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It’s a beautiful day (maybe)

15 mag

E mi sfiora l’idea di quel lusso mancato. Di quel privilegio smarrito tra le frange del tempo. Di quell’intervista che non ho mai avuto nemmeno il coraggio di sognare, ma che c’è mancato tanto così che diventasse realtà. Litfiba, Caparezza, Ligabue. Ma è soprattutto a pane e Jovanotti che sono cresciuto. E sapere che quasi quasi avrei potuto porgergli il microfono mi lascia un po’ d’amaro. Ormai è tardi. Ormai l’occasione è acqua passata. E io non ho potuto bere.

Che io scriva di tv è cosa nota (chi ancora non lo sapeva la nota se la becca sul registro). E stamattina ho saputo che presto andrà in onda uno speciale sul buon Lorenzo Cherubini. Ma il magazine per cui scrivo ha una periodicità tale che non consente di andare sempre a segno. A volte scriviamo di programmi che alla fine non vanno nemmeno in onda, perché posticipati o addirittura cancellati. Altre volte, invece, s’insinuano nei palinsesti degli show che sono stati acquistati dopo la chiusura del numero, con contratti last minute che al momento di andare in stampa non erano nemmeno nelle sinapsi più remote di chi poi ha concepito la cosa. Così si creano le occasioni mancate, le interviste che il tempo non mi dà il tempo di fare. Ed è così che è andata con Jovanotti.

Ma oggi niente mi sfiora. Niente mi scalfisce. Oggi KronaKus vive di speranze e di sogni bagnati (non è come sembra). Pazienza per gli incontri sfuggiti di mano, per i desideri irrealizzati. C’è sempre tempo. Ed è proprio questo il punto: c’è sempre tempo. C’è ancora tempo, sì. Oggi ho avuto buone nuove sul mio contratto, e se tutto va bene chissà quanti Cherubini potrò intervistare (se mai vi verrò a dire che ho parlato con un angelo chiamate Papa Francesco, tutt’al più la neuro). A fine giugno mi scade, e qua dentro l’aria pesa più di Giuliano Ferrara. Ogni rinnovo assomiglia a un macigno da sollevare, a una montagna da scalare, a una corsa da vincere al fotofinish. Le voci che giravano non erano troppo rassicuranti, ed erano voci tutt’altro che fantasiose. E quando il tuo contratto comincia a cambiare sapore è perché la scritta da consumarsi preferibilmente entro il mette sempre più paura. E non sai mai se chi di dovere ti vorrà portare via ancora una volta da quel fottutissimo banco frigo. Il banco frigo dei disoccupati. Così tanto stretto e affollato che prima o poi troveranno tracce di rucola sui cornetti Algida.

Ma oggi, dicevo, il caso mi ha portato a sapere che i segnali sono positivi. Che, in culo a Ozpetek, nonostante Saturno contro il mio lavoro potrebbe continuare almeno fino a fine anno. Che la riunione di stamattina potrebbe non essere stata l’ultima di questa mia parte di carriera. Che c’è ancora speranza, insomma, per chi ha davvero voglia di fare. Quindi io, in tutto questo discorso, non c’entro proprio un cazzo.

Otto per mi̶̶l̶̶l̶̶e

8 mag

C’è crisi. E tocca inventarsi qualcosa. Con il contratto in modalità yogurt, pronto a scadere come un infidus regularis, qua bisogna davvero premunirsi. E se non si trovano alternative a questo lavoro devo almeno mettere da parte qualche spicciolo.

E’ quasi ora della denuncia dei redditi. Mai vista una definizione più azzeccata: certi redditi, infatti, sono proprio da denuncia. Ma ok. Sorvoliamo. Il punto è un altro. Ho deciso di inaugurare la nuova frontiera del risparmio. Devolverò l’8 per mille a me stesso. Di opere buone me ne farò a volontà.

Ricchi premi e du’ cojon (2)

8 mag

cara collega,
ti scrivo adesso sennò domani mi scordo.
nel mio pezzo c’è un errore. ho scritto che la giraffa e l’ippopotamo s’innamorano nel primo film. no, era nel secondo. magari domani ti do una mano a correggerlo.
grazie.

kronny

p.s.: so che non sembra, ma questa è una mail seria.

Ricchi premi e du’ cojòn

7 mag

Oggi ho scritto un pezzo dal titolo:
Se il re dei lemuri ama un orso col tutù

Sento che il Pulitzer è sempre più vicino.

Belpaese di merda

6 mag

Mi è arrivata una mail dalla segreteria della scuola di giornalismo.

Il Comune di Insulsolandia ha pubblicato un bando per un incarico di addetto stampa (16.500 euro all’anno) che vi allego di seguito. Scade venerdì prossimo, il 10 maggio. Chi è interessato dovrebbe presentare ugualmente domanda, anche se il bando esclude i professionisti.

E’ come dire che alla mutua cercano dentisti, ma si astengano gli esperti di carie e gengiviti. Come dire che lo studio legale sotto casa cerca avvocati che pensino che la Gazzetta Ufficiale sia un contenitore di notizie sportive al netto dei rumors. Come dire che il fruttivendolo mi venderà banane, ma senza potassio. Che i pesci non avranno più le spine, ma non saranno nemmeno pesci. Che si eleggerà un nuovo Presidente della Repubblica, ma poi si riesumerà il vecchio. E che magari si metterà un’omofoba al ministero per le Pari Opportunità, salvo poi ritrattare.

Ok. Ora capisco tante cose.repubblica_delle_banane

Acculturat(t)o

12 apr

ObsessiveReader è online

ObsessiveReader: Ciao.

KronaKus: Ciao.

ObsessiveReader: Senti, tu che sei uno scriba… hai mica qualche buona lettura da consigliarmi?

KronaKus: Io scrivo, mica leggo.

ObsessiveReader: ..Ah no?

KronaKus: No.

ObsessiveReader: Non sei anche tu un topo da biblioteca?

KronaKus: Affatto.

ObsessiveReader: Beh, per saper scrivere avrai pur letto qualcosa, prima..

KronaKus: Certo.

ObsessiveReader: Ecco. E cosa?

KronaKus: Fumetti. Televideo. Buste del pane.

ObsessiveReader è offline

00 e basta

12 apr

Prima l’addetto al copia-incolla. Poi ai titoli. Ora ai grassetti.
Salve. Sono Bold. James Bold.

Caro Sello, pensaci tu

5 apr

Adoro scrivere pezzi-spot. Mi dà la sensazione di fare due mestieri contemporaneamente. Il giornalista e il pubblicitario. Due lavori. Gran lusso, oggi come oggi. Sì sì.

Ma la paga è doppia, giusto?!

Buongiorno un cazzo

27 mar

Stamattina. Erano quasi le 10 quando sono entrato in cucina per prelevare dal frigo la mia porzione elefantiaca di bavette al basilico. Non per colazione, eh. E’ stato il mio pranzo di oggi. Sì, di solito mi preparo la pasta la sera prima. Vuoi o non vuoi così risparmio qualche euro. Sono pur sempre un giornalista precario.

In cucina (stavo dicendo prima di perdermi nella mia logorrea da stress) ho incontrato uno dei miei coinquilini. Uno dei pochi rimasti in questi giorni. Gli altri sono già dalle loro famiglie. Perché a questo mondo c’è ancora chi può gustarsi la Pasqua, e non la confonde con un devolavorarechec’holachiusurasennòsoncazzi.

Buongiorno, gli ho detto.
Buongiorno, mi ha risposto.

Poi gli occhi mi si sono posati sul televisore. C’era Gasparri su La7.
Buongiorno un cazzo.

Saggezza paterna

26 mar

Skype. Poco fa.

Io: Ba’, lo sai che sto per intervistare uno dei Fichi d’India?
Mio padre: Ah, bravo. Mi raccomando, fai una bella intervista. Informati bene. Quello lì mi sa che è di Varese. Non di Nuova Delhi, eh. Ah, e chiedigli dei marò.

Stava scherzando. Credo.

(A)caro amico ti scrivo (2)

24 mar

Voci di corridoio dicono che è ora di pulirlo. Il corridoio, dico. Le voci sono quelle dei fantasmi che lo abitano. Che saranno anche eterei, ma pure loro si sono rotti i coglioni di questo surplus di polvere, degli acari in sovrannumero, delle piattole nomadi, dei topi vagabondi, delle blatte che fanno rave party tra una camera e l’altra. D’altronde quando si lavora tanto non è facile trovare il tempo per onorare il proprio turno di pulizie. Si aspetta la domenica. Ma vedrete, verranno tempi migliori. Sogno già da oggi il momento in cui sarò in pensione. Sarà allora che pulirò la casa tutti i santi giorni, che la trasformerò nel più lucido degli specchi.

Care blatte, spero abbiate fatto una buona scorta di birra. Il vostro sfratto esecutivo non è per adesso.

Powers

21 mar

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Per questo se sai una cosa che gli altri non sanno la devi dire. La devi esternare. Se puoi metterci una pezza non puoi esimerti dal farlo. E se il tuo potere è saperne di supereroi più di Stan Lee devi correggere il tiro, se ti accorgi che sul giornale per cui lavori si parla di mutanti in modo improprio in un pezzo dedicato una nuova serie tv. Non tutto il multiverso è paese. La parola mutanti non esprime soltanto il concetto di personeconsuperpotéri. Non è la definizione corretta. Mutanti sta per personeconsuperpoterichesononatecosì. Che è ben diverso. Le persone che invece subiscono una metamorfosi a posteriori (che sia per un incidente radioattivo o per un ragno geneticamente modificato che non aveva un cazzo da fare se non morderti il culo), sono un’altra cosa. Puoi chiamarli superumani, metaumani, o più semplicemente mutati. Senza la enne. Ma non mutanti.

Ho trascorso dieci minuti della mia preziosa esistenza a tentare di farlo capire qui in redazione. Ma niente da fare. Sono troppo nerd per fare questo lavoro.

Ho i postumi del Natale (e temo già la Pasqua)

22 feb

Vai in redazione con l’insalata e poi ti offrono i tortelli. Questa dieta non s’ha da fare.

Botte per orbi

9 feb

Ho scoperto che in redazione c’è chi apprezza il wrestling. Ho appena ricominciato a mandare curriculum.

Incomprensioni

4 feb

E’ editoriale, ed è una linea. Ma io vado a zig zag. Alla fine qualcuno sbanda.

Iene da guardia

3 feb

Onore alle Iene. Sono più giornalisti loro di certi sedicenti tali. Soprattutto la Blasi. A lei il tesserino lo darei subito.

Sì, sì. Ho detto il tesserino.

La gravità mi fa male lo so (5)

2 feb

E poi c’è la collega Nerd. Quella che il venerdì sera ti saluta dicendoti che nel weekend andrà a farsi una ceretta. In questa redazione ognuno perde peso come può.

La gravità mi fa male lo so (4)

25 gen

La Nerd: KronaKus, vuoi una di queste cose qua?
Io: Cosa sono?
La Nerd: ..Umh… Non mi ricordo come si chiamano…
Io: Fa vedere… Ah, castagnole! Sì, grazie. Ne prendo una.

Più tardi.
Insu Lina: KronaKus, ti trovo dimagrito. Vuoi assaggiare un pezzo di torta?
Io: E’ il nero. Merito del maglione. Che tra l’altro si è allargato, ma non è per la trippa. E’ che mia madre deve averlo lavato con un diluente per tessuti. Comunque sì, grazie.

Gnam. Tutti gentili, in questa redazione.
Cosìperònonmiaiutàte, cazzo.

Il re pubblica, il suddito s’attacca

23 gen

Scrivere un pezzo su una cosa che è sulla bocca di tutti. Pensare un titolo. Convincersi di aver trovato quello giusto.
Scoprire che Repubblica.it lo ti ha appena fregato l’idea.

Mi sento compiaciuto oppure frustrato? Non riesco a capirlo.

Ci vuole karma

20 gen

Mi fingo triste. E intanto godo. Perché in fondo, sì, sto soltanto fingendo. Ho saputo che qualcuno sta per chiudere i battenti. Una testata (pseudo)giornalistica sta per sparire dalla scena. E’ qualcosa per cui di norma non si dovrebbe gioire. Anzi. Non si dovrebbe mai essere contenti di una cosa del genere. Ma ci sono iniziative (pseudo)editoriali che non meritano di rimanere sulla piazza. Gente che paga tre euro lordi al pezzo. Ammesso che paghi. E che pretende dai collaboratori le stesse prestazioni di un redattore. Di (pseudo)aziende così ce ne sono tante. Troppe. Usano il tesserino da pubblicista come specchietto per le allodole. Ti promettono questo inutile straccetto di carta, e intanto ti usano. Ti consumano. E se a la ruota gira bene fanno soldi alle tue spalle. Anzi, sulle tue spalle.

Mi sono messo nelle loro mani mentre ero in attesa di un altro lavoro. Un lavoro vero. Ho voluto provare, al grido di meglio questo che niente. Sbagliavo. Meglio niente che questo, mi sarei dovuto dire. Perché mettendomi al servizio di questi (pseudo)editori ho alimentato un sistema deviato. Così facendo ho dato man forte a uno schiavismo soft che sta distruggendo un mestiere. Il mio. Il nostro. Che poi con tre euro lordi ci ripaghi appena la corrente elettrica che ti serve per tenere acceso il pc, e magari ci scappa pure la sigaretta che fumerai inevitabilmente dopo esserti spremuto le meningi. Snervato dalla consapevolezza di aver bruciato le tue sinapsi per tre fottutissimi euro. Lordi, per di più.

Ma lassù un dio c’è. E’ vero, ora una manciata di redattori sottopagati perderà il posto. E per loro, no, non gioisco affatto. Anzi, mi dispiace. Sono convinto, però, che adesso questi colleghi abbiano una grande occasione per rilanciarsi. Una rinascita umana, ancor prima che professionale. Un trampolino verso un futuro migliore e meno degradante. Mentre certi editori non meritano nient’altro che il baratro. Ci vuole karma. E sangue freddo. Alla fine tutti i nodi vengono al pettine.

La gravità mi fa male lo so (2)

18 gen

Polletto?, mi ha chiesto appena arrivato. No, non mi stava domandando come mi chiamo. Il mio nome lo conosce bene, e ancora meglio conosce le mie abitudini alimentari. Mi stava chiedendo cosa ci fosse dentro la busta che tenevo in mano, certa di indovinarne il contenuto. Ma Miss Finocchio Lesso dovrebbe imparare che il pasto fisso non esiste più. Che se l’altro giorno mi sono divorato mezzo pollo arrosto con due dozzine di patate non significa che sarà sempre così. Ho una coscienza, io. E un fegato. Forse. Che poi il mezzo pollo è la specialità del lunedì. Oggi è venerdì. Un giorno che col lunedì, per fortuna, non ha proprio niente a che vedere. E meno male.

Appena arrivato nella poderosa mensa di redazione ha buttato l’occhio sul mio sacchetto e mi ha fatto quella domanda. Ormai durante il pranzo sembra di fare l’inventario per il reparto alimentari dell’Auchan. Si elencano gli ingredienti riversati nel proprio piatto mignon. Si contano i carboidrati ingurgitati come se all’imbocco dell’esofago ci fosse installato un glucid-detector. E alla fine si fanno progetti sulla cena in relazione a quanto (e a cosa) si è appena mangiato. Io stasera mi concederò una pizza gigante. Con birra a fiumi. Affluenti compresi. Me lo posso permettere, e non soltanto per il mio ventre a forma di porcello salvadanaio. Che non è pieno di soldi, ma di torroni a brandelli, costolette mangiucchiate, lenticchie mal digerite durante le feste. E non necessariamente in quest’ordine. Me lo posso permettere perché oggi mi sono tenuto leggero. Leggerissimo. Sì sì. Tra poco esco dalla redazione, e ho quasi paura di volare via alla prima brezza.

Polletto, mi ha chiesto appena arrivato.
No. Lasagne, ho risposto.

E stasera pizza gigante. Con birra a fiumi. E come tutti i fiumi scorrerà verso il mare. Magari al mio mare. Dove quest’estate, di ‘sto passo, troverò un nuovo lavoro. La boa.

Piccolo uomo

13 gen

Non potrei mai essere ateo. Anche se non avessi un dio, io un dio ce l’avrei comunque. Uno di quelli che sembrano scesi dal cielo per farti vedere come far bene le cose sulla Terra. Ecco, io non ho un dio, ma un messia sì. Un idolo, un modello. Un uomo che sembra più di un uomo. Un esempio che è più di un esempio. Un giornalista che è più di un giornalista. Guardo Riccardo Iacona. E mi sento molto, molto piccolo.

Finché la barca va

12 gen

Io odio il mio corpo. Nel senso che ogni due anni si becca un raffreddore, una tosse che sembra non volersene più andare, una febbricciola. Io odio il mio corpo, ma è l’unico che ho. E poi a forza di starci insieme mi ci sono affezionato. Talmente affezionato che ormai lo amo. Sì. Io amo il mio corpo. Anche se ogni due anni si becca un raffreddore, una tosse che sembra non volersene più andare, una febbricciola. Lo amo, e non perché è l’unico che ho, non perché è una vita che devo convinvere con lui sotto lo stesso tetto di capelli. Lo amo e basta. Così come amo la mia mente. Anche se ogni due ore si becca un raffreddore, e io finisco per starnutire cazzate su cazzate. La amo, e me ne devo prendere cura.

Per via di una mezza influenza sono rinchiuso dentro queste quattro mura color lilla (erano già così, lo giuro) da ormai quasi tre giorni. E sento che mi sta abbandonando, la mia mente. Si è fatta precaria. E per questo devo uscire, prendere una boccata d’aria. E’ precaria, sì, proprio come me. Sarà per questo che la amo. Perché in fondo io e lei siamo sulla stessa traballante barca.

La cecità ti fa male lo so

12 gen

Perdo diottrie come Pupo perde al gioco. E no, l’autoerotismo non c’entra. E’ che giornalista fa rima con problemi di vista. Con lenti a cont(r)atto (mensili, quindicinali, talvolta giornaliere, e tutte a progetto: vederci meglio), occhiali spessi e volentieri, forse cecità. Soprattutto oggi che le agenzie si leggono da uno schermo. Le si reimpasta da dietro uno schermo. Le notizie si scrivono su un monitor, e quindi uno schermo. Da uno schermo le si rilegge, le si impagina, per poi rimetterle in circolo. Per mandarle in stampa, quindi, oppure sul web. Cioè per metterle a disposizione dell’utente. Per fargliele leggere da un computer, un tablet, uno smartphone. Insomma, da uno schermo.

Ho approfittato delle due settimane di libertà vigilata del periodo natalizio per tornare dal mio oculista. Dopo quattro anni. In realtà è dalla scorsa primavera che lamento un calo della vista. Nel frattempo sono andato da una dottoressa incompetente della mutua, che ha minimizzato alla grande. Mi ha detto che non mi è affatto calata, e mi ha dato delle gocce idratanti per gli occhi da prendere ad vitam. Mai messe. Non le ho mai creduto. La settimana scorsa, invece, il mio oculista di fiducia mi ha dato il triste verdetto, mettendo fine a preoccupazioni e sospetti. Mi è calata, sì. Ci vedo meno da entrambi gli occhi. Niente di grave, ma sì, qualcosa è cambiato. La signora della mutua le sue gocce se le può pure tenere. Magari ci allunga il Vagisil. E ci si idrata quelchedicoìo.

Ora ho un paio di occhiali nuovi. Insomma, le lenti sono nuove. La montatura no. Ho evitato una spesa inutile, dai. Ho pur sempre una famiglia monopersona da mantenere (cioè me stesso). E poco fa mi sono affacciato dal terrazzo di casa, qui dalla mia singola piazzata nella periferia-ma-non-troppo della Metropoli a Gas. Mi sono guardato intorno. Il mondo è cambiato. Ora è in HD. Lo vedo in alta definizione. E mi domando perché cazzo abbiano tolto proprio adesso il manifesto col culo di Belen da davanti il portone. Avrei accettato anche quello dell’Esselunga con le prugne in offerta. E invece, dico io, proprio la faccia da pirla di Maroni mi ci dovevano mettere?!

Servizio pubico

11 gen

Giro di rito su Twitter e Facebook. Tutti a parlare di Santoro, Travaglio e Berlusconi. Io stasera, da vero giornalista professionista, mi sono guardato l’ultima puntata di Homeland. E stodappascià.

Il mio regalo di Natale

10 gen

Ho saputo cose che si sapevano già, ma saperle ancora nuoce gravemente alla salute. Mentale. La mia. La Baia delle Zanzare, la città in cui sono nato e in cui ho vissuto per oltre ventotto anni, vive di fumo. Io, invece, vivo di fumetti. Siamo troppo diversi per poter continuare a fingere di star bene insieme. Prima o poi uno dei due si farebbe male. Non è amore questo. Non uno di quelli puliti, sani. Lei si è scelta i suoi re. Ha scelto di essere plebea tra patrizi dediti soltanto ai loro porci comodi. Ha scelto di diventare lo specchio salmastro della solita Italietta, dove tutto si aggiusta con una parola infilata nel buco più adatto. Le supposte verbali raggiungono sempre il compromesso. E compromettono noi.

La mia Baia delle Zanzare è l’emblema della provincia. Della piccola provincia, pur non essendo poi così piccola. Per le sue vie qualcuno si finge metropolitano, cosmopolita. Ma l’abito non fa il monaco. Tutt’al più il fighetto, il bello senz’anima. Tutt’al più. Mentre sono in atto faide tra pseudo-imprenditori, la politica vigente è quella del sottobanco, e la stampa locale si ritrova a fare eco allo schifo. Uno schifo vestito a festa.

Io non sono un eroe armato di penna e tastiera. Non sono l’aggiustatutto del pressapochismo imperante. Sapere che la mia vita, ormai, è lontana da tutto questo mi dà sollievo. Mi fa star bene. E’ il mio regalo di Natale. Anche se in ritardo.

Sono una persona di un certo spessore (2)

9 gen

..Ma la cronaca nera snellisce?!

Sono una persona di un certo spessore

8 gen

Mi stringe il braccio e mi fa: Come sei muscoloso!
E’ il pandoro,
rispondo io. Non sapeva più dove depositarsi..

Ecco come sono ridotto. Altroché Pumba e Re Leone. Sembra che me so’ magnato tutta la savana. Devo assolutamente correre ai ripari. Oggi a pranzo spaghetti in bianco. E una mela. Farò così per almeno tre giorni. Forse la smetterò di darmi del voi ogni volta che passo davanti allo specchio. E non in segno di riverenza e rispetto, ma perché sono diventato così rotondo che faccio per due, e in fondo trovo preferibile prendere le distanze da me stesso. La prossima volta che una collega mi stringe il braccio voglio farle trovare un bicipite. Non l’uvetta, cazzo.

Non ditelo a Freud

5 gen

Ero in una stanza del cazzo, in compagnia di nonricordochì. Sembrava una scuola, tant’è che non avevo una scrivania ma un banco. Ma sapevo, io lo sapevo di essere in redazione. Appena arrivato mi hanno messo pressione. Stavo col giubbotto, non avevo avuto nemmeno il tempo di toglierlo. Mi sono messo subito a lavorare, con minacce che venivano direttamente dalla porta alle mie spalle. Tu lo sai, KronaKus, lo sai. Se ti vedo fermo lo sai cosa ti succede.

Appena ho avuto un attimo per alzare la testa ho preso in mano un pacco di Pavesini. Dovevo pur mettere qualcosa sotto i denti. Ma non so quella confezione da quanto tempo fosse aperta. Ne ho mangiato uno, poi mi sono accorto che c’erano dei depositi verdognoli. Era muffa. E il motivo è semplice: qualche giorno prima li avevo cominciati, ma non li avevo finiti. Non c’era tempo!! Sul banco-scrivania avevo pure due mozzarelle spuntate da chissà dove, da mettere in frigo prima di far fare loro la stessa fine di quei poveri biscotti gialli. Ma poi mi sono svegliato. Non saprò mai se la mia ansia da prestazione (lavorativa, eh) mi ha messo sulla coscienza anche quella coppia di latticini. Lunedì farò la conta delle vittime.

And so this is vintage

23 dic

Ho chiesto a mia madre cosa regalare a mio padre. Ho chiesto a mio padre cosa regalare a mia madre. Il risultato è che ho le stesse idee del Natale ’56.

Questo post è la fine del mondo (3)

21 dic

Diciassette minuti dopo mezzanotte. E sono ancora vivo.

Sento puzza di bufala.

+6

19 dic

Anni. Sì, come no. Sarebbe stato bello. Anche se a dirla tutta me ne sarebbe bastato uno. Un anno pieno di contratto. Invece mi è stato concesso un anno dimezzato, un po’ come quel famoso Visconte diviso a metà. Non è più tempo di nobiltà, se non per quella d’animo. Che bisogna saper mantenere integra a dispetto delle circostanze. Ma io sono contento, molto contento. Mi hanno concesso altri sei mesi di lavoro, che oggi è oro che luccica, Ferrara che cola. Poi – mi han detto – vedremo il budget e blablablà. Il futuro è tutto da vedere. Il presente, invece, è fatto di riconferme sudate su montagne di pagine da scrivere e coordinare. Di traguardi raggiunti in anticipo nonostante il vento contro. Di rivincite, soprattutto con se stessi. Dal canto suo, il passato è della stessa materia dell’incomprensione. Dei tempi saturi, pieni fino a scoppiare, da organizzare come meglio si può. Degli orologi impazziti da sincronizzare. Delle parole da sputare fuori come una macchina del gelato a cui si è rotto il tasto off. Ora so che passerò un buon Natale. Anche se penserò inevitabilmente ai pezzi persi per strada. Ai colleghi che hanno preso altre strade, per scelta o per condizione. Perché la nobiltà, dicevo, è tutta un’altra cosa.

Level 2

19 dic

Ultimamente i miei hanno ripreso un po’ a litigare. A volte gli capita. Come fosse sport, un’attività fisica che tempra il fisico e rallenta gli effetti dell’invecchiamento. Ognuno si mantiene giovane come può. La cosa buffa è che con me a debita distanza le cose solitamente vanno meglio. Ma ogni tanto la vena si chiude, e allora e uno e due e tre e quattro. Anche se da cinque mesi sono lontano da casa, qui nella Metropoli a Gas a terminare il mio primo contratto da redattore. Ma l’aerobica del bisticcio riprende forma all’improvviso. Step by step. Da oggi, però, hanno un motivo in più per fare pace. E per una volta è merito mio, a prescindere da quanto stia distante. Il segreto è la notizia, fresca fresca di giornata. Cioè che dovranno assolutamente essere in pace tra loro per il prossimo anniversario di matrimonio. Il 29 giugno 2013. Certo, ancora c’è tempo, ma è meglio giocare d’anticipo. Quello sarà un giorno importante. Una doppia celebrazione. Loro festeggeranno i trentatré anni insieme (oh, Cristo!). E io la fine del mio secondo contratto.

Sì, me l’hanno rinnovato!

Da consumarmi preferibilmente entro il (2)

17 dic

Stamattina. Ero ancora mezzo nudo quando mi hanno telefonato per avvisarmi dei pinguini che avrei trovato in redazione. Sentirmi dire di portarmi un secondo maglione per il freddo che avrei patito non è stato proprio il modo migliore per svegliarmi. Soprattutto perché ero appena uscito dalla doccia, mi dovevo ancora vestire e, diciamolo, non è propriamente Ferragosto. Senza contare che davanti a me vedo finalmente una luce (di Natale) in fondo al tunnel, e la mia voglia di andare a lavoro, oggi, era pari alla simpatia che gli esodati provano per la Fornero. Così al telefono ho sentito come un brivido doppio lungo la schiena. D’altronde in redazione era finito il gasolio, e questo poteva significare soltanto una cosa. Niente riscaldamento.

Ok, il mio contratto è al capolinea. Ma non mi aspettavo il trasferimento in Groenlandia così da un momento all’altro. E ok, l’ho paragonato a uno yogurt in scadenza, ma non c’era bisogno di mettere lui (e tutto me stesso) dentro una sorta di cella frigorifera.

Per tutta la mattina ho premuto i tasti del Mac a trecento all’ora, per non ritrovarmi dieci polaretti al gusto carne al posto delle dita. Poi il pranzo aziendale pre-natalizio. La direttrice ci ha offerto un pasto caldo nel suo solito locale di fiducia. Il tutto innaffiato con vino e champagne finale (nella Metropoli a Gas hanno strani irrigatori a forma di damigiana). A un certo punto il freddo accumulato in redazione era sparito. Non tanto perché in quel bar c’era un impianto di riscaldamento funzionante, ma probabilmente per l’alcol ingurgitato. Tanto la prospettiva era quella di tornare al volo in redazione per poi andare a casa presto, per non ammalarci proprio adesso che stanno per cominciare le feste. Abbiamo brindato. Chi al Natale. Chi al suo nuovo inizio. Chi ai Maya. E io lì, con il mio calice in mano. A dire cin cin per un contratto che non c’è, ma che se ci fosse mi farebbe passare un buon Natale. Senza dovermi organizzare un nuovo inizio. E senza costringermi a credere che i Maya, in fondo, avessero ragione in pieno. Perché venerdì questo mio mondo di parole e dita congelate potrebbe finire davvero.

Da consumarmi preferibilmente entro il

16 dic

Sono un giornalista con contratto yogurt. Mi scade in settimana. Vediamo di fare un attimo di spesa, eh.

Il pupazzo di neve non si mangia (2)

14 dic

Ho messo la camicia per gniente. Ma gniente gniente. Gli uomini che stanno sopra di me (non è come sembra) hanno visto due fiocchi di neve e hanno deciso di non scendere. E’ che si sa, la neve se ne frega dei contratti in scadenza. E allora eccoci qua, ad aspettare ancora. E ancora. E ancora. Oggi non si è deciso un bel gniente. Tutto rimandato alla prossima settimana. Di ‘sto passo il contratto me lo metteranno sotto l’albero. Meglio così. Almeno posso aspettarmi grandi cose. Perché a Natale, si sa, siamo tutti più buoni. E giusto quelli mi piacerebbe avere. Proprio quelli. I buoni. Quelli che fanno tanto figo quando al supermercato la cassiera ti chiede: Contanti o bancomat? E tu: Eh no, dolcezza. Ho i buoni, io! Li voglio, cazzo. Così evito di cucinarmi gli spaghetti al basilico all’una e un quarto della notte, come l’ultima volta. Che poi a mezzogiorno mi arriva in stanza la Cacciatrice di Pixel, a intimarmi di andare fuori a mangiare una pizza con lei e gli altri colleghi. E io mi ritrovo ad andarci con la neve e tutto, le scarpe rotte come la Befana e quella voglia di spaghetti rimasta sul gozzo dalla sera prima. Poi, visto il pranzo in esterna, finisce che li dimentico nel frigo della redazione, e che me li devo far riportare a casa da una collega gentilissima che passa dalle mie parti, per far sì che non marciscano durante il weekend (tratto da una storia vera).

Ripenso al ristorante, al momento in cui bisogna pagare. Gli altri coi buoni, io con i contanti (per una pizza e una birra il bancomat mi sembra eccessivo). In testa il terrore che possa andare così per tutto un altro anno. Che i buoni restino un’incognita. Un po’ come il nuovo contratto.

Mi hanno detto di non pensarci. Che è così che va. Che i capi fanno il bello e il cattivo tempo. A lasciarmi perplesso è proprio il fatto che il cattivo tempo li spaventi così. Peggio per loro, non mi vedranno mai con la camicia. Io un’altra nell’armadio non ce l’ho ho. E questa già puzza di sudore.

Il pupazzo di neve non si mangia

14 dic

Ritrovarsi le macchine bianche e non accorgersi di nulla. Ritrovarsi che è mezzanotte e qualcosa, e accorgersi di poco o nulla. Ritrovarsi a essere soltanto un numero, e non accorgersi di nulla. Ritrovarsi a smettere, a smettere di ritrovarsi. E non accorgersi di nulla.

La neve bianca scende per coprire il grigio. Diamo la colpa alla città, ma no, non è Milano. Siamo noi ad aver perso i colori. E non è stato Dio a sbagliare candeggio. Siamo lo specchio della nostra pochezza, l’espressione di una vana forma di disumana umanità. Siamo piccioni in attesa di un pane stantìo. Le brioches se le terranno per loro. Tutt’al più, diranno, che mangino la neve.

Tra poche ore sarà il mio Maya-Day, quello in cui saprò se c’è ancora un contratto per me. Io so di aver fatto il mio dovere. Me ne sto qua, con l’orgoglio in una mano e la dignità nell’altra. E non ho nemmeno un po’ di ansia.

(A)caro amico ti scrivo

13 dic

Così mi distraggo un po’. Che questo mese ho lavorato come un mulo, come una bestia da soma. Ho battuto il record di pagine seguite da me (e le ho acchiappate tutte!). Ben 38 (versione di quasi mezza età del noto ragazzino dei cartoon), se si conta anche l’immancabile pezzo sui supereroi fuori dalla mia sezione. E ce l’ho fatta, per Dio. Ce l’ho fatta. Mi sono impegnato parecchio. Sono stato così impegnato che non ho più avuto tempo per pulire la mia stanza. Ora c’è così tanta polvere che gli acari ne hanno preso possesso, e stanno per mandarmi lo sfratto esecutivo. Mi vogliono fuori dai coglioni, capite? Come fosse casa loro. Ah, cari acari miei, voi non sapete con chi avete a che fare. Con il lavoro le acque si sono calmate. Diciamo che siamo già in defaticamento pre-natalizio. In realtà c’è più fermento di prima, perché siamo (quasi) tutti in scadenza di contratto, e le sorti di qualcuno potrebbero cambiare di colpo. Ma mi sento più libero. Sto riprendendo possesso del mio tempo, che è la cosa più preziosa che ho. Dopo Jenny, certo. E allora è deciso. Mi farò prestare il finto-Kirby dai coinquilini e li aspirerò tutti, quegli acari del cazzo. Meglio: darò fuoco alle polveri.Vedremo chi sfratterà chi.

Ciao. Io sono Jenny. KronaKus mi ama ogni notte.

«Ciao. Io sono Jenny. KronaKus mi ama ogni notte.»

La mia apocalisse

13 dic

Venerdì. Dico solo questo. Venerdì. Domani. Dico solo questo. Domani. Il mio giorno del giudizio. Ho i miei Maya personali, io. E dato che sto loro sul cazzo hanno deciso di anticipare le cose. Per me. Per me e basta. Così, ad personam. Come una legge del Pdl. Venerdì, cioè domani, conoscerò la mia sorte. Saprò se il mio prossimo anno sarà intenso oppure sabbatico, pieno oppure vuoto. Insomma, se lavorerò oppure no. Il mio contratto è come uno yogurt che cambia colore. Sta per scadere. E del doman non v’è certezza.  I miei Maya lo sanno. Così domani sarà la mia apocalisse. La fine del mondo, la fine di un mondo. Che poi è sempre l’inizio di un altro. A fare la differenza saranno gli zeri sul conto in banca.

Ghost’s writer

7 dic

Sant’Ambrogio. Il patrono degli stacanovisti. Mentre Milano sonnecchiava tra i neon natalizi e sotto la prima nevicata di un inverno già piuttosto gelido, io me ne sono stato in redazione. Un privilegiato. Come sempre. Fortunato. Fortunatissimo. Qua si festeggia il patrono. E io lavoro. E niente neon. E niente neve. E niente gelo. E niente uncazzodiniente. Cosa voglio di più? Una flebo va benissimo, grazie.

Stamattina per andare a lavoro ho attraversato qualche viale. Per fortuna tra la stanza che ho preso in affitto e la redazione sono soltanto venti minuti di strada. Ho preso il tram, come mi capita spesso ultimamente. Senza pagare il biglietto, ovvio. Eh oh, so’ pprecario, io. Ma appena vedo salire uno che assomiglia anche solo vagamente all’ombra del trisnonno del ricordo dell’ologramma di un controllore scendo. E il resto del tragitto me lo faccio a piedi. Stamattina ho visto venir dentro uno col giubbotto blu (per me i controllori sono tutti così), e mi son detto non si sa mai. Così sono sceso. In giro non c’era nessuno. Solo io e un pallido sole. Neppure gli alberi sono riusciti a farmi compagnia, potati per le feste proprio nell’ultima settimana. O forse era la scorsa, ormai ho perso il conto. Milano città fantasma, sì. Proprio come quei fantasmi che ho provato a intervistare nell’ultimo periodo. Contatti impossibili, cinguettii improbabili da ricercare su Twitter. Eh sì, io sono quello delle interviste agli spettri. Signor Casper, lei ha qualcosa da dichiarare?!

casperFUCK

Amen.

Modus (soprav)vivendi

6 dic

Dai, che la fine è vicina. No,Maya, non rompete i coglioni. Sto parlando del numero doppio.

keep-calm-and-call-batman-441

(Circa dieci ore fa la mia caposervizio ha pubblicato su Facebook qualcosa di simile, e ben più calzante. Me ne sono accorto da poco. Bene. Almeno in redazione c’è sintonia.)

Se il sabato si lavora io dico «a me mi»

1 dic

Sabato mattina. In redazione. Una cosa molto pericolosa. No, dopo una settimana di lavoro intensa come quella che sta per chiudersi non è proprio il caso di infierire anche il sabato mattina. Non è mancanza di voglia, ma di presenza mentale. Assenza, più che altro. Incapacità di concentrazione, con le facoltà intellettive spremute già all’osso. Poi chissà cosa potrebbe succedere. Chissà quali sviste. Chissà quali cazzate potrebbero finire in pagina. No, non è proprio il caso. Potrei sbagliare di tutto. Tipo scambiare I signori della fuga con I signori della figa. Che beati loro, sì. Ma a me mi licenziano.

Nel mirino di Mickey Mouse

15 nov

Contr’ordine. Io non sono nerd. Io sono l’ultimo dei nerd. Un vero nerd non sarebbe mai stato cazziato dal mito dei miti, il personaggio dei personaggi, il capostipite di tutti gli eroi del nostro immaginario. La Disney si è impuntata: il titolo che ho scritto proprio non le va giù. Non le piace. E insiste. Acciderbolina. Topolino mi odia. Nemmeno gli avessi rubato la topa. Come se non si sapesse che Minnie in realtà è un trans (chiedete a Marrazzo, lui ne sa qualcosa). E che colpa ho io se non gli funziona più il Pippo (e la cosa lo rende moooolto nervoso)?. Ecco l’ho detto. Ora m’inseguirà. Mi perseguiterà. Datemi asilo politico, vi prego. Chiamate Winnie the Pooh (noto sassofonista di una storica band italiana) con il suo miele esplosivo. Peter Pan, pensaci tu. Fagli sniffare un po’ della tua polvere magica. Chissà che non voli via da un’altra parte.

Fate qualcosa, vi prego!

Ok, ok. Ho bluffato. Minnie è una vera topolina. Cento per cento. Ma io non ho fatto niente, giuro. Lo vedrete quando partorirà un coso col becco, di chi è la colpa di tutto. Po*ssca pupa*xaaa!!

Jiro di bozze

14 nov

Ieri. Giro di bozze. Ho fatto presente che American Dad! si scrive con il punto esclamativo finale. Che Selene, la protagonista di Underworld, non è un personaggio Marvel, ma è dopo il successo del film che ne han fatto un fumetto. Poi ho corretto il tiro sull’identità del cattivo di Kung Fu Panda 2. Altro che serpente, Shen è un pavone!

Però così facendo gioco contro me stesso. E perdo. Puntualmente perdo. Ormai non ho più scampo. Qua dentro c’è chi mi batte, e a mani basse, ma sono ufficialmente io il nerd della redazione. Anche se nego. Talmente nerd che ho nascosto qualcosa di nerdoso anche nel titolo di questo post. Il primo che indovina a cosa mi riferisco vince un Uomo che cammina di Peluche.

Questa foto è fuorviante. Ma va bene così. E poi è una discreta sintesi visiva di quanto ho appena scritto. Quindi sshhh.

Requiem for a job

11 nov

Dicono che il nostro mestiere stia morendo. Sì, io lo chiamo mestiere, anche se i dotti preferiscono definirla una professione. No. E’ vero, serve cultura, una preparazione teorica. Me l’hanno insegnato a scuola, ma io non c’ho mai creduto. Ho sempre pensato che la definizione fosse giusta, ma riduttiva. Mestiere rende meglio l’idea. Dà un senso di bottega. Di artigianato verbale. Di penne che si affinano come coltelli. Piano piano. Limandole pezzo dopo pezzo, dove pezzo sta per articolo. Serve conoscenza, ma anche mano. E man mano la mano si fa. Man mano. Pian piano. Giorno dopo giorno. Senza divagare. Come sto facendo ora. Cribbio. Che cazzo stavo dicendo?!

Vabè.

Dicono che il nostro mestiere stia morendo (ecco). Dicono che un giorno non ci sarà più bisogno di noi giornalisti. Che il cittadino comune andrà in Comune, e capterà le notizie che poi metterà belle belle sul suo blog. Che il cittadino di provincia andrà in Provincia. Che il cittadino della regione andrà in Regione. Che il cittadino andrà allo Stato, vedrà in che stato sta lo Stato e dopo esserci stato tornerà a casa rassegnato e con le coda tra le gambe. Ecco, mi sono perso di nuovo.

Vabè.

E’ un post difficile. Complesso. Non è facile parlare di corriere al capolinea. Ma è più facile simulare un refuso per farvi rendere conto di quanta importanza abbia anche una singola vocale. Che serve gente che le sappia gestire, le vocali. Che faccia questo dalla mattina alla sera, e qualche volta anche dalla sera alla mattina. Qualcuno che lavori di parole e con le parole. Che le limi. Man mano. Pian piano. Giorno dopo giorno. Che siete tutti bravi a dare le notizie, ma in pochi sapete darle nel modo giusto.

Vabè.

Poi ti guardi Studio Aperto. E ti viene viene da buttare questo post nel cestino di WordPress.

Glugluglù

1 nov

Sono stufo di questa società del caffè. Tutti che corrono, mentre le mete invece si allontanano. Tutti presi da una fretta immotivata. Dall’agitazione. Dalla frenesia. Dalle scadenze. Dalle pressioni più o meno fiscali. E dal lavoro. Sì, il lavoro. Quella cosa che un tempo dicevo di non sapere cosa fosse. Ci scherzavo su. Chiedevo se per caso non fosse una cosa da mangiare (sì, già nel primo post!). Di recente, invece, ho scoperto che è qualcosa che da mangiare te lo dà. Che senza di quello o sei figlio di papà (e possibilimente anche di mamma) oppure sei out. Disoccupato e senza money. Condannato dalla società del caffè a dormire alla stazione Lambrate dentro a un sacco. A pelo, se proprio hai uno straccio di buona stella. Altrimenti buonanotte e salutami il generale Inverno. Quello che è alle porte. Spalancate. E fa sempre più corrente.

Sono stanco, sì, di questa società del caffè. Oggi è festa, e anche se sto lavorando per me è festa davvero. Perché era da tempo che non mi sentivo così, che non sentivo le parole fluire fuori con questa leggerezza. Con questa facilità. In teoria oggi è vacanza, ma in pratica mi sto portando avanti con alcuni pezzi per evitare che domani mi dicano che no, non posso farmi la mia trasferta di lavoro a Lucca Comics. Un piccolo sogno. Andare nella capitale italiana del fumetto con un incarico preciso (più o meno) e una promessa di fondo. Il rimborso di tutte le spese. Speriamo bene. E m’incazzerei se all’ultimo momento non potessi andarci per via della chiusura ormai imminente del prossimo numero. Così mi avvantaggio. E lo sto facendo alla grande. Partorisco pezzi, e senza il benché minimo travaglio. Lo stesso dicasi per questo post, che sto scrivendo come se stessi bevendo acqua di sorgente. Glugluglù.

Sarà che oggi sono libero, e che per questo ho la mente più sgombra. Sarà che non ho la mia ventiquattrore al collo, ma ventiquattr’ore sul palmo della mano da gestire finalmente come se fosse roba mia. Stamattina, poi, mi sono fatto un tè verde. Non succedeva da una vita. E quell’intruglio portentoso, si sa, mi ha sempre dato una gran carica. Senza agitarmi. Senza mettermi addosso un senso di fretta. Ecco. Per le primarie dell’umanità che lavora propongo l’instaurazione di una nuova civiltà. Addio società del caffè. I tempi sono maturi. Ora tocca alla società del tè verde. Votatelo. Che è buono qui, è buono qui. E dove cazzo vi pare.

Questo post è la fine del mondo (2)

29 ott

Sto impaginando un pezzo sui supereroi. Un pezzo mio. Nel senso di fatto da me. Scritto per lavoro. Per un giornale. Un giornale di carta. Adesso. Proprio adesso.

Non svegliatemi. Potrei addentarvi la carotide.

Questo post è la fine del mondo

26 ott

In redazione sono diventato l’addetto ai supereroi. Ma anche ai robottoni giapponesi. E alle apocalissi. Tocca sempre a me. Che si scriva di The Avengers, di Mazinga, oppure di documentari sulla fine dei tempi. Passare per nerd mi sta bene, e in fondo negarlo sarebbe un po’ come mentire a me stesso. E’ l’ultima parte che mi preoccupa un po’, e non me la so proprio spiegare. Sarà perché il mio modo di scrivere è la fine del mondo? O più semplicemente perché dietro questo puppet albino si nasconde una fottuta faccia da Maya?!

Politically uncorrect

25 ott

E i sogni non contano più. Qua siamo tutti pollastri da spennare. Qualche volta, poi, capita pure che si lavori. Ma solo qualche volta, eh. Si lavora così, come pennuti in batteria. Il tacchino glugluglù, il gallo co.co.prò. E il pulcino Pio, il pulcino Pio.

Però è tutta colpa nostra. Dovremmo accontentarci, noi. Siamo macchine, mica anime infilate dentro dei corpi. Siamo giovanotti da codice binario. O così o Pomì. E vaffanculo ai sogni. Che no, non contano più un cazzo. Non più di certi contratti. Patti col diavolo, in un sistema in cui i ministri di mestiere fanno gli ammazza-speranze. Certe parole sono prive di rispetto. E certa gente è buona soltanto a fare manovre. Tutte rigorosamente contromano.

Questo post è troppo lungo

24 ott

Ci chiedono testi sempre più corti. Zac. Zac. Addio segni verbali. Ne resterà soltanto uno. Il capolettera. Forse.

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