Archivi delle etichette: giovani

Vorrei la birra nera

3 giu

Ieri sera, Festa della birra. Io e il mio amico ritrovato avevamo appena ordinato una mezza pinta a una birraia che serviva bionde e rosse, ma che a guardarla ci ha fatto venire una gran voglia di mora.

Pensavo che a quei luppo-raduni andassero soltanto uomini sfattoni e donne un po’ cupe dal trucco troppo dark. Invece mi son ritrovato in mezzo a gente come me, con un look senza identità, anonimi nell’aspetto quasi per vocazione. In una parola: normali. Convinto di questo e contento del mio sentirmi a casa, siamo andati allo stand della mora spilla-birre. Io alla mia seconda (ne seguirà poi una terza), il mio amico ritrovato ormai all’ottava (ne seguirà poi una nona). Alla faccia di Beethoven. In effetti il ragazzo è secco come uno levriero, ma ha bevuto come un San Bernardo.

Io e lui in fila. Di fronte a noi due occhi chiari e una chioma scura come la Guinness. Il naso era un po’ aquilino, ma visto il contesto chessenefotte. Poi la fine del sogno, e i miei incubi più recenti di nuovi alla ribalta.

Da dietro di me qualcuno chiede una Weiss. Mi volto. Lo guardo. Era un panzone metallaro in piena regola. Ma soprattutto aveva una barba così lunga da sembrare un tutt’uno con peli dell’ombelico. Era pure grigiastra. Sembrava Babbo Natale al concerto degli AC/DC. La maledizione continua. Ma la Weiss non c’era, mio caro Osama Bin Wacken! Eh oh. So’ soddisfazioni.

Strano il mio destino

2 giu

Oggi è festa, e io lavoro. Mi guardo indietro, e vedo una lunga scia di feriali segnati da un fancazzismo forzoso. Il mio mondo va al contrario. Ma mi sento comunque un privilegiato, in questa repubblica di parate che sembrano autogol. In questa festa in barba (!!) alle scosse della terra e all’incapacità di scuotersi da parte di chi la abita.

Io sono zanzara

30 mag

La Baia delle Zanzare torna a ronzare. Che ci fa anche rima. E non è soltanto colpa del calendario, che ricorda alle maledette succhiasangue che è di nuovo l’ora di spolpare le nostre povere vene. Tipo Agenzia delle Entrate, insomma. E no, non è nemmeno colpa del mio Mosquito, a dispetto del nome (in inglese significa proprio “zanzara”) e del rumore che fa.

E’ che qualcosa si sta muovendo, in questa città in cui il sole a volte ride ma la gente un po’ meno. Sento ronzare, sì. Sono rotative che ripartono. Ma a pensarci bene questo chiasso incessante comincia proprio da me. Io sono zanzara. E quelle rotative sono le vene che ho intenzione di spolpare.

Meglio non illudersi, però. Ci andrò con i piedi di piombo. Insomma, userò le mie precauzioni.

La dura legge dell’autogol (4)

29 mag

Il Cielo mi ha perdonato, ma ora a battere sulla tastiera ho una paura fottuta. Temo di sbagliare qualsiasi cosa. Scrivo con il freno a mano tirato. Avevo una Ducati, adesso mi sembra di stare in sella a un Mosquito.

Oggi Sposini (2)

28 mag

Ti fai il culo per lavorare, per trovare un fottuto posto che ti permetta di pagare vitto e alloggio. E’ una gran fatica. Una lotta contro il tempo, ma soprattutto contro i tempi. Questi maledetti tempi. Di magra. Direi di anoressia. Combatti. Resisti. Contribuisci a mantenere alto il livello di scontro. I capi ti lodano, poi ti puniscono. Poi ti lodano e ti puniscono ancora. E ancora. E ancora. Lentamente i connotati ti cambiano da sé. E la mattina i capelli ti restano sul cuscino, sempre di più. Perché tu ti fai il culo per lavorare. Tutto il resto non conta.

Poi arriva il resto, e ci pensa lui a contare per te. Nella tua frenesia hai imparato ad andare a tempo, ma non vedi più niente di quello che c’è. Qualcuno decide di ricordartelo. Che il mondo trema, e tu non puoi farci un cazzo. Che le clessidre hanno granelli imbizzarriti, e prima o poi si spaccheranno anche loro. Ti fai il culo per lavorare. Poi arriva il giorno in cui ti scopri a farti il culo per vivere.

Eccola la vera lotta, la battaglia che merita di essere combattuta. Quella per restare uomo. Quella per restare vivo. Gli eroi escono da qui, da questo fronte silenzioso ma non troppo. Restare in zona è esclusiva dei gladiatori. Io ne conosco uno, anche se soltanto attraverso uno schermo. Si chiama Lamberto, e dopo oltre un anno da quel brutto colpo è tornato a farsi vedere. Mister Sposini. Roba da 300.

Meno male che è giovedì

24 mag

Non sfuggirò mai agli spoiler sui risultati Nba. Mi ritroverò sempre qualcosa o qualcuno che mi dirà cos’è successo nella notte. Ovviamente prima che io finisca di guardarmi la registrazione della partita. Ne sono sicuro. Non la scamperei nemmeno su un’isola deserta. Mi ritroverei Venerdì che con la connessione satellitare s’è guardato la diretta con Sky Go dal suo iPad di legno. Mi direbbe di certo com’è finita, lo stronzo. E fanculo anche a Venerdì. Anche se non ha la barba.

Osama Bin Harden (2)

24 mag

Aiuto..

..Si stanno..

..moltiplicando!!!

Osama Bin Harden

23 mag

Due saette in giro per il campo, a correre come dannati e a sfondare cerchi di ferro. Russell Westbrook e Kevin Durant sono due giovani prodigi del basket americano. Due che quando sono in serata ti fanno ricordare perché ami questo sport da almeno vent’anni.

E allora tu che sei giornalista ti riscopri curioso. Hai sottomano un telefono che la sa lunga (certo, quei due fanno sottomano di tutt’altro genere), capace di metterti in contatto con il mondo. Sai che le due saette sono giovani davvero, ma non sai bene quanto. E tu vuoi sapere quanto. Allora prendi il tuo cellulare dal sapore di mela e lo interroghi sull’argomento. Apri Safari (che non ha niente a che vedere con gli animali selvatici né con il penultimo album di Jovanotti), clicchi su Google e digiti “Russell Westbrook”. Cazzarola! ha ventiquattro anni, quel fulmine palestrato! E Kevin? Kevin Durant quanti ne ha?

Hai ancora la tv accesa. E’ notte fonda. Stai guardando la registrazione della replica della partita della notte scorsa (ho i miei tempi, io). Sì, il decoder ha ripreso a funzionare. Ora registra. Che il Cielo sia di nuovo dalla mia parte?

No.

All’improvviso lanci il tuo telefono alla mela verde (verde come te, che ora sei incazzato Hulk, quello che hai appena rivisto nel tuo cine-bis a base di Avengers). Per fortuna sei steso sul divano. L’atterraggio dell’aggeggio è morbido, ma per te il colpo è duro. Fissi la tv e imprechi.

Hai digitato “Kevin Durant”. Google ti ha dato una serie di risultati. Ma mentre per Westbrook il primo è stato quello di Wikipedia con le informazioni anagrafiche che stavi cercando, per il suo compagno di squadra le cose sono andate in modo molto diverso. Durant elimina Kobe, Bass stende i Sixers, dice il fottutissimo Corriere dello Sport.it, che si è guadagnato temporaneamente la vetta dei risultati del noto motore di ricerca.

Ci risiamo. Proprio com’è accaduto più e più volte lo scorso anno, ti sei sputtanato il risultato a più di un quarto dalla fine del match. E questa volta hai fatto tutto da solo.

Poi guardi meglio lo schermo del televisore. In campo vedi un tipo dal volto peloso. Ti ricordi che c’è anche lui, e comprendi tutto. Si chiama James Harden, ed è un compagno di squadra di quel maledetto duo di ragazzini. Ha una peluria che gli parte dalla faccia e gli arriva fino ai capezzoli. E’ chiaro. La maledizione della barba ha colpito ancora.

Peso alle parole

21 mag

“E’ stata la mano di un pazzo”.
E grazie al cazzo.

Faccio rime baciate per non sputare. Sento parole al vento, come non contassero nulla. Come se ci fossero in ballo opzioni che non contemplano la follia. Le tre bombole del gas sono saltate. Melissa non c’è più, e all’ospedale di Brindisi è l’inferno del poi. Io non ho dubbi.

Vi sfido, colleghi, ad affermare che forse non c’era una mente insana a pilotare il dito che ha dato l’ok alla morte. Come se il mafioso, il terrorista, l’omino dei servizi deviati o chi per lui in fondo non fosse un pazzo, ma qualcuno con un lucido obiettivo da raggiungere. Balle. Cazzate. Io ne so quanto voi. Anzi, meno di voi. Ma non ho dubbi. Io so per certo una cosa. Chiunque sia stato non è nient’altro che un folle. E ribadirlo non è che uno spreco di fonemi.

Non c’è interesse che tenga, ideologia che possa farmi cambiare idea. Non c’è verità che possa emergere e che sia capace di farmi ricredere. Mafioso, terrorista, omino dei servizi deviati. Chiunque crede di poter uccidere dei ragazzi è già di per sé un deviato dalla vita. Sempre e comunque un uomo dalla camicia sbagliata. Quella di forza è l’unico modello che gli sta.

Ciao Melissa.

La dura legge dell’autogol (3)

19 mag

E poi ci sono i buontemponi che su Facebook mi linkano queste cose..

..e dicono pure di averle trovate per caso in home page.

La dura legge dell’autogol (2)

17 mag

Tempo di Nba. Di nuovo i playoff. Di nuovo ore spese di fronte alla tv mentre invece dovrei leggere più giornali. Così magari la smetto di scambiare i terroristi con i bambini sacri. Il mio decoder però fa le bizze, e ha deciso di non registrare le partite secondo le mie programmazioni. Forse è proprio vero che il Cielo ce l’ha con me. Oppure è un messaggio che mi arriva dall’alto. Leggiti un cazzo di quotidiano e smettila di fare gaffe da idiota - mi dicono da lassù - o finirai per perdere l’unico lavoro decente che hai. Forse è davvero tutto collegato, Cristo! Sì, proprio lui. Il bimbo sacro.

Ma io non demordo. Voglio vedere i playoff, e anche se sono un nottambulo non ho nessuna voglia di guardarli in diretta a tarda ora, che tanto lo so che poi finisco per sonnecchiare davanti al televisore. Li voglio guardare di giorno, in santa pace. Quando sono lucido e sveglio davvero. E quando a casa non c’è nessuno che avendo già letto il risultato post-diretta su Repubblica.it possa farmi facce strane che mi fanno capire com’è andata a finire. Non voglio che si ripeta il casino dell’anno scorso. Né questo. Né quest’altro. Né quest’altro ancora.

Fatto sta che ho pensato che il problema fosse la memoria del decoder intasata. Così mi son messo a fare pulizia. C’erano programmi registrati che stavano lì a fare la muffa da prima della scorsa estate. Roba vecchia di circa un anno. C’è persino la prima puntata di quella porcheria di Tabloid, ma solo perché avevo sentito dire che avevano fatto un servizio sulla sagra medievale che si ripete ogni anno nella mia Baia delle Zanzare. Balle. Centonovanta minuti mandati a velocità trentuplicata per vedere inquadrato anche solo un angolo del mio bel lungomare. Ma niente da fare.

Bene. Via nel cesso, dov’è giusto che stia. Un bel tredici per cento di memoria riconquistato. Ottimo. Andiamo avanti. Toh, va. Uno Speciale Tg3, anche lui vecchio di un anno. Vediamo un po’ di cosa parlavBenvenuti a Speciale Tg3. Come già saprete questa notte è stato ucciso il noto terrorista Obama.. emh.. Osama Bin Laden..

ODDIOOOO!! MI PERSEGUITAAAAA!!!, penso tra me, me stesso e me quell’altro (siamo in tanti qua dentro). Ma non è tutto perchIl capo spirituale di Al Qaeda non si trovava in una grotta, come si è sempre pensato, bensì in un complain. In collegamento abbiamo Giovanna Botteri che..

Basta. Vado a leggere Repubblica.

La dura legge dell’autogol

14 mag

Mi hanno commissionato un articolo su Bin Laden. Ho scritto che è stato trovato in una grotta. Cazzata. Era in un compound. Ho dato la colpa a Wikipedia, come se l’avessi letto davvero lì. Ed ero pure sincero. Ho controllato, ma per leggere grotta avrei dovuto cercare alla voce Gesù Bambino. Cosa che non avevo di certo fatto. Perciò ho sbagliato io (ma sarebbe stato comunque un errore dar retta a Wikipedia senza controllare). E’ colpa mia. E’ stata una svista. La fretta. Maledetta fretta.

Nel frattempo ho trovato qualcuno su cui scaricare ogni responsabilità. Caparezza. Ha scritto una canzone, e come spesso accade un perditempo c’ha fatto un video amatoriale (vedi sotto) con delle foto buttate lì, poi l’ha caricato su Youtube. Al minuto 1:43, alle parole salvo venerare quello nella grotta, ha inserito un’immagine di Bin Laden, anche se probabilmente il rapper pugliese si riferiva proprio a Gesù Bambino. Praticamente abbiamo fatto lo stesso errore, ma in modo opposto. Il mio subconscio ha scambiato il messia dei fondamentalisti islamici con quello cristiano, mentre lui ha scambiato il messia cristiano con quello dei fondamentalisti islamici. Roba da scomunica, cribbio.

Seriamente. Devo aver sovrapposto tutto. Gli emmepitré di Caparezza io li consumo (come si consuma un emmepitré?!). Ma ascolta e riascolta, cerca un video qui e guarda un video là, alla fine ho scritto grotta dove non avrei dovuto. Eppure Wikipedia parlava a chiare lettere di complesso residenziale. E’ vero, mi sarei dovuto ricordare da solo. Ma la mia memoria è come le bugie. Ha le gambe corte. E questa non era nemmeno una bugia.

Poi il Cielo si è incazzato. E ha fatto pure bene. Sono stato punito. Una settimana di stop. Soldi persi. Soprattutto una certa paura. Sono incredibilmente tranquillo, è vero, ma in sottofondo c’è il timore che non sarò perdonato da chi di dovere. Mi hanno messo in panchina. Me lo sono meritato. Ho fatto un cazzo di autogol. Peggio di quando anni fa, giocando a basket, passai la palla all’arbitro. E si scansò, lo stronzo. Nemmeno ci provò a prendere la sfera e tirare. Tsk. Mai un po’ di collaborazione.

Venerdì sera, quindi, ho fatto una cosa che non facevo da tempo. Di solito lavoro per non lasciarmi il grosso nel weekend. Stavolta invece sono uscito. Sono andato a bere. Più che per brindare, per dimenticare grotte e barbe lunghe.

 

Faccio come Bart Simpson

11 mag

BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA
BIN LADEN NON E’ STATO TROVATO IN UNA GROTTA

 

Un post forzatamente criptico

10 mag

L’ultima volta che qualcuno dal Cielo mi ha parlato di grotte è stato verso Natale. Aveva a che fare con un bambinello e con l’inizio di una nuova era. Adesso è già primavera inoltrata. Non è più il periodo del siamo tutti più buoni. E infatti il Cielo mi ha parlato di nuovo di grotte. Ma stavolta era proprio incazzato.

nonsonopazzo

9 mag

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compoundcompoundcompoundcompoundcompoundcompoundcompound……

A cena col nemico (3)

6 mag

Tornando dalla palestra trovo sempre qualche sorpresa. Squilli, chiamate, messaggi, mail. Il mio pacco si chiama iPhone, e la regola dello scavicchi ma non apra non vale mai per me. Devo aprire per forza.

Due giorni fa ho trovato l’ennesima chiamata di quelli del giornaletto locale di cui sono direttore. Non so, ultimamente sono nervoso. Così, senza motivo. Sono un cronista isterico. Immotivatamente isterico. Mi fa così. Pazienza. Fatto sta che trovare quella telefonata mi ha dato sui nervi. Sarà che tutta la trafila per la pubblicazione del primo numero si è rivelata davvero estenuante. Sarà che ci si son messe pure le Poste a rallentare i lavori. Sarà che sono un cronista isterico. Punto.

Alla sera ho richiamato, ma ho mascherato sapientemente il mio disappunto. Che poi ero pure di corsa. Ho cenato un po’ di fretta, poi dovevo andare al cinema a vedere l’ultimo scialbissimo Woody Allen. Sì, ho mascherato. In fondo non ci si può incazzare per una chiamata, e finché non si vedono i primi soldi devo starmene buono anche se ho le mie cose.

“Ohi, KronaKus!”
“Ciao. Dimmi tutto..”
“Allora.. Sono stato in tipografia, oggi. Abbiamo sistemato le ultime cose. Il logo delle Poste, poi, lo mettiamo un po’ più piccolo. C’hanno detto che l’importante è che si legga il numero dentro, perciò..”
“Bene..”
“Sì.. E.. niente. Poi ti cercavo per chiederti un’altra cosa..”
“Sì..”
“Mi diceva il boss, se tu sei d’accordo, di mettere il tuo nome un po’ più in grande, magari sotto la testata..”
“Ah.. Ah! Sì! certo!”
“Sai.. A noi fa bene far vedere che abbiamo un caporedattore, e almeno si vede che.. insomma.. che c’hai lavorato anche tu, cavoli! Sennò lì in piccolo..”
“Nella gerenza, dici..”
“Sì.. lì.. Insomma, lì non ci va a leggere nessuno, dai..”
“Sì.. Certo.. Per me va benissimo! Anzi.. grazie per averci pensato. Davvero.”

Sono un cronista isterico. Il guaio è che sono affetto da un’isteria preventiva, e che poi si rivela pure immotivata. Un po’ come tutte le cose preventive, insomma. Sono il Bush delle telefonate. Trovo una chiamata e dichiaro guerra al mondo. Non va mica bene.

Credo di averlo ringraziato tre o quattro volte. D’altronde non erano tenuti a farlo. Non erano tenuti a mettere il mio nome lì in bella vista. Certo, hanno il loro tornaconto. Fanno vedere ai loro potenziali (e)lettori che fanno le cose sul serio, che hanno addirittura un caporedattore. Ok, voleva dire direttore responsabile. E io non gli ho mica ricordato che dato che si pubblica qualcosa un direttore responsabile c’è per forza, e che sbandierarlo a caratteri cubitali non è dimostrare di fare le cose in grande, ma di farle in regola. Certo, non tutti i loro compaesani ne saranno al corrente. Non mi aspetto mica che il contadino che abita di fianco al mio amico scurrile sappia che per legge ci vuole un direttore. Ma al di là di questo ho vissuto la cosa come un atto di dolcezza da parte loro. Sì, dolcezza. E riconoscenza. Ho seguito il progetto sin dal concepimento. L’ho visto crescere dentro il loro grembo accidentato. Li ho aiutati a capire se fosse maschio oppure femmina. Gli abbiamo dato un nome insieme. Abbiamo deciso come impostare i suoi primi sei mesi di vita (è un semestrale, sì). E adesso mi fanno sentire un po’ il papà di questa cosa che ancora non è nata, ma pare sia questione di giorni.

Vincere le elezioni sarà pure una questione di culi e di sorrisi seducenti, ma intanto qua quello con il culo sono io. Non è facile trovare qualcuno che pensi a certe cose. Qualcuno che voglia in un certo senso valorizzare il tuo lavoro. Ora ho un motivo in più per essere un po’ meno isterico. E di smettere di picchiare selvaggiamente su questi tasti, come mi hanno appena fatto notare.

E meno male che ci sono loro. Perché il Cielo, nel frattempo, si è proprio incazzato.

A cena col nemico (2)

3 mag

“modifiche nella premessa:  in un contesto del genere, la nostra idea…..(sociale, lavoro, scuola,….) (da qui)..Attività come cene….che hanno dato il loro contributo. questo punto lo togli E’ questo lo scopo de”il tu eco” che non è più soltanto il nome della nostra lista civica …. Dal sociale alla viabilità, sicurezza………attraverso un centro di aggregazione per anziani e per giovani. ciao KronaKus”

Il giornalino sta per uscire. Finalmente. Ma è un rush finale molto accidentato. Cavilli burocratici da far passare la voglia. E ritocchi su ritocchi. Come questi. Il boss mi ha spiegato cosa fare attraverso questa mail. Ho sinceramente fatto fatica a capirci qualcosa. Mi sono consultato pure con Arlecchino, ma niente. E tempo fa era già successo questo. Temo che qua per vincere le elezioni non sarà tanto una questione di culi rifatti e di autoreggenti da mettere, ma di un “reparto comunicazione” che è un po’ tutto da rivedere.

A cena col nemico

1 mag

Il culo bello alto, il petto in fuori e gli occhi che parlano da soli. E’ entrata così in quella chiesa sconsacrata, costringendo noi ometti a fare commenti che quella chiesa l’avrebbero sconsacrata comunque. Eravamo lì per un compleanno. Un nostro amico si era fatto convincere da un’altra nostra amica, così ci siamo ritrovati con una convinzione di terza mano a festeggiare le sue ventinove candeline alla cosiddetta Cena del sorriso. Io che sono tradizionalista pensavo si riferissero a quello orizzontale. Poi è entrata lei, e ho capito che forse s’intendeva proprio quel sorriso che va da nord a sud, e che con labbra e denti non ha proprio niente a che vedere. O perlomeno si spera.

Eravamo lì, in terra straniera. In realtà eravamo a un passo dalla Baia delle Zanzare, ma comunque avevamo poggiato i nostri culi sul territorio di un altro comune. Ma poco importa. I sorrisi verticali sono argomento universale. Potremmo anche essere stati in Burundi: in quella tavolata di ottuagenarie lei spiccava alla grande, ed è diventata l’argomento principe di quel dolce inizio di serata.

Il mio compagno di sedia? Un nostro caro amico. Di lavoro fa l’autista, ed è uno poco incline alle metafore. Roba che se ne incontra una per strada la investe di sicuro. E’ uno che se ha in mente una scena da film porno te la racconta come farebbe Tinto Brass dopo quattro mesi di astinenza. Ne sono uscite chiacchiere da osteria. Anzi, da night. Poi l’amica che ci ha trascinati lì (che Dio la benedica) ci ha dato la sveglia. Ragazzi, guardate che quella lì è la sindachessa!!

Dunque. Il tenore dei discorsi, poi, è rimasto all’incirca lo stesso, perlomeno fino all’arrivo dei paccheri con le verdure saltate, che ci ha riempito la bocca con ben altri argomenti. Ma nel frattempo si era insinuato in me uno strano tarlo. Una preoccupazione così velata che quasi non esisteva, accompagnata da un sospetto e da una consapevolezza poco confortante. Io non stavo facendo niente di male, ma poi ho realizzato cosa stesse realmente accadendo. Ero a cena col nemico.

Il fatto è che il giornaletto locale di cui sono direttore è quello di una lista civica che è arrivata seconda alle ultime elezioni di questo comune extra-Baia. A vincere è stata lei, soave 31enne regina del consiglio comu(a)nale che durante la cena ha sorriso a destra e a manca (d’altronde era il tema della serata..), infrangendo cuori e cucinando fondute di giovani elettori che probabilmente chiederanno il domicilio da quelle parti soltanto per poterla votare. Il mio amico anti-metafora abita proprio in un paesino della zona, e quando sarà ora metterà di certo la sua X sulla faccia della sindachessa in cerca di riconferma. Perché secondo il mio amico il voto è un diritto e un dovere. E non c’è più grande dovere (e più grande diritto) di avercelo diritto.

Detto in parole povere, io lavoro per la concorrenza. Per l’opposizione, che al prossimo giro di urne conta di mandare a casa la signorina che ha attirato i nostri bulbi oculari come api al miele. E non c’è niente di male se per puro caso mi sono ritrovato a cena insieme a lei e ad altre cento e passa persone. Il problema è che ho capito che una così non la si batte sicuro, che l’unica chance che i miei “clienti” hanno di vincere le elezioni è di candidare Belen, o sperare che il giorno del voto gli uomini del paese vengano tutti bloccati a casa dalla dissenteria.

A me hanno promesso la direzione del giornalino del Comune. Il problema è che prima il Comune bisogna conquistarlo. La concorrenza è spietata, e ha i mezzi per fare queste e ben altre conquiste. Di certo sarà anche una donna piena di risorse, questo io non lo so e non lo metto mica in dubbio. Ma viviamo nell’epoca del Bunga Bunga, della politica dell’immagine sempre e comunque. E il boss ultrasessantenne della lista civica per cui lavoro non vincerà nemmeno se si raderà la barba e se farà campagna elettorale in autoreggenti. Tantomeno così.

Proposta indecente

20 apr

DiavoloIlluso è online

DiavoloIlluso: Kronny, apriamo un giornale!
KronaKus: Va bene. A che pagina?

DiavoloIlluso è offline

(Questa canzone sembra tristemente scritta per noi aspiranti sospiranti.. sigh!)

Io penso positivo perché son vivo (e ci voglio restare)

18 apr

Un tempo si sventavano le rapine. Nel 2012, invece, si sventano i suicidi. Sarà che la rapina sta forse in queste diavolo di riforme, che raschiano l’osso di chi non ha più carne da offrire, fino a che l’osso stesso non decide di farsi buco. Alla tempia.

Di certo noi giornalettari non aiutiamo. Tutti i giorni scioriniamo cifre su cifre, rincariamo la dose come fossimo i pusher del malcontento. La crisi è un Matrix da decodificare, un cumulo di numeri con cui spaventare e indurre in tentazione. La tentazione del gesto estremo. Ma io penso positivo perché son vivo e perché son vivo. E ci voglio restare. Vivo, non secco. E’ che io sono atipico come certi contratti, e non ci sto a partecipare a questo sporco gioco senza dire la mia. Perché mentre scrivo il mondo crolla, e la gente pure. E se non crolla ci pensiamo noi, spintarelle senza sen(n)o (della ragione) e dalla penna che prima palpa e poi incula. Seguaci del dio pessimismo in un pianeta che è già pessimo (e pessimista) di suo. Una palla azzurra, se non ha già cambiato colore, in mano a chissà chi. E chissà come. Le fonti ufficiali rimarcano il baratro, quelle “alternative” raccontano il complotto. Difficile dire dove stia la verità, se mai ce ne fosse una soltanto. Intanto i Maya sghignazzano, a guardarci realizzare con le nostre stesse mani quella loro dannata profezia.

(Che poi l’ultima edizione di Beato tra le donne è stata condotta da Giletti. E questo è chiaramente un segno della fine dei tempi).

Share the popò

17 apr

Piermario Morosini che si accascia in campo e muore. Hillary Clinton che si alza dalla sedia e vive. Ho colleghi molto strani, io. Gente che si accanisce sui drammi altrui mandando in onda a ripetizione, come un disco rotto, gli istanti in cui la vita di un giovane calciatore se ne va senza avvisare. Come se la presenza di un prato verde e rettangolare giustificasse qualsiasi tipo di moviola. Anche quella della morte. La signora con la falce era in fuorigioco, cazzo, ma quel cornuto di un arbitro ha convalidato lo stesso il gol. Ti aspettiamo fuori, bastardo.

Dicevo dei miei colleghi. Scribacchini muniti di fot(t)ocamere, convinti che i balli alcolici di un’autorità morigerata e composta come la moglie di un certo ex-presidente americano (quello che ben conosceva labbra e lingua della donnina che sta sulla mia maglietta) debbano fare per forza notizia. Come se non fosse umana pure lei. Come se l’abito gessato che indossa pure per fare popò dovesse avere (in)gessato anche la sua anima, e allora se per una volta muove un po’ il culo in barba all’etilometro (che poi il culo mica guida, al massimo gli serve per fare la popò col gessato) deve finire assolutamente su tutti i giornali. E’ che poi se ne parla uno ne devono parlare tutti, sennò sai che figura. Share the shit, baby. Share the popò.

 


Io non sono nessuno. Sono soltanto un povero freelance. Professionista, sì, ma solo per una questione di tesserino. Di etichetta. Abbiamo tutti bisogno di un’etichetta. Anche i miei colleghi. E a loro gliela do io, l’etichetta. Anche se non sono nessuno, ma però sono bravo a etichettare. Anche se non si dice. Sono bravo, sì. Me l’ha insegnato mia nonna.

Giornalisti?
No.
Giornalai?
Nemmeno.
Giornalettari.
Ecco. Sì. E oggi sono buono.

Ho in testa una sesta

17 apr

La mia ultima ragazza ha una quarta. Due ragazze fa, quella invece portava una sesta. Il peso dei discorsi di certi palestrati si misura in mammelle. Argomenti di peso, letteralmente, a seconda della circonferenza. Oggi tra i pesi ho sentito dei ragazzi parlare così, con facce serie che mi hanno pure un po’ spaventato. Non possono dire ‘ste cose come fossero da Marzullo. Ma ognuno dà peso a quel che pensa abbia peso, mentra e me pesa un certo pensiero. Mi pesa l’idea di aver chiesto i soldi ai miei per iscrivermi in palestra anche in questa primavera. Mi pesa che sia stata una loro spesa. Ed è una cosa che pesa almeno quanto una sesta. Il prossim’anno voglio farcela da solo. Voglio togliermi questo peso. I pesi li voglio pagare da me. O mi possa stuprare questo mostro qua sotto.

Horror meteo

13 apr

Per martedì 3 aprile è previsto cielo coperto, con temperature che oscilleranno tra i 14 e i 18 gradi. Per mercoledì 4 aprile, invece, è prevista pioggia intensa con temperature in calo tra i 12 e i 17 gradi. Peccato che oggi sia già venerdì 13. Il meteo fatto da Jason sarebbe stato più credibile.

 

 

(e dire che prima era successo questo, poi quest’altro.. vabè…)

Tanto di cappello

13 apr

Linea Notte parla dello scandalo Lega,  fa il suo solito cappello-video da Real Tv e titola la puntata con un secco Grana Padana. Detesto quando fanno i brillanti. Non mi danno modo, tantomeno motivo di sfotterli.

La storia per caso

11 apr

Un’insalata mezza greca, che però ho provveduto a mangiare per intero. L’altra mezza l’ho scordata, che di quel giorno ho ben altre cose da tenere a mente. Villa Pamphili, Roma. Uno dei posti più belli che abbia mai visto, e questo forse dimostra che non ne ho visti poi tanti. Ma quel che è bello è bello. Un polmone verde dentro l’immenso grigio della città della storia, in una giornata che oggi mi torna in testa tra la nebbia del mio fitto pensare.

I miei genitori erano venuti a trovarmi durante uno stage, forse il più importante per il prestigio della testata. Io ho la memoria corta e il naso altrettanto, altrimenti starei qui a spacciarmi per una banca dati ambulante. Invece no. Né banca dati né banca date. Più che il fosforo, il burro. Tutto mi scivola via. Per questo non ricordo quando è stato il giorno delle insalate mezze greche. Il giorno in cui ho pranzato a un metro e mezzo da Miriam Mafai.

Idea.
Grande idea.
Sono un genio.
Sono passati quasi due anni. Sì. Esatto. Me l’ha appena detto il mio curriculum, in cui ho volpescamente incluso quel mio stage da sventolare ai quattro venti.

Io quella donna proprio non la riconoscevo. E il motivo è semplice: non la conoscevo affatto. Il suo nome se ne stava nascosto nei meandri della mia nebbia cerebrale, ma il suo volto mi era del tutto indifferente. Vedevo una signora presumibilmente sveglia a discapito degli anni. Tutto qui. Per me non c’era nient’altro da vedere. Mio padre, invece, sa tutto di tutti, e quando non sa fa finta di sapere. Questa volta, però, sapeva davvero. “Kronny (no no, non mi chiama veramente così), guarda chi c’è. Sai chi è quella?”, mi ha chiesto. Prima di ostentare il suo sapere verifica sempre quanto ne sanno gli altri. Così, tanto per umiliarli. “No. Chi è?”, gli ho risposto io, abituato ma non troppo al suo modus avvilendi. “E’ Miriam Maffai. Quella scrive per Repubblica da tanti anni”. E dire che lo stage lo stavo facendo proprio lì.

Oggi ripenso a quel giorno e mi sembra tutto un po’ sfumato. Ho scattato diverse foto, i ricordi più nitidi che ho. Stavo dentro a quel polmone verde, vicino a Monteverde (dove mio nonno andava a vendere le uova, cosa che oggi ci racconta un giorno sì e l’altro pure). Ruminavo insalata greca (e verde) e indossavo una polo. Una polo verde. Ci mancava solo Bossi in lacrime ed eravamo al completo. Davanti a quel monumento al giornalismo ho fatto finta di leggere proprio il “suo” quotidiano, che mio padre compra tutti i giorni ormai da un paio di vite. Però adesso Miriam non c’è più. Di lei restano la penna più pungente della spada, gli editoriali rossovestiti, gli amori a scoppio ritardato. E la passione viscerale per le inchieste, al punto da preferirle agli uomini. O così diceva. A me non rimane che la nebbia di quel giorno di sole, il ricordo dai contorni contorti di quel pezzo di storia incontrato per caso nella città della storia.

Sega Nord

6 apr

Allora è vero, i Maya stanno arrivando. Si sono soltanto fermati al primo autogrill padano per cambiare l’acqua al Trota.

Prosit.

 

P.S.: Credo che per un po’ terrò lo sfondo verde. Ormai Bossi si è dimesso, e non penso che Hulk si offenderà. O almeno spero. Quello lì sì che ce l’ha duro.

♪♫ Sono un pupazzo, ricordatevi che esisto.. ♫ ♪

5 apr

Triste canzone generazionale.

 

 

Lunario

4 apr

PsycObama è online

PsycObama: Come mai sei in piedi a quest’ora? Io sono giustificato, sono negli Stati Uniti che strizzo cervelli. Da voi invece dovrebbero essere quasi le 6 del mattino!

KronaKus: A

PsycObama: Prolisso!

KronaKus: Scusa sono dal cellulare. Ho le dita palmate e non da palmare, per questo a volte fatico a scrivere con ‘sto iPhone. Comunque sto andando a letto, sì.

PsycObama: Ah ecco, volevo ben dire.. Vai a letto adesso che è mattina?!

KronaKus: Eh sì..

PsycObama: Come mai questo ciclo sonno-veglia così sballato?

KronaKus: E chi l’ha detto che è sballato?

PsycObama: I medici di mezzo mondo!

KronaKus: Bene. Io vado da quelli dell’altro mezzo.

PsycObama: Colpito e affondato, lo ammetto.. Ho visto che sei un giornalista.. Oppure è una copertura e sei un medico del secondo mondo?

KronaKus: Sono un giornalista del terzo. La paga è quella.

PsycObama è offline

Non esistono più le mezze notizie

3 apr

Narratori di verità, così ci chiamano. Ma a volte è difficile capire a chi dar retta.

Ops, mi si è allagato l’allegato!

28 mar

A galla ci sono cose strane. Le vedo andare di qua e di là, vittime di onde che ondeggiano perché sono onde, e quindi o ondeggiano o niente. Guardo meglio. Sembrano pezzi di carta con sopra qualcosa di scritto. No. E’ qualcosa di scritto, ma senza pezzi di carta sotto. Non capisco. D’altronde questo è un mare strano. L’acqua è un cocktail bizzarro di numeri microscopici. Un pescatore che sta poco più in là mi ha detto che senza accorgercene siamo passati dall’accadueò al bit. Così, con una mareggiata. Torno a guardare le scritte che galleggiano, che vanno di qua e di là, vittime di onde che ondeggiano perché sono onde, e quindi o ondeggiano o niente. Mi decido. Metto un retino nella Rete. Pesca grossa in quel di internet. Raccolgo. Osservo. Rifletto. Comprendo.

La dura vita del “direttore”. Ecco dov’erano finiti gli allegati con gli articoli che dovevano mandarmi giorni fa. Avevo ricevuto soltanto mail vuote con su scritto cose prive di punteggiatura, proprio io che sono il fondatore della setta delle virgole sagaci (ve la spiegherò). “Come ti sembra ciao KronaKus”. Sì, cari colleghi, ciao KronaKus” è scritto benissimo, ma non posso dare un giudizio su qualcosa che non c’è. Dove diavolo sono i pezzi? Vi s’è allagato l’allegato per strada?! Fortuna il retino nella Rete.

Arivojo Steve Jobs.

Ora (il)legale

24 mar

Sono giorni di rara intensità. Al tempo dei lavori latitanti trovo tanti lavori e da tutti i lati. Detta così sembra che mi sia mangiato gli impiegati del centro per l’impiego, ma son magrucci, loro, perciò credo che passerò. La verità è che ho tanto da fare, tantissimo, ma succede soltanto due volte al mese. E tutto insieme. Tipo adesso. Poco male. Mai lamentarsi del grasso che cola. Peccato non sia il mio. Avrei bisogno di tornare in palestra, ma sono indisposto come una signorina. E’ da una settimana che m’imbottisco di antibiotici e cortisone per una presunta otite. E ho una testa tale che mi sembra di essere su Narnia.

Mi han detto che stanotte torna l’ora legale, e io vi giuro che non ne sapevo nulla. Mi han fatto notare che è scritto dappertutto. Ma io ultimamente ho tempo soltanto per rileggere le cose scritte da me, per metter loro il vestitino buono prima della consegna. E di certo non ho scritto pezzi su lancette che si spostano in avanti e ore notturne rubate a tradimento. Fanculo, stanotte si dorme di meno. A me non sembra una cosa poi tanto legale.

Come in una mela marcia

22 mar

Ho letto questo e poi ho commentato. A me a una cert’ora si aprono le acque.

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E’ in corso un cambiamento più grande di noi, ma sta a noi dimostrare di non essere troppo piccoli per cavalcarlo. Il futuro non è di carta, anche se la carta, ritengo, è e resterà immortale. Ma come giustamente viene sottolineato sta cambiando il suo ruolo. Bene. Parliamo però di occasioni. Parliamo di possibilità. Parliamo di porte che si potrebbero aprire, non di quelle ancora aperte ma che rischiano di chiudersi. Il domani di questo mestieraccio sta in Rete, e noi dobbiamo essere i pesci in grado di restare a galla, ma soprattutto di seguire l’onda e di trarre beneficio da questa (non più tanto) nuova corrente. Si va per tentativi, ma soprattutto si va a tentoni. Non importa. Bisogna inventare e inventarsi. Osare senza dosare. Nuotare, nuotare, nuotare. Continuare senza abboccare agli ami sbagliati. Buonanotte.

Toh, un verme.

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Voglio un mondo sinkronnyzzato

18 mar

Disastro. Come tutti i cronisti che si rispettino perdo diottrie su diottrie, sempre incollato a schermi e cose di carta. Per questo domani mi tocca l’oculista. Cioè, non lo so se mi tocca (spero di no, non è il mio tipo) però so che ci devo andare. Il problema è l’orario. Ho la visita prenotata per le 8 e mezza. Le 8 e mezza del mattino! Cazzo, potevate pure dirmelo che esisteva un mondo anche prima delle 11.

Speriamo che sia racchia (2)

16 mar

E’ fatta. La monetina è stata lanciata, e la dea bendata ha indicato la faccia con sopra la mia faccia. Anche perché pare che la faccia di quell’altra non si guardasse, e l’omino che le ha fatto il colloquio non era affatto bendato come la suddetta dea. Alla fine sono stato scelto io, a mo’ di Pokemon. Ora devo uscire dalla mia sfera poké, quando invece vorrei tanto avere una sfera di cristallo per vedere come andrà a finire tutta questa storia. Adesso c’è da fare le carte. Confido in un bagatto, possibilmente non rovesciato.

Speriamo che sia racchia

15 mar

Il tempo passa. Ed è una cosa grossa, ma te ne accorgi dalle cose piccole. Da un gesto che prende il posto di un altro. Dalle abitudini che cambiano perché cambiano le persone, e con lore le idee, le convinzioni, i giudizi e i pregiudizi. Il tempo passa e te ne accorgi alle 2 e mezza della notte, quando tuo padre si alza e scende giù in cucina per bere un bicchiere. Cioè, per bere l’acqua che ci sta dentro. Una volta le opzioni sarebbero state due, ed entrambe avrebbero fatto schifo. Forse ti avrebbe urlato che non si vive all’ombra della luna, e che se poi non ti alzi entro una certa ora vali meno di zero. Oppure ti avrebbe semplicemente invitato ad andare a dormire. Parole al vento, s’intende. Invece no. Questa volta ti vede in cucina, a sorseggiare una camomilla necessaria come una dose ma con tutt’altri effetti. Che la notte è lunga e silente, ma imprecare è un lampo. Soprattutto quando sei a caccia di citazioni sul Vajont ma ti riveli una frana. La pazienza straripa, diventa fanghiglia di nervi. E poi è strage.

Il tempo passa. Ed è una cosa grossa anche che tuo padre non imprechi indicandoti il letto come unica via di salvezza e redenzione. No. Questa volta beve il suo goccio d’acqua, mette in bocca il biscotto di rito e poi ti si avvicina. Con gli occhi ancora mezzi chiusi ti dà un paio di schicchere bonarie, proprio lì sulla gobba. “Ciao vado a letto. Sai ultimamente ho difficoltà a dormire”. Non t’insulta se dormi poco, fa addirittura l’autoironico perché lui dorme troppo. Il tempo passa. E non è una cosa grossa. E’ enorme.

Non sai perché. Forse è fiero di vederti così. Non di vederti ricurvo sul pc a mo’ di cronista di Notredame, a maledire le lenti a contatto che non ti fanno leggere un cazzo ma che vista l’ora hanno pure ragione loro. No, non è questione di posa, ma di uniforme. Sei ancora lì in camicia, come un uovo, pieno della tua giornata piena. Piena come un uovo. Sei stato a un colloquio di lavoro, e ti sei agghindato come non fai mai. Tuo padre invece ha gli armadi a castello, perché un solo piano non basterebbe a contenere tutte le sue camicie. Ne ha a decine, non indossa nient’altro che quelle. E quasi sempre le stesse. E ha sempre sognato un figlio in camicia ma non nato con la camicia, e pure con la palla al piede ma che non fosse una palla al piede. Però non si è mai sforzato per ottenere questo da te. Ha evitato di sudare sette camicie. Sapeva che sarebbe stato tempo perso. Tu, figlio dal maglione facile, che il pallone l’hai cominciato ad apprezzare due anni fa, durante lo stage nella redazione sportiva fatto durante i mondiali, e che poi hai preso una brutta piega tra il Fantacalcio e lo stramaladettissimo Better. Oggi ti ritrovi a guardare le partite con lui al netto del tifo, imprecando contro i giocatori della tua formazione. Stronzissimi, ti segnano soltanto quando li lasci in panchina, se non in tribuna. Ma il tempo passa. Ed è una cosa bestiale, colossale. Tu che vivi la notte in camicia è proprio roba da fantascienza.

Hai conservato la divisa del giorno perché francamente non hai avuto nemmeno il tempo di metterti quella della notte. Due pezzi da chiudere, uno da inventare, registrazioni telematiche da fare con urgenza, e una matassa informe di pensieri che annebbiano il tutto. Il tuo cervello è Val Padana, ma pensi e speri sia soltanto stanchezza. Domattina, poi, sveglia presto. Entro le 10 (sì, ho detto che è presto) ti aspetta una telefonata di peso, una che potrebbe condizionare il tuo prossimo anno di vita. Ti diranno l’esito del colloquio di oggi. Domattina, sì, perché c’è da partecipare a un bando in scadenza e non si ha nemmeno un minuto da perdere. Il punto è che non sei il solo. Siete in due a volere quel posto. Tu e una fantomatica lei che presumi provenga dalla tua stessa scuola di giornalismo. Ti domandi chi sia. Non credi ci sia qualcuna del tuo stesso biennio interessata a un posto così poco remunerativo, ma d’altronde se ci provi tu perché non dovrebbe farlo anche qualcun altro che si trova nelle tue stesse condizioni? Certo che se fosse di un biennio passato sarebbe un brutto segno. Sarebbe prova di un fallimento, anche se oggi come oggi non ci sarebbe niente di strano, tantomeno da rimproverare. Però cercare di arraffare un posto da otto ore al giorno (sotto)pagate dalla Regione non è segno di buona carriera. E se invece questa fantomatica lei venisse dall’ultimo biennio, cioè da quello che sta per finire? Vorrebbe dire che è una di scarse ambizioni, ma non sarai di certo tu a giudicarla. Tu che sei il cronista dell’orticello. Oggi il cavolo non ha fatto un cavolo. La cipolla è caduta, si è sbucciata e poi ha pianto. E la rapa, non parliamo della sua testa che è meglio.

Sei qui appeso a un filo. O meglio, a un pelo, ma non diciamo di cosa. Ti studi di nuovo il tuo curriculum come dovessero interrogarti ancora sulle cose fatte, mentre forse sarebbe ora che t’interrogassi tu sulle cose da fare. E pensi a domattina. Ti sembra tutta una fottuta guerra tra poveri. Attendi l’esito, ma non trepidi mica. Intanto è meglio andare a dormire. Per una volta non sei stato insultato per farlo, ma non sei ancora immune al sonno, anche se ci stai lavorando. Ti stendi con un pensiero in avanti e una speranza nel cuore. Ti viene in mente lei, l’immagine fumosa e indefinita della cronista delle verdure che sta cercando di soffiarti il posto. Ti concentri e fai una preghiera. Buonanotte, mondo. E speriamo che sia racchia.

Devo smetterla di scrivere per metafore

9 mar

Di recente ho scritto un pezzo che vuoi o non vuoi strizza l’occhio all’astronomia. Mi sono ritrovato a raccontare di stelle e di pianeti, ma soprattutto di come le cose che succedono lassù condizionino le nostre vite quaggiù. Ma non volevo essere banale. Non volevo dire tutto in modo troppo semplice. Così ho cercato soluzioni di fantasia. Ho sfogliato il mio vocabolario mentale per elaborare un giro di parole che desse l’idea di qualcosa di vitale e imprevedibile che accade sopra le nostre teste. Poi ho inviato l’articolo. Sono passati dei giorni, e ormai credevo fosse tutto tranquillo. Balle.

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KronaKus, mi spieghi cosa cazzo sono i “singhiozzi del cosmo”?!?!?!?!

Firmato,
Insu Lina (se non ti ricordi chi sono clicca qui)

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La solitudine dei primi (2)

7 mar

Ciao, stronzi sottopagati.
A seguito di molti comportamenti scorretti che nel mese di febbraio hanno reso difficile la gestione del sito, da oggi il tempo disponibile per la consegna degli articoli si riduce a due misere ore. Questo considerando che un cazzo di copia-incolla non dovrebbe richiedere più di un’ora di tempo. Sono in molti, infatti, i piccoli bastardi tra di voi che prenotano la mattina prestissimo e poi consegnano quasi allo scadere. Per non parlare di chi prenota e non consegna affatto. Feccia umana, dico io.
Si tratta di una mancanza di rispetto sia nei confronti di noi della redazione, che ci ritroviamo a fare i salti mortali per coprire gli slot disponibili, sia degli altri patetici collaboratori come voi. In un periodo dove le risorse sono state tagliate, prenotare e non consegnare – o farlo dopo i termini – significa togliere la possibilità di scrivere ad altri scribacchini smaniosi di portare a casa tre euro (lordi) per ogni pezzo consegnato. Dico io, cosa cazzo volete di più? Le ferie pagate? I buoni-pasto? La zoccola gratis davanti al portone di casa?!
Dall’alto del mio luccicante trono di redattore presumibilmente stipendiato mi riservo la possibilità di rispedire al mittente prenotazioni da parte di parassiti che non hanno mai dimostrato sufficiente impegno in quella certa sezione, non rispettando le regole di stesura né quelle di lunghezza dei contenuti.
Infine vi segnalo che la deadline massima per la pubblicazione sono le 21 di ogni giorno, quindi cercate di consegnare tutto entro le 19 30, massimo le 20. Non posso rimanere al lavoro ogni santo giorno fino alle 22 per colpa delle vostre fregnacce.
La domanda, poi, sorge spontanea (sì, mi manda Lubrano, e pure un po’ il demonio). In tutto sono circa dieci o dodici articoli al giorno. Possibile che non si riesca a preparare per tempo un numero così esiguo di contenuti, per giunta copiati da altri siti? E dire che soltanto due mesi fa se ne pubblicavano il doppio.
Andate a fare in culo.

Firmato,
Il Primo con la solitudine

Meglio mai che tardi

1 mar

Era una notte buia (anche per forza) e non tempestosa. La neve era già concime liquido per le piante, e la pioggia non scendeva mica copiosa come fosse spread. Ero reduce da una due-giorni clamorosa. Mia nonna che ci ha lasciato, il lavoro che mi è piovuto addosso venendo giù in picchiata (lui sì come lo spread), e poi le solite montagne russe del cuore. Ero spossato, spolpato. Ero ridotto a una purea di KronaKus, quella che si dà agli aspiranti cronisti ancora in fasce per farli crescere sani e pigri.

Erano le 3 45, ovviamente della notte. Avevo scritto pezzi, ne avevo sistemato altri, mi ero concesso pure una discreta pausa dopo la quale avevo scritto un articolo di quelli da tre euro lordi. Così, giusto per levarmi il dente. Ma i denti non fanno male quando te li levi. E’ quando te li lavi che succede il finimondo. Avevo impugnato lo spazzolino. Stavo oscillando con la mano. Su e giù, su e giù. A passo di lumaca zoppa con una villetta a schiera al posto del guscio. Su e giù, su e giù, con una gran flemma. Sembravo una zoccola a fine servizio. Poi mi sono tolto le lenti a contatto, anche se con gli occhi chiusi, confesso, ho fatto un po’ di fatica. Ma all’improvviso li ho spalancati. Mi sono guardato allo specchio. Giusto il tempo di notare le occhiaie scese ad altezza capezzoli, poi mi sono messo le mani sui capelli (non sui capezzoli). Se ne stavano fermi lì (sia i capelli che i capezzoli). Uno di qua e uno di là (sì, anche i capezzoli, ma sto parlando dei capelli), ma comunque c’erano. Anche se per via di quel pensiero fulminante ho rischiato di perderli in un battibaleno. I capelli.

Ricordarsi alle 3 45 della notte di avere un articolo urgente da sistemare per la mattina dopo è un colpo che non auguro a nessuno.

Rossella Urru, la farfalla che non vola più

29 feb

E’ bella pure lei, ma non avendo libellule incastrate nel pube non se la fila nessuno. Vorrei davvero che Rossella diventasse la nuova Belen. Questa libellula è rimasta incastrata nel pube algerino. E’ successo quattro mesi fa. E’ caduta in un brutto retino, ma nessuno ha mosso un dito per lei. Tutti presi con altre farfalle, di quelle che solleticano, che provocano dolci pruriti.

Guardatela bene. E’ bella pure lei, anche se non scende dalla scalinata dell’Ariston con uno spacco sub-ascellare. Eppure a Sanremo c’è finita lo stesso, grazie a una comica che sa far ridere ma pure riflettere. Sotto i riflettori c’è tornata anche grazie all’uomo che meglio di tutti sa bucare lo schermo, e che per questo sa anche ricucirlo laddove lui buca la notizia. Geppi e Fiorello hanno contribuito a fare di questo 29 febbraio un giorno davvero speciale. Non perché bisestile, non perché Gioacchino Rossini può festeggiare di nuovo il suo compleanno (come ci ricorda anche Google), ma perché il web ha preso la parola, ha urlato contro gli altri media, ha attirato l’attenzione che ci voleva e come ci voleva. E pure i tiggì hanno rivolto lo sguardo verso altre farfalle.

Oggi è il Rossella Urru Blogging Day. Oggi la tv smette di dormire, almeno per un po’. Oggi non ci parleranno soltanto dei baci con la lingua tra Capitan Schettino e la non-badante che si faceva in nome di una strana Concordia. Per ventiquatt’ore il tubo catodico si ricorderà del ruolo che può ancora giocare. Perché non ci sono soltanto le liberalizzazioni in arrivo, ma anche le liberazioni che non arrivano.

Clicca qui per saperne di più. Saperne di meno non ti servirebbe a niente.

È

28 feb

A forza di lavorare con le parole sono diventato velocissimo. Me lo fanno notare tutti. Dai capi, che non ho mai conosciuto (sarà forse per questo che me lo dicono?!), agli amici che ancora non ci credono, data la mia lentezza cronica. Eppure è così. Sono diventato talmente scattante nello scrivere che ho un nuovo soprannome. Rapido Pen. Spero con la e aperta.

Non smetterò mai di dare soprannomi

24 feb

Se sono quello che sono lo devo al sangue che mi hanno messo dentro. Se faccio quello che faccio è anche perché qualcuno mi ha dato un certo impulso genetico. Se sono portato per le parole è perché c’è chi prima di me lo era altrettanto. Mia nonna, per esempio. Lei era un’inserviente come tante, una donna tutta casa e ospedale che ha cresciuto tre figli dopo essere rimasta vedova troppo presto. Il suo rapporto con le cose scritte era puro diletto, puro svago, puro interesse, pura scoperta. E aveva sempre un soprannome per tutti. Uno pseudonimo, un nickname, persino per i miei amici. Per etichettarli le bastava vederli una volta. Faceva leva se un segno particolare e il gioco era fatto.

Oggi mia nonna se n’è andata. E proprio oggi ho capito che se mangio con le parole è soprattutto grazie alla sua impronta. E che se KronaKus esiste è perché ho ereditato da lei l’attitudine a soprannominare, il cinismo che fa sorridere e a volte indignare, la voglia di analizzare e di criticare. Se sono quello che sono lo devo anche al sangue che mi ha messo dentro lei.

La rivincita del bianco

17 feb

PendolareConLePalleGirate è online

PendolareConLePalleGirate: Lavori domattina?

KronaKus: Sì, domani sì. Anche se è strano. Io di solito ho da fare di notte. Ma mi hanno detto di tenermi all’erta, e così..

PendolareConLePalleGirate: E come ti sposti?

KronaKus: Non mi sposto.

PendolareConLePalleGirate: Non ti sposti?!

KronaKus: No. Io lavoro da casa.

PendolareConLePalleGirate: Sti cazzi.

PendolareConLePalleGirate è offline

Sarà per questo che non capisco, perché sono un cronistello provinciale che non vede oltre il proprio naso. E dire che ce l’ho lungo. Il naso. Sarà per questo che mi sento di nuovo dentro questa mia bolla, ad ascoltare e leggere le parole degli altri, e a non sapermici specchiare nemmeno se mi sforzo.

Tutti a parlare di disagi e inconvenienti, a dire nero mentre io vedo bianco. Ed è bianco davvero, così pieno di tutta questa neve. Ma loro no. Loro dipingono un’Italia scura. Bloccata, con la paresi alle gomme termiche, senza più matite per disegnare le giornate. Sarà per questo che non capisco, perché io lavoro da casa, e negli abbondanti ritagli di tempo mi sono fatto lunghe passeggiate controvento e controfiocco, sotto le tormente più tormentate. Io me la sono goduta questa cazzo di neve.

Ligi al dovere, i giornalisti del Belpaese hanno descritto un Brutpaese sotto la morsa del freddo e del gelo. E ancora oggi continuano a speculare su questa polvere bianca, come fosse la peggior droga, come se non fosse tutta natura. I miei colleghi hanno fatto il loro compitino, a raccontare per filo e per segno tutto quello che non andava nel bel mezzo di quel manto candido. E hanno fatto bene. Ma non ho sentito nessuno dire quanto è bello vedere il cielo riflettersi sulla terra, con le notti illuminate a giorno da un asfalto alla Michael Jackson. Tutto si è fermato per un po’, come dentro una parentesi tonda. Siamo noi i velocisti fuori tempo. La neve non è che un piede calzato a forza sul freno più bello.

E poi ha i suoi vantaggi.

Nella notte dei tre euro al pezzo

8 feb

Nella notte dei tre euro al pezzo senti che il tuo tempo è come un pc del ’98. Svalutato.
Nella notte dei tre euro al pezzo senti che il tuo lavoro ha lo stesso rango di un hobby generoso. Ti appaga, forse ti paga. Ma con molta timidezza.
Nella notte dei tre euro al pezzo ti sembra di fare il fornaio, e almeno questa è una bellissima sensazione. Ti pare di sfornare delle pizze farcite da far invidia alla migliore delle pale da forno della città. Sono lì, pronte da vendere. Tre euro al pezzo.
Nella notte dei tre euro al pezzo senti un freddo che più freddo non si può, e ti viene voglia di vendere la neve agli eschimesi. Avrebbe comunque più senso di questo scribacchiare sottopagato, e quantomeno potresti approfittarne per riaccompagnare a casa il pinguino che si è stabilito nel tuo salotto ormai da giorni.
Nella notte dei tre euro al pezzo ne fai tre. E fanno nove verdoni. Ma poi pensi che in realtà sono diciotto, perché nove ne hai guadagnati, ma altrettanti ne hai risparmiati stando di fronte a un computer, evitando di sprecare le tue lancette andando al cinema con un amico e poi facendoti una birra (piccola, che sennò chi la paga?!).
Nella notte dei tre euro al pezzo ritrovi il gusto di leggere, perché appena finito hai la testa che ancora fuma, ed è recettiva come uno Spongebob un po’ meno scemo. Il gusto di scrivere invece è già uscito di casa, nudo e con solo tre euro lordi in tasca. In cerca di un nuovo perché, da trovare chissà dove.

Rocco e i suoi fratelli

6 feb

Un certo Siffredi sta schiattando d’invidia. Lui a trenta in così poco tempo non è mai arrivato, di certo non a trenta amplessi. E mai con una pecora, al massimo con una pecorina. D’altronde lui si chiama soltanto Rocco. Randy invece è un montone. Quando il nome è anche un programma.

La solitudine dei primi

2 feb

Un tempo c’erano i pacchi bomba. Erano improvvisi e,  soprattutto, molto molto pericolosi. Oggi le poste si sono trasformate in sottospecie di banche, e chi scrive a qualcuno lo fa quasi sempre in bit. E’ l’epoca delle missive virtuali. Il tempo delle mail bomba.

Le mie non sono poi tanto improvvise, anzi, ormai me le aspetto proprio. Pericolose invece lo sono, soprattutto per i nervi. L’assurdità di certe parole mi rimbomba dentro, e mi ricorda come io sia nato nell’epoca sbagliata. Una in cui chi lavora non viene pagato né in denaro né in rispetto. Ci sono testate da prendere a testate, che ti danno tre euro al pezzo (lordi, s’intende) e pretendono l’inverosimile. Oltre il danno, la beffa. I redattori ti scrivono in casella, a te come a tutti gli altri collaboratori, per ricordarti quanto sei idiota. E per dimostrarti quanto lo sono soprattutto loro.

Scrivi. Impagini. Tagli le foto e le carichi nel server. Titoli. Fai i sommari. Metti le didascalie. Controlli se hai rispettato le regole SEO. Ti accorgi che qualcosa non va. Riscrivi. Reimpagini. Tagli le foto e poi passi alle vene. Fai tutto questo e ti accorgi che è già passata più di un’ora. Ma la consapevolezza che fa più male è quella di aver sprecato tutto questo tempo per una cifra che ti ripagherà sì e no della corrente consumata, delle suole logorate sbattendo i piedi dal nervoso e dell’usura dei polpastrelli. Tic tic tic. Mai visto un simile spreco di cellule morte su una tastiera.

Poi ti rilassi. E’ notte, perciò ti rilassi. E’ un tuo diritto rilassarti almeno la notte. Prima di addormentarti, però, controlli le mail. Ormai è una prassi consolidata. Dare un’occhiata alla posta è spesso l’ultima cosa che fai ogni giorno, ma anche la prima del dì che segue. E trovi lei, la mail bomba del solito redattore, lui e lui soltanto, che quasi ogni notte tedia tutti i collaboratori con rimproveri e minacce neanche tanto velate. Avvertimenti, moniti, ultimatum. Io non so esattamente con che capre abbia a che fare, ma di certo lui è il pastore più rompicoglioni che abbia mai visto. E’ il primo tra noi poveri coglioni, nel senso che è il capo (sigh!), uno dei nostri superiori prima della direzione. Un dispensatore di accuse rivolte a chi percepisce soltanto tre euro a botta e non ne percepisce il motivo. Me lo immagino davanti al suo schermo, alle tre della notte, a fare un lavoro per cui forse è pure stipendiato (oh, quale privilegio!). Luce blu che si riflette sulle gote scavate, e due occhi tanto tanto spenti. Ma la solitudine dei primi ti porta a dare i numeri. Ti controlli le tasche, e le vedi vuote. L’unica cosa piena è una casella di posta virtuale colma di improbabili accuse rivolte a un gregge legittimamente demotivato. Istruzioni per l’uso che sarebbero pure sensate, se non fossero condite con litri e litri di piccantissima arroganza. E ti vien voglia di rispedire la mail bomba al mittente, sperando che esploda non appena arrivata a destinazione.

Divoratore di acqua che vola

18 gen

Sono tempi di magra, ma io non posso di certo lamentarmi. Ho il mio bel lavoretto, che non sarà come un colpaccio al Win for life, ma quantomeno rimpinza il mio ciccì per le spese correnti (che quelle, si sa, ferme non ci stanno mai).

Sono tempi di magra, dicevo, ma io non posso di certo lamentarmi. Eppure a guardarmi bene dovrei cominciare a tirare la cinghia pure io. Quella dei pantaloni, però. Di uno o due buchi. Durante le feste la festa me l’hanno fatta davvero, a suon di panettoni, pandori e torroni. Ho pure problemi a mordere, già alla mia tenera età. Non ho più i denti da latte, ma quelli da fondente già fanno le bizze. Però basta lamentarsi. Bisogna sempre essere incisivi, anche da devitalizzati. E io, per tagliare la testa al torero (detesto fortemente la corrida), ho deciso di mettermi a stecchetto strizzando l’occhio pure a canini e compagni. L’anno scorso ero dimagrito mangiando tutto al vapore. Quest’anno farò di meglio. Mangerò solo quello. Solo lui. Solo il vapore. E’ che sono già in ansia per la prova costume. Kronny, ma ancora è presto!, direte voi. Stolti. Tra poco è Carnevale. Di questo passo le righe della calzamaglia da Spider-Man assomiglieranno a certe onde del sud-est asiatico.

Paparazzato per strada durante i preparativi. Corona del cazzo, dillo che ti manda Osborn per sputtanarmi!!

Oltre il danno, la beffa. A quanto pare non posso nemmeno vantarmi di essere originale..

Nevrosi di inizio anno

4 gen

Alzo la cornetta. Uh, l’iPhone la cornetta non ce l’ha.. Vabbè avete capito lo stesso.

“Sì, salve.. Ho ricevuto una telefonata da questo numero..”
“…Ah… Sì… Forse sono io che ho sbagliato…”
“Ah.. Ok.. Sa, ho richiamato perché stavo aspettando una chiamata di lavoro, e allora…”
“No no, io stavo cercando la signora Saltampiano!”
“Ah ecco. Beh, la prossima volta stia più attenta. E alla sua amica dica di farsi riparare quel cazzo di ascensore una volta per tutte!”

Click.

Tu-tu-tu…

E poi ci sono io che cerco lavoro

4 gen

Per certi aspetti il 2011 è stato un anno pessimo. Decisamente. Ma si è chiuso con una rivelazione. Un’inchiesta. Uno scoop. I colleghi de Il Giornale hanno trovato la responsabile di cotante sciagure. Un sentito grazie per la loro lungimiranza.

 

Sigh.

 

Rosso relativo

29 dic

Ghiro ripieno. No, non è il mio menu di Capodanno, ma l’attacco, l’incipit, della mia biografia più recente. Sono fermo, tranquillo, come un semaforo. Ora c’è il rosso. Perciò sono fermo, sì. Ma non con la mente, che quella ferma non lo è mai. Con il corpo resto in panciolle. Aspetto. Temporeggio. Ho il sonno facile. Mangio come un porco. Un ghiro ripieno, sì.

Oggi una prima sveglia. Mi è arrivata una lettera dall’esimio Ordine regionale. Non me l’hanno spedita per farmi gli auguri. Dentro non c’erano biglietti rossi vestiti a festa, ma moniti per mandare un po’ più in rosso il mio conto bancario. E io sto fermo. Resto in panciolle, sì, ma non con la mente. Che quella, no, non è ferma mai. Penso e ripenso al senso di tutto questo. E non lo trovo. So che qualcosa è cambiato. Monti ha smosso mari e suoi omonimi. Gli Ordini non sono più gli stessi. Credo. Mi era giunta voce che quello dei giornalisti non abbia più nemmeno il potere di sanzionare i suoi iscritti in caso di comportamento inadeguato (passatemi l’eufemismo). Non ne sono sicuro, eh. Un ghiro ripieno resta fedele a se stesso, bloccato nel suo torpore finto-festivo. S’ingozza ma non si schioda. E, paradosso dei paradossi, nemmeno s’informa. Nemmeno se informa di professione. Nemmeno se certe cose lo toccano da vicino.

Ammetto le mie inadempienze (perdonatemi il parolone, prometto di non usarne più fino al prossim’anno), ma l’aumento della quota annuale richiesta all’Ordine mi sa comunque una forzatura. Anche se non so bene come stanno le cose. A volte sento di aver sprecato più di due anni e mezzo della mia vita a rincorrere un tesserino in pelle di stagista che finora ha avuto l’unico merito di farmi entrare a scrocco a una mostra di Hiroshige e al Romics del 2010. Il resto è nebbia, e tanta tanta noia. Io che non mi annoio mai, perché ho la mente che non si ferma mai. Ma vedo male. Vedo rosso. E allora sto fermo, tranquillo, come un semaforo. Resto un ghiro ripieno. Che se mi risveglio toro son falli Fernet.

Off

17 dic

Ascolto Rockfeller blaterare di fronte a quell’Obama mancato di Carlo Conti. Quello stronzo di un pupazzo, talmente squattrinato che non si può permettere nemmeno una voce propria, si azzarda a ricordare che sono passati venticinque anni dalla sua prima apparizione. Io lui me lo ricordo. Ero poco più che un feto dispensatore di caccapupù, ma me lo ricordo. Mi faccio due conti (che non sono due Obama mancati), e mi accorgo che il tempo non è veloce come la luce. E’ la luce.

Ditemelo voi dove sta l’interruttore. Voglio fermare questa corsa. Anzi, va, facciamo che la rallento, non vorrei essere frainteso. A ventotto anni ormai avviati non ho ancora un contratto vero. Ho soltanto una collaborazione divertente ed appagante, ma non il lavoro della vita. Il problema non è cosa faccio, che a fare pezzi sui programmi tv ci potrei passare pure la vita. Il punto sono i soldi che entrano, e che visti i tempi che corrono (oh, come corrono!) non sono nemmeno pochi, anzi, ma non bastano per fare di me un ometto economicamente indipendente. E la pensione? Più mi avvicino più lei si allontana. E dire che mi sono appena fatto la doccia.

Rockfeller pensaci tu. Sai, succede anche a me: a volte mi chiamano “pupazzo”. Tu che sei altrettanto finto sei riuscito a farti strada. Aiutami, per favore, a farmene una mia (di strada). Mettimi tra i famosi, possibilmente senza l’isola dei, sulla quale dovrei condividere pesci lessi con quei pesci lessi che si fanno chiamare “naufraghi”. Ti prego, ragazzone plasticoso dal becco grande e arancione, aiuta questo aspirante cronista. Ti prometto che quando avrò fatto i soldi ti comprerò pure un bel paio di corde vocali, così potrai fare tutto da solo.

Ti vanno bene quelle di Sandra Milo?




…Rockfeller?
…Rockfeller?!
…Rockfeller dove sei?!
…Rockyyy!!
…Rockynuccioooooo!!!
…Rockyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyy!!!



Sob.

Non esistono più le doppie stagioni

13 dic

Sono italo-australiano e io nemmeno lo sapevo. La mia città si affaccia sul mare. Il centro sta qui nello Stivale, il porto è in provincia di Sydney (quella ha detto Monti che non l’abolirà), dove adesso fa un gran caldo. Nessuno si era mai accorto di niente. Ringraziamo YourTv, che in pieno inverno ci mostra immagini di repertorio di gente che passeggia in maniche corte, e che a Ferragosto manda in onda servizi con passanti rigorosamente in maglione. Come se questa Baia delle Zanzare fosse immersa per metà nell’inverno tricolore e per l’altra metà stesse a prendere il sole tra i canguri saltellanti sorseggiando succo d’eucalipto.

Non esistono più le doppie stagioni. Qualcuno lo spieghi a quelli di YourTv.

E adesso linea alle postvisioni del tempo

5 dic

Profonda stima per il meteo di YourTv. Ogni sera, alle 20 30, ti dà le previsioni per la giornata che sta per concludersi e ci azzecca sempre. A confronto Nostradamus sembra il mago Forest.

O la Borsa o la vita

4 dic

Domenica di lavoro. Non è che abbia poi così tanto da fare. E’ soltanto che le cose mi si ammucchiano nei giorni che il copione dà per sbagliati. Ma il mio no. La mia è una sceneggiatura un po’ meno scontata, e lavorare nel giorno in cui ci si dovrebbe riposare non mi pesa affatto (soprattutto se penso alla serata al pub con gli amici che è già in scaletta). Io vivo all’impronta. La speranza è di lasciare l’impronta anche su questo mondo smanioso di crescere. Lievita. Evolviti. E soprattutto divertiti.

Oggi sembro Paulo Coelho. Ogni tanto la vena new age mi si sveglia da sé, come dopo una trasfusione di vita vera sparata tra globuli straordiriamente recettivi.

Sarà che oggi sono qui che scrivo, anche se è domenica. Ho tre pezzi per domani. E mi diverto. Sono un fottuto privilegiato (sempre meglio di un privilegiato fottuto). Scrivo articoli frizzanti nella speranza di inquadrare la bollicina giusta. E creo titoli, nella speranza che qualcuno c’investa su.

Bianco su nero

2 dic

Lo metto nero su bianco, anzi bianco su nero. Dedicato a qualcuno, esclusi tutti gli altri.

 

 

Navigo a vista e me ne vanto

1 dic

Metto la protesi a un pezzo che parla di protesi (alla faccia del metagiornalismo!). Poi succede che non serve più perché nel frattempo è cambiato il timone. Fortuna che il pezzo sulla vela l’avevo già consegnato.

Al Massimo mi sparo

1 dic

Martedì, 0.05

Vedere Vespa che improvvisa momenti di varietà è quasi peggio di sapere che in studio con lui c’è pure Giletti.
Roba da spararsi.

Martedì, 0.46

Stasera mi sto trovando troppe volte d’accordo con Giletti.
Sparatemi.

Mercoledì, 15.28

Odio pranzare tardi. Sì, lo so che è colpa mia che torno dalla piscina quando è quasi l’ora della merenda. Ma odio lo stesso mangiare tardi. Il problema è che mentre mangio mia madre (mentre mangio, mia madre) tiene accesa quella cosa quadrata.. quella che fa luce e ciarla di continuo.. come diavolo si chiama.. ah sì, la tv. Mia madre tiene accesa la tv e mi tocca vedere un po’ de La vita in diretta. E quasi mi manca Giletti.
Ok, mi sparo da me.

Vedere Vespa che improvvisa momenti di varietà è quasi peggio di sapere che in studio con lui c’è pure Giletti.

Bellicosì

26 nov

Vietnam, Addestramento estremo 2, Mille modi per morire. Carini i titoli dei programmi tv su cui devo scrivere oggi pomeriggio.

Stasera voglio farmi una pizza con Gandhi e Winnie The Pooh.

Bunga bunga nostalgia (ma anche no)

25 nov

Monti incontra la Merkel e nemmeno le dà della culona. Sta a vedere che ‘sto governo in scala di grigi ci fa pure le riforme. Quanto egoismo. E adesso noi poveri gossippari d’assalto di cosa cazzo scriveremo?!

Il gallo del malaugurio (2)

18 nov

E dire che stavo soltanto cazzeggiando con il mio iPhone. Il giornale dei sogni non arriva mica in questa sperduta Baia delle Zanzare, e allora mi sono procurato la mia bella app che in un tap mi rende up aggiornandomi sulle sue uscite. E tutto questo alla modica cifra di zero cent, anche se alla fine il quotidiano me lo leggo con almeno un giorno di ritardo sull’uscita effettiva. Un vero affare (e ci manca che devo pure pagarlo, il giornale che mi deve due sfoglie da cento che probabilmente non vedrò mai).

Purtroppo il cazzeggio si è presto trasformato in qualcos’altro. Dal mio solito ghigno sornione sono passato ad avere un’espressione tipo Urlo di Munch. Ho aperto l’ultima edizione uscita e tanti saluti. Letteralmente.

Fa male sapere che dietro tutto questo ci sono i ricatti di un partito che un tempo si è preso anche il mio voto. Oggi mi vedrei bene dal concederglielo. A maggior ragione adesso, nonostante condivida le idee di fondo di certe teste calde che però hanno dimostrato di essere pure vuote, figlie di un sistema che dovrebbero combattere, e non assecondarlo fino a scomparire in questo mare di indecenza. Stiamo andando veramente a fondo. Questi partiti sono partiti di testa. Gli interessi della politica hanno fatto terra bruciata a chi avrebbe semplicemente voluto fare il proprio mestiere. L’arroganza ha trionfato sull’onestà. E’ un mondo di merda, e puzza da far schifo.

Il gallo del malaugurio

17 nov

Driiin. Svegliati, pargoletto svegliati. Che il tempo dei sogni ormai è finito. Svegliati, cronista sognatore cronico. Il tuo giornale dei sogni è morto, o perlomeno è finito in rianimazione sospesa. Il mercato non ha scrupoli, e la macchina del fango è molto più di una definizione coniata da Saviano. E’ un mondo piccolo fatto di gente piccola. E di un mercato largo come la cruna di un ago.

Questo è un fulmine a ciel variabile. Che sarò pure ingenuo, ma non al punto da non capire che tirava una cattiva aria ormai da tempo. Un anno fa mi sono imbarcato con loro. Oggi mi mancano all’appello la bellezza di duecento euro. D’altronde da quella sponda ho sempre ricevuto parole di stima, ma mai quattrini.

Non ho mai avuto le pupille a forma di euro, e non è certo questo il momento migliore per cominciare ad averle. Mi tengo stretto la mia nicchia dorata, fatta di belle parole, di articoli gioiosi, di una scrittura addobbata a festa con perle creative e ghirigori verbali. Mi tengo il mio mondo piccolo fatto di cose piccole. Un mondo che mi ripaga in complimenti, ma anche con bonifici puntuali.

Guardo avanti. In fondo qui intorno la terra era bruciata già da un po’. E incrocio le dita. Il giornale dei sogni potrebbe tornare dall’aldilà. Ma al di là di questo io resto nell’aldiquà. Occhi vigili e sguardo attento. Sono un cronista sognatore cronico, ma ho ancora orecchie buone per sentire quando la sveglia suona.

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