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“La metà di quello che leggete sul giornale non è mai accaduto. E non sta per accadere. Più una storia è bella, meno è vera”.
Tanta onestà mi piace, ma allo stesso tempo mi spiazza. A dire queste cose è stato uno dei nostri professori. Che a suo tempo è stato anche un importante direttore di testata. Uno che le cose le sa. E che quindi sa quello che dice.
Ascoltare certe cose mi fa domandare dove sia il senso di tutto questo. E mi fa quasi venire voglia di cercare un’uscita di sicurezza.
Poi mi guardo Blu Notte con l’Invasato, dove si parla di Peppino Impastato e del suo sacrificio per la verità.
Qualcuno chiuda la porta. Non voglio più uscire.
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“In questa redazione vige l’autocensura. Qua dentro le domande non si fanno”
I racconti degli stage proseguono, e sono sempre più terrificanti. Questa frase non è tratta da un film satirico sul mondo del giornalismo. Non è un virgolettato preso dalla bocca di un qualche despota. E’ il monito di un caporedattore (non dirò di quale testata) a un mio collega che si era “spinto” a fare una domanda che in qualche modo riguardasse l’azienda a cui fa capo il suo giornale. “Forse non hai capito per chi lavori”, gli ha detto. “Forse non hai capito che lavoro fai tu”, gli avrei risposto io.
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Stesse facce, anzi no. Il ritorno alla scuola di giornalismo è stato qualcosa di irreale. E’ rimasto tutto com’era prima, tutto fa parte della normalità. Una normalità che è ormai consolidata. Che conosco. Eppure sto vivendo questo rientro come qualcosa di strano. E di straniante.
Ma niente è cambiato, e questo è un bene e un male allo stesso tempo. Gli stessi difetti di sempre, miei e loro. Ma perlomeno nessuno si è montato la testa per via degli stage, dopo aver toccato con mano l’oro (?!) delle redazioni. Tutti tranne uno. Tutti tranne lo Stravivo. Che ha detto di aver realizzato il sogno di quando era bambino, lavorando sul campo per la stessa agenzia per cui ho lavorato pure io e con magri risultati (ma ero in un’altra città). Che se l’è cavata pure a scrivere di finanza, di cui non sapeva nulla, e che solo quattro o cinque tra noi sarebbero riusciti a fare altrettanto. Che mentre raccontava le sue esperienze dvanti a compagni e professori si è fermato all’improvviso e ha detto: “Ora fatemi voi delle domande”. Come fosse un vip intervistato da chissà chi. Come se lui stesso fosse chissà chi.
Niente di strano, lui è così. Infatti invece d’incazzarci ci ridiamo tutti.
Per il resto, devo dire che i miei stage non sono stati poi tanto al di sotto della media. Abbiamo passato una buona metà della mattinata a confessarci di fronte ai professori, per far loro presente i pro e contro di quanto abbiamo vissuto. C’è chi appena arrivato è stato messo a lavorare, trattato alla pari di un qualunque redattore. MA c’è anche chi ha chiamato i taxi per gli ospiti della tv, ha fatto caffè, si è ribellato perché voleva fare il giornalista ed è stato pure punito per questo. C’è chi non ha avuto il tempo di alzare la testa, e chi ha passato il tempo a “grattarsi i pollici” (strano incrocio ideato da qualcuno, stamattina, tra girarsi i pollici e grattarsi nonvidicocosa).
E poi c’è chi ha commentato le disgrazie di qualcuno dicendo: “Beh dai, guarda il lato positivo: potrai scriverci un libro. Le disavventure di uno stagista”. Che ironia! Ci fosse qualche editore disposto a pubblicarle io avrei già tutto scritto…
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Avrei bisogno di una siesta. Di staccare. Nell’attesa del secondo e ultimo anno alla scuola di giornalismo, mi vorrei un po’ rilassare. Invece no. Rogne su rogne, tra case e caparre.
Se non mi fanno santo mi ci faccio da solo.
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Alacabula megicabula bididibodidibù
fa la magia tutto quel che vuoi tu
bididibodidibù
Per esempio può far sparire dalla circolazione il Burbero. Che è stato in ferie per due settimane, ma poi è tornato e dopo qualche giorno di velata umanità si è tolto le sue vesti di falso civile e si è di nuovo adeguato ai suoi standard relazionali sul modello troglodita.
“Ma abbiamo ancora uno stagista, in questa redazione?”. Mi cercava. Che tenero!
Mi ha fatto scrivere tre brevi. Anzi due, la terza l’ha dovuta togliere mentre stavo cominciando a scriverla. Poi mi ha dovuto dire qualcos’altro. Quindi mi ha cercato di nuovo.
“..Com’è che si chiama lo stagista?..”, ha chiesto ai suoi vicini di desk. Un po’ sottovoce, per quanto possa parlare sottovoce un energumeno incline al razzismo e all’intolleranza. E’ regolare che io l’abbia sentito anche da distante, e il fatto che nessuno gli abbia risposto non è buon segno. Spero fossero in altre faccende affaccendati. Perché se dopo due mesi non si ricordano il mio nome, o io sono Casper o loro hanno l’alzheimer.
Ma alla fine ha trovato lo stesso un modo carino e gentile per chiamarmi.
“Oh!!”, ha gridato il selvaggio dalla sua giungla tecnologica. Io mi sono voltato, ma lui si era già incamminato verso di me con una bacchetta in mano. Sul mio volto era già comparso un ghigno. Avevo capito che voleva “bacchettarmi” per qualcosa, ma il “come” mi faceva ridere. Anche se in fondo il suo modo di prendere le cose così alla lettera m’inquieta un po’.
La prima breve era sui nuovi autovelox che installeranno sulla statale. L’attacco chiamava per nome i marchingegni in questione, così ho titolato usando un sinonimo. Dispositivo al posto di autovelox.
“Che cazzo è dispositivo? Come si chiama quel dispositivo?”
“Autovelox“, ho risposto sicuro.
“E allora scrivi autovelox!! Perché cazzo scrivi dispositivo?!”
“Perché l’ho messo anche nell’attacco”.
“Ma che cazzo ti frega dell’attacco?!? Ma sei metto a guardare l’attacco?! Un conto è il titolo e un conto è il pezzo!!”.
E un altro conto, ho provato a spiegargli, è che a distanza di una riga, tra titolo e testo, si ripeta per due volte la stessa parola. Una quisquiglia. Niente di rilevante. Niente per cui bacchettare. Niente per cui reagire con aggressività, ma se non fosse stato scontroso di default non avrei avuto motivo di chiamarlo “Burbero”. Niente per cui venire da me con una bacchetta in mano. Appoggiandola, ma molto molto piano, sul mio braccio. Fingendo di colpirmi.
Ma forse quella bacchetta era magica, in realtà. Alacabula megicabula bididibodidibù, fa la magia tutto quel che vuoi tu, bididibodidibù. E oggi posso festeggiare il mio ultimo giorno in questa redazione senza il Burbero tra i piedi, impegnato altrove per impegni sportivi. Lui, nel Borgo delle Cose Rotonde, è un’autorità del pallone, e oggi ha ben altro da fare.
Fiestaaa!
Anche se avrei ben poco da festeggiare. Per il mio pezzo, quello congelato da una settimana neanche fosse un sofficino Findus, è forse partito l’ultimo requiem.
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L’altro stagista: “Almeno questa volta posso dire di aver fatto un lavoro alla fonte…”.
Io: “Più che altro, alla fontanella…”.
Siamo giovani.
Siamo sarcastici.
Siamo autoironici.
Più che i giornalisti dovremmo fare i comici.
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La classe non è acqua, e infatti qui sarebbe meglio darsi al vino. La classe non è acqua, ma non la si può bere per dimenticare. La classe non è acqua, e qui, di sorseggiare un po’ della nostra, pare che nessuno ne abbia davvero voglia.
Io l’ho scampata. Mi hanno messo a pasticciare con le agenzie per quel disgraziato del nostro sito. Disgraziato perché poco aggiornato. Disgraziato perché messo in mano a due stagisti. Ma su questo non sono nella condizione di lamentarmi. Perché non fosse per il sito non saprei proprio come passare il mio tempo in redazione. Facebook a parte.
Io l’ho scampata, dicevo. Ma il mio collega di stage direi proprio di no. A lui è toccato giocare con l’acqua. Perché a noi, il fuoco non lo fanno neanche vedere. L’hanno mandato a “prelevare” quell’antica miscela di idrogeno e ossigeno dalle principali fontane della città. La sede centrale di questo prestigioso quotidiano ha chiesto alle redazioni locali di verificare lo stato di salute dell’acqua pubblica. Il mio collega, bottigliette di plastica alla mano, ha passato il pomeriggio di fontana in fontana. E una volta tornato gli hanno consegnato un kit di strisce e cartine. Niente droga, per fortuna. Era “soltanto” il set del piccolo chimico, per improvvisare seduta stante tutta una serie di analisi sui campioni prelevati.
Lui ha provato a coinvolgere anche me. Non si sentiva troppo sicuro, e lo capisco. Ma per mia fortuna dovevo scrivere il pezzo della vita (l’ennesima cazzatella per il sito), e il caposervizio del web (un ragazzotto poco più grande di me) mi ha rispedito al desk. Loro due, invece, si sono messi a
smanettare fino a sera nel tentativo di raccapezzarci qualcosa. Di capire se quell’acqua fosse santa oppure di fogna. Sembravano due piccoli scienziati pazzi in cerca di chissà quale miracolo.
“Siamo finiti ben al di sotto della soglia della bassa manovalanza”, ha commentato più tardi lo stagista. E come dargli torto? Anche se in fondo lui è stato contento, perché non vedeva l’ora che lo mandassero a lavorare fuori da queste quattro mura. Ed è stato accontentato. Credo che la prossima volta ci penserà due volte prima di esprimere un desiderio.
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Fare interviste mi piace. E lavorarle mi fa sentire come fossi un artigiano della parola. Per questo sono contento che oggi il Fantasma Stonato mi abbia detto di scrivere il pezzo sulla fumettista con cui ho parlato la scorsa settimana. Quando lui era in ferie, e quando il Vice-qualcosa mi aveva dato l’ok per questo articolo che sarebbe dovuto andare in pagina prima del ritorno di quello spettro anacronistico del suo (e del mio) capo. Insomma, prima che tornasse il Fantasma Stonato. Ma niente da fare. Sul giornale non c’è stato abbastanza spazio, e io sto elemosinando ogni giorno (e con scarso successo) uno spazietto per piazzare il mio pezzo prima che me ne vada. Cioè dopodomani, il giorno in cui qua dentro saluterò tutti quanti. E chi si è visto si è visto.
Sì, mi ha detto di buttare giù l’articolo. Ma nemmeno oggi c’è posto per me. Ha già dovuto scartare diverse cose, perciò anche oggi passo il turno.
Meno due alla fine. Speriamo bene.
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Oggi fuori fa freddo, sì, ma meno di ieri. Eppure è stata una giornata da brividi, qui in redazione. Di sensazioni eterogenee, di momenti che dicono tutto e il contrario di tutto.
Stamattina il direttore si è dileguato pochi minuti dopo le 13. Mai visto: lui è uno che la redazione la molla solo se rischia la fame. O la sete. O la peste bubbonica. E già gira voce che ci sia di mezzo una donna. Bene. E se è vero che c’è un amore per tutte le stagioni, spero tanto per lui che nelle sue mutande non sia già calato l’inverno. E che là sotto, a sessantanni suonati (anche se lo stagista gliene dà molti meno), funzioni ancora tutto come si deve. Chissà, magari siamo noi infidi a pensare male, e invece il direttore ha lavorato pure nella pausa pranzo. Magari si è fatto un giro di nera. E ad andare a letto con una donna di colore, io non ci vedo proprio niente di male.
Ma son stati brividi anche per l’altro stagista. Stamattina è arrivato qui in redazione convinto che fosse il giorno del riscatto. Già da ieri aveva fissato, su consenso del Fantasma Stonato, un’intervista a un cantautore di questa città. Lui ama la musica, se si è dato al giornalismo è proprio perché vorrebbe scrivere di musica. Un’utopia. Ma non tutte le utopie vengono per nuocere.
A metà mattinata la doccia fredda: anche il redattore che si occupa della politica aveva espresso l’intenzione di fare la stessa intervista. E guai a scavalcare i cronisti di ruolo. Anche se in effetti è come se il cronista di calcio scrivesse qualcosa sul bilancio comunale. Ok la flessibilità, ma qui ci si spezza!
Siamo andati a pranzo insieme, io e l’altro stagista. Un pranzo magro: il solito baretto, che di solito è ben fornito, è stato preso d’assalto da tanti pinguini incravattati. Del resto è freddo, e io alle coincidenze non credo. E tra una fetta di rosbif e l’altro abbiamo parlato delle nostre aspettative per questo finale di stage. Finale per me, non per lui che resterà fino a metà novembre. Io invece sabato saluto tutti e me ne torno nella mia adorata Baia delle Zanzare. Anche se mi aspetto che le zanzare se ne siano già andate via tutte. (Che poi qualcuno ha mai visto pinguini e zanzare stare sotto lo stesso tetto?!)
Nel pomeriggio la smentita: il redattore del politico ha altre beghe di palazzo da dover gestire, e in fondo non si è attivato davvero per fare quell’intervista al cantautore che per domani rischia di venire bruciata dalla concorrenza. “Grazie della delicatezza, scrivila pure tu – gli ha detto il redattore – Ci mancherebbe!”. E’ stato gentilissimo. E così, salvo scossoni dell’ultimo minuto (so che stai leggendo, tieni quelle mani sulla tastiera!!), questo sarà davvero il suo giorno del riscatto.
Il mio, invece, deve ancora arrivare. “Oggi non c’è spazio – mi ha detto il Fantasma Stonato – vediamo domani”. E la mia intervista slitta ancora. E io, tra pinguini e zanzare (e nebbia ai locali a cui do del tu), finirò per diventare un asso del bob.
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Melanzane ripiene, formaggio affumicato, involtini avvolti nelle budella. Qua si parla di cibo, e lo si fa per lavoro. La cultura è anche in cucina. E nel poco spazio che questo giornale riesce a riservare a tutto quello che un tempo occupava la cosiddetta “terza pagina”, si parlerà pure di prelibatezze e di esperimenti ai fornelli peggiori dei miei. (vi ho mai detto che alla scuola di giornalismo mi chiamano “chef”? e vi ho detto che non lo dicono affatto per farmi un complimento??)
E mentre si pensa all’arte culinaria, qua dentro quello con il culo in aria sono io. Con il mio pezzo sospeso in un limbo di cui non vedo l’uscita. In attesa di un misero spazio, anche a pié di pagina, per inserire l’intervista che ho fatto due sere fa di mia iniziativa. E con l’approvazione del Vice-qualcosa. Che mi aveva detto: “Va bene, lo facciamo. Però prima che torni il Fantasma Stonato, che poi lui c’ha la lirica e tutte quelle cazzate lì!”.
Ma ieri non se n’è fatto nulla, e oggi l’essere più anacronistico della storia del giornalismo culturale è tornato dall’ennesima settimana di ferie, con al seguito il suo cellulare e le sue assurde suonerie. Per il mio pezzo, forse, il tempo è già scaduto e non lo voglio ammettere. Né a me stesso né alla fumettista esordiente che ho intervistato. A cui non ho promesso nulla, se non la mia onestà di cronista stagista, vittima quanto lei di un sistema che preferisce dare corda a melanzane ripiene, formaggio affumicato e involtini avvolti nelle budella. Piuttosto che alla creatività di una giovane piena di ironia e di belle intuizioni.
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Stamattina il Sergente mi ha fatto l’occhialino. Sono arrivato, mi ha guardato e mi ha strizzato l’occhio. Cioè, ha strizzato il suo mentre guardava me. Ed è una cosa che non è da lui, uomo dai modi duri e rudi e tutti gli altri anagrammi possibili. Per questo, quel saluto che scimmiotta un’intesa che non c’è, è di per sé una notizia. Soprattutto per me che ormai mi ritrovo ad annusare continuamente l’aria, per cercare di capire cosa pensino di me in mezzo a tanta schizofrenia. Anche se potrei fregarmene, dato che sono quasi alla fine. Di già.
Eppure no. E’ lo sprint finale, e potrebbe essere la fase più importante di questo bimestre-farsa. Perché in questi giorni ho preso l’iniziativa, e ho fatto una di quelle proposte che nel loro piccolo possono dare un senso a uno stage iniziato fiacco e che rischia di morire agonizzando.
Ma è ancora presto per parlarne. E’ una cosa su cui non posso ancora mettere la mano sul fuoco. E di scottarmi per niente non ne ho proprio voglia.
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In questo mare di nullafacenza, noi due stagisti abbiamo comunque il nostro salvagente. Un’àncora di salvataggio dalla noia e dalla frustrazione più totale. E’ il sito. Dove due o tre volte al giorno troviamo uno sbocco per scrivere qualcosa. In attesa che verso sera ci venga commissionato un box, o magari una breve, per il giornale del giorno dopo.
E mi viene da ridere. Perché quando avevo chiesto uno stage online sono finito a fare agenzia. E questa volta che dovrei scrivere per un quotidiano, mi ritrovo a lavorare per l’online. Una dolce condanna, certo. E in fondo è un cerchio che si chiude. Mi domando, però, se il prossimo anno sarà il caso di chiedere uno stage in radio per poter finalmente scrivere su un quotidiano.
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Oggi il Sergente è particolarmente euforico. Sarà la scia di sesso verbale lasciata questi giorni in redazione da una sequela di doppi sensi di cui, per pudore o per chissà cos’altro, ho riportato solo un estratto (mentre oggi il redattore più grassottello ha dichiarato che “si farebbe” almeno l’80% delle donne…). Il Sergente gira con la sua maglia a righe blu e panna a impartire ordini a destra e a manca. Ma con garbo. Qualcosa che con me, alcune sere fa, non ha avuto affatto.
Erano le 8 di sera. Ero stanco. Ero proprio fuso. Tutto il giorno di fronte al pc a fare meno di niente. Ma all’improvviso, come sempre verso quell’ora, mi è arrivato un articolo da fare. Un impasto di agenzie, s’intende.
Convinto che ormai fossi diventato più bravo di un panettiere, mi sono messo di buona lena a impastare, appunto, i lanci che mi servivano. Rassicurato anche dal fatto che si trattasse della seconda parte di una vicenda giudiziaria che avevo già seguito pochi giorni prima per il sito di questo stesso giornale.
Risultato: tempi sballati (tipo oggi al posto di ieri) e cariche sfalsate (gip al posto di pm). Oltre a una o due generalizzazioni tra diverse categorie professionali. Con cui, non volendo, avevo attribuito colpe a chi invece era coinvolto nel caso per ragioni simili ma meno dirette e infamanti. Roba da querela, lo so. Roba che si perdona, ma che merita un “cazziatone”.
E l’ho avuto.
Il Sergente non me l’ha mandata a dire. “Le agenzie non le hai proprio lette”. “Questo articolo l’hai fatto a cazzo“. E altre accuse accreditate dal mio pezzo distorto, ma che non corrispondevano di certo al vero. Perché le avevo lette. Male ma le avevo lette. A cervello spento, sì, ma le avevo lette.
Poi il peggio.
Ok gli sbagli. Ok i rimproveri. Mi scoccia ammetterlo, ma quelli erano pure meritati. Però non ho mandato giù quando mi ha chiesto di “rilasciare” il sommarietto di quell’articolo. Il sistema editoriale è fatto di spazi. Un doppio click e cominci a lavorarci. Agli altri quello spazio compare in rosso, perché “in uso” da te. Avevo dimenticato di uscire, così lo spazio del sommario risultava occupato. Come in effetti era.
“Kronakus, mi rilasci quel cazzo di sommario?!, ha detto il sergente con la solita voce ferma, rimarcando in modo particolare l’iniziale di quel sinonimo di fallo. Poi ha aggiunto: “Posso capire l’esperimento, ma…”.
Ma quale esperimento, (sinonimo di fallo)?!
Da quando sono arrivato mi hanno sempre detto di provare a fare pure i titoli dei miei pezzi. Provare, sì, perché quasi sempre trovano un motivo per cambiarmelo. Ma va bene, titolare è difficile, e serve un’esperienza che io ancora non posso avere. Certo, a me sembra che a volte i loro siano peggiori dei miei. Ma in fondo i titoli sono soggettivi. O quasi, dai. A te possono provocare un orgasmo, ma agli altri potrebbero sembrare peggio dell’orticaria. Basta guardare i quotidiani: ogni giorno ognuno dice la sua, e con con parole diverse. Spesso anche con concetti diversi.
I titoli, dunque, li ho sempre fatti. Sin dal primo giorno di stage. Ma evidentemente l’arrogante simil-bulletto non gradisce gli scavalcamenti di potere (i titoli spettano a lui). Non ha tollerato che io abbia provato a titolare, e lo stesso dicasi per il sommario. Ma certo, avrebbe potuto usare un altro tono. Anche se avrebbe comunque fatto la figura del despota che lotta contro soprusi che non esistono, contro una confusione di ruoli che evidentemente ritiene ingiusta. Ma di ingiusto, a mio avviso, c’è stato solo il suo atteggiamento. Contrario a quello dei suoi colleghi che sin dal primo giorno mi hanno messo nella condizione di provarci, e di riprovarci ancora. Magari fallendo, ma tentar non nuove. Ed è sbagliando che s’impara. Mentre le porte in faccia fanno solo incazzare.
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Non due o tre righe, ma cinque! Son soddisfazioni.
Me la sono cavata con una fotonotizia. Che come dice il nome, prevede una foto. E una notizia. Di cinque righe, secondo gli standard di questo giornale. Come prevedibile ne è venuta fuori una cosa piuttosto istituzionale. Lo spazio è tiranno, mi sono dovuto attenere alle informazioni essenziali per far capire il senso di quel tripudio di divise verdi e di armi puntate contro la mia faccia. Mia e degli altri in tribuna. Uomini e donne della stampa, ma anche familiari dei soldati schierati su quel prato verde. Armi che spero fossero scariche. Ok che non mi ero vestito elegante come mi aveva suggerito il Vice-qualcosa (qui nel Borgo delle Cose Rotonde non ho né camicie né giacche, e francamente sono allergico a chi mi impone come vestirmi), ma non volevo mica macchiare la mia polo bianca di quel pomodoro che pomodoro non è! (avete mai visto una passata piena di globuli rossi?!)
Ma la beffa doveva pur esserci. Anche se mi fa sorridere, in realtà non avrei nemmeno motivo di chiamarla così. E’ che la fotonotizia sulla mattinata in caserma è finita alla solita pagina 32! Quella delle lettere e delle rubriche. Quella a cui lavoriamo tutti i giorni io e l’altro stagista, compiendo quel nobilissimo lavoro chiamato “revisione dei testi”. Una pagina che sembra essere la mia gabbia di carta, ma dove in fondo sto iniziando a sentirmi a casa.
E questo non va affatto bene.
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Ieri sera, poco prima di andare via, il caporedattore mi si è avvicinato e mi ha chiesto: “Ti va di andare qui, domattina alle 11?”. E mi ha consegnato un cartoncino, un invito per una manifestazione militare.
Bah. Non amo quegli ambienti, ma il lavoro è lavoro. E allora lavoriamo.
“Certo!”, ho esclamato io, che da più di un mese mendico per uno straccio di incarico fuori da quelle quattro mura fumose. E piene di fumati.
“Ok. Poi vediamo, non so… – il caporedattore ha cominciato a girare su se stesso facendo due passi indetro, con la testa bassa, e voltandosi ogni tanto verso di me – Non so quanto valga. Penso due o tre righe, vediamo domani. Comunque tu vacci, che loro sono contenti se ci vedono”.
Questa volta la marchetta porta la divisa, ma non quella mimetica. Anche se a testa china e con un po’ di imbarazzo, qualcuno ha trovato il coraggio di dirmi come stanno le cose. Sapevo da subito che se stamattina sono andato in caserma è stato per la gioia di qualcuno. Qualcuno che non sono io, che nella migliore delle ipotesi troverò spazio per al massimo due o tre righe di informazioni istituzionali. Talmente poco che non potrò far altro che spiegare il tema della manifestazione. Magari facendo il verso, al malloppo di scartoffie e documenti vari che mi hanno messo in cartella stampa. Tipo carta carbone.
Ma sono contento. Questa volta giochiamo a carte scoperte. Niente bluff. Solo quel poco di onestà che chiedevo, ma che certe volte sembra essere una richiesta fuori misura. Come se stessi pisciando fuori dal vaso.
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Due sere fa, ore 21.
“Ciao caporedattore”, ho detto al mio giovane superiore affacciandomi sul suo ufficio.
“Ciao”, mi ha risposto.
“Per quella cosa del centro commerciale, poi..”.
“No.. no mi spiace. Non se ne fa nulla..”.
“Ah.. capito.. Nemmeno domani immagino..”.
“No, no.. nemmeno”.
Eppure un po’ c’avevo sperato. Quel pomeriggio era arrivata una telefonata. La segretaria di redazione aveva risposto, e si era messa a parlare della possibilità di pubblicare o meno qualcosa nell’uscita di domani. Che poi sarebbe ieri. Avevo intuito che si stava parlando del mio pezzo. Qualcuno si stava interessando alle sorti del mio articolo. Chissà chi. E chissà perché.
Ma non c’è stato niente da fare. La segretaria era stata possibilista, ma non è di certo lei a decidere certe cose. E sono passati due giorni. Il caporedattore, era stato già abbastanza categorico, ma ora posso davvero dire che il mio pezzo sull’ipermercato sia andato a puttane. Beato lui.
Riunione di redazione di stamattina. La noia stava avendo la meglio su di me. Un po’ come sempre. Ogni tanto mi entra una parola, ma poi scappa via. Colgo il verso in cui girano alcuni ingranaggi sparsi che mandano avanti il lavoro di redazione. E amen. Tutto il resto è davvero noia. E’ sonno. E’ torpore. E’ lettura dei giornali. Tanto per non sentirmi del tutto inutile: se non mi permettono di informare gli altri, almeno informo me stesso. Tiè.
Sigh.
E’ proprio sfogliando il nostro numero di oggi che mi si è accesa la lampadina. Ma mica leggendo gli articoli, non sia mai! E’ grazie alla pubblicità che ho capito di essere uscito da una redazione di “marchettari” per finire, a distanza di poco più di un anno, in una redazione di omologhi. Lontani cugini. O forse, gemelli separati alla nascita. Evvai.
Il logo dell’ipermercato campeggiava in un piede di pagina piuttosto ingombrante. Sarà stato come minimo un 46. E senza soletta. E lì ho capito che la mia presenza alla conferenza stampa era servita soltanto a dare il contentino allo sponsor di turno. Per farmi firmare sul librone dei partecipanti all’evento, facendomi scrivere sia il mio nome che quello della testata per cui lavoro. (lavoro??) E per dare modo alla tardona dell’ufficio stampa di fare le sue fusa ipocrite. Così i pinguini che pagano sono felici e contenti. Si sentono ascoltati, coccolati. S’illudono di comparire sul giornale anche a mo’ di notizia. E telefonano alla segreteria di redazione per accertarsi che domattina in edicola si parlerà anche di loro.
E lì rimangono fregati. Perché dell’articolo nemmeno l’ombra. Quell’articolo, che era il mio, e che ora se la starà spassando in qualche pub. Solo, dimenticato da tutti. Anche da me, che in fondo in fondo ho di che essere contento, al pensiero che il mio pezzo non sia andato in porto. Così posso pensare che la marchetta sia venuta, sì, ma solo a metà. Che anche questo giornale sia solito sporcarsi le mani in nome del dio denaro, sì, ma che alla fine dei conti conoscesa qual è il confine tra notizia e spot.
E io l’ho capito, che è stato meglio così. Mi ci sono voluti due giorni per avere il quadro completo, ma ci sono arrivato. Meglio tardona che mai.
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“KronaKus, che stai facendo?”, mi ha chiesto il vice della cultura. O dello sport. O di entrambe le cose. Non l’ho ancora capito. E forse nemmeno lui.
“Sto leggendo questo articolo sul nostro sito..”, ho risposto.
“Sì, sì. Ma stai facendo qualcosa?”. Sembravo sotto interrogatorio, ma ormai conosco il tipo. E’ un pezzo di pane, un po’ come il direttore. E se ti fa queste domande non è per controllarti, ma perché è contento se anche tu hai di che lavorare.
“No. Sto aspettando che mi arrivino i testi per la pagina 32…”, gli ho detto.
Il Vice-qualcosa si è allontanato per raggiungere il suo desk, poco distante dal mio.
“Comunque anche la pagina delle lettere è importante – mi ha detto voltandosi improvvisamente – non devi pensare che ti facciamo fare cose inutili. Anche nell’edizione nazionale ci fanno molta attenzione. Dentro ci possono essere delle cagate, e quelle vanno sistemate. Se nella pagina di sport sbagli a scrivere il minuto di un gol, pazienza. Ma se nelle lettere sbagli qualcosa, insomma, può essere un problema”.
Quest’uomo lo adoro. E’ uno che parla poco. E quando lo fa, lo fa per te. O così sembra. Un giorno sì e uno no ti passa vicino, dopo essersi fumato la sua seimilionesima sigaretta giornaliera, e si fa vedere interessato a quello che fai. Parla più con le sue cicche che con noi umani (ammesso che siamo più umani noi delle cicche), ma quando ti si rivolge lo fa con bontà. E senza che tu glielo chieda, lui quasi ti consola. Ci prova. Anche con argomentazioni poco credibili, come quelle di oggi. Sarà anche vero che la parola può ferire più della spada, ma dalla pagina delle lettere fa comunque un po’ meno male. E la revisione dei testi è pur sempre il lavoro di un correttore di bozze. Non di un giornalista.
Ma ok. Il Vice-qualcosa ha provato a motivarmi un po’. Ha fallito, quasi miseramente. Ma il gesto l’ho apprezzato. Davvero. Perché la parola ferisce più della spada. Ma se usata nel modo giusto può anche risollevare la giornata di qualcuno.
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Eppur si muove. Lo stage ha fatto il suo (piccolo) salto in avanti. Ieri mi hanno chiesto di andare a una conferenza stampa, e io stamattina sono andato. L’idea è stata del mio caro amico Burbero.
“Vai dalla segretaria, che ti deve dare il comunicato stampa per una conferenza”. Niente domande, solo un imperativo. Prendi e vai.
Perfetto. Era ora.
Stamattina sono arrivato là con mezzora di anticipo. Ho sempre il terrore di arrivare tardi. Mi conosco: è una paura tutt’altro che infondata.
Intorno c’era una viavai di penne e di telecamere. Mi domando come mai tanto interesse per la presentazione di un ipermercato che ha appena concluso i lavori di ampliamento. Lavori mirati all’ecosostenibilità, ma anche, suppongo, a una mera questione di immagine.
Mi sono prima fatto un giro, il tempo abbondava. Era proprio un bel posto: luminoso, ma non rintronante come le altre capitali del consumismo senza riserve. L’architetto ha giocato tutto su soffitti in vetro e luce naturale. Un genio, davvero. Gli arredi in resina hanno forme rotonde, colori decisi ma non troppo forti. Un ambiente decisamente accogliente. Sono quelle cose semplici, ma che funzionano meglio di tutte le altre.
Quando era ora del calcio d’inizio ero già sotto la tensostruttura sotto cui si è tenuto l’incontro. Come da comunicato, il tutto è cominciato con un buffet. Peccato non avessi fame, strano ma vero. Salatini. Mortadella a cubetti. Alcolici e analcolici in brocca. Non mancava nulla. Nemmeno le coccole.
“Ciao! Tu sei..?”, mi ha detto una donna bionda in tailleur che mi si era appena avvicinata.
Le ho dato la mano e mi sono presentato.
“Ah sì!! Piacere! Sapevo che saresti venuto – ha risposto lei – ..Allora.. Hai già preso qualcosa?”. Mi ha lasciato la mano, ma solo per prendermi il braccio, stringendolo in un modo vagamente affettuoso.
“No, grazie, ho fatto colazione da poco e non mi va nulla”. Era quasi mezzogiorno.
“Ma sei sicuro? Non fare complimenti, eh!”. E lì il braccio me lo stava quasi accarezzando.
“Sì, sicuro, davvero”.
“Ma hai bisogno di intervistare qualcuno?”.
“..Sì, beh.. – mi aveva colto impreparato, e si vedeva – Certo, però dopo la conferenza. Intanto sento cos’hanno da dire loro”. Ho sorriso in modo evasivo.
“Dai, allora, vieni con me. Ti presento il direttore, il presidente, l’assessore, l’architetto, il ministro, il pontefice…”. No, il ministro non l’ha detto. E non c’era nemmeno il pontefice.
Mi ha preso a braccetto stringendomelo un po’. Il braccetto, dico. Mi ha fatto fare il tour degli incravattati di turno. Una sequela di pinguini tutti uguali di cui non ricorderei il nome nemmeno se me lo ripetessero cento volte. Ho stretto più mani quel giorno di non so quando. Il bello è che loro erano più imbarazzati di me. Sarà la qualifica da “giornalista” che provoca un fastidio addominale. Sarà questa faccia da ragazzotto fuor d’acqua. Non lo so. Ma per fortuna è durato poco: la conferenza stampa è cominciata di lì a breve. Ma non prima di essermi fiondato sul buffet, improvvisamente affamato. E ormai libero dalla morsa della tardona ossigenata.
Gli incravattati hanno sfilato uno a uno. Tutti incensando se stessi e l’ente fisico o metafisico che rappresentano. E’ sempre così. Le conferenze stampa sono vetrine in cui tutto quello che si dice è preparato. Prefabbricato. Precotto. E si sente dal gusto. Tutti giocano il proprio ruolo studiato a tavolino. Come quello della bionda, donna di punta dell’ufficio stampa di chi ha organizzato l’incontro. Addestrata a coccolare gli ospiti, soprattutto quelli che hanno in mano il potere di parlare di te e di farne parlare gli altri. Nel bene o nel male. Possibilmente nel bene. Sennò, per quanto li rigurda, noi stronzi con la penna e il taccuino potremmo benissimo fossilizzarci davanti al desk.
Tutto è filato liscio. La conferenza si è chiusa con un giro panoramico, a dire il vero poco seguito: sono stato uno dei pochi a non essermene andato quasi subito dopo la fine degli sproloqui. Ma mi ero incuriosito. L’architetto era uno con le palle. Un tipo che ama il suo lavoro. E te lo fa vedere. E ti contagia.
Ora sono in redazione. Attendo di sapere le sorti del mio pezzo. Ammesso che un pezzo ci sia. Che si faccia davvero. Mi suona davvero strano che un giornale così istituzionale si interessi a una cosa così piccola. Vedremo. Spero non mi avvertano alle nove, chiedendomi di scrivere un articolo da novanta righe da candidare per il Pulitzer.
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C’è vita su questo pianeta. Oggi l’altro stagista ha il giorno libero. L’uomo della “nera” è fuori per infortunio. Tutti gli altri sono in altre faccende affaccendati. E a me è arrivato un po’ di (sano?) lavoro. Finalmente.
“KronaKus, vieni qua”. Dopo la chiamata del Burbero sono corso al suo desk, dove mi sono indicato le agenzie da cui ricavare ben tre brevi. Sì, tre. Tutta la colonna di destra della pagina 7 porterà la mia firma. Anzi no, niente firma per le notizie dalla coda corta. Ma almeno stasera sentirò di non essere stato completamente inutile.
Non è la prima volta che mi fanno fare una breve. E’ già successo, e ne sono stato contento. Ma mai mi era stato chiesto di scriverle tutte e tre. Mi è sembrato un grosso passo avanti. Favorito dalle circostanze, ok. Ma chi se ne frega?!
Non è la prima volta, dicevo. E oggi sono stato attento a non farmi rimproverare perché troppo lento. Io le cose le voglio fare bene. E così, di solito, passo per lumaca. Non scherzo se dico che oggi ho sudato nonostante l’aria sia più fresca di ieri. Mi sono scervellato per notiziole semplici semplici. Casi di cronaca quotidiana, tra sequestri di droga e proteste sindacali. Cose importanti, ma piccole piccole. Brevi Brevi. Ed è quella brevità, è quel bisogno di sintesi che più sintesi non si può ad avermi fatto perdere i capelli. Che battere i tasti non affatica. Ma lavorare in tensione sì, sempre.
Ma ce l’ho fatta. Questa volta sono riuscito a scriverle prima che il Burbero mi rimproverasse per il troppo tempo impiegato. Forse sono stato davvero più veloce del solito, anche se a me in fin dei conti non era sembrato affatto. Oppure è lui che era stato troppo impegnato a fare altro per avventarsi su di me.
Bingo. Buona la seconda. Il buon (buon?) Burbero era stato preso da altre cose. Bene. Meglio.
Anzi no.
L’esimio collega stava stravolgendo completamente la pagina 7. Un improvviso ribaltamento nella gerarchia delle notizie aveva letteralmente cancellato lo spazio per le brevi, sostituite da un articolo di raccordo sul tema di apertura.
“Scusa, mi ero dimenticato di avvisarti”, mi ha detto il Burbero a gioco finito, mentre ancora grondavo. No comment.
Tutto buttato. Tanto lavoro per nulla. Ma questo è un giornale, dove prima di tutto contano i fatti. E i fatti, si sa, sono più importanti di chi li scrive.
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“Dammi una mano con questa infografica”, mi ha detto il Sergente. Nessun problema: in tempo di carestia, anche la bassa manovalanza va più che bene. Che poi noi stagisti – dicono – non possiamo chiedere molto di più. In fondo, perché cercare di salvare quel poco che resta della nostra stropicciata dignità? Ma ok, facciamo la bozza per questa infografica maledetta. In fondo, devo pur fare qualcosa.
Sfoglio giornali. Rovisto siti. Estrapolo dati. Compilo tabelle. Venti minuti e il gioco è fatto.
Ed eccomi di nuovo pronto alla noia.
Ma dopo due ore, il Sergente mi ha chiesto di affiancarlo mentre compilava delle schede riepilogative comprensive di interviste ad hoc. E mentre lui le titolava, io dovevo dettargli nuovamente i dati più importanti che avevo inserito nella bozza. Leggere la mia tabella sarebbe stata troppa grazia. Ma in fondo, sì: devo pur qualcosa.
Mentre davo i numeri al ritmo di uno ogni due minuti (nel frattempo lui doveva inserire anche il testo man mano che scorrevamo le schede), il Sergente parlottava con qualcuno su Skype. Da vero cronista gossipparo, ho sbirciato, e sono riuscito a leggere il nome del suo interlocutore. Il Sergente stava chattando con una collaboratrice, che ho scoperto proprio stamattina essere anche sua moglie. La moglie del Sergente. Roba da film di Neil Jordan. (questa l’ho appena letta su Google..)
L’occhio mi è caduto su una frase in particolare. “Starai mica diventando ansiogeno come il tuo caporedattore?”, ha scritto lei a lui che del caporedattore si può dire sia il vice.
Mi è sfuggita la risposta del Sergente, ma poco dopo sono riuscito a leggere uno “Scrivi, cazzo!” da parte sua, a cui lei ha poi risposto con un “Ma sei scemo??”.
Ora io mi domando se sia questione di ruoli. Di percorsi personali, di storie private che non possono venire assunte a modello universale. Di casi isolati o perlomeno sporadici. Ma se la vita di redazione e il peso delle responsabilità ti trasformano davvero in un simil-autoritario in modalità Burbero ma più educato, se ti portano a discutere senza motivi apparenti con una moglie-collega che in fondo sta lavorando anche per te… beh, allora sì…
Devo proprio fare qualcosa.
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Un po’ di meritato relax. Che poi meritato non è, ma se non lo è non è colpa di chi non fa, ma di chi non fa fare. O di chi fa fare poco.
Siamo pronti al decollo??
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“Se i ragazzi sono scarichi diamogli qualcosa da fare”.
Il nuovo arrivato parla chiaro. Non lo stagista, ma l’altro caporedattore, tornato ieri da una fase di stop. Uno che conta, insomma. Che coordina il lavoro, e che ha l’ultima parola sulle pagine. Prima del giudizio universale dei piani più alti, ovvio.
Chi è ? Ma il Sergente! Posa al limite del macho, un po’ imbastita e con i muscoli sobri ma definiti di chi riesce ad andare in palestra nonostante il giornale. Capelli rasati o quasi. Tatuaggio al collo. Occhiali da sole tipo Rayban, che non toglie mai per via di un recente intervento agli occhi che lo ha tenuto lontano dalla redazione.
Tutto questo è il Sergente. Colui che senza tante presentazioni ha preso me e l’altro stagista mettendoci quasi subito sotto torchio. Ci ha consegnato un malloppo di agenzie su cui scrivere delle “brevi” improbabili. Improbabili perché il materiale era tantissimo, e richiedeva un lavoro di sintesi madornale. Disumano.
Per un attimo ho smesso di sentirmi come fossi un soprammobile d’antiquariato, messo qui davanti a un monitor a mo’ di complemento d’arredo.
Missione compiuta. C’ho messo troppo tempo, lo so. Ma alla fine, della mia breve non ha cambiato una virgola (il titolo sì, ma è quasi di routine). Ha solo aggiunto il nome di un politico locale che avevo accidentalmente omesso dalla notizia. Ma la costruzione del “pezzo” andava bene così com’era.
Il Sergente è l’uomo del cambiamento. E’ quello che può portare noi stagisti verso altri lidi. O, al contrario, colui che ci fa ha fatto annusare l’aria di lavoro, ma che in un batter d’occhio può prendere i nostri sogni di gloria e trasformarli in illusioni.
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Stamattina mi sono guardato intorno. La redazione era un po’ più vuota. C’ho riflettuto un attimo, poi mi sono ricordato: l’altro stagista ha levato le tende. Ha finito il suo periodo sotto torchio. Presenterà il suo lavoro di fine corso alla sua scuola e si preparerà per l’esame che potrà aprirgli le porte del professionismo. Cose che mi sembrano lontane anni luce, ma l’esame dell’Ordine è come la morte. Prima o poi, arriva per tutti.
Oggi qui dentro siamo uno di meno, e non uno qualsiasi. L’altro stagista è la persona con cui avevo legato di più. Qua l’ambiente è buono, ma ognuno fa il suo lavoro, e al massimo si scherza su persone che non conosco, situazioni che non mi sfiorano neanche, casi di cui al posso aver sentito per vie traverse. Non è facile socializzare dopo due sole settimane. Ma con lo stagista era andata abbastanza bene. Sopra la media, perlomeno.
E’ uno dei primi con cui ho preso contatto. Me l’hanno appioppato (oppure sono io che sono stato appioppato a lui) già dalla prima mezzora. E’ lui che mi ha spiegato i rudimenti del sistema editoriale. E’ lui che mi ha dato tanti consigli, e senza nemmeno chiederglieli, durante la (sua) pausa sigaretta. E’ lui che mi ha corretto i primi errori di ingenuità prima che li vedesse qualcun altro, perché anche se era qui da poco sicuramente lui sa meglio di me che cosa vogliono i capi. E’ lui che mi ha dato il suo numero dicendomi di chiamarlo anche in futuro, per qualsiasi cosa. E’ lui che mi ha detto “qui se non sei propositivo non fai un cazzo”.
E sono io che dovrei cominciare ad ascoltarlo.
E’ stato un bell’esempio di solidarietà tra stagisti. Ora me la dovrò cavare anche senza di lui. Ce la farò, certo. Anzi, se posso permettermi una spruzzata di cinismo, per me è un bene che lui non ci sia più. Me l’ha detto lui, ma l’avevo capito anche da solo: il suo carico di lavoro (e, fidatevi, lavorava) potrebbe passare a me. Capi permettendo.
Oggi siamo uno di meno, ma so che non finisce qui. Quella del giornalista-stagista è una vita di clausura. Ma per una birra in compagnia, il tempo si trova sempre.
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Farmi chiamare alle dieci di sera un collega che ha avuto il giorno libero. Era già nell’aria che a breve avrei fatto il giro di nera. Il primo nel Borgo delle Cose Rotonde. Un onore. Una soddisfazione. O perlomeno, un piccolo passo in avanti. Una cosa nuova, che smuove le acque. Un giro di nera in affiancamento, ma il collega che se ne occupa ieri non era in redazione. Si è goduto la sua pausa settimanale. E il caporedattore ha ben pensato di avvisarlo in tarda serata. Anzi, di farlo avvisare a me, che con lui non c’ho ancora mai parlato. Ok, è uno del club del “ben arrivato”. Uno alla mano, dai. Quindi posso dire che in fondo chiamarlo non è stato un grosso problema.
“Ciao, sono lo stagista, quello che non ti sei mai cagato, se non il primo giorno. Domani ti verrò a rompere le palle quando andrai tu a romperle agli sbirri per sapere se qualche gatto è rimasto intrappolato sul tetto di casa. Come dici? Sì, sai, mi hanno detto che ti serviva un’ombra. Perciò, ecco qui. A domani, allora. Io porto i pop corn. Al bere ci pensi tu?”.
Ma non ho avuto modo di dirglielo. L’ho cercato per almeno mezzora, ma il telefono era sempre spento. O non raggingibile. Avevo paura fosse già andato a letto. Così ho seguito il consiglio del capo, e gli ho mandato un sms.
Ho provato a squillargli di continuo, anche dopo avergli inviato il messaggio. Avevo il terrore di non riuscire ad accordarmi con lui, e di non poter fare così il giro di nera. Che poi un giorno vale l’altro, l’avrei potuto fare anche un’altra volta. Ma ho l’ossessione di volercela fare. Sempre. A tutti i costi. Voglio far vedere che sono un vincente. Anche nelle piccole cose. Anche nelle inezie. Anche se si tratta soltanto di mettermi d’accordo con un collega che probabilmente si sta accoppiando con la sua donna (chissà quale delle tante), e per cui scippi, rapine ed eventuali omicidi sono al momento l’ultimo dei pensieri.
Alla fine mi sono tranquillizzato. Io l’sms l’avevo mandato. In fondo se non lo avesse letto in tempo la colpa non sarebbe stata mia. Ma sua. O del caporedattore che mi ha fatto attivare in extremis.
Ore 8 40.
“Buongiorno KronaKus, scusa ma avevo il cellulare scarico. Oggi non faccio il giro di nera, ma quello di giudiziaria, dato che la collega che se ne occupa è in ferie. Possiamo vederci direttamente all’indirizzo…”.
Cambio di programma. Niente nera, si fa giudiziaria. Dai piedipiatti alle toghe. Amen. Tutto fa brodo.
Sono partito con un certo anticipo, come facevo anche nella Città delle Pizze Gommose. Altra mia ossessione è quella di non volere arrivare in ritardo. Mai. Mi sentissero i miei amici mi farebbero la pelle, dato che con loro faccio sempre valere l’esatto contrario. Puntualmente.
(Capito il gioco di parole?)
La mattinata l’abbiamo passata in procura. Un pm in vena di humor e di facili confidenze c’ha raccontato la bizzarra storia di un tentativo di estorsione finito in malo modo. Tutti lo trattavano come fosse un vecchio amico. Forse perché lo conoscevano, ed erano già al corrente della sua indole da buontempone. Resta il fatto che più passa il tempo, più mi accorgo di come questo sia un mondo di amiconi. Non necessariamente nell’accezione più negativa del termine. Non mi riferisco alla cosiddetta casta, questa volta non c’entra nulla. Più semplicemente, vedo un microverso fatto di facce note. Note tra loro. Dove ci si conosce tutti, e le mani non ci se le stringe nemmeno più. Colleghi e non.
Ci rifletto su, e mi rendo conto di quanto questa sia una cosa più che normale. Di come questo sia un mestiere ad alto tasso di socialità. E di come presto si diventi amici, di amici di amici, di amici di amici di amici. Senza farci neanche tanto caso.
Solo noi stagisti veniamo sbattutti di città in città. Dove non conosciamo nessuno, e finiamo relegati nel nostro angolo di redazione. A fingere di fare qualcosa. Costretti a tediare lettori virtuali aggiornando improbabili blog per passare il tempo. E per comunicare con qualcuno. Valvole di sfogo di una solitudine da debellare al più presto.
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Ogni medaglia ha due facce. E così anche il mio stage scorre già a doppia frequenza. Da un lato, un ambiente abbastanza solare, dove la caposervizio ti accoglie con un “KronaKus, buongiorno” in tono squillante prima di iniziare a darti istruzioni. Dall’altro, la carenza di lavoro. Le tante ore dentro quella redazione, e il tanto, tanto (troppo) cazzeggio. Non ho fatto niente, ieri. Niente di niente, prima delle 18. D’altronde è così: i quotidiani lavorano sodo soltanto dal tardo pomeriggio.
Spero soltanto che le mie responsabilità aumentino di giorno in giorno.
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Domani si parte. Cambio città, cambio di nuovo vita. Alle porte un nuovo stage. Questa volta lavorerò per l’edizione locale di un quotidiano. Un quotidiano di quelli seri. Se ancora si può parlare di serietà per il giornalismo italiano.
La valigia è ancora da fare. Io sono pronto, lei no. Amen. L’importante è che lo sia io. L’importante è che io parta con lo slancio giusto.
Altrettanto importante, poi, è che nessuno me lo smorzi per strada. Che anche questa volta non mi uccidano i sogni sul nascere.
No, non accadrà. Questa volta, se servirà, farò la faccia cattiva. La faccia sì, perché cattivo davvero non sono. E non lo voglio diventare. Ma dovrò mostrarmi deciso. Risoluto. Dovrò far vedere che so il fatto mio, e visto il mestiere, che so pure quello degli altri.
Sono pronto per il mio nuovo stage, cari colleghi. Sono pronto a partire e a farmi il culo. Vengo lì per dare, vengo lì per fare. Questo è il mio proclamo. Astenersi perditempo.
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Il tempo non vola, si dematerializza. Sono passati due mesi (circa) da quando sono tornato dalla Città delle Pizze Gommose. E ormai mancano solo tre giorni alla mia ripartenza. Un nuovo stage alle porte, un’estate in altalena alle spalle. Non perché mi sia divertito ad andare su e giù. Anzi, è l’estate stessa che si è divertita a farlo. A salire e a scendere. E io, passivo ma non troppo, a seguirne le oscillazioni.
E’ quasi ora di preparare i bagagli. Via, mi trasferisco per altri due mesi.
Nella testa ripenso al mare, che cercherò di rivedere il più possibile in questa pausa ormai agli sgoccioli. Ma ripenso anche a quanto mi ero prefissato di fare, tra divertimento e piccole grandi cose di tutti i giorni che ho sempre rimandato. Vuoi per pigrizia, vuoi per mancanza di tempo. E ripenso a quanto poco ho fatto, e a quanto in fondo sono scemo a sentirmi in colpa per essermela più che altro spassata.
Anche se questo è vero fino a un certo punto.
Ho fatto baldoria, ma non troppo. Ma più che altro ci sono state tensioni su più fronti. E in più momenti. In famiglia. Con gli amici. E con la fidanzata.
Ho maturato in me la voglia di andare lontano, nonostante il cuore se ne resti qua nella Baia delle Zanzare. Mi è cresciuta la voglia di vivere in indipendenza, di gestirmi la vita da me. Per quanto possibile.
Non abbandono nessuno. Ma torno alla mia vita da solista con un mezzo sorriso. Anche se sentirò sicuramente la mancanza della famiglia. Degli amici. Della fidanzata. E dei gatti. Una lista in ordine sparso di anime buone da cui prendo momentaneamente le distanze. In cerca di un altro me, in cerca di belle speranze.
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Se ci pensi ti accorgi che era meglio non pensarci. Proprio no. Siamo già ad agosto bello avviato, siamo già a meno di un mese dalla fine di questo stop forzato dall’Ordine. Una pausa per cui la mia mente ringrazia, le mie ambizioni un po’ meno.
Sto già cercando casa nella città in cui farò il secondo stage. Come al solito, sono un po’ in ritardo. Anche se stavolta in fondo sono partito prima rispetto alla scorsa volta. Speriamo bene.
Nella testa tante cose che vorrei fare. Piccole grandi intenzioni che avevo rimandato a questo bimestre. Come al solito, sono in ritardo anche qui.
Ma io sono un uomo-diesel, ormai lo so da un pezzo. Ci metto un po’ a partire, ma poi carburo. Speriamo piuttosto di riprendere subito il via con il secondo stage, di saper cavalcare il ritmo giusto sin dal primo giorno.
Questa volta non ho intenzione di perdere troppo tempo. Umili sì, coglioni no. Voglio lavorare il più presto possibile. Voglio dare un senso ai miei giorni in redazione.
Sarò pure sempre in ritardo, ma se voglio so anche spingere sull’acceleratore.
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E’ stato un anno di trasferte. Ho vissuto lontano da casa, dagli amici, dai genitori, dai parenti in genere. In questi due mesi di pausa sto cercando di rimediare. Oggi, ad esempio, sono andato a pranzo da mia nonna paterna. C’eravamo tutti. Io, mia madre, mio padre. E mia nonna, naturalmente. Ci voleva, non ci vedevamo da mesi, contando anche che lei non abita come noi nella Baia delle Zanzare. E infatti di vampire volanti non se ne è vista neanche una.
Dopo pranzo le solite chiacchiere. Mio padre e mia nonna sembravano due vecchie zittelle. Polemiche. Pettegole. E per quanto lei sia giustificata dall’età e dalla sua condizione di vedova, il mio caro genitore lo è un po’ meno.
Ma a pensarci bene mio padre è proprio così. Non vecchio e zittello, ovvio, ma polemico e pettegolo sì. Anche se nega. Nega spudoratamente. Mio padre è un Alfonso Signorini dei poveri. Quando lo faccio passare per un suo fan sembra quasi che si offenda. Si anima per ribadire il suo no. E infatti mio padre è per il buon giornalismo, non per i piccoli scandali buoni solo a non far crepare di noia le fanatiche della tinta e della permanente. Ma è innegabile che che a lui piaccia farsi gli affari degli altri.
Mio padre è un giornalista mancato, io lo dico da sempre. Ha l’indole giusta. Curioso fino a diventare ficcanaso. Analista dei fatti, anche se in un modo tutto suo. Perennemente informato su tutto, e quello che non sa se lo inventa. Non gli manca proprio niente.
Ma oggi l’ho osservato, l’ho ascoltato. Stava lì a discutere con mia nonna dei fattacci dei vicini e dei parenti (e dei parenti dei parenti), ma anche delle indiscrezioni sulla presunta liaison tra George Clooney ed Elisabetta Canalis.
Forse sono figlio di un gossipparo. Se potete, abbattetemi subito. Fatelo finché siete in tempo. Prima che inizi a fare davvero carriera.
La mia è una stirpe pericolosa.
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E’ già passato un anno da quando ho iniziato a scrivere delle mie “fatiche” di aspirante cronista. E’ già da un anno che vivo in questo mondo (in realtà anche da prima), e che lo condivido con il resto. Il resto del mondo. Quello che mi legge perché ne ha voglia, e perché ne ha il tempo. Perché gli va, e devo ancora capire perché. Perché gli va, appunto.
C’è chi dice che questo blog sia divertente, chi “divertentissimo”. C’è chi quasi esplicitamente ammette di leggermi perché si consola nel vedere che ci sono altri coglioni aspiranti giornalisti come lui, tutti immersi nello stesso mare, fatto di delusioni e di riscatti. Di voglia di fare e, ogni tanto, di prendere e mollare tutto. Di dignità altalenante. Di scenette comiche inserite in un contesto di mezza tragedia.
Gli altri motivi non li so, anzi dovreste dirmeli voi. Voi che mi seguite in questa strada di risate agrodolci. Voi che mi incoraggiate, voi che dite di stimarmi. Voi che anche se non vi vedo siete qui accanto a me.
Buon primo compleanno KronaKus. Auguri a te e salute ai tuoi amici di bit. Forieri di consolazioni virtuali. Compagni di (s)ventura. Colleghi o non colleghi, comunque spettatori di uno spettacolo che si chiama vita, sogno, futuro. Speranza. E vada come vada. Perché lungo la strada ci saremo fatti due risate. Ché la voglia di quelle non ci passerà mai.
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Mi rendo conto di quanto sono fortunato. Fortunato nella sfiga di non esserlo stato affatto. Se il mio stage ha fatto pena è anche colpa mia, lo so. Ma ora questo non m’interessa. Ora sto riflettendo su altre cose. Sto riflettendo su quanto sia stato grande il privilegio di aver da poco finito di vedere (e di fare) tutto quello che odio del giornalismo. Ho visto la parte marcia, così la prossima volta saprò dove cercare la polpa. La parte succosa. Quella buona.
Agenzia. Economico. Dare voce ai politicanti di turno. Ecco le tre parole, o quello che sono, che non devono far parte del mio futuro di giornalista. Ecco i tre spauracchi, i tre indicatori di un fallimento sicuro.
Non è un caso se volevo fare uno stage di online. Dicono sia il futuro, anche se è evidente come non esista ancora un modello commerciale capace di farne una professione sicura e remunerativa. Purtroppo mi ritrovo a voler fare il giornalista in un momento in cui tutto sta cambiando. Come, non si sa. Ma forse forse l’online, un giorno, si rivelerà essere la terra promessa di questa strana e bistrattata professione. Vedremo. Sapevo, quindi, che l’agenzia non mi sarebbe piaciuta. E’ stata pur sempre un’esperienza, ma io sono più per l’approfondimento che per la tempestività. Non m’interessa “stare sulla notizia” quando lo fanno già gli altri. Per me il giornalismo non è una gara di velocità, ma una sfida giocata sulla comprensione profonda dei fatti. Da parti di chi scrive e di chi legge. Sono un cronista fuori dal coro, lo so. Ma d’altronde non è colpa mia. E’ che mi disegnano così.
E’ un caso, invece, che abbia lavorato per l’economico. Sono ragioniere, o così dice il mio diploma. E in cinque anni di scuola ho imparato che l’economia non mi piace affatto. Anzi, quasi mi fa schifo. Negli anni mi sono ritrovato a mio agio più con la penna che con la calcolatrice, più con le parole che con i numeri. Ma una volta arrivato in redazione, a inizio stage, non potevo
permettermi di decidere io che cosa avrei dovuto fare. O forse sì, ma sono una persona umile, anche se a volte non sembra. E prima mi piego. Poi, prima di spezzarmi, mi rialzo. Faccio scegliere agli altri, comincio in modo servizievole, nell’accezione più pulita del termine. Inoltre un mese è veramente poco, non ho nemmeno provato a farmi spostare in un altro settore. Appena il tempo di prendere confidenza con persone e meccanismi dell’economico, che eravamo già ai saluti.
E’ un altro caso, poi, quello di aver dovuto dare voce alle facce da culo di turno. Ho scoperto a mie spese che le agenzie ti mandano alle conferenze per un motivo ben preciso. Non per cercare la notizia, come logica vorrebbe, ma per far parlare e riportare quanto detto dal politico di turno. Dal presidente di turno. Da chi detiene la carica più alta. Insomma, da chi in quel momento ce l’ha più grosso.
Ma io sono affascinato dal lato umano delle cose. Mi piace capire, scavare e poi capire di nuovo osservando quanto sono riuscito a dissotterrare. E voglio raccontare alle persone quello che c’è da vedere. Preferisco metterci un giorno di più, ma farlo bene. Voglio entrare nel cuore di chi mi legge, non limitarmi a solleticargli la mente con due righe fresche di stampa. Anzi, di bit. E voglio dar voce a chi non ce l’ha. Voglio mettere sul piedistallo chi ce l’ha piccolo e farlo sentire il nuovo Rocco Siffredi. Voglio restituire dignità a coloro cui la società l’ha negata, e senza darmi un limite. E poi odio gli sproloqui propagandistici dei ministri, che infilano a forza i loro proclami autocelebrativi come vibratori senza vasellina.
Sono davvero fortunato. Ora la strada la vedo più chiara. Lontana, ma chiara. Ho capito che le deviazioni sono tante, che l’itinerario è tortuoso. E che certe strade portano a paludi più comode di certe foreste, ma che non per questo puzzano meno. Tutt’altro.
Qui ci vuole una rivoluzione del mio approccio. A colazione mangerò pane e intraprendenza. Servono iniziative mirate, per non finire nel lato più torbido di una professione che ha due facce. Una di merda e l’altra di cioccolato. E ora che mi son sporcato con la prima, mi è venuta una gran voglia di strafogarmi con la seconda.
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Sono indeciso se chiamare o no, anche se so che dovrei farlo. E’ giusto che in segreteria sappiano tutto. Quelli della scuola nemmeno s’immaginano che il mio stage non è stato quello che sarebbe dovuto essere. Sono stato fregato, l’ho scritto più volte. E non ho mai telefonato per farlo sapere ai segretari, quelli che hanno organizzato lo stage, perché non volevo creare casini. Ho deciso di prendere quello che c’era da prendere, senza farmi il sangue amaro né con me stesso né con nessun altro.
Ma ora che lo stage è finito, forse sarebbe il caso di tirar fuori tutto. Magari la prossima volta staranno più attenti. Eviteranno di mandare uno dei loro studenti a fare uno stage di online in un’agenzia di stampa che non ha nemmeno una redazione dedicata.
Ci penso su. Intanto ozio.
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Me ne vado con una valigia carica di pensieri irrisolti. Che pesa, pesa tanto. In questi due mesi ho accumulato molto, ora inizia la fase dello smaltimento. Per il momento mi sento saturo, sento la finta nostalgia di un passaggio obbligato che in fondo non mi dispiace affatto.
Da domani torno a casa. A casa mia. Per due mesi sarò un giornalista in panciolle, a fare la raccolta differenziata delle idee e dei propositi più o meno buoni. Separerò la carta dall’organico. Il giornalismo vero dalla merda. E mi arroterò le unghie per il futuro.
Cercherò un obiettivo. Poi mirare. Puntare. Fuoco.
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“Non mi funziona questo cazzo di coso!!!”, ha gridato la “capa” dell’economico. “Penso che anche la Gazzetta di Torrecannuzza abbia un sistema internet migliore di questo!!”. Stava aggiornando il sito, lei che può, ma non le funzionava nulla. Aveva preparato il pezzo, messo tutto in pagina. Ma cliccando su “pubblica” non compariva nulla. Doveva ricominciare da capo. Ed è scoppiata, nonostante sia appena tornata da una settimana di ferie. “Lo fanno per farti venire l’esaurimento nervoso!”, ha detto.
“No. E’ una prova di santità”, ha commentato il simpaticone che giorni fa è stato zittito dal Mutandaro perché voleva fare un lavoro assegnato a me. “La fanno pure al Vaticano”.
Io che santo non sono, dico che va bene così. Che non ho fatto online in questa redazione un po’ sgangherata. Un po’, perché sono un inguaribile ottimista.
Meglio così. Meglio aver fatto agenzia nell’ultimo periodo che aver perso due mesi a fare copia-incolla sul web che il sistema di impaginazione del sito si rifiuta pure di accettare.
E come dargli torto?
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“Senti, domani ci sarebbe questa cosa qua…”. Il Mutandaro mi stava porgendo un altro lavoro su un piatto d’argento. Un piatto pesante, ma non me ne sono accorto subito. Il foglio che illustrava la conferenza stampa parlava chiaro, cioè che sarebbe durata dalle 8 45 alle 17 30. Che poi non era una conferenza stampa, ma un convegno. Quasi nove ore di dibattito sulla crisi.
Uuna flebo, grazie.
“Cazzuto!”, mi ha detto il Mutandaro.
“Eh?”, ho ribattuto io che ero troppo intento a leggermi il foglio per sentire bene.
“Cazzutoo!!”, ha urlacchiato lui con il suo solito mezzo ghigno.
Stava cercando di motivarmi. “E’ una cosa importante – ha precisato – …ok?!”.
“Sì!”, gli ho risposto io ostentando sicurezza. Una mezza sicurezza, come il suo ghigno. Perché si sarebbe comunque trattato di gestire informazioni provenienti da discorsi presumibilmente fuori dalla mia portata.
Era qualche giorno fa. Poi è andata bene, ma il senso di inutilità mi è rimasto dentro. Leggero. Mitigato dalla consapevolezza che comunque stavo comunque facendo il mio lavoro. E il problema, forse, è proprio quello.
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Colpo grosso nella Città delle Pizze Gommose. Colpo grosso, sì, ma senza le donnine di Umberto Smaila. Colpo grosso per me, che all’improvviso mi sono ritrovato alla mia prima uscita per questa favolosa agenzia. Alla prima, e subito dopo alla seconda. E alla terza. In soli due giorni.
Eh già, sono stato alla mia prima conferenza stampa in questa città, la prima in veste di stagista. Il primo stagista di online che va alle conferenze stampa per fare lavoro di agenzia. Ma questa è un’altra storia. Un capitolo chiuso, direi. Mentre in questi giorni se n’è aperto un altro, anche se non durerà tanto. Ridendo poco e scherzando ancora meno, siamo quasi arrivati al capolinea. Martedì prossimo finisce il mio stage. Poi me ne tornerò al mio amato mare. Martedì si chiude un cerchio, in attesa che se ne apra un altro.
Ho tante cose da dire, ma anche tante cose da fare. Per questo, per ora, passo e chiudo. Oggi pomeriggio ho un’altra conferenza stampa, mentre nell’attesa mi aspetta un po’ di (mal)sano desk. Il dovere mi chiama. E io gli posso finalmente rispondere.
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“KronaKus, mi fai questo commento di Cazzola sui dati Ocse?”, mi ha domandato il capo. Quello delle mutande, sì.
“Se vuoi lo faccio io”, è intervenuto un altro dell’economico. Uno grande. Uno che è lì da tempo. Uno, insomma, che potrebbe anche farsi gli affari suoi.
“No no”, gli risponde il capo.
“Eh?”, ribatte lui.
“No, reggimi! Sta’ buono, sei arrivato adesso. Sta’ tranquillo”, gli ha risposto il Mutandaro.
Reggimi.
Reggimi cosa?
Il gioco, forse?
Mentre assistevo a quella scena mi son sentito un mendicante. Con tutto rispetto per i mendicanti, ma non è questo che volevo. Elemosinare qualcosa da fare per non sentirmi nullo. Inutile. Vuoto.
Ho apprezzato che il Mutandaro abbia cercato di dirottare su di me quel misero lavoretto. Un lavoretto da non più di cinque o sei minuti. E se c’ho messo così tanto è solo perché sono pignolo io.
E ha fatto bene, il Mutandaro. Perché ha pensato bene di sfruttarlo, questo stagista. Sfruttarlo nel senso buono. Facendolo lavorare. Che in fondo è per questo che sono qui. Ma in fondo, eh!
Però che ci sia un gioco da reggere, che si sia arrivati a questo.. Non so, mi viene da sorridere. Ci manca solo il rimpallino dei comunicati, poi possiamo anche fare le olimpiadi dell’agenzia.
Meglio sorridere, già. E mentre loro si reggono il gioco, mi domando le mie palle chi le reggerà. Se non loro, sì. Sempre loro. Le mie solite amate mutande.
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Un uomo ha bisogno di stimoli. In tutti i sensi. Un uomo ha bisogno di fare qualcosa perché ne ha voglia. Voglia davvero. Perché deve crederci, deve credere in quello che fa.
A un uomo servono incentivi. Economici, sì. Anche. Ma qui non è questione di soldi. Qui a essere deluse sono le aspettative di chi questo mondo, quello del giornalismo, lo conosceva solo da fuori.
E’ da tempo, ormai, che sto dietro a questo mestiere. Che lo inseguo come un cane fa con un motorino in corsa. Ci prova, magari si diverte pure. Ma non lo prenderà mai. E’ da tempo, già, che gli faccio la fuga. E so di essere in una fase intermedia in cui non posso pretendere che una cosa. Una soltanto. Imparare.
Ora qualcuno mi dica cosa posso imparare qua, se non ad annusare l’aria che si respira dentro una redazione. Una di quelle grandi, ok, ma in cui non conti nulla. Che poi nessuno vuole ancora contare chissà quanto. Qua io sono zero, e zero devo essere. Altrimenti non sarei lo stagista che si prende le fregature, ma sarei direttamente io, il caporedattore centrale che prima t’illude e poi ti calpesta le poche speranze rimaste.
Qualcuno mi parla di disorganizzazione, e ha ragione. In pieno. Ma manca qualcosa. Non è tutto lì. C’è dell’altro sì. C’è la superficialità. Quasi come se stessimo giocando. Quasi come se dare a un aspirante giornalista un’occasione per formarsi sia poco più che una barzelletta.
E io son qua, demotivato. A piangermi addosso. Anzi, a piangere sul latte versato. Versato da altri.
Son qua, a domandarmi cosa farmene dei giorni rimasti. Di certo non starò lì a incazzarmi, non ho più voglia nemmeno di quello.
Stanno spegnendo la mia buona volontà. Qui ci vorrebbe un cambio di passo.
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Per fortuna che poi c’è il fine settimana. Per fortuna che dopo il venerdì viene il sabato, e puoi affogare le delusioni nell’alcol. O affogarle nel mare.
Peccato che non faccia sbornie da mesi. Peccato che fuori ci siano Noè e il suo bestiame variegato che cercano salvezza dal diluvio universale.
Peccato che ormai sia abbastanza grande da saper liquidare il tutto con un laconico “’sti cazzi”.
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“Mi scusi, avrei bisogno dei dati di accesso al sistema per poter lavorare al sito..”, ho chiesto ieri mattina al caporedattore centrale, quello che si era adoperato per farmi istruire sul lavoro online che si fa in questa redazione.
“Ah – ha risposto – ma non so mica se te le possiamo dare..”
“Ah no?”, ho ribattuto io sempre più perplesso.
“Eh, sai, quelle non lo possiamo dare così..”
“Ma sono uniche? Non si può creare un profilo personale per me, un account che poi cancellate quando me ne vado?”
“Eh no, i dati di accesso sono uguali per tutti. Comunque chiedo”.
Avevo già capito che non c’erano speranze. Avevo già capito di essere condannato all’agenzia. Niente online per me, lì dentro. E poi ridendo e scherzando – anche se è stato più un “piangendo e sdrammatizzando” – il mio brevissimo stage si avvia già alla fine.
Avevo capito, e avevo capito bene.
“Mi dispiace – mi ha detto il caporedattore verso metà pomeriggio – ho parlato con i piani alti per la questione dei dati d’accesso. Mi hanno risposto come se fossi scemo. Mi dispiace ma non si può fare”.
Bingo. Fanculo.
“Magari potresti stare a vedere come lavorano gli altri…”, ha concluso.
Magari un paio di palle. Già con il tipo di lavoro online che si fa qua dentro, il mio tasso di “giornalisticità” – anche se non si dice – sarebbe stato ai minimi storici. Se poi devo addirittura stare a vedere, beh, ditemelo prima. Così la prossima volta mi porto pure i pop corn.
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Mi ero rassegnato, ormai. Il mio futuro, qua dentro, sarebbe stata inevitabilmente l’agenzia. Non ha senso che mi metta a fare i copia-incolla per loro. Sono qui per imparare un mestiere, non per cazzeggiare. Perciò avevo appurato che il mio stage, quello che avevo richiesto, quello online, era andato a puttane. E quindi avevo deciso di mandarcelo, a puttane, ma non coi miei soldi. Perché io avevo deciso di investire su un’altra cosa. Su un tipo di giornalismo che non mi ha mai conquistato. Ma se agenzia dev’essere, agenzia sarà.
Meglio di niente.
Ma ieri mattina mi si è avvicinato uno dei capi. Uno dei capi dei capi. Se ho capito bene, uno dei capiredattori centrali. Uno di quelli che comanda, e che comanda parecchio.
“Fra poco verrà una persona a insegnarti alcune cose sull’online. Ti farà vedere un po’ come si lavora al portale, qual è il sistema editoriale.. Queste cose qua”, ha detto. Ma a me quelle cose là non piacciono. Mi stavano spingendo dentro la trappola del copia-incolla, e lo stavano facendo con entrambe le mani.
“Così potrai dare una mano anche tu con il sito”. Meglio. Dare una mano mi sta bene. Prendere dimestichezza con certi meccanismi può comunque servirmi per un futuro. L’importante è che non debba fare solo quello. Mi sta bene se sarà un mix di online, per quanto estremamente limitativo, e di agenzia.
Meglio di niente.
Tempo venti minuti, ed ecco arrivare una ragazza. Credo avesse circa una trentacinquina d’anni. Capelli mossi e mori. Slanciata. Snella. Particolarmente abbronzata, forse pure troppo. Insomma, una gnocca. Quella che non avevo trovato nell’ufficio della responsabile del personale. Quella che invece era lì davanti a me. Anzi di fianco, anche se detta così pare che ci siamo ripassati mezzo kamasutra. Invece siamo stati un paio d’ore al computer, con lei che m’istruiva e con me che tenevo un’occhio sullo schermo e uno su di lei. Lo strabismo del cronista arrapato.
Ma io sono e resto una persona moderata. Uso le parole come spade, ma agisco quasi sempre di fioretto. Sono stato professionale come lo è stata lei. E poi sono mezzo ammogliato. Va bene così.
Ci siamo visti come inserire i testi. Come titolare facendo attenzione a non sforare su due righe. Dove prendere le immagini e come caricarle nel giusto formato. E come non fare cazzate, perché questo sistema editoriale sembra fatto da un hacker in stato di ebbrezza, e a scombinare la home page ci vuole meno di niente. Si vede che qua dentro sono tutti amanti del buon vino, dai tecnici a quel burlone del direttore con le sue firme distratte.
Due ore a prendere appunti, poi lei mi ha detto: “Mi sa che abbiamo visto tutto. Adesso però ti servirebbero i dati di accesso, ma io non posso darteli. Chiedili al caporedattore centrale, ok?”.
Certo, li chiederò. Anche se non so quanto mi potrà veramente servire tutto questo. Però intanto ho passato un po’ di tempo in compagnia di questa bella mora.
Meglio di niente.
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“Toh va, arriva quel simpaticone del direttore”, ho pensato mentre sentivo qualcuno avvicinarsi a me con un certo passo. Il suo andamento è placido ma sostenuto. E’ semplice ma inconfondibile. Sono qui da poco ma già lo riconosco.
Il direttore. Colui che doveva essere ubriaco quando ha messo la sua firma sul modulo del mio stage. Lui, che lo sapeva che nella sua agenzia una redazione online non c’era più. Lui, che è in parte responsabile di questo mio limbo. In parte, sì. Perché accuso anche la scuola di concorso di colpa. Avrebbero dovuto verificare, quantomeno per garantire ai suoi studenti la possibilità di fare lo stage indicato come preferenza. I suoi studenti, che pagano oro e ricevono ruggine.
Lo riconosco quel fottuto passo. O perlomeno ne ero convinto. Perché quando ho alzato gli occhi mi sono trovato davanti un’altra persona. Era il vicedirettore.
Eppure il ritmo di piedi e gambe era lo stesso. Sarà che a stare ai vertici ci si conforma a un certo modo di muoversi. Chissà. Ma almeno lui mi saluta.
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Da buon cronista ho fatto la mia indagine.
L’agenzia per cui lavoro possiede anche altri portali. Portali tematici. Dove non si scrive niente di nuovo. Dove non si fa vero giornalismo.
E anche lo stesso sito dell’agenzia non contiene nulla di originale. Gli scritti sono già stati scritti. Da qualcun’altro. Chi lo aggiorna non fa che inserire testi di altre persone. Sono rare le volte in cui le notizie pubblicate sono frutto di un vero lavoro giornalistico. La maggior parte delle volte sono collage di cose già fatte.
Sarò ingenuo, sarò solo un principiante. Ma non sono un coglione. Ho capito l’antifona. A fare l’online qua, si rischia di cadere nella trappola del copia-incolla.
Qui serve uno scatto d’orgoglio. Anche un aspirante cronista ha la sua dignità.
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Ho fatto un bel sospiro e ho preso la strada che avrei dovuto prendere almeno uno settimana fa. Sono uscito dalla porta interna della redazione e ho fatto le scale. Quarto piano, ufficio del personale. Sono arrivato carico. Non tanto di speranze, che illudersi non conviene mai. Ero pieno di determinazione.
Ho varcato la porta. Davanti a me né triangoli saffici né chissà quale altra strana geometria. C’era solo lei, la responsabile. Insomma, niente gnocca. Ma non importa, non ero lì per il piacere, se non quello di sentirmi dire che il mio stage si sarebbe finalmente raddrizzato. Che da domani avrei smesso di fingere di fare agenzia e che mi avrebbe messo subito sotto con l’online. E senza fingere. Che avrei preso il loro sito e l’avrei riempito di articoli miei, magari pure di foto.
“Senta, io con il direttore non ho parlato”, ha detto. Ed è stato subito gelo. “Lui, sa, è sempre molto impegnato”. Già mi ero scocciato. “Però ho sentito dei colleghi che lavorano in un ufficio qui vicino – ha aggiunto – che si occupano di alcuni portali legati alla nostra agenzia. Loro hanno detto «magari, ci servirebbe qualcuno, come il pane!»”. La responsabile del personale mi stava dando una mezza speranza. Solo mezza, sì, ma che messa insieme al mezzo wafer dell’altro giorno avrebbe fatto qualcosa di intero. Qualcosa. Cosa non so. Non era il sito sito, ma il sito qualcos’altro. Era meglio di niente. “Bene, si sarà mossa lei..”, ho pensato.
“Ora, dico, cosa ha intenzione di farei? Senza l’autorizzazione del direttore qua non si va da nessuna parte. Ci vuole parlare lei?”, mi ha chiesto la responsabile come se per l’ultimo arrivato fosse la cosa più facile del mondo. “Oppure – ha continuato prima che le dessi una risposta – potrebbe parlare con i suoi capi dell’economico e vedere se può fare qualcosa a livello di.. come si chiama.. di internet, insomma”.
Insomma, sì. Quella roba lì. Internet. Online. Parole che sento sempre più distanti. Se questa redazione un dipartimento online non ce l’ha, mi domando cosa possa combinare anche parlando con i miei superiori. Il direttore, poi, non ci penso nemmeno a cercarlo. Lui è uno di quelli che ti passa davanti e si volta dall’altra parte.
Ma il problema non è quello. Se per muovere le acque devo andare ai piani alti, allora farò altre scale, varcherò altre porte e parlerò con il dio di questa cazzo di agenzia. Il punto è: chi sono questi fantomatici colleghi che lavorano in questo fantomatico ufficio qui vicino che si occupano di questi fantomatici portali?
Non mi fido. Devo controllare.
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“Ohhh, ben svegliato, giovanotto”, ha detto l’Energumeno a me che sembro ben più sveglio di lui. Non che ci voglia molto, nonostante i tempi morti tendano a intorpidirmi. Ma io almeno me ne resto alla mia postazione a fare qualcosa. Ok,qualcosina. Lui invece continua a vagare per la redazione come un’anima in pena. Come fosse la persona più annoiata del mondo, e che quindi ammazza il tempo girando e rigirando tra i colleghi, a sparare cazzate di circostanza che sembrano buttate lì per riempire chissà quale vuoto.
Ma in fondo mi sta simpatico. L’altro giorno mi ha pure offerto mezzo wafer. “A te solo questo, giovanotto, che lui è più grande”, mi ha detto l’Energumeno prima di dirigersi verso un altro ragazzo, uno di quelli che è qui da qualche tempo ma che ancora non sa dove sarà tra un mese. Che cosa farà. Insomma, se gli rinnoveranno il contratto. Per lui un wafer e mezzo, a me soltanto la metà di uno. Per ora mi merito solo questo. Mezzo wafer. Chissà se per fine mese me ne meriterò uno intero. Potrebbe essere il segno che mi avranno fatto lavorare di più. Più di adesso, perlomeno. E anche qui, non è che ci voglia molto.
Più tardi vado a parlare con la responsabile del personale, nella speranza di non ritrovarla in compagnia di un altro trittico di donne. O se proprio dev’essere, che questa volta siano almeno un po’ gnocche.
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Mi affaccio alla porta del suo ufficio, e vedo la responsabile del personale con altre due donne. “Le dispiace se ne riparliamo lunedì, per quella cosa?”, mi fa. Evidentemente era troppo impegnata in quella sorta di triangolo saffico camuffato da briefing di lavoro per degnarsi di dirmi qualcosa riguardo al mio stage.
Ma poi ha anche ammesso, spudoratamente, di essersi dimenticata di parlare con il direttore. Sicché aspetterò lunedì. Lunedì, perché lei domani non lavora. Lei no, io sì. Mi tocca un altro giorno di simil-agenzia in attesa della conferma al mio grande sospetto.
Che sono stato fregato. E tre.
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“Buongiorno, sono lo stagista della scuola di giornalismo”.
“Ah, buongiorno. Mi dica”, risponde la responsabile dell’ufficio personale.
“Senta, io sono qua da quasi due settimane. Il mio doveva essere uno stage online, ma sto facendo agenzia. Io mi adatto, per carità. Però volevo capire cosa fosse successo…”.
“Ah…”, dice lei con aria perplessa. “Ho capito… Ma lei con chi ha parlato?”.
Il nome di chi mi aveva assegnato all’economico proprio non mi viene. Sono una frana coi nomi, ma descrivendo la persona mi faccio capire comunque.
“Sì, sì. Ho capito. Senta, io non so che dirle. Qua una redazione online non c’è più da diversi mesi”. Ed ecco la conferma che non volevo. “Ha provato a chiedere di mettere mano al sito? Di aggiornarlo lei, di tanto in tanto?”, mi domanda.
“No”, rispondo io. “Sono qua da poco. Ho voluto vedere l’andazzo”.
“…Capisco… Perché sa, quando la segreteria della scuola mi ha chiesto se c’era modo di farle fare qualcosa di online…”.
“Come? La scuola?”. Qualcosa non mi torna. Io sapevo che era stata l’agenzia a contattare la scuola perché aveva bisogno di qualcuno che si occupasse del sito.
“Sì, quando la scuola mi ha chiamato…”.
“Io sapevo che eravate stati voi a chiamare”, la interrompo io.
“No no. Sono stati loro a chiederci se c’era la possibilità di farle fare quel tipo di stage…”.
Sono stato fregato. E due. Ho la sensazione che la scuola mi abbia dato il pacco. Una sola. Che mi abbia rifilato uno stage giusto per far quadrare i conti. Giusto per spedirmi da qualche parte. Per darmi il contentino. No, così non va bene. Cazzo. Domani li chiamo e mi sentono.
Con la responsabile dell’ufficio personale sono rimasto d’accordo che proverà a sentire il direttore. Quello stesso direttore che ha dato l’ok a uno stage che, si sapeva già, sarebbe morto sul nascere. Che non ci sarebbero stati i mezzi per portarlo avanti. Perché lui lo sa, lo deve sapere che la redazione online non c’è più. Perciò, mi chiedo, perché cazzo ha autorizzato il mio cazzo di stage?
Mistero della fede. Una fede che sto cominciando a perdere.
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“E quanto devi stare qua?”
“Un mese. Anche perché non potrei stare di più”
“Come mai?”
“Beh, perché l’Ordine dall’anno scorso ha proibito gli stage nei mesi di luglio e agosto..”
“..Ah.. non lo sapevo..”
Il dialogo con la segretaria è stato surreale. Alla segreteria di redazione di un’importante agenzia di stampa italiana non sono informati di queste cose.
Buon inizio.
Due ore e mezza lì a chiacchierare con loro, in attesa che si muovesse qualcosa. Poi mi hanno spedito di sotto. In redazione, finalmente. E lì, un’altra ora e mezza in attesa che il “cervellone” mi creasse un account per entrare nel sistema editoriale. Posso dire di essermi letto un giornale intero, e che la prima mezza giornata sia volata via senza fare nulla di concreto. Ma me l’aspettavo, va bene così.
Il pomeriggio ho lavoricchiato. Comunicati, mail. Tutte cose da sistemare. Posso dire con cognizione di causa di aver fatto più che altro il correttore di bozze. Un lavoro che mi ricorda quello che facevo un anno fa, in quella finta redazione in cui fingevo di essere me stesso.
Speriamo che da domani si possa fare di più. Peccato, però, che mi hanno messo all’economico, un settore in cui non mi sento molto a mio agio. Non è una materia che mi entusiasma, nonostante abbia diploma da ragioniere. Ma da ragazzini, si sa, se ne fanno di cazzate. Una delle più grosse è la scelta della scuola. Io ho putato su quella che sulla carta potesse darmi di più. Che mi potesse salvare dall’università. Poi all’università ci sono andato. Perché ho capito che io e numeri parliamo due lingue diverse.
Stiamo a vedere, dai. C’è solo una cosa che non mi convince: oggi ho fatto tutto fuorché online. Sembrava più semplice agenzia. Ma pazientiamo. Ho tutto giugno per fare quello che mi ero prefissato di fare.
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Sta per finire il primo round della scuola di giornalismo. E la fase due è alle porte. Da lunedì mi trasferisco nella Città delle Pizze Gommose per uno stage di un mese. Un mese smilzo. Farò online, che dicono sia il futuro della professione e probabilmente l’unico vero settore in cui esiste qualche piccolo spiraglio lavorativo. Talmente piccolo da essere, forse, anche ridicolo.
Qui è già tempo di saluti e di timidi accenni di nostalgia. Stasera faremo una cena per dirci “ciao”, in un ristorante a menù fisso. Venti euro per, dicono, mangiare come porci. Speriamo non ci venga la “suina”.
E non mi va di fare tanti bilanci. Ci sono stati i bianchi e i neri. E tanti grigi. Per ora mi limito a dire che la prima breve fase della scuola si chiude con il segno più. Pollice alto per la didattica di base, un po’ meno per l’approfondimento. Difficile dire come sia andata con i laboratori, anche se ci hanno tenuti impegnati per buona parte del tempo. Ottimo il giornale della scuola, che poi è il giornale ufficiale del Paese dei Polpacci. La gente ne è entusiasta, e la possibilità di portare avanti delle mini-inchieste ne fa un piccolo paradiso del giornalismo italiano, saturo di quel politicheggiare che fa generare (e degenerare) le opinioni. E che mette un muro all’informazione vera. Quella che si basa sulla realtà, non sui botta e risposta di chi pensa solo a tirare acqua al suo mulino.
E’ andata bene, dai. A parte un fatto increscioso. Un episodio sorprendente. Assolutamente squallido.
Ma ora non mi va di parlarne.
Mi gusto il penultimo giorno di lezioni prima dell’abbuffata di stasera, anticipata rispetto alla fine della scuola (domani) perché c’è chi vuole partire prima. Sono quelli che si fanno lo stage all’estero, che si prendono un giorno di vantaggio sugli altri per potersi spostare. Io non ho nemmeno pensato di andare fuori all’Italia. Adoro questo democraticissimo paese (!), e soprattutto il mio inglese non è proprio da madrelingua. Uno scoglio che devo superare.
Ah, dimenticavo. Domani c’è l’esame di fine anno.
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“Il primo pezzo che ho firmato per Il Cronista era su un piccione che era rimasto ferito in un parco pubblico, e su un animalista impazzito perché l’Asl non era voluta intervenire”. L’Invasato mi ha raccontato del suo esordio nel mondo della carta stampata con una storia che a qualcuno farebbe ridere e a qualcuno farebbe piangere.
A me fa piangere. E riflettere. Perché il suo flashback è arrivato subito dopo che io gli ho raccontato che alla Silente, una nostra collega della scuola di giornalismo, durante uno stage prima dell’inizio dei corsi, le era capitato il caso di un consigliere comunale che si era incatenato all’ingresso di un giardino pubblico per protestare contro l’incuria. L’avevano mandata sul posto, e già ridevano mentre le assegnavano la cosa. Infatti una volta tornata non se n’è fatto nulla. Niente pezzo, il fatto era troppo “stupido”.
Mi viene da piangere e riflettere, sì. Su quanto il giornalismo sia amabilmente e pericolosamente vario. Su come si debba stare attenti a non finire nel posto sbagliato. Nelle mani sbagliate, mani di persone ammanicate – mi si scusi il gioco di parole – e superficiali. Che si fermano alla politica perché è quella che tira. Che non vedono l’importanza delle piccole cose e che non sanno riconoscere la gravità delle stesse. Cose piccole che piccole non sono quasi mai. Ma ci vogliono gli occhi giusti. Ci vuole l’atteggiamento giusto. Ci vuole il direttore giusto.
Meglio cercarla in fretta, la retta via, in questa selva oscura di giornalisti politicanti e politicizzati. Sicuri del vero ma fuori dal vero. Pieni di sé ma fuori dal mondo.
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I tempi stringono. Grazie agli imperativi dell’Ordine dei giornalisti, il calendario di noi studenti-barra-praticanti è tutto sfalsato. Per la gioia delle armate dei precari, da quest’anno niente stage nei mesi di luglio e agosto, per lasciare spazio ai disoccupati che non aspettano altro che le sostituzioni estive nelle redazioni svuotate dalle ferie.
Per questo la scuola sta già per finire il suo primo round, e già da giugno via libera alla gavetta nelle redazioni vere. Un mese, uno solo, poi uno stop forzato fino a settembre. Buon per me che amo il sole e il mare. Meno buono per me che ho bisogno di tempo e spazio per sgomitare nella mischia degli aspiranti cronisti, in questo mondo in cui di tempo e spazio per gli aspiranti cronisti proprio non ce n’è.
Da giugno sarò a fare il mio bello stage di giornalismo online in una delle principali agenzie di stampa di questo democraticissimo paese. Online, sì, perché dicono che il futuro sia lì. E nelle free press. Che però intanto stanno chiudendo sedi e tagliando edizioni. Ma suvvia, non perdiamoci in quisquiglie.
Ho un mese per far vedere se valgo. Trenta miseri giorni per uno stage richiesto dall’azienda stessa. E questo è uno scoop. Non capita spesso che non sia la scuola di giornalismo a rompere le scatole per mandare a forza i suoi allievi nelle redazioni, ma l’esatto contrario. Anche se loro le scatole non le rompono di certo.
La cosa più curiosa e bizzarra sarà cercare di imparare a fare il giornalista del web in un’agenzia di stampa. Che in fondo un sito ce l’ha, non vedo proprio perché preoccuparsi.
Ci vuole ottimismo, lo dice pure il Mister.
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C’è grossa crisi. Sì lo so che l’ho detto pure ieri, ma stavolta l’argomento mi tocca da vicino. Un articolo per il giornale della scuola. Argomento crisi. Intervistare i negozianti del Paese dei Polpacci per capire come stanno le cose. Per vedere se la situazione è davvero così tragica. Oppure no.
No. Sembra di no. Molti commercianti si lamentano, ok. Ma senza eccedere. Il bello è che alcuni dicono che è la tv a mettere paura. Che amplifica la cosa. Che da un cerino ci si è inventati un incendio.
Ma in fondo i numeri parlano chiaro. Il problema è serio, il solco è bello profondo. Eppure c’è chi sospetta che quella che era solo una fase di timida depressione sia stata trasformata in un evento apocalittico. Rendendolo apocalittico davvero. E poco integrato. Mettendo paura agli investitori, che hanno venduto i loro titoli nel timore di perdere tutto. E alle famiglie, ai consumatori, spingendoli in maniera più meno diretta a un risparmio forzato dai proclami catastrofisti. Meglio tenerci quello che abbiamo, che non si sa mai.
Non so quanto ci sia di vero. Poi l’economia non mi ha mai affascinato. Sono pure diplomato in ragioneria, ma le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere.
Fatto sta che gli alimentari – e di loro mi sono occupato soprattutto – stanno vivendo una fase di schizofrenia. Perlomeno nel Paese dei Polpacci. I piccoli soffrono, i grandi resistono. Tengono botta. La piccola distribuzione agonizza, i pesci grossi incassano i colpi senza tanti traumi.
Strano. L’economia non mi ha mai affascinato. Le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere. Però mi è piaciuto indagare la cosa. Nonostante i numeri. Sarà che gli interlocutori erano pur sempre persone. Che ho lavorato sui casi umani della crisi, non tanto sulle cifre.
L’uomo. E la donna. Ecco cosa m’interessa. Soprattutto la donna, ma lasciamo stare.
Sono il cronista della gente, il narratore delle piccole storie. Piccole ma vere. Vere quanto lo sono le persone, le loro vite. Vere quanto lo sono io.
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Avviso ai naviganti. Da domani questo blog sarà a pagamento. Sì, e non è colpa mia. Me l’ha detto il dottore. Il dottor Murdoch. Che ha detto a tutti che le notizie online si devono far pagare. Che sennò così non si va avanti.
Ok, io non do notizie. Questo è solo un misero blog. Però parlo di notizie. Di fare notizie. Di arrivare a poter fare notizie. E magari prenderci pure qualche soldo. Perciò vi faccio pagare. Stronzi. Tiè.
..
Se da domani quei quattro gatti che mi seguono diventano tre, significa che quel micio era proprio un coglione.
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La pacchia è finita. Lo stop pasquale è durato una settimana abbondante, ma di pasquale ho visto ben poco. Preso come sono stato stato a recuperare il tempo perduto. Che poi perduto non era, perché a scuola sembra si possa imparare. Imparare davvero. Ma è certo che mi sono rimaste indietro delle cose da leggere. E da scrivere.
Il tempo passa. La mente si riempie di cose che vorrebbe fare. Ma c’è sempre meno la possibilità di farle.
Pasquale o no, le cose sono cambiate. Qua bisogna fare pulizia, alleggerirsi la zavorra (pure quella che circonda allegramente l’ombelico).
Provvedimenti, sì, prendere provvedimenti. Questa è una nuova vita, me ne rendo conto sempre di più. E tutto andrà per il meglio. Ci saranno impegno e tanta buona volontà. Alla faccia del tempo. E di Pasquale.
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Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. Dopo un pranzo animalesco ma non troppo (il pesce è pur sempre pesce, e come tale non ti intasa mai abbastanza), ho passato il pomeriggio in compagnia di quattro amici. Ce ne siamo andati dove per tradizione va gran parte della gente il pomeriggio di Pasqua: al mare. O meglio, per il lungomare della nostra beneodiata città.
Verso le 6 la telefonata.
Pronto?
Tutto regolare, era la mia lei. Ma poco dopo mi si è affiancato un lui che avrei fatto a meno di incontrare. Un look di lusso e un fare da giovane rampante. Pantaloni bianchi e camicia azzurrina. Mi consenta, il Capo aveva deciso di fare l’aperitivo in uno dei locali più in di questa città sempre più out. Una città che fatico sempre più a digerire (mica come il pesce), piena di giovani troppo giovani per me. E di vecchi troppo vecchi, sempre per me. Io, nel limbo di un’età che non è né carne né pesce, e che nel dubbio ha deciso di restarmi comunque sullo stamaco.
Il Capo, dunque, era lì di fianco a me, mentre telefonavo e mi accordavo con la mia ragazza sul da farsi della serata. Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. O magari l’uovo c’era, ma evidentemente era fatto di cacca. Sai, il colore talvolta inganna.
Mi son trovato a non capire cosa lei mi stesse dicendo dall’altra parte della cornetta. Un orecchio all’apparecchio e un occhio sul mio inatteso e poco gradito vicino di passeggiata. Uno strabismo audiovisivo difficilmente ripetibile. Fatto sta che mi sono sentito in imbarazzo, ma a risolvermi il problema c’ha pensato lui. Come? Ignorandomi, ovvio. Non so se deliberatamente o meno, ma non mi ha minimamente preso in considerazione. Credo e spero non mi abbia nemmeno visto, ed è meglio così.
Quella volta me ne sono andato in tutta fretta, subito dopo aver saputo di essere stato ammesso alla scuola di giornalismo. Ho subito pensato a cercarmi una sistemazione lì al Paese dei Polpacci, e tanti saluti alla cara redazione in cui lavoravo. O in cui fingevo di lavorare, non per mia volontà ma per una condizione resa obbligata dall’incapacità di una Direttrice che sembrava messa lì come il più antiestetico dei soprammobili. E di un Capo affarista e poco interessato alla buona informazione, quello stesso Capo che camminava per il lungomare fianco a fianco con la moglie di un politico locale altrettanto rampante,. Suo amico, chissà poi quanto.
Ma sarò io che penso male. Chi lo sa? In ogni caso si vocifera che qualcosa sia cambiato, in quella valle dell’ipocrisia e del servilismo in cui ho sprecato la mia scorsa estate. Pare ci sia stato un cambio della guardia.
Devo assolutamente indagare.
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Danno per morto il mestiere che vorrei andare a fare. Danno per morto tutto un sistema che in qualche modo, e per chissà quale motivo, è diventato vecchio. Obsoleto. A vista d’occhio. Quanta fretta di morire ha, questo giornale! Questo giornale, quello su carta. Quello a mezzo stampa. Perché pare che l’informazione sia una sorta di immortale, pare che lei non morirà così facilmente. Dicono. Dicono che il web salverà capre e cavoli. Per la gioia di macellai e fruttivendoli.
Non vedo che c’entriamo noi.
Boh. Chissà. Io so soltanto che a destra e a manca sfioccano necrologi poco rassicuranti per gli aspiranti cronisti. Per quelli come me, insomma. Che inseguono una chimera che si fa sempre più chimera. Sogniamo a occhi aperti un futuro in redazioni che non è sicuro esisteranno ancora per quando sarà il nostro momento. Ammesso che arrivi.
Ma sorridiamo. Grandi testate chiudono, altre arrancano e fanno i loro conti. Porte che si chiudono ogni giorno, tant’è che non ce le sbattono in faccia. I gruppi editoriali più cicciotti rifiutano pure gli stage. Questo si dice, anche se è ancora presto per parlarne. Almeno per noialtri della scuola.
Ma sorridiamo, dicevo. Che piangersi addosso non serve a nessuno.
…
Qualcuno ha un fazzoletto?
Sniff. Sob. Sigh.
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Qua non c’è tempo da perdere. Lo sputtanamento di piazza avanza. Mi gira intorno e mi da dei pizzicotti come per ricordarmi che prima o poi toccherà anche a me.
Ogni volta le correzioni sono più spietate. I professori ci danno voti che oscillano tra il dodici e il diciotto. Voti in trentesimi. Il loro scopo è prendere la nostra autostima e pulirici i loro grossi deretani. Distruggere le nostre convinzioni. Farne macerie, e ricostruirci sopra inculcandoci i loro dogmi. Dogmi che dovrebbero fare di noi dei professionisti della penna.
Vogliono ripulirci sconvolgendoci. Vogliono farci il lavaggio del cervello. Vogliono depurarci. Vogliono fare di noi delle persone nuove. La realtà è sbagliata. Dobbiamo disimparare tutto perché è tutto un grosso sbaglio. Una farsa. Una burla. E noi siamo gli eletti che salveranno il mondo.
Sono finito in Matrix e nemmeno me ne sono accorto.
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Poco tempo per preparare, chiudere baracca e burattini e andare via. Destinazione Paese dei Polpacci. A fare il giornalista praticante. Dio mio quanto suona bene questa cazzo di parola. Praticante.
Praticante.
Praticante, cazzo!
Per una volta il tag “delusioni” se ne starà buono lì, senza essere cliccato. Oggi è la mia festa, oggi è il giorno della mia partenza verso una meta che in realtà è una galleria. Un tunnel. Un punto di passaggio senza poche possibilità di ritorno. Inizio un percorso di formazione. Un caro amico reduce da una scuola di giornalismo ma ha avvertito: lì lavorano per creare in te una certa forma mentis, quella più adatta per fare questo mestiere. Che detto da una persona meno amichevole di lui sarebbe suonata così: “ti faranno il lavaggio del cervello fino a spersonalizzarti, per fare di te una macchina capace di comunicare la realtà come è meglio che sia”.
Bene? Male? Lascerò al tempo il tempo di decidere. Oggi è il giorno della mia festa. Oggi è il giorno di fare i bagagli e di cambiare vita.
Ciao Capo, ciao Direttrice. Non vi dimenticherò, i cattivi esempi non si scordano tanto facilmente. Da voi ho imparato che c’è del marcio, me l’avete fatto capire subito servendomelo su un piatto d’argento. Ho già visto la svogliatezza di una certa editoria. Ho osservato da vicino la subordinazione alla politica e alla partigianeria di chi scrive. Racconti omessi, anche sul mio diario. E che forse tirerò fuori, se mai avrò voglia di ritirarli fuori dal cassetto. Per il momento, ho messo via un bel po’ di cose. E le prime cose siete stati voi.
Da domani si cambia. Da domani mi sentirò un po’ più cronista di quanto non mi senta oggi.
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Driiin.
(Telefono)
Pronto? Kronakus?
..
Ce l’abbiamo fatta!!
L’altro ha rinunciato. E’ stato preso anche in un’altra scuola, quindi ha rinunciato.
Il posto è tuo.
Ok?
..
Non mi sembri così entusiasta.
Pronto?
Kronaaakuuuusss?
Ci seeeiii???
C’è nessuuunooo??
Kroooonaakuuuuuussss?
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Devo essere impazzito. Stamattina mi sono alzato con la smania di saperne qualcosa di più. Ho pur sempre l’indole del cronista, o di qualcosa che gli assomiglia. E così, un po’ per masochismo, un po’ per la voglia di chiudere la questione e di ritrovare la pace dei sensi, ho chiamato la segreteria della scuola per sapere quanti ne hanno ripescato.
Cinque. Sono cinque i bastardi, e io sarei stato il sesto. Bastardi. Bastardi. Bastardi maledetti! Non mi hanno preso per uno. Uno soltanto. Uno stronzo che avrebbe potuto rinunciare come hanno fatto gli altri cinque. Non è difficile: prendi e mandi a fanculo tutto. Proprio come devo fare io, ora che oltre il danno ho scoperto pure la beffa.
E fanculo pure al segretario, che mi ha raccontato di come in realtà il maledetto quinto non si sia ancora presentato. I corsi sono cominciati ma lui non si è visto, nonostante abbia pagato la retta. Che non è mica poco, eh. Maledetto pure lui, che ha il pane ma non ha i denti. Mentre io i denti me li sto consumando a mordermi le mani come un castoro intento a divorarsi un baobab.
Dice, il segretario, che se non si fa vivo potrebbero ripescare ancora. Stronzo. Alimentare in me l’utopia del ripescaggio è un colpo basso. Davvero un bel colpo basso.
Questo penso, mentre una parte di me avrebbe voluto chiedergli chi è, questo desaparecido. Per andare a casa sua, urlargli in faccia quanto è idiota. E per rapirlo, così saprò che a scuola non ci andrà di sicuro.
Così, se non fossi finito in galera, sarebbe toccato a me.
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Ripensarsi. Non ha senso stare a piangere sul latte versato, che poi il latte annacquato non se lo beve più nessuno. E con sta crisi che c’è, tanto vale tenerselo stretto. E buono. A maggior ragione se penso che il giorno in cui il latte me lo comprerò da solo è ancora molto, molto lontano. Pochi i soldi, scarse le prospettive. Eh sì, meglio ripensarsi.
Potrei andare a fare l’infermiere specializzato. A quanto ho saputo, Riotta lo ha suggerito ai ragazzi che studiano giornalismo. Meno male che ci sono questi guru buontemponi. Che incoraggiano. Che stimolano. O che più semplicemente vogliono aprire gli occhi a chi ancora sogna.
Ma io l’infermiere specializzato non lo farò mai. Non ho i mezzi. Non ho studiato per quelle cose lì, io. E non è orgoglio. E’ la consapevolezza di essere totalmente inadatti. E poi la vista del sangue altrui mi fa raggrumare il mio. Io sono l’uomo (l’uomo?) del sociale, così poco forgiato sulla cronaca. Soprattutto se nera.
Io sono l’uomo del domani. Un domani che ancora non vedo roseo come avevo sperato. Ma non è tutta Gazzetta quella che luccica. Guardiamo il lato positivo: sono ancora un uomo Libero, anche se fingo di scrivere per un vero Giornale in questa assurda Repubblica delle banane. Ma domani è un altro Giorno, con il suo Mattino. Vivi il tuo Tempo, come se ci fosse il Sole 24 ore e non arrivasse mai un Corriere della Sera. Scrivi la tua vita su un Foglio, siamo in Europa, cribbio! Sii Messaggero di pace e di speranza per la tua Nazione. Credi nell’Unità delle persone e fanne il tuo Manifesto di vita. Non potrà mai andarti male nulla. E anche dovessero investirti il cane, non preoccuparti: lo raccoglierai domani, il Resto del Carlino.
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Pronto, chi è?
Ohi, ciao Collega! Come ti butta?
A me bene, grazie. Cioè, bene.. Non ci penso, diciamo. Tu ti sei ripreso?
Maddai, chi vuoi che ci creda? Lo so bene che è stato uno smacco pure per te.
Ah no?
Sei sicuro?
Beh tu sei un uomo forte. (Io no)
Cosa? Hai un motivo per essere contento?
Certo, tutti ne abbiamo.
Io peresempio sono contento perché la mia gatta sta meglio. Se l’è vista brutta, sai?
Beh sì, è anziana… A una certa età i reni dei felini iniziano a incepparsi. E lì so’ cazzi!
Che spavento guarda. Fortuna che quei veterinari sono i più bravi del mondo.
Ma insomma, dicevi?
Ah.
Eh. Ok.
Ma perché sei felice?
Cioè.. non che mi dispiacca ma..
Come?
Cosa dici?
Ci sono novità sulla scuola?
..
Che novità?
..
..
..
..
Ah.
..
..
Bravo.
Sì, sì. Mi fa piacere.
Sì.
Certo che mi fa piacere. Cazzo di discorsi fai?!
..
..
Mm-mm.
Capito.
Beh, come dire..
..
Congratulazioni.
E quanti ne avrebbero ripescati?
..
Ah non lo sai.
Capisco.
..
Ok.
..
..
No no, sto bene. Tranquillo.
..
Mm.. no. Non mi hanno chiamato.
No.
Sì sì ma è tutto ok.
Va bene così.
Sono forte io. (E invece no)
Eh eh.
Beh bravo. Complimenti ancora.
..
Eh eh!
Mm..
E quindi cominci?
Ah. Lunedì prossimo.
Molto bene.
Mm-mm.
..
..
Sono proprio contento per te!
..
..
Ora se non ti dispiace devo andare.
Ho lasciato il gatto sul fornello.
Eh sì, sai.
A una certa età i reni dei felini iniziano a incepparsi. E lì so’ cazzi!
Tanto vale farli smettere di soffrire.
Sì sì, sto bene. Davvero.
Solo che, seriamente, poi mi si cuoce troppo.
..
Ah-ah.
Ciao bello. Salutami Rossella, e dille che può anche andare a farsi in culo.
-click-
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Ci sono fasi e controfasi.
Ho sentito il bisogno di prendere le distanze da tutto questo strano mondo che mi sono creato. Un mese esatto di silenzio, un mese di giornalismo indegno dell’etichetta, a leccare culi e a lucidare scarpe ricoperte di fango. Un mese di distacco dal virtuale, che di virtuale basta già la mia vita.
Niente blog, niente mail. Solo la non-voglia di lavorare con gente per cui non riesco proprio a provare stima. Il bisogno di silenzio, come se solo il silenzio potesse garantirmi un po’ di pace interiore.
Non so nulla di eventuali ripescaggi, ormai mi sono scoraggiato. Non sono propriamente un esempio da seguire, no. Bambini non rifatelo a casa. Davvero. Voi che ancora fate “oh”, più o meno come fa un piccione. Mentre Luca era gay.
Meno male che Povia c’è.
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C’è chi scende e c’è chi sale. Chi si abissa per la delusione e chi si eleva sul piedistallo di re del mondo. O di qualcosa del genere. E io re del niente. E del tutto. Del tuttofare, quello che magari un giorno sarò. Pieno di nulla e vuoto di senso. O saturo di me stesso e dei miei stessi pensieri. Come questi.
Nel giorno in cui il sogno americano rinasce, quello di un povero aspirante cronista continua ad affossarsi nella tomba delle illusioni. Ma sopra la mia culla di terra, formiche e vermi l’erba ricrescerà. Sarà Obama a piantarla. A concimarla. A benedirla.
Speriamo non passi un Bush qualunque, pronto col suo taglierba elettrico a sflaciare tutto. Che fosse per lui, si sa, ci sarebbero solo cespugli. E frutta, tanta frutta. Grappoli e grappoli. Grappoli di bombe a grappolo.
Oh per Bacco, è il nuovo mondo!
..
Ah sì?
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Sono spiacente di doverle comunicare che, visti i risultati delle prove di selezione, lei non è compreso fra i primi trenta candidati in graduatoria ammessi alla Scuola di Giornalismo di .. per il biennio 2009/11.
La sua posizione in graduatoria è la seguente: 36. Tuttavia, Vista la sua posizione in prossimità degli eletti, è mio compito comunicarle che, in caso di eventuali rinunce, lei potrà essere convocato in un secondo momento.
Mi auguro comunque che lei vorrà partecipare alle selezioni per il biennio successivo.
Cordiali saluti.
Il Direttore.
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Sono burocraticamente stanco di questa burocrazia. Mi sono lentamente scocciato di questa lentezza. Mi sto sciattamente indispettendo di tutta questa sciatteria.
Mi sto incazzosamente incazzando.
Cazzo.
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“Gli ultimi giorni a brancolare nel buio, l’ultimo week-end nell’incertezza. Manca poco. La notizia sta per arrivare. L’esito della selezione, la risposta. Se entrerò o meno alla scuola di giornalismo.”
Questo avevi pensato. Questo avevi scritto…
Balle!!
Stupido. Scemo. Cretino.
Illuso.
Davvero hai creduto di avere una risposta così “presto”?
Sei proprio stupido. Scemo. Cretino.
E illuso.
Tsz.
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Eppur si muove, diceva qualcuno. Ma non si riferiva di certo alla segreteria della scuola di giornalismo. Dove forse forse, oggi, hanno aperto la porta dell’ufficio, si sono seduti alla loro postazione e hanno rialzato il loro bel culo intonso solo per farsi il loro caffè lungo fresco di macchinetta. Extra-zucchero. Poi a casa. A lamentarsi con i familiari del rientro a lavoro.
Tutto questo è accaduto mentre decine, centinaia di persone se ne stavano incollati ai loro monitor, a refreshare la pagina delle mail. Seduti alla loro postazione. Rialzando il loro brutto culo (tra cui il mio, che poi così brutto non è) sicuramente non intonso (vista la tensione) per farsi la loro camomilla. Lunga. Senza zucchero, che funziona di più. Poi niente. Solo la possibilità di lamentarsi su qualche stupido blog dell’inefficienza degli uffici italiani.
Oh Rossella, domani è un altro giorno. Ma sarebbe dovuto essere oggi.
Mi sa che il ciclo ti ha sfasato il calendario.
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“L’epifania tutte le feste porta via”. Il re dei luoghi comuni. La frase fatta per eccellenza. Ovvero, tutto quello che il giornalista deve evitare come la peste. Quella più nera.
Mercoledì 7 gennaio. Telegiornale regionale della nostra beneamata televisione di stato. Lancio dallo studio per introdurre un servizio sul maltempo. Testuale: “E anche se l’epifania tutte le feste porta via, non ha però portato via le nubi e le correnti fredde che stanno portando neve sulle nostre cime da ormai diversi giorni”.
Il giornalista in studio è il direttore di testata. Il giornalista in studio è stato un mio professore all’università, docente di uno dei pochi corsi di giornalismo previsti dal nostro maldestro piano di studi. “Evitate i luoghi comuni e le frasi fatte. Come la peste. Quella più nera”. Parole sue. Parole che condividevo e che condivido tuttora. Parole in cui ora, però, non credo più. Ci credo ma a modo mio. Perché la fonte non è attendibile. E un altro tassello della formazione base di un giornalista è verificare l’attendibilità delle fonti.
E’ quasi meglio YourTv. Quasi.
Intanto ancora nessuna notizia. La segreteria dev’essersi svegliata con pigrizia. Spero che a minuti esca dal torpore natalizio e mi invii questa benedetta mail.
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Domani è un altro giorno. Le cose si guardano intorno, e poi vanno via col vento. E dunque sì, domani è un altro giorno. Lo dice pure Rossella. Non il giornalista. Quella del film. Colei che è saggia, e che quindi ha ragione. Mai darsi per persi. La speranza è l’ultima a morire. Rossella non deve morire.
Domani potrebbe essere il grande giorno. Della vittoria, o della sconfitta più grande. Ai posteri (?) l’ardua sentenza. Domani. Che poi è oggi, ma finché non dormo e non mi risveglio, per me oggi è sempre oggi, e domani è sempre domani. Anche se dopo la mezzanotte è già ieri.
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Il mondo è in guerra. I cronisti osservano e ascoltano. Le bombe cadere, gli edifici crollare. La gente morire.
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E io cosa farei? Anzi. Ma io, lo farei? Che cronista sono? Anzi. Che cronista sarei?
Domande. Senza risposta. Perché sogno una professione ma ancor prima sogno la vita. Perché sto aspettando una risposta importante, ma credo che la mia esistenza su questo pianeta venga prima di ogni cazzo di carriera.
E penso pure di essere un vigliacco. Forse. Magari sì. O magari no. Perché il cronista di guerra fa una scelta ben precisa. Una scelta che non sento mia, e che molto probabilmente non farei mai. Che non farò mai. Perché io sarò giornalista. Ormai è sicuro. Me l’ha detto Paolo Fox.
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Gli ultimi giorni a brancolare nel buio, l’ultimo week-end nell’incertezza. Manca poco. La notizia sta per arrivare. L’esito della selezione, la risposta. Se entrerò o meno alla scuola di giornalismo. Se dovrò continuare, oppure no, a lavorare tra un Capo avaro e privo di stimoli e una Direttrice senza metodo né qualifiche. Se potrò cambiare pagina, premere l’acceleratore e guardarmi allo specchio dicendomi: “Sì, ora ci provo davvero”.
Dubito che lunedì avrò il responso. Martedì sarà di nuovo festa, e non mi stupirei se le segreterie facessero il ponte. Temo che dovrò aspettare almeno fino a mercoledì, mentre fagocito torroni per la mia fame nervosa. Ma ora basta. Basta torroni, davvero. E che diamine!
…
Qualcuno ha un pandoro che gli avanza?
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Ciao ciao 2008, ben arrivato 2009. Spero sia andato tutto bene, durante il passaggio del testimone. Il cambio dal vecchio al nuovo. Un nuovo che spero si rivelerà realmente nuovo. Un anno, questo, in cui mi auguro cambino molte cose. La prima: il lavoro. Che smetta di essere lavoro scarsamente retribuito e inizi a essere un praticantato serio. Scuola, sì, ma sempre di praticantato si tratta. La vera via per arrivare in alto. E per “alto” intendo uno straccio di posto, con una posizione riconosciuta dall’ordine dei giornalisti. In alto, sì, nonostante la salita. L’enorme, colossale salita.
Dicono che il 2009 sarà l’anno di Obama. Il mondo lo attende, in tantissimi confidano in lui. Bene: io sono il mio mondo, e spero proprio che la scuola di giornalismo sarà il mio Obama. Quel qualcuno, quel qualcosa a cui aggrapparmi e affidare sogni ed energie. Quella speranza di poter rialzare la testa e guardare avanti.
Buon anno a tutti, aspiranti cronisti e non. Che un augurio, in fondo, non ha mai fatto male a nessuno.
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Son giorni di festa, ma non per la mia pazienza. Non per il mio cuore, per via di quest’attesa. Mentre tutto scorre, ma a quanto pare il tempo no.
Buon Natale, anche se in ritardo. E felice anno nuovo, anche se in anticipo. Come sempre, non azzecco mai il tempo. Quel tempo che non passa, mentre tutto scorre. Ecco. Il cervello a loop. A disco rotto.
Ma è meglio che non pensi a come penso. Mi strafogo di pandoro, e non è certo uno scoop. Mangio per non pensare, mentre la mia linea m’imporrebbe di pensare per non mangiare.
Auguri a voi e al vostro colesterolo.
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Me la sono tirata un po’. Mi sono scoperto scaramantico, e non l’avrei mica detto! Ma le situazioni precarie, si sa, fanno dell’uomo il burattino di riti propiziatori e amuleti scaccia-sfiga. Io mi sono limitato a non parlare con nessuno dell’esito della prova scritta, forse perché inconsciamente convinto che questo potesse aiutarmi nella fase successiva. Perchè sì, incredibile, ho passato la prima selezione. Sono in fondo alla graduatoria, ma l’ho passata. Sono penultimo. Ma ci sono.
Ora serve un miracolo. Un altro. Ok: un altro e mezzo.
Perché ne parlo? Semplice. Perché la prova orale è stata oggi. Non l’ho detto quasi a nessuno. Vediamo se questa tattica darà i suoi frutti. Vediamo se mi salverà dalla gogna di una commissione dal fare saccente e tendenzialmente superbo. Vediamo se mi farà superare quello scoglio insormontabile che mi sono messo davanti con le mie stesse mani, quando preso dall’emozione ho spavaldamente affermato che Kabul è la capitale dell’Iraq. Mi hanno guardato come fossi un alieno. Probabilmente lo sono. Sono un extraterrestre. E.T.-telefono-casa. Perché è proprio lì che sarei voluto andare a rifugiarmi. Di corsa.
Ma it’s ok. E’ ancora tutto sotto controllo. Il controllo di qualche dio che dovrà essere particolarmente misericordioso.
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Mi sono preso una settimana abbondante. Sabbatica, ma per modo di dire. Perché dopo la tragedia della prova scritta non mi sono fermato. No. Non mi sono fermato. Anche se una parte di me avrebbe voluto. Sì. Avrebbe proprio voluto.
Cultura generale: quasi un testa o croce. Prova d’inglese: degna della Ricotta di Zelig. Articolo: la mia scrittura ha sconfinato oltre la decenza dell’esposizione pulita e chiara. Insomma, è andata oltre le richieste della commissione, ma non in senso positivo. Anzi. Ho messo troppo me stesso laddove mi veniva richiesto di azzerarmi. di scrivere da automa, che è un po’ il dogma del giornalismo anglosassone. Anche se in pochi hanno il coraggio di dirlo.
Mi consolo al pensiero che ci fossero meno candidati del previsto. La selezione naturale sarà meno crudele, ma comunque naturale. E mi viene naturale pensare di non essere tra i più competitivi. Ora non posso che affidarmi alle disgrazie altrui. Che tanto di cinismo in giro non ce n’è mai troppo. Rincaro la dose e me ne fotto.
..
Ok. Non ci crede nessuno. Tantomeno io, che spero in bene per tutti. O quasi tutti. Va bene: soprattutto per me. Ma degli altri non so proprio infischiarmene. Io, che attendo il risultato che sarebbe dovuto uscire oggi. Ma la burocrazia, si sa, rallenta tutto. E io, burocraticamente, me ne torno sui libri. A fingere di concentrarmi, nell’attesa del giorno del giudizio.
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Ci siamo. Poche ore e scatta l’ora X. L’ora dell’esame di ammissione alla scuola di giornalismo. La prima parte, quella scritta. Poi seguirà l’orale. Chissà quando.
La mente è piena di concetti. Ed è stanca. Tra poco cercherò riposo in un sonno che tarderà ad arrivare. Ma proverò lo stesso: un buon riposo è il presupposto di una buona performance. ‘Notte a tutti, domani è un altro giorno. Questo è poco ma sicuro.
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Il web-countdown ha mancato una tappa. Ma per un giorno perso, uno se ne guadagna. Ho finalmente vinto la mia guerra contro il tempo. Era ora. Ho vinto io, sì. Ah-ah. Sì. Sono il migliore. Ora finalmente tutti quanti la smetteranno di dirmi che sono lento. Perché ho battuto il tempo. Ah-ah.
Come? Semplice. Si è accorto di essere un tirchio clamoroso. Che non ero io a non farmelo mai bastare, ma che era lui a essere poco gentile e generoso nei miei confronti. Così mi ha concesso un giorno in più per studiare. Sì, un giorno in più. One more day. Fateci caso. Il “meno quattro” è datato giovedì 4 dicembre. Il “meno tre”, questo post, è di sabato 6. Perché? Ripeto. Il web-countdown ha mancato una tappa. Eppure il conteggio resta sempre lo stesso. Invariato. Lineare. Senza salti. Né errori. Forse.
Il motivo? L’ho detto. Fate attenzione, quando scrivo. Il tempo si è arreso e mi ha concesso un giorno in più per studiare. Le malelingue dicono che sono un coglione. Che ho fatto male i conti sin dall’inizio. Anzi, i numeri erano quelli, ma i riferimenti erano sballati. Sbagliati. Dicono che avrei dovuto arrivarci subito, che lunedì 8 sarà un giorno di festa, e che nessuna folle commissione si presenterebbe mai per esaminare il gruppo di kamikaze e futuri disoccupati che tenterà l’impresa.
Dicono che l’ho sempre saputo. Fatto sta che la prova scritta sarà martedì 9, in barba a tutti. Al tempo. Alle malelingue. E alla mia coglionaggine.
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Tra poche ore sarà già week-end, e io sono ancora in alto mare. Il lavoro mi consuma tempo ed energie. Studiare, la sera, diventa uno sforzo non indifferente. Ce la sto mettendo tutta, ma una cosa è certa. Così certa da esser scontata. Il mio sarà un tentativo disperato.
Le cose da sapere tendono a infinito. Quelle che so, allo zero. Posso fidarmi di poco più di quello che ho immagazzinato durante la mia carriera di studente. Diligente ma con scarsa memoria. E tutto il nozionismo del diritto, tutta la completezza richiesta dalla storia.. sono lussi che in questo momento non mi posso permettere.
Ma mancano quattro giorni. Poche lagne e tanto impegno. Io credo nei miracoli. Speriamo che i miracoli credano in me.
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Cambiare mestiere. Un consiglio che arriva alle mie orecchie sempre più spesso. Amici, parenti, compagni di sventura. Tutti uccelli del malaugurio. Forse, tutti più realisti di me.
Ma no, non lo farò. Non ancora. Se non dovessi entrare tra gli studenti del prossimo biennio potrei pure pensare di seguire il suggerimento. Lo stesso che il Mister ha dato ai direttori di Stampa e Corriere della Sera. Cambiare mestiere, appunto.
Ora non si può. Sono qui, a ridosso di un bivio, per tentare la sorte. L’esame di lunedì prossimo. Quindi, parafrasando qualcuno, “posso solo aggiungere che questo mestiere il sottoscritto continuerà ad esercitarlo, anche se qualche volta è capitato e capiterà di fare un dispiacere ad amici e parenti”. E “questo blog è qui a dimostrarlo”.
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Quando ti prepari per l’esame di ammissione a una scuola di giornalismo è come se ti venisse richiesto il dono dell’onniscienza. Non è tra i requisiti elencati nel bando, ma i fatti dimostrano che sarebbe già un buon punto di partenza. Sapere tutto. Di tutto. Perché è tutto di tutto che ti possono chiedere. Me l’ha detto chi c’ha provato e non ce l’ha fatta. E anche chi c’ha provato e che invece ce l’ha fatta. Il comun denominatore è questa sorta d’infallibilità della conoscenza. Il bisogno di un miracolo. E di un culo grande così.
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Una settimana alla prova del nove. I nervi si accavallano nella difficile impresa di mantenermi sano di mente. Tra una “breve” e una marchetta, mi sforzo di non sprecare le mie serate, trascorrendole su libri e dispense avute in prestito da un vecchio compagno di università. Il tempo è denaro, quella cosa che negli ultimi mesi ho visto solo in foto e nelle promesse fatte a denti stretti.
Setti giorni per spingermi in avanti. Anche se sarà parecchio difficile, l’impresa va tentata ugualmente. Impugno la penna, arroto la mente. Rincorro il sogno per svegliarmi dalla realtà. Che mi sta stretta come la tutina di un bambino indosso a un adulto. Un adulto obeso.
E io non ho nessuna intenzione di fare una dieta.
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“Credo che sarò il primo a finire un lavoro senza averlo ufficialmente iniziato, sarò l’unico giornalista a lavorare in nero”, ho pensato. Ma poi mi sono reso conto dell’idiozia di quel che mi era appena passato per la testa. Nel giornalismo il sommerso abbonda. Il punto è che, nel mio caso, non sarebbe dovuta andare così. Ma il Capo è troppo schivo per andare in fondo alla cosa, e io sono troppo prudente per chiedergli muso contro muso qual è la mia situazione contrattuale.
Ho paura che lui voglia fare il furbo e non farmi firmare alcun contratto. Ma soprattutto ho paura che una mia eventuale richiesta equivarrebbe a chiedergli un biglietto di sola andata per la terra dei disoccupati. E non posso permettermelo. Mi servono articoli su articoli, perché alla scuola ci sarà una preselezione per titoli. Più “collaboro” e meglio è. Spremo l’arancia finché c’è la polpa. Spero soltanto, un giorno, di poter buttar via la buccia e cambiare frutto.
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“Il web non rende”. Il monito del Capo è di quelli che ti freddano, perché lascia presagire l’inizio della fine. La fine di un investimento invisibile. Pretenzioso. Di un editore fantasma. Saccente. Pieno di fumo e povero di arrosto. Ma preferisco lasciare fuori i rancori per le tante cose non dette. E non scritte. Ne lì, né qui.
Ora capisco che qua dentro un futuro non c’è. Neanche dovessi sforzarmi. Neanche cambiasse qualcosa in me e nel modo in cui vivo il lavoro che faccio.
L’unico a dover smuovere le acque sarebbe proprio lui, il Capo.
Ma lui chiude le porte. Mentre io apro le mie.
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Si può far bene e si può far male, ma il perché di una scelta è sempre qualcosa di nobile. Da guardare con ammirazione e trattare con rispetto. Perché tutti sanno che non è facile lasciare il certo per l’incerto, anche se in realtà non è quello che sto per fare. In redazione nessuno sa che sto cercando il modo di andarmene. Nessuno sa che proverò a passare il test d’ingresso in una scuola di giornalismo. Nessuno a parte me, ed è quanto basta. Perché non abbandono la strada fatta finora per un volo d’angelo per cui nemmeno il decollo è ancora sicuro.
Eppure un rischio c’è. Farò un tentativo che in realtà assomiglierà tantissimo a una prova del nove. Non tanto per me, quanto per il giornalismo stesso. Sì. Io mi metterò in competizione con chissà quanti altri aspiranti al trono, ma in realtà sarò io a mettere in discussione non solo me stesso, quanto un intero percorso di vita. Quello che sto facendo. Perché vivo questo periodo di preparazione all’esame come un salto nel vuoto, anche se in fondo non lo è. Non letteralmente. Tengo i piedi a terra. Ma so che, se non volerò, prima o poi cadrò a terra. Senza un perché. Se non per delusione. Se non per frustrazione.
Ho ancora una dignità. L’aspirante cronista che è in me punterà in alto. E’ la scommessa della vita. Altrimenti, tanto vale cambiare rotta.
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Sono solo nella solitudine. Solo, più di Bobby. O di Ian. La Stagista se ne va. Domani per lei è l’ultimo giorno in redazione. Poi tanti saluti. Si darà ad altre strade, ad altri percorsi di vita. Non è sicura di voler continuare nel giornalismo, lei si vede più adatta a posizioni più importanti, a profili più alti. Non si sente tagliata per lavorare alle dipendenze di qualcuno. Non sa proprio se continuare con questa professione. Preferisce organizzare eventi, crede. Coordinare persone e cose. Comandare. Lo ammette con tutto il candore che può. E io lo apprezzo, perché è meglio essere onesti, con se stessi e con gli altri, piuttosto che mentirsi e prendere per il culo tutti quanti. Compresi i propri sogni. Comprese quelle attitudini che si scoprono man mano. Mentre si inseguono ambizioni che, con il tempo, scopri essere poco più che preconcetti indotti da chissa chi. Come sparati per endovena. Ti scontri con la realtà e finisci per sentirti un pesce fuor d’acqua.
Lei lo ha capito, e ha reagito. Era questo il suo piano b. Il mio, da brava chioccia, lo sto ancora covando. Io, con i miei soliti tempi. Io, che sono stato definito “strutturalmente lento”, ieri mattina, da mio padre. Solo perché gli ho fatto notare che occuparmi il bagno per farsi la doccia quando sto per andare a lavoro e dovrei lavarmi i denti è una cosa abbastanza stupida.
Ma con il tempo si perde la ragione. Con il tempo si perdono anche le speranze. Svaniscono le illusioni. I castelli crollano. Ti accorgi che erano di sabbia e li vedi volare via col vento. Ma domani è un altro giorno, Rossella. L’ultimo per la Stagista e il primo per me, da uomo solo nella solitudine. Solo, più di Bobby. O di Ian. La Stagista se ne va. Ma queste cose le ho già dette. Sto diventando scemo.
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Non sono un giornalista professionista, forse non lo sarò mai. Ma di certo il mio dovere è quello di comportarmi sin da ora in modo professionale. Devo innanzitutto essere imparziale. Devo essere bravo a lasciare fuori le mie idee, politiche e non. Devo riuscire ad arrivare al cuore delle notizie, al di là dei miei giudizi e delle mie opinioni. Che sono tarli, virus, nemici da tenere fuori dalla porta. Dunque nessun problema se il Capo è addirittura il coordinatore regionale del partito del Mister.
Non sono un giornalista professionista, forse non lo sarò mai. Di certo il mio dovere è quello di comportarmi in modo professionale. Ma porca puttana se sono sfigato!!
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Oggi è stato il giorno del cambio della guardia. Il Capo ha iniziato le ferie, proprio il giorno in cui la Direttrice le ha finite. E proprio il giorno in cui io e la Stagista… abbiamo continuiamo a lavorare, come sempre. Ringraziamo il breve ponte di Ferragosto, unico vero respiro che ci è stato concesso. Ma il giornalismo è questo. Non ci sono soste, né pause. C’è un continuo lavorare, magari con tempi scanditi da turni, guidato dall’innato senso di un sacro dovere. Quello di informare, di aggiornare, di comunicare, di approfondire.
Di dormire. Ecco cosa vorrei. Staccare la spina per un po’. Sono stanco. Non fisicamente, non mentalmente. Moralmente. Sono in questa redazione da così poco tempo che mi stupisco di me, nel vedermi già così disilluso. Demotivato.
A me il giornalismo ha sempre affascinato. Scrivere mi ha sempre appagato. Vedere la mia firma sui giornali è un’ambizione che coltivo da un po’. Esprimermi è sempre stata una ragione di vita, resa ancor più forte dalle esperienze e dalle riflessioni di questi ultimi anni. Ma quell’atteggiamento, quello spirito e quella mentalità mi fanno venir voglia di cambiare lavoro. Ammesso che capirò mai di cosa si tratta.
Dubbi, tanti dubbi. Aggravati dall’aver scoperto una certa cosa pochi giorni fa. Io e la Stagista eravamo rimasti soli in redazione. Lei, per motivi logistici, si era ritrovata a lavorare nello studio del Capo. Così, poco prima di andarmene sono passato a salutarla, ma mi ha interrotto con una domanda che non mi sarei aspettato: “Tu sei di destra o di sinistra?”. Io, che non vorrei espormi sulla questione, non sapevo davvero cosa rispondere. Mi è uscito un “te lo devo dire?”.
“Io non sono per il Mister”, mi ha subito bloccato.
Confortato, le ho confermo che neppure io sono di quella “sponda”.
“Guarda qua”, mi dice prendendo un foglio bianco e girandolo sull’altra facciata. Merda! Macchè foglio bianco! Era una foto capovolta. Nessun problema, non fosse per l’immagine rabbrividente che mi sono trovato davanti. Il Capo in posa di fianco al Mister. Un primo piano, due sorrisi enormi e tremendamente finti.
“Oh. Mio. Dio”, mi sono ritrovato a dire. E, dopo qualche minuto pieno di commenti poco inclini all’apprezzamento, ci siamo salutati per la pausa pranzo.
Probabilmente il Mister è l’idolo del Capo. Il suo modello di riferimento, la sua fonte d’ispirazione. L’ideologia politica è personale e sacrosanta, ma di certo la cosa non mi rassicura.
