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Questo post è troppo lungo

24 ott

Ci chiedono testi sempre più corti. Zac. Zac. Addio segni verbali. Ne resterà soltanto uno. Il capolettera. Forse.

Sì, ok, però decidetevi

17 ago

E’ ufficiale: il multiverso esiste.

 

God saves the squirrel!

9 giu

“Hai visto su Repubblica.it le foto dello scoiattolo che s’è mangiato la panna della regina?? Guardale, son forti! Speriamo ci siano ancora.. Due ore fa c’erano…”

Boh. Forse mio padre pensa che su Internet le cose siano scritte con l’inchiostro simpatico.

(..e con questa ancora rido…)

Share the popò

17 apr

Piermario Morosini che si accascia in campo e muore. Hillary Clinton che si alza dalla sedia e vive. Ho colleghi molto strani, io. Gente che si accanisce sui drammi altrui mandando in onda a ripetizione, come un disco rotto, gli istanti in cui la vita di un giovane calciatore se ne va senza avvisare. Come se la presenza di un prato verde e rettangolare giustificasse qualsiasi tipo di moviola. Anche quella della morte. La signora con la falce era in fuorigioco, cazzo, ma quel cornuto di un arbitro ha convalidato lo stesso il gol. Ti aspettiamo fuori, bastardo.

Dicevo dei miei colleghi. Scribacchini muniti di fot(t)ocamere, convinti che i balli alcolici di un’autorità morigerata e composta come la moglie di un certo ex-presidente americano (quello che ben conosceva labbra e lingua della donnina che sta sulla mia maglietta) debbano fare per forza notizia. Come se non fosse umana pure lei. Come se l’abito gessato che indossa pure per fare popò dovesse avere (in)gessato anche la sua anima, e allora se per una volta muove un po’ il culo in barba all’etilometro (che poi il culo mica guida, al massimo gli serve per fare la popò col gessato) deve finire assolutamente su tutti i giornali. E’ che poi se ne parla uno ne devono parlare tutti, sennò sai che figura. Share the shit, baby. Share the popò.

 


Io non sono nessuno. Sono soltanto un povero freelance. Professionista, sì, ma solo per una questione di tesserino. Di etichetta. Abbiamo tutti bisogno di un’etichetta. Anche i miei colleghi. E a loro gliela do io, l’etichetta. Anche se non sono nessuno, ma però sono bravo a etichettare. Anche se non si dice. Sono bravo, sì. Me l’ha insegnato mia nonna.

Giornalisti?
No.
Giornalai?
Nemmeno.
Giornalettari.
Ecco. Sì. E oggi sono buono.

La vostra bolla mi fa schifo

23 lug

Sono sempre l’uomo dell’ultimo minuto. Anche per le cose che m’interessano. Per circa un mese nella Baia delle Zanzare c’è stata una mostra sugli pterodattili torturati dai visigoti (se vi aspettavate dei referenti reali significa che è la prima volta volta che entrate qui.. prego, state comodi..). Ho rimandato per giorni, settimane. Poi ci sono andato. Giravo per il corso, quando di fronte alla locandina ho realizzato che quello era l’ultimo giorno utile. Poi ciao pterodattili. Dopo la canonica tappa in fumetteria ho deciso di andarci, anche perché la mostra dista giusto una manciata di metri.

Un orrore. Anzi, un orrore e mezzo. Quei poveri volatili sfruttati in quel modo barbaro da barbari senza cuore. Uno scempio. Uno schifo. Un po’ come la cosa che ho scoperto poi.

La curatrice della mostra è una volontaria dura e pura. Una che gli uccelli preistorici li ama fino a bagnarsi. Buoni, state calmi. Voglio dire soltanto che si è messa a piangere di fronte alla foto di un cucciolo denutrito rinchiuso dentro la sua minuscola gabbia. Un’immagine che aveva già visto chissà quante altre volte, eppure davanti a me non ha retto più. Proprio l’ultimo giorno. Una volontaria dura e pura amante degli uccelli preistorici, sì, che mi ha tenuto a parlare per circa un’ora. Al punto che mia madre mi ha chiamato incazzata, perché alle otto e mezza della sera ero ancora lì invece che intorno a un tavolo quadrato a consumare il sacro pasto. E’ la condanna del cronista squattrinato, quello che se fosse almeno precario avrebbe motivo di accendere un cero alla santissima, e che ancora è costretto allo schemino mentale del tutti a tavola tipico della famiglia para-tradizionale. La mia indipendenza è ancora ferma al livello zero, a causa di un’autonomia economico-finanziaria latente a cui non saprebbero porre rimedio neppure le proverbiali cesoie di Tremonti. Avrei dovuto avvisare del mio ritardo, ma davvero non ho potuto. L’adoratrice di volatili di giurassica memoria non ha mai smesso di raccontarmi come li salvano e come li riabilitano alla vita nei loro centri di recupero. Ma la telefonata di mia madre è stata cruciale. E’ a partire da quella che ho scoperto quello che ho scoperto.

“Pronto, ma’?”
“Dove sei?!”
“Alla mostra, ma’. Ti ricordi quella di cui ha parlato anche YourTv?”
“Sì sì, mi ricordo. Ma hai visto che or’è?!?”
“Sì, ma’, dai. Finisco e arrivo.”

Non è proprio così che si è chiusa la chiamata, ma piuttosto con un inno al rispetto (e alla fame) da parte sua più che sonoro. Il dunque però non è questo. Il dunque è che appena chiuso il telefono l’adoratrice di volatili ha sentito il bisogno di correggermi.

“Scusa se mi permetto, ma non puoi aver visto il servizio su YourTv..”
“Ah no?!”
“..No.. Scusami se…”
“Ma no, figurati. Sicuro che mi sbaglio io. Sarà stato sul tg regionale..”
“Forse sì. Vedi, YourTv non c’ha proprio considerato..”
“In che senso?”
“Nel senso che ho telefonato più volte, ma hanno temporeggiato.. rimandato.. fino a che..”
“Fino a che..?”
“Fino a che un giorno passa un ragazzo e mi dice come stanno le cose.”
“E come stanno?”
“Stanno che i servizi loro li fanno a pagamento, e non se la sono sentita di chiedere dei soldi a gente che fa volontariato. Perciò è finito tutto in un nulla di fatto.”

Poi ho messo la maschera del moralizzatore, un coprifaccia che non riesco proprio a togliermi. Nemmeno ora, a distanza di giorni. Sono un giornalista sui generis. Vivo la professione in un modo tutto mio. Anzi, forse vivo proprio in un mondo tutto mio, dove una piccola emittente come YourTv può fare informazione senza racimolare denaro in questo modo. Un mondo in cui c’è spazio anche per gli pterodattili, perché gli animali di cui stiamo parlando non sono mica davvero estinti, e in me resta viva l’idea che chi diffonde le notizie ha anche il compito di sensibilizzare. E’ vero, sono un moralizzatore immorale. Uno che potrebbe anche finire per orientare l’informazione per cause di parte. Ma in questo momento non m’importa. Non m’importa perché sono davvero indignato. E perché al giornalismo senz’anima preferisco quasi quasi la fabbrica. Quasi quasi.

Non posso credere che non si sia potuto chiudere un occhio. Non posso credere che l’unica tv della Baia delle Zanzare non abbia trovato cinque minuti per mandare un disperato sottopagato, con in mano una telecamera e un microfono, a fare una panoramica sulle foto della mostra e a far parlare l’adoratrice di pterodattili per una manciata di secondi. No, piuttosto hanno mandato un ragazzetto a fare discorsi da strozzino delle news (mi si scusi il tono, io sarei un ragazzo a modo se solo ci fosse un modo). E non posso credere che non si sia trovato un buco di un minuto per infilarci un servizio su una mostra davanti al cui ingresso dev’essere passata almeno mezza città. Una mezza città che conta di sapere cosa c’è nell’altra mezza, facendo affidamento sui pochi media della zona. Aziende piccole piccole dalle casse sempre soggette all’eco, vuote come sono perché la comunicazione è il feticcio del futuro, ma anche l’illusione del presente. Chi informa non intasca, galleggia ma non nuota, in un mare magnum in cui il Magnum se lo permettono soltanto i pesci grossi. E con tanto di cialde al plancton.

A volte mi accorgo di vivere dentro una grande bolla. La mia bolla. Una bolla fatta di altre regole. Sono fuori dai dogmi di una bolla in cui o racconti delle belle balle e fai il bullo per fare bello chi ti paga oppure te ne vai a casa. Il mio mondo non è il mondo reale, questo ormai lo so. Ma con me gli pterodattili volerebbero alti nel cielo. Perché a estinguerli non sarà una pioggia di meteoriti, ma il tintinnìo di tasche mezze vuote prese più dai conti che da quello che conta.

Sgarbo generazionale

23 feb

Berretto che nasconde la stempiatura ormai a trecentosessanta gradi. Al collo la sciarpa della squadra del cuore. Poco più avanti un ultrà con uno striscione da tifoso incallito. Hanno beccato mio padre allo stadio in compagnia dei suoi amici. E dire che mia madre chissà cos’era andata a pensare. Invece era lì. Ed ora è qui. Sul giornale. Sullo stesso quotidiano locale da cui aspetto una chiamata da ormai un mesetto. Mio padre c’è finito prima di me. E non con la penna, ma proprio con tutta la faccia. E con il berretto, la stempiatura ad angolo giro e la sciarpetta a tema.

Ma io ho imparato la lezione: per finire sul giornale devo darmi al calcio.
Bevo un goccio di latte e sono subito da voi.

I miei primi due giorni di stage

3 ott

non-vita di redazione

Non lo so

26 set

Ero stanco, molto stanco. Volevo dormire, ieri sera, e ci stavo quasi riuscendo. Prima del solito: erano appena le 2. Io vivo di notte. O meglio, vivrei di notte, non fosse che il mondo ha deciso che il giorno è più cool e che la notte non ci resta che fare compagnia a Morfeo.
Volevo dormire, ieri sera, sì. E ci stavo quasi riuscendo. Quando due bambini sono usciti in strada, senza alcun preavviso, e si sono messi a urlare davanti a casa mia come scimmie davanti a un casco di banane.
“Oh!”, fa il primo.
“Oh!!”, gli risponde prontamente l’altro.
“Oh!!!”, ripete il primo.
“Oooh!!!!”, ribadisce l’altro.
A quel punto mi domando il senso di quella conversazione, apparentemente così inutile quanto inopportuna nei tempi. Poi è scattata la domanda del primo.
“Cosa vuol dire Winx?”, urla.
“Eh??”, chiede l’altro.
“Cosa vuol dire Wiiiiinccss?”, urla con più impeto.
La risposta dell’amichetto è stata folgorante. Illuminante. Rivelatrice. Profetica.
“Non lo soooo!”, grida.
“Va beneee! Ciaoo!”, risponde il bimbo.
“Ciaooo!”, gli fa eco l’amico.
Pensavo fosse finita lì.
“Ciaoo!!”, ripete l’amico come se fossero a chilometri di distanza.
“Ciaoooo!!”, conferma l’altro.

E mentre ora ripenso ai due ragazzini che si salutavano, probabilmente dopo aver fatto i compiti, aver cenato insieme e averla tirata per le lunghe come due universitari coi denti da latte, mi ritrovo a farmi una stramba, assurda e inutile domanda. Quanto quella del primo bambino. Con tanto di risposta fotocopia a quella dell’amichetto. “Non lo so”.

Stasera sono dovuto scappar via da una conferenza. Non una semplice conferenza, bensì un incontro con un celebre cantante della zona. Talmente celebre che se vi dicessi il nome vi stupireste. Nello scoprire che non avete la più pallida idea di chi sia.. Ma posso dirvi che è un tipo in gamba, un astro nascente della musica locale. Uno dei suoi pezzi è diventato la canzone mia e della mia lei. Un po’ strappalacrime, ma che serve allo scopo. Ero lì, pronto ad ascoltare le sue parole prima del concerto serale, ma soprattutto per rubargli un autografo da regalare alla “lei” di cui sopra.
Tante belle parole. Sentimentalismo a fiumi, con numerose ragazze e ragazzine votate alla causa della melassa. E c’eravamo quasi, alla firmetta che avrebbe fatto felice la mia donna. E il suo uomo, che sarei io, per la lauta ricompensa che avrei ricevuto. Niente denaro, avete capito.

Bip. Sms della Direttrice. “Corri in banca, c’è appena stata una rapina”. Sbigottito, mi son trovato costretto a rinunciare all’autografo che avrebbe movimentato la serata. Dovere di cronista: certi fatti hanno la priorità su altri. Vista l’avarizia di dettagli del messaggio, il tempo di informarmi su quale diavolo di banca si trattasse e poi via, come una saetta. Ciao melassa, ciao fuego. Pazienza. Sono stato un giornalista. Almeno per oggi.
Sono arrivato sul posto. La polizia stava già facendo i suoi sopralluoghi. Direttori e cassieri erano ancora bianchi per lo spavento, il misfatto fresco come pane appena sfornato..
Raccogliere tutti gli elementi necessari per ricostruire la cosa. Scattare foto, di quelle calde che attirino gli occhi come miele le api. E via a casa a scrivere il pezzo, su un fatto che non è eclatante ma che di certo esce dal seminato.
Le parole scorrevano leggere, spontanee. Tutto è filato. Chiaro, limpido. L’articolo è nato senza sforzi e senza tanti cesàri. Mi sono sentito soddisfatto.
Fino a che non ho aperto la nostra home page. In evidenza, la news di cui avevo appena finito di occuparmi. Già lì, pubblicata, scopiazzata da un altro sito locale, con tanto di foto spixellata perché il suddetto sito usa immagini più piccole delle nostre.
Gli occhi di fuori, il fumo cominciava già a uscirmi dalle orecchie. Refresh, due o tre volte. Ma aggiornare la pagina non è servito a un bel niente.

Ho chiamato la Direttrice. “Scusa ma cosa dovrei fare, adesso?”.
“Mah, non so. Provo a rimaneggiare un po’ l’articolo in modo che non si veda che è copiato”, ha risposto.
“Ma perché l’hai pubblicato?”, ho domandato.
“Così… tanto per mettere qualcosa…”, ha detto.
“Rimaneggiare l’articolo… Mettere qualcosa…”, ho pensato nonostante la mente già annebbiata dal nervoso.
“Se hai scattato foto migliori, magari, sostituisci quella che ho messo io”, ha concluso.
Ho chiuso la cornetta con il mio solito, eccessivo savoir faire. Ho lasciato correre, come sempre. Io lavoro, al momento senza alcuna certezza salariale, e per giunta lavoro per niente. Tanto valeva restare lì, a sguazzare tra le ragazzine con i cuori al posto delle pupille. Perlomeno avrei reso felice la mia ragazza. Invece niente autografo. E niente articolo.

Mi domando il perché, ma io “non lo so”. Proprio come quel bimbo rompipalle che non sapeva chi fossero le Winx, le fatine che vanno tanto di moda tra le poppanti del nuovo millennio. A lui basterà chiedere a scuola, o magari rivolgersi a Google. A me, invece, non resta che ridere. Per non piangere.

Ansia da prestazione mancata

12 set

Corri di qua, corri di là. Oggi scadeva il giornale, nel senso che tutto il materiale doveva essere pronto per poi inviarlo allo studio grafico. E’ la mia prima volta, e in bilico tra angoscia e eccitazione mi sento come un ragazzino che si prepara all’amore dopo averlo sempre soltanto immaginato.

Con la Stagista fuori dai giochi, era scontato che la Direttrice avrebbe affidato a me il grosso del lavoro. Lei è stata troppo impegnata a girare per sponsor, anche quando sarebbe ora di trincerarsi davanti al pc e chiudere tutto il lavoro in sospeso. Non mi è bastato vederla mangiare i suoi gnocchi fumanti davanti al monitor. Resto dell’idea che avrebbe potuto fare di più.
Ma il commerciale è il commerciale, senza quello non si campa. E probabilmente non sarei qui. Cioè lì. Insomma, in redazione. Il guaio è quando il commerciale finisce per eclissare, se non compromettere, la parte giornalistica del lavoro. Che poi è l’unica realmente di mio interesse.
Ma sto imparando a fregarmene. Ognuno lì dentro fa il suo gioco. Il mio, ora, consiste nel farmi il culo che gli altri non si fanno. E io partecipo, mi sono gettato con impegno e volontà. Faccio del mio meglio. In questi giorni sito e giornale contano su di me. Mi sono stati affibbiati pure tre articoli extra perché ci si è accorti che ci sono dei buchi nel menabò. Non ho un minuto libero, ma mi sento appagato. Anche se stanco.
Me ne frego, di nuovo. Oggi scadeva il giornale. Tutto il materiale doveva essere pronto per poi inviarlo allo studio grafico. E corri di qua, corri di là. Fa parte del mio ruolo di pedina all’interno del grande tabellone.
Peccato essere finito sulla casella dell’”imprevisto”, ma in fondo sarà mica colpa della Direttrice se ha cancellato dalla memory card della fotocamera la foto dell’intervistato più imboscato della provincia??

Lunedì mi tocca tornare sui monti. Lunedì, sì. Perché colei che ha pure negato il misfatto (nonostante sia stata lei a ripulire la memoria dell’aggeggio), ha detto che “ormai abbiamo sforato”. E che si può tranquillamente rimandare tutto all’inizio della prossima settimana.

Corri di qua, corri di là. Sono arrivato con l’affanno alla mia prima volta. Ma per ora sono andato in bianco, e non mi resta che questo fastidioso senso di ansia.
Da prestazione.
Mancata.

Big Tits

8 set

Avete presente Fantozzi, con la sua libidine, la sua lingua fuori posto e quegli occhi allupati? Lo avete bene in mente? Bene. Ora focalizzatevi su di me. Pensatemi in mezzo a chili e chili di carne fresca (spero). Carne morta, ma… non tutta. C’erano anche le arzille tette della moglie del macellaio, e non erano neppure da sole. Pensate: c’era pure la moglie del macellaio!
E il macellaio, ma di quello chissenefrega?

Non mi permettono di fare il giornalista come, dove, quando e quanto vorrei, ma in compenso oggi ho rivalutato il mestiere del fotografo. Un bel lavoro. Che non si mangia e che non si usa per mangiare. Anche se oggi un po’ di fame mi è venuta. E di certo non per le salsicce secche.

Sono entrato nella bottega di Tano verso le 18. Sì, perché il macellaio ha pure un nome. Oltre a una moglie e alle sue due figlie. Della moglie. Esatto, proprio quelle due.
Mi sono presentato. “‘Sera – ho detto, facendo attenzione a scandire bene la “r” per non farla confondere con una consonante che avrebbe alterato pericolosamente il significato del mio saluto – sono qui per la foto.
Spero non si sia accorto, il buon vecchio Tano, che mentre parlavo i miei occhi stavano già cercando la carne. Quella viva, s’intende. Non so se la cosa sia passata inosservata, ma di certo il burbero “smazza cosciotti” mi ha guardato con sospetto. Però mi avevano messo in guardia: Tano fa così con tutte le persone di sesso maschile che entrano nel suo negozio. Suppongo non abbia mai accettato il compromesso tra i floridi affari che ha potuto fare finora, grazie alla sua consorte, e il prezzo da pagare. Quello di avere una moglie famosa, e non di certo per il suo Q.I..
Dicono che un giorno abbia preso a calci nel deretano uno dei suoi fornitori, dopo averlo scoperto a parlare con la sua donna di quanto bello fosse lo yacht di suo cugino, e di quanto quest’ultimo fosse disponibile a prestarglielo per eventuali gite di piacere.

Ma a me è andata bene. Il mio culo non ha fatto da punging ball ai poco delicati anfibi di Tano. Lui è massiccio, tozzo, barbuto. Tano, non il mio culo. Che però dev’essere piaciuto alla giovane e generosa tettona. Il mio culo, non Tano. Oddio, forse anche lui. Altrimenti non lo avrebbe sposato. A meno che il loro matrimonio non sia niente più che un accordo commerciale in cui lo sposo vende e la sposa allestisce la vetrina. Una camicetta semiaperta e il suo lavoro è finito. Le basta poco per diventare la testimonial ideale di ripieni e polpettoni.

Dicevo: la bella mi ha guardato le chiappe per diversi minuti. Io ho fatto una ventina di scatti, e stavo quasi per andarmene quando è arrivato il fornitore di cui sopra, quello col cugino “presta yacht”. Tano lo ha guardato in cagnesco e lo ho portato nella cella frigorifera. Credevo che la verifica delle scorte fosse una scusa per rinchiuderlo dentro. Pensavo di essere sul luogo di un omicidio. Ci pensate che scoop?
Invece il macellaio si è limitato a marcarlo a uomo, mentre la sua donna mi chiamva dicendomi: “Ehi, tu, fotografo… Sai che sei carino?”.

Tano deve aver installato due parabole di Sky al posto delle orecchie. Si è voltato verso di noi e mi ha guardato come farebbe Gattuso con l’avversario portatore di palla.
Io, per non perdere le mie e per non trasformare la macelleria in un mattatoio, mi sono affrettato a ringraziare la signora e a porgerle i miei omaggi. Fantozzi sì, ma mica scemo!

Questo lavoro è decisamente troppo pericoloso. Dovrebbero pagarmi l’indennità di rischio. Altrimenti dovrò stipulare un polizza anti-macellai.

Ciao Stagista

5 set

Tempo di saluti. Senza nemmeno potermi abituare all’idea, oggi la Stagista se n’è andata tra un “ciao” e un “arrivederci”. Tornerà a trovarci, dice. Le credo, anche perché non vedo per quale motivo non dovrebbe farlo. Lei è riuscita meglio di me a legare con il Capo e con la Direttrice. Abbiamo caratteri diversi, ma questo l’ho già detto. Questione di adattamento. Di atteggiamento mentale.
Io sto sbagliando qualcosa, ormai è chiaro. Eravamo come due partigiani, a fare resistenza in un ambiente che, in un certo senso, ci è abbastanza ostile. Un’opposizione contro la maggioranza al potere, non per numero ma per ruoli.

Eppure lei è entrata più di me in sintonia con chi di dovere. Devo ripensarmi. Da capo. Devo applicare nella realtà lo stesso tipo di sdrammatizzazione che riesco a mettere in atto quando racconto la mia tragicomica vita di redazione. Devo cominciare a divertirmi sul lavoro , per quanto possibile.

Lunedì, intanto, non mi annoierò di certo. O perlomeno non i miei ormoni. Mi è stato dato un incarico extragiornalistico (tanto per essere originali). Andrò a fotografare la moglie del macellaio più in voga della città. Anzi, la moglie più in voga tra quelle dei macellai della città. Dicono che sia la macelleria più amata dagli italiani, un po’ come la Scavolini per le cucine. Dagli italiani, nel senso di uomini italiani. Perché, senza nulla togliere al fascino di Lorella Cuccarini, sembrerebbe che la gentil signora ami esporre il proprio davanzale come fosse parte integrante della carne da banco.

Il motivo di questa commissione non richiede tanti chiarimenti. “La carne della tettona”, così i più bavosi hanno ribattezzato la macelleria in questione, è uno degli sponsor della nostra rivista. Inutile dire che fotografare le grazie della moglie del titolare, magari zoomandoci pure sopra, possa fare solo che bene alla popolarità di giornale e negoziante. Un po’ meno alla mia dignità professionale, ammesso che ne sia rimasta almeno l’ombra.

Ma non mi lamento. Sono pur sempre un uomo, diamine! Francamente non credo proprio di averla mai vista, questa donna. Non sono ancora entrato nel giro della spesa, se non per dare occasionalmente una mano a mia madre.
Ormai sono curioso. Lunedì andrò a fotografare “la carne della tettona”. Letteralmente.

Sottozero

14 ago

Ci sono momenti in cui mi chiedo chi mi costringa a fare tutto questo. Momenti in cui mi rendo conto della bassezza della redazione per cui lavoro. Momenti come questo, in cui leggo su tutti i giornali la notizia dello scandalo della sfilata, della montatura messa in atto dall’organizzazione. Persino della confessione avvenuta in serata. Cosa che avrebbe convalidato il mio articolo e che ne avrebbe legittimato la pubblicazione. Tutti ne parlano. Tutti, tranne noi e quei fetenti di YourTv. E’ in questi casi che capisco cosa prevale nella mente di certi editori, se più il coraggio del giornalismo vero o se, piuttosto, il senso del business. Se il dovere di informare o se la paura di dire. E di fare. L’importante è salvarsi il culo e intascare i soldi. E’ facile dare spazio alle sole sciocchezze, restandosene arroccati nella torre d’avorio della non polemica. Sono tutti bravi a tacere nelle situazioni più scomode. Ma d’altronde non mi aspettavo niente di meglio da un’emittente come YourTv, che già dal nome lascia intendere la sua più totale deresponsabilizzazione. Perché la tv non è mia. E’ tua, lo dice pure il nome. Adesso sono cazzi tuoi.

A far male è sapere che il Capo ha seguito il suo esempio. Una persona a cui, ogni giorno che passa, riservo sempre più una stima pari a zero. Anzi, sottozero. Anche alla luce di quello che abbiamo scoperto io e la Stagista prima di tornarcene a casa.
Ma adesso non mi va di parlarne. Preferisco far sbollire la delusione trascorrendo un Ferragosto di relax. Sì, perché siamo così “seri” che domani la redazione resterà chiusa. Un po’ perché siamo una piccola realtà giornalistica, un po’ perché in fondo siamo solo una piccola realtà. “Giornalistica” è un aggettivo che ci va sempre più stretto.

L’articolo fantasma

13 ago

Più che a una pioggia di critiche siamo ormai arrivati a una bufera di neve. Di quelle incazzate, poi. Si parla della modella hard più del caldo che fa, tormentone inutile e vuoto di ogni estate giornalistica. Prima la scoperta di un blogger ficcanaso, poi il caso è scoppiato su tutte le testate.

Su consenso del Capo, unico riferimento rimasto in ufficio in questo momento in cui tutti vanno in ferie a parte me e la Stagista (il Capo ci andrà lunedì…), decido di telefonare ai responsabili dell’organizzazione della sfilata per un’intervista. “Non ne sapevamo nulla”, dicono in loro difesa, tirando fuori scuse più o meno credibili con le quali mi tengono alla cornetta per almeno quaranta minuti. Prendo nota di ogni parola. O quasi, è difficile stare al passo. Ma ho tutto l’essenziale e mi va bene così. Sto quasi per telefonare al manager della modella imputata quando vedo arrivare un suo comunicato. Forse mi ha letto nel pensiero, forse sono spiato. In ogni caso mi ha fatto risparmiare tempo, visto quello che ho perso parlando con gli organizzatori.. Ora posso raccogliere il suo “contraddittorio” con il minimo sforzo.

Ho già gli occhi a palla nel leggere le prime due righe. Il manager accusa il boss della società che ha organizzato la sfilata di aver creato questa messa in scena per pura vendetta. La ragazza avrebbe infatti rifiutato la proposta, più che altro un mezzo ricatto, di una prestazione sessuale.
Stupore. Incredulità. Dubbi sul da farsi. Chiedo al Capo come devo procedere. Le accuse sono pesanti, le conseguenze potrebbero esserlo ancora di più. Così lui telefona al manager della modella per assicurarsi della loro fondatezza. “Abbiamo le prove, intercettazioni che dimostrano che è tutto vero”, dicono. “Procediamo”, mi dice. E io procedo, scrivo un signor articolo in cui ricostruisco brevemente la vicenda e riporto buona parte del testo arrivato via e-mail, facendo la massima attenzione a mettere tutto tra virgolette per deresponsabilizzarmi delle cose peggiori.

Ho un po’ paura, perché è la prima volta che mi ritrovo a dare spazio a una questione che avrà sicuramente dei risvolti legali. Ma sono stato prudente, e siamo già d’accordo che gli organizzatori ci consegneranno domani un contro-comunicato. Il contraddittorio sarà servito, io non avrò fatto altro che il mio lavoro. Anche se fa un effetto strano rischiare la galera per qualcosa che nemmeno conosci. Il lavoro, appunto.

Articolo già on-line, con tanto di foto e firma. La mia, ovviamente. Ho ancora qualche timore, ma vado fiero di quel che ho fatto. E poi ho avuto il consenso del Capo, che è responsabile, insieme alla Direttrice, di tutto quello che viene pubblicato.
Proprio quello stesso Capo che dopo dieci minuti mi dice “Togli tutto, ho parlato con il direttore di Your Tv. Lui non ne parlerà, la cosa è perseguibile per calunnia”.
Smonto tutto quanto. Un pomeriggio in cui, a parte i soliti copia-incolla (pochi, a dir la verità, anche gli uffici stampa hanno rallentato il ritmo) non ho fatto altro che lavorare al mio articolo fantasma. Di cui mi sono fatto una copia per me. Ce l’ho qui, nella mia penna usb. Ma se pensate di leggerlo… beh, scordatevelo!

Il tagliapiedi

12 ago

Ho già detto che sono nato per scrivere, giusto? Bene. Ora posso finire la frase: sono nato per scrivere, ma di certo non per fotografare. Stamattina ho controllato le foto che ho scattato alla sfilata di sabato: una buona metà raffigurano ragazze senza piedi. Non che non li avessero! Sono io che li ho tagliati. Spesso. Deliberatamente. Spudoratamente. Inavvertitamente. Forse sono un feticista. Ma al contrario. Forse il mio inconscio odia i piedi, non ne vuole sentir parlare e tantomeno li vuole vedere.
Ma no, magari sono semplicemente un imbecille.

Strano che il Capo non mi abbia fatto uno delle sue ramanzine. Strano davvero. La Direttrice intanto è andata in ferie. Meno uno. Sì, meno uno, perché ho capito che il mio lavorare bene è inversamente proporzionale alla gente che ho intorno.

E nel frattempo è scattata la polemica su questa benedetta sfilata. Sull’organizzazione sono piovute critiche come sotto il cielo grigio della Londra più grigia. Pare che una delle modelle in passerella sia solita posare nuda sul proprio blog. Nuda e in compagnia. Di uomini e di donne.
Ecco da dove venivano le “belle vibrazioni” dell’altra sera.

Narciso

11 ago

Ho capito che questo mestiere mi piace. Il guaio è che allo stesso tempo già mi fa schifo. Adoro stare nella realtà, potermi immergere in essa più e meglio di prima. Pass e accrediti sono la chiave del mondo, perlomeno di quello che conta nel giornalismo. Apprezzo il fatto di poter raccogliere le parole e le immagini, i suoni e le sensazioni, per poi tramutare tutto in parole.

Eppure odio l’assenza di tempi prestabiliti, di orari concordati a tavolino. Da un lato significa avere più libertà, più autonomia di gestione. Dall’altro porta la mente a pensare costantemente al la… la… lavo… vabè, quella cosa lì. Come fosse una presenza amica e ostile allo stesso tempo. Che ti lascia andare ma solo se insisti.

Ho realizzato tutto questo durante la sfilata di moda di sabato sera. Il Capo mi ha incaricato di nuovo di fare il fotoreporter. Mai si lascerebbe sfuggire la possibilità di mettere delle “belle donnine” in homepage. E di certo non le ha chiamate “donnine”.
Inutile dirlo: mi sono divertito, e pure parecchio. Però era sabato sera, un sabato sera trascorso nel regno di Narciso. Fortunatamente si è trattato di un evento fuori dai canoni. Niente “alta moda”, ma bellezza e spettacoli, danza e costumi innovativi. Una bella visione, delle belle vibrazioni. E’ stata un’esperienza interessante.

Per me. Per la mia ragazza un po’ meno.

Ma non per me

4 ago

A fare i giornalisti si diventa obesi. Lo sto capendo, anche se non ho prove certe. E’ solo un’impressione, un’intuizione. Non vedo troppi pancioni in giro, se non quello della mia direttrice, che ho scoperto essere incinta. Sesto mese di gravidanza, tra poco andrà in maternità. Dunque sono scagionato. Ora avete la prova che l’altro giorno, tra me e lei, non c’è stato nessun tête-à-tête.

Ma anche se non vedo troppo grassi insaturi camminarmi intorno, inizio a scoprire quante siano le occasioni che i giornalisti hanno per mangiare a scrocco. E tanto. E unto. Molto poco macrobiotico. Molte conferenze stampa sono cene travestite da impegno professionale. Io sono appena arrivato, ma negli ultimi due giorni ne ho viste davvero tante. E mangiato molto poche. Non perché sia a dieta, anche se probabilmente dovrei. Molto più semplicemente perché di cibo ce n’era in abbondanza, ma quanto pare non per me.

Tutto è cominciato ieri pomeriggio, quando dopo essermi rosolato al sole per scattare circa duecentosessanta foto a mongolfiere e pubblico non pagante, il Capo mi si avvicina e dice: “Stasera faremo la cena qui in spiaggia con tutti i giornalisti, sarà una cerimonia di ringraziamento per concludere l’evento. Servono foto. Tu ci sarai, vero?”. Io che speravo di poter finire di squagliarmi sul divano di casa mia, in bilico tra spossatezza e voglia di mandarlo a cagare rispondo: “Certo, va bene!”.

Cerco di convincermi che se ci sono tutti i giornalisti è giusto e doveroso che io vada. Ma non conosco nessuno, sono sicuro che mi sentirò in imbarazzo.
“Poi lo vuoi questo articolo?”, gli domando.
“Sì, certo”, mi risponde.
Bene, ho circa due ore per tornare a casa (a piedi, visto che il traffico è paralizzato per via della manifestazione), fare il pezzo, farmi una doccia e tornare per la cena.

Mi sto per incamminare, quando mi sento chiamare da una voce familiare. Toh, la Stagista! Mi chiede se alla cena ci sarò anch’io, e lì intuisco che ci andrà pure lei. Ok, fine dell’imbarazzo. Perlomeno avrò qualcuno con cui parlare.

Le racconto del fatto che il Capo ha detto che vuole che gli faccia l’articolo sullo spettacolo, lei si stupisce, lo vede passare vicino a noi e gli domanda se sia vero. Che sappia qualcosa che io non so? Probabilmente sì, data la risposta di lui. “No, un giornalista professionista ci sta preparando un comunicato”.

Non gelo, perché fa troppo caldo. E per quanto ho sudato mi prenderei un malanno. Però rimango deluso. Sarò stato davvero degradato ancor prima di avere un grado? Squalificato prima di avere una qualifica? Mortificato prima di essere mor…

Pausa scongiuro.

Torno a casa. Devo comunque correre, perché anche se non vuole l’articolo vuole comunque delle foto. Cinque o sei, da inviare con il comunicato. Immediatamente. Sono un fotoreporter, oramai. Chiamatemi Parker.

Tutto chiaro, a parte il dubbio del perché il Capo si sia comportato così con me. Prima sì, poi ancora sì. Finché non scopro il no, ma solo per caso.

Ore nove, tutti pronti per la cena. La creme de la creme della città è in posizione per fiondarsi sul buffet. Prendo posto, mi faccio il piatto con il poco che mi riesce prendere. Troppa confusione. Un po’ di riso, qualche verdura, un mollusco tutta corazza di cui nemmeno ricordo il nome. E una fetta di melone avvolto nel prosciutto. Mi siedo. Io e la Stagista cerchiamo accuratamente un posto lontano dagli altri giornalisti. Nonostante la sua faccia da fondoschiena, credo che anche lei provi imbarazzo.

Due forchettate al riso, un’infilzata al melone, ed ecco il Capo che mi viene a chiamare, dicendomi che è ora della premiazione finale. Siamo appena arrivati, la gente si è seduta da due minuti, e già fanno la premiazione?

Io non posso fare altro che alzarmi, scattando dalla sedia con la fotocamera da mille e passa euro nelle mani. Non è la mia, ovviamente. E’ della redazione. Se la rompo la devo ripagare con lo stipendio che non ho. Che vita.

Raggiungo la postazione, anche se in realtà la postazione non c’è. I camerieri si stanno organizzando per unire un paio di tavoli, da allestire con addobbi e merchandising vario degli sponsor della manifestazione. Business. Mi torna su il cibo ancora prima di poter dire di averlo mangiato davvero.

In sostanza resto in piedi come un fesso ad aspettare che sia tutto pronto. Per fortuna prendo confidenza con il giovanissimo cameraman di YourTv, unica emittente televisiva locale, provinciale e bigotta, che si è data un nome inglese giusto per apparire moderna. Uno sfogo di almeno mezzora su paghe da fame e orari di lavoro assurdi. Giovanni, così si chiama, ha passato tutto il pomeriggio a riprendere le mongolfiere. Solo che, al contrario mio, non ha avuto nemmeno il tempo di farsi la doccia, perché è dovuto tornare in redazione a prendere una batteria di ricambio per la telecamera.

Finalmente si scatta. E si suda, tantissimo. Un’umidità assassina. La fronte sgocciola come un Polaretto all’equatore. Un’ora e un quarto tra frasi impunemente retoriche, congratulazioni di facciata e improbabili inni alla patria. Con la scusa che il cielo è uno solo, ed è tutto italiano. So che non ha senso, ma non l’ho mica detto io!

Ottimo. Sono diventato liquido, ma finalmente abbiamo finito. Mi volto e lo stomaco s’incazza di brutto: hanno già sparecchiato il tavolo del buffet. E’ tutto pronto per la torta e i digestivi. Ma io sono più avanti di loro. Ho già digerito le mie due forchettate di riso.

Torno abbattuto al mio posto. Dopo essermi assicurato che il mio melone non sia scaduto e che lo strano mollusco non se ne sia tornato in mare perché offeso, mi accingo a mangiare le due o tre cose che mi erano avanzate.

Ma non è finita. Oggi in redazione è successo di tutto. Sono arrivati comunicati per tantissime conferenze stampa, di cui quattro solo nel pomeriggio. E se la Stagista non può e la direttrice ha i suoi dolori da premaman, a chi toccherà mai andarci? Al sottoscritto, che si è sorbito l’inaugurazione di un parcheggio più piccolo di camera sua, il comizio di comico da strapazzo prima del suo show, la presentazione di una sfilata di moda che si terrà nel week-end e quella di un’iniziativa benefica a favore dei bambini con problemi di autismo.

Tutto questo in meno di quattro ore. Sono andato all’inaugurazione, e sono scappato all’inizio del rinfresco per correre al comizio, ma sono volato via al momento del buffet per andare alla presentazione della sfilata, ma me ne sono andato di fretta non appena servito l’aperitivo per recarmi all’ultima presentazione. Seguita da cena. Evvai. Peccato che durante la conferenza mi sia sentito talmente stanco da aver desiderato soltanto di tornarmene a casa. E di corsa. Anzi no, con calma, perché per oggi ho corso fin troppo.

Mia madre sapeva che non sarei tornato per cena, così mi sono dovuto arrangiare con una fettina avanzata, una piadina riscaldata e due fette di uno strano formaggio dalla buccia nera. Non so cosa fosse ma, nonostante l’aspetto poco invitante, mi è sembrata la cosa più buona del mondo.

All’aria

1 ago

Sono titubante di fronte alle cose nuove, lo sono ancora di più quando capisco di aver fatto una cazzata. Stamattina sono entrato in redazione a testa bassa, pronto ma non troppo a sentirmi dire quanto di peggio mi venisse in mente. Compreso un “ciao, che ci fai qui? Sei la nuova donna delle pulizie?”. E per me che donna non sono e tantomeno “delle pulizie” sarebbe stato un bel problema. Come lo sarebbe stato tornarmene a casa e raccontare ai miei genitori, da cui ancora dipendo economicamente, che avevo mandato all’aria tutto quanto.

Invece pare che “all’aria” ci sia finito qualcun altro. No, nessuno è stato licenziato. La Stagista è ancora lì al suo posto, e la Direttrice altrettanto. Però c’è qualcuno, anzi qualcosa, che sta per spiccare il volo. Cento mongolfiere s’innalzeranno nei cieli della mia città. Scopro che il Capo è l’organizzatore dell’evento, e che intende “coprire” la cosa, giornalisticamente parlando, con articoli e soprattutto una marea di foto da inserire in una gallery apposita sul suo bel sito. “La gente non entra tanto per le notizie, quanto per rivedersi in foto!”, esclama. Benissimo, spero che questo non significhi che la mia mansione, d’ora in poi, sarà quella di fare il fotoreporter. Molto foto e poco reporter. Insomma, io sono Clark Kent, non Peter Parker! Qui si è proprio sbagliato fumetto. Anzi, casa editrice! Io che ancora non lavoro (mi dite di cosa si tratta, una volta per tutte?) ho il terrore di venir svilito professionalmente. Io che sono arrivato in redazione da cinque minuti, e che potrei essere cacciato da un momento all’altro.

“Tu sarai il fotografo ufficiale dello show”, tuona il Capo verso di me. Sì, proprio verso di me. Bene, sono ancora in piedi, solo che al posto della penna ora mi servirà appena una fotocamera digitale. Mi sento svilito, sì. Perché io sono nato per scrivere. Oppure, sì, esatto, è la scrittura che è nata per me. Ma questa è un’altra storia. Per ora ho ancora un lavoro, pur non sapendo cosa sia. Poco male. Sono sollevato. Proprio come una mongolfiera.

“Ma servirà pure un articolo, no?”, gli domando con due natiche al posto delle guance. “Certamente”, mi risponde. “Durante il pomeriggio scatterai centinaia di foto, mentre la sera scriverai un pezzo su come sarà andata”.

Sì.
Sì.
Sì!!!

Scriverò un pezzo su come sarà andata. Scriverò. Ora non mi sento in alto come una mongolfiera. Sono Neil Armstrong che sbarca sulla luna. Sono in orbita. In estasi. Mi sento un dio. Ma con l’iniziale minuscola, dai.

Gioisco. Ricomincio con i miei copia-incolla, che oggi sembrano pure più divertenti ed appaganti del solito. Poi mi blocco e penso: “Cavolo, mi tocca lavorare di domenica”. Io il “lavoro” già lo odio. Mi ha fatto tribolare tutta la notte per via di certi pensieri negativi. E ora viene pure a rovinarmi il week-end, impedendomi di andare al mare. Non spiegatemi cos’è. Non lo voglio più sapere.

Cazzo, il regalo per mia morosa!!!

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