Archivio | febbraio, 2012

Rossella Urru, la farfalla che non vola più

29 feb

E’ bella pure lei, ma non avendo libellule incastrate nel pube non se la fila nessuno. Vorrei davvero che Rossella diventasse la nuova Belen. Questa libellula è rimasta incastrata nel pube algerino. E’ successo quattro mesi fa. E’ caduta in un brutto retino, ma nessuno ha mosso un dito per lei. Tutti presi con altre farfalle, di quelle che solleticano, che provocano dolci pruriti.

Guardatela bene. E’ bella pure lei, anche se non scende dalla scalinata dell’Ariston con uno spacco sub-ascellare. Eppure a Sanremo c’è finita lo stesso, grazie a una comica che sa far ridere ma pure riflettere. Sotto i riflettori c’è tornata anche grazie all’uomo che meglio di tutti sa bucare lo schermo, e che per questo sa anche ricucirlo laddove lui buca la notizia. Geppi e Fiorello hanno contribuito a fare di questo 29 febbraio un giorno davvero speciale. Non perché bisestile, non perché Gioacchino Rossini può festeggiare di nuovo il suo compleanno (come ci ricorda anche Google), ma perché il web ha preso la parola, ha urlato contro gli altri media, ha attirato l’attenzione che ci voleva e come ci voleva. E pure i tiggì hanno rivolto lo sguardo verso altre farfalle.

Oggi è il Rossella Urru Blogging Day. Oggi la tv smette di dormire, almeno per un po’. Oggi non ci parleranno soltanto dei baci con la lingua tra Capitan Schettino e la non-badante che si faceva in nome di una strana Concordia. Per ventiquatt’ore il tubo catodico si ricorderà del ruolo che può ancora giocare. Perché non ci sono soltanto le liberalizzazioni in arrivo, ma anche le liberazioni che non arrivano.

Clicca qui per saperne di più. Saperne di meno non ti servirebbe a niente.

È

28 feb

A forza di lavorare con le parole sono diventato velocissimo. Me lo fanno notare tutti. Dai capi, che non ho mai conosciuto (sarà forse per questo che me lo dicono?!), agli amici che ancora non ci credono, data la mia lentezza cronica. Eppure è così. Sono diventato talmente scattante nello scrivere che ho un nuovo soprannome. Rapido Pen. Spero con la e aperta.

Non smetterò mai di dare soprannomi

24 feb

Se sono quello che sono lo devo al sangue che mi hanno messo dentro. Se faccio quello che faccio è anche perché qualcuno mi ha dato un certo impulso genetico. Se sono portato per le parole è perché c’è chi prima di me lo era altrettanto. Mia nonna, per esempio. Lei era un’inserviente come tante, una donna tutta casa e ospedale che ha cresciuto tre figli dopo essere rimasta vedova troppo presto. Il suo rapporto con le cose scritte era puro diletto, puro svago, puro interesse, pura scoperta. E aveva sempre un soprannome per tutti. Uno pseudonimo, un nickname, persino per i miei amici. Per etichettarli le bastava vederli una volta. Faceva leva se un segno particolare e il gioco era fatto.

Oggi mia nonna se n’è andata. E proprio oggi ho capito che se mangio con le parole è soprattutto grazie alla sua impronta. E che se KronaKus esiste è perché ho ereditato da lei l’attitudine a soprannominare, il cinismo che fa sorridere e a volte indignare, la voglia di analizzare e di criticare. Se sono quello che sono lo devo anche al sangue che mi ha messo dentro lei.

La rivincita del bianco

17 feb

PendolareConLePalleGirate è online

PendolareConLePalleGirate: Lavori domattina?

KronaKus: Sì, domani sì. Anche se è strano. Io di solito ho da fare di notte. Ma mi hanno detto di tenermi all’erta, e così..

PendolareConLePalleGirate: E come ti sposti?

KronaKus: Non mi sposto.

PendolareConLePalleGirate: Non ti sposti?!

KronaKus: No. Io lavoro da casa.

PendolareConLePalleGirate: Sti cazzi.

PendolareConLePalleGirate è offline

Sarà per questo che non capisco, perché sono un cronistello provinciale che non vede oltre il proprio naso. E dire che ce l’ho lungo. Il naso. Sarà per questo che mi sento di nuovo dentro questa mia bolla, ad ascoltare e leggere le parole degli altri, e a non sapermici specchiare nemmeno se mi sforzo.

Tutti a parlare di disagi e inconvenienti, a dire nero mentre io vedo bianco. Ed è bianco davvero, così pieno di tutta questa neve. Ma loro no. Loro dipingono un’Italia scura. Bloccata, con la paresi alle gomme termiche, senza più matite per disegnare le giornate. Sarà per questo che non capisco, perché io lavoro da casa, e negli abbondanti ritagli di tempo mi sono fatto lunghe passeggiate controvento e controfiocco, sotto le tormente più tormentate. Io me la sono goduta questa cazzo di neve.

Ligi al dovere, i giornalisti del Belpaese hanno descritto un Brutpaese sotto la morsa del freddo e del gelo. E ancora oggi continuano a speculare su questa polvere bianca, come fosse la peggior droga, come se non fosse tutta natura. I miei colleghi hanno fatto il loro compitino, a raccontare per filo e per segno tutto quello che non andava nel bel mezzo di quel manto candido. E hanno fatto bene. Ma non ho sentito nessuno dire quanto è bello vedere il cielo riflettersi sulla terra, con le notti illuminate a giorno da un asfalto alla Michael Jackson. Tutto si è fermato per un po’, come dentro una parentesi tonda. Siamo noi i velocisti fuori tempo. La neve non è che un piede calzato a forza sul freno più bello.

E poi ha i suoi vantaggi.

Il (ripro)posto fisso

9 feb

Il (ripro)posto fisso

 

Stavo per scrivere (de)posto, ma non c’avrebbe creduto nessuno.

 

Nella notte dei tre euro al pezzo

8 feb

Nella notte dei tre euro al pezzo senti che il tuo tempo è come un pc del ’98. Svalutato.
Nella notte dei tre euro al pezzo senti che il tuo lavoro ha lo stesso rango di un hobby generoso. Ti appaga, forse ti paga. Ma con molta timidezza.
Nella notte dei tre euro al pezzo ti sembra di fare il fornaio, e almeno questa è una bellissima sensazione. Ti pare di sfornare delle pizze farcite da far invidia alla migliore delle pale da forno della città. Sono lì, pronte da vendere. Tre euro al pezzo.
Nella notte dei tre euro al pezzo senti un freddo che più freddo non si può, e ti viene voglia di vendere la neve agli eschimesi. Avrebbe comunque più senso di questo scribacchiare sottopagato, e quantomeno potresti approfittarne per riaccompagnare a casa il pinguino che si è stabilito nel tuo salotto ormai da giorni.
Nella notte dei tre euro al pezzo ne fai tre. E fanno nove verdoni. Ma poi pensi che in realtà sono diciotto, perché nove ne hai guadagnati, ma altrettanti ne hai risparmiati stando di fronte a un computer, evitando di sprecare le tue lancette andando al cinema con un amico e poi facendoti una birra (piccola, che sennò chi la paga?!).
Nella notte dei tre euro al pezzo ritrovi il gusto di leggere, perché appena finito hai la testa che ancora fuma, ed è recettiva come uno Spongebob un po’ meno scemo. Il gusto di scrivere invece è già uscito di casa, nudo e con solo tre euro lordi in tasca. In cerca di un nuovo perché, da trovare chissà dove.

Rocco e i suoi fratelli

6 feb

Un certo Siffredi sta schiattando d’invidia. Lui a trenta in così poco tempo non è mai arrivato, di certo non a trenta amplessi. E mai con una pecora, al massimo con una pecorina. D’altronde lui si chiama soltanto Rocco. Randy invece è un montone. Quando il nome è anche un programma.

La solitudine dei primi

2 feb

Un tempo c’erano i pacchi bomba. Erano improvvisi e,  soprattutto, molto molto pericolosi. Oggi le poste si sono trasformate in sottospecie di banche, e chi scrive a qualcuno lo fa quasi sempre in bit. E’ l’epoca delle missive virtuali. Il tempo delle mail bomba.

Le mie non sono poi tanto improvvise, anzi, ormai me le aspetto proprio. Pericolose invece lo sono, soprattutto per i nervi. L’assurdità di certe parole mi rimbomba dentro, e mi ricorda come io sia nato nell’epoca sbagliata. Una in cui chi lavora non viene pagato né in denaro né in rispetto. Ci sono testate da prendere a testate, che ti danno tre euro al pezzo (lordi, s’intende) e pretendono l’inverosimile. Oltre il danno, la beffa. I redattori ti scrivono in casella, a te come a tutti gli altri collaboratori, per ricordarti quanto sei idiota. E per dimostrarti quanto lo sono soprattutto loro.

Scrivi. Impagini. Tagli le foto e le carichi nel server. Titoli. Fai i sommari. Metti le didascalie. Controlli se hai rispettato le regole SEO. Ti accorgi che qualcosa non va. Riscrivi. Reimpagini. Tagli le foto e poi passi alle vene. Fai tutto questo e ti accorgi che è già passata più di un’ora. Ma la consapevolezza che fa più male è quella di aver sprecato tutto questo tempo per una cifra che ti ripagherà sì e no della corrente consumata, delle suole logorate sbattendo i piedi dal nervoso e dell’usura dei polpastrelli. Tic tic tic. Mai visto un simile spreco di cellule morte su una tastiera.

Poi ti rilassi. E’ notte, perciò ti rilassi. E’ un tuo diritto rilassarti almeno la notte. Prima di addormentarti, però, controlli le mail. Ormai è una prassi consolidata. Dare un’occhiata alla posta è spesso l’ultima cosa che fai ogni giorno, ma anche la prima del dì che segue. E trovi lei, la mail bomba del solito redattore, lui e lui soltanto, che quasi ogni notte tedia tutti i collaboratori con rimproveri e minacce neanche tanto velate. Avvertimenti, moniti, ultimatum. Io non so esattamente con che capre abbia a che fare, ma di certo lui è il pastore più rompicoglioni che abbia mai visto. E’ il primo tra noi poveri coglioni, nel senso che è il capo (sigh!), uno dei nostri superiori prima della direzione. Un dispensatore di accuse rivolte a chi percepisce soltanto tre euro a botta e non ne percepisce il motivo. Me lo immagino davanti al suo schermo, alle tre della notte, a fare un lavoro per cui forse è pure stipendiato (oh, quale privilegio!). Luce blu che si riflette sulle gote scavate, e due occhi tanto tanto spenti. Ma la solitudine dei primi ti porta a dare i numeri. Ti controlli le tasche, e le vedi vuote. L’unica cosa piena è una casella di posta virtuale colma di improbabili accuse rivolte a un gregge legittimamente demotivato. Istruzioni per l’uso che sarebbero pure sensate, se non fossero condite con litri e litri di piccantissima arroganza. E ti vien voglia di rispedire la mail bomba al mittente, sperando che esploda non appena arrivata a destinazione.

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