Le fatiche di KronaKus


Quanto conti

Certe volte mi domando quanto conti la verità. Quanto conti saperla, quanto conti diffonderla. Quanto conti per me e per la mia professione. Ma soprattutto, quanto conti per i politici.

Sembra ci vogliano mettere un bavaglio. In fin dei conti il giornalista non s’inventa nulla, perché quando lo fa per lui finisce male. Arrivano le querele, l’Ordine ti radia. Bell’affare. Perciò se il giornalista non si può permettere di dire cazzate, a cosa serve mettergli la museruola?

Il cronista è l’unico cane che morde solo quando ne ha davvero motivo. A meno che non sia impazzito. Il cronista dice quello che vede, e se lo vede significa che c’è’. E se c’è la gente lo deve sapere. E se la gente lo deve sapere è perché siamo in democrazia. E siamo in

democrazia ben venga la libertà di stampa. E se “ben venga” la libertà di stampa, non si può dire no alle intercettazioni. E non tanto per i giornalisti, quanto per i giudici che hanno un compito ancora più importante del nostro. Credo.

Reclamiamo libertà, libertà per tutti. Ma qui mi sembra che la libertà di pochi stia tentando oscurare i diritti di molti.



Colpo grosso

Colpo grosso nella Città delle Pizze Gommose. Colpo grosso, sì, ma senza le donnine di Umberto Smaila. Colpo grosso per me, che all’improvviso mi sono ritrovato alla mia prima uscita per questa favolosa agenzia. Alla prima, e subito dopo alla seconda. E alla terza. In soli due giorni.

Eh già, sono stato alla mia prima conferenza stampa in questa città, la prima in veste di stagista. Il primo stagista di online che va alle conferenze stampa per fare lavoro di agenzia. Ma questa è un’altra storia. Un capitolo chiuso, direi. Mentre in questi giorni se n’è aperto un altro, anche se non durerà tanto. Ridendo poco e scherzando ancora meno, siamo quasi arrivati al capolinea. Martedì prossimo finisce il mio stage. Poi me ne tornerò al mio amato mare. Martedì si chiude un cerchio, in attesa che se ne apra un altro.

Ho tante cose da dire, ma anche tante cose da fare. Per questo, per ora, passo e chiudo. Oggi pomeriggio ho un’altra conferenza stampa, mentre nell’attesa mi aspetta un po’ di (mal)sano desk. Il dovere mi chiama. E io gli posso finalmente rispondere.



Pendolare a chi?

Sono a casa, la casa d’appoggio. Sono arrivato nella Città delle Pizze Gommose dopo quasi quattro ore di treno. E dopo altri dieci, massimo quindici minuti di tram sono arrivato a destinazione. Mi è venuto a prendere l’Ospitevole. Anche se non si dice così, ma la mia simpatica e dislessica ragazza preferisce dirlo in questo modo, piuttosto che “ospitale”. E lo chiamerò in questo modo perché è venuto alla fermata, mi ha preso un borsone dalle mani per portarmelo lui e mi ha offerto un buonissimo piatto di pasta. Sembra molto bravo in cucina. Ho apprezzato molto l’accoglienza. E’ un peccato che potrebbe essere davvero solo un appoggio.

Intanto evito di disfare del tutto le valigie. Non ho voglia di tirare fuori le mie cose per poi dover rimettere tutto dentro e ripartire. Lo farò solo se deciderò di restare qua. Anche perché in fondo c’è una cosa che non mi convince. Da qua, ogni giorno dovrei prendere una metro, un tram e farmi un quarto d’ora a piedi. Quasi cinquantacinque minuti di viaggio. Per ogni viaggio, quindi due volte al giorno. Vediamo, per ora provo così. Anche se mi fa strano fare il pendolare all’interno della stessa città.

Anche se devo dire che è stato divertente. Questa città mi affascina, mi incuriosisce. Voglio conoscerla meglio. E comunque la cosa più bella è stata arrivare alla meta, alla redazione in cui farò lo stage. Appena arrivato mi sono sentito fiero di me, anche se un motivo vero non c’è. Ho scattato una foto con il cellulare e ho mandato un mms ai miei genitori e alla mia ragazza. “Metaaaaa!!!” ho scritto.

Figo. Speriamo che da domani entrarci sia altrettanto figo.



Canta che ti passa

Era una casa molto carina, con il soffitto ma senza cucina..

 

Canta che che ti passa. Canta per non piangere.

La casa del padre di mia zia è divisa in due. Da un lato un appartamento con la “a” maiuscola, dove non manca nulla. Nemmeno le tre inquiline, e per questo non è disponibile. E immagino non lo siano nemmeno le inquiline. L’altro consiste in una stanza, una sola anche se grande, con un letto, un armadio, un bagno. E niente cucina. Niente dove potermi preparare da mangiare, e soprattutto niente frigorifero nemmeno per tenere in fresco l’acqua. Col caldo che inizia a fare, non mi sembra una gran bella soluzione. Perciò, niente da fare.

Domani parto, e in mano ho solo un buco in singola trovato grazie a un mezzo passaparola iniziato su Facebook e finito da amici di amici di amici che non sono miei. Una singola a uso doppia. Un buco, appunto. E’ solo un appoggio. Non so quanto dista dalla redazione in cui andrò. Non so come possa trovarmi in uno spazio così ristretto. E non conoscendo i coinquilini non posso immaginare come sarà la convivenza.

Nella stessa casa ci sarebbe anche una doppia, al momento occupata da una sola persona. Un francese che lavora qua ma che è in partenza. Se ne dovrebbe andare venerdì prossimo, ma non posso prendermi quella stanza né ora (c’è un gruppetto di suoi connazionali che si appoggia lì per farsi una vacanza) né dopo (la vuole affittare per intero, e io per quanto possa ingrassare non credo di riuscire a raddoppiare).

Andrà come dovrà andare. Questa volta parto davvero all’avventura.



Una pizza senza la base

“Passiamo a una domanda un po’ più tecnica”, ha detto il prof.

E già mi tremavano le gambe.

“Qual è quel macchinario con cui si stampano oggi i giornali”.

Cazzo. E io che ne so? Questa è una domanda bastarda, cazzo. No. No. Non può essere la rotativa. Che poi credo che ormai sia superata. No, no. Non è lei. Come cazzo si chiama quella cazzo di macchina? Questo vuol farmi fesso. Ma io non sono fesso. Non dirò “rotativa”. No, mi spremerò le meningi, cercherò un’alternativa. Non lo dirò.

La risposta era “rotativa”. E per questo ora mi ruotano le palle, anche se so che tanto la borsa di studio non l’avrei vinta lo stesso. Tre misere borse per trenta pretendenti. E ho anche fatto una prova scritta abbastanza incolore, un 27 che lascia il tempo che trova. Ventisette su trentacinque. Una modalità di votazione che credo si rifaccia all’esame finale per diventare giornalisti professionsti, di cui questa specie di farsa era in fondo una simulazione.

Ma ora ho altri grilli per la testa. Domenica devo partire per la Città delle Pizze Gommose, e non ho ancora trovato casa. Forse il padre di mia zia ha una stanza per me, ma mi devo informare. Per ora sono come il pomodoro senza mozzarella. Come la mozzarella senza pomodoro. Anzi, come la mozzarella e il pomodoro senza impasto. Sono una pizza senza la base.



Mentina Mentana

Una boccata di aria fresca. Ossigeno per i diritti dei lavoratori. Per i diritti dei giornalisti. Per la coscienza delle persone che stanno dietro la penna e dietro lo schermo.

Il Corriere.it titola: “Tribunale di Roma: «Mentana deve essere reintegrato a Matrix»“. L’ex-conduttore del programma di approfondimento di Canale 5 ha vinto la prima fase di una battaglia legale combattuta per sé, sì, ma anche per tutti i colleghi. Di Mediaset e non. Colleghi intesa come categoria, quella dei giornalisti. Che fanno sempre più fatica a guardarsi allo specchio. O se lo fanno, lo specchio va puntualmente in frantumi.

Mentana si era ribellato alla decisione della rete di non rimandare la puntata del Grande Fratello per lasciare spazio al caso Englaro. Era la sera della morte di Eluana. Canale 5 ha detto no, il giornalista pure. Dando le dimissioni da direttore editoriale. Per poi venir licenziato del tutto dall’azienda che gli ha così impedito di proseguire nella conduzione. Negandogli il diritto di continuare comunque a esercitare la sua professione. Era il 9 febbraio, e l’indipendenza del giornalismo stava subendo un duro colpo. Basso. Un altro.

Grazie Enrico, continua a lottare. Grazie per la tua determinazione. Grazie per la tua “passionaccia”. Grazie per questa piccola mentina che ci fa odorare l’alito un po’ meno di merda.



Fuori dal vero

“Il primo pezzo che ho firmato per Il Cronista era su un piccione che era rimasto ferito in un parco pubblico, e su un animalista impazzito perché l’Asl non era voluta intervenire”. L’Invasato mi ha raccontato del suo esordio nel mondo della carta stampata con una storia che a qualcuno farebbe ridere e a qualcuno farebbe piangere.

A me fa piangere. E riflettere. Perché il suo flashback è arrivato subito dopo che io gli ho raccontato che alla Silente, una nostra collega della scuola di giornalismo, durante uno stage prima dell’inizio dei corsi, le era capitato il caso di un consigliere comunale che si era incatenato all’ingresso di un giardino pubblico per protestare contro l’incuria. L’avevano mandata sul posto, e già ridevano mentre le assegnavano la cosa. Infatti una volta tornata non se n’è fatto nulla. Niente pezzo, il fatto era troppo “stupido”.

Mi viene da piangere e riflettere, sì. Su quanto il giornalismo sia amabilmente e pericolosamente vario. Su come si debba stare attenti a non finire nel posto sbagliato. Nelle mani sbagliate, mani di persone ammanicate – mi si scusi il gioco di parole – e superficiali. Che si fermano alla politica perché è quella che tira. Che non vedono l’importanza delle piccole cose e che non sanno riconoscere la gravità delle stesse. Cose piccole che piccole non sono quasi mai. Ma ci vogliono gli occhi giusti. Ci vuole l’atteggiamento giusto. Ci vuole il direttore giusto.

Meglio cercarla in fretta, la retta via, in questa selva oscura di giornalisti politicanti e politicizzati. Sicuri del vero ma fuori dal vero. Pieni di sé ma fuori dal mondo.



No grazie, ce l’ho già

Ero appena sceso dal tram quando mi si è avvicinata una ragazza. Era pure carina, ma non era lì per accalappiarmi. O meglio, sì lo era. Ma non per questioni ormonali. Era lì per rifilarmi qualcosa.

“T’interessa un giornale comunista?”, mi ha detto.

Mi sono dovuto togliere la cuffia dell’mp3 per sentirla, poi le ho chiesto di ripetere.

“T’interessa IL giornale comunista?”, mi ha detto ora che la sentivo meglio.

Mi è venuto un sorriso, a vedere lei e altri due dietro di lei che cercavano di appioppare a destra e a manca (soprattutto a manca) giornaletti in bianco e nero inneggianti alla lotta comunista.

E io: “No, grazie, ce l’ho già”. Ho detto così, ancora sorridendo. E senza accennare a fermarmi. Che come al solito ero in ritardo del mio solito quarto d’ora accademico. Anche se l’università l’ho finita da un po’, ma quando una cosa ce l’hai nell’imprinting non puoi farci proprio niente. E io il ritardo ce l’ho marchiato a fuoco nel dna.

Sì, ce l’avevo già, il mio bel giornale comunista. Mi ero fermato in edicola prima di salire sul tram, a comprare “L’Altro” di Sansonetti e la P. Così le ho detto no grazie, un altro non me ne serviva.

Questo avrei fatto, ma non ho potuto. Perché io, L’Altro, l’ho seguito per tutta la prima settimana. Ma oggi ho voluto cambiare. E’ scoppiato (di nuovo) il caso Mills, e volevo un giornale che mi spiegasse la cosa in modo imparziale. Ho comprato il Corriere della Sera proprio per quel motivo. Anche se di “imparziale” ci sarebbe sì e no leggere nella testa dello stesso Mills. Ma non mi fiderei nemmeno di quello. Che la psiche, si sa, tende a conformarsi a quel che più conviene. In questo caso, forse, mentire. E c’è la possibilità che ormai si sia autoconvinto delle fandonie che è stato pagato per dire. Ammesso che i fatti siano andati realmente così.

Così alla ragazza ho detto comunque un “no grazie”. Sarà che non mi fido, sarà che da piccolo mi hanno insegnato a pensare che quelli che fanno come lei sono i drogati dei centri sociali che si vogliono comprare la dose con finti giornali. Sarà che ero piccolo, che nonostante i miei genitori tendano a sinistra hanno sempre cercato di tenermi distante dalle frange estreme. Sono diffidente. Diffidente e in ritardo. Perciò ho detto di no.

Ma mi sono un po’ pentito. La prossima volta, almeno, le chiederò il numero.



Next Step

I tempi stringono. Grazie agli imperativi dell’Ordine dei giornalisti, il calendario di noi studenti-barra-praticanti è tutto sfalsato. Per la gioia delle armate dei precari, da quest’anno niente stage nei mesi di luglio e agosto, per lasciare spazio ai disoccupati che non aspettano altro che le sostituzioni estive nelle redazioni svuotate dalle ferie.

Per questo la scuola sta già per finire il suo primo round, e già da giugno via libera alla gavetta nelle redazioni vere. Un mese, uno solo, poi uno stop forzato fino a settembre. Buon per me che amo il sole e il mare. Meno buono per me che ho bisogno di tempo e spazio per sgomitare nella mischia degli aspiranti cronisti, in questo mondo in cui di tempo e spazio per gli aspiranti cronisti proprio non ce n’è.

Da giugno sarò a fare il mio bello stage di giornalismo online in una delle principali agenzie di stampa di questo democraticissimo paese. Online, sì, perché dicono che il futuro sia lì. E nelle free press. Che però intanto stanno chiudendo sedi e tagliando edizioni. Ma suvvia, non perdiamoci in quisquiglie.

Ho un mese per far vedere se valgo. Trenta miseri giorni per uno stage richiesto dall’azienda stessa. E questo è uno scoop. Non capita spesso che non sia la scuola di giornalismo a rompere le scatole per mandare a forza i suoi allievi nelle redazioni, ma l’esatto contrario. Anche se loro le scatole non le rompono di certo.

La cosa più curiosa e bizzarra sarà cercare di imparare a fare il giornalista del web in un’agenzia di stampa. Che in fondo un sito ce l’ha, non vedo proprio perché preoccuparsi.

Ci vuole ottimismo, lo dice pure il Mister.



Rubricando

C’è grossa crisi, lo dice pure Quelo. Lo diceva, più che altro, quando ancora il suo alter ego di carne, ossa e comicità non era stato bandito dall’etere. Ma questa è un’altra storia.

C’è grossa crisi, dicevo. Crisi dell’economia, crisi dei giornali. Che le due cose non son mica distinte.

E’ crisi. Crisi e basta.

Macro. Micro.

Una fottuta crisi.

Bene.

Eppure nascono nuovi quotidiani, proprio nell’era in cui la carta viene data per spacciata. Sgualcita. Appallottolata. Infradiciata. In altre parole, morta.

Dicono non ci sia niente da fare per le notizie stampate, ma oggi stesso è nato un nuovo giornale.

L’Altro.

Impostazione di sinistra. Dodici pagine smilze. Pochi esteri. Tanta politica, inserita quasi a forza pure nelle pagine di cultura e spettacoli.

E Melissa P.

Sì, Melissa P.

Cazzo c’entra Melissa P.?

Forse perché in passato – neanche tanto passato – ha scritto una lettera aperta a Ruini. “In nome dell’amore”, si chiamava. Una lettera, sì. In forma di libro.

Devo ancora leggerlo, ma immagino fosse un inno alla laicità.

Ecco, forse, l’unico nesso con il redivivo Sansonetti.

E’ il mio corpo che cambia, e pure l’editoria. Ora le scrittrici soft-porno hanno rubriche domenicali sui quotidiani di (estrema) sinistra.

Credete sia un male?

Io no.

Non me la perderò per nulla al mondo.



Bad cowboys

Prendi l’intervistato e legalo con una corda. Se se ne va senza rilasciarti l’intervista, tu prendilo al lazo e non fartelo scappare. Non è un consiglio, tantomeno una metafora. L’Ippopotamo, esimio, gonfissimo professore di tv della scuola di giornalismo, ci ha raccontato un fatto di vita vissuta. Un suo collega di vecchia data l’ha fatto sul serio. Ha bloccato la persona che doveva intervistare placcandolo con una specie di corda. In barba alla sua riluttanza. E al bon ton.

“Questo non è un lavoro per persone educate”, è intervenuto il Lemure, minuto, spigliato professore, anche lui di tv.

E noi, così ingenui. Io, cameraman dai modi gentili. E lei, la Compagna, ragazza dal fare sottile a cui è toccato fare interviste.
Un servizio su una mostra d’arte a cui tutto il Paese dei Polpacci tiene parecchio. Pure troppo.
Ce ne siamo tornati con poche immagini. Il nostro lavoro ha rischiato di finire tutto a puttane. Ma no, alla fine ce la siamo cavati, e ne è uscito comunque un servizio da mandare in onda. Nonostante i limiti imposti dagli organizzatori della mostra. I professori avrebbero voluto più materiale, ma non ci hanno permesso di fare riprese in biglietteria, tantomeno ai quadri. Quasi tutti da inquadrare da lontano. No dettagli.

Ma pazienza, è andata lo stesso. Il prezzo da pagare – perché c’è sempre un prezzo – è stato il racconto dell’Ippopotamo e del Lemure, animali del giornalismo su schermo. Rodati da anni e anni di esperienza, il primo è addirittura in pensione e arrotonda le sue già rotondissime rotondità venendo a fare lezione da noi. E andando a cena con tutto il club dei giornalisti-professori in uno dei ristoranti di pesce più rinomati della costa. Che dista diversi chilometri dal Paese dei Polpacci, ma per magnà se fa questo ed altro. Il Marinaio, uno dei due tecnici che ci assiste nel nostro lavoro di televisivi, li ha portati in questo locale in cui sembra si mangi divinamente.

Pance piene e consigli da selvaggio west. Loro sceriffi. Noi, cowboys cattivi messi su strada a catturare gente col lazo per uno straccio di intervista.

E’ un mondo difficile.



A casa del Mister

Ma la sera a casa del Mister, si può nominare. Ma la sera a casa del Mister, che musica c’è.

Tutti a cena dal Mister, è lì che si fa carriera. Se ne parla da giorni e giorni, e stavolta qualcuno s’è incazzato. “Il servizio pubblico non è una torta da spartire”, ma ciò non toglie che sia tutto un magna magna. Tanto è vero che le nomine, alla Rai, si fanno a casa del nemico. Commercialmente parlando. A casa della concorrenza, insomma. A casa del Mister, sì. Il Mister del governo.

C’è qualcosa che non va.

Ora lui parla di “facce giovani”, di una nuova classe di direttori di telegiornali.
Scusate se sono scettico.



San Toro

Il Mister ha emesso il verdetto, Michele Santoro dovrà “riparare” i danni. E se non lo ha emesso di persona, qualcuno lo ha fatto sicuramente per lui.

Non ho visto la puntata di Annozero di giovedì scorso, ma senza dubbio guarderò quella di stasera. Credo che sarà una clamorosa lezione di giornalismo. Perché non capita spesso di assistere a una puntata “di riparazione”. Non in un paese civile, perlomeno. Non in un paese in cui l’informazione è indipendente. Indipendente davvero.
Ma da noi sembra che più che l’obiettività, a contare sia l’esaltazione del buono. E del bello. E di un giusto che è giusto perché deciso a tavolino. Preventivamente.
Ripeto, non ho visto la puntata di giovedì scorso. Ma se i dati oggettivi e le testimonianze dimostrano che quanto detto e mostrato in merito al terremoto era tutto vero, allora non capisco perché la politica e i suoi vassalli (i vertici Rai) debbano giudicare un lavoro onesto. Partigiano, sì, ma onesto. Perché Santoro è di parte, ma non dice cazzate. Farà pure vedere sempre la stessa faccia della realtà, lasciando l’altra sponda nell’angolino, ma in ogni caso non si tratta di fiction. Di finzione. E’ tutto vero, anche se a qualcuno questo non piace. Qualcuno che vorrebbe si parlasse solo di quel che crea compiacimento, che possa convenire in termini di consensi. Di voti. Di potere.

E Vauro. Censurato impunemente. Non si scherza con i morti.
Certo, però, che anche noi vivi non ce la passiamo tanto bene.



Uovo di cacca

Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. Dopo un pranzo animalesco ma non troppo (il pesce è pur sempre pesce, e come tale non ti intasa mai abbastanza), ho passato il pomeriggio in compagnia di quattro amici. Ce ne siamo andati dove per tradizione va gran parte della gente il pomeriggio di Pasqua: al mare. O meglio, per il lungomare della nostra beneodiata città.
Verso le 6 la telefonata.

Pronto?

Tutto regolare, era la mia lei. Ma poco dopo mi si è affiancato un lui che avrei fatto a meno di incontrare. Un look di lusso e un fare da giovane rampante. Pantaloni bianchi e camicia azzurrina. Mi consenta, il Capo aveva deciso di fare l’aperitivo in uno dei locali più in di questa città sempre più out. Una città che fatico sempre più a digerire (mica come il pesce), piena di giovani troppo giovani per me. E di vecchi troppo vecchi, sempre per me. Io, nel limbo di un’età che non è né carne né pesce, e che nel dubbio ha deciso di restarmi comunque sullo stamaco.

Il Capo, dunque, era lì di fianco a me, mentre telefonavo e mi accordavo con la mia ragazza sul da farsi della serata. Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. O magari l’uovo c’era, ma evidentemente era fatto di cacca. Sai, il colore talvolta inganna.
Mi son trovato a non capire cosa lei mi stesse dicendo dall’altra parte della cornetta. Un orecchio all’apparecchio e un occhio sul mio inatteso e poco gradito vicino di passeggiata. Uno strabismo audiovisivo difficilmente ripetibile. Fatto sta che mi sono sentito in imbarazzo, ma a risolvermi il problema c’ha pensato lui. Come? Ignorandomi, ovvio. Non so se deliberatamente o meno, ma non mi ha minimamente preso in considerazione. Credo e spero non mi abbia nemmeno visto, ed è meglio così.
Quella volta me ne sono andato in tutta fretta, subito dopo aver saputo di essere stato ammesso alla scuola di giornalismo. Ho subito pensato a cercarmi una sistemazione lì al Paese dei Polpacci, e tanti saluti alla cara redazione in cui lavoravo. O in cui fingevo di lavorare, non per mia volontà ma per una condizione resa obbligata dall’incapacità di una Direttrice che sembrava messa lì come il più antiestetico dei soprammobili. E di un Capo affarista e poco interessato alla buona informazione, quello stesso Capo che camminava per il lungomare fianco a fianco con la moglie di un politico locale altrettanto rampante,. Suo amico, chissà poi quanto.

Ma sarò io che penso male. Chi lo sa? In ogni caso si vocifera che qualcosa sia cambiato, in quella valle dell’ipocrisia e del servilismo in cui ho sprecato la mia scorsa estate. Pare ci sia stato un cambio della guardia.
Devo assolutamente indagare.



Snikt

Mi domando perché nel giornalismo si commettano spesso degli errori così grossolani. “Il ritorno di Wolverine, il più sexy degli X-Man”. A parte la superficialità del taglio che si è voluto dare al servizio, il titolo che campeggia nel sommario del Venerdì di Repubblica uscito ieri mi lascia con un interrogativo non indifferente. E’ pigrizia o ignoranza, quella che spinge un giornalista a sbagliare in questo modo?

Perché ics-men si scrive X-Men. E perché l’inglese parla chiaro: il plurale di man è men. L’errore non sta solo nel solleticare l’animo nerd di chi legge e di farlo sentire indignato. Lo sbaglio è proprio linguistico. Logico. E’ un segno di leggerezza. Forse di fretta. O, come dicevo, di pigrizia oppure ignoranza.

Tsz.
Anzi, snikt.



Cambio canale

Il terremoto è allo stesso tempo il dramma e l’attualità. Sui giornali si parla delle vittime, si snocciolano numeri e dati funerei. Si fa la conta dei caduti e di quel che è materialmente crollato. I monumenti, si parla tanto pure di loro. Vespa, nella puntata di Porta a Porta di due sere fa, si è ha dovuto giustificare di fronte ai telespettatori che si stavano incazzando per il fatto che si stesse dando troppo risalto alla memoria storica. Come se quella umana non fosse la più importante, forse l’unica.

E io sono d’accordo con loro, tant’è che ho dovuto cambiare canale. Ok la cultura, ma prima c’è l’uomo. C’è la donna, il bambino, l’anziano. Prima ci siamo noi, poi loro. Prima viene la vita, poi il ricordo di essa.
Ho dovuto girare perché stavo affogando nella retorica del perbenismo di chi stava mettendo il passato prima del presente. Come se l’urgenza non fosse quella di aiutare più persone possibile. Che poi non si è detto questo, ma un simile atteggiamento mi ha infastidito. E mi ha portato a prendere il telecomando e a mettere Canale 5 per vedere Matrix. Che però senza Mentana è come un acquario senza pesci.



Fuga di massa

Qui a scuola si fa a gara per avere libera la seconda metà di questa settimana. Il festival internazionale del giornalismo di Perugia sta calamitando l’attenzione del settore, compresa quella di molti miei compagni.

Sorteggio. La soluzione rimasta è questa. Troppa gente vorrebbe andare, il Direttore non lo consente. Così il Satiro ha trovato la via: estrarre a sorte cinque nomi. E quei cinque andranno. Le loro assenze saranno giustificate, e quindi non conteggiate nel monte ore finale.

Il Direttore ha accettato. Perché il Direttore è un gran democratico, e apprezza queste alzate d’ingegno così paritarie. Eque.

Oggi, poco prima delle lezioni del pomeriggio, si saprà chi sono i cinque fortunati. L’attesa è paragonabile a quella della riffa per l’uovo di Pasqua. Intanto si rincorrono le candidature. A quanto ho capito, almeno una decina vorrebbero andare.

E io?
Io vorrei ma non posso. Ho letto il programma dal sito ufficiale, i giorni più interessanti sono proprio i primi. Quelli in cui sono caporedattore radio. Sì, tocca a me coordinare il lavoro per le dirette di questa settimana. Un compito gravoso, ma anche un compito che non ricapiterà. Confido nel fatto che sarà molto formativo. Non posso mancare per dei dibattiti, che per quanto interessanti possano essere sono pur sempre parole. E io sono al punto di riuscire ad amare solo i fatti. Di vederli, di ascoltarli. Di raccontarli. Ma soprattutto di viverli. Basta salotto. Voglio la bottega. Nella speranza di non dimenticarla aperta.

E così non parteciperò alla fuga di massa. Poco male. Avrò modo di torchiare i miei compagni. Di spronarli a produrre notizie e servizi radiofonici. E soprattutto di tirar fuori un po’ di quel carisma e di autorità in più di cui di solito sono troppo poco sprovvisto.



La farsa

Ieri abbiamo partecipato a un’assemblea di giornalisti vegliardi. Abbiamo, sì. Che bello poter parlare al plurale, come se parte di un gruppo in cui in realtà non è che mi senta poi così inserito. Ma fa niente.
Dicevo, ieri abbiamo partecipato a un’assemblea di giornalisti vegliardi. Alla premiazione di alcuni professionisti attivi da più di venticinque anni. Per loro la medaglia al valore, per noi uno spettacolo da ridere. O forse no.

Le lezioni sono state interrotte per farci assistere a questa pantomina. In cui il presidente dell’Ordine regionale, in compagnia del retorico sindaco del Paese dei Polpacci ha consegnato premi e riconoscimenti con parole che puzzavano di vecchio e di precotto.
E noi cosa c’entravamo? Credo abbiano voluto farci vedere cosa ci aspetta. Semmai troveremo un lavoro, forse anche noi tra venticinque anni riceveremo la fantomatica medaglia. Una chimera. Prima di arrivare bisogna pur sempre partire.

L’introduzione del primo cittadino, la pappardella di parole del vicepresidente. E poi la premiazione. Il più anziano di loro scattava foto con la smania di un giapponese davanti al Colosseo. Il meno anziano si lamentava perché il collega ottuagenario l’aveva immortalato quando ancora non era in posa, intento com’era a stringere la mano del sindaco.
Noi studenti abbiamo cominciato a guardarci intorno, nella speranza di trovare qualche sguardo consolatorio. Sono volate smorfie di stupore e di disappunto. Cinquemila euro di retta, e ci fanno assistere all’impaccio di questi vecchietti a fine carriera. Era evidente che ci sentivamo quasi tutti fuoriluogo.

Una noia. Ma la noia ha le gambe corte. Il Satiro si è girato verso di me e mi ha chiesto: “Ma che è ’sta farsa?”. Sono scoppiato a ridere, perché mi aveva letto nel pensiero. E lui si era messo a ridere con me. Il Satiro è uno che fa ridere, lo dice il nome. Uno a cui piace ridere ma soprattutto far ridere, e che lo rende lampante come il sole di giorno.

Mi ero già riassopito, in bilico tra la sonnolenza e il coma profondo, quando l’uomo produttore di risate si è alzato al suono di un “ci penso io” ed è uscito di colpo dall’aula. Dove sarà mai andato? La risposta sarebbe arrivata di lì a un minuto, quando il Satiro se n’è tornato con in mano una bottiglia di spumante. “Qui bisogna festeggiare”, ha detto rientrando. E tutti a ridere. Io pure, ma non capivo. Anzi sì, ho ricollegato dopo qualche secondo che si trattava di quella stessa bottiglia che se ne stava lì buona buona sul tavolo di fianco alla fotocopiatrice dell’aula computer. Era lì da almeno una settimana. Poco più tardi mi sono fatto spiegare che il martedì precedente avevano festeggiato il compleanno della Bidella, e che delle due confezioni di spumante se n’era consumata solo una. Ovviamente accompagnata da un gabaret di biscotti di pasticceria. Perché ancor più ovviamente io arrivo sempre tardi. A festa finita. Quando è ormai troppo tardi per fare qualsiasi cosa. Forse anche l’amicizia. Chissà. Speriamo di no.

Per fortuna c’è il Satiro, che per la cronaca è pure il mio coinquilino. Uno dei due. L’altro, l’Ultrà, è tutta un’altra pasta.



Tenere lontano dalla portata dei bambini

Ci sono fasi e controfasi.
Ho sentito il bisogno di prendere le distanze da tutto questo strano mondo che mi sono creato. Un mese esatto di silenzio, un mese di giornalismo indegno dell’etichetta, a leccare culi e a lucidare scarpe ricoperte di fango. Un mese di distacco dal virtuale, che di virtuale basta già la mia vita.
Niente blog, niente mail. Solo la non-voglia di lavorare con gente per cui non riesco proprio a provare stima. Il bisogno di silenzio, come se solo il silenzio potesse garantirmi un po’ di pace interiore.

Non so nulla di eventuali ripescaggi, ormai mi sono scoraggiato. Non sono propriamente un esempio da seguire, no. Bambini non rifatelo a casa. Davvero. Voi che ancora fate “oh”, più o meno come fa un piccione. Mentre Luca era gay.
Meno male che Povia c’è.



Il nuovo mondo

C’è chi scende e c’è chi sale. Chi si abissa per la delusione e chi si eleva sul piedistallo di re del mondo. O di qualcosa del genere. E io re del niente. E del tutto. Del tuttofare, quello che magari un giorno sarò. Pieno di nulla e vuoto di senso. O saturo di me stesso e dei miei stessi pensieri. Come questi.

Nel giorno in cui il sogno americano rinasce, quello di un povero aspirante cronista continua ad affossarsi nella tomba delle illusioni. Ma sopra la mia culla di terra, formiche e vermi l’erba ricrescerà. Sarà Obama a piantarla. A concimarla. A benedirla.

Speriamo non passi un Bush qualunque, pronto col suo taglierba elettrico a sflaciare tutto. Che fosse per lui, si sa, ci sarebbero solo cespugli. E frutta, tanta frutta. Grappoli e grappoli. Grappoli di bombe a grappolo.

Oh per Bacco, è il nuovo mondo!

..

Ah sì?



Anche i sogni muoiono

Sono spiacente di doverle comunicare che, visti i risultati delle prove di selezione, lei non è compreso fra i primi trenta candidati in graduatoria ammessi alla Scuola di Giornalismo di .. per il biennio 2009/11.

La sua posizione in graduatoria è la seguente: 36. Tuttavia, Vista la sua posizione in prossimità degli eletti, è mio compito comunicarle che, in caso di eventuali rinunce, lei potrà essere convocato in un secondo momento.

Mi auguro comunque che lei vorrà partecipare alle selezioni per il biennio successivo.

Cordiali saluti.

Il Direttore.



Mi sto incazzosamente incazzando

Sono burocraticamente stanco di questa burocrazia. Mi sono lentamente scocciato di questa lentezza. Mi sto sciattamente indispettendo di tutta questa sciatteria.
Mi sto incazzosamente incazzando.

Cazzo.



Silenzio stampa

Eppur si muove, diceva qualcuno. Ma non si riferiva di certo alla segreteria della scuola di giornalismo. Dove forse forse, oggi, hanno aperto la porta dell’ufficio, si sono seduti alla loro postazione e hanno rialzato il loro bel culo intonso solo per farsi il loro caffè lungo fresco di macchinetta. Extra-zucchero. Poi a casa. A lamentarsi con i familiari del rientro a lavoro.

Tutto questo è accaduto mentre decine, centinaia di persone se ne stavano incollati ai loro monitor, a refreshare la pagina delle mail. Seduti alla loro postazione. Rialzando il loro brutto culo (tra cui il mio, che poi così brutto non è) sicuramente non intonso (vista la tensione) per farsi la loro camomilla. Lunga. Senza zucchero, che funziona di più. Poi niente. Solo la possibilità di lamentarsi su qualche stupido blog dell’inefficienza degli uffici italiani.

Oh Rossella, domani è un altro giorno. Ma sarebbe dovuto essere oggi.
Mi sa che il ciclo ti ha sfasato il calendario.



Porta via

“L’epifania tutte le feste porta via”. Il re dei luoghi comuni. La frase fatta per eccellenza. Ovvero, tutto quello che il giornalista deve evitare come la peste. Quella più nera.

Mercoledì 7 gennaio. Telegiornale regionale della nostra beneamata televisione di stato. Lancio dallo studio per introdurre un servizio sul maltempo. Testuale: “E anche se l’epifania tutte le feste porta via, non ha però portato via le nubi e le correnti fredde che stanno portando neve sulle nostre cime da ormai diversi giorni”.

Il giornalista in studio è il direttore di testata. Il giornalista in studio è stato un mio professore all’università, docente di uno dei pochi corsi di giornalismo previsti dal nostro maldestro piano di studi. “Evitate i luoghi comuni e le frasi fatte. Come la peste. Quella più nera”. Parole sue. Parole che condividevo e che condivido tuttora. Parole in cui ora, però, non credo più. Ci credo ma a modo mio. Perché la fonte non è attendibile. E un altro tassello della formazione base di un giornalista è verificare l’attendibilità delle fonti.

E’ quasi meglio YourTv. Quasi.

Intanto ancora nessuna notizia. La segreteria dev’essersi svegliata con pigrizia. Spero che a minuti esca dal torpore natalizio e mi invii questa benedetta mail.



Rossella non deve morire

Domani è un altro giorno. Le cose si guardano intorno, e poi vanno via col vento. E dunque sì, domani è un altro giorno. Lo dice pure Rossella. Non il giornalista. Quella del film. Colei che è saggia, e che quindi ha ragione. Mai darsi per persi. La speranza è l’ultima a morire. Rossella non deve morire.

Domani potrebbe essere il grande giorno. Della vittoria, o della sconfitta più grande. Ai posteri (?) l’ardua sentenza. Domani. Che poi è oggi, ma finché non dormo e non mi risveglio, per me oggi è sempre oggi, e domani è sempre domani. Anche se dopo la mezzanotte è già ieri.



Me l’ha detto Paolo Fox

Il mondo è in guerra. I cronisti osservano e ascoltano. Le bombe cadere, gli edifici crollare. La gente morire.

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E io cosa farei? Anzi. Ma io, lo farei? Che cronista sono? Anzi. Che cronista sarei?

Domande. Senza risposta. Perché sogno una professione ma ancor prima sogno la vita. Perché sto aspettando una risposta importante, ma credo che la mia esistenza su questo pianeta venga prima di ogni cazzo di carriera.

E penso pure di essere un vigliacco. Forse. Magari sì. O magari no. Perché il cronista di guerra fa una scelta ben precisa. Una scelta che non sento mia, e che molto probabilmente non farei mai. Che non farò mai. Perché io sarò giornalista. Ormai è sicuro. Me l’ha detto Paolo Fox.



Yes I can.. Maybe..
Domenica, 9 Novembre 2008, 12:15 am
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Cambiare si può, me l’ha detto l’uomo nero. E’ strano, lo so, ma è stato proprio lui a dirmelo. A farmi vedere come si fa. Proprio l’uomo che mette paura, proprio lui ha saputo infondere fiducia nella gente. A raggiungere un obiettivo grande quanto il mondo. E a conquistarlo.

Io non ho mai messo paura nemmeno a una mosca, della fiducia della gente me ne preoccupo fino a un certo punto. E, soprattutto, non ho mondi da conquistare. L’uomo nero ha soltanto cambiato le cose.

Se c’è riuscito lui, perché io non potrei?



C’era una volta la svolta
Martedì, 4 Novembre 2008, 2:10 am
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Io sono il mondo. O meglio, sono come lui. Sono sull’orlo della novità, ma senza la certezza che quel che verrà sarà nuovo davvero. Sono come l’America al voto, chiamata al ballottaggio tra l’ieri e il domani. Chissà se potranno dire che qualcosa davvero è cambiato? Chissà se anch’io potrò raccontare la storia che inizia con “C’era una volta la svolta”? Intanto me ne vado a dormire. Che la notte porta consiglio. Spero non soltanto a me, ma anche al mio sosia.



Non lo so

Ero stanco, molto stanco. Volevo dormire, ieri sera, e ci stavo quasi riuscendo. Prima del solito: erano appena le 2. Io vivo di notte. O meglio, vivrei di notte, non fosse che il mondo ha deciso che il giorno è più cool e che la notte non ci resta che fare compagnia a Morfeo.
Volevo dormire, ieri sera, sì. E ci stavo quasi riuscendo. Quando due bambini sono usciti in strada, senza alcun preavviso, e si sono messi a urlare davanti a casa mia come scimmie davanti a un casco di banane.
“Oh!”, fa il primo.
“Oh!!”, gli risponde prontamente l’altro.
“Oh!!!”, ripete il primo.
“Oooh!!!!”, ribadisce l’altro.
A quel punto mi domando il senso di quella conversazione, apparentemente così inutile quanto inopportuna nei tempi. Poi è scattata la domanda del primo.
“Cosa vuol dire Winx?”, urla.
“Eh??”, chiede l’altro.
“Cosa vuol dire Wiiiiinccss?”, urla con più impeto.
La risposta dell’amichetto è stata folgorante. Illuminante. Rivelatrice. Profetica.
“Non lo soooo!”, grida.
“Va beneee! Ciaoo!”, risponde il bimbo.
“Ciaooo!”, gli fa eco l’amico.
Pensavo fosse finita lì.
“Ciaoo!!”, ripete l’amico come se fossero a chilometri di distanza.
“Ciaoooo!!”, conferma l’altro.

E mentre ora ripenso ai due ragazzini che si salutavano, probabilmente dopo aver fatto i compiti, aver cenato insieme e averla tirata per le lunghe come due universitari coi denti da latte, mi ritrovo a farmi una stramba, assurda e inutile domanda. Quanto quella del primo bambino. Con tanto di risposta fotocopia a quella dell’amichetto. “Non lo so”.

Stasera sono dovuto scappar via da una conferenza. Non una semplice conferenza, bensì un incontro con un celebre cantante della zona. Talmente celebre che se vi dicessi il nome vi stupireste. Nello scoprire che non avete la più pallida idea di chi sia.. Ma posso dirvi che è un tipo in gamba, un astro nascente della musica locale. Uno dei suoi pezzi è diventato la canzone mia e della mia lei. Un po’ strappalacrime, ma che serve allo scopo. Ero lì, pronto ad ascoltare le sue parole prima del concerto serale, ma soprattutto per rubargli un autografo da regalare alla “lei” di cui sopra.
Tante belle parole. Sentimentalismo a fiumi, con numerose ragazze e ragazzine votate alla causa della melassa. E c’eravamo quasi, alla firmetta che avrebbe fatto felice la mia donna. E il suo uomo, che sarei io, per la lauta ricompensa che avrei ricevuto. Niente denaro, avete capito.

Bip. Sms della Direttrice. “Corri in banca, c’è appena stata una rapina”. Sbigottito, mi son trovato costretto a rinunciare all’autografo che avrebbe movimentato la serata. Dovere di cronista: certi fatti hanno la priorità su altri. Vista l’avarizia di dettagli del messaggio, il tempo di informarmi su quale diavolo di banca si trattasse e poi via, come una saetta. Ciao melassa, ciao fuego. Pazienza. Sono stato un giornalista. Almeno per oggi.
Sono arrivato sul posto. La polizia stava già facendo i suoi sopralluoghi. Direttori e cassieri erano ancora bianchi per lo spavento, il misfatto fresco come pane appena sfornato..
Raccogliere tutti gli elementi necessari per ricostruire la cosa. Scattare foto, di quelle calde che attirino gli occhi come miele le api. E via a casa a scrivere il pezzo, su un fatto che non è eclatante ma che di certo esce dal seminato.
Le parole scorrevano leggere, spontanee. Tutto è filato. Chiaro, limpido. L’articolo è nato senza sforzi e senza tanti cesàri. Mi sono sentito soddisfatto.
Fino a che non ho aperto la nostra home page. In evidenza, la news di cui avevo appena finito di occuparmi. Già lì, pubblicata, scopiazzata da un altro sito locale, con tanto di foto spixellata perché il suddetto sito usa immagini più piccole delle nostre.
Gli occhi di fuori, il fumo cominciava già a uscirmi dalle orecchie. Refresh, due o tre volte. Ma aggiornare la pagina non è servito a un bel niente.

Ho chiamato la Direttrice. “Scusa ma cosa dovrei fare, adesso?”.
“Mah, non so. Provo a rimaneggiare un po’ l’articolo in modo che non si veda che è copiato”, ha risposto.
“Ma perché l’hai pubblicato?”, ho domandato.
“Così… tanto per mettere qualcosa…”, ha detto.
“Rimaneggiare l’articolo… Mettere qualcosa…”, ho pensato nonostante la mente già annebbiata dal nervoso.
“Se hai scattato foto migliori, magari, sostituisci quella che ho messo io”, ha concluso.
Ho chiuso la cornetta con il mio solito, eccessivo savoir faire. Ho lasciato correre, come sempre. Io lavoro, al momento senza alcuna certezza salariale, e per giunta lavoro per niente. Tanto valeva restare lì, a sguazzare tra le ragazzine con i cuori al posto delle pupille. Perlomeno avrei reso felice la mia ragazza. Invece niente autografo. E niente articolo.

Mi domando il perché, ma io “non lo so”. Proprio come quel bimbo rompipalle che non sapeva chi fossero le Winx, le fatine che vanno tanto di moda tra le poppanti del nuovo millennio. A lui basterà chiedere a scuola, o magari rivolgersi a Google. A me, invece, non resta che ridere. Per non piangere.



Solo

Sono solo nella solitudine. Solo, più di Bobby. O di Ian. La Stagista se ne va. Domani per lei è l’ultimo giorno in redazione. Poi tanti saluti. Si darà ad altre strade, ad altri percorsi di vita. Non è sicura di voler continuare nel giornalismo, lei si vede più adatta a posizioni più importanti, a profili più alti. Non si sente tagliata per lavorare alle dipendenze di qualcuno. Non sa proprio se continuare con questa professione. Preferisce organizzare eventi, crede. Coordinare persone e cose. Comandare. Lo ammette con tutto il candore che può. E io lo apprezzo, perché è meglio essere onesti, con se stessi e con gli altri, piuttosto che mentirsi e prendere per il culo tutti quanti. Compresi i propri sogni. Comprese quelle attitudini che si scoprono man mano. Mentre si inseguono ambizioni che, con il tempo, scopri essere poco più che preconcetti indotti da chissa chi. Come sparati per endovena. Ti scontri con la realtà e finisci per sentirti un pesce fuor d’acqua.

Lei lo ha capito, e ha reagito. Era questo il suo piano b. Il mio, da brava chioccia, lo sto ancora covando. Io, con i miei soliti tempi. Io, che sono stato definito “strutturalmente lento”, ieri mattina, da mio padre. Solo perché gli ho fatto notare che occuparmi il bagno per farsi la doccia quando sto per andare a lavoro e dovrei lavarmi i denti è una cosa abbastanza stupida.

Ma con il tempo si perde la ragione. Con il tempo si perdono anche le speranze. Svaniscono le illusioni. I castelli crollano. Ti accorgi che erano di sabbia e li vedi volare via col vento. Ma domani è un altro giorno, Rossella. L’ultimo per la Stagista e il primo per me, da uomo solo nella solitudine. Solo, più di Bobby. O di Ian. La Stagista se ne va. Ma queste cose le ho già dette. Sto diventando scemo.



Sottozero

Ci sono momenti in cui mi chiedo chi mi costringa a fare tutto questo. Momenti in cui mi rendo conto della bassezza della redazione per cui lavoro. Momenti come questo, in cui leggo su tutti i giornali la notizia dello scandalo della sfilata, della montatura messa in atto dall’organizzazione. Persino della confessione avvenuta in serata. Cosa che avrebbe convalidato il mio articolo e che ne avrebbe legittimato la pubblicazione. Tutti ne parlano. Tutti, tranne noi e quei fetenti di YourTv. E’ in questi casi che capisco cosa prevale nella mente di certi editori, se più il coraggio del giornalismo vero o se, piuttosto, il senso del business. Se il dovere di informare o se la paura di dire. E di fare. L’importante è salvarsi il culo e intascare i soldi. E’ facile dare spazio alle sole sciocchezze, restandosene arroccati nella torre d’avorio della non polemica. Sono tutti bravi a tacere nelle situazioni più scomode. Ma d’altronde non mi aspettavo niente di meglio da un’emittente come YourTv, che già dal nome lascia intendere la sua più totale deresponsabilizzazione. Perché la tv non è mia. E’ tua, lo dice pure il nome. Adesso sono cazzi tuoi.

A far male è sapere che il Capo ha seguito il suo esempio. Una persona a cui, ogni giorno che passa, riservo sempre più una stima pari a zero. Anzi, sottozero. Anche alla luce di quello che abbiamo scoperto io e la Stagista prima di tornarcene a casa.
Ma adesso non mi va di parlarne. Preferisco far sbollire la delusione trascorrendo un Ferragosto di relax. Sì, perché siamo così “seri” che domani la redazione resterà chiusa. Un po’ perché siamo una piccola realtà giornalistica, un po’ perché in fondo siamo solo una piccola realtà. “Giornalistica” è un aggettivo che ci va sempre più stretto.



L’articolo fantasma

Più che a una pioggia di critiche siamo ormai arrivati a una bufera di neve. Di quelle incazzate, poi. Si parla della modella hard più del caldo che fa, tormentone inutile e vuoto di ogni estate giornalistica. Prima la scoperta di un blogger ficcanaso, poi il caso è scoppiato su tutte le testate.

Su consenso del Capo, unico riferimento rimasto in ufficio in questo momento in cui tutti vanno in ferie a parte me e la Stagista (il Capo ci andrà lunedì…), decido di telefonare ai responsabili dell’organizzazione della sfilata per un’intervista. “Non ne sapevamo nulla”, dicono in loro difesa, tirando fuori scuse più o meno credibili con le quali mi tengono alla cornetta per almeno quaranta minuti. Prendo nota di ogni parola. O quasi, è difficile stare al passo. Ma ho tutto l’essenziale e mi va bene così. Sto quasi per telefonare al manager della modella imputata quando vedo arrivare un suo comunicato. Forse mi ha letto nel pensiero, forse sono spiato. In ogni caso mi ha fatto risparmiare tempo, visto quello che ho perso parlando con gli organizzatori.. Ora posso raccogliere il suo “contraddittorio” con il minimo sforzo.

Ho già gli occhi a palla nel leggere le prime due righe. Il manager accusa il boss della società che ha organizzato la sfilata di aver creato questa messa in scena per pura vendetta. La ragazza avrebbe infatti rifiutato la proposta, più che altro un mezzo ricatto, di una prestazione sessuale.
Stupore. Incredulità. Dubbi sul da farsi. Chiedo al Capo come devo procedere. Le accuse sono pesanti, le conseguenze potrebbero esserlo ancora di più. Così lui telefona al manager della modella per assicurarsi della loro fondatezza. “Abbiamo le prove, intercettazioni che dimostrano che è tutto vero”, dicono. “Procediamo”, mi dice. E io procedo, scrivo un signor articolo in cui ricostruisco brevemente la vicenda e riporto buona parte del testo arrivato via e-mail, facendo la massima attenzione a mettere tutto tra virgolette per deresponsabilizzarmi delle cose peggiori.

Ho un po’ paura, perché è la prima volta che mi ritrovo a dare spazio a una questione che avrà sicuramente dei risvolti legali. Ma sono stato prudente, e siamo già d’accordo che gli organizzatori ci consegneranno domani un contro-comunicato. Il contraddittorio sarà servito, io non avrò fatto altro che il mio lavoro. Anche se fa un effetto strano rischiare la galera per qualcosa che nemmeno conosci. Il lavoro, appunto.

Articolo già on-line, con tanto di foto e firma. La mia, ovviamente. Ho ancora qualche timore, ma vado fiero di quel che ho fatto. E poi ho avuto il consenso del Capo, che è responsabile, insieme alla Direttrice, di tutto quello che viene pubblicato.
Proprio quello stesso Capo che dopo dieci minuti mi dice “Togli tutto, ho parlato con il direttore di Your Tv. Lui non ne parlerà, la cosa è perseguibile per calunnia”.
Smonto tutto quanto. Un pomeriggio in cui, a parte i soliti copia-incolla (pochi, a dir la verità, anche gli uffici stampa hanno rallentato il ritmo) non ho fatto altro che lavorare al mio articolo fantasma. Di cui mi sono fatto una copia per me. Ce l’ho qui, nella mia penna usb. Ma se pensate di leggerlo… beh, scordatevelo!



Il tagliapiedi

Ho già detto che sono nato per scrivere, giusto? Bene. Ora posso finire la frase: sono nato per scrivere, ma di certo non per fotografare. Stamattina ho controllato le foto che ho scattato alla sfilata di sabato: una buona metà raffigurano ragazze senza piedi. Non che non li avessero! Sono io che li ho tagliati. Spesso. Deliberatamente. Spudoratamente. Inavvertitamente. Forse sono un feticista. Ma al contrario. Forse il mio inconscio odia i piedi, non ne vuole sentir parlare e tantomeno li vuole vedere.
Ma no, magari sono semplicemente un imbecille.

Strano che il Capo non mi abbia fatto uno delle sue ramanzine. Strano davvero. La Direttrice intanto è andata in ferie. Meno uno. Sì, meno uno, perché ho capito che il mio lavorare bene è inversamente proporzionale alla gente che ho intorno.

E nel frattempo è scattata la polemica su questa benedetta sfilata. Sull’organizzazione sono piovute critiche come sotto il cielo grigio della Londra più grigia. Pare che una delle modelle in passerella sia solita posare nuda sul proprio blog. Nuda e in compagnia. Di uomini e di donne.
Ecco da dove venivano le “belle vibrazioni” dell’altra sera.



Narciso

Ho capito che questo mestiere mi piace. Il guaio è che allo stesso tempo già mi fa schifo. Adoro stare nella realtà, potermi immergere in essa più e meglio di prima. Pass e accrediti sono la chiave del mondo, perlomeno di quello che conta nel giornalismo. Apprezzo il fatto di poter raccogliere le parole e le immagini, i suoni e le sensazioni, per poi tramutare tutto in parole.

Eppure odio l’assenza di tempi prestabiliti, di orari concordati a tavolino. Da un lato significa avere più libertà, più autonomia di gestione. Dall’altro porta la mente a pensare costantemente al la… la… lavo… vabè, quella cosa lì. Come fosse una presenza amica e ostile allo stesso tempo. Che ti lascia andare ma solo se insisti.

Ho realizzato tutto questo durante la sfilata di moda di sabato sera. Il Capo mi ha incaricato di nuovo di fare il fotoreporter. Mai si lascerebbe sfuggire la possibilità di mettere delle “belle donnine” in homepage. E di certo non le ha chiamate “donnine”.
Inutile dirlo: mi sono divertito, e pure parecchio. Però era sabato sera, un sabato sera trascorso nel regno di Narciso. Fortunatamente si è trattato di un evento fuori dai canoni. Niente “alta moda”, ma bellezza e spettacoli, danza e costumi innovativi. Una bella visione, delle belle vibrazioni. E’ stata un’esperienza interessante.

Per me. Per la mia ragazza un po’ meno.



Fenomenologia del Mister

Domenica prossima, nella mia provincialissima città, ci sarà una provincialissima manifestazione, organizzata da una provincialissima amministrazione comunale che quei provincialissimi dei miei concittadini hanno provincialissimamente eletto. Tutti seguaci del Mister. Tutti tranne me, che forse forse sono finito proprio nella fossa dei leoni. Sono così provincialissimo, quando mi ci metto!

Uno dei provincialissimi quotidiani locali parla di una polemica insorta tra alcuni commercianti e il nostro provincialissimo sindaco. Pare che quest’ultimo non voglia finanziare l’acquisto degli addobbi che gli esercenti devono appositamente comprare per acconciare le loro vetrine secondo i parametri della ricostruzione storica che si farà. Il “Palio del vecchio cavallo” genera ogni anno la tipica situazione che ti costringe ad adeguarti al rito. Altrimenti sei un perdente, un guastafeste. Un outsider. Ma certi commercianti sono più taccagni che altro, della figuraccia se ne fregano. Anzi, diventano polemici. Magari in modo sterile ma lo diventano. Ed ecco l’attrito con il primo provincialissimo cittadino. Ecco uno spunto per un articolo che non vincerà mai il Pulitzer, ma che di certo farebbe parlare di sé. Niente scoop, solo quella conflittualità che è uno dei motori del giornalismo. Così mi propongo per un pezzo sull’argomento, dico che sono intenzionato a intervistare i commercianti incazzati, a dar loro la voce. Che è una delle cose che mi piace di più di questo mestiere: far parlare chi in genere non ha i mezzi per farlo, fare da cassa di risonanza dell’opinione pubblica e degli umori collettivi.

“Solo gli ignoranti fanno polemiche su una così bella festa. Piuttosto, diamo polmone alla cosa”. Ottimo, solo che a me, intanto, i polmoni si sono proprio chiusi. Mi si è mozzato il fiato ad ascoltare simili affermazioni, a dover realizzare il servilismo di chi mi comanda. A dover capire così brutalmente che oltre a non essere libero di scegliere di cosa voglio o non voglio scrivere (cosa che sono comunque disposto ad accettare, perché già preventivata), non posso dare voce alla gente ma, al contrario, a chi decide per loro. Il Capo preferisce mettere in risalto la festa, piuttosto che parlare di ciò che non funziona in questa maledettissima, provincialissima città.

Ma in fondo non è che un’impressione. Non ho nessuna certezza del fatto che la sua scelta dipenda da una partigianeria politica, tra l’altro diversissima dalla mia. Né che si tratti di opportunismo da “business man”. Ho solo sempre più la limpida sensazione di essere un pesce fuor d’acqua. O di essere finito, come minimo, nell’acquario sbagliato.



All’aria

Sono titubante di fronte alle cose nuove, lo sono ancora di più quando capisco di aver fatto una cazzata. Stamattina sono entrato in redazione a testa bassa, pronto ma non troppo a sentirmi dire quanto di peggio mi venisse in mente. Compreso un “ciao, che ci fai qui? Sei la nuova donna delle pulizie?”. E per me che donna non sono e tantomeno “delle pulizie” sarebbe stato un bel problema. Come lo sarebbe stato tornarmene a casa e raccontare ai miei genitori, da cui ancora dipendo economicamente, che avevo mandato all’aria tutto quanto.

Invece pare che “all’aria” ci sia finito qualcun altro. No, nessuno è stato licenziato. La Stagista è ancora lì al suo posto, e la Direttrice altrettanto. Però c’è qualcuno, anzi qualcosa, che sta per spiccare il volo. Cento mongolfiere s’innalzeranno nei cieli della mia città. Scopro che il Capo è l’organizzatore dell’evento, e che intende “coprire” la cosa, giornalisticamente parlando, con articoli e soprattutto una marea di foto da inserire in una gallery apposita sul suo bel sito. “La gente non entra tanto per le notizie, quanto per rivedersi in foto!”, esclama. Benissimo, spero che questo non significhi che la mia mansione, d’ora in poi, sarà quella di fare il fotoreporter. Molto foto e poco reporter. Insomma, io sono Clark Kent, non Peter Parker! Qui si è proprio sbagliato fumetto. Anzi, casa editrice! Io che ancora non lavoro (mi dite di cosa si tratta, una volta per tutte?) ho il terrore di venir svilito professionalmente. Io che sono arrivato in redazione da cinque minuti, e che potrei essere cacciato da un momento all’altro.

“Tu sarai il fotografo ufficiale dello show”, tuona il Capo verso di me. Sì, proprio verso di me. Bene, sono ancora in piedi, solo che al posto della penna ora mi servirà appena una fotocamera digitale. Mi sento svilito, sì. Perché io sono nato per scrivere. Oppure, sì, esatto, è la scrittura che è nata per me. Ma questa è un’altra storia. Per ora ho ancora un lavoro, pur non sapendo cosa sia. Poco male. Sono sollevato. Proprio come una mongolfiera.

“Ma servirà pure un articolo, no?”, gli domando con due natiche al posto delle guance. “Certamente”, mi risponde. “Durante il pomeriggio scatterai centinaia di foto, mentre la sera scriverai un pezzo su come sarà andata”.

Sì.
Sì.
Sì!!!

Scriverò un pezzo su come sarà andata. Scriverò. Ora non mi sento in alto come una mongolfiera. Sono Neil Armstrong che sbarca sulla luna. Sono in orbita. In estasi. Mi sento un dio. Ma con l’iniziale minuscola, dai.

Gioisco. Ricomincio con i miei copia-incolla, che oggi sembrano pure più divertenti ed appaganti del solito. Poi mi blocco e penso: “Cavolo, mi tocca lavorare di domenica”. Io il “lavoro” già lo odio. Mi ha fatto tribolare tutta la notte per via di certi pensieri negativi. E ora viene pure a rovinarmi il week-end, impedendomi di andare al mare. Non spiegatemi cos’è. Non lo voglio più sapere.

Cazzo, il regalo per mia morosa!!!