perché Gioacchino Rossini può festeggiare di nuovo il suo compleanno (come ci ricorda anche Google), ma perché il web ha preso la parola, ha urlato contro gli altri media, ha attirato l’attenzione che ci voleva e come ci voleva. E pure i tiggì hanno rivolto lo sguardo verso altre farfalle.

Oggi è il Rossella Urru Blogging Day. Oggi la tv smette di dormire, almeno per un po’. Oggi non ci parleranno soltanto dei baci con la lingua tra Capitan Schettino e la non-badante che si faceva in nome di una strana Concordia. Per ventiquatt’ore il tubo catodico si ricorderà del ruolo che può ancora giocare. Perché non ci sono soltanto le liberalizzazioni in arrivo, ma anche le liberazioni che non arrivano.

Clicca qui per saperne di più. Saperne di meno non ti servirebbe a niente.

È

28 feb

A forza di lavorare con le parole sono diventato velocissimo. Me lo fanno notare tutti. Dai capi, che non ho mai conosciuto (sarà forse per questo che me lo dicono?!), agli amici che ancora non ci credono, data la mia lentezza cronica. Eppure è così. Sono diventato talmente scattante nello scrivere che ho un nuovo soprannome. Rapido Pen. Spero con la e aperta.

Non smetterò mai di dare soprannomi

24 feb

Se sono quello che sono lo devo al sangue che mi hanno messo dentro. Se faccio quello che faccio è anche perché qualcuno mi ha dato un certo impulso genetico. Se sono portato per le parole è perché c’è chi prima di me lo era altrettanto. Mia nonna, per esempio. Lei era un’inserviente come tante, una donna tutta casa e ospedale che ha cresciuto tre figli dopo essere rimasta vedova troppo presto. Il suo rapporto con le cose scritte era puro diletto, puro svago, puro interesse, pura scoperta. E aveva sempre un soprannome per tutti. Uno pseudonimo, un nickname, persino per i miei amici. Per etichettarli le bastava vederli una volta. Faceva leva se un segno particolare e il gioco era fatto.

Oggi mia nonna se n’è andata. E proprio oggi ho capito che se mangio con le parole è soprattutto grazie alla sua impronta. E che se KronaKus esiste è perché ho ereditato da lei l’attitudine a soprannominare, il cinismo che fa sorridere e a volte indignare, la voglia di analizzare e di criticare. Se sono quello che sono lo devo anche al sangue che mi ha messo dentro lei.

La rivincita del bianco

17 feb

PendolareConLePalleGirate è online

PendolareConLePalleGirate: Lavori domattina?

KronaKus: Sì, domani sì. Anche se è strano. Io di solito ho da fare di notte. Ma mi hanno detto di tenermi all’erta, e così..

PendolareConLePalleGirate: E come ti sposti?

KronaKus: Non mi sposto.

PendolareConLePalleGirate: Non ti sposti?!

KronaKus: No. Io lavoro da casa.

PendolareConLePalleGirate: Sti cazzi.

PendolareConLePalleGirate è offline

Sarà per questo che non capisco, perché sono un cronistello provinciale che non vede oltre il proprio naso. E dire che ce l’ho lungo. Il naso. Sarà per questo che mi sento di nuovo dentro questa mia bolla, ad ascoltare e leggere le parole degli altri, e a non sapermici specchiare nemmeno se mi sforzo.

Tutti a parlare di disagi e inconvenienti, a dire nero mentre io vedo bianco. Ed è bianco davvero, così pieno di tutta questa neve. Ma loro no. Loro dipingono un’Italia scura. Bloccata, con la paresi alle gomme termiche, senza più matite per disegnare le giornate. Sarà per questo che non capisco, perché io lavoro da casa, e negli abbondanti ritagli di tempo mi sono fatto lunghe passeggiate controvento e controfiocco, sotto le tormente più tormentate. Io me la sono goduta questa cazzo di neve.

Ligi al dovere, i giornalisti del Belpaese hanno descritto un Brutpaese sotto la morsa del freddo e del gelo. E ancora oggi continuano a speculare su questa polvere bianca, come fosse la peggior droga, come se non fosse tutta natura. I miei colleghi hanno fatto il loro compitino, a raccontare per filo e per segno tutto quello che non andava nel bel mezzo di quel manto candido. E hanno fatto bene. Ma non ho sentito nessuno dire quanto è bello vedere il cielo riflettersi sulla terra, con le notti illuminate a giorno da un asfalto alla Michael Jackson. Tutto si è fermato per un po’, come dentro una parentesi tonda. Siamo noi i velocisti fuori tempo. La neve non è che un piede calzato a forza sul freno più bello.

E poi ha i suoi vantaggi.

Il (ripro)posto fisso

9 feb

Il (ripro)posto fisso

 

Stavo per scrivere (de)posto, ma non c’avrebbe creduto nessuno.

 

Nella notte dei tre euro al pezzo

8 feb

Nella notte dei tre euro al pezzo senti che il tuo tempo è come un pc del ’98. Svalutato.
Nella notte dei tre euro al pezzo senti che il tuo lavoro ha lo stesso rango di un hobby generoso. Ti appaga, forse ti paga. Ma con molta timidezza.
Nella notte dei tre euro al pezzo ti sembra di fare il fornaio, e almeno questa è una bellissima sensazione. Ti pare di sfornare delle pizze farcite da far invidia alla migliore delle pale da forno della città. Sono lì, pronte da vendere. Tre euro al pezzo.
Nella notte dei tre euro al pezzo senti un freddo che più freddo non si può, e ti viene voglia di vendere la neve agli eschimesi. Avrebbe comunque più senso di questo scribacchiare sottopagato, e quantomeno potresti approfittarne per riaccompagnare a casa il pinguino che si è stabilito nel tuo salotto ormai da giorni.
Nella notte dei tre euro al pezzo ne fai tre. E fanno nove verdoni. Ma poi pensi che in realtà sono diciotto, perché nove ne hai guadagnati, ma altrettanti ne hai risparmiati stando di fronte a un computer, evitando di sprecare le tue lancette andando al cinema con un amico e poi facendoti una birra (piccola, che sennò chi la paga?!).
Nella notte dei tre euro al pezzo ritrovi il gusto di leggere, perché appena finito hai la testa che ancora fuma, ed è recettiva come uno Spongebob un po’ meno scemo. Il gusto di scrivere invece è già uscito di casa, nudo e con solo tre euro lordi in tasca. In cerca di un nuovo perché, da trovare chissà dove.

La solitudine dei primi

2 feb

Un tempo c’erano i pacchi bomba. Erano improvvisi e,  soprattutto, molto molto pericolosi. Oggi le poste si sono trasformate in sottospecie di banche, e chi scrive a qualcuno lo fa quasi sempre in bit. E’ l’epoca delle missive virtuali. Il tempo delle mail bomba.

Le mie non sono poi tanto improvvise, anzi, ormai me le aspetto proprio. Pericolose invece lo sono, soprattutto per i nervi. L’assurdità di certe parole mi rimbomba dentro, e mi ricorda come io sia nato nell’epoca sbagliata. Una in cui chi lavora non viene pagato né in denaro né in rispetto. Ci sono testate da prendere a testate, che ti danno tre euro al pezzo (lordi, s’intende) e pretendono l’inverosimile. Oltre il danno, la beffa. I redattori ti scrivono in casella, a te come a tutti gli altri collaboratori, per ricordarti quanto sei idiota. E per dimostrarti quanto lo sono soprattutto loro.

Scrivi. Impagini. Tagli le foto e le carichi nel server. Titoli. Fai i sommari. Metti le didascalie. Controlli se hai rispettato le regole SEO. Ti accorgi che qualcosa non va. Riscrivi. Reimpagini. Tagli le foto e poi passi alle vene. Fai tutto questo e ti accorgi che è già passata più di un’ora. Ma la consapevolezza che fa più male è quella di aver sprecato tutto questo tempo per una cifra che ti ripagherà sì e no della corrente consumata, delle suole logorate sbattendo i piedi dal nervoso e dell’usura dei polpastrelli. Tic tic tic. Mai visto un simile spreco di cellule morte su una tastiera.

Poi ti rilassi. E’ notte, perciò ti rilassi. E’ un tuo diritto rilassarti almeno la notte. Prima di addormentarti, però, controlli le mail. Ormai è una prassi consolidata. Dare un’occhiata alla posta è spesso l’ultima cosa che fai ogni giorno, ma anche la prima del dì che segue. E trovi lei, la mail bomba del solito redattore, lui e lui soltanto, che quasi ogni notte tedia tutti i collaboratori con rimproveri e minacce neanche tanto velate. Avvertimenti, moniti, ultimatum. Io non so esattamente con che capre abbia a che fare, ma di certo lui è il pastore più rompicoglioni che abbia mai visto. E’ il primo tra noi poveri coglioni, nel senso che è il capo (sigh!), uno dei nostri superiori prima della direzione. Un dispensatore di accuse rivolte a chi percepisce soltanto tre euro a botta e non ne percepisce il motivo. Me lo immagino davanti al suo schermo, alle tre della notte, a fare un lavoro per cui forse è pure stipendiato (oh, quale privilegio!). Luce blu che si riflette sulle gote scavate, e due occhi tanto tanto spenti. Ma la solitudine dei primi ti porta a dare i numeri. Ti controlli le tasche, e le vedi vuote. L’unica cosa piena è una casella di posta virtuale colma di improbabili accuse rivolte a un gregge legittimamente demotivato. Istruzioni per l’uso che sarebbero pure sensate, se non fossero condite con litri e litri di piccantissima arroganza. E ti vien voglia di rispedire la mail bomba al mittente, sperando che esploda non appena arrivata a destinazione.

Ho come l’(im)pressione

19 gen

Oscar Wilde diceva che “la cronaca è letteratura sotto pressione”. Rilancio. “La cronaca è letteratura con l’ipertensione”. O quantomeno prima o poi te la fa venire. Sono quasi convinto che il giorno dopo l’uscita di questo numero il direttore de Il Gazzettino abbia fatto una scorta di Karvezide..

Divoratore di acqua che vola

18 gen

Sono tempi di magra, ma io non posso di certo lamentarmi. Ho il mio bel lavoretto, che non sarà come un colpaccio al Win for life, ma quantomeno rimpinza il mio ciccì per le spese correnti (che quelle, si sa, ferme non ci stanno mai).

Sono tempi di magra, dicevo, ma io non posso di certo lamentarmi. Eppure a guardarmi bene dovrei cominciare a tirare la cinghia pure io. Quella dei pantaloni, però. Di uno o due buchi. Durante le feste la festa me l’hanno fatta davvero, a suon di panettoni, pandori e torroni. Ho pure problemi a mordere, già alla mia tenera età. Non ho più i denti da latte, ma quelli da fondente già fanno le bizze. Però basta lamentarsi. Bisogna sempre essere incisivi, anche da devitalizzati. E io, per tagliare la testa al torero (detesto fortemente la corrida), ho deciso di mettermi a stecchetto strizzando l’occhio pure a canini e compagni. L’anno scorso ero dimagrito mangiando tutto al vapore. Quest’anno farò di meglio. Mangerò solo quello. Solo lui. Solo il vapore. E’ che sono già in ansia per la prova costume. Kronny, ma ancora è presto!, direte voi. Stolti. Tra poco è Carnevale. Di questo passo le righe della calzamaglia da Spider-Man assomiglieranno a certe onde del sud-est asiatico.

Paparazzato per strada durante i preparativi. Corona del cazzo, dillo che ti manda Osborn per sputtanarmi!!

Oltre il danno, la beffa. A quanto pare non posso nemmeno vantarmi di essere originale..

Nevrosi di inizio anno

4 gen

Alzo la cornetta. Uh, l’iPhone la cornetta non ce l’ha.. Vabbè avete capito lo stesso.

“Sì, salve.. Ho ricevuto una telefonata da questo numero..”
“…Ah… Sì… Forse sono io che ho sbagliato…”
“Ah.. Ok.. Sa, ho richiamato perché stavo aspettando una chiamata di lavoro, e allora…”
“No no, io stavo cercando la signora Saltampiano!”
“Ah ecco. Beh, la prossima volta stia più attenta. E alla sua amica dica di farsi riparare quel cazzo di ascensore una volta per tutte!”

Click.

Tu-tu-tu…

E poi ci sono io che cerco lavoro

4 gen

Per certi aspetti il 2011 è stato un anno pessimo. Decisamente. Ma si è chiuso con una rivelazione. Un’inchiesta. Uno scoop. I colleghi de Il Giornale hanno trovato la responsabile di cotante sciagure. Un sentito grazie per la loro lungimiranza.

 

Sigh.

 

Rosso relativo

29 dic

Ghiro ripieno. No, non è il mio menu di Capodanno, ma l’attacco, l’incipit, della mia biografia più recente. Sono fermo, tranquillo, come un semaforo. Ora c’è il rosso. Perciò sono fermo, sì. Ma non con la mente, che quella ferma non lo è mai. Con il corpo resto in panciolle. Aspetto. Temporeggio. Ho il sonno facile. Mangio come un porco. Un ghiro ripieno, sì.

Oggi una prima sveglia. Mi è arrivata una lettera dall’esimio Ordine regionale. Non me l’hanno spedita per farmi gli auguri. Dentro non c’erano biglietti rossi vestiti a festa, ma moniti per mandare un po’ più in rosso il mio conto bancario. E io sto fermo. Resto in panciolle, sì, ma non con la mente. Che quella, no, non è ferma mai. Penso e ripenso al senso di tutto questo. E non lo trovo. So che qualcosa è cambiato. Monti ha smosso mari e suoi omonimi. Gli Ordini non sono più gli stessi. Credo. Mi era giunta voce che quello dei giornalisti non abbia più nemmeno il potere di sanzionare i suoi iscritti in caso di comportamento inadeguato (passatemi l’eufemismo). Non ne sono sicuro, eh. Un ghiro ripieno resta fedele a se stesso, bloccato nel suo torpore finto-festivo. S’ingozza ma non si schioda. E, paradosso dei paradossi, nemmeno s’informa. Nemmeno se informa di professione. Nemmeno se certe cose lo toccano da vicino.

Ammetto le mie inadempienze (perdonatemi il parolone, prometto di non usarne più fino al prossim’anno), ma l’aumento della quota annuale richiesta all’Ordine mi sa comunque una forzatura. Anche se non so bene come stanno le cose. A volte sento di aver sprecato più di due anni e mezzo della mia vita a rincorrere un tesserino in pelle di stagista che finora ha avuto l’unico merito di farmi entrare a scrocco a una mostra di Hiroshige e al Romics del 2010. Il resto è nebbia, e tanta tanta noia. Io che non mi annoio mai, perché ho la mente che non si ferma mai. Ma vedo male. Vedo rosso. E allora sto fermo, tranquillo, come un semaforo. Resto un ghiro ripieno. Che se mi risveglio toro son falli Fernet.

O la Borsa o la vita

4 dic

Domenica di lavoro. Non è che abbia poi così tanto da fare. E’ soltanto che le cose mi si ammucchiano nei giorni che il copione dà per sbagliati. Ma il mio no. La mia è una sceneggiatura un po’ meno scontata, e lavorare nel giorno in cui ci si dovrebbe riposare non mi pesa affatto (soprattutto se penso alla serata al pub con gli amici che è già in scaletta). Io vivo all’impronta. La speranza è di lasciare l’impronta anche su questo mondo smanioso di crescere. Lievita. Evolviti. E soprattutto divertiti.

Oggi sembro Paulo Coelho. Ogni tanto la vena new age mi si sveglia da sé, come dopo una trasfusione di vita vera sparata tra globuli straordiriamente recettivi.

Sarà che oggi sono qui che scrivo, anche se è domenica. Ho tre pezzi per domani. E mi diverto. Sono un fottuto privilegiato (sempre meglio di un privilegiato fottuto). Scrivo articoli frizzanti nella speranza di inquadrare la bollicina giusta. E creo titoli, nella speranza che qualcuno c’investa su.

Bianco su nero

2 dic

Lo metto nero su bianco, anzi bianco su nero. Dedicato a qualcuno, esclusi tutti gli altri.

 

 

Navigo a vista e me ne vanto

1 dic

Metto la protesi a un pezzo che parla di protesi (alla faccia del metagiornalismo!). Poi succede che non serve più perché nel frattempo è cambiato il timone. Fortuna che il pezzo sulla vela l’avevo già consegnato.

Bellicosì

26 nov

Vietnam, Addestramento estremo 2, Mille modi per morire. Carini i titoli dei programmi tv su cui devo scrivere oggi pomeriggio.

Stasera voglio farmi una pizza con Gandhi e Winnie The Pooh.

Bunga bunga nostalgia (ma anche no)

25 nov

Monti incontra la Merkel e nemmeno le dà della culona. Sta a vedere che ‘sto governo in scala di grigi ci fa pure le riforme. Quanto egoismo. E adesso noi poveri gossippari d’assalto di cosa cazzo scriveremo?!

Monster tax

24 nov

Le nonne sono quelle dei vecchi rimedi. Quelle delle minestre che curano ogni male, e che van bene pure se riscaldate. Quelle che sanno tutto perché la vita se la portano in spalla. Zainetto di rughe, bagaglio di esperienze.

Prendiamo la mia. L’Europa sprofonda nella crisi, il resto del mondo pure. Questa palla azzurrognola è piena di furbi e di lacché, di volpi e di cani. Ma per questa folle terra di Spread & Toby mia nonna ha trovato la soluzione a ogni problema. Il professor Monti è premier da un battito di ciglia, e già pensa di salvare la baracca ripristinando l’Ici, ripescandola dal cimitero delle imposte defunte come uno stregone evoca i morti dall’oltretomba. Per non parlare della tassa sul cane, pettegolezzo che spero rimanga soltanto tale. Non so Spread, ma Toby potrebbe prenderla davvero male.

Mia nonna. Mia nonna, invece. Mia nonna sì che saprebbe come fare.

Lunedì pomeriggio ero a casa sua. Su RaiUno andava in onda La vita in diretta, il programma-truffa più spudorato della tv. Perché quella è tutto tranne che vita. E meno male. Si scimmiotta il giornalismo facendo il lifting ai tormentoni giudiziari e di costume del momento, roba trita e ritrita. Scazzi sulla povera Sarah, e la povera Melania, “rea” di una morte così triste e prematura da dover morire ogni due o tre settimane, sacrificata sull’altare pietoso e impietoso dello share. Questo sensazionalismo non è per niente sensazionale, e mi lascia sensazioni che non vorrei avere. Poi all’improvviso tutto si ferma. La macchina del sangue si prende una pausa, e per qualche minuto lascia spazio a quel canotto biondo che va in giro dicendo di chiamarsi Ivana Spagna. Ed è una giostra che va, questa vita che non si ferma mai. Ma questo non significa che verso fine corsa ci si debba trasformare in delle bambole gonfiabili che fanno comparsate in tv per non sentirsi sgonfie dentro.

Tanto è bastato per suggerire a mia nonna la migliore delle soluzioni anti-crisi: una tassa per la mostruosità a carico di chi si sforma per via chirurgica pensando di rallentare le lancette dell’esistenza. Una specie di monster tax, diciamo.

Abbiamo passato il pomeriggio davanti a quel piccolo schermo. Mia nonna ha criticato qualunque persona, cosa o animale abbia avuto il coraggio di passare di fronte alle telecamere, ma senza mai osare prendere il telecomando e regalarsi un po’ di quiete decidendo di spegnere. Tutto normale. E’ pur sempre la mamma di Mister Paradosso.

La più grande paraculata dopo il weekend

22 nov

Ma perché nella notte dei Minzolini cadenti la Rai usa Fiorello per adescare Mentana in diretta?!

Il gallo del malaugurio (2)

18 nov

E dire che stavo soltanto cazzeggiando con il mio iPhone. Il giornale dei sogni non arriva mica in questa sperduta Baia delle Zanzare, e allora mi sono procurato la mia bella app che in un tap mi rende up aggiornandomi sulle sue uscite. E tutto questo alla modica cifra di zero cent, anche se alla fine il quotidiano me lo leggo con almeno un giorno di ritardo sull’uscita effettiva. Un vero affare (e ci manca che devo pure pagarlo, il giornale che mi deve due sfoglie da cento che probabilmente non vedrò mai).

Purtroppo il cazzeggio si è presto trasformato in qualcos’altro. Dal mio solito ghigno sornione sono passato ad avere un’espressione tipo Urlo di Munch. Ho aperto l’ultima edizione uscita e tanti saluti. Letteralmente.

Fa male sapere che dietro tutto questo ci sono i ricatti di un partito che un tempo si è preso anche il mio voto. Oggi mi vedrei bene dal concederglielo. A maggior ragione adesso, nonostante condivida le idee di fondo di certe teste calde che però hanno dimostrato di essere pure vuote, figlie di un sistema che dovrebbero combattere, e non assecondarlo fino a scomparire in questo mare di indecenza. Stiamo andando veramente a fondo. Questi partiti sono partiti di testa. Gli interessi della politica hanno fatto terra bruciata a chi avrebbe semplicemente voluto fare il proprio mestiere. L’arroganza ha trionfato sull’onestà. E’ un mondo di merda, e puzza da far schifo.

Il gallo del malaugurio

17 nov

Driiin. Svegliati, pargoletto svegliati. Che il tempo dei sogni ormai è finito. Svegliati, cronista sognatore cronico. Il tuo giornale dei sogni è morto, o perlomeno è finito in rianimazione sospesa. Il mercato non ha scrupoli, e la macchina del fango è molto più di una definizione coniata da Saviano. E’ un mondo piccolo fatto di gente piccola. E di un mercato largo come la cruna di un ago.

Questo è un fulmine a ciel variabile. Che sarò pure ingenuo, ma non al punto da non capire che tirava una cattiva aria ormai da tempo. Un anno fa mi sono imbarcato con loro. Oggi mi mancano all’appello la bellezza di duecento euro. D’altronde da quella sponda ho sempre ricevuto parole di stima, ma mai quattrini.

Non ho mai avuto le pupille a forma di euro, e non è certo questo il momento migliore per cominciare ad averle. Mi tengo stretto la mia nicchia dorata, fatta di belle parole, di articoli gioiosi, di una scrittura addobbata a festa con perle creative e ghirigori verbali. Mi tengo il mio mondo piccolo fatto di cose piccole. Un mondo che mi ripaga in complimenti, ma anche con bonifici puntuali.

Guardo avanti. In fondo qui intorno la terra era bruciata già da un po’. E incrocio le dita. Il giornale dei sogni potrebbe tornare dall’aldilà. Ma al di là di questo io resto nell’aldiquà. Occhi vigili e sguardo attento. Sono un cronista sognatore cronico, ma ho ancora orecchie buone per sentire quando la sveglia suona.

Dirigo legumi e me ne vanto

15 nov

Stavo finendo la mia cenetta in famiglia a base di pesce e pizza. E vino. E liquore alla liquirizia. Ho sentito il telefono vibrare, che io la suoneria non la tengo quasi mai, e con tutto quell’alcol tant’è che ho sentito qualcosa. Era il boss di una rivista che mi vuole come direttore. Una cosa piccola, di paese, ma tutto fa brodo. Per far soldi van bene anche le galline vecchie, purché ci sia almeno una parvenza di professionalità. Sarò pure nuovo nel giro, ma non mi piacciono le cose fatte alla cazzo di cane. Cinofilo sì, ma c’è un limite a tutto.

Il boss era in riunione con i suoi per decidere l’impianto della nuova pubblicazione. Durante i nostri due incontri nella più centrale tra le caffetterie del centro gli ho involantariamente scroccato la colazione, entrambe le volte (non l’ho fatto apposta, davvero), e tra un cornetto e un cappuccino abbiamo parlato pure del giornale. Credo, almeno. Dio mio quanto era buono quel ripieno di nutella.

Dicevamo.

Credevo che il nome fosse deciso. Invece, non appena finito di trangugiare l’ultimo bicchiere di liquirizia alcolica sotto gli occhi fulminanti di mia madre, mi ha telefonato per chiedermi come chiamare ‘sto giornaletto. Sono rimasto spiazzato. Dal basso del mio status alticcio ho dovuto improvvisare qualcosa. Pensavo fossero orientati a dargli lo stesso identico nome dell’associazione culturale che sta dietro a tutto questo, un nome che ben si presta a dare il nome a un opuscoletto locale degno di questo nome. Ma in nome di Dio, no, non era ancora cosa fatta.

Beh… io innanzitutto conserverei (ich) la parola “voce”.. così (ich) che rimandi a voi ma non in modo (ich) troppo diretto… Poi alla mia proposta di titolo ho aggiunto in coda il nome del paesello, ma La voce di San Maurizio mi sembrava un po’ troppo banale. Io punterei su qualcosa (ich) che vi caratterizza. Che so… (ich)… un monumento… Qualcosa (ich) che avete solo voi..“. Poi non so come sia andata a finire. Non so se nemmeno se ce l’abbiano un monumento, qualcosa che sia tipico davvero. Ho capito l’antifona: presto sarò direttore de La voce del fagiolo da sgrano. Ed è meglio non vi dica di che voce si tratta.

Meglio berci su. Arrivato a casa mi sono messo a scrivere. Era una di quelle sere dalla vena aperta, forse perché stappata dall’alcol a mo’ di viakal (dovrei brevettarlo come rimedio contro i problemi di circolazione.. mirtillo, puppa!). Ho infilato le cuffie nelle orecchie. Ho aperto Winamp. Ho fatto partire la musica. L’ho ascoltata per qualche minuto. Poi mi sono accorto che il suono non mi stava arrivano direttamente dagli auricolari fino agli omonimi padiglioni di cui sono dotato come ogni altro uomo (ma anche qualche donna ce l’ha). Quel suono mi stava arrivando da un po’ più lontano. Non avevo attaccato le cuffie al pc. Maledetto liquore alla liquirizia.

Eurospeed

11 nov

Caldo è caldo, e non è colpa soltanto della colonnina di mercurio troppo alta, più fuori stagione di un melone a Natale. Caldo è caldo perché qui si corre, e mica solo per lavoro. Sono uscito con la sciarpa per via di un focolaio di tosse che non saprebbe spegnere nemmeno Grisù, una sciarpa pure troppo pesante. In macchina ho avuto proprio caldo, ma ho resistito. A riequilibrare la mia temperatura corporea c’ha pensato il supermercato, dove sono andato con Mister Paradosso perché anche mia madre (ma pure lui non scherza) ha una tosse così infuocata che pare una piromane. E perché in fondo ogni tanto ci pensiamo anche noi alla casa (di solito, però, ci pensiamo e basta).

Dentro l’Eurospin faceva freddo. Cioè, si stava freschi. Niente aria condizionata (credo), ma la sciarpa avevo quasi dimenticato di averla. A farmi tornare le vampate tipiche della menopausa c’ha pensato Mister Paradosso, che davanti alle patate già pensava al prosciutto, che il prosciutto l’avrebbe voluto prendere al banco della carne e non a quello dei salumi, e che ha parcheggiato in cassa il suo carrello da Schumacher mentre io lo rincorrevo per tutto il supermercato, con in mano quattro rotoli di carta igienica quattro veli (quelli con un inquietante coniglietto stampato davanti) più quattro panetti di stracchino presi al volo su richiesta di mia madre dal telefono che tenevo stretto tra l’orecchio e la spalla destra, e a cui ho controllato la scadenza strada facendo (allo stracchino, non al telefono, tantomeno a mia madre). Mi sono fatto in quattro, in quel fottuto Eurospin. E dopo aver giocato a Forza Quattro tra formaggi e carta da culo, adesso ne ho per me, per te, per tutti. Vi ci manderei tutti quanti da quanto sono nervoso. E’ che dopo tutto non ho nemmeno fatto in tempo: quando sono arrivato alla cassa mio padre aveva già pagato il conto, senza tener conto di tutta la roba che avevo nelle mani.

Sono uscito sudato, per poi tornare in macchina e completare la mia sauna. Deluso, profondamente deluso. Questa volta non c’era nemmeno una multa. ‘Sti cazzi. Adesso cerco di calmarmi, di ritrovare la mia stabilità. Una volta raggiunto l’obiettivo darò anche io le dimissioni da premier della spesa.

A Silvio

9 nov

Spesso mi danno dell’animalista. Ma prima di parlare leggete qui, e poi guardate come vi riduco i Leopardi.

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Silvio, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale (perché anche tu ne hai avuta una),
quando beltà splendea (???)
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieto e penoso, col botulino il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete stanze, e le maree d’intorno,
al tuo perpetuo canto fuor di cella
in compagnia del tuo compare, il messer Apicella,
allor che all’opre presidenziali intento
sedevi, assai contento
per quel vago trombar che in mente avevi.
Era il passero odoroso: e tu solevi
così menarti tutto il giorno la cappella.

Io avevo gli studi assai poco leggiadri per diventare giornalista
talor lasciando le sudate carte,
ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte.
D’in su i vergoni del vicin bordello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
e al suon del tuo uccello
che percorrea la cavernosa mela.
Miravi al cul sereno, alle vie dorate e agli “orti”,
e quinci entrasti nel mar di lei da lungo, e quindi passasti al monte.
Lingua mortal non dice: quel che tu sentivi era il seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvio mio!
Quale allor ti apparia
la gnocca umana e il fato dei potenti!
Quando sovvenisti (sovvenisti?!) di cotanto sperma,
effetti a Ruby feci
così acerbi e sconsolati,
e poi tu tornasti a doler per la tua sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi a lui
quel che promettesti allor?
Perché non zittisci i magistrati e poi
non porti in fondo la sua legislatura?

Tu prima che l’erbe s’imbianchi per l’inverno,
da nemico voto combattuto e vinto,
perisci, o tenerello.
E non vedrai il fior degli anni tuoi;
seduto al Quirinale per l’ultimo saluto
e non per la dolce lode,
le negre chiome della Arcore di notte,
or gli sguardi innamorati e schivi;
ma sappi che nemmeno le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore, bensì di soldi a suon di botte.

Anche perirà fra poco la speranza tua dolce:
qualche giorno per la legge di stabilità
e poi via giovinezza.
Ahi come, come passato sei,
caro compagno (senza offesa, eh) dell’Italia tua nova,
lacrimata speme tua e di tutti i piduisti!
Questo è il mondo? Questi i diletti, l’amor,
l’opre dei traditor,
gli eventi, onde cotanto ragionasti
insieme ai massoni amici?
Questa la dolce sorte delle italiche genti?
All’apparir del vero (così bello che non ci si crede)
tu, misero (parliamone), cadesti:
noi con la mano a un sol dito ti salutiamo,
e i freddi sfinteri ignudi ti mostreremo da lontano.

Si prega di spostare questo post entro 90 minuti

7 nov

Ma va in pensio’, ridicolo!!. Quando comincia il Tg4 mio padre diventa proprio un impertinente. E chissà cosa dirà della multa che ho appena preso (mio padre, non Emilio Fede), di un importo pari a tredici articoli scritti per il portale spilorcio (e vi assicuro che è davvero una multina mignon, ma a colpi di 3 euro al pezzo si fa presto ad andar su di numero..). Spero che Mister Paradosso capisca, che il mio genitore maschio riesca ad accettare la mia versione dei fatti. E’ che io pensavo che il disco orario fosse un vinile con le lancette. Ma non ho fatto in tempo a raggiungere l’ultimo negozio di musica del centro, l’ultimo prima dell’inevitabile estinzione, che già i vigili erano passati a fare il punto della mia Punto e del mio parcheggio birichino. Gliele suonerei io, a quelli, altroché dischi e vinili. Ho una gran voglia di andare lì in caserma. Una bella vendetta e l’animo si alleggerisce. Metterei su un cd e glielo farei ascoltare tutto, dall’inizio alla fine. Un disco degli Zero Assoluto, una band di cui apprezzo tanto l’onestà. Non è da tutti darsi un nome che avverta dell’effettivo valore di quello si sta per ascoltare. Un po’ come quel ragazzaccio di 50 Cent, insomma. Poi c’è quella barbosa della Mannoia, e quell’altro che per ascoltarlo è meglio battere il Ferro finché è caldo. Insomma c’è musica e musica. Mica come i vigili. Quelli son capaci di suonare giusto un fischietto da arbitro in cassa integrazione.

Male di miele

31 ott

Ciao KronaKus,
come sei diventato poetico. E’ il periodo degli amori per gli aspiranti cronisti? In media quante volte arriva? Perdona l’attacco di humour da caposervizio, sono gli anticorpi al romanticismo che scattano da soli. E’ che il tuo attacco, così come le prime sei righe e il finale, sembrano un pezzo di Massimo Giletti per far colpo sulle casalinghe alle due del pomeriggio. Ti preferisco quando prendi la pozione da Hyde. Fatti venire un altro attacco, possibilmente non di zuccheri.
Aspetto nuova versione. Ciao.
Firmato,

Insu Lina

P.S.: scusa se mi firmo prima con il cognome e poi con il nome, ma altrimenti non mi sarebbe venuto il gioco di parole (e probabilmente da solo non lo avresti capito).

Doppio binario

28 ott

Ho due piedi infilati in altrettante staffe. Una mi rispetta come uomo e come lavoratore, l’altra soltanto come uomo. Scrivo contemporaneamente per un periodico onesto e per un sito d’informazione che invece è senza portafoglio come il più inutile dei ministeri. Sullo sfondo riviste morte sul nascere e altre di futuro concepimento. Vuoi o non vuoi, la mamma dell’editoria è sempre incinta. Poi il quotidiano dei miei sogni, quello con cui collaboro da un anno, ma che da mesi rifiuta le mie proposte facendole annegare nel silenzio. E che, soprattutto, sembra non avere nemmeno un portamonete di pezza.

Ma oggi le cose sono cambiate. Lavoro, e in questo mondo di crisi perenne (al quadrato) è già roba da Lourdes. La gente per cui scrivo non è tutta uguale. In questo mondo ci sono pesi e misure differenti per trattare chi ha da offrire le proprie parole. Vivo dentro un solo treno, ma dal doppio binario. E vado avanti. L’importante è non deragliare.

Black bloc notes

25 ott

E’ stata una settimana davvero poco enigmistica. E tantomeno enigmatica. A me è sembrato tutto molto chiaro. Perché è chiaro che così non va. Così chiaro che mi viene da guardare il mio tesserino da giornalista e da domandarmi per quale fottutissimo motivo non abbia preferito fare lo spazzacamino. Magari adesso non mi sentirei parte integrante di questa farsa. Magari ora vedrei le cose con più distacco. Invece no. Oggi mi tocca stare qui a prendere appunti sul mio block notes nero, a scaricare il marcio della settimana come il commesso di un supermercato (possibilmente senz’aria condizionata, grazie) che ogni tot butta via le cose scadute dal bancofrigo.

La chiamano informazione, ma a me sembra essere più azione senza informare. Notizie ridondanti sparate con pistole dal mirino impeccabile, nel nome di un diritto di cronaca smarrito tra capri espiatori trovati sul campo e impulsi da voyeur mancati. Mancati, ma poco così. Sì, oggi sono bacchettone. Anche perché ho un sassolino nella scarpa che mi devo togliere (mi devo togliere il sassolino, non la scarpa). Non capisco se il bloc notes sia stato annerito dalla cronaca o se sia stato il bloc notes ad annerire lei. Se siano i fatti a essere così cupi, o se siano i loro narratori ad aver scurito ad arte tutto quanto.

Ho passato la settimana a guardare telegiornali che sono più simili ad avvoltoi che a piccioni viaggiatori. E dire che dovrebbe essere il contrario. Si sono messi a contare anche i peli del culo di quei delinquenti dei black bloc, hanno fatto le pulci a ogni loro singolo passo. Fino a che le ragioni dei manifestanti pacifici non sono diventate marginali. Un surplus. Una notiziola da mettere in coda al servizio. Qualcosa di nicchia, alla stregua di un’indiscrezione, talmente di nicchia da finire nel dimenticatoio nel giro di mezza edizione. Che cosa straordinaria. Due giorni fa Giletti si domandava ancora se i tipi incappucciati fossero guerriglieri oppure semplici criminali. Come se non si sapesse. Come se la protesta, quella vera, andata a puttane come il più tradizionalista dei politici, non avesse più nessuna importanza. E ci sono cascati tutti, tutti i colleghi dei tiggì. Gli stessi che ci hanno proposto fino allo sfinimento le immagini del massacro di Gheddafi, come fosse il trailer del nuovo film splatter di Sam Raimi. La Casa 8 – Libidine Libica. Roba da tenere lontano dalla portata dei bambini, gli stessi bambini seduti a tavola all’ora del Tutti zitti, c’è Mentana (sì, c’è cascato pure lui). Nel ’90 quattro illuminati si sono inventati la Carta di Treviso per tutelare i minori, ma lasciando ai minorati la direzione delle varie testate. Gente che fa tutto questo e che lo spaccia per un preciso dovere, come se la sete di vendetta del popolo libico non la si potesse raccontare a parole senza mandare in onda quelle immagini cruente a mo’ di tormento(ne) estivo. Come se la descrizione della violenza non bastasse a rendere l’idea. No, meglio dare tutto in pasto al popolino senza prima metter via la merda. Mettiamo in piazza la morte di un uomo, anche se forse (forse) non era più tale (un uomo). Facciamo di quel video sanguinolento una sorta di disco rotto da suonare a ripetizione, come se dopo la mancata pubblicazione delle foto del cadavere di Bin Laden si avesse un debito morale da ripagare allo spettatore.

Nemmeno io credo se non vedo, ma non credo di aver voluto vedere quello che ho visto. Non credo nei cadaveri come trofei. Non credo nell’estetica deviata dei morti in vetrina. Vivo di sensazioni, non di sensazionalismo. Sono per lo notizia nuda e cruda, ma non gradisco chi mi prende per lo stomaco, per le palle e tantomeno per il culo. Non legittimo la violenza sacrificando la mia pietà sull’altare del dio catodico. No. Io non sono Mentana. Io non sono Giletti. Ma questa è un’altra storia.

Nuova ossessione

21 ott

Guardo il calendario e ancora non ci credo. Non è possibile. No, non è proprio possibile. Credo nel cambiamento, ed è per questo che tre anni fa ho falsificato i documenti per fingermi statunitense e dare il mio voto a Obama (oggi con quelle stesse carte ci gioco a scopa, almeno saranno servite a qualcosa). Ma a una transizione così rapida non riesco a dare credito, non posso riporre in tutto questo la mia preziosa fiducia (non sono mica un parlamentare all’acqua di rose, io). E’ assurdo come la mia vita abbia cambiato faccia con tutta questa fretta. Eppure è così. A meno che non abbia le visioni, cosa che tenderei a non escludere.

E’ notte fonda, e io ho appena finito di scrivere il mio pezzo per domani. Cercate di capirmi, devo pur finanziarmi il mio cornetto con cappuccino, o il nuovo numero de Il Male di Vauro e Vincino (che costa più di quanto guadagno a ogni articolo scritto per quel famoso portale femminile, appunto perché sono tre euro lordi e non netti). Devo pur accumulare qualche centesimo (dire “euro” sarebbe eccessivo e fuorviante). Perciò, sì, ho scritto fino a poco fa. Anche se sono quasi le tre e mio padre si sta facendo il penultimo sonno della notte (il primo se l’è fatto subito dopo le estrazioni del lotto). E fin qui tutto normale. Io che scrivo la notte è pura routine. La novità sta nel contesto, nei discorsi che mi vengono fatti. Nel bianco diventato nero e nel nero diventato bianco. Rispetto a prima posso dire di vedere la mia vita al negativo. Anche se credo che il negativo, in fondo, fosse quello di prima.

Mia madre mi ha dato la buonanotte mentre mi stavo preparando una tisana con dentro strane erbe che mi hanno promesso di farmi passare questa tosse maledetta. Parola di pusher. Bene. Magari sarà per via di quei fumi che ho sentito quello che ho sentito, che ho captato che l’aria è già cambiata, così tanto e così velocemente. La mia genitrice è preoccupata per me. Mi vede sempre davanti allo schermo, a battere tasti come un ossesso. Mi vede lavorare, e mi ha praticamente detto che così è troppo. Proprio lei che fino a un mese fa non faceva che ripetermi che era arrivata l’ora di concretizzare. Che questa casa non è un albergo, bene che vada un bed & breakfast a una stella. E pure cadente (la stella, non il bed & breakfast). Oggi invece mi ha puntualizzato che non esco più (andrei volentieri a correre, ma tra tosse e meteo schizofrenico preferisco non rischiare), e che parlo sempre del portale femminile per cui scrivo. Oh cribbio, mi sarò mica innamorata?!

Saranno i tre euro lordi al pezzo ad avermi sedotto. Gli stessi tre euro lordi che hanno spinto mia madre a dirmi che forse non ne vale la pena, e che tutto questo impegno non viene ripagato come dovrebbe. Non posso darle torto. Il punto è che tra articoli da fare, blog da aggiornare, curriculum da spedire e candidature da presentare mi ritrovo sempre qui davanti, a pomiciare spassionatamente con il mio diciassette pollici (miracoli della cibernetica!). Io di pollici ne ho soltanto quattro (due dei quali sigillati dentro calzini termoriscaldati per via dei miei piedi perennemente a temperatura polaretto), e di cervello appena uno. Pure lui al lordo (delle mie tare). Ma mia madre è stata netta. Secondo lei dovrei staccare un po’ la spina. Io però non sono mai stato bravo a capare il pesce, e poi ho troppa paura di prendere la scossa. Temo di subire uno shock che mi svegli dal torpore di questa iperattività poco cosciente. Che mi capiti qualcosa che mi faccia capire che sto perdendo l’unico grande tesoro che ho davvero. Il mio amato, preziosissimo tempo.

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