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Come dicevo, qui alla scuola di giornalismo le cose sembrano rimaste sostanzialmente immobili. Non fosse per la scomparsa di quella sindrome da Beautiful che ha caratterizzato la prima frazione del biennio, oggi è come se stessi guardando la fotografia dello scorso anno. Ed è facile capire perché: quando c’è da lavorare sono tutti in prima fila, ma quando ci sono lezioni di teoria c’è la diaspora. Gente che non si presenta, gente che se ne va a metà pomeriggio, e gente come me che è rimasta al pc della redazione invece di salire in aula.
Ho preferito lavorare a un’altra mission impossible decisa dal direttore. Questa volta, almeno, si è trattato vagamente di un lavoro giornalistico. Dobbiamo vivisezionare lo storico discorso di Obama al Cairo e farci un articolo. Ovviamente senza copiare da qualche sito.
Noi della scuola siamo studenti, ma solo per modo di dire. Siamo tutti venticinquenni, anno più anno meno, e la nostra unica vera voglia è quella di fare. Produrre. Lavorare (lavorare?). La teoria ci serve solo per quel maledetto esame a fine praticantato (o così pensiamo), come deciso dall’ancora più maledetto Ordine dei giornalisti. Ma già da oggi il nostro sangue pompa solo per l’atto di scoprire e di scrivere delle nostre scoperte. Preferiamo la penna al manuale, l’esercizio alla spiegazione, la bottega ai banchi. Vogliamo armarci d’inchiostro per tirar fuori tutto quello che c’è. All’esame, da veri incoscienti, ci penseremo poi.
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I giornalisti attualmente occupati sono circa 16 mila. I disoccupati, invece, sono 3 mila. Presto si ricorrerà agli ammortizzatori sociali: in 500 andranno in pre-pensionanento. Ma per il prossimo anno sono previsti altri tagli all’organico.
Sapevo della crisi, sapevo delle condizioni difficili del settore, in linea con un po’ tutto il resto dell’economia. Ma mai ero entrato in contatto coi numeri. Mai qualcuno, prima di oggi, mi aveva quantificato il problema. Ora ne so di più, grazie all’incontro che abbiamo avuto stamattina a lezione. E non so bene come reagire. I numeri sono alti, ma non saprei dare una dimensione al fenomeno. Certo, poco meno di un sesto dei giornalisti in circolazione sono senza lavoro, e non ho ben capito quanti, tra gli occupati, siano “solo” dei collaboratori. Che col giornalismo, insomma, rischiano di non mangiarci nemmeno.
La situazione è molto precaria. Occhi aperti, KronaKus. Rimbocchiamoci le maniche.
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“La metà di quello che leggete sul giornale non è mai accaduto. E non sta per accadere. Più una storia è bella, meno è vera”.
Tanta onestà mi piace, ma allo stesso tempo mi spiazza. A dire queste cose è stato uno dei nostri professori. Che a suo tempo è stato anche un importante direttore di testata. Uno che le cose le sa. E che quindi sa quello che dice.
Ascoltare certe cose mi fa domandare dove sia il senso di tutto questo. E mi fa quasi venire voglia di cercare un’uscita di sicurezza.
Poi mi guardo Blu Notte con l’Invasato, dove si parla di Peppino Impastato e del suo sacrificio per la verità.
Qualcuno chiuda la porta. Non voglio più uscire.
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Alacabula megicabula bididibodidibù
fa la magia tutto quel che vuoi tu
bididibodidibù
Per esempio può far sparire dalla circolazione il Burbero. Che è stato in ferie per due settimane, ma poi è tornato e dopo qualche giorno di velata umanità si è tolto le sue vesti di falso civile e si è di nuovo adeguato ai suoi standard relazionali sul modello troglodita.
“Ma abbiamo ancora uno stagista, in questa redazione?”. Mi cercava. Che tenero!
Mi ha fatto scrivere tre brevi. Anzi due, la terza l’ha dovuta togliere mentre stavo cominciando a scriverla. Poi mi ha dovuto dire qualcos’altro. Quindi mi ha cercato di nuovo.
“..Com’è che si chiama lo stagista?..”, ha chiesto ai suoi vicini di desk. Un po’ sottovoce, per quanto possa parlare sottovoce un energumeno incline al razzismo e all’intolleranza. E’ regolare che io l’abbia sentito anche da distante, e il fatto che nessuno gli abbia risposto non è buon segno. Spero fossero in altre faccende affaccendati. Perché se dopo due mesi non si ricordano il mio nome, o io sono Casper o loro hanno l’alzheimer.
Ma alla fine ha trovato lo stesso un modo carino e gentile per chiamarmi.
“Oh!!”, ha gridato il selvaggio dalla sua giungla tecnologica. Io mi sono voltato, ma lui si era già incamminato verso di me con una bacchetta in mano. Sul mio volto era già comparso un ghigno. Avevo capito che voleva “bacchettarmi” per qualcosa, ma il “come” mi faceva ridere. Anche se in fondo il suo modo di prendere le cose così alla lettera m’inquieta un po’.
La prima breve era sui nuovi autovelox che installeranno sulla statale. L’attacco chiamava per nome i marchingegni in questione, così ho titolato usando un sinonimo. Dispositivo al posto di autovelox.
“Che cazzo è dispositivo? Come si chiama quel dispositivo?”
“Autovelox“, ho risposto sicuro.
“E allora scrivi autovelox!! Perché cazzo scrivi dispositivo?!”
“Perché l’ho messo anche nell’attacco”.
“Ma che cazzo ti frega dell’attacco?!? Ma sei metto a guardare l’attacco?! Un conto è il titolo e un conto è il pezzo!!”.
E un altro conto, ho provato a spiegargli, è che a distanza di una riga, tra titolo e testo, si ripeta per due volte la stessa parola. Una quisquiglia. Niente di rilevante. Niente per cui bacchettare. Niente per cui reagire con aggressività, ma se non fosse stato scontroso di default non avrei avuto motivo di chiamarlo “Burbero”. Niente per cui venire da me con una bacchetta in mano. Appoggiandola, ma molto molto piano, sul mio braccio. Fingendo di colpirmi.
Ma forse quella bacchetta era magica, in realtà. Alacabula megicabula bididibodidibù, fa la magia tutto quel che vuoi tu, bididibodidibù. E oggi posso festeggiare il mio ultimo giorno in questa redazione senza il Burbero tra i piedi, impegnato altrove per impegni sportivi. Lui, nel Borgo delle Cose Rotonde, è un’autorità del pallone, e oggi ha ben altro da fare.
Fiestaaa!
Anche se avrei ben poco da festeggiare. Per il mio pezzo, quello congelato da una settimana neanche fosse un sofficino Findus, è forse partito l’ultimo requiem.
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L’altro stagista: “Almeno questa volta posso dire di aver fatto un lavoro alla fonte…”.
Io: “Più che altro, alla fontanella…”.
Siamo giovani.
Siamo sarcastici.
Siamo autoironici.
Più che i giornalisti dovremmo fare i comici.
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La classe non è acqua, e infatti qui sarebbe meglio darsi al vino. La classe non è acqua, ma non la si può bere per dimenticare. La classe non è acqua, e qui, di sorseggiare un po’ della nostra, pare che nessuno ne abbia davvero voglia.
Io l’ho scampata. Mi hanno messo a pasticciare con le agenzie per quel disgraziato del nostro sito. Disgraziato perché poco aggiornato. Disgraziato perché messo in mano a due stagisti. Ma su questo non sono nella condizione di lamentarmi. Perché non fosse per il sito non saprei proprio come passare il mio tempo in redazione. Facebook a parte.
Io l’ho scampata, dicevo. Ma il mio collega di stage direi proprio di no. A lui è toccato giocare con l’acqua. Perché a noi, il fuoco non lo fanno neanche vedere. L’hanno mandato a “prelevare” quell’antica miscela di idrogeno e ossigeno dalle principali fontane della città. La sede centrale di questo prestigioso quotidiano ha chiesto alle redazioni locali di verificare lo stato di salute dell’acqua pubblica. Il mio collega, bottigliette di plastica alla mano, ha passato il pomeriggio di fontana in fontana. E una volta tornato gli hanno consegnato un kit di strisce e cartine. Niente droga, per fortuna. Era “soltanto” il set del piccolo chimico, per improvvisare seduta stante tutta una serie di analisi sui campioni prelevati.
Lui ha provato a coinvolgere anche me. Non si sentiva troppo sicuro, e lo capisco. Ma per mia fortuna dovevo scrivere il pezzo della vita (l’ennesima cazzatella per il sito), e il caposervizio del web (un ragazzotto poco più grande di me) mi ha rispedito al desk. Loro due, invece, si sono messi a
smanettare fino a sera nel tentativo di raccapezzarci qualcosa. Di capire se quell’acqua fosse santa oppure di fogna. Sembravano due piccoli scienziati pazzi in cerca di chissà quale miracolo.
“Siamo finiti ben al di sotto della soglia della bassa manovalanza”, ha commentato più tardi lo stagista. E come dargli torto? Anche se in fondo lui è stato contento, perché non vedeva l’ora che lo mandassero a lavorare fuori da queste quattro mura. Ed è stato accontentato. Credo che la prossima volta ci penserà due volte prima di esprimere un desiderio.
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Fare interviste mi piace. E lavorarle mi fa sentire come fossi un artigiano della parola. Per questo sono contento che oggi il Fantasma Stonato mi abbia detto di scrivere il pezzo sulla fumettista con cui ho parlato la scorsa settimana. Quando lui era in ferie, e quando il Vice-qualcosa mi aveva dato l’ok per questo articolo che sarebbe dovuto andare in pagina prima del ritorno di quello spettro anacronistico del suo (e del mio) capo. Insomma, prima che tornasse il Fantasma Stonato. Ma niente da fare. Sul giornale non c’è stato abbastanza spazio, e io sto elemosinando ogni giorno (e con scarso successo) uno spazietto per piazzare il mio pezzo prima che me ne vada. Cioè dopodomani, il giorno in cui qua dentro saluterò tutti quanti. E chi si è visto si è visto.
Sì, mi ha detto di buttare giù l’articolo. Ma nemmeno oggi c’è posto per me. Ha già dovuto scartare diverse cose, perciò anche oggi passo il turno.
Meno due alla fine. Speriamo bene.
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Melanzane ripiene, formaggio affumicato, involtini avvolti nelle budella. Qua si parla di cibo, e lo si fa per lavoro. La cultura è anche in cucina. E nel poco spazio che questo giornale riesce a riservare a tutto quello che un tempo occupava la cosiddetta “terza pagina”, si parlerà pure di prelibatezze e di esperimenti ai fornelli peggiori dei miei. (vi ho mai detto che alla scuola di giornalismo mi chiamano “chef”? e vi ho detto che non lo dicono affatto per farmi un complimento??)
E mentre si pensa all’arte culinaria, qua dentro quello con il culo in aria sono io. Con il mio pezzo sospeso in un limbo di cui non vedo l’uscita. In attesa di un misero spazio, anche a pié di pagina, per inserire l’intervista che ho fatto due sere fa di mia iniziativa. E con l’approvazione del Vice-qualcosa. Che mi aveva detto: “Va bene, lo facciamo. Però prima che torni il Fantasma Stonato, che poi lui c’ha la lirica e tutte quelle cazzate lì!”.
Ma ieri non se n’è fatto nulla, e oggi l’essere più anacronistico della storia del giornalismo culturale è tornato dall’ennesima settimana di ferie, con al seguito il suo cellulare e le sue assurde suonerie. Per il mio pezzo, forse, il tempo è già scaduto e non lo voglio ammettere. Né a me stesso né alla fumettista esordiente che ho intervistato. A cui non ho promesso nulla, se non la mia onestà di cronista stagista, vittima quanto lei di un sistema che preferisce dare corda a melanzane ripiene, formaggio affumicato e involtini avvolti nelle budella. Piuttosto che alla creatività di una giovane piena di ironia e di belle intuizioni.
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Eppur si muove. Lo stage ha fatto il suo (piccolo) salto in avanti. Ieri mi hanno chiesto di andare a una conferenza stampa, e io stamattina sono andato. L’idea è stata del mio caro amico Burbero.
“Vai dalla segretaria, che ti deve dare il comunicato stampa per una conferenza”. Niente domande, solo un imperativo. Prendi e vai.
Perfetto. Era ora.
Stamattina sono arrivato là con mezzora di anticipo. Ho sempre il terrore di arrivare tardi. Mi conosco: è una paura tutt’altro che infondata.
Intorno c’era una viavai di penne e di telecamere. Mi domando come mai tanto interesse per la presentazione di un ipermercato che ha appena concluso i lavori di ampliamento. Lavori mirati all’ecosostenibilità, ma anche, suppongo, a una mera questione di immagine.
Mi sono prima fatto un giro, il tempo abbondava. Era proprio un bel posto: luminoso, ma non rintronante come le altre capitali del consumismo senza riserve. L’architetto ha giocato tutto su soffitti in vetro e luce naturale. Un genio, davvero. Gli arredi in resina hanno forme rotonde, colori decisi ma non troppo forti. Un ambiente decisamente accogliente. Sono quelle cose semplici, ma che funzionano meglio di tutte le altre.
Quando era ora del calcio d’inizio ero già sotto la tensostruttura sotto cui si è tenuto l’incontro. Come da comunicato, il tutto è cominciato con un buffet. Peccato non avessi fame, strano ma vero. Salatini. Mortadella a cubetti. Alcolici e analcolici in brocca. Non mancava nulla. Nemmeno le coccole.
“Ciao! Tu sei..?”, mi ha detto una donna bionda in tailleur che mi si era appena avvicinata.
Le ho dato la mano e mi sono presentato.
“Ah sì!! Piacere! Sapevo che saresti venuto – ha risposto lei – ..Allora.. Hai già preso qualcosa?”. Mi ha lasciato la mano, ma solo per prendermi il braccio, stringendolo in un modo vagamente affettuoso.
“No, grazie, ho fatto colazione da poco e non mi va nulla”. Era quasi mezzogiorno.
“Ma sei sicuro? Non fare complimenti, eh!”. E lì il braccio me lo stava quasi accarezzando.
“Sì, sicuro, davvero”.
“Ma hai bisogno di intervistare qualcuno?”.
“..Sì, beh.. – mi aveva colto impreparato, e si vedeva – Certo, però dopo la conferenza. Intanto sento cos’hanno da dire loro”. Ho sorriso in modo evasivo.
“Dai, allora, vieni con me. Ti presento il direttore, il presidente, l’assessore, l’architetto, il ministro, il pontefice…”. No, il ministro non l’ha detto. E non c’era nemmeno il pontefice.
Mi ha preso a braccetto stringendomelo un po’. Il braccetto, dico. Mi ha fatto fare il tour degli incravattati di turno. Una sequela di pinguini tutti uguali di cui non ricorderei il nome nemmeno se me lo ripetessero cento volte. Ho stretto più mani quel giorno di non so quando. Il bello è che loro erano più imbarazzati di me. Sarà la qualifica da “giornalista” che provoca un fastidio addominale. Sarà questa faccia da ragazzotto fuor d’acqua. Non lo so. Ma per fortuna è durato poco: la conferenza stampa è cominciata di lì a breve. Ma non prima di essermi fiondato sul buffet, improvvisamente affamato. E ormai libero dalla morsa della tardona ossigenata.
Gli incravattati hanno sfilato uno a uno. Tutti incensando se stessi e l’ente fisico o metafisico che rappresentano. E’ sempre così. Le conferenze stampa sono vetrine in cui tutto quello che si dice è preparato. Prefabbricato. Precotto. E si sente dal gusto. Tutti giocano il proprio ruolo studiato a tavolino. Come quello della bionda, donna di punta dell’ufficio stampa di chi ha organizzato l’incontro. Addestrata a coccolare gli ospiti, soprattutto quelli che hanno in mano il potere di parlare di te e di farne parlare gli altri. Nel bene o nel male. Possibilmente nel bene. Sennò, per quanto li rigurda, noi stronzi con la penna e il taccuino potremmo benissimo fossilizzarci davanti al desk.
Tutto è filato liscio. La conferenza si è chiusa con un giro panoramico, a dire il vero poco seguito: sono stato uno dei pochi a non essermene andato quasi subito dopo la fine degli sproloqui. Ma mi ero incuriosito. L’architetto era uno con le palle. Un tipo che ama il suo lavoro. E te lo fa vedere. E ti contagia.
Ora sono in redazione. Attendo di sapere le sorti del mio pezzo. Ammesso che un pezzo ci sia. Che si faccia davvero. Mi suona davvero strano che un giornale così istituzionale si interessi a una cosa così piccola. Vedremo. Spero non mi avvertano alle nove, chiedendomi di scrivere un articolo da novanta righe da candidare per il Pulitzer.
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E’ stato un bel weekend, cominciato bene e sviluppato meglio. Ma finito un po’ in tensione. Stamattina il ritorno al Borgo delle Cose Rotonde. E via per un’altra settimana di stage. Ma la ripartenza non ha fatto granché per raffreddare quei nervi stuzzicati nelle ore tarde della domenica. Preludio di una notte breve, troppo breve. E quindi oggi non ho sonno. E’ il sonno che ha me.
Ma per fortuna in treno ho fatto ciondolare la mia testa per almeno un’ora. Ho vagato tra il dormiente e il semidormiente (perché sveglio davvero non lo sono nemmeno adesso). Mi sono riposato quel tanto che basta per non bastare davvero. Ma per fortuna Trenitalia mi è venuto incontro, facendo tardare il mio treno per una buona mezzora. Riposo in più, ma anche tanta fretta da aggiungere al montepremi standard del lunedì mattina.
Sono passato a casa per appoggiare le valigie. Salendo ho incrociato l’uomo dell’acqua, in giro per il condominio per leggere i contatori. Giusto il tempo di svegliare il coinquilino per via della solita porta semibloccata, che Aquaman ci ha suonato il campanello con una bella novella fresca fresca per noi. All’azienda non risulta che ci sia un contratto aperto, e noi stiamo consumando quella strana combinazione di idrogeno e ossigeno senza che ci sia un effettivo cliente. Il vecchio inquilino se n’è andato chiudendo tutte le pratiche. Si è dileguato, e con lui il nostro diritto all’acqua. Poi, dopo un tira e molla che stava spazientendo il seppur ben disposto uomo dell’acqua, il mio compagno di stanza ha dato il suo nominativo per accollarsi le spese. Che ovviamente verranno divise, ma un contratto ha bisogno di un contraente. Di un nome e di un cognome. E di un numero di telefono. Non il mio, però, che tra meno di un mese svanirò da questa città!
Ci manca solo che per questo passaggio del testimone ci siano dei tempi tecnici che prevedono la sospensione del servizio. Con il caldo che fa, non sarebbe umanamente accettabile non potersi lavare. Lavare spesso. E volentieri.
Ma per fortuna all’igiene ci pensano i passeggeri degli autobus. Ne ho preso uno, il solito, per spostarmi da casa alla redazione. Per cominciare davvero la settimana di “lavoro”, tra un sonno al limite dell’oltretomba e il terrore che di lì a tre giorni avrei puzzato come una capra svizzera. Se non di più.
Mi sono seduto, dietro di me c’era un tipo un po’ bizzarro con un pile giallo acceso e un berrettino improponibile.
“Fammi un po’ vedere che cazzo è successo in questa città, mentre ero via..”, mi sono detto puntando una free press sul sedile di fianco al mio. Notare il tono nervoso, anche nei pensieri tra me e me. E l’altro me.
Il tempo di leggere il risultato della squadra di casa, di dare un’occhiata agli sviluppi di quel fattaccio di nera, che ecco che piove. Dentro l’autobus. Dietro la mia nuca. Ma non era pioggia. Il coglione in giallo mi aveva appena starnutito addosso. Non era muco, era quasi acqua. Ma non per questo mi ha fatto meno schifo. Anche perché era tanta. Proprio tanta. Roba che se avesse la suina, starei già grugnendo.
Gentile il tipo. Mi avrà letto nel pensiero e avrà cercato di alleviare la mia paura di non potermi fare più la doccia.
Ho fatto passare lentamente la mia mano sul collo. Il tempo di accorgermi che ero quasi fradicio, che ho scagliato via la mia free press e mi sono andato a sedere nel sedile davanti. Con l’incontinente nasale ero occhi contro occhi. “Scusa”, mi ha detto titubante. “Scusa ’sto cazzo”, gli avrei risposto se non fossi un cronista gentiluomo. E anche un po’ coglione.
Un esordio coi fiocchi. Un inizio da manuale. Un manuale letto alla rovescia, neanche fosse un manga. Il nervoso non poteva di certo essermi passato. Non fosse per la soddisfazione di vedere le mie brevi di venerdì pubblicate in quella battagliatissima pagina 7. Chissà com’è.
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“Potremmo fare una pagina con delle storie di personaggi noti in città”. Il direttore aveva appena avuto una delle sue brillanti idee mattutine.
“Ma l’abbiamo già fatto!”, ha risposto il Burbero con la sua innata simpatia.
“Abbiamo parlato anche dei lavavetri?”
“I lavavetri?”.
“Sì. I lavavetri”.
“Cioè?”.
“Cioè.. per esempio quella zingara che sta là al semaforo…”.
“La zingara?”.
“Sì. Quella là che conoscono tutti. La gente ormai ci si è affezionata. C’è chi la porta al bar e le offre il caffè”.
“La zingara… Prima o poi la prendo sotto con la macchina”.
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Dall’edicolante sotto casa:
“Salve, vorrei Il Fatto Quotidiano“.
“Finito. Sai, il primo numero…”.
“…Ah… Ma le sono arrivate poche copie oppure è andato a ruba?!”.
“Erano quindici. Ma ne avessi avute duecento le avrei vendute tutte”.
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“Il Giornale era già in perdita – ha detto il caporedattore – ma da quando c’è Feltri è proprio in picchiata”.
Risponde il Burbero: “Sì ma Feltri fa il giornalista! Se quell’altro si è dimesso vuol dire che aveva ragione…”.
Certe volte il Burbero è davvero… “boffo”!
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“Pensa a quel collega là, che adesso se ne deve andare in Afghanistan, così, da un momento all’altro. Certo che fa proprio una vita da cani! Ora lo sbatteranno sul primo aereo. Poi arriverà là quando ormai sarà tutto finito, e tutte le televisioni del mondo avranno già detto tutto!”. Le parole del Burbero suonavano per quello che erano: imbevute, ubriacate di sarcasmo. E di cinismo.
“Non c’è proprio un cazzo da scherzare”,è intervenuto il Sergente con la voce calma ma ferma. E tutti zitti. Anche chi rideva ai discorsi del Burbero. Che proprio stronzi non erano, perché in fondo immagino corrispondano al vero.
Di sicuro il Burbero non ha il piglio del Sergente. Che di militarismo se ne intende, e non di certo per il nomignolo che gli ho dato io. “Erano tutto volontari”, ha detto lui. “Ma questa guerra era proprio necessaria?”, mi domando io. Ma non glielo chiederò. Me lo terrò per me. Penso mi convenga. E alla grande.
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“Se i ragazzi sono scarichi diamogli qualcosa da fare”.
Il nuovo arrivato parla chiaro. Non lo stagista, ma l’altro caporedattore, tornato ieri da una fase di stop. Uno che conta, insomma. Che coordina il lavoro, e che ha l’ultima parola sulle pagine. Prima del giudizio universale dei piani più alti, ovvio.
Chi è ? Ma il Sergente! Posa al limite del macho, un po’ imbastita e con i muscoli sobri ma definiti di chi riesce ad andare in palestra nonostante il giornale. Capelli rasati o quasi. Tatuaggio al collo. Occhiali da sole tipo Rayban, che non toglie mai per via di un recente intervento agli occhi che lo ha tenuto lontano dalla redazione.
Tutto questo è il Sergente. Colui che senza tante presentazioni ha preso me e l’altro stagista mettendoci quasi subito sotto torchio. Ci ha consegnato un malloppo di agenzie su cui scrivere delle “brevi” improbabili. Improbabili perché il materiale era tantissimo, e richiedeva un lavoro di sintesi madornale. Disumano.
Per un attimo ho smesso di sentirmi come fossi un soprammobile d’antiquariato, messo qui davanti a un monitor a mo’ di complemento d’arredo.
Missione compiuta. C’ho messo troppo tempo, lo so. Ma alla fine, della mia breve non ha cambiato una virgola (il titolo sì, ma è quasi di routine). Ha solo aggiunto il nome di un politico locale che avevo accidentalmente omesso dalla notizia. Ma la costruzione del “pezzo” andava bene così com’era.
Il Sergente è l’uomo del cambiamento. E’ quello che può portare noi stagisti verso altri lidi. O, al contrario, colui che ci fa ha fatto annusare l’aria di lavoro, ma che in un batter d’occhio può prendere i nostri sogni di gloria e trasformarli in illusioni.
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“Fini ha la sindrome da Michael Jackson: ha paura di essere nero”.
Chi l’ha detto? Il Sergente. Chi è? Ve lo dico domani.
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Farmi chiamare alle dieci di sera un collega che ha avuto il giorno libero. Era già nell’aria che a breve avrei fatto il giro di nera. Il primo nel Borgo delle Cose Rotonde. Un onore. Una soddisfazione. O perlomeno, un piccolo passo in avanti. Una cosa nuova, che smuove le acque. Un giro di nera in affiancamento, ma il collega che se ne occupa ieri non era in redazione. Si è goduto la sua pausa settimanale. E il caporedattore ha ben pensato di avvisarlo in tarda serata. Anzi, di farlo avvisare a me, che con lui non c’ho ancora mai parlato. Ok, è uno del club del “ben arrivato”. Uno alla mano, dai. Quindi posso dire che in fondo chiamarlo non è stato un grosso problema.
“Ciao, sono lo stagista, quello che non ti sei mai cagato, se non il primo giorno. Domani ti verrò a rompere le palle quando andrai tu a romperle agli sbirri per sapere se qualche gatto è rimasto intrappolato sul tetto di casa. Come dici? Sì, sai, mi hanno detto che ti serviva un’ombra. Perciò, ecco qui. A domani, allora. Io porto i pop corn. Al bere ci pensi tu?”.
Ma non ho avuto modo di dirglielo. L’ho cercato per almeno mezzora, ma il telefono era sempre spento. O non raggingibile. Avevo paura fosse già andato a letto. Così ho seguito il consiglio del capo, e gli ho mandato un sms.
Ho provato a squillargli di continuo, anche dopo avergli inviato il messaggio. Avevo il terrore di non riuscire ad accordarmi con lui, e di non poter fare così il giro di nera. Che poi un giorno vale l’altro, l’avrei potuto fare anche un’altra volta. Ma ho l’ossessione di volercela fare. Sempre. A tutti i costi. Voglio far vedere che sono un vincente. Anche nelle piccole cose. Anche nelle inezie. Anche se si tratta soltanto di mettermi d’accordo con un collega che probabilmente si sta accoppiando con la sua donna (chissà quale delle tante), e per cui scippi, rapine ed eventuali omicidi sono al momento l’ultimo dei pensieri.
Alla fine mi sono tranquillizzato. Io l’sms l’avevo mandato. In fondo se non lo avesse letto in tempo la colpa non sarebbe stata mia. Ma sua. O del caporedattore che mi ha fatto attivare in extremis.
Ore 8 40.
“Buongiorno KronaKus, scusa ma avevo il cellulare scarico. Oggi non faccio il giro di nera, ma quello di giudiziaria, dato che la collega che se ne occupa è in ferie. Possiamo vederci direttamente all’indirizzo…”.
Cambio di programma. Niente nera, si fa giudiziaria. Dai piedipiatti alle toghe. Amen. Tutto fa brodo.
Sono partito con un certo anticipo, come facevo anche nella Città delle Pizze Gommose. Altra mia ossessione è quella di non volere arrivare in ritardo. Mai. Mi sentissero i miei amici mi farebbero la pelle, dato che con loro faccio sempre valere l’esatto contrario. Puntualmente.
(Capito il gioco di parole?)
La mattinata l’abbiamo passata in procura. Un pm in vena di humor e di facili confidenze c’ha raccontato la bizzarra storia di un tentativo di estorsione finito in malo modo. Tutti lo trattavano come fosse un vecchio amico. Forse perché lo conoscevano, ed erano già al corrente della sua indole da buontempone. Resta il fatto che più passa il tempo, più mi accorgo di come questo sia un mondo di amiconi. Non necessariamente nell’accezione più negativa del termine. Non mi riferisco alla cosiddetta casta, questa volta non c’entra nulla. Più semplicemente, vedo un microverso fatto di facce note. Note tra loro. Dove ci si conosce tutti, e le mani non ci se le stringe nemmeno più. Colleghi e non.
Ci rifletto su, e mi rendo conto di quanto questa sia una cosa più che normale. Di come questo sia un mestiere ad alto tasso di socialità. E di come presto si diventi amici, di amici di amici, di amici di amici di amici. Senza farci neanche tanto caso.
Solo noi stagisti veniamo sbattutti di città in città. Dove non conosciamo nessuno, e finiamo relegati nel nostro angolo di redazione. A fingere di fare qualcosa. Costretti a tediare lettori virtuali aggiornando improbabili blog per passare il tempo. E per comunicare con qualcuno. Valvole di sfogo di una solitudine da debellare al più presto.
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“Se muore Mike vuol dire che si muore”, ha detto il direttore.
“Cioè? Cosa vuol dire?”, ha chiesto una redattrice.
“Vuol dire che se muore Mike si può morire. E’ come se morisse Paperino”.
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Domani si parte. Cambio città, cambio di nuovo vita. Alle porte un nuovo stage. Questa volta lavorerò per l’edizione locale di un quotidiano. Un quotidiano di quelli seri. Se ancora si può parlare di serietà per il giornalismo italiano.
La valigia è ancora da fare. Io sono pronto, lei no. Amen. L’importante è che lo sia io. L’importante è che io parta con lo slancio giusto.
Altrettanto importante, poi, è che nessuno me lo smorzi per strada. Che anche questa volta non mi uccidano i sogni sul nascere.
No, non accadrà. Questa volta, se servirà, farò la faccia cattiva. La faccia sì, perché cattivo davvero non sono. E non lo voglio diventare. Ma dovrò mostrarmi deciso. Risoluto. Dovrò far vedere che so il fatto mio, e visto il mestiere, che so pure quello degli altri.
Sono pronto per il mio nuovo stage, cari colleghi. Sono pronto a partire e a farmi il culo. Vengo lì per dare, vengo lì per fare. Questo è il mio proclamo. Astenersi perditempo.
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E’ stato un anno di trasferte. Ho vissuto lontano da casa, dagli amici, dai genitori, dai parenti in genere. In questi due mesi di pausa sto cercando di rimediare. Oggi, ad esempio, sono andato a pranzo da mia nonna paterna. C’eravamo tutti. Io, mia madre, mio padre. E mia nonna, naturalmente. Ci voleva, non ci vedevamo da mesi, contando anche che lei non abita come noi nella Baia delle Zanzare. E infatti di vampire volanti non se ne è vista neanche una.
Dopo pranzo le solite chiacchiere. Mio padre e mia nonna sembravano due vecchie zittelle. Polemiche. Pettegole. E per quanto lei sia giustificata dall’età e dalla sua condizione di vedova, il mio caro genitore lo è un po’ meno.
Ma a pensarci bene mio padre è proprio così. Non vecchio e zittello, ovvio, ma polemico e pettegolo sì. Anche se nega. Nega spudoratamente. Mio padre è un Alfonso Signorini dei poveri. Quando lo faccio passare per un suo fan sembra quasi che si offenda. Si anima per ribadire il suo no. E infatti mio padre è per il buon giornalismo, non per i piccoli scandali buoni solo a non far crepare di noia le fanatiche della tinta e della permanente. Ma è innegabile che che a lui piaccia farsi gli affari degli altri.
Mio padre è un giornalista mancato, io lo dico da sempre. Ha l’indole giusta. Curioso fino a diventare ficcanaso. Analista dei fatti, anche se in un modo tutto suo. Perennemente informato su tutto, e quello che non sa se lo inventa. Non gli manca proprio niente.
Ma oggi l’ho osservato, l’ho ascoltato. Stava lì a discutere con mia nonna dei fattacci dei vicini e dei parenti (e dei parenti dei parenti), ma anche delle indiscrezioni sulla presunta liaison tra George Clooney ed Elisabetta Canalis.
Forse sono figlio di un gossipparo. Se potete, abbattetemi subito. Fatelo finché siete in tempo. Prima che inizi a fare davvero carriera.
La mia è una stirpe pericolosa.
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Questo caldo sarebbe da mettere sotto inchiesta. Il clima s’è fatto tremendamente torbido, e non è facile far finta di niente. Tira un’aria bollente, che ti scotta la faccia e ti fa mancare il respiro. Di notte i grilli cercano di prendere il sopravvento, di cambiarla quest’aria. Stantìa, che sa di chiuso anche negli spazi aperti. O presunti tali. C’è chi spera cambi il vento. Mentre Casini grida: “Questo caldo risponda a Repubblica”.
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Mi sto rosalando al sole e nel miele del fancazzismo. Però ogni tanto mi guardo un telegionale. Sì, ogni tanto capita anche a me di farlo. Ma bastano pochi minuti. Poi mi ricordo del perché avessi smesso.
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Certe volte mi domando quanto conti la verità. Quanto conti saperla, quanto conti diffonderla. Quanto conti per me e per la mia professione. Ma soprattutto, quanto conti per i politici.
Sembra ci vogliano mettere un bavaglio. In fin dei conti il giornalista non s’inventa nulla, perché quando lo fa per lui finisce male. Arrivano le querele, l’Ordine ti radia. Bell’affare. Perciò se il giornalista non si può permettere di dire cazzate, a cosa serve mettergli la museruola?
Il cronista è l’unico cane che morde solo quando ne ha davvero motivo. A meno che non sia impazzito. Il cronista dice quello che vede, e se lo vede significa che c’è’. E se c’è la gente lo deve sapere. E se la gente lo deve sapere è perché siamo in democrazia. E siamo in
democrazia ben venga la libertà di stampa. E se “ben venga” la libertà di stampa, non si può dire no alle intercettazioni. E non tanto per i giornalisti, quanto per i giudici che hanno un compito ancora più importante del nostro. Credo.
Reclamiamo libertà, libertà per tutti. Ma qui mi sembra che la libertà di pochi stia tentando oscurare i diritti di molti.
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“Senti, domani ci sarebbe questa cosa qua…”. Il Mutandaro mi stava porgendo un altro lavoro su un piatto d’argento. Un piatto pesante, ma non me ne sono accorto subito. Il foglio che illustrava la conferenza stampa parlava chiaro, cioè che sarebbe durata dalle 8 45 alle 17 30. Che poi non era una conferenza stampa, ma un convegno. Quasi nove ore di dibattito sulla crisi.
Uuna flebo, grazie.
“Cazzuto!”, mi ha detto il Mutandaro.
“Eh?”, ho ribattuto io che ero troppo intento a leggermi il foglio per sentire bene.
“Cazzutoo!!”, ha urlacchiato lui con il suo solito mezzo ghigno.
Stava cercando di motivarmi. “E’ una cosa importante – ha precisato – …ok?!”.
“Sì!”, gli ho risposto io ostentando sicurezza. Una mezza sicurezza, come il suo ghigno. Perché si sarebbe comunque trattato di gestire informazioni provenienti da discorsi presumibilmente fuori dalla mia portata.
Era qualche giorno fa. Poi è andata bene, ma il senso di inutilità mi è rimasto dentro. Leggero. Mitigato dalla consapevolezza che comunque stavo comunque facendo il mio lavoro. E il problema, forse, è proprio quello.
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Colpo grosso nella Città delle Pizze Gommose. Colpo grosso, sì, ma senza le donnine di Umberto Smaila. Colpo grosso per me, che all’improvviso mi sono ritrovato alla mia prima uscita per questa favolosa agenzia. Alla prima, e subito dopo alla seconda. E alla terza. In soli due giorni.
Eh già, sono stato alla mia prima conferenza stampa in questa città, la prima in veste di stagista. Il primo stagista di online che va alle conferenze stampa per fare lavoro di agenzia. Ma questa è un’altra storia. Un capitolo chiuso, direi. Mentre in questi giorni se n’è aperto un altro, anche se non durerà tanto. Ridendo poco e scherzando ancora meno, siamo quasi arrivati al capolinea. Martedì prossimo finisce il mio stage. Poi me ne tornerò al mio amato mare. Martedì si chiude un cerchio, in attesa che se ne apra un altro.
Ho tante cose da dire, ma anche tante cose da fare. Per questo, per ora, passo e chiudo. Oggi pomeriggio ho un’altra conferenza stampa, mentre nell’attesa mi aspetta un po’ di (mal)sano desk. Il dovere mi chiama. E io gli posso finalmente rispondere.
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“L’avete vista la partita dell’Italia, ieri?”. ha chiesto l’Energumeno ai capi dell’economico.
“Sì sì”, hanno risposto loro.
“Io ho pure litigato con mio figlio di sei anni che voleva vedere un’altra cosa”, ha aggiunto uno dei due. “C’è stato un conflitto ideologico”. Ha riso. “Ma poi gli ho fatto vedere «L’era glaciale» ed è stato contento”.
Spero per lui che fosse il cartone, non la trasmissione della Bignardi. Che mi piace, per carità. Ma un bambino non potrebbe che dormirci davanti. E a bocca aperta.
“E tu cos’hai visto, ieri sera?”, ha chiesto l’Energumeno rivolgendosi a me.
Ho dovuto pensarci un po’. Oggi ho un sonno debilitante, ho dormito meno di quattro ore e mi sento decisamente a terra. La concentrazione ce l’ho sotto le scarpe.
“Niente, ieri sera non ho visto niente”, ho risposto.
“Ah – ha ribattuto lui – allora hai trombato!”. E se n’è uscito con il più classico dei gesti. Palmo della mano rivolto verso il basso. Dita socchiuse ma con pollice sparato fuori. Polso serrato. E movimento verticale dell’avambraccio.
Poi si è girato e si messo a parlottare sotto voce con uno dei più giovani dell’economico. Indicando me.
Io ho reagito con una risatina. Perché avrà pure una gran faccia da culo, ma l’Energumeno un po’ di perspicacia ce l’ha. Non vedo perché negare, visto che ha indovinato. Come ho già detto, questo weekend il tempo ha fatto schifo. Di andare al mare non se ne parlava proprio. Un povero aspirante cronista dovrà pur fare qualcosa per scacciare i dispiaceri!
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“Secondo una direttiva della Camera di Commercio di questa mattina, non saranno più ammesse richieste in merito a…”.
Stop.
Secondo cosa?
Camera di Commercio?
Qui dice Agenzia delle Entrate.
Perché ho scritto Camera di Commercio se qui dice Agenzia delle Entrate?
Oh cazzo.
E’ successo di nuovo. Ho sbagliato un’altra volta ad attribuire qualcosa a qualcuno. Un qualcuno che in realtà è qualcun altro. Come l’altro giorno con le riviste. E non va bene. Anche se mi sono accorto in tempo non va bene lo stesso.
Ultimamente il mio subconscio sta facendo un po’ troppo l’anarchico.
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Ho fatto un danno, ma potevano essere due. Giovedì scorso ho “passato” il comunicato di una rivista (che chiamerò semplicemente “A”) attribuendola a un’altra rivista (che chiamerò con altrettanta semplicità “B”).
E B si è incazzata. Perché si è ritrovata in rete la sintesi di un’inchiesta che non era sua. Venerdì ha telefonato più volte. Non ho preso io le chiamate, ma sì, a quanto pare quelli di B erano proprio incazzati. E il boss che mi ha controllato il pezzo ha evitato di arrabbiarsi con me, ma ha dovuto rimediare. In un modo che non condivido affatto, ma non ero (e non sono tuttora) nella posizione di dissentire. Si è accordato con la rivista B per farsi mandare un fax contenente un’inchiesta vecchia di un anno. Un’inchiesta di B, ovviamente. Attualità zero. Ma l’intrallazzo è servito a far star zitti i riottosi chiamati in causa per errore da me. Dal sottoscritto. Un sottoscritto che ancora si domanda come sia stato possibile, dato che ha fatto copia-incolla dall’email e poi ha lavorato su quel testo. Ancora non mi spiego come sia potuto succedere che il mio pezzo parlasse ripetutamente di B quando il testo originale si riferiva esplicitamente ad A. E non ci sono dubbi, ho controllato.
“Deve arrivare un fax. Quando arriva datelo a KronaKus”, ha detto a voce alta il capo dell’economico facendosi sentire da tutti. Era chiaro: io avevo sbagliato, io dovevo rimediare. Giustissimo. Non fosse che mancavano venti minuti all’ora che mi ero prefissato per uscire dalla redazione, tornare a prendermi la valigia (che era tutt’altro che pronta) e dirigermi in stazione per prendere il mio treno. L’ultimo regionale di quella giornata, l’ultimo senza dover pagare sovrapprezzi. E poi, non so, forse sarebbe stato un casino. Avevo approfittato della promozione di Trenitalia per risparmiare il 60% tra andata e ritorno. Scopo dell’iniziativa, favorire l’affluenza al voto. Speranza vana.
Il fax è arrivato cinque minuti dopo le 4. Avevo già sforato. E ricordare al boss la mia richeista di uscire prima pareva non fosse servito a niente. Sembrava infischiarsene. Ma una volta preso in mano il fax mi ha chiesto: “Sicuro che ce la fai coi tempi?”.
Ho risposto di sì. Ma non ho convinto né me né lui.
“Sei sicuro?”, mi ha ripetuto avvicinandosi.
Cinque, forse sei pagine da leggere e sintetizzare, sui prezzi al dettaglio delle mercerie. Squallidissimo. Non tanto per il contenuto, quanto perché stavo rischiando di perdere il treno per un imbroglio che in fondo offende sia il lavoro che i clienti di questa agenzia.
“Fammi vedere”, ho detto prendendogli i fogli dalle mani. Ho dato un’occhiata rapidissima. Un sospiro mi è uscito proprio di cuore, profondo quanto inevitabile.
Con un neurone su quelle pagine e uno già sul treno, ho cominciato a fare il mio lavoretto di riparazione. Non so come, ma in mezzora ho finito. Non so cosa ne è venuto fuori, perché appena concluso ho consegnato tutto e ho augurato buon weekend a tutti quanti. Il boss ha voluto battere un cinque. embravamo due ragazzini compiaciuti di una bravata appena fatta. Perché il boss non è stronzo, ha solo voluto chiudere il cerchio. E forse mettermi alla prova. Sbattendosene, almeno in parte, delle mie esigenze. Ma l’avevo detto: sono il vostro schiavo. Volevo essere trattato come uno che è qui per lavorare. Per lavorare davvero. E venerdì pomeriggio, con buona pace della mia pressione sanguinea, sono stato accontentato.
Appena finito sono corso via. Quarantanove minuti per tornare alla stanza che ho preso in affitto qui nella Città delle Pizze Gommose. Ed è stato un record. Ho anche dovuto disfare quel poco di valigia che avevo preparato, perché avevo dimenticato di mettere dentro un paio di lenzuola che ovviamente non ci stavano nemmeno a pagarle. Sono stato costretto a togliere una coperta che potevo anche lasciare lì. Una coperta che ovviamente era sotto tutto il resto.
Sono arrivato in stazione con mezzora di anticipo. Non chiedetemi come. Ho sempre avuto un cattivo rapporto con il tempo, ma questa volta ho vinto io.
Sono riuscito a tornare. E a fare il bravo cittadino andando a esprimere il mio voto.
In redazione sono tornato da circa mezzora. Ancora niente lavoro, ma nemmeno rimproveri. A quanto pare, durante il pezzo scritto in tutta fretta venerdì pomeriggio, il mio subconscio non è riuscito a mettere in mezzo nessuna rivista C.
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Sono qui da poco, perciò mi scocciava chiederlo.
“Oggi pomeriggio avrei bisogno di uscire verso le 4, massimo 4 e mezza…”.
“Fai pure – risponde uno dei capi dell’economico, quello che mi guarda storto – tanto qui fanno tutti come cazzo gli pare!!”
Io devo partire. Domani si vota, perciò devo partire. Ho un treno da prendere per tornarmene nella mia città, dove ho mio il seggio. E l’avevo già accennato qualche giorno fa.
Neanche il tempo di reagire che il boss mi sorride e dice: “Vai, vai tranquillo. E grazie”.
Stava scherzando. Ma soprattutto mi stava ringraziando per il (poco) lavoro che stavo facendo. Mi ha fatto piacere, fa sempre piacere quando c’è riconoscenza. Ma vorrei poter fare di più. Quel “grazie” mi lascia pensare che io per loro sono come un aiuto esterno, come un collaboratore che arriva e che presto ripartirà. Non uno dell’organico, e ci mancherebbe, ma un buon samaritano che sacrifica un mese della sua gioventù in questa redazione di pazzi.
Non va bene. Voglio essere trattato male, perché è così che si impara. Voglio essere rispettato, sì, ma in uncerto senso voglio essere anche struttato.
Finisce la prima settimana, ed è stato tutto desk. Solo ed esclusivamente desk. Ho rimaneggiato più comunicati in questi cinque giorni che durante i due mesi trascorsi un anno fa a lavorare per quel becero sito di becera informazione.
Così non va. Sfruttatemi, signori. Sono il vostro schiavo.
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“Cosa fai la sera quando esci?
“Ma tu bevi? Fumi? Ti fai le canne?”
“Chi butteresti già da una torre, Tremonti o Epifani?”
Quei due mi hanno tartassato di domande. Quei due sono dell’economico, uno dei quali comanda pure. L’altro è un omone, alto, largo, con gli occhiali grossi e la bocca larga. Una specie di nerd troppo sviluppato. Un nerd in giacca e cravatta che girovaga per la redazione dando l’impressione di non stare nemmeno lavorando. E chissà, forse non lavora proprio.
Sembrava un test piscoanalitico. Attitudinale, forse. Un’intrusione nella mia privacy ideologica che suonava tanto di controllo preventivo. Nel senso che è meglio farlo subito e capire con chi avranno a che fare per questo mese.
Però sulle loro facce c’era un mezzo ghigno. Non era un interrogatorio, solo delle domande tra il serio e l’ironico per capire chi o cosa sono, ma credo anche per rompere il ghiaccio. Non ho nemmeno capito da che parte stanno. Potrebbero essere destroidi che vogliono controllare se tra le fila di questa redazione è entrato uno di loro. Oppure sono dei sinistroidi che fanno domande a trabocchetto per verificare se sono o meno un compagno. Perché dai loro commenti mi sono sembrati di destra, ma forse facevano finta. Io sono rimasto evasivo. Alla terza domanda ho restituito la palla al mittente con un laconico “questa è troppo facile”, ma la risposta non l’ho mica data. E loro non hanno chiesto altro.
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“KronaKus, è arrivato un comunicato della Federconsumatori”.
“KronaKus, l’Antitrust c’ha scritto una mail, guarda un po’ che cosa vuole”.
“KronaKus, prendi quella nota della Cgil e rendila leggibile, per favore”.
“KronaKus, puoi passare quel comunicato della Danone?”.
Anche oggi correggo bozze. Bozze di altri naturalmente. Non saprei come definire quello che sto facendo, ma una certezza ce l’ho. Non è online. Non sto lavorando per un sito d’informazione, nonostante quest’azienda ne abbia uno tutto suo. Questa è agenzia. Una specie di agenzia. Fatta di solo desk. Me ne sto alla mia scrivania, con due monitor davanti a me. Uno per il sistema editoriale, uno per internet. E proprio ora ci sto navigando dentro, anche se non è questo il mare che doveva essere. Ero qui per fare altre cose.
Ma pazientiamo. Ancora per un po’.
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Sta per finire il primo round della scuola di giornalismo. E la fase due è alle porte. Da lunedì mi trasferisco nella Città delle Pizze Gommose per uno stage di un mese. Un mese smilzo. Farò online, che dicono sia il futuro della professione e probabilmente l’unico vero settore in cui esiste qualche piccolo spiraglio lavorativo. Talmente piccolo da essere, forse, anche ridicolo.
Qui è già tempo di saluti e di timidi accenni di nostalgia. Stasera faremo una cena per dirci “ciao”, in un ristorante a menù fisso. Venti euro per, dicono, mangiare come porci. Speriamo non ci venga la “suina”.
E non mi va di fare tanti bilanci. Ci sono stati i bianchi e i neri. E tanti grigi. Per ora mi limito a dire che la prima breve fase della scuola si chiude con il segno più. Pollice alto per la didattica di base, un po’ meno per l’approfondimento. Difficile dire come sia andata con i laboratori, anche se ci hanno tenuti impegnati per buona parte del tempo. Ottimo il giornale della scuola, che poi è il giornale ufficiale del Paese dei Polpacci. La gente ne è entusiasta, e la possibilità di portare avanti delle mini-inchieste ne fa un piccolo paradiso del giornalismo italiano, saturo di quel politicheggiare che fa generare (e degenerare) le opinioni. E che mette un muro all’informazione vera. Quella che si basa sulla realtà, non sui botta e risposta di chi pensa solo a tirare acqua al suo mulino.
E’ andata bene, dai. A parte un fatto increscioso. Un episodio sorprendente. Assolutamente squallido.
Ma ora non mi va di parlarne.
Mi gusto il penultimo giorno di lezioni prima dell’abbuffata di stasera, anticipata rispetto alla fine della scuola (domani) perché c’è chi vuole partire prima. Sono quelli che si fanno lo stage all’estero, che si prendono un giorno di vantaggio sugli altri per potersi spostare. Io non ho nemmeno pensato di andare fuori all’Italia. Adoro questo democraticissimo paese (!), e soprattutto il mio inglese non è proprio da madrelingua. Uno scoglio che devo superare.
Ah, dimenticavo. Domani c’è l’esame di fine anno.
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Una boccata di aria fresca. Ossigeno per i diritti dei lavoratori. Per i diritti dei giornalisti. Per la coscienza delle persone che stanno dietro la penna e dietro lo schermo.
Il Corriere.it titola: “Tribunale di Roma: «Mentana deve essere reintegrato a Matrix»“. L’ex-conduttore del programma di approfondimento di Canale 5 ha vinto la prima fase di una battaglia legale combattuta per sé, sì, ma anche per tutti i colleghi. Di Mediaset e non. Colleghi intesa come categoria, quella dei giornalisti. Che fanno sempre più fatica a guardarsi allo specchio. O se lo fanno, lo specchio va puntualmente in frantumi.
Mentana si era ribellato alla decisione della rete di non rimandare la puntata del Grande Fratello per lasciare spazio al caso Englaro. Era la sera della morte di Eluana. Canale 5 ha detto no, il giornalista pure. Dando le dimissioni da direttore editoriale. Per poi venir licenziato del tutto dall’azienda che gli ha così impedito di proseguire nella conduzione. Negandogli il diritto di continuare comunque a esercitare la sua professione. Era il 9 febbraio, e l’indipendenza del giornalismo stava subendo un duro colpo. Basso. Un altro.
Grazie Enrico, continua a lottare. Grazie per la tua determinazione. Grazie per la tua “passionaccia”. Grazie per questa piccola mentina che ci fa odorare l’alito un po’ meno di merda.
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“Il primo pezzo che ho firmato per Il Cronista era su un piccione che era rimasto ferito in un parco pubblico, e su un animalista impazzito perché l’Asl non era voluta intervenire”. L’Invasato mi ha raccontato del suo esordio nel mondo della carta stampata con una storia che a qualcuno farebbe ridere e a qualcuno farebbe piangere.
A me fa piangere. E riflettere. Perché il suo flashback è arrivato subito dopo che io gli ho raccontato che alla Silente, una nostra collega della scuola di giornalismo, durante uno stage prima dell’inizio dei corsi, le era capitato il caso di un consigliere comunale che si era incatenato all’ingresso di un giardino pubblico per protestare contro l’incuria. L’avevano mandata sul posto, e già ridevano mentre le assegnavano la cosa. Infatti una volta tornata non se n’è fatto nulla. Niente pezzo, il fatto era troppo “stupido”.
Mi viene da piangere e riflettere, sì. Su quanto il giornalismo sia amabilmente e pericolosamente vario. Su come si debba stare attenti a non finire nel posto sbagliato. Nelle mani sbagliate, mani di persone ammanicate – mi si scusi il gioco di parole – e superficiali. Che si fermano alla politica perché è quella che tira. Che non vedono l’importanza delle piccole cose e che non sanno riconoscere la gravità delle stesse. Cose piccole che piccole non sono quasi mai. Ma ci vogliono gli occhi giusti. Ci vuole l’atteggiamento giusto. Ci vuole il direttore giusto.
Meglio cercarla in fretta, la retta via, in questa selva oscura di giornalisti politicanti e politicizzati. Sicuri del vero ma fuori dal vero. Pieni di sé ma fuori dal mondo.
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Ero appena sceso dal tram quando mi si è avvicinata una ragazza. Era pure carina, ma non era lì per accalappiarmi. O meglio, sì lo era. Ma non per questioni ormonali. Era lì per rifilarmi qualcosa.
“T’interessa un giornale comunista?”, mi ha detto.
Mi sono dovuto togliere la cuffia dell’mp3 per sentirla, poi le ho chiesto di ripetere.
“T’interessa IL giornale comunista?”, mi ha detto ora che la sentivo meglio.
Mi è venuto un sorriso, a vedere lei e altri due dietro di lei che cercavano di appioppare a destra e a manca (soprattutto a manca) giornaletti in bianco e nero inneggianti alla lotta comunista.
E io: “No, grazie, ce l’ho già”. Ho detto così, ancora sorridendo. E senza accennare a fermarmi. Che come al solito ero in ritardo del mio solito quarto d’ora accademico. Anche se l’università l’ho finita da un po’, ma quando una cosa ce l’hai nell’imprinting non puoi farci proprio niente. E io il ritardo ce l’ho marchiato a fuoco nel dna.
Sì, ce l’avevo già, il mio bel giornale comunista. Mi ero fermato in edicola prima di salire sul tram, a comprare “L’Altro” di Sansonetti e la P. Così le ho detto no grazie, un altro non me ne serviva.
Questo avrei fatto, ma non ho potuto. Perché io, L’Altro, l’ho seguito per tutta la prima settimana. Ma oggi ho voluto cambiare. E’ scoppiato (di nuovo) il caso Mills, e volevo un giornale che mi spiegasse la cosa in modo imparziale. Ho comprato il Corriere della Sera proprio per quel motivo. Anche se di “imparziale” ci sarebbe sì e no leggere nella testa dello stesso Mills. Ma non mi fiderei nemmeno di quello. Che la psiche, si sa, tende a conformarsi a quel che più conviene. In questo caso, forse, mentire. E c’è la possibilità che ormai si sia autoconvinto delle fandonie che è stato pagato per dire. Ammesso che i fatti siano andati realmente così.
Così alla ragazza ho detto comunque un “no grazie”. Sarà che non mi fido, sarà che da piccolo mi hanno insegnato a pensare che quelli che fanno come lei sono i drogati dei centri sociali che si vogliono comprare la dose con finti giornali. Sarà che ero piccolo, che nonostante i miei genitori tendano a sinistra hanno sempre cercato di tenermi distante dalle frange estreme. Sono diffidente. Diffidente e in ritardo. Perciò ho detto di no.
Ma mi sono un po’ pentito. La prossima volta, almeno, le chiederò il numero.
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I tempi stringono. Grazie agli imperativi dell’Ordine dei giornalisti, il calendario di noi studenti-barra-praticanti è tutto sfalsato. Per la gioia delle armate dei precari, da quest’anno niente stage nei mesi di luglio e agosto, per lasciare spazio ai disoccupati che non aspettano altro che le sostituzioni estive nelle redazioni svuotate dalle ferie.
Per questo la scuola sta già per finire il suo primo round, e già da giugno via libera alla gavetta nelle redazioni vere. Un mese, uno solo, poi uno stop forzato fino a settembre. Buon per me che amo il sole e il mare. Meno buono per me che ho bisogno di tempo e spazio per sgomitare nella mischia degli aspiranti cronisti, in questo mondo in cui di tempo e spazio per gli aspiranti cronisti proprio non ce n’è.
Da giugno sarò a fare il mio bello stage di giornalismo online in una delle principali agenzie di stampa di questo democraticissimo paese. Online, sì, perché dicono che il futuro sia lì. E nelle free press. Che però intanto stanno chiudendo sedi e tagliando edizioni. Ma suvvia, non perdiamoci in quisquiglie.
Ho un mese per far vedere se valgo. Trenta miseri giorni per uno stage richiesto dall’azienda stessa. E questo è uno scoop. Non capita spesso che non sia la scuola di giornalismo a rompere le scatole per mandare a forza i suoi allievi nelle redazioni, ma l’esatto contrario. Anche se loro le scatole non le rompono di certo.
La cosa più curiosa e bizzarra sarà cercare di imparare a fare il giornalista del web in un’agenzia di stampa. Che in fondo un sito ce l’ha, non vedo proprio perché preoccuparsi.
Ci vuole ottimismo, lo dice pure il Mister.
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C’è grossa crisi. Sì lo so che l’ho detto pure ieri, ma stavolta l’argomento mi tocca da vicino. Un articolo per il giornale della scuola. Argomento crisi. Intervistare i negozianti del Paese dei Polpacci per capire come stanno le cose. Per vedere se la situazione è davvero così tragica. Oppure no.
No. Sembra di no. Molti commercianti si lamentano, ok. Ma senza eccedere. Il bello è che alcuni dicono che è la tv a mettere paura. Che amplifica la cosa. Che da un cerino ci si è inventati un incendio.
Ma in fondo i numeri parlano chiaro. Il problema è serio, il solco è bello profondo. Eppure c’è chi sospetta che quella che era solo una fase di timida depressione sia stata trasformata in un evento apocalittico. Rendendolo apocalittico davvero. E poco integrato. Mettendo paura agli investitori, che hanno venduto i loro titoli nel timore di perdere tutto. E alle famiglie, ai consumatori, spingendoli in maniera più meno diretta a un risparmio forzato dai proclami catastrofisti. Meglio tenerci quello che abbiamo, che non si sa mai.
Non so quanto ci sia di vero. Poi l’economia non mi ha mai affascinato. Sono pure diplomato in ragioneria, ma le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere.
Fatto sta che gli alimentari – e di loro mi sono occupato soprattutto – stanno vivendo una fase di schizofrenia. Perlomeno nel Paese dei Polpacci. I piccoli soffrono, i grandi resistono. Tengono botta. La piccola distribuzione agonizza, i pesci grossi incassano i colpi senza tanti traumi.
Strano. L’economia non mi ha mai affascinato. Le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere. Però mi è piaciuto indagare la cosa. Nonostante i numeri. Sarà che gli interlocutori erano pur sempre persone. Che ho lavorato sui casi umani della crisi, non tanto sulle cifre.
L’uomo. E la donna. Ecco cosa m’interessa. Soprattutto la donna, ma lasciamo stare.
Sono il cronista della gente, il narratore delle piccole storie. Piccole ma vere. Vere quanto lo sono le persone, le loro vite. Vere quanto lo sono io.
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C’è grossa crisi, lo dice pure Quelo. Lo diceva, più che altro, quando ancora il suo alter ego di carne, ossa e comicità non era stato bandito dall’etere. Ma questa è un’altra storia.
C’è grossa crisi, dicevo. Crisi dell’economia, crisi dei giornali. Che le due cose non son mica distinte.
E’ crisi. Crisi e basta.
Macro. Micro.
Una fottuta crisi.
Bene.
Eppure nascono nuovi quotidiani, proprio nell’era in cui la carta viene data per spacciata. Sgualcita. Appallottolata. Infradiciata. In altre parole, morta.
Dicono non ci sia niente da fare per le notizie stampate, ma oggi stesso è nato un nuovo giornale.
L’Altro.
Impostazione di sinistra. Dodici pagine smilze. Pochi esteri. Tanta politica, inserita quasi a forza pure nelle pagine di cultura e spettacoli.
E Melissa P.
Sì, Melissa P.
Cazzo c’entra Melissa P.?
Forse perché in passato – neanche tanto passato – ha scritto una lettera aperta a Ruini. “In nome dell’amore”, si chiamava. Una lettera, sì. In forma di libro.
Devo ancora leggerlo, ma immagino fosse un inno alla laicità.
Ecco, forse, l’unico nesso con il redivivo Sansonetti.
E’ il mio corpo che cambia, e pure l’editoria. Ora le scrittrici soft-porno hanno rubriche domenicali sui quotidiani di (estrema) sinistra.
Credete sia un male?
Io no.
Non me la perderò per nulla al mondo.
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Avviso ai naviganti. Da domani questo blog sarà a pagamento. Sì, e non è colpa mia. Me l’ha detto il dottore. Il dottor Murdoch. Che ha detto a tutti che le notizie online si devono far pagare. Che sennò così non si va avanti.
Ok, io non do notizie. Questo è solo un misero blog. Però parlo di notizie. Di fare notizie. Di arrivare a poter fare notizie. E magari prenderci pure qualche soldo. Perciò vi faccio pagare. Stronzi. Tiè.
..
Se da domani quei quattro gatti che mi seguono diventano tre, significa che quel micio era proprio un coglione.
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E’ lo solfa del lunedì. Dopo la breve pausa del fine settimana, torna il momento di darsi da fare. E la testa lo sa. In qualche modo, sì, la testa lo sa. Lo sa che ci vuole quel piccolo sforzo in più. Lo sa che bisogna spremersi un po’ di più. Lo sa, e per questo fa la stronza.
Ogni benedetto lunedì ho un fottuto mal di testa. Leggero ma costante, sotterraneo. Clandestino. Se ne tornasse al suo paese. O se proprio vuole, ce lo mando io.
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Prendi l’intervistato e legalo con una corda. Se se ne va senza rilasciarti l’intervista, tu prendilo al lazo e non fartelo scappare. Non è un consiglio, tantomeno una metafora. L’Ippopotamo, esimio, gonfissimo professore di tv della scuola di giornalismo, ci ha raccontato un fatto di vita vissuta. Un suo collega di vecchia data l’ha fatto sul serio. Ha bloccato la persona che doveva intervistare placcandolo con una specie di corda. In barba alla sua riluttanza. E al bon ton.
“Questo non è un lavoro per persone educate”, è intervenuto il Lemure, minuto, spigliato professore, anche lui di tv.
E noi, così ingenui. Io, cameraman dai modi gentili. E lei, la Compagna, ragazza dal fare sottile a cui è toccato fare interviste.
Un servizio su una mostra d’arte a cui tutto il Paese dei Polpacci tiene parecchio. Pure troppo.
Ce ne siamo tornati con poche immagini. Il nostro lavoro ha rischiato di finire tutto a puttane. Ma no, alla fine ce la siamo cavati, e ne è uscito comunque un servizio da mandare in onda. Nonostante i limiti imposti dagli organizzatori della mostra. I professori avrebbero voluto più materiale, ma non ci hanno permesso di fare riprese in biglietteria, tantomeno ai quadri. Quasi tutti da inquadrare da lontano. No dettagli.
Ma pazienza, è andata lo stesso. Il prezzo da pagare – perché c’è sempre un prezzo – è stato il racconto dell’Ippopotamo e del Lemure, animali del giornalismo su schermo. Rodati da anni e anni di esperienza, il primo è addirittura in pensione e arrotonda le sue già rotondissime rotondità venendo a fare lezione da noi. E andando a cena con tutto il club dei giornalisti-professori in uno dei ristoranti di pesce più rinomati della costa. Che dista diversi chilometri dal Paese dei Polpacci, ma per magnà se fa questo ed altro. Il Marinaio, uno dei due tecnici che ci assiste nel nostro lavoro di televisivi, li ha portati in questo locale in cui sembra si mangi divinamente.
Pance piene e consigli da selvaggio west. Loro sceriffi. Noi, cowboys cattivi messi su strada a catturare gente col lazo per uno straccio di intervista.
E’ un mondo difficile.
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Ma la sera a casa del Mister, si può nominare. Ma la sera a casa del Mister, che musica c’è.
Tutti a cena dal Mister, è lì che si fa carriera. Se ne parla da giorni e giorni, e stavolta qualcuno s’è incazzato. “Il servizio pubblico non è una torta da spartire”, ma ciò non toglie che sia tutto un magna magna. Tanto è vero che le nomine, alla Rai, si fanno a casa del nemico. Commercialmente parlando. A casa della concorrenza, insomma. A casa del Mister, sì. Il Mister del governo.
C’è qualcosa che non va.
Ora lui parla di “facce giovani”, di una nuova classe di direttori di telegiornali.
Scusate se sono scettico.
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Il Mister ha emesso il verdetto, Michele Santoro dovrà “riparare” i danni. E se non lo ha emesso di persona, qualcuno lo ha fatto sicuramente per lui.
Non ho visto la puntata di Annozero di giovedì scorso, ma senza dubbio guarderò quella di stasera. Credo che sarà una clamorosa lezione di giornalismo. Perché non capita spesso di assistere a una puntata “di riparazione”. Non in un paese civile, perlomeno. Non in un paese in cui l’informazione è indipendente. Indipendente davvero.
Ma da noi sembra che più che l’obiettività, a contare sia l’esaltazione del buono. E del bello. E di un giusto che è giusto perché deciso a tavolino. Preventivamente.
Ripeto, non ho visto la puntata di giovedì scorso. Ma se i dati oggettivi e le testimonianze dimostrano che quanto detto e mostrato in merito al terremoto era tutto vero, allora non capisco perché la politica e i suoi vassalli (i vertici Rai) debbano giudicare un lavoro onesto. Partigiano, sì, ma onesto. Perché Santoro è di parte, ma non dice cazzate. Farà pure vedere sempre la stessa faccia della realtà, lasciando l’altra sponda nell’angolino, ma in ogni caso non si tratta di fiction. Di finzione. E’ tutto vero, anche se a qualcuno questo non piace. Qualcuno che vorrebbe si parlasse solo di quel che crea compiacimento, che possa convenire in termini di consensi. Di voti. Di potere.
E Vauro. Censurato impunemente. Non si scherza con i morti.
Certo, però, che anche noi vivi non ce la passiamo tanto bene.
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Mi domando perché nel giornalismo si commettano spesso degli errori così grossolani. “Il ritorno di Wolverine, il più sexy degli X-Man”. A parte la superficialità del taglio che si è voluto dare al servizio, il titolo che campeggia nel sommario del Venerdì di Repubblica uscito ieri mi lascia con un interrogativo non indifferente. E’ pigrizia o ignoranza, quella che spinge un giornalista a sbagliare in questo modo?
Perché ics-men si scrive X-Men. E perché l’inglese parla chiaro: il plurale di man è men. L’errore non sta solo nel solleticare l’animo nerd di chi legge e di farlo sentire indignato. Lo sbaglio è proprio linguistico. Logico. E’ un segno di leggerezza. Forse di fretta. O, come dicevo, di pigrizia oppure ignoranza.
Tsz.
Anzi, snikt.
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Il terremoto è allo stesso tempo il dramma e l’attualità. Sui giornali si parla delle vittime, si snocciolano numeri e dati funerei. Si fa la conta dei caduti e di quel che è materialmente crollato. I monumenti, si parla tanto pure di loro. Vespa, nella puntata di Porta a Porta di due sere fa, si è ha dovuto giustificare di fronte ai telespettatori che si stavano incazzando per il fatto che si stesse dando troppo risalto alla memoria storica. Come se quella umana non fosse la più importante, forse l’unica.
E io sono d’accordo con loro, tant’è che ho dovuto cambiare canale. Ok la cultura, ma prima c’è l’uomo. C’è la donna, il bambino, l’anziano. Prima ci siamo noi, poi loro. Prima viene la vita, poi il ricordo di essa.
Ho dovuto girare perché stavo affogando nella retorica del perbenismo di chi stava mettendo il passato prima del presente. Come se l’urgenza non fosse quella di aiutare più persone possibile. Che poi non si è detto questo, ma un simile atteggiamento mi ha infastidito. E mi ha portato a prendere il telecomando e a mettere Canale 5 per vedere Matrix. Che però senza Mentana è come un acquario senza pesci.
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Il Tecnico ha preso la cornetta del telefono. Come sempre, alla fine di ogni diretta, ha richiamato quelli della radio che ci ospita per sentire se è andato tutto ok. Il nostro collegamenteo funziona così, via telefono. E anche oggi ha chiamato.
Pronto? Tutto bene?
..
Cosa?
..
Come no?
..
Ma com’è successo?
..
Che significa che si è interrotto a metà?
..
Ma come?
..
Ma no, non è possibile!
..
Aspetta, eh..
..
Cazzo, è vero!! Mi si è scollegata la consolle! Merda..
La Scimmia Urlatrice non aveva nemmeno la forza di urlare. Una belva snaturata dall’imprevisto. A un certo punto ha chiesto al Tecnico di farsi dare una seconda chance. E’ una piccola radio locale, si presume non abbia un palinsesto poi così rigido. Un’altra diretta, magari fra mezz’ora, non le sembrava un’ipotesi così azzardata.
Ma niente da fare. Il tecnico ha fatto cenno di no. E mentre chiudeva la cornetta ha spiegato che non è possibile perché c’è tutta una programmazione che devono seguire. E poi…
“Waaaaaaaaaaaaaahhhhh!”
Il Tecnico sembrava impazzito. Ma mentre stavo sudando freddo – sono caporedattore da un giorno, e ho già le (s)vampate – ho fatto uno più uno. Il calendario parla chiaro: oggi è il primo aprile. Era tutto un cretinissimo scherzo.
Fanculo, Tecnico. Mi devi un by-pass.
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Qui a scuola si fa a gara per avere libera la seconda metà di questa settimana. Il festival internazionale del giornalismo di Perugia sta calamitando l’attenzione del settore, compresa quella di molti miei compagni.
Sorteggio. La soluzione rimasta è questa. Troppa gente vorrebbe andare, il Direttore non lo consente. Così il Satiro ha trovato la via: estrarre a sorte cinque nomi. E quei cinque andranno. Le loro assenze saranno giustificate, e quindi non conteggiate nel monte ore finale.
Il Direttore ha accettato. Perché il Direttore è un gran democratico, e apprezza queste alzate d’ingegno così paritarie. Eque.
Oggi, poco prima delle lezioni del pomeriggio, si saprà chi sono i cinque fortunati. L’attesa è paragonabile a quella della riffa per l’uovo di Pasqua. Intanto si rincorrono le candidature. A quanto ho capito, almeno una decina vorrebbero andare.
E io?
Io vorrei ma non posso. Ho letto il programma dal sito ufficiale, i giorni più interessanti sono proprio i primi. Quelli in cui sono caporedattore radio. Sì, tocca a me coordinare il lavoro per le dirette di questa settimana. Un compito gravoso, ma anche un compito che non ricapiterà. Confido nel fatto che sarà molto formativo. Non posso mancare per dei dibattiti, che per quanto interessanti possano essere sono pur sempre parole. E io sono al punto di riuscire ad amare solo i fatti. Di vederli, di ascoltarli. Di raccontarli. Ma soprattutto di viverli. Basta salotto. Voglio la bottega. Nella speranza di non dimenticarla aperta.
E così non parteciperò alla fuga di massa. Poco male. Avrò modo di torchiare i miei compagni. Di spronarli a produrre notizie e servizi radiofonici. E soprattutto di tirar fuori un po’ di quel carisma e di autorità in più di cui di solito sono troppo poco sprovvisto.
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Danno per morto il mestiere che vorrei andare a fare. Danno per morto tutto un sistema che in qualche modo, e per chissà quale motivo, è diventato vecchio. Obsoleto. A vista d’occhio. Quanta fretta di morire ha, questo giornale! Questo giornale, quello su carta. Quello a mezzo stampa. Perché pare che l’informazione sia una sorta di immortale, pare che lei non morirà così facilmente. Dicono. Dicono che il web salverà capre e cavoli. Per la gioia di macellai e fruttivendoli.
Non vedo che c’entriamo noi.
Boh. Chissà. Io so soltanto che a destra e a manca sfioccano necrologi poco rassicuranti per gli aspiranti cronisti. Per quelli come me, insomma. Che inseguono una chimera che si fa sempre più chimera. Sogniamo a occhi aperti un futuro in redazioni che non è sicuro esisteranno ancora per quando sarà il nostro momento. Ammesso che arrivi.
Ma sorridiamo. Grandi testate chiudono, altre arrancano e fanno i loro conti. Porte che si chiudono ogni giorno, tant’è che non ce le sbattono in faccia. I gruppi editoriali più cicciotti rifiutano pure gli stage. Questo si dice, anche se è ancora presto per parlarne. Almeno per noialtri della scuola.
Ma sorridiamo, dicevo. Che piangersi addosso non serve a nessuno.
…
Qualcuno ha un fazzoletto?
Sniff. Sob. Sigh.
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Ecco dove sono finiti i grandi maestri. Sicuramente molto lontano da qui. Sono forse nelle grandi testate, a fare i conti con il marcio di cui noi ancora sentiamo soltanto l’odore. Dell’odore. Sono là, a dare il buon esempio, ma solo quando serve.
Ferruccio De Bortoli ha detto no, niente incarico ai vertici della Rai. Prima si è detto disponibile, poi ha valutato bene la cosa e ha detto no. Non ci sta, De Bortoli. Ha detto che avrebbe avuto solo il ruolo di tramite tra l’emittenza e chi decide le cose prima che lui possa farlo. Una posizione da spettro della scena, da uomo della scrivania. Una condizione di impotenza decisionale.
Non so quanto di tutto questo sia vero. Ma di certo stimo la sua fermezza, la sua voglia di continuità. Sì, perché continuerà a fare quello che probabilmente più gli piace. Il giornalista. Continuerà a dirigere il Sole 24 Ore, e immagino lo farà con il solito rigore.
In questo mestiere ci vuole la mano ferma. Morbida, ma ferma. Ci vuole polso, molle ma determinato. Tempo fa cercavo un grande maestro, forse ora l’ho trovato. Anche se è lontano da me. Ma è pur sempre un simbolo, una sorta di spirito guida.
Mentre io sono già saturo di impegni. E mi ritrovo a scrivere qui, a un passo dalla mezzanotte, con una pila di piatti ancora da lavare.
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C’è chi scende e c’è chi sale. Chi si abissa per la delusione e chi si eleva sul piedistallo di re del mondo. O di qualcosa del genere. E io re del niente. E del tutto. Del tuttofare, quello che magari un giorno sarò. Pieno di nulla e vuoto di senso. O saturo di me stesso e dei miei stessi pensieri. Come questi.
Nel giorno in cui il sogno americano rinasce, quello di un povero aspirante cronista continua ad affossarsi nella tomba delle illusioni. Ma sopra la mia culla di terra, formiche e vermi l’erba ricrescerà. Sarà Obama a piantarla. A concimarla. A benedirla.
Speriamo non passi un Bush qualunque, pronto col suo taglierba elettrico a sflaciare tutto. Che fosse per lui, si sa, ci sarebbero solo cespugli. E frutta, tanta frutta. Grappoli e grappoli. Grappoli di bombe a grappolo.
Oh per Bacco, è il nuovo mondo!
..
Ah sì?
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Il mondo è in guerra. I cronisti osservano e ascoltano. Le bombe cadere, gli edifici crollare. La gente morire.
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E io cosa farei? Anzi. Ma io, lo farei? Che cronista sono? Anzi. Che cronista sarei?
Domande. Senza risposta. Perché sogno una professione ma ancor prima sogno la vita. Perché sto aspettando una risposta importante, ma credo che la mia esistenza su questo pianeta venga prima di ogni cazzo di carriera.
E penso pure di essere un vigliacco. Forse. Magari sì. O magari no. Perché il cronista di guerra fa una scelta ben precisa. Una scelta che non sento mia, e che molto probabilmente non farei mai. Che non farò mai. Perché io sarò giornalista. Ormai è sicuro. Me l’ha detto Paolo Fox.
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Ciao ciao 2008, ben arrivato 2009. Spero sia andato tutto bene, durante il passaggio del testimone. Il cambio dal vecchio al nuovo. Un nuovo che spero si rivelerà realmente nuovo. Un anno, questo, in cui mi auguro cambino molte cose. La prima: il lavoro. Che smetta di essere lavoro scarsamente retribuito e inizi a essere un praticantato serio. Scuola, sì, ma sempre di praticantato si tratta. La vera via per arrivare in alto. E per “alto” intendo uno straccio di posto, con una posizione riconosciuta dall’ordine dei giornalisti. In alto, sì, nonostante la salita. L’enorme, colossale salita.
Dicono che il 2009 sarà l’anno di Obama. Il mondo lo attende, in tantissimi confidano in lui. Bene: io sono il mio mondo, e spero proprio che la scuola di giornalismo sarà il mio Obama. Quel qualcuno, quel qualcosa a cui aggrapparmi e affidare sogni ed energie. Quella speranza di poter rialzare la testa e guardare avanti.
Buon anno a tutti, aspiranti cronisti e non. Che un augurio, in fondo, non ha mai fatto male a nessuno.
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Cambiare mestiere. Un consiglio che arriva alle mie orecchie sempre più spesso. Amici, parenti, compagni di sventura. Tutti uccelli del malaugurio. Forse, tutti più realisti di me.
Ma no, non lo farò. Non ancora. Se non dovessi entrare tra gli studenti del prossimo biennio potrei pure pensare di seguire il suggerimento. Lo stesso che il Mister ha dato ai direttori di Stampa e Corriere della Sera. Cambiare mestiere, appunto.
Ora non si può. Sono qui, a ridosso di un bivio, per tentare la sorte. L’esame di lunedì prossimo. Quindi, parafrasando qualcuno, “posso solo aggiungere che questo mestiere il sottoscritto continuerà ad esercitarlo, anche se qualche volta è capitato e capiterà di fare un dispiacere ad amici e parenti”. E “questo blog è qui a dimostrarlo”.
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La credibilità di un giornalista la si nota anche quando i ruoli s’invertono. Quando da intervistatore diventa intervistato, e rispondendo alle domande regala qualcosa in più di sé. Della sua professionalità.
Quando a finire sotto il torchio è addirittura un direttore di testata, le conseguenze si fanno più pesanti. Viene intaccato chiunque lavori per lui, viene marchiata a fuoco un’intera linea editoriale.
Che poi non ne esce niente che già non si conosca. Ogni giornale, tg, radiogiornale o sito di informazione ha un suo sigillo all’esterno. Chi entra in quel mondo è pregato di sapere tutto sin dall’inizio. Di aver capito le regole del gioco prima del primo giro di dadi, cosciente del fatto che ognuno racconta il mondo secondo la propria lente d’ingrandimento. Anche se così non dovrebbe essere. Ma il giornalismo anglosassone, quello dell’imparzialità sempre e comunque, sembra sempre più un’utopia di altri tempi.
Si tende a mettere in mezzo la deontologia, ma ripeto: per me è innanzitutto una questione di credibilità. Stamattina, dopo aver letto le dichiarazioni rilasciate da Clemente J. Mimun al Messaggero, mi è sorta più di una domanda. Ho visto come il direttore di un telegiornale importante come il Tg5 riesca a fare politica non solo attraverso il quarto potere del giornalismo, ma anche sfruttando l’autoreferenzialità dello stesso. Il Messaggero ha intervistato Mimun per discutere di giornalismo. Un esperimento di “metagiornalismo” che non è nuovo, e che di certo può essere utile a chi legge. Per capire certi meccanismi del fare informazione, per rendersi conto di come il giornalismo anglosassone sia, ormai, roba rara da antiquariato. Nel bene o nel male.
Ora mi chiedo che fine abbiano fatto i grandi maestri. A chi dovremmo ispirarci, noi aspiranti cronisti del terzo millennio. Se a un direttore di testata che inneggia al maestro unico per ringraziare l’insegnante che lo ha esortato a esercitare la scrittura, che elogia i governanti senza basarsi sui fatti, che parla dell’opposizione con snobismo e partigianeria. Come fosse un deputato, e non un professionista deputato a rendere il mondo intelleggibile secondo l’astruso paradigma della verità.
Non so se dovremmo fare riferimento a figure come lui, o a chissacchì.
C’è grossa crisi, e non solo per le banche.
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Cambiare si può, me l’ha detto l’uomo nero. E’ strano, lo so, ma è stato proprio lui a dirmelo. A farmi vedere come si fa. Proprio l’uomo che mette paura, proprio lui ha saputo infondere fiducia nella gente. A raggiungere un obiettivo grande quanto il mondo. E a conquistarlo.
Io non ho mai messo paura nemmeno a una mosca, della fiducia della gente me ne preoccupo fino a un certo punto. E, soprattutto, non ho mondi da conquistare. L’uomo nero ha soltanto cambiato le cose.
Se c’è riuscito lui, perché io non potrei?
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Io sono il mondo. O meglio, sono come lui. Sono sull’orlo della novità, ma senza la certezza che quel che verrà sarà nuovo davvero. Sono come l’America al voto, chiamata al ballottaggio tra l’ieri e il domani. Chissà se potranno dire che qualcosa davvero è cambiato? Chissà se anch’io potrò raccontare la storia che inizia con “C’era una volta la svolta”? Intanto me ne vado a dormire. Che la notte porta consiglio. Spero non soltanto a me, ma anche al mio sosia.
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Passa il tempo, cambiano le mode. Quel che ieri era un dogma da seguire, oggi è ormai tabù. Sarà per questo che se fino a pochi giorni fa il copia-incolla era (purtroppo) alla base del mio lavoro, ora non lo è più. E’ diventato sbagliato. Così, di colpo.
I comunicati stampa ora vanno presi e modificati fino a renderli dei veri e propri articoli. Prima no, prima la dottrina del “ctrl+c” e del “ctrl+v” era davvero molto chic. Da oggi è pop, troppo pop. E se una cosa non è chic, allora non la si fa più. Quando la prassi si fa pop, tanto vale fare gli chic e cambiare metodo di lavoro.
Ma se la Direttrice ha fatto del copia-incolla la cosa più chic che si faccia in redazione, perché oggi il Capo se ne è uscito dicendo che il copia-incolla è pop e che bisogna riadattare quello che ci arriva, come se non si fosse mai accorto che abbiamo sempre fatto le cose in quel modo così dannatamente inutile e squallido?
Sin dal mio “ballo delle debuttanti” mi sono adeguato agli standard del mio posto di lavo.. lavo.. lavoro! Standard piuttosto bassi, ma non sto dicendo nulla di nuovo. Né di chic. Oggi ho voluto puntualizzare che ho fatto come ho sempre visto fare sin dal primo giorno, e come al solito mi ha fatto passare per scemo.
Ora il problema sarà garantire la stessa produttività in termini di notizie pubblicate, dato che, a parità di tempo, riadattando (o addirittura riscrivendo!) i testi che riceviamo via e-mail si finisce per dedicare molto più tempo a ogni singolo articolo.
Ma io sono sicuro che il Capo, in cuor suo, lo abbia già capito. Chissà quanto ci metterà il suo cervello a fare altrettanto.
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Oggi è stato il giorno del cambio della guardia. Il Capo ha iniziato le ferie, proprio il giorno in cui la Direttrice le ha finite. E proprio il giorno in cui io e la Stagista… abbiamo continuiamo a lavorare, come sempre. Ringraziamo il breve ponte di Ferragosto, unico vero respiro che ci è stato concesso. Ma il giornalismo è questo. Non ci sono soste, né pause. C’è un continuo lavorare, magari con tempi scanditi da turni, guidato dall’innato senso di un sacro dovere. Quello di informare, di aggiornare, di comunicare, di approfondire.
Di dormire. Ecco cosa vorrei. Staccare la spina per un po’. Sono stanco. Non fisicamente, non mentalmente. Moralmente. Sono in questa redazione da così poco tempo che mi stupisco di me, nel vedermi già così disilluso. Demotivato.
A me il giornalismo ha sempre affascinato. Scrivere mi ha sempre appagato. Vedere la mia firma sui giornali è un’ambizione che coltivo da un po’. Esprimermi è sempre stata una ragione di vita, resa ancor più forte dalle esperienze e dalle riflessioni di questi ultimi anni. Ma quell’atteggiamento, quello spirito e quella mentalità mi fanno venir voglia di cambiare lavoro. Ammesso che capirò mai di cosa si tratta.
Dubbi, tanti dubbi. Aggravati dall’aver scoperto una certa cosa pochi giorni fa. Io e la Stagista eravamo rimasti soli in redazione. Lei, per motivi logistici, si era ritrovata a lavorare nello studio del Capo. Così, poco prima di andarmene sono passato a salutarla, ma mi ha interrotto con una domanda che non mi sarei aspettato: “Tu sei di destra o di sinistra?”. Io, che non vorrei espormi sulla questione, non sapevo davvero cosa rispondere. Mi è uscito un “te lo devo dire?”.
“Io non sono per il Mister”, mi ha subito bloccato.
Confortato, le ho confermo che neppure io sono di quella “sponda”.
“Guarda qua”, mi dice prendendo un foglio bianco e girandolo sull’altra facciata. Merda! Macchè foglio bianco! Era una foto capovolta. Nessun problema, non fosse per l’immagine rabbrividente che mi sono trovato davanti. Il Capo in posa di fianco al Mister. Un primo piano, due sorrisi enormi e tremendamente finti.
“Oh. Mio. Dio”, mi sono ritrovato a dire. E, dopo qualche minuto pieno di commenti poco inclini all’apprezzamento, ci siamo salutati per la pausa pranzo.
Probabilmente il Mister è l’idolo del Capo. Il suo modello di riferimento, la sua fonte d’ispirazione. L’ideologia politica è personale e sacrosanta, ma di certo la cosa non mi rassicura.
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Prima o poi doveva succedere. No, non mi hanno ancora rispedito a casa, per ora niente calci in culo. Ma un calcio in bocca, oggi, credo di essermelo preso. Mi hanno fatto fare una videointervista, io che con il video non mi sento poi così a mio agio. Mi vedo meglio dietro la telecamera, piuttosto che davanti. Infatti un altro sogno sarebbe fare il regista. Scusate un attimo, mi do un pizzicotto e torno.
Dicevamo. Oggi hanno giocato al tiro alla fune con i miei nervi. Speravo di scamparla, ma allo stesso tempo sapevo di essere un illuso. Mi hanno chiamato mentre ero fuori, per dirmi che nel pomeriggio sarebbe venuto il tipo della conferenza sull’autismo per essere intervistato. Fosse stato di mattina, mentre ero in giro, c’avrebbe pensato la Stagista. Invece no. Mi hanno chiamato per avvisarmi. Stavolta sarebbe toccato a me.
L’intestino si è rovesciato su stesso, con il cibo di un pranzo non ancora mangiato che mi ballava dentro come Joaquin Cortes. Esatto: sentivo fitte da tip tap. Ero agitato. Come uno scolaretto il primo giorno di scuola, ma già con la consapevolezza dell’imminente tragedia. Sigh.
Poco dopo un’altra chiamata. Il Capo mi dice che il tizio è già lì, che lo sta per intervistare la Stagista, ma che gli serve uno dei volantini che hanno distribuito alla conferenza stampa. Volantino che, ovviamente, non ho pensato di lasciare in redazione. Insomma, è qui con me. Il Capo mi rimprovera senza troppa rabbia, e mi dice che si sarebbero arrangiati in qualche modo.
Finalmente trovo la pace dei sensi, della mente e, soprattutto, delle interiora. Aiutato anche da un buon pranzetto, ma più leggero di quello di pochi giorni fa.
Fino a che non guardo il cellulare e non scopro sei chiamate senza risposta. Del Capo, ovviamente. E ancora più ovviamente c’era anche un messaggio, lasciatomi dover aver realizzato che non avrei risposto al telefono in tempi brevi. “Dato che hai portato via la documentazione (cosa che non devi fare) non abbiamo potuto fare l’intervista. Tornerà oggi pomeriggio, e la farai tu”, diceva.
Non è stato bello risentire il tip tap, questa volta con lo stomaco realmente pieno.
Mi sono fatto coraggio, e l’intervista è andata a buon fine. La mia goffaggine era così spessa da tagliarsi con un’ascia bipenne. La mia inopportunità di fronte a quella telecamera era più che palese, ma in fin dei conti me la sono cavata. Anzi, ne sono uscito a testa alta, fiero di me e di essere la nuova Lilli Gruber. Con molto meno charme, molta meno padronanza del corpo, molto meno fascino. Insomma, molto meno Lilli e molto meno Gruber. Ma pazienza, il mio futuro non è nel video giornalismo. Il mio futuro è…
Grazie per averci seguito. Vi lasciamo ad Affari Tuoi e poi alla settemilionesima puntata de Il Commissario Rex. Arrivederci.
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Domenica prossima, nella mia provincialissima città, ci sarà una provincialissima manifestazione, organizzata da una provincialissima amministrazione comunale che quei provincialissimi dei miei concittadini hanno provincialissimamente eletto. Tutti seguaci del Mister. Tutti tranne me, che forse forse sono finito proprio nella fossa dei leoni. Sono così provincialissimo, quando mi ci metto!
Uno dei provincialissimi quotidiani locali parla di una polemica insorta tra alcuni commercianti e il nostro provincialissimo sindaco. Pare che quest’ultimo non voglia finanziare l’acquisto degli addobbi che gli esercenti devono appositamente comprare per acconciare le loro vetrine secondo i parametri della ricostruzione storica che si farà. Il “Palio del vecchio cavallo” genera ogni anno la tipica situazione che ti costringe ad adeguarti al rito. Altrimenti sei un perdente, un guastafeste. Un outsider. Ma certi commercianti sono più taccagni che altro, della figuraccia se ne fregano. Anzi, diventano polemici. Magari in modo sterile ma lo diventano. Ed ecco l’attrito con il primo provincialissimo cittadino. Ecco uno spunto per un articolo che non vincerà mai il Pulitzer, ma che di certo farebbe parlare di sé. Niente scoop, solo quella conflittualità che è uno dei motori del giornalismo. Così mi propongo per un pezzo sull’argomento, dico che sono intenzionato a intervistare i commercianti incazzati, a dar loro la voce. Che è una delle cose che mi piace di più di questo mestiere: far parlare chi in genere non ha i mezzi per farlo, fare da cassa di risonanza dell’opinione pubblica e degli umori collettivi.
“Solo gli ignoranti fanno polemiche su una così bella festa. Piuttosto, diamo polmone alla cosa”. Ottimo, solo che a me, intanto, i polmoni si sono proprio chiusi. Mi si è mozzato il fiato ad ascoltare simili affermazioni, a dover realizzare il servilismo di chi mi comanda. A dover capire così brutalmente che oltre a non essere libero di scegliere di cosa voglio o non voglio scrivere (cosa che sono comunque disposto ad accettare, perché già preventivata), non posso dare voce alla gente ma, al contrario, a chi decide per loro. Il Capo preferisce mettere in risalto la festa, piuttosto che parlare di ciò che non funziona in questa maledettissima, provincialissima città.
Ma in fondo non è che un’impressione. Non ho nessuna certezza del fatto che la sua scelta dipenda da una partigianeria politica, tra l’altro diversissima dalla mia. Né che si tratti di opportunismo da “business man”. Ho solo sempre più la limpida sensazione di essere un pesce fuor d’acqua. O di essere finito, come minimo, nell’acquario sbagliato.
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A fare i giornalisti si diventa obesi. Lo sto capendo, anche se non ho prove certe. E’ solo un’impressione, un’intuizione. Non vedo troppi pancioni in giro, se non quello della mia direttrice, che ho scoperto essere incinta. Sesto mese di gravidanza, tra poco andrà in maternità. Dunque sono scagionato. Ora avete la prova che l’altro giorno, tra me e lei, non c’è stato nessun tête-à-tête.
Ma anche se non vedo troppo grassi insaturi camminarmi intorno, inizio a scoprire quante siano le occasioni che i giornalisti hanno per mangiare a scrocco. E tanto. E unto. Molto poco macrobiotico. Molte conferenze stampa sono cene travestite da impegno professionale. Io sono appena arrivato, ma negli ultimi due giorni ne ho viste davvero tante. E mangiato molto poche. Non perché sia a dieta, anche se probabilmente dovrei. Molto più semplicemente perché di cibo ce n’era in abbondanza, ma quanto pare non per me.
Tutto è cominciato ieri pomeriggio, quando dopo essermi rosolato al sole per scattare circa duecentosessanta foto a mongolfiere e pubblico non pagante, il Capo mi si avvicina e dice: “Stasera faremo la cena qui in spiaggia con tutti i giornalisti, sarà una cerimonia di ringraziamento per concludere l’evento. Servono foto. Tu ci sarai, vero?”. Io che speravo di poter finire di squagliarmi sul divano di casa mia, in bilico tra spossatezza e voglia di mandarlo a cagare rispondo: “Certo, va bene!”.
Cerco di convincermi che se ci sono tutti i giornalisti è giusto e doveroso che io vada. Ma non conosco nessuno, sono sicuro che mi sentirò in imbarazzo.
“Poi lo vuoi questo articolo?”, gli domando.
“Sì, certo”, mi risponde.
Bene, ho circa due ore per tornare a casa (a piedi, visto che il traffico è paralizzato per via della manifestazione), fare il pezzo, farmi una doccia e tornare per la cena.
Mi sto per incamminare, quando mi sento chiamare da una voce familiare. Toh, la Stagista! Mi chiede se alla cena ci sarò anch’io, e lì intuisco che ci andrà pure lei. Ok, fine dell’imbarazzo. Perlomeno avrò qualcuno con cui parlare.
Le racconto del fatto che il Capo ha detto che vuole che gli faccia l’articolo sullo spettacolo, lei si stupisce, lo vede passare vicino a noi e gli domanda se sia vero. Che sappia qualcosa che io non so? Probabilmente sì, data la risposta di lui. “No, un giornalista professionista ci sta preparando un comunicato”.
Non gelo, perché fa troppo caldo. E per quanto ho sudato mi prenderei un malanno. Però rimango deluso. Sarò stato davvero degradato ancor prima di avere un grado? Squalificato prima di avere una qualifica? Mortificato prima di essere mor…
Pausa scongiuro.
Torno a casa. Devo comunque correre, perché anche se non vuole l’articolo vuole comunque delle foto. Cinque o sei, da inviare con il comunicato. Immediatamente. Sono un fotoreporter, oramai. Chiamatemi Parker.
Tutto chiaro, a parte il dubbio del perché il Capo si sia comportato così con me. Prima sì, poi ancora sì. Finché non scopro il no, ma solo per caso.
Ore nove, tutti pronti per la cena. La creme de la creme della città è in posizione per fiondarsi sul buffet. Prendo posto, mi faccio il piatto con il poco che mi riesce prendere. Troppa confusione. Un po’ di riso, qualche verdura, un mollusco tutta corazza di cui nemmeno ricordo il nome. E una fetta di melone avvolto nel prosciutto. Mi siedo. Io e la Stagista cerchiamo accuratamente un posto lontano dagli altri giornalisti. Nonostante la sua faccia da fondoschiena, credo che anche lei provi imbarazzo.
Due forchettate al riso, un’infilzata al melone, ed ecco il Capo che mi viene a chiamare, dicendomi che è ora della premiazione finale. Siamo appena arrivati, la gente si è seduta da due minuti, e già fanno la premiazione?
Io non posso fare altro che alzarmi, scattando dalla sedia con la fotocamera da mille e passa euro nelle mani. Non è la mia, ovviamente. E’ della redazione. Se la rompo la devo ripagare con lo stipendio che non ho. Che vita.
Raggiungo la postazione, anche se in realtà la postazione non c’è. I camerieri si stanno organizzando per unire un paio di tavoli, da allestire con addobbi e merchandising vario degli sponsor della manifestazione. Business. Mi torna su il cibo ancora prima di poter dire di averlo mangiato davvero.
In sostanza resto in piedi come un fesso ad aspettare che sia tutto pronto. Per fortuna prendo confidenza con il giovanissimo cameraman di YourTv, unica emittente televisiva locale, provinciale e bigotta, che si è data un nome inglese giusto per apparire moderna. Uno sfogo di almeno mezzora su paghe da fame e orari di lavoro assurdi. Giovanni, così si chiama, ha passato tutto il pomeriggio a riprendere le mongolfiere. Solo che, al contrario mio, non ha avuto nemmeno il tempo di farsi la doccia, perché è dovuto tornare in redazione a prendere una batteria di ricambio per la telecamera.
Finalmente si scatta. E si suda, tantissimo. Un’umidità assassina. La fronte sgocciola come un Polaretto all’equatore. Un’ora e un quarto tra frasi impunemente retoriche, congratulazioni di facciata e improbabili inni alla patria. Con la scusa che il cielo è uno solo, ed è tutto italiano. So che non ha senso, ma non l’ho mica detto io!
Ottimo. Sono diventato liquido, ma finalmente abbiamo finito. Mi volto e lo stomaco s’incazza di brutto: hanno già sparecchiato il tavolo del buffet. E’ tutto pronto per la torta e i digestivi. Ma io sono più avanti di loro. Ho già digerito le mie due forchettate di riso.
Torno abbattuto al mio posto. Dopo essermi assicurato che il mio melone non sia scaduto e che lo strano mollusco non se ne sia tornato in mare perché offeso, mi accingo a mangiare le due o tre cose che mi erano avanzate.
Ma non è finita. Oggi in redazione è successo di tutto. Sono arrivati comunicati per tantissime conferenze stampa, di cui quattro solo nel pomeriggio. E se la Stagista non può e la direttrice ha i suoi dolori da premaman, a chi toccherà mai andarci? Al sottoscritto, che si è sorbito l’inaugurazione di un parcheggio più piccolo di camera sua, il comizio di comico da strapazzo prima del suo show, la presentazione di una sfilata di moda che si terrà nel week-end e quella di un’iniziativa benefica a favore dei bambini con problemi di autismo.
Tutto questo in meno di quattro ore. Sono andato all’inaugurazione, e sono scappato all’inizio del rinfresco per correre al comizio, ma sono volato via al momento del buffet per andare alla presentazione della sfilata, ma me ne sono andato di fretta non appena servito l’aperitivo per recarmi all’ultima presentazione. Seguita da cena. Evvai. Peccato che durante la conferenza mi sia sentito talmente stanco da aver desiderato soltanto di tornarmene a casa. E di corsa. Anzi no, con calma, perché per oggi ho corso fin troppo.
Mia madre sapeva che non sarei tornato per cena, così mi sono dovuto arrangiare con una fettina avanzata, una piadina riscaldata e due fette di uno strano formaggio dalla buccia nera. Non so cosa fosse ma, nonostante l’aspetto poco invitante, mi è sembrata la cosa più buona del mondo.
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Sono titubante di fronte alle cose nuove, lo sono ancora di più quando capisco di aver fatto una cazzata. Stamattina sono entrato in redazione a testa bassa, pronto ma non troppo a sentirmi dire quanto di peggio mi venisse in mente. Compreso un “ciao, che ci fai qui? Sei la nuova donna delle pulizie?”. E per me che donna non sono e tantomeno “delle pulizie” sarebbe stato un bel problema. Come lo sarebbe stato tornarmene a casa e raccontare ai miei genitori, da cui ancora dipendo economicamente, che avevo mandato all’aria tutto quanto.
Invece pare che “all’aria” ci sia finito qualcun altro. No, nessuno è stato licenziato. La Stagista è ancora lì al suo posto, e la Direttrice altrettanto. Però c’è qualcuno, anzi qualcosa, che sta per spiccare il volo. Cento mongolfiere s’innalzeranno nei cieli della mia città. Scopro che il Capo è l’organizzatore dell’evento, e che intende “coprire” la cosa, giornalisticamente parlando, con articoli e soprattutto una marea di foto da inserire in una gallery apposita sul suo bel sito. “La gente non entra tanto per le notizie, quanto per rivedersi in foto!”, esclama. Benissimo, spero che questo non significhi che la mia mansione, d’ora in poi, sarà quella di fare il fotoreporter. Molto foto e poco reporter. Insomma, io sono Clark Kent, non Peter Parker! Qui si è proprio sbagliato fumetto. Anzi, casa editrice! Io che ancora non lavoro (mi dite di cosa si tratta, una volta per tutte?) ho il terrore di venir svilito professionalmente. Io che sono arrivato in redazione da cinque minuti, e che potrei essere cacciato da un momento all’altro.
“Tu sarai il fotografo ufficiale dello show”, tuona il Capo verso di me. Sì, proprio verso di me. Bene, sono ancora in piedi, solo che al posto della penna ora mi servirà appena una fotocamera digitale. Mi sento svilito, sì. Perché io sono nato per scrivere. Oppure, sì, esatto, è la scrittura che è nata per me. Ma questa è un’altra storia. Per ora ho ancora un lavoro, pur non sapendo cosa sia. Poco male. Sono sollevato. Proprio come una mongolfiera.
“Ma servirà pure un articolo, no?”, gli domando con due natiche al posto delle guance. “Certamente”, mi risponde. “Durante il pomeriggio scatterai centinaia di foto, mentre la sera scriverai un pezzo su come sarà andata”.
Sì.
Sì.
Sì!!!
Scriverò un pezzo su come sarà andata. Scriverò. Ora non mi sento in alto come una mongolfiera. Sono Neil Armstrong che sbarca sulla luna. Sono in orbita. In estasi. Mi sento un dio. Ma con l’iniziale minuscola, dai.
Gioisco. Ricomincio con i miei copia-incolla, che oggi sembrano pure più divertenti ed appaganti del solito. Poi mi blocco e penso: “Cavolo, mi tocca lavorare di domenica”. Io il “lavoro” già lo odio. Mi ha fatto tribolare tutta la notte per via di certi pensieri negativi. E ora viene pure a rovinarmi il week-end, impedendomi di andare al mare. Non spiegatemi cos’è. Non lo voglio più sapere.
…
Cazzo, il regalo per mia morosa!!!
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Formazione. Di martedì. Che senso ha fare “formazione” di martedì? Per fortuna non sono stato lì come uno scemo, fermo, a sentirmi dire come si scrive un articolo giornalistico. Io lo so come si scrive. O perlomeno credo di saperlo.
Per fortuna oggi ci hanno spiegato ben altro, a me e alla Stagista. Come entrare in redazione, innanzitutto. No, non ci hanno spiegato come aprire la porta degli uffici, bensì come accedere ai form da compilare per aggiornare il sito. Si lavora in rete. E’ tutto lì, nel magico mondo del web. Pare che oggi non si possa fare a meno di Internet, che sia diventato troppo importante… Ecco, al punto da usare l’iniziale maiuscola quando lo si nomina. Mentre la tv è la tv, la radio è la radio e il giornale è il giornale. Tutto minuscolo, tutto normale. Internet no. Qualcuno mi deve dire perché.
E’ stata una mattinata molto “tecnica”. Ho preso parecchi appunti, in modo che nessuno un giorno possa dirmi che non li ho presi, che non sono preparato. Sembra tutto abbastanza facile. E’ un buon inizio. Il Capo è intraprendente, la Direttrice ha un fare vivace. E’ un pregio? Non lo so, però è una ritardataria. Abbiamo già qualcosa in comune. La Stagista, invece, è una di quelle ragazze sfrontate. Simpatiche ma sfrontate. Ho l’impressione che sia una di quelle persone che ti dice le cose in faccia, che ti tira addosso tutto quello che sei. Da domani vado in redazione col casco, non si sa mai.
Mi piace, poi, che appena arrivati abbiamo già la possibilità di gestire il sito dall’interfaccia, di prendere da subito delle decisioni importanti. Il Capo ha registrato noi new entries nel sistema come fossimo già dei giornalisti. Abbiamo una dose di autonomia che oggi non è merce rara. Rarissima.
Solo un appunto. Stare attenti alle notizie di politica, magari scrivendo i “pezzi” ma poi lasciandoli salvati in “bozze”. In modo che chi di dovere possa leggerli prima di autorizzarne la pubblicazione. Giusto. Giustissimo. Solo che per spiegarcelo il Capo ha detto: “Mi raccomando, la politica è un campo minato. Occhi aperti soprattutto verso i comunicati che arrivano dall’opposizione. Ad esempio: noi per fortuna abbiamo un’amministrazione comunale di…”.
Prego?
Per fortuna?
Oddio. Mi sa che il Capo “tifa” per il Mister. E solo Dio sa cosa significa scrivere per un giornale che ha un orientamento politico diverso dal tuo. Solo Dio lo sa. Ma credo che lo scoprirò presto pure io.
Dio. Scritto maiuscolo. Allora Internet è il nostro nuovo Dio!
Aiuto.
Oggi, intanto, tutti i giornali parlano del decreto “anti precari” voluto da alcuni dei politici al governo. Mi domando quali saranno le conseguenze. Dicono che la questione riguarderà soprattutto i (non ancora) dipendenti delle Poste. Bene. La cosa non mi tocca. Non perché io non sia un (non ancora) dipendente delle Poste, ma perché al momento sono appena un (non ancora) precario. Un precario precario. Un precario².
Aiuto,
Anzi, aiuto².
