Oggi è festa, e io lavoro. Mi guardo indietro, e vedo una lunga scia di feriali segnati da un fancazzismo forzoso. Il mio mondo va al contrario. Ma mi sento comunque un privilegiato, in questa repubblica di parate che sembrano autogol. In questa festa in barba (!!) alle scosse della terra e all’incapacità di scuotersi da parte di chi la abita.
Io sono zanzara
30 magLa Baia delle Zanzare torna a ronzare. Che ci fa anche rima. E non è soltanto colpa del calendario, che ricorda alle maledette succhiasangue che è di nuovo l’ora di spolpare le nostre povere vene. Tipo Agenzia delle Entrate, insomma. E no, non è nemmeno colpa del mio Mosquito, a dispetto del nome (in inglese significa proprio “zanzara”) e del rumore che fa.
E’ che qualcosa si sta muovendo, in questa città in cui il sole a volte ride ma la gente un po’ meno. Sento ronzare, sì. Sono rotative che ripartono. Ma a pensarci bene questo chiasso incessante comincia proprio da me. Io sono zanzara. E quelle rotative sono le vene che ho intenzione di spolpare.
Meglio non illudersi, però. Ci andrò con i piedi di piombo. Insomma, userò le mie precauzioni.
Oggi Sposini (2)
28 magTi fai il culo per lavorare, per trovare un fottuto posto che ti permetta di pagare vitto e alloggio. E’ una gran fatica. Una lotta contro il tempo, ma soprattutto contro i tempi. Questi maledetti tempi. Di magra. Direi di anoressia. Combatti. Resisti. Contribuisci a mantenere alto il livello di scontro. I capi ti lodano, poi ti puniscono. Poi ti lodano e ti puniscono ancora. E ancora. E ancora. Lentamente i connotati ti cambiano da sé. E la mattina i capelli ti restano sul cuscino, sempre di più. Perché tu ti fai il culo per lavorare. Tutto il resto non conta.
Poi arriva il resto, e ci pensa lui a contare per te. Nella tua frenesia hai imparato ad andare a tempo, ma non vedi più niente di quello che c’è. Qualcuno decide di ricordartelo. Che il mondo trema, e tu non puoi farci un cazzo. Che le clessidre hanno granelli imbizzarriti, e prima o poi si spaccheranno anche loro. Ti fai il culo per lavorare. Poi arriva il giorno in cui ti scopri a farti il culo per vivere.
Eccola la vera lotta, la battaglia che merita di essere combattuta. Quella per restare uomo. Quella per restare vivo. Gli eroi escono da qui, da questo fronte silenzioso ma non troppo. Restare in zona è esclusiva dei gladiatori. Io ne conosco uno, anche se soltanto attraverso uno schermo. Si chiama Lamberto, e dopo oltre un anno da quel brutto colpo è tornato a farsi vedere. Mister Sposini. Roba da 300.
A cena col nemico (3)
6 magTornando dalla palestra trovo sempre qualche sorpresa. Squilli, chiamate, messaggi, mail. Il mio pacco si chiama iPhone, e la regola dello scavicchi ma non apra non vale mai per me. Devo aprire per forza.
Due giorni fa ho trovato l’ennesima chiamata di quelli del giornaletto locale di cui sono direttore. Non so, ultimamente sono nervoso. Così, senza motivo. Sono un cronista isterico. Immotivatamente isterico. Mi fa così. Pazienza. Fatto sta che trovare quella telefonata mi ha dato sui nervi. Sarà che tutta la trafila per la pubblicazione del primo numero si è rivelata davvero estenuante. Sarà che ci si son messe pure le Poste a rallentare i lavori. Sarà che sono un cronista isterico. Punto.
Alla sera ho richiamato, ma ho mascherato sapientemente il mio disappunto. Che poi ero pure di corsa. Ho cenato un po’ di fretta, poi dovevo andare al cinema a vedere l’ultimo scialbissimo Woody Allen. Sì, ho mascherato. In fondo non ci si può incazzare per una chiamata, e finché non si vedono i primi soldi devo starmene buono anche se ho le mie cose.
“Ohi, KronaKus!”
“Ciao. Dimmi tutto..”
“Allora.. Sono stato in tipografia, oggi. Abbiamo sistemato le ultime cose. Il logo delle Poste, poi, lo mettiamo un po’ più piccolo. C’hanno detto che l’importante è che si legga il numero dentro, perciò..”
“Bene..”
“Sì.. E.. niente. Poi ti cercavo per chiederti un’altra cosa..”
“Sì..”
“Mi diceva il boss, se tu sei d’accordo, di mettere il tuo nome un po’ più in grande, magari sotto la testata..”
“Ah.. Ah! Sì! certo!”
“Sai.. A noi fa bene far vedere che abbiamo un caporedattore, e almeno si vede che.. insomma.. che c’hai lavorato anche tu, cavoli! Sennò lì in piccolo..”
“Nella gerenza, dici..”
“Sì.. lì.. Insomma, lì non ci va a leggere nessuno, dai..”
“Sì.. Certo.. Per me va benissimo! Anzi.. grazie per averci pensato. Davvero.”
Sono un cronista isterico. Il guaio è che sono affetto da un’isteria preventiva, e che poi si rivela pure immotivata. Un po’ come tutte le cose preventive, insomma. Sono il Bush delle telefonate. Trovo una chiamata e dichiaro guerra al mondo. Non va mica bene.
Credo di averlo ringraziato tre o quattro volte. D’altronde non erano tenuti a farlo. Non erano tenuti a mettere il mio nome lì in bella vista. Certo, hanno il loro tornaconto. Fanno vedere ai loro potenziali (e)lettori che fanno le cose sul serio, che hanno addirittura un caporedattore. Ok, voleva dire direttore responsabile. E io non gli ho mica ricordato che dato che si pubblica qualcosa un direttore responsabile c’è per forza, e che sbandierarlo a caratteri cubitali non è dimostrare di fare le cose in grande, ma di farle in regola. Certo, non tutti i loro compaesani ne saranno al corrente. Non mi aspetto mica che il contadino che abita di fianco al mio amico scurrile sappia che per legge ci vuole un direttore. Ma al di là di questo ho vissuto la cosa come un atto di dolcezza da parte loro. Sì, dolcezza. E riconoscenza. Ho seguito il progetto sin dal concepimento. L’ho visto crescere dentro il loro grembo accidentato. Li ho aiutati a capire se fosse maschio oppure femmina. Gli abbiamo dato un nome insieme. Abbiamo deciso come impostare i suoi primi sei mesi di vita (è un semestrale, sì). E adesso mi fanno sentire un po’ il papà di questa cosa che ancora non è nata, ma pare sia questione di giorni.
Vincere le elezioni sarà pure una questione di culi e di sorrisi seducenti, ma intanto qua quello con il culo sono io. Non è facile trovare qualcuno che pensi a certe cose. Qualcuno che voglia in un certo senso valorizzare il tuo lavoro. Ora ho un motivo in più per essere un po’ meno isterico. E di smettere di picchiare selvaggiamente su questi tasti, come mi hanno appena fatto notare.
E meno male che ci sono loro. Perché il Cielo, nel frattempo, si è proprio incazzato.
A cena col nemico (2)
3 mag“modifiche nella premessa: in un contesto del genere, la nostra idea…..(sociale, lavoro, scuola,….) (da qui)..Attività come cene….che hanno dato il loro contributo. questo punto lo togli E’ questo lo scopo de”il tu eco” che non è più soltanto il nome della nostra lista civica …. Dal sociale alla viabilità, sicurezza………attraverso un centro di aggregazione per anziani e per giovani. ciao KronaKus”
Il giornalino sta per uscire. Finalmente. Ma è un rush finale molto accidentato. Cavilli burocratici da far passare la voglia. E ritocchi su ritocchi. Come questi. Il boss mi ha spiegato cosa fare attraverso questa mail. Ho sinceramente fatto fatica a capirci qualcosa. Mi sono consultato pure con Arlecchino, ma niente. E tempo fa era già successo questo. Temo che qua per vincere le elezioni non sarà tanto una questione di culi rifatti e di autoreggenti da mettere, ma di un “reparto comunicazione” che è un po’ tutto da rivedere.
A cena col nemico
1 magIl culo bello alto, il petto in fuori e gli occhi che parlano da soli. E’ entrata così in quella chiesa sconsacrata, costringendo noi ometti a fare commenti che quella chiesa l’avrebbero sconsacrata comunque. Eravamo lì per un compleanno. Un nostro amico si era fatto convincere da un’altra nostra amica, così ci siamo ritrovati con una convinzione di terza mano a festeggiare le sue ventinove candeline alla cosiddetta Cena del sorriso. Io che sono tradizionalista pensavo si riferissero a quello orizzontale. Poi è entrata lei, e ho capito che forse s’intendeva proprio quel sorriso che va da nord a sud, e che con labbra e denti non ha proprio niente a che vedere. O perlomeno si spera.
Eravamo lì, in terra straniera. In realtà eravamo a un passo dalla Baia delle Zanzare, ma comunque avevamo poggiato i nostri culi sul territorio di un altro comune. Ma poco importa. I sorrisi verticali sono argomento universale. Potremmo anche essere stati in Burundi: in quella tavolata di ottuagenarie lei spiccava alla grande, ed è diventata l’argomento principe di quel dolce inizio di serata.
Il mio compagno di sedia? Un nostro caro amico. Di lavoro fa l’autista, ed è uno poco incline alle metafore. Roba che se ne incontra una per strada la investe di sicuro. E’ uno che se ha in mente una scena da film porno te la racconta come farebbe Tinto Brass dopo quattro mesi di astinenza. Ne sono uscite chiacchiere da osteria. Anzi, da night. Poi l’amica che ci ha trascinati lì (che Dio la benedica) ci ha dato la sveglia. Ragazzi, guardate che quella lì è la sindachessa!!
Dunque. Il tenore dei discorsi, poi, è rimasto all’incirca lo stesso, perlomeno fino all’arrivo dei paccheri con le verdure saltate, che ci ha riempito la bocca con ben altri argomenti. Ma nel frattempo si era insinuato in me uno strano tarlo. Una preoccupazione così velata che quasi non esisteva, accompagnata da un sospetto e da una consapevolezza poco confortante. Io non stavo facendo niente di male, ma poi ho realizzato cosa stesse realmente accadendo. Ero a cena col nemico.
Il fatto è che il giornaletto locale di cui sono direttore è quello di una lista civica che è arrivata seconda alle ultime elezioni di questo comune extra-Baia. A vincere è stata lei, soave 31enne regina del consiglio comu(a)nale che durante la cena ha sorriso a destra e a manca (d’altronde era il tema della serata..), infrangendo cuori e cucinando fondute di giovani elettori che probabilmente chiederanno il domicilio da quelle parti soltanto per poterla votare. Il mio amico anti-metafora abita proprio in un paesino della zona, e quando sarà ora metterà di certo la sua X sulla faccia della sindachessa in cerca di riconferma. Perché secondo il mio amico il voto è un diritto e un dovere. E non c’è più grande dovere (e più grande diritto) di avercelo diritto.
Detto in parole povere, io lavoro per la concorrenza. Per l’opposizione, che al prossimo giro di urne conta di mandare a casa la signorina che ha attirato i nostri bulbi oculari come api al miele. E non c’è niente di male se per puro caso mi sono ritrovato a cena insieme a lei e ad altre cento e passa persone. Il problema è che ho capito che una così non la si batte sicuro, che l’unica chance che i miei “clienti” hanno di vincere le elezioni è di candidare Belen, o sperare che il giorno del voto gli uomini del paese vengano tutti bloccati a casa dalla dissenteria.
A me hanno promesso la direzione del giornalino del Comune. Il problema è che prima il Comune bisogna conquistarlo. La concorrenza è spietata, e ha i mezzi per fare queste e ben altre conquiste. Di certo sarà anche una donna piena di risorse, questo io non lo so e non lo metto mica in dubbio. Ma viviamo nell’epoca del Bunga Bunga, della politica dell’immagine sempre e comunque. E il boss ultrasessantenne della lista civica per cui lavoro non vincerà nemmeno se si raderà la barba e se farà campagna elettorale in autoreggenti. Tantomeno così.
Proposta indecente
20 aprDiavoloIlluso è online
DiavoloIlluso: Kronny, apriamo un giornale!
KronaKus: Va bene. A che pagina?
DiavoloIlluso è offline
(Questa canzone sembra tristemente scritta per noi aspiranti sospiranti.. sigh!)
Io penso positivo perché son vivo (e ci voglio restare)
18 aprUn tempo si sventavano le rapine. Nel 2012, invece, si sventano i suicidi. Sarà che la rapina sta forse in queste diavolo di riforme, che raschiano l’osso di chi non ha più carne da offrire, fino a che l’osso stesso non decide di farsi buco. Alla tempia.
Di certo noi giornalettari non aiutiamo. Tutti i giorni scioriniamo cifre su cifre, rincariamo la dose come fossimo i pusher del malcontento. La crisi è un Matrix da decodificare, un cumulo di numeri con cui spaventare e indurre in tentazione. La tentazione del gesto estremo. Ma io penso positivo perché son vivo e perché son vivo. E ci voglio restare. Vivo, non secco. E’ che io sono atipico come certi contratti, e non ci sto a partecipare a questo sporco gioco senza dire la mia. Perché mentre scrivo il mondo crolla, e la gente pure. E se non crolla ci pensiamo noi, spintarelle senza sen(n)o (della ragione) e dalla penna che prima palpa e poi incula. Seguaci del dio pessimismo in un pianeta che è già pessimo (e pessimista) di suo. Una palla azzurra, se non ha già cambiato colore, in mano a chissà chi. E chissà come. Le fonti ufficiali rimarcano il baratro, quelle “alternative” raccontano il complotto. Difficile dire dove stia la verità, se mai ce ne fosse una soltanto. Intanto i Maya sghignazzano, a guardarci realizzare con le nostre stesse mani quella loro dannata profezia.

(Che poi l’ultima edizione di Beato tra le donne è stata condotta da Giletti. E questo è chiaramente un segno della fine dei tempi).
Ho in testa una sesta
17 aprLa mia ultima ragazza ha una quarta. Due ragazze fa, quella invece portava una sesta. Il peso dei discorsi di certi palestrati si misura in mammelle. Argomenti di peso, letteralmente, a seconda della circonferenza. Oggi tra i pesi ho sentito dei ragazzi parlare così, con facce serie che mi hanno pure un po’ spaventato. Non possono dire ‘ste cose come fossero da Marzullo. Ma ognuno dà peso a quel che pensa abbia peso, mentra e me pesa un certo pensiero. Mi pesa l’idea di aver chiesto i soldi ai miei per iscrivermi in palestra anche in questa primavera. Mi pesa che sia stata una loro spesa. Ed è una cosa che pesa almeno quanto una sesta. Il prossim’anno voglio farcela da solo. Voglio togliermi questo peso. I pesi li voglio pagare da me. O mi possa stuprare questo mostro qua sotto.


La storia per caso
11 aprUn’insalata mezza greca, che però ho provveduto a mangiare per intero. L’altra mezza l’ho scordata, che di quel giorno ho ben altre cose da tenere a mente. Villa Pamphili, Roma. Uno dei posti più belli che abbia mai visto, e questo forse dimostra che non ne ho visti poi tanti. Ma quel che è bello è bello. Un polmone verde dentro l’immenso grigio della città della storia, in una giornata che oggi mi torna in testa tra la nebbia del mio fitto pensare.
I miei genitori erano venuti a trovarmi durante uno stage, forse il più importante per il prestigio della testata. Io ho la memoria corta e il naso altrettanto, altrimenti starei qui a spacciarmi per una banca dati ambulante. Invece no. Né banca dati né banca date. Più che il fosforo, il burro. Tutto mi scivola via. Per questo non ricordo quando è stato il giorno delle insalate mezze greche. Il giorno in cui ho pranzato a un metro e mezzo da Miriam Mafai.
Idea.
Grande idea.
Sono un genio.
Sono passati quasi due anni. Sì. Esatto. Me l’ha appena detto il mio curriculum, in cui ho volpescamente incluso quel mio stage da sventolare ai quattro venti.
Io quella donna proprio non la riconoscevo. E il motivo è semplice: non la conoscevo affatto. Il suo nome se ne stava nascosto nei meandri della mia nebbia cerebrale, ma il suo volto mi era del tutto indifferente. Vedevo una signora presumibilmente sveglia a discapito degli anni. Tutto qui. Per me non c’era nient’altro da vedere. Mio padre, invece, sa tutto di tutti, e quando non sa fa finta di sapere. Questa volta, però, sapeva davvero. “Kronny (no no, non mi chiama veramente così), guarda chi c’è. Sai chi è quella?”, mi ha chiesto. Prima di ostentare il suo sapere verifica sempre quanto ne sanno gli altri. Così, tanto per umiliarli. “No. Chi è?”, gli ho risposto io, abituato ma non troppo al suo modus avvilendi. “E’ Miriam Maffai. Quella scrive per Repubblica da tanti anni”. E dire che lo stage lo stavo facendo proprio lì.
Oggi ripenso a quel giorno e mi sembra tutto un po’ sfumato. Ho scattato diverse foto, i ricordi più nitidi che ho. Stavo dentro a quel polmone verde, vicino a Monteverde (dove mio nonno andava a vendere le uova, cosa che oggi ci racconta un giorno sì e l’altro pure). Ruminavo insalata greca (e verde) e indossavo una polo. Una polo verde. Ci mancava solo Bossi in lacrime ed eravamo al completo. Davanti a quel monumento al giornalismo ho fatto finta di leggere proprio il “suo” quotidiano, che mio padre compra tutti i giorni ormai da un paio di vite. Però adesso Miriam non c’è più. Di lei restano la penna più pungente della spada, gli editoriali rossovestiti, gli amori a scoppio ritardato. E la passione viscerale per le inchieste, al punto da preferirle agli uomini. O così diceva. A me non rimane che la nebbia di quel giorno di sole, il ricordo dai contorni contorti di quel pezzo di storia incontrato per caso nella città della storia.

Come in una mela marcia
22 marHo letto questo e poi ho commentato. A me a una cert’ora si aprono le acque.
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E’ in corso un cambiamento più grande di noi, ma sta a noi dimostrare di non essere troppo piccoli per cavalcarlo. Il futuro non è di carta, anche se la carta, ritengo, è e resterà immortale. Ma come giustamente viene sottolineato sta cambiando il suo ruolo. Bene. Parliamo però di occasioni. Parliamo di possibilità. Parliamo di porte che si potrebbero aprire, non di quelle ancora aperte ma che rischiano di chiudersi. Il domani di questo mestieraccio sta in Rete, e noi dobbiamo essere i pesci in grado di restare a galla, ma soprattutto di seguire l’onda e di trarre beneficio da questa (non più tanto) nuova corrente. Si va per tentativi, ma soprattutto si va a tentoni. Non importa. Bisogna inventare e inventarsi. Osare senza dosare. Nuotare, nuotare, nuotare. Continuare senza abboccare agli ami sbagliati. Buonanotte.
Toh, un verme.
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Speriamo che sia racchia (2)
16 marE’ fatta. La monetina è stata lanciata, e la dea bendata ha indicato la faccia con sopra la mia faccia. Anche perché pare che la faccia di quell’altra non si guardasse, e l’omino che le ha fatto il colloquio non era affatto bendato come la suddetta dea. Alla fine sono stato scelto io, a mo’ di Pokemon. Ora devo uscire dalla mia sfera poké, quando invece vorrei tanto avere una sfera di cristallo per vedere come andrà a finire tutta questa storia. Adesso c’è da fare le carte. Confido in un bagatto, possibilmente non rovesciato.
Speriamo che sia racchia
15 marIl tempo passa. Ed è una cosa grossa, ma te ne accorgi dalle cose piccole. Da un gesto che prende il posto di un altro. Dalle abitudini che cambiano perché cambiano le persone, e con lore le idee, le convinzioni, i giudizi e i pregiudizi. Il tempo passa e te ne accorgi alle 2 e mezza della notte, quando tuo padre si alza e scende giù in cucina per bere un bicchiere. Cioè, per bere l’acqua che ci sta dentro. Una volta le opzioni sarebbero state due, ed entrambe avrebbero fatto schifo. Forse ti avrebbe urlato che non si vive all’ombra della luna, e che se poi non ti alzi entro una certa ora vali meno di zero. Oppure ti avrebbe semplicemente invitato ad andare a dormire. Parole al vento, s’intende. Invece no. Questa volta ti vede in cucina, a sorseggiare una camomilla necessaria come una dose ma con tutt’altri effetti. Che la notte è lunga e silente, ma imprecare è un lampo. Soprattutto quando sei a caccia di citazioni sul Vajont ma ti riveli una frana. La pazienza straripa, diventa fanghiglia di nervi. E poi è strage.
Il tempo passa. Ed è una cosa grossa anche che tuo padre non imprechi indicandoti il letto come unica via di salvezza e redenzione. No. Questa volta beve il suo goccio d’acqua, mette in bocca il biscotto di rito e poi ti si avvicina. Con gli occhi ancora mezzi chiusi ti dà un paio di schicchere bonarie, proprio lì sulla gobba. “Ciao vado a letto. Sai ultimamente ho difficoltà a dormire”. Non t’insulta se dormi poco, fa addirittura l’autoironico perché lui dorme troppo. Il tempo passa. E non è una cosa grossa. E’ enorme.
Non sai perché. Forse è fiero di vederti così. Non di vederti ricurvo sul pc a mo’ di cronista di Notredame, a maledire le lenti a contatto che non ti fanno leggere un cazzo ma che vista l’ora hanno pure ragione loro. No, non è questione di posa, ma di uniforme. Sei ancora lì in camicia, come un uovo, pieno della tua giornata piena. Piena come un uovo. Sei stato a un colloquio di lavoro, e ti sei agghindato come non fai mai. Tuo padre invece ha gli armadi a castello, perché un solo piano non basterebbe a contenere tutte le sue camicie. Ne ha a decine, non indossa nient’altro che quelle. E quasi sempre le stesse. E ha sempre sognato un figlio in camicia ma non nato con la camicia, e pure con la palla al piede ma che non fosse una palla al piede. Però non si è mai sforzato per ottenere questo da te. Ha evitato di sudare sette camicie. Sapeva che sarebbe stato tempo perso. Tu, figlio dal maglione facile, che il pallone l’hai cominciato ad apprezzare due anni fa, durante lo stage nella redazione sportiva fatto durante i mondiali, e che poi hai preso una brutta piega tra il Fantacalcio e lo stramaladettissimo Better. Oggi ti ritrovi a guardare le partite con lui al netto del tifo, imprecando contro i giocatori della tua formazione. Stronzissimi, ti segnano soltanto quando li lasci in panchina, se non in tribuna. Ma il tempo passa. Ed è una cosa bestiale, colossale. Tu che vivi la notte in camicia è proprio roba da fantascienza.
Hai conservato la divisa del giorno perché francamente non hai avuto nemmeno il tempo di metterti quella della notte. Due pezzi da chiudere, uno da inventare, registrazioni telematiche da fare con urgenza, e una matassa informe di pensieri che annebbiano il tutto. Il tuo cervello è Val Padana, ma pensi e speri sia soltanto stanchezza. Domattina, poi, sveglia presto. Entro le 10 (sì, ho detto che è presto) ti aspetta una telefonata di peso, una che potrebbe condizionare il tuo prossimo anno di vita. Ti diranno l’esito del colloquio di oggi. Domattina, sì, perché c’è da partecipare a un bando in scadenza e non si ha nemmeno un minuto da perdere. Il punto è che non sei il solo. Siete in due a volere quel posto. Tu e una fantomatica lei che presumi provenga dalla tua stessa scuola di giornalismo. Ti domandi chi sia. Non credi ci sia qualcuna del tuo stesso biennio interessata a un posto così poco remunerativo, ma d’altronde se ci provi tu perché non dovrebbe farlo anche qualcun altro che si trova nelle tue stesse condizioni? Certo che se fosse di un biennio passato sarebbe un brutto segno. Sarebbe prova di un fallimento, anche se oggi come oggi non ci sarebbe niente di strano, tantomeno da rimproverare. Però cercare di arraffare un posto da otto ore al giorno (sotto)pagate dalla Regione non è segno di buona carriera. E se invece questa fantomatica lei venisse dall’ultimo biennio, cioè da quello che sta per finire? Vorrebbe dire che è una di scarse ambizioni, ma non sarai di certo tu a giudicarla. Tu che sei il cronista dell’orticello. Oggi il cavolo non ha fatto un cavolo. La cipolla è caduta, si è sbucciata e poi ha pianto. E la rapa, non parliamo della sua testa che è meglio.
Sei qui appeso a un filo. O meglio, a un pelo, ma non diciamo di cosa. Ti studi di nuovo il tuo curriculum come dovessero interrogarti ancora sulle cose fatte, mentre forse sarebbe ora che t’interrogassi tu sulle cose da fare. E pensi a domattina. Ti sembra tutta una fottuta guerra tra poveri. Attendi l’esito, ma non trepidi mica. Intanto è meglio andare a dormire. Per una volta non sei stato insultato per farlo, ma non sei ancora immune al sonno, anche se ci stai lavorando. Ti stendi con un pensiero in avanti e una speranza nel cuore. Ti viene in mente lei, l’immagine fumosa e indefinita della cronista delle verdure che sta cercando di soffiarti il posto. Ti concentri e fai una preghiera. Buonanotte, mondo. E speriamo che sia racchia.
La solitudine dei primi (2)
7 marCiao, stronzi sottopagati.
A seguito di molti comportamenti scorretti che nel mese di febbraio hanno reso difficile la gestione del sito, da oggi il tempo disponibile per la consegna degli articoli si riduce a due misere ore. Questo considerando che un cazzo di copia-incolla non dovrebbe richiedere più di un’ora di tempo. Sono in molti, infatti, i piccoli bastardi tra di voi che prenotano la mattina prestissimo e poi consegnano quasi allo scadere. Per non parlare di chi prenota e non consegna affatto. Feccia umana, dico io.
Si tratta di una mancanza di rispetto sia nei confronti di noi della redazione, che ci ritroviamo a fare i salti mortali per coprire gli slot disponibili, sia degli altri patetici collaboratori come voi. In un periodo dove le risorse sono state tagliate, prenotare e non consegnare – o farlo dopo i termini – significa togliere la possibilità di scrivere ad altri scribacchini smaniosi di portare a casa tre euro (lordi) per ogni pezzo consegnato. Dico io, cosa cazzo volete di più? Le ferie pagate? I buoni-pasto? La zoccola gratis davanti al portone di casa?!
Dall’alto del mio luccicante trono di redattore presumibilmente stipendiato mi riservo la possibilità di rispedire al mittente prenotazioni da parte di parassiti che non hanno mai dimostrato sufficiente impegno in quella certa sezione, non rispettando le regole di stesura né quelle di lunghezza dei contenuti.
Infine vi segnalo che la deadline massima per la pubblicazione sono le 21 di ogni giorno, quindi cercate di consegnare tutto entro le 19 30, massimo le 20. Non posso rimanere al lavoro ogni santo giorno fino alle 22 per colpa delle vostre fregnacce.
La domanda, poi, sorge spontanea (sì, mi manda Lubrano, e pure un po’ il demonio). In tutto sono circa dieci o dodici articoli al giorno. Possibile che non si riesca a preparare per tempo un numero così esiguo di contenuti, per giunta copiati da altri siti? E dire che soltanto due mesi fa se ne pubblicavano il doppio.
Andate a fare in culo.
Firmato,
Il Primo con la solitudine
Rossella Urru, la farfalla che non vola più
29 feb
E’ bella pure lei, ma non avendo libellule incastrate nel pube non se la fila nessuno. Vorrei davvero che Rossella diventasse la nuova Belen. Questa libellula è rimasta incastrata nel pube algerino. E’ successo quattro mesi fa. E’ caduta in un brutto retino, ma nessuno ha mosso un dito per lei. Tutti presi con altre farfalle, di quelle che solleticano, che provocano dolci pruriti.
Guardatela bene. E’ bella pure lei, anche se non scende dalla scalinata dell’Ariston con uno spacco sub-ascellare. Eppure a Sanremo c’è finita lo stesso, grazie a una comica che sa far ridere ma pure riflettere. Sotto i riflettori c’è tornata anche grazie all’uomo che meglio di tutti sa bucare lo schermo, e che per questo sa anche ricucirlo laddove lui buca la notizia. Geppi e Fiorello hanno contribuito a fare di questo 29 febbraio un giorno davvero speciale. Non perché bisestile, non perché Gioacchino Rossini può festeggiare di nuovo il suo compleanno (come ci ricorda anche Google), ma perché il web ha preso la parola, ha urlato contro gli altri media, ha attirato l’attenzione che ci voleva e come ci voleva. E pure i tiggì hanno rivolto lo sguardo verso altre farfalle.
Oggi è il Rossella Urru Blogging Day. Oggi la tv smette di dormire, almeno per un po’. Oggi non ci parleranno soltanto dei baci con la lingua tra Capitan Schettino e la non-badante che si faceva in nome di una strana Concordia. Per ventiquatt’ore il tubo catodico si ricorderà del ruolo che può ancora giocare. Perché non ci sono soltanto le liberalizzazioni in arrivo, ma anche le liberazioni che non arrivano.
Clicca qui per saperne di più. Saperne di meno non ti servirebbe a niente.
È
28 feb
A forza di lavorare con le parole sono diventato velocissimo. Me lo fanno notare tutti. Dai capi, che non ho mai conosciuto (sarà forse per questo che me lo dicono?!), agli amici che ancora non ci credono, data la mia lentezza cronica. Eppure è così. Sono diventato talmente scattante nello scrivere che ho un nuovo soprannome. Rapido Pen. Spero con la e aperta.
Non smetterò mai di dare soprannomi
24 febSe sono quello che sono lo devo al sangue che mi hanno messo dentro. Se faccio quello che faccio è anche perché qualcuno mi ha dato un certo impulso genetico. Se sono portato per le parole è perché c’è chi prima di me lo era altrettanto. Mia nonna, per esempio. Lei era un’inserviente come tante, una donna tutta casa e ospedale che ha cresciuto tre figli dopo essere rimasta vedova troppo presto. Il suo rapporto con le cose scritte era puro diletto, puro svago, puro interesse, pura scoperta. E aveva sempre un soprannome per tutti. Uno pseudonimo, un nickname, persino per i miei amici. Per etichettarli le bastava vederli una volta. Faceva leva se un segno particolare e il gioco era fatto.
Oggi mia nonna se n’è andata. E proprio oggi ho capito che se mangio con le parole è soprattutto grazie alla sua impronta. E che se KronaKus esiste è perché ho ereditato da lei l’attitudine a soprannominare, il cinismo che fa sorridere e a volte indignare, la voglia di analizzare e di criticare. Se sono quello che sono lo devo anche al sangue che mi ha messo dentro lei.
La solitudine dei primi
2 febUn tempo c’erano i pacchi bomba. Erano improvvisi e, soprattutto, molto molto pericolosi. Oggi le poste si sono trasformate in sottospecie di banche, e chi scrive a qualcuno lo fa quasi sempre in bit. E’ l’epoca delle missive virtuali. Il tempo delle mail bomba.
Le mie non sono poi tanto improvvise, anzi, ormai me le aspetto proprio. Pericolose invece lo sono, soprattutto per i nervi. L’assurdità di certe parole mi rimbomba dentro, e mi ricorda come io sia nato nell’epoca sbagliata. Una in cui chi lavora non viene pagato né in denaro né in rispetto. Ci sono testate da prendere a testate, che ti danno tre euro al pezzo (lordi, s’intende) e pretendono l’inverosimile. Oltre il danno, la beffa. I redattori ti scrivono in casella, a te come a tutti gli altri collaboratori, per ricordarti quanto sei idiota. E per dimostrarti quanto lo sono soprattutto loro.
Scrivi. Impagini. Tagli le foto e le carichi nel server. Titoli. Fai i sommari. Metti le didascalie. Controlli se hai rispettato le regole SEO. Ti accorgi che qualcosa non va. Riscrivi. Reimpagini. Tagli le foto e poi passi alle vene. Fai tutto questo e ti accorgi che è già passata più di un’ora. Ma la consapevolezza che fa più male è quella di aver sprecato tutto questo tempo per una cifra che ti ripagherà sì e no della corrente consumata, delle suole logorate sbattendo i piedi dal nervoso e dell’usura dei polpastrelli. Tic tic tic. Mai visto un simile spreco di cellule morte su una tastiera.
Poi ti rilassi. E’ notte, perciò ti rilassi. E’ un tuo diritto rilassarti almeno la notte. Prima di addormentarti, però, controlli le mail. Ormai è una prassi consolidata. Dare un’occhiata alla posta è spesso l’ultima cosa che fai ogni giorno, ma anche la prima del dì che segue. E trovi lei, la mail bomba del solito redattore, lui e lui soltanto, che quasi ogni notte tedia tutti i collaboratori con rimproveri e minacce neanche tanto velate. Avvertimenti, moniti, ultimatum. Io non so esattamente con che capre abbia a che fare, ma di certo lui è il pastore più rompicoglioni che abbia mai visto. E’ il primo tra noi poveri coglioni, nel senso che è il capo (sigh!), uno dei nostri superiori prima della direzione. Un dispensatore di accuse rivolte a chi percepisce soltanto tre euro a botta e non ne percepisce il motivo. Me lo immagino davanti al suo schermo, alle tre della notte, a fare un lavoro per cui forse è pure stipendiato (oh, quale privilegio!). Luce blu che si riflette sulle gote scavate, e due occhi tanto tanto spenti. Ma la solitudine dei primi ti porta a dare i numeri. Ti controlli le tasche, e le vedi vuote. L’unica cosa piena è una casella di posta virtuale colma di improbabili accuse rivolte a un gregge legittimamente demotivato. Istruzioni per l’uso che sarebbero pure sensate, se non fossero condite con litri e litri di piccantissima arroganza. E ti vien voglia di rispedire la mail bomba al mittente, sperando che esploda non appena arrivata a destinazione.
Divoratore di acqua che vola
18 genSono tempi di magra, ma io non posso di certo lamentarmi. Ho il mio bel lavoretto, che non sarà come un colpaccio al Win for life, ma quantomeno rimpinza il mio ciccì per le spese correnti (che quelle, si sa, ferme non ci stanno mai).
Sono tempi di magra, dicevo, ma io non posso di certo lamentarmi. Eppure a guardarmi bene dovrei cominciare a tirare la cinghia pure io. Quella dei pantaloni, però. Di uno o due buchi. Durante le feste la festa me l’hanno fatta davvero, a suon di panettoni, pandori e torroni. Ho pure problemi a mordere, già alla mia tenera età. Non ho più i denti da latte, ma quelli da fondente già fanno le bizze. Però basta lamentarsi. Bisogna sempre essere incisivi, anche da devitalizzati. E io, per tagliare la testa al torero (detesto fortemente la corrida), ho deciso di mettermi a stecchetto strizzando l’occhio pure a canini e compagni. L’anno scorso ero dimagrito mangiando tutto al vapore. Quest’anno farò di meglio. Mangerò solo quello. Solo lui. Solo il vapore. E’ che sono già in ansia per la prova costume. Kronny, ma ancora è presto!, direte voi. Stolti. Tra poco è Carnevale. Di questo passo le righe della calzamaglia da Spider-Man assomiglieranno a certe onde del sud-est asiatico.
Nevrosi di inizio anno
4 genAlzo la cornetta. Uh, l’iPhone la cornetta non ce l’ha.. Vabbè avete capito lo stesso.
“Sì, salve.. Ho ricevuto una telefonata da questo numero..”
“…Ah… Sì… Forse sono io che ho sbagliato…”
“Ah.. Ok.. Sa, ho richiamato perché stavo aspettando una chiamata di lavoro, e allora…”
“No no, io stavo cercando la signora Saltampiano!”
“Ah ecco. Beh, la prossima volta stia più attenta. E alla sua amica dica di farsi riparare quel cazzo di ascensore una volta per tutte!”
Click.
Tu-tu-tu…
Off
17 dicAscolto Rockfeller blaterare di fronte a quell’Obama mancato di Carlo Conti. Quello stronzo di un pupazzo, talmente squattrinato che non si può permettere nemmeno una voce propria, si azzarda a ricordare che sono passati venticinque anni dalla sua prima apparizione. Io lui me lo ricordo. Ero poco più che un feto dispensatore di caccapupù, ma me lo ricordo. Mi faccio due conti (che non sono due Obama mancati), e mi accorgo che il tempo non è veloce come la luce. E’ la luce.
Ditemelo voi dove sta l’interruttore. Voglio fermare questa corsa. Anzi, va, facciamo che la rallento, non vorrei essere frainteso. A ventotto anni ormai avviati non ho ancora un contratto vero. Ho soltanto una collaborazione divertente ed appagante, ma non il lavoro della vita. Il problema non è cosa faccio, che a fare pezzi sui programmi tv ci potrei passare pure la vita. Il punto sono i soldi che entrano, e che visti i tempi che corrono (oh, come corrono!) non sono nemmeno pochi, anzi, ma non bastano per fare di me un ometto economicamente indipendente. E la pensione? Più mi avvicino più lei si allontana. E dire che mi sono appena fatto la doccia.
Rockfeller pensaci tu. Sai, succede anche a me: a volte mi chiamano “pupazzo”. Tu che sei altrettanto finto sei riuscito a farti strada. Aiutami, per favore, a farmene una mia (di strada). Mettimi tra i famosi, possibilmente senza l’isola dei, sulla quale dovrei condividere pesci lessi con quei pesci lessi che si fanno chiamare “naufraghi”. Ti prego, ragazzone plasticoso dal becco grande e arancione, aiuta questo aspirante cronista. Ti prometto che quando avrò fatto i soldi ti comprerò pure un bel paio di corde vocali, così potrai fare tutto da solo.
Ti vanno bene quelle di Sandra Milo?
…
…
…
…Rockfeller?
…Rockfeller?!
…Rockfeller dove sei?!
…Rockyyy!!
…Rockynuccioooooo!!!
…Rockyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyy!!!
…
…
…
Sob.

Bellicosì
26 novVietnam, Addestramento estremo 2, Mille modi per morire. Carini i titoli dei programmi tv su cui devo scrivere oggi pomeriggio.
Stasera voglio farmi una pizza con Gandhi e Winnie The Pooh.
Il gallo del malaugurio (2)
18 novE dire che stavo soltanto cazzeggiando con il mio iPhone. Il giornale dei sogni non arriva mica in questa sperduta Baia delle Zanzare, e allora mi sono procurato la mia bella app che in un tap mi rende up aggiornandomi sulle sue uscite. E tutto questo alla modica cifra di zero cent, anche se alla fine il quotidiano me lo leggo con almeno un giorno di ritardo sull’uscita effettiva. Un vero affare (e ci manca che devo pure pagarlo, il giornale che mi deve due sfoglie da cento che probabilmente non vedrò mai).
Purtroppo il cazzeggio si è presto trasformato in qualcos’altro. Dal mio solito ghigno sornione sono passato ad avere un’espressione tipo Urlo di Munch. Ho aperto l’ultima edizione uscita e tanti saluti. Letteralmente.
Fa male sapere che dietro tutto questo ci sono i ricatti di un partito che un tempo si è preso anche il mio voto. Oggi mi vedrei bene dal concederglielo. A maggior ragione adesso, nonostante condivida le idee di fondo di certe teste calde che però hanno dimostrato di essere pure vuote, figlie di un sistema che dovrebbero combattere, e non assecondarlo fino a scomparire in questo mare di indecenza. Stiamo andando veramente a fondo. Questi partiti sono partiti di testa. Gli interessi della politica hanno fatto terra bruciata a chi avrebbe semplicemente voluto fare il proprio mestiere. L’arroganza ha trionfato sull’onestà. E’ un mondo di merda, e puzza da far schifo.
Il gallo del malaugurio
17 novDriiin. Svegliati, pargoletto svegliati. Che il tempo dei sogni ormai è finito. Svegliati, cronista sognatore cronico. Il tuo giornale dei sogni è morto, o perlomeno è finito in rianimazione sospesa. Il mercato non ha scrupoli, e la macchina del fango è molto più di una definizione coniata da Saviano. E’ un mondo piccolo fatto di gente piccola. E di un mercato largo come la cruna di un ago.
Questo è un fulmine a ciel variabile. Che sarò pure ingenuo, ma non al punto da non capire che tirava una cattiva aria ormai da tempo. Un anno fa mi sono imbarcato con loro. Oggi mi mancano all’appello la bellezza di duecento euro. D’altronde da quella sponda ho sempre ricevuto parole di stima, ma mai quattrini.
Non ho mai avuto le pupille a forma di euro, e non è certo questo il momento migliore per cominciare ad averle. Mi tengo stretto la mia nicchia dorata, fatta di belle parole, di articoli gioiosi, di una scrittura addobbata a festa con perle creative e ghirigori verbali. Mi tengo il mio mondo piccolo fatto di cose piccole. Un mondo che mi ripaga in complimenti, ma anche con bonifici puntuali.
Guardo avanti. In fondo qui intorno la terra era bruciata già da un po’. E incrocio le dita. Il giornale dei sogni potrebbe tornare dall’aldilà. Ma al di là di questo io resto nell’aldiquà. Occhi vigili e sguardo attento. Sono un cronista sognatore cronico, ma ho ancora orecchie buone per sentire quando la sveglia suona.
Dirigo legumi e me ne vanto
15 novStavo finendo la mia cenetta in famiglia a base di pesce e pizza. E vino. E liquore alla liquirizia. Ho sentito il telefono vibrare, che io la suoneria non la tengo quasi mai, e con tutto quell’alcol tant’è che ho sentito qualcosa. Era il boss di una rivista che mi vuole come direttore. Una cosa piccola, di paese, ma tutto fa brodo. Per far soldi van bene anche le galline vecchie, purché ci sia almeno una parvenza di professionalità. Sarò pure nuovo nel giro, ma non mi piacciono le cose fatte alla cazzo di cane. Cinofilo sì, ma c’è un limite a tutto.
Il boss era in riunione con i suoi per decidere l’impianto della nuova pubblicazione. Durante i nostri due incontri nella più centrale tra le caffetterie del centro gli ho involantariamente scroccato la colazione, entrambe le volte (non l’ho fatto apposta, davvero), e tra un cornetto e un cappuccino abbiamo parlato pure del giornale. Credo, almeno. Dio mio quanto era buono quel ripieno di nutella.
Dicevamo.
Credevo che il nome fosse deciso. Invece, non appena finito di trangugiare l’ultimo bicchiere di liquirizia alcolica sotto gli occhi fulminanti di mia madre, mi ha telefonato per chiedermi come chiamare ‘sto giornaletto. Sono rimasto spiazzato. Dal basso del mio status alticcio ho dovuto improvvisare qualcosa. Pensavo fossero orientati a dargli lo stesso identico nome dell’associazione culturale che sta dietro a tutto questo, un nome che ben si presta a dare il nome a un opuscoletto locale degno di questo nome. Ma in nome di Dio, no, non era ancora cosa fatta.
Beh… io innanzitutto conserverei (ich) la parola “voce”.. così (ich) che rimandi a voi ma non in modo (ich) troppo diretto… Poi alla mia proposta di titolo ho aggiunto in coda il nome del paesello, ma La voce di San Maurizio mi sembrava un po’ troppo banale. Io punterei su qualcosa (ich) che vi caratterizza. Che so… (ich)… un monumento… Qualcosa (ich) che avete solo voi..“. Poi non so come sia andata a finire. Non so se nemmeno se ce l’abbiano un monumento, qualcosa che sia tipico davvero. Ho capito l’antifona: presto sarò direttore de La voce del fagiolo da sgrano. Ed è meglio non vi dica di che voce si tratta.
Meglio berci su. Arrivato a casa mi sono messo a scrivere. Era una di quelle sere dalla vena aperta, forse perché stappata dall’alcol a mo’ di viakal (dovrei brevettarlo come rimedio contro i problemi di circolazione.. mirtillo, puppa!). Ho infilato le cuffie nelle orecchie. Ho aperto Winamp. Ho fatto partire la musica. L’ho ascoltata per qualche minuto. Poi mi sono accorto che il suono non mi stava arrivano direttamente dagli auricolari fino agli omonimi padiglioni di cui sono dotato come ogni altro uomo (ma anche qualche donna ce l’ha). Quel suono mi stava arrivando da un po’ più lontano. Non avevo attaccato le cuffie al pc. Maledetto liquore alla liquirizia.
A Silvio
9 novSpesso mi danno dell’animalista. Ma prima di parlare leggete qui, e poi guardate come vi riduco i Leopardi.
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Silvio, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale (perché anche tu ne hai avuta una),
quando beltà splendea (???)
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieto e penoso, col botulino il limitare
di gioventù salivi?
Sonavan le quiete stanze, e le maree d’intorno,
al tuo perpetuo canto fuor di cella
in compagnia del tuo compare, il messer Apicella,
allor che all’opre presidenziali intento
sedevi, assai contento
per quel vago trombar che in mente avevi.
Era il passero odoroso: e tu solevi
così menarti tutto il giorno la cappella.
Io avevo gli studi assai poco leggiadri per diventare giornalista
talor lasciando le sudate carte,
ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte.
D’in su i vergoni del vicin bordello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
e al suon del tuo uccello
che percorrea la cavernosa mela.
Miravi al cul sereno, alle vie dorate e agli “orti”,
e quinci entrasti nel mar di lei da lungo, e quindi passasti al monte.
Lingua mortal non dice: quel che tu sentivi era il seno.
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvio mio!
Quale allor ti apparia
la gnocca umana e il fato dei potenti!
Quando sovvenisti (sovvenisti?!) di cotanto sperma,
effetti a Ruby feci
così acerbi e sconsolati,
e poi tu tornasti a doler per la tua sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi a lui
quel che promettesti allor?
Perché non zittisci i magistrati e poi
non porti in fondo la sua legislatura?
Tu prima che l’erbe s’imbianchi per l’inverno,
da nemico voto combattuto e vinto,
perisci, o tenerello.
E non vedrai il fior degli anni tuoi;
seduto al Quirinale per l’ultimo saluto
e non per la dolce lode,
le negre chiome della Arcore di notte,
or gli sguardi innamorati e schivi;
ma sappi che nemmeno le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore, bensì di soldi a suon di botte.
Anche perirà fra poco la speranza tua dolce:
qualche giorno per la legge di stabilità
e poi via giovinezza.
Ahi come, come passato sei,
caro compagno (senza offesa, eh) dell’Italia tua nova,
lacrimata speme tua e di tutti i piduisti!
Questo è il mondo? Questi i diletti, l’amor,
l’opre dei traditor,
gli eventi, onde cotanto ragionasti
insieme ai massoni amici?
Questa la dolce sorte delle italiche genti?
All’apparir del vero (così bello che non ci si crede)
tu, misero (parliamone), cadesti:
noi con la mano a un sol dito ti salutiamo,
e i freddi sfinteri ignudi ti mostreremo da lontano.
Male di miele
31 ottCiao KronaKus,
come sei diventato poetico. E’ il periodo degli amori per gli aspiranti cronisti? In media quante volte arriva? Perdona l’attacco di humour da caposervizio, sono gli anticorpi al romanticismo che scattano da soli. E’ che il tuo attacco, così come le prime sei righe e il finale, sembrano un pezzo di Massimo Giletti per far colpo sulle casalinghe alle due del pomeriggio. Ti preferisco quando prendi la pozione da Hyde. Fatti venire un altro attacco, possibilmente non di zuccheri.
Aspetto nuova versione. Ciao.
Firmato,
Insu Lina
P.S.: scusa se mi firmo prima con il cognome e poi con il nome, ma altrimenti non mi sarebbe venuto il gioco di parole (e probabilmente da solo non lo avresti capito).
Doppio binario
28 ottHo due piedi infilati in altrettante staffe. Una mi rispetta come uomo e come lavoratore, l’altra soltanto come uomo. Scrivo contemporaneamente per un periodico onesto e per un sito d’informazione che invece è senza portafoglio come il più inutile dei ministeri. Sullo sfondo riviste morte sul nascere e altre di futuro concepimento. Vuoi o non vuoi, la mamma dell’editoria è sempre incinta. Poi il quotidiano dei miei sogni, quello con cui collaboro da un anno, ma che da mesi rifiuta le mie proposte facendole annegare nel silenzio. E che, soprattutto, sembra non avere nemmeno un portamonete di pezza.
Ma oggi le cose sono cambiate. Lavoro, e in questo mondo di crisi perenne (al quadrato) è già roba da Lourdes. La gente per cui scrivo non è tutta uguale. In questo mondo ci sono pesi e misure differenti per trattare chi ha da offrire le proprie parole. Vivo dentro un solo treno, ma dal doppio binario. E vado avanti. L’importante è non deragliare.
Black bloc notes
25 ottE’ stata una settimana davvero poco enigmistica. E tantomeno enigmatica. A me è sembrato tutto molto chiaro. Perché è chiaro che così non va. Così chiaro che mi viene da guardare il mio tesserino da giornalista e da domandarmi per quale fottutissimo motivo non abbia preferito fare lo spazzacamino. Magari adesso non mi sentirei parte integrante di questa farsa. Magari ora vedrei le cose con più distacco. Invece no. Oggi mi tocca stare qui a prendere appunti sul mio block notes nero, a scaricare il marcio della settimana come il commesso di un supermercato (possibilmente senz’aria condizionata, grazie) che ogni tot butta via le cose scadute dal bancofrigo.
La chiamano informazione, ma a me sembra essere più azione senza informare. Notizie ridondanti sparate con pistole dal mirino impeccabile, nel nome di un diritto di cronaca smarrito tra capri espiatori trovati sul campo e impulsi da voyeur mancati. Mancati, ma poco così. Sì, oggi sono bacchettone. Anche perché ho un sassolino nella scarpa che mi devo togliere (mi devo togliere il sassolino, non la scarpa). Non capisco se il bloc notes sia stato annerito dalla cronaca o se sia stato il bloc notes ad annerire lei. Se siano i fatti a essere così cupi, o se siano i loro narratori ad aver scurito ad arte tutto quanto.
Ho passato la settimana a guardare telegiornali che sono più simili ad avvoltoi che a piccioni viaggiatori. E dire che dovrebbe essere il contrario. Si sono messi a contare anche i peli del culo di quei delinquenti dei black bloc, hanno fatto le pulci a ogni loro singolo passo. Fino a che le ragioni dei manifestanti pacifici non sono diventate marginali. Un surplus. Una notiziola da mettere in coda al servizio. Qualcosa di nicchia, alla stregua di un’indiscrezione, talmente di nicchia da finire nel dimenticatoio nel giro di mezza edizione. Che cosa straordinaria. Due giorni fa Giletti si domandava ancora se i tipi incappucciati fossero guerriglieri oppure semplici criminali. Come se non si sapesse. Come se la protesta, quella vera, andata a puttane come il più tradizionalista dei politici, non avesse più nessuna importanza. E ci sono cascati tutti, tutti i colleghi dei tiggì. Gli stessi che ci hanno proposto fino allo sfinimento le immagini del massacro di Gheddafi, come fosse il trailer del nuovo film splatter di Sam Raimi. La Casa 8 – Libidine Libica. Roba da tenere lontano dalla portata dei bambini, gli stessi bambini seduti a tavola all’ora del Tutti zitti, c’è Mentana (sì, c’è cascato pure lui). Nel ’90 quattro illuminati si sono inventati la Carta di Treviso per tutelare i minori, ma lasciando ai minorati la direzione delle varie testate. Gente che fa tutto questo e che lo spaccia per un preciso dovere, come se la sete di vendetta del popolo libico non la si potesse raccontare a parole senza mandare in onda quelle immagini cruente a mo’ di tormento(ne) estivo. Come se la descrizione della violenza non bastasse a rendere l’idea. No, meglio dare tutto in pasto al popolino senza prima metter via la merda. Mettiamo in piazza la morte di un uomo, anche se forse (forse) non era più tale (un uomo). Facciamo di quel video sanguinolento una sorta di disco rotto da suonare a ripetizione, come se dopo la mancata pubblicazione delle foto del cadavere di Bin Laden si avesse un debito morale da ripagare allo spettatore.
Nemmeno io credo se non vedo, ma non credo di aver voluto vedere quello che ho visto. Non credo nei cadaveri come trofei. Non credo nell’estetica deviata dei morti in vetrina. Vivo di sensazioni, non di sensazionalismo. Sono per lo notizia nuda e cruda, ma non gradisco chi mi prende per lo stomaco, per le palle e tantomeno per il culo. Non legittimo la violenza sacrificando la mia pietà sull’altare del dio catodico. No. Io non sono Mentana. Io non sono Giletti. Ma questa è un’altra storia.
Nuova ossessione
21 ottGuardo il calendario e ancora non ci credo. Non è possibile. No, non è proprio possibile. Credo nel cambiamento, ed è per questo che tre anni fa ho falsificato i documenti per fingermi statunitense e dare il mio voto a Obama (oggi con quelle stesse carte ci gioco a scopa, almeno saranno servite a qualcosa). Ma a una transizione così rapida non riesco a dare credito, non posso riporre in tutto questo la mia preziosa fiducia (non sono mica un parlamentare all’acqua di rose, io). E’ assurdo come la mia vita abbia cambiato faccia con tutta questa fretta. Eppure è così. A meno che non abbia le visioni, cosa che tenderei a non escludere.
E’ notte fonda, e io ho appena finito di scrivere il mio pezzo per domani. Cercate di capirmi, devo pur finanziarmi il mio cornetto con cappuccino, o il nuovo numero de Il Male di Vauro e Vincino (che costa più di quanto guadagno a ogni articolo scritto per quel famoso portale femminile, appunto perché sono tre euro lordi e non netti). Devo pur accumulare qualche centesimo (dire “euro” sarebbe eccessivo e fuorviante). Perciò, sì, ho scritto fino a poco fa. Anche se sono quasi le tre e mio padre si sta facendo il penultimo sonno della notte (il primo se l’è fatto subito dopo le estrazioni del lotto). E fin qui tutto normale. Io che scrivo la notte è pura routine. La novità sta nel contesto, nei discorsi che mi vengono fatti. Nel bianco diventato nero e nel nero diventato bianco. Rispetto a prima posso dire di vedere la mia vita al negativo. Anche se credo che il negativo, in fondo, fosse quello di prima.
Mia madre mi ha dato la buonanotte mentre mi stavo preparando una tisana con dentro strane erbe che mi hanno promesso di farmi passare questa tosse maledetta. Parola di pusher. Bene. Magari sarà per via di quei fumi che ho sentito quello che ho sentito, che ho captato che l’aria è già cambiata, così tanto e così velocemente. La mia genitrice è preoccupata per me. Mi vede sempre davanti allo schermo, a battere tasti come un ossesso. Mi vede lavorare, e mi ha praticamente detto che così è troppo. Proprio lei che fino a un mese fa non faceva che ripetermi che era arrivata l’ora di concretizzare. Che questa casa non è un albergo, bene che vada un bed & breakfast a una stella. E pure cadente (la stella, non il bed & breakfast). Oggi invece mi ha puntualizzato che non esco più (andrei volentieri a correre, ma tra tosse e meteo schizofrenico preferisco non rischiare), e che parlo sempre del portale femminile per cui scrivo. Oh cribbio, mi sarò mica innamorata?!
Saranno i tre euro lordi al pezzo ad avermi sedotto. Gli stessi tre euro lordi che hanno spinto mia madre a dirmi che forse non ne vale la pena, e che tutto questo impegno non viene ripagato come dovrebbe. Non posso darle torto. Il punto è che tra articoli da fare, blog da aggiornare, curriculum da spedire e candidature da presentare mi ritrovo sempre qui davanti, a pomiciare spassionatamente con il mio diciassette pollici (miracoli della cibernetica!). Io di pollici ne ho soltanto quattro (due dei quali sigillati dentro calzini termoriscaldati per via dei miei piedi perennemente a temperatura polaretto), e di cervello appena uno. Pure lui al lordo (delle mie tare). Ma mia madre è stata netta. Secondo lei dovrei staccare un po’ la spina. Io però non sono mai stato bravo a capare il pesce, e poi ho troppa paura di prendere la scossa. Temo di subire uno shock che mi svegli dal torpore di questa iperattività poco cosciente. Che mi capiti qualcosa che mi faccia capire che sto perdendo l’unico grande tesoro che ho davvero. Il mio amato, preziosissimo tempo.
Sdoppiamento di personalità
19 ottIo ne sono certo, ci metterei la mano sul fuoco: i soldi non danno alla testa. I miei primi quattrini sono arrivati grazie a questo blog, sono arrivati grazie a KronaKus. Appena lo vedo mi devo ricordare di ringraziarlo.
C’è sguazzo e sguazzo
16 ottUno scatto verso l’uscita delle volanti. In mano una telecamera larga una volta e mezzo la testa. Le auto dotate di sirene ferme dentro il cancello. L’aria fa sapere che sta per succedere qualcosa. E qualcosa succederà.
Non è mio lo scatto. Non è mia la testa larga poco più della metà della telecamera. Le auto dotate di sirene ferme dentro il cancello le ho viste dal finestrino della mia, mentre stavo tornando a casa da un pomeriggio di shopping (!!!) con la mia ragazza. Ho sentito l’aria dirmi che stava per succedere qualcosa. E qualcosa deve essere successo.
Che cosa non lo so. Io conosco soltanto l’eco di quelle sirene che mi risuona ancora nelle orecchie. I carabinieri sono partiti appena sono passato io, poi ho svoltato verso casa per venire a scrivere queste righe. Per venire a raccontare che mi sarebbe piaciuto se lo scatto fosse stato il mio, se la testa dietro la telecamera fosse stata la mia, se l’aria non avesse dovuto parlarmi perché quel qualcosa che stava per succedere lo stavo già respirando.
Amo il mare, e durante l’estate che si è appena conclusa me lo sono goduto fino all’ultimo grammolitro di cloruro di sodio. Ma stasera ho provato l’adrenalina di un altro sguazzo. Quella di chi sguazza dentro la notizia, e che non ha bisogno di guardarla da un binocolo che fa tanto guardone.
Qualcosa cambierà. Qualcosa. Cambierà.
E già mi chiamano KronaKina
13 ottSono andato in cucina con un’intenzione ben precisa, e credo s’intuisse anche dal mio modo di muovermi. In mano avevo l’arma del delitto. Ormai era arrivato il momento di mettere i dovuti paletti. Mamma – le ho detto appena arrivato – scusa ma io queste qua non le indosserò mai! A quel punto ho tirato fuori l’oggetto che mi aveva fatto scattare la molla, l’indumento che avevo trovato tra la mia roba, in mezzo alle mie mutande. Nientemeno che un paio delle sue. Sì, le sue mutande. Stavo cercando un cambio per il dopo-doccia, e al tatto ho capito subito che qualcosa non tornava. Erano slip da donna, neri, con sopra tutti quei ricamini complicati che soltanto loro potrebbero comprendere, finite lì per sbaglio dopo aver stirato i portaculo di tutta la famiglia. Dal canto mio avevo compreso un’altra cosa, e tutt’altro che complicata: qualcuno stava mettendo in atto un complotto contro di me.
Da giorni stavo ricevendo mail piuttosto strane. Ogni volta che mi si rivolgeva direttamente, il mittente, sempre lo stesso, mi parlava come fossi una donna (e no, non mi stava dando del lei). Mi diceva cose come Sei la benvenuta!, Adesso che sei diventata nostra collaboratrice…, e io non riuscivo a capire il perché. Anzi sì, lo capivo. E’ che mi sono proposto a un portale femminile. No, niente bunga bunga virtuale. Stavo semplicemente cercando lavoro. E mi hanno preso. Incredibile, sì, mi hanno preso. Per annunciarmelo e per mettere sul piatto tutti i dettagli della cosa, io e la direttrice ci siamo scritti più e più volte. E ogni sua risposta conteneva almeno una parola accordata al femminile. Alla fine ho capito che si trattava di “lettere” preimpostate, preparate appositamente per comunicare con le aspiranti croniste in cerca di fortuna. Immagino di essere uno dei pochi uomini (uomini?!) ad aver osato appoggiare la propria penna (ho detto “penna”) su un sito per donne. O magari no. La cosa certa è che parlare con la direttrice è stato un po’ come conversare con un automa, con uno stronzissimo robottino che non è capace di distinguere il culo di un uomo da quello di una donna.
E a quanto pare nemmeno mia madre.
Ma poi la storia delle mutande mi ha spinto a mettere i paletti (!!!), chiaro segnale di virilità anche solo da un punto di vista semantico. Ci siamo fatti quattro risate. Io, i miei genitori, la mia ragazza, i miei amici. E già mi chiamano KronaKina.
Due giorni fa mi sono preoccupato sul serio. Mio padre mi ha chiesto di accompagnarlo in un negozio di abbigliamento a comprare una maglia per il suo amico del bar che stava per compiere gli anni (l’amico, non il bar). Fin qui tutto bene, non fosse che di solito odio fare queste cose, detesto andare in quei posti. Ma stavolta no. Stavolta mi sono fatto prendere da un’anomala smania di shopping, e ho risposto di sì quasi con entusiasmo. Ma per fortuna al secondo paio di pantaloni che provavo ho sentito i miei testicoli triturarsi come al loro solito dentro quel fottutissimo camerino (scusate, faccio il volgare per sembrare più uomo). Per noia e per insofferenza, e non per colpa di una lampo incastrata proprio lì dove fa più male (ma comunque i ricamini complicati avrebbero attuttito il dolore). L’importante è che non sono tornato a casa con una sottana nuova. Quella la passo a prendere domani. L’altro giorno la mia taglia era finita.
Molla l’osso, Mister Paradosso!
8 ottIo lo so che un gratta e vinci vincente (che se così non fosse dovrebbe chiamarsi “gratta e perdi”) può cambiarti la giornata, e allora senti il bisogno di dirlo subito a qualcuno, di raccontare il tuo successo temporaneo. Anche solo per venti euro. Sì, una sfoglia da venti e ti senti già di tutta un’altra pasta. Che come dice Quelo c’è grossa crisi, e allora prendiamo tutto quel che c’è da prendere. Vuoi mettere, poi, il gusto della sfida contro lo sorte, contro una dea bendata a cui a volte ti verrebbe da gridare: Ma perché cazzo non te la togli quella cosa dagli occhi? Non sei mica la figlia di Capitan Uncino!
E poi lo so che ci sono quei piccoli grandi casi che ti fanno sentire vivo, quelle notizie che fino all’ultimo non sai mai se sono rumori di corridoio o spifferi provenienti da finestre che è meglio spalancare tanto è grossa la cazzata. E’ che l’idea che Kobe Bryant possa venire a giocare in Italia stuzzica la curiosità di molti. E’ come se Madonna venisse a fare un concerto a San Siro con quei Teletubbies mancati dei Cugini di campagna. Il basket italico è in fermento per via di questa (a mio avviso lontana) possibilità, e mio padre pure, anche se nega e non capisco bene il perché. Tant’è che mi racconta ogni cosa, ogni pettegolezzo che passa per i suoi quotidiani diventa di mio dominio. E me li riferisce tutti con entusiasmo, come un Signorini che intervista Piersilvio, tanto per rimanere in famiglia. Ecco, ormai Kobe Bryant è diventato per me una sorta di fratello. So che è stato qui da noi (in Italia, non a casa nostra), che ha rilasciato interviste anche al giornalino della parrocchia, che ha rievocato la sua infanzia con aneddoti dolci (anche per forza) come quello del gelato mangiato a Reggio Emilia tanti anni fa. Ecco, io so tutto. Ed è tutto merito di mio padre.
Mister Paradosso è il mio informatore personale. Sono un aspirante cronista, mastico news ma sono spesso di seconda mano. La prima è quella di mio padre. Sì, proprio lui, Mister Paradosso. L’uomo che non è mai contento, ma d’altronde dev’essere una sorta di vizietto paterno (oltre il lotto, il superenalotto e il calcioscommesse). L’uomo che dopo pranzo è tutto contento del tuo probabile contrattino con una rivista femminile (!!!), che tutto soddisfatto ti dice Allora ccc’hai mercato!, con la c trascinata a mo’ di rafforzativo, ma che a fine pomeriggio ha già qualcosa da ridire. Che poi io non vendo slip e calzettoni in piazza al sabato mattina, per me il mercato è niente più che un crocevia di bancarelle e di venditori di pesce falliti tanto hanno da strillare. Ma sì, la sua era sicuramente una manifestazione d’affetto, un essere fieri della propria progenie. Che poi sarei io. Gulp!
E allora, Mister babbo Paradosso, lasciami lavorare. Lo so che hai vinto venti euro, lo so che Kobe Bryant alla Virtus Bologna è il tormentone sportivo del momento. Ma per una volta che ho da fare, ti prego, molla l’osso. Mi entri in camera per parlare. Se trovi la porta chiusa a chiave t’improvissi Lupin e quasi me la scassini per dirmi del grattino vincente e del campione viaggiante. Io sorrido e ti faccio notare che sì, ultimamente hai proprio tanta voglia di parlare. E tu, proprio tu che durante l’estate sei arrivato a sfuriare per la mia indolenza da giornalista represso urlando come gli ambulanti di cui sopra, ora mi rispondi: No, sei te che sei sempre occupato!.
Mister Paradosso è proprio il classico papà, fiero ma mai contento. O magari sì, perché in fondo io lo guardo e capisco. Capisco che per lui i piccoli passi che sto muovendo negli ultimi tempi sono come i venti euro vinti al gratta e vinci. Possono cambiarti la giornata, e il successo temporaneo di tuo figlio resta sempre qualcosa da raccontare.
Questione di palle
5 ottSento come delle unghie su una lavagna. E’ un suono che a molti dà un gran fastidio. A me pure, ma riesco a sopportarlo meglio di altri. Artigli aguzzi come coltelli che grattano su grafite nerissima. Per alcuni un gran baccano, per me una variabile impazzita, un sintomo, la metafora di qualcosa che non va. Di qualcosa che stride. E in effetti è così. Sì.
Ieri ho passato la serata al pub con gli amici. Dovevo fare un favore a uno di loro, innamorato cotto di una sua collega. Io e un altro abbiamo acceso delle lanterne di carta, quelle che si usano in certe feste d’estate, quelle che s’involano e fanno luce per circa un minuto e mezzo per poi precipitare giù come rimasugli di satellite. Tutto questo a debita distanza, per non farci vedere, mentre i piccioncini si godevano un momento di pseudoromanticismo sulla sabbia gelida di un inizio ottobre che di giorno sa di fine estate e la notte sa di vigilia di Natale. Nell’attesa di andare in riva al mare ci siamo bevuti birra e vino (rigorosamente offerti dall’amico caduto vittima di quel serial killer legalizzato che prende il nome di Cupido), nella speranza di non star mettendo troppo a dura prova i nostri poveri fegati. Abbiamo aggiunto uno shortino poi ci siamo avventurati in spiaggia, schivando posti di blocco neanche fossimo gli Alberto Tomba dell’asfalto (mentre scrivo immagino mia madre che legge e strabuzza gli occhi… se nei prossimi giorni doveste vedere un giovincello per strada con un vecchio giornale sotto braccio offritegli pure del cibo: è probabile che sia io).
Tra una botta di cirrosi epatica e l’altra, prima di andare via dal pub mi sono trastullato un po’ con Facebook dal mio cellulare. In quel momento mi ha contattato la mia amica giornalista, Robomba Perdi, nientemeno che da Haiti. Mi ha raccontato del poco cibo a disposizione, delle bidonville attraversate da sola, e alla fine mi ha salutato dicendomi di dover rientrare in tenda prima dell’arrivo dei topi. Io stavo sorseggiando Brachetto in un pub pieno di coppiette arrapate, mentre lei stava schivando ratti haitiani con la faccia di Wyclef Jean. Io stavo raccontando al mio compagno di lanterna della paga più che dignitosa promessami dal periodico che mi ha voluto come collaboratore, mentre lei mi stava dicendo dei cento eurini presi per la sua ultima intervista in esclusiva, quella per la cui pubblicazione mi ero adoperato pure io.
Tra noi c’è un dislivello retributivo davvero notevole, ma soprattutto c’è una grande differenza tra i rischi che corre lei per cercare notizie sul posto e la morbida imbottitura della mia ormai proverbiale poltrona da direttore (di cosa, poi, non si è ancora capito). E gliel’ho detto, alla Robomba: Tu hai molte più palle di me. Lei ha ammesso che sì, per fare quello che fa ci vuole una buona dose d’incoscienza. E lo credo bene. Ma a me mamma-etilometro-premier-velina ha fornito una dose di razionalità sopra la media, tanto che a volte arrivo a uccidere certi miei slanci con le mie stesse mani. Una sorta di aborto dell’entusiasmo che mi fa tanta rabbia, e che mi fa venire voglia di uscire dal mio stesso corpo per infilarmi in quello di Jessica Alba. Cosa che farei volentieri a prescindere.
Etcì tiggì
30 setDicono sia colpa dei malanni preautunnali. Ma qua è tutto un preautunno, e non mi sembra il caso di dare la colpa ai tori se siamo tutti un po’ cornuti. Dicono sia un problema di stagione, di un clima allo sbando che va dai mari ai monti passando per le campagne. Ma qua è tutto in alto mare, i monti dell’economia sono sempre tre (un minzolino d’oro a chi capisce questa) e la campagna è eternamente elettorale.
E in mezzo ci siamo noi, coglioni da scrutinio dopo una tornata elettorale a cui oggi in molti vorrebbero tornare davvero. Siamo tutti sotto processo, intercettati da un buon senso che oggi fa un po’ senso perché non è poi più tanto buon. E buon per voi che ancora ce la fate a reggere questi tiggì. Io i giornali (tele e non) dovrei farli per mestiere. Li farei volentieri, se me li facessero fare. Scriverei i miei bei pezzi, anzi li scriverei anche tutti interi. Articoli da regalo. Ma no, col pene che ve li regalerei. Devo pur portare a casa la pagnotta, che sennò qua lo sfilatino me lo mettono dove non batte il sole. E quando non batte il sole. Poi trovatelo voi un forno aperto alle due del mattino. Va a finire che senza pane m’attacco al pene. Già che tra pene e Penati mi fanno tutti un po’ pena, mentre il paese pena le pene dell’inferno. Si attaccassero al pene pure loro, eccheppene, oh! Ho visto il tiggì e mi sono impenato. E ho anche capito che i malanni di stagione non c’entrano proprio un pene col mio penoso starnutire. E’ che sono diventato allergico al tiggì e a tutti i suoi derivati, e ve lo dico così, pene al pene vino al vino. E’ che non gradisco quel che vedo e neppure quel che sento. Rigetto le informazioni date così, alla pene di cane. Le percepisco come fossero batteri, come fossero lo specchio di una cancrena para-giornalistica che fossilizza il paese senza la possibilità di mandarci (a quel paese) chi davvero se lo meriterebbe.
Adesso l’aspirante prende un’aspirina perché aspira a stare meglio. Che domani è un altro giorno. Un altro giorno di malanni nazionali da far pena al pene.
(ogni riferimento a organi riproduttivi maschili è puramente dis-causale)
Ciao genitori guardate come mi sto divertendo adesso
27 setMi ha guardato e mi ha sorriso. Mi ha anche augurato buon lavoro, ma questo forse me lo sono sognato io. So che qui è diventato tutto surreale. Direi quasi irreale. Io che mi metto a lavorare all’una di notte, e questo, ok, è più che normale. Io e il mio pc siamo vecchie belve che ululano nella notte (con immensa gioia del vicinato), e tutto questo di certo non fa notizia. La notizia è mia madre dalla porta della mia camera, che mentre sta per andare a dormire mi guarda e mi sorride. Ci scambiamo un buonanotte e un buon lavoro. Io che tutto soddisfatto le dico che adesso devo creare, lei che di nuovo sorridendo mi domanda come ci riesca (io a creare, non lei a sorridere), ché lei ha un’arteria pratica piena di globuli rossi e ben viaggianti, ma la vena creativa ce l’ha otturata dalla nascita.
E’ un quadretto notturno che mi sa tanto di fantascienza. Ma l’arcano è presto svelato. E’ che a casa mia comincia a propagarsi l’odore dei soldi. Soldi portati da me. L’aspirante cronista è alle prese con le sue prime ritenute d’acconto. Il denaro non tintinna ancora, ma per una volta le promesse di pagamento odorano di buono e non di bruciato. E questo cambia tutto.
Ora scusatemi ma devo andare. Ho appena finito di scrivere tre articoli (e un post, questo) al chiarore di una luna che mi sembra compiaciuta. Mi guardo, mi sorrido e mi auguro la buonanotte. E buon lavoro a chi si sveglia adesso e a chi poco ci manca. Tra cui mio padre, ormai prossimo alla sveglia. Difficile dire se la sua luna sarà altrettanto compiaciuta oppure storta. Nel dubbio vado a ululare sotto le coperte prima che il gallo canti rovinandomi la festa.
Amarcord blues
24 setRipenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quello che avevo definito il giornale dei sogni. L’avevo chiamato così perché si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose. Oggi credo ci si stia ancora bene, ci si senta ancora bene. Che si facciano ancora buone cose, invece, lo so per certo. Perché a volte li seguo, quei burloni, ma sempre a debita distanza. Con loro ho un contratto di collaborazione della durata di anno. E sta per scadere. Quell’anno è quasi finito. E io ripenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quel giornale dei sogni. Poi penso a oggi, e capisco che il sogno sarebbe piazzarci su un pezzo col mio nome. Farlo davvero. Sentire che c’è un mondo al di là di questo limbo avvilente. Percepire che appartengo ancora almeno un po’ a quel posto di carta in cui si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose.
Invece sto qui a rimuginare su quanto sia difficile farne parte, su quanto inserirsi con un proprio articolo corrisponda a un’impresa bella e buona. Ci vorrebbe un piccolo scoop personale, una notizia tascabile ma che faccia scalpore. Niente roba di seconda mano, che sennò rischi di passare per scemo. E a ragione. E’ da scemi pensare che un giornaletto, bello ma grosso quanto un chihuahua nano, possa pagare l’ultimo arrivato per notizie che un qualsiasi redattore stipendiato potrebbe trovare su Google per poi rimescolarle a piacimento. E’ altrettanto da scemi pensare di farsi largo con interviste in esclusiva a illustri figuri che lasciano scritto su Facebook il proprio numero di cellulare, e che quindi chiunque potrebbe contattare. I pochi soldi che girano sono destinati a loro, i redattori stipendiati (forse). I collaboratori vengono dopo (sempre forse), e nell’attesa non possono far altro che guardarsi intorno, all’eterna ricerca della sacra notizia. Per poi ritrovarsi con le mani vuote e con le tasche ancor di più. Ché quel poco che trovi lo capitalizzi con un grazie e po’ di soldi del Monopoli. E allora ti volti, ti volti un’altra volta. Ripensi al pieno di un anno fa e al vuoto di oggi. E ti riscopri a giocare a trova le differenze immerso nel tuo amarcord blues.
Ciao mamma guarda come mi diverto
16 setEra sempre il solito sguardo. Inquisitorio tendente all’accusatorio. Mi guardava con fare serioso. Guardava me che andavo in bagno. Io la guardavo dall’alto della mutanda con cui avevo dormito fino a tre minuti e mezzo prima, con gli occhi talmente socchiusi che se sono riuscito a riconoscerla è stato soltanto perché so che condividiamo la stessa casa da circa ventott’anni. Non poteva che essere lei. Mia madre aveva la solita faccia, anche perché tutti quanti ne abbiamo in dotazione una a testa, e a meno che non raddoppiamo le teste la regola è questa e zitti e mosca. Oggi come oggi la faccia la cambia chi non vuole invecchiare. Oggi come oggi se cambi la faccia fai quasi sicuramente il premier, oppure sei un’ex-velina con l’ansia da putrefazione. Colei che mi ha partorito non tiene su governi, al massimo governa la casa. E nonostante sia piacente non ha di certo un passato da soubrette (anche se spesso s’incanta a guardare i balletti in tv, ma questo non basta a fare di lei un Heather Parisi versione casalinga). Perciò a guardarmi dal piano di sotto era sempre lei, mia madre con la faccia di mia madre. Con la faccia che ha quando non approva la mia sveglia. Una sveglia che non metto. Mai. Quasi mai. Sono mesi che potrei alzarmi e scendere in cucina direttamente per pranzare. Io vivo di notte, le mie mattine sono fatte per dormire, per poi passare il pomeriggio a programmare la notte che verrà. Che passerò quasi sicuramente scrivendo, o leggendo. Una routine che lei non approva. Per lei la notte è fatta per stare a letto, e io m’incazzo ogni volta che me lo ricorda. Il motivo è semplice: chi diavolo le dice che io non scriva o non legga dal letto, stando stravaccato su quel materasso su cui poi mi appisolerò?
Ero davanti alla porta del bagno. Ho visto un’ombra dietro di me. Mi sono voltato. A guardarmi c’era sempre il solito sguardo. Inquisitorio tendente all’accusatorio. Lo sguardo di chi è contrariato. Ero pronto al peggio, all’ennesima critica di questa lunga estate caldissima. Poi finalmente mi ha parlato.
“Cosa facciamo per pranzo??”.
Lo sguardo disteso, la voce squillante. L’aria intorno era rilassata. E’ stato un risveglio come tanti, ma allo stesso tempo un risveglio diverso. Per una volta non mi sono sentito criticare, non mi sono dovuto sorbire la solita solfa di chi non vuole comprendere. E comprendermi. Era l’ora della pasta, e quella le ho suggerito di cucinare. Era l’ora della pasta, e per una volta non mi sono sentito dire che sarebbe stato meglio se fosse stata l’ora del latte e biscotti. Fantastico. Eccezionale. Se mia madre dovesse candidarsi a premier credo che la voterei. E se dovesse mettersi a fare la velina credo proprio che cambierei canale.
Meglio così, anche perché non avrei retto. Sarebbe scoppiata l’ennesima lite, una delle tante di questo periodo. Ero stato quasi due ore a rigirarmi nel letto, ad alzarmi dolorante, di continuo, a soffrire in silenzio per via del mio mal di shopping (ancora la sinusite, ancora un enorme mal di testa). Io prendo medicine soltanto se sono in punto di morte, perciò sono stato due ore a tribolare. Ho chiuso occhio alle 6 e mezza. Ho sentito mio padre alzarsi, lavarsi, asciugarsi, vestirsi, aprire la porta e andare a lavorare. Poi mi sono addormentato. E al mio risveglio non ero di certo dell’umore giusto per vedermi l’indice di mia madre puntato addosso come un uzi.
Ma è andata bene, anzi benissimo. Sarà che qualcosa si sta muovendo. Sarà che il presente odora un po’ più di futuro, e che il futuro odora un po’ più di presente. Sarà che i calendari hanno un po’ tutti lo stesso odore a prescindere dal mese. Sarà che i passi in avanti sono piccoli, ma sono pur sempre passi. Sarà che si va, non si sa dove ma si va. Sarà quel che sarà. E alla mia mamma premier-velina che legge pure questo blog canto una canzone di qualche anno fa. Ciao mamma, guarda come mi diverto. Dai che la notte porta consiglio. E forse pure qualche spicciolo.
Vuoi vedere che… (2)
6 setRobomba Perdi è online
Robomba Perdi: ehi kronny, ciao! ti disturbo?
KronaKus: ciao roby, vado e vengo. dimmi..
Robomba Perdi: mmm.. no no, tranquillo. volevo far due chiacchiere, ma se vai e vieni parliamo la prossima volta!
KronaKus: no no, dai! dimmi.
Robomba Perdi: ok… lo sai che parto per destinazioneignotachenonvièdatosapere?!
KronaKus: sei sempre in movimento, complimenti! reporter pure lì?
Robomba Perdi: sì sì, vado a fare un reportage. mi appoggio per un po’ a una fondazione onlus. poi ho trovato uno sponsor che mi paga il viaggio! e niente, ora sto definendo un po’ il programma. mi son già fatta tutti i vaccini di ‘sto mondo e di quell’altro..
KronaKus: insomma potresti anche andare su marte senza problemi. quando vai? non su marte, eh..
Robomba Perdi: fine mese.
KronaKus: hai già chi ti prende i pezzi?
Robomba Perdi: bella domanda. forse quella famosa agenzia con cui ho iniziato a collaborare dopo essere tornata dall’altradestinazionechenonvièdatosapere. poi c’è quell’altro sito d’inchieste per cui scrivo da un mesetto. dovrei riuscire a metterci qualcosa. inoltre l’azienda che mi paga il viaggio mi ha fatto capire che spingerà per farmi pubblicare qualcosa su qualche settimanale di punta. però, se mi chiedi certezze.. nada!
KronaKus: la cantante? ha messo su un giornale?!
Robomba Perdi: ahah! io comunque sogno quattro pagine su L’Espresso..
KronaKus: chissà. in bocca al luppolo!
Robomba Perdi: crepi!
KronaKus: come fa il luppolo a crepare?!
Robomba Perdi: a te come va? novità? bisogna che ci diamo una mossa, qua diventiamo vecchi (considerazione di fine estate, sorry!).
KronaKus: più che altro mi sembrava una considerazione di inizio autunno..
Robomba Perdi: forse è così, infatti!
KronaKus: io all’orizzonte non ho niente di particolarmente importante, se non la cosa carina che sto facendo per quelli di colcazzochevelodico magazine. hai presente la rivista in abbonamento di cui parlo, no? mi hanno contattato loro tramite questo blog. credo vogliano la penna di kronakus (al ladro!), il suo taglio di scrittura.. ho già fatto tre pezzi e un box che andranno sul numero di ottobre. non sono inchieste, lo so. non lo sono nemmeno alla lontana. ma in fondo non mi sono mai ritenuto un inchiestista. ed è divertente. scrivere per loro, dico. è divertente. sono esigenti, mi stanno spingendo verso nuovi livelli di scrittura. o perlomeno per me lo sono. nuovi livelli. mi piace.
Robomba Perdi: caspita, complimenti! vedi? l’anonimato ha premiato! anche perchè questi – in teoria – dovrebbero pagare bene. o no?!
KronaKus: però lì firmo col mio vero nome. più che altro ha premiato il modo in cui scrivo qui. bello o brutto che sia, a qualcuno è piaciuto, mi ha contattato e mi ha voluto dare una possibilità. si è parlato di soldi, ma senza quantificare. per il momento mi sono limitato a scrivere. mi sono divertito, ora vediamo che succede.
Robomba Perdi: vabbè, già che se ne è parlato…! eh sì, fai bene!!
KronaKus: sì, di ‘sti tempi già l’averne parlato è roba da ricchi.
Robomba Perdi: programmi a 360 gradi?
KronaKus: sì. faccio un giro su me stesso e torno.
Robomba Perdi: ahah!
KronaKus: niente programmoni ad angolo giro, no. sono sempre alla ricerca di angoletti acuti per racimolare qualcosa, nella speranza che il mio essere un angolo così troppo ottuso non mi faccia finire con qualcosa di grosso infilato nell’angolo retto. scusa se ti ho fatto questo discorso a tutto tondo, ma come vedi qui la cosa non quadra.
Robomba Perdi: stavo per chiederti.. MA CHE TI SEI FUMATO?!?
KronaKus: assolutamente niente. è che se non ti scoccia sto pensando di sfruttare questa conversazione per un post. sempre se vuoi. ovviamente camuffando nomi e tutto il resto. in prospettiva di questo mi sono fatto prendere un po’ la mano. sai, stavo già pensando di scrivere qualcosa sul mio blog riguardo il mio approdo su colcazzochevelodico magazine, ma sono pigro (questo spiega il mio limitarmi agli angoletti acuti), e allora ho pensato di usare questo botta e risposta.
Robomba Perdi: fai fai, ci mancherebbe!
KronaKus: grazie mille. comunque io sono così. quando mi gira scrivo così, non solo per il blog. per il resto fumato niente, però ho bevuto un bicchierino di brancamenta annacquato.
Robomba Perdi: non sarò di certo io a frenare la tua creatività. però con quella degli angoli acuti temo che potresti perdere qualche lettore.
KronaKus: dici?
Robomba Perdi: dico.
Robomba Perdi è offline
Delirio di fine estate
3 setHo un muscolo contratto perché senza contratto. Una parte di me che scalcia senza trovare l’obiettivo. Scatto una foto alla mia vita con l’obiettivo di darmelo, l’obiettivo. E l’obiettivo della macchina mi dice che la macchina non va. La macchina son io. Devo guidare di più.
Vi narro che non narro quanto potrei narrare. Che corro verso una meta che non è neanche la metà della meta intera che vorrei. Della mela intera che vorrei. Ma non siam mica alla frutta, sicché vi narro che posso narrare più di quanto narro, e che narrerò come il cronista impazzito della fantasia più spinta. Mi spingo oltre me stesso, rimetto in moto il mio muscolo contratto anche senza contratto. Vi racconto quel che conto che conti, quel che credo possa contare nella matematica di un vivere in cui dare i numeri non è sempre la soluzione del rompicapo. Mi rompo il capo, io che un capo non ho. Me lo svuoto perché pieno di me. Scriverò. Narrerò. E se non lo farò sarà stato soltato un delirio di fine estate.
L’unica cosa che conta
1 setLa tv mi fa nostalgico. E come direbbe Cetto La Qualunque, Dadadà non c’entra una beata minchia. Non è nemmeno perché ormai quella scatola proietta-cazzate è diventata per me una coinquilina invisibile, e allora ritrovarmela ogni tanto lì sul mobile, neanche fosse tornata da una crociera esotica, mi fa ricordare i tempi di Mazinga e di quel gran pezzo di Lady Oscar. No, non per quello. La nostalgia mi è arrivata, leggera ma improvvisa, per via di un promo che sta circolando da giorni su di un film che mamma Rai ha messo in caldo per il nostro tiepido autunno.
E’ che io Fortapàsc me lo sono già visto. Ero ancora nel Paese dei Polpacci, a sognare un futuro incerto con felicità a momenti. Erano i tempi della scuola di giornalismo, tempi che oggi sembrano quelli di Jurassic Park. Non del film, proprio la preistoria. E invece è passato poco più di un anno. Eravamo nella camera della Silente, la collega che avrebbe tanto da dire, coinquilina mia e dell’amico Invasato. Immaginavamo un avvenire avventuroso, fatto di tanto impegno e di altrettante parole. Abbiamo tremato nel caldo di quel residence, di fronte al sacrificio di una persona che credeva nel giornalismo e nell’uomo. Soprattutto nell’uomo. Che poi è l’unica cosa che conta.
Il tempo ci sta dicendo che invece per noi c’è ancora tempo. Che per noi il tempo di quel tempo, quello dell’impegno e delle altrettante parole, non è ancora arrivato. Ma noi continuiamo a sognare il nostro futuro incerto con felicità a momenti, a credere nel giornalismo e nell’uomo. Soprattutto nell’uomo. Che poi è l’unica cosa che conta.
Parole sante
26 agoMi sento come un bambino. Dopo l’esame da professionista, dopo l’illusione di un contratto che non porta a nulla, dopo il fascino irresistibile di un’estate dura a morire nemmeno fosse Bruce Willis, provo a muovere i miei primi passi nel mondo del lavoro. Proprio come un bambino. Che poi non sono davvero i primi. E’ che ormai che è arrivata l’ora di fare sul serio, di darsi una botta di defibrillatore e vada come vada. Ora passata.
E’ così che ho preso contatto con la sede locale di un noto partito nazionale, uno di quelli di peso. No, non sono in cerca di raccomandazioni. Né ho intenzione di fare body building mettendomi a sollevare qualche scalda-poltrona di Montecitorio. Continuerò a camminare con le mie gambe fino a che l’esasperazione e il bisogno impellente di denaro non me le taglieranno di netto. Ho pensato di propormi per l’ufficio stampa di quel partito. E sono partito anch’io. Dal basso. Dal basso più basso. Da quello che nelle scuole di giornalismo considerano il fallimento più grande. Chi esce da quegli istituti sforna-cronisti-disoccupati può vantare di aver avuto una formazione da giornalista vero. Sa scovare la notizia (si spera) e la sa raccontare (si spera), sa usare la penna (si spera), ma soprattutto il cervello (aspetta e spera). E l’ufficio stampa è tutto tranne questo. E’ il riportare notizie precotte assecondando l’ente o l’azienda per cui si lavora. Si diventa cronisti-vetrina, un po’ come le puttane olandesi, con in mano un tablet made in China al posto del classico vibratore rotante a doppia punta.
Ma non è un problema, anche se un problema c’è. Il problema è che c’è un problema nel problema. E che problema! Mi sono fatto passare i contatti dei vertici di partito da un ragazzo che ha già un ruolo di responsabilità tra i giovani adepti. Ho avuto nomi, cognomi, numeri di cellulare. E un monito che non lascia scampo. C’è già un addetto stampa, ma è giusto che ti dica anche un’altra cosa: sono tutti incarichi non retribuiti.
E meno male che noi giornalisti campiamo d’aria e di Spirito Santo. Meno male che siamo automi senza lo squallido bisogno di mangiare che avete tutti voi subdoli umani. Meno male che non abbiamo un mutuo da pagare, perché tanto non lo possiamo nemmeno chiedere, se non per far sganasciare quei poveri banchieri frustrati dalla crisi. Meno male che noi abbiamo comunque un futuro. Un futuro anteriore. Il nostro posteriore era già occupato.
Ho un tarlo nella testa
13 agoStanotte andrò a letto con un tarlo nella testa. Roba che se il mio cervello fosse fatto di legno mi risveglierei con il vuoto cosmico dentro il cranio. Stanotte andrò a letto con una convinzione, quella che qualcuno ce l’ha con me. Qualcuno con cui ho avuto a che fare circa tre anni fa. Qualcuno che KronaKus conosce bene, perché in fondo è di suo “padre” che stiamo parlando. KronaKus sono io. KronaKus però è soprattutto un personaggio, un alter ego. KronaKus (il pupazzo, non il ragazzotto che sta dietro le quinte) è nato nel suo grembo. Nel grembo del Capo. Il suo primo datore di lavoro. Ok, facciamo il suo primo datore di qualcosa che in tre anni non ha ancora trovato una definizione. Soldi non ne ho praticamente visti, e che fosse giornalismo in senso stretto la scientifica non l’ha ancora appurato.
Bene. Anzi male. Perché sembra che il Capo mi odi. Prima era un sospetto, ora è diventata una certezza. O se non mi odia crede almeno di avere ragione di ignorarmi. Sono tre volte che lo incrocio per la Baia delle Zanzare. Mai un saluto. Le prime due ho pensato non mi avesse visto. Da lui nemmeno un cenno, ma allo stesso tempo nemmeno uno sguardo. La sua ragazza invece mi saluta. E’ una mia compagna delle elementari, e carina carina quando ci si vede un ciao accompagnato da un sorriso me lo concede. Da piccoli non avevamo nemmeno poi tanta confidenza. D’altronde all’epoca io ero poco avvezzo alla socialità, ero il classico bambino tranquillo tranquillo. Troppo tranquillo. Mi chiamavano Camomillo. Il tempo è passato, le cose sono cambiate. Io oggi sono un’altra persona. Non sono un animale da palcoscenico, non è nella mia natura, ma sono diverso da una volta. Oggi socializzo. Adoro parlare con la gente. E adoro anche solo salutarla, o farmi salutare. Ma il Capo no. Lui non vuole farlo.
Non è la tipica paranoia della notte. Stasera l’ho incontrato per ben due volte, e alla seconda mi ha addirittura guardato negli occhi. Dritto negli occhi, o quasi. E’ stato un lampo, una cosa molto furtiva. Ma lui mi ha visto, e io ho visto lui. Soprattutto ho visto che mi ha visto, e questo fa tutta la differenza del mondo. Perché è caduto anche l’ultimo muro: non è che non mi veda, non mi caga proprio.
C’ho riflettuto parecchio, e se posso dirla tutta la cosa mi urta abbastanza. Non il doverci riflettere, ma l’immotivata assenza di un cenno, la mancanza della più semplice delle cordialità. Un ciao (seppure certi motorini non vadano più di moda). Anche un ciao stronzo, volendo. Sarebbe già più gradito. Avrebbe già più senso.
Siamo diversi, e questo non c’ha mai permesso di avere una vera empatia. Personalmente ho vissuto come qualcosa di bizzarro il fatto che il mio Capo fosse uno della mia età, uno che fino a pochi anni prima lo vedevo girare per la mia stessa scuola. Ma soprattutto è la diversità ad averci separato alla nascita di un rapporto di presunto lavoro che difficilmente si sarebbe evoluto in qualcos’altro. Che so, magari in un’amicizia, o nel semplice piacere di fare due chiacchiere extra-(presunto)lavoro davanti a un caffè che non fosse quello della macchinetta della redazione. Abbiamo idee politiche opposte, ma soprattutto ha un modo di intendere la vita che è l’esatto contrario del mio. Tutto più che legittimo, ma evidentemente tanto basta a negarmi il saluto. Lui è il classico uomo d’affari, il self-made man con il culto dell’imprenditoria intensiva, e che non disdegna il salto (già fatto) nei palazzi della politica. Lui si ammazza di lavoro, io rischierei di ammazzarmi di noia se non fosse che ho più interessi di uno strozzino.
Ci sono diversità che mi fanno venire l’orticaria, atteggiamenti a cui non riesco a trovare una ragione d’essere. Ma il bello di me è che li so accettare. So soprassedere, purché ci sia un rispetto reciproco. E salutare è sinonimo di rispettare. Ma forse lui ha capito che non sono della sua stessa sponda. Ha capito che anche se ormai questa maledetta Baia gira intorno ai soliti due o tre Machiavelli di turno, io, il cronista nato dal suo grembo di mammo, giro in una direzione completamente opposta. Sono una lancetta con il vizio dell’antiorario. Prima o poi qualcuno mi farà passare un brutto quarto d’ora.
Che siamo diversi l’avrà capito quella volta che l’ho fatto incazzare. Mi occupavo del suo sito, e avevo messo in evidenza una notizia con le dichiarazioni di uno dei più grandi nemici della nostra giunta. Non la voglio nemmeno vedere quella faccia da cazzo, aveva detto. Così ho tolto la spunta, sono stato costretto a metterla in secondo piano. Ma va bene. Diciamo che va bene. Il Capo è il capo, la gerarchia delle notizie la detta lui, nonostante il fatto che la loro rilevanza dovrebbe venire prima delle ideologie indigeste.
Magari il punto non è nemmeno questo. Magari si è sentito tradito quando l’ho mollato su due piedi non appena ho saputo di esser stato selezionato per la scuola di giornalismo. Ma io alla sua promessa di farmi fare il praticantato non ho mai creduto, così ho seguito la mia strada. Aveva mosso mari e monti con la sua commercialista per capire come farmi avere un tesserino senza spendere che pochi spiccioli. Ma io non mi sono mai fidato. Mi deve ancora trenta euro. Trenta miseri euro. Figuriamoci se mi potevo fidare. Nel frattempo mi son fatto le ossa con professionisti veri. Professionisti non soltanto per via del tesserino, ma per l’esperienza. Quando me ne sono andato il Capo mi ha addirittura detto che se avessi imparato qualche trucchetto interessante a livello giornalistico glielo avrei dovuto comunicare. Sono stato fuori, ho fatto stage in redazioni importanti. Non mi pento. No, non mi pento. Nemmeno se non ho ancora uno straccio di lavoro. Non sputo mica su di un piatto che tra tasse e affitti mi ha fatto perdere non poco denaro, ma che perlomeno non mi ha fatto perdere una cosa ancora più importante della filigrana stessa. Il tempo. Ho fatto la mia scelta. Solo il mio me futuro sa se il mio me passato ha fatto la cosa giusta. Prendo la Delorean e vi mando un telegramma olografico post-datato.
O magari il problema è che sa di questo blog. Sa del sarcasmo di fondo, e magari non lo accetta. Ma questa è un’altra storia. E questa, forse, è davvero la tipica paranoia della notte.
Nell’alto dei cieli
9 agoVedo colleghi miei concittadini firmare servizi su Sky Tg24. Ma non sono mica invidioso, anche io ho contatti con la rete di Murdoch. Sono quattro volte in due giorni che mi telefonano per propinarmi il Multivision.
Personal clown
4 agoE’ che ho capito che a qualcuno faccio ridere. Così, senza tanto sforzo. Martufello, schiatta d’invidia.
L’altro giorno una ragazza su Facebook mi ha detto che a forza di farla ridere le ho fatto spuntare gli addominali. Buono a sapersi. Se dovesse andarmi male come cronista posso sempre riciclarmi come personal trainer.
Fertile in canna (2)
26 lugLui ha i capelli lunghi lunghi e biondi biondi, ma soprattutto ha una figlia sveglissima. Abita dalle mie parti, ma soprattutto fa il giornalista. Io non lo conosco, ma mio padre (che sa tutto di tutti un po’ come Signorini, e che quando lo paragono a lui si offende alla grande) me l’ha sempre indicato come un cronista locale. Credo si occupi di sport, ma questo ora non conta.
La bambina, la sua bambina, stava pedalando al passo del papà, ma soprattutto gli stava rigettando addosso certe sue mancanze. Stavo tornando dalla mostra sugli pterodattili torturati dai visigoti quando li ho incrociati a un semaforo pedonale. Eravamo a piedi, tutti quanti. Io, il giornalista capellone e la sua bimba svelta di testa e di pedale.
“Allora c’andiamo domani a prendere il gattino nuovo?”, ha chiesto lei.
“Sì, cara, domani”, ha risposto lui.
“Promettilo!”
“Sì, te lo prometto…”
“Promettimelo!!”
“Sì, ci andiamo domani!”
“Prometti che non farai come le altre volte, che mi dici una cosa poi hai un impegno e non la fai!”
“Sì, ci andiamo, te lo prometto. E grazie per la fiducia…”. Ancora qualche passo. “Grazie per la fiducia che hai verso di me…”, ha ripetuto il cronista da capelli lunghi lunghi e biondi biondi. No, non era per niente contento.
E’ il tarlo dell’uomo moderno. Lavorare ed essere genitore. Insomma avere il doppio lavoro e venire pagato in moneta per uno soltanto. Quando va bene. Papà e mamme vengono ricompensati con buste paghe d’affetto, e con fuori busta fatti di critiche implacabili. Lo vedo anche a casa mia. Con i miei genitori andare d’accordo è sempre più difficile. Eppure ci si vuole bene. E’ il tarlo dell’uomo moderno, sì, ma in fondo è sempre stato così. Di recente, però, la corsa al profitto ha fatto aumentare esponenzialmente tutte le assenze, tutte le frustrazioni, tutte le mancanze verso la prole, tutti gli scontri a discapito degli incontri. Già mi ci vedo, cronista sportivo dai capelli lunghi lunghi (sarebbe già buona cosa averne) e biondi biondi (anche se dovrei tingermeli e non mi pare il caso), a spasso con la mia bambina (la prima di due figli entro i prossimi tre anni, come profetizzato dalla fattucchiera filippina che dovrebbe essere mia amica), che in sella alla sua minibike mi sputa contro tutte le mie promesse messe sul piatto ma mai mantenute per via del lavoro.
La mia mano sinistra dice che sarò fertile, e chissà, forse fertile in canna (anche se dalla canna fertile). Però la più fertile sarà lei, la mia bambina virtuale su cui già fantastico (oggi tamagochi, domani chissà). Lei che dalla canna della sua bici mi ricorderà che un buon padre non può andare sempre e soltanto a caccia del soldo, ma anche del gattino nuovo per la sua pupetta.
Pressioni di settembre
15 lugPasso le notti in bilico tra la frescura del mio dondolo in giardino e la calura di una stanza così piena di carta da poterla vomitare. Passo i miei giorni a piantare semi per piante pigre, a immaginare contatti e contratti, a pensare a me e soprattutto a quel me che non sono. Mi riscopro troppo romantico per fare il giornalista, indignato di fronte alle aperture sulla Borsa, ai caratteri cubitali su manovre che valgono miliardi, mentre a me per uscire dai parcheggi non danno mai nemmeno l’ombra di un quattrino. Mi dondolo sul dondolo, mentre leggo di viaggi fisici che si fanno mentali. Il cranio mi si apre fin quasi a sentirmi in pericolo, mentre le tigri a forma di zanzara fanno di me uno scolapasta degno di finire sulla testa di un pastafariano austriaco. Mi sale l’ansia, proprio in questa notte vorticosa che segue il giorno del lento ripartire. Ma capisco che è tutta energia, che è tutto dinamismo. Che sono troppo romantico per non voler guardare oltre la patina del buon giornalismo, e troppo sensibile per non subire i cambi di direzione di un vento indeciso. Dondolo sul dondolo, e non sulla poltrona. Cerco di tornare direttore di me stesso, testata non registrata nel tribunale della vita vera, nel cuore di un’estate che mi fa da trampolino verso il più ignoto dei futuri. Dondolo, e penso a me e soprattutto al me che non sono. Guardo avanti, e nel farlo mi costringo a uno sguardo truce e determinato che tenta di nascondere un elefante sotto lo zerbino. Guardo avanti nel bel mezzo di un luglio sahariano, e nonostante il calendario sento già le pressioni di settembre, data forzata di un ripartire che ha una meta ma soltanto a metà.
Ad altezza deretano
7 lugLa tabella di marcia è marcia e anche poco tabella. Nel senso che le cose non vanno come dovrebbero andare. In questo clima asettico per lavoro e possibilità, mi ritrovo sospeso a un filo di nylon sul mare del nulla. Solita routine, insomma. Che palle.
Attendo ancora anche il tesserino da professionista. Ormai sono convinto che li producano in Burundi, anche se la pelle di precario è italiana e mi sembra tutto un grande spreco di quattrini. E attendo che si muovano un po’ le acque anche per la rivista che abbiamo messo in cantiere. Ma si sa, c’è la crisi, e i cantieri hanno vissuto tempi migliori. Stiamo rimandando le riunioni di settimana in settimana. L’obiettivo di esordire entro agosto approfittando delle ferie e del conseguente picco di visibilità si allontana giorno dopo giorno. Ma noi non demordiamo. A giorni invierò al grafico gli articoli già pronti. Ne mancano giusto un paio, e quello che abbiamo può già essere impaginato. Ci dobbiamo portare avanti con il lavoro, perché dopo le registrazioni in tribunale e burocrazia cantante scatta la fase più problematica: la caccia agli sponsor. Una delle attività venatorie più complesse. E’ un po’ come cercare di abbattere un T-Rex con un boomerang. Speriamo almeno che la traiettoria del ritorno non sia ad altezza deretano.
Mi butto (3)
2 lugSottotitolo: Io, fottuto in partenza. Ho appena completato il test d’inglese del Corriere della Sera. Sì, perché non è bastato compilare la domanda online per candidarmi a tutti gli effetti alla sbalorditiva selezione messa in atto dal noto quotidiano. Ci sono più fasi, ma ovviamente non te lo dicono prima. E io mi aspettavo una scrematura sulla base dei millemila curricula che staranno sicuramente ricevendo, non di certo un quiz su internet per verificare l’effettiva padronanza dell’inglese di chi vuole tentare il colpaccio.
Io, da bravo millepiedi omerico, di talloni d’Achille ne ho a bizzeffe. Ma ne ho uno particolarmente grosso e sporgente (no, tranquilli, non siamo ancora saliti in zona inguinale), su cui c’è appiccicata un’etichetta piuttosto eloquente: Ai no spich inglisc vèri uèll. A ognuno il suo. Io ho fatto in tempo a rispondere a 57 delle 65 domande a cui mi hanno sottoposto nell’arco di mezzora. Con la linea internet a passo di moviola che mi ha rallentato un po’, e che soprattutto credo non mi abbia permesso di inviare l’ultima risposta perché nel frattempo era suonato il gong. Quindi facciamo 56. Ma per fortuna non ero solo. Eh già. Accanto a me avevo la più aggressiva delle zanzare del quartiere, probabilmente l’insetto regina di questa fottuta Baia. Ha provato a suggerirmi, ma non è riuscita ad andare oltre il solito squallidissimo ronzìo.
Scrivo queste righe un po’ affranto. Un po’ digito e un po’ mi gratto. Non è scaramanzia, a quella mi sono sempre affidato poco. E’ quella stronza di una regina che mi ha lasciato il ricordino. Ma al di là di test e monarchie ronzanti, so di aver fatto il massimo che potevo. In un primo momento ho pensato di farmi aiutare in tempo reale dalla mia cugina argentina, che di mestiere insegna inglese e fa pure traduzioni per le aziende. Però, vuoi per il fusorario vuoi perché lei non sa quasi nulla di italiano, ho evitato di mettermi su Skype a spiegarle di volta in volta il senso della frase da tradurre. Così ho passato il pomeriggio a ripassare una lingua che conosco per sentito dire o poco più, a rinforzare una base in carta velina su cui poi ho cercato di costruire un cazzo di grattacielo. Infine ho sfidato la sorte e le giuste pretese del Corriere, dando il via al test con un occhio sui quesiti e uno su Google Translate, utile come una bandiera della pace a casa Gheddafi.
Ora sono qui. Aspetto il verdetto del mio test con un mezzo ghigno stampato in faccia. So già come andrà a finire, è sempre stato un tentativo disperato. L’importante è che non mi disperi io, perché domani è un altro giorno. Speriamo non di merda.
Poltrona a dondolo
30 giuMi dondolo sulla mia poltrona. Il mio amico di sempre mi ci prende pure in giro. Dice che è la poltrona del direttore, che da lì sopra sembro davvero il signor Burns dei Simpson. A suo dire mi manca soltanto di congiungere le mani pronunciando la parola eccellente, e poi sono davvero lui. Io finisce che mi guardo allo specchio e poi mi consolo. Quantomeno non sono ancora così stempiato.
Anche perché il problema non sono io, ma questa maledetta poltrona. Non è la mia faccia da pseudo-direttore bavoso, ma il culo che si poggia sopra questo morbidissimo porta-chiappe. E’ la mia reggia, il mio feticcio. La mia ragazza mi deride ogni volta (sì, pure lei) tanto sembro calato nella parte. E dire che è un suo regalo. Ma in fondo hanno ragione loro, lei e il mio migliore amico. In questo schienale io sprofondo come fossi il boss di un’azienda grande e prospera. Perché lo dico? Se mi vedeste ora non avreste bisogno di farmi questa domanda.
Eppure così non va. Mi gongolo, mi dondolo, mi gingillo (non è come sembra). Vivo ancorato alla poltrona e allo schermo che ho davanti, giorno e notte, fino a far incazzare mia madre che ormai non ricorda più nemmeno come sono fatto da in piedi, e mi crede alto poco più di un metro e venti. Tutto questo mentre all’orecchio mi arrivano verità che non sono più mie, quelle di un mondo che è fatto di movimento, di tentativi estremi. Storie di gente che osa, che non pensa di trovare uno sbocco soltanto inviando curriculum e aggiornando la pagina della posta in modo convulso nella speranza di ricevere uno straccio di risposta. Stando rigorosamente col culo appoggiato a questa cazzo di poltrona a dondolo, s’intende.
Un’amica, la stessa che mi ha trovato alloggio nella Città delle Pizze Gommose nel periodo del mio primo stage, mi ha scritto che sta per partire. Voleva da me i contatti del quotidiano con cui ancora starei collaborando, almeno in teoria. Le ho passato l’indirizzo del direttore e quello degli altri capi. Chissà che almeno a lei non servano a qualcosa. Il suo obiettivo è piazzare qualche pezzo come corrispondente dalla sua meta incandescente. Io invece sono ancora qui che invio proposte assurde pur di ricordare loro il fatto concreto del mio esistere, che possono farmi lavorare, o che quantomeno potrebbero finalmente farmi avere la cifra che ho già maturato. Tentativi che puntualmente non ricevono nemmeno uno straccio di no. Spero per lei che abbia più fortuna, d’altronde si sta per giocare una buona carta. Buonissima. Perché la ragazza non sta scappando da Malincònia in cerca di fortuna. Lei la fortuna se la sta creando a costo di rischiare la pelle. Lei è in partenza per il Kosovo come giornalista embedded. Lavorerà direttamente dal campo, a stretto contatto con il contingente militare italiano in loco. Mentre io continuo a dondolare sulla mia poltrona in attesa di un motivo per pronunciare la parola eccellente.










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