Scrivere un pezzo su una cosa che è sulla bocca di tutti. Pensare un titolo. Convincersi di aver trovato quello giusto.
Scoprire che Repubblica.it lo ti ha appena fregato l’idea.
Mi sento compiaciuto oppure frustrato? Non riesco a capirlo.
Scrivere un pezzo su una cosa che è sulla bocca di tutti. Pensare un titolo. Convincersi di aver trovato quello giusto.
Scoprire che Repubblica.it lo ti ha appena fregato l’idea.
Mi sento compiaciuto oppure frustrato? Non riesco a capirlo.
Milano sparita, titola oggi Repubblica Sport a caratteri cubitali. Scusate, ma allora io dove cazzo sono finito?!
Un’insalata mezza greca, che però ho provveduto a mangiare per intero. L’altra mezza l’ho scordata, che di quel giorno ho ben altre cose da tenere a mente. Villa Pamphili, Roma. Uno dei posti più belli che abbia mai visto, e questo forse dimostra che non ne ho visti poi tanti. Ma quel che è bello è bello. Un polmone verde dentro l’immenso grigio della città della storia, in una giornata che oggi mi torna in testa tra la nebbia del mio fitto pensare.
I miei genitori erano venuti a trovarmi durante uno stage, forse il più importante per il prestigio della testata. Io ho la memoria corta e il naso altrettanto, altrimenti starei qui a spacciarmi per una banca dati ambulante. Invece no. Né banca dati né banca date. Più che il fosforo, il burro. Tutto mi scivola via. Per questo non ricordo quando è stato il giorno delle insalate mezze greche. Il giorno in cui ho pranzato a un metro e mezzo da Miriam Mafai.
Idea.
Grande idea.
Sono un genio.
Sono passati quasi due anni. Sì. Esatto. Me l’ha appena detto il mio curriculum, in cui ho volpescamente incluso quel mio stage da sventolare ai quattro venti.
Io quella donna proprio non la riconoscevo. E il motivo è semplice: non la conoscevo affatto. Il suo nome se ne stava nascosto nei meandri della mia nebbia cerebrale, ma il suo volto mi era del tutto indifferente. Vedevo una signora presumibilmente sveglia a discapito degli anni. Tutto qui. Per me non c’era nient’altro da vedere. Mio padre, invece, sa tutto di tutti, e quando non sa fa finta di sapere. Questa volta, però, sapeva davvero. “Kronny (no no, non mi chiama veramente così), guarda chi c’è. Sai chi è quella?”, mi ha chiesto. Prima di ostentare il suo sapere verifica sempre quanto ne sanno gli altri. Così, tanto per umiliarli. “No. Chi è?”, gli ho risposto io, abituato ma non troppo al suo modus avvilendi. “E’ Miriam Maffai. Quella scrive per Repubblica da tanti anni”. E dire che lo stage lo stavo facendo proprio lì.
Oggi ripenso a quel giorno e mi sembra tutto un po’ sfumato. Ho scattato diverse foto, i ricordi più nitidi che ho. Stavo dentro a quel polmone verde, vicino a Monteverde (dove mio nonno andava a vendere le uova, cosa che oggi ci racconta un giorno sì e l’altro pure). Ruminavo insalata greca (e verde) e indossavo una polo. Una polo verde. Ci mancava solo Bossi in lacrime ed eravamo al completo. Davanti a quel monumento al giornalismo ho fatto finta di leggere proprio il “suo” quotidiano, che mio padre compra tutti i giorni ormai da un paio di vite. Però adesso Miriam non c’è più. Di lei restano la penna più pungente della spada, gli editoriali rossovestiti, gli amori a scoppio ritardato. E la passione viscerale per le inchieste, al punto da preferirle agli uomini. O così diceva. A me non rimane che la nebbia di quel giorno di sole, il ricordo dai contorni contorti di quel pezzo di storia incontrato per caso nella città della storia.

Oggi è la festa della Repubblica. I miei più sentiti auguri a Eugenio Scalfari per i suoi 65 anni. Anche se francamente gliene avrei dati un po’ di più.
E adesso scusatemi, c’è Ezio Mauro che mi aspetta per la torta a forma di Pisapia.
Son passato con mio padre lì al tabacchi, per assecondare il suo vizietto delle scommesse. Che in realtà è il mio, naturale (naturale?) conseguenza dello stage alla redazione di sport di qualche mese fa. A me il calcio non ha mai dato stimoli. Nemmeno bevo latte, io!
Ok la smetto di riciclarmi le battute.
Dicevo che son passato con mio padre lì al tabacchi. Ho fatto due parole con l’amico spilungone che ci lavora. Lavora con le scommesse, le sigarette e pure con i giornali. Sapeva della mia trasferta nella Città delle Pizze Gommose, e vedendomi qui nella Baia delle Zanzare, dove sono tornato ormai da qualche giorno, mi ha chiesto com’è andata. Gli ho raccontato propositi e speranze, promesse e perplessità. Nei suoi occhi ho letto un interesse vero, oltre a una certa fascinazione verso il fantasmagorico mondo del giornalismo. Io l’ho messo in guardia. Guarda che è un mondo difficile, felicità a momenti e futuro incerto, gli ho detto. E mentre prendevo coscienza di come Tonino Carotone dovesse aver tentato per forza la strada dell’informazione prima di buttarsi su certe canzonette, l’amico spilungone ha finito per aprirmeli lui, gli occhi. Io gli avevo appena detto che tutto sta cambiando, che lentamente si passa dalla carta al digitale. Ma non mi capacito mica della misura di tutta questa evoluzione. Parecchi non mi comprano più Repubblica perché se lo leggono sull’Ipad, mi ha detto lui. Parecchi?, ho chiesto io. Parecchi!, ha ribadito lui.
Ma io proprio non ce la vedo la gente ad andare in giro con la tavoletta di Steve Jobs. Che poi prima o poi Steve Jobs s’incazzerà pure con tutta ‘sta gente che gliela ruba di continuo, la tavoletta. Un oggetto che mi affascina tanto, ma che è più grande delle mie tasche sia come prezzo sia come dimensioni. Però in fondo, l’ho detto pure all’amico spilungone, per loro delle edicole è di certo una perdita se il lettore si butta sul digitale, ma per noi del giornalismo è tutto lavoro che cambia.
“Povera lingua italiana, letteralmente massacrata dagli sms. Rischia di diventare, da lingua più ricca di vocaboli, quella più povera”.
Non è un estratto dell’articolo di Repubblica di ieri, di cui ho parlato nel post precedente. E non è nemmeno una parte del servizio del Tg1 di ieri sera. E’ uno servizi mandati in onda oggi dal Tg2 – Costume e società. Che poi ha proseguito ripetendo la tiritera sulla “generazione 20 parole”, “perché pare che (i giovani d’oggi, ndK) di più non ne sappiano usare”.
Bene. Ringraziamo questi “giornalisti 20 notizie” (perché pare che di più non ne sappiano trovare), per averci avvertito.
I morti sono tutti bravi. I vivi un po’ meno. Apprezzo molto Scalfari e Pansa, sono due santoni. I santini non li cito per evitare di dimenticare i più meritevoli.
Non l’ha detto Ezio Mauro, non Concita De Gregorio, e nemmeno Ferruccio De Bortoli. Sono parole di Vittorio Feltri, l’agguerrito direttore de Il Giornale. Un’esternazione che oggi sembra fantascienza, vista la guerra in atto tra il suo quotidiano e La Repubblica, di cui Eugenio Scalfari fu fondatore e direttore.
Sembra roba di chissà quando, invece si tratta di una dichiarazione più o meno recente, pubblicata nel libro/collage-di-interviste che sto leggendo da quest’estate, Ci metto la firma!, del collega di Metro Mariano Sabatini. E la domanda a cui ha risposto non era Chi ti mangeresti al forno con le patate?, o Chi butteresti giù dalla torre?, ma Chi stima tra i colleghi del passato?.
Sarebbe bello chiedergli, invece, Chi stima tra i colleghi del presente?. Per mettere a confronto le due risposte. E giocare, poi, a Trova le differenze.
Mi domando perché nel giornalismo si commettano spesso degli errori così grossolani. “Il ritorno di Wolverine, il più sexy degli X-Man”. A parte la superficialità del taglio che si è voluto dare al servizio, il titolo che campeggia nel sommario del Venerdì di Repubblica uscito ieri mi lascia con un interrogativo non indifferente. E’ pigrizia o ignoranza, quella che spinge un giornalista a sbagliare in questo modo?
Perché ics-men si scrive X-Men. E perché l’inglese parla chiaro: il plurale di man è men. L’errore non sta solo nel solleticare l’animo nerd di chi legge e di farlo sentire indignato. Lo sbaglio è proprio linguistico. Logico. E’ un segno di leggerezza. Forse di fretta. O, come dicevo, di pigrizia oppure ignoranza.
Tsz.
Anzi, snikt.
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