Archiviato in: Uncategorized | Tag: ambizioni, attualità, blog, diario, finzione, giornalismo, giovani, humor, humour, informazione, internet, ironia, Italia, lavoro, news, notizie, parole, pensieri, praticantato, praticante, praticanti, prospettive, provincialismo, sarcasmo, scritture, scrivere, scuola di giornalismo, sensazioni, stage, stagista, stagisti, studenti, studiare, studio, web
Come dicevo, qui alla scuola di giornalismo le cose sembrano rimaste sostanzialmente immobili. Non fosse per la scomparsa di quella sindrome da Beautiful che ha caratterizzato la prima frazione del biennio, oggi è come se stessi guardando la fotografia dello scorso anno. Ed è facile capire perché: quando c’è da lavorare sono tutti in prima fila, ma quando ci sono lezioni di teoria c’è la diaspora. Gente che non si presenta, gente che se ne va a metà pomeriggio, e gente come me che è rimasta al pc della redazione invece di salire in aula.
Ho preferito lavorare a un’altra mission impossible decisa dal direttore. Questa volta, almeno, si è trattato vagamente di un lavoro giornalistico. Dobbiamo vivisezionare lo storico discorso di Obama al Cairo e farci un articolo. Ovviamente senza copiare da qualche sito.
Noi della scuola siamo studenti, ma solo per modo di dire. Siamo tutti venticinquenni, anno più anno meno, e la nostra unica vera voglia è quella di fare. Produrre. Lavorare (lavorare?). La teoria ci serve solo per quel maledetto esame a fine praticantato (o così pensiamo), come deciso dall’ancora più maledetto Ordine dei giornalisti. Ma già da oggi il nostro sangue pompa solo per l’atto di scoprire e di scrivere delle nostre scoperte. Preferiamo la penna al manuale, l’esercizio alla spiegazione, la bottega ai banchi. Vogliamo armarci d’inchiostro per tirar fuori tutto quello che c’è. All’esame, da veri incoscienti, ci penseremo poi.
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