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Un compito per casa, uno diverso dal solito. Quest’anno il direttore è in vena di esercizietti. Sin da subito si è dilettato ad affidarci una cosetta da fare dopo le lezioni. Milleottocento battute per descrivere qualcosa. Cosa? Quello che ci pare. Anche ieri ci hanno ripetuto che noi giornalisti siamo innanzitutto dei narratori. E il direttore dev’essere di quella stessa scuola (ma guarda un po?!). Così si è inventato questo esercizio al limite della scrittura creativa. Che di giornalistico ha ben poco. Se non uno stimolo a sperimentare tra le infinite possibiità di raccontere quello che vediamo.
Sì, io lo vivo come un esperimento, e pure stimolante. Mi piace l’idea di uscire dal seminato, dai confini di un giornalismo imbastito. Quello stesso giornalismo che c’insegnano in questa scuola, dove la prima cosa è farsi inculcare la giusta forma mentis per fare questo lavoro. A discapito di ogni guizzo di fantasia.
Stavolta è diverso. Questa volta abbiamo carta bianca, ed è proprio questo il bello. Possiamo raccontare qualsiasi cosa, purché inerente con il Paese dei Polpacci. E lo possiamo fare come vogliamo. Bellissimo.
Io mi sono soffermato sulle prime esperienze in questo residence. Sul troppo caldo e il troppo freddo. Sulle connessioni ballerine e sul “vicinato”, vale a dire l’Invasato e un’altra nostra collega, la Schematica, che sta al primo piano.
Proprio loro due sono le persone con cui mi trovo meglio in tutta la scuola. Ci assomigliamo, ma in fondo in fondo siamo anche diversi. E pure parecchio. Ad esempio, entrambi erano perplessi al pensiero di dover scrivere questa cosa. La troppa libertà li ha spaventati, forse. Li preoccupava l’idea di dover scrivere di qualcosa di vero ma anche no (nel senso che alla fine, con un esercizio così, ognuno finisce per raccontare quello che gli pare, anche inventando). E non capivano il senso di tutto questo.
Io lo chiamo il “limite del cronista”, così ancorato alla realtà da non saper vedere niente’altro che quella. E dall’aver bisogno di chissà quale fatto o avvenimento su cui lavorare, di doverlo vedere bene, di doverlo scomporre per poi ricomporlo di fronte a un monitor. Un approccio quasi scientifico che stride con il mio, che sono un inguaribile romantico del racconto e della parola. Che mi basta un termosifone spento per trovare l’ispirazione. E che riempo questo blog di piccole grandi cose prese dalla mia stessa vita. Che scrivo come mi viene. Che faccio il giornalista con loro, ma che qui faccio il blogger sarcastico, il narratore per vie traverse, il cantastorie dal pensiero laterale.
L’Invasato, ieri sera, ha passato ore e ore di fronte al pc per partorire quel testo così poco cronachistico. Così pieno di realtà, ma anche del suo esatto contrario. Io c’ho messo un’oretta, ma solo perché dopo averlo scritto di getto me la sono presa comoda facendo altre cose, concedendomi poi il lusso di rileggerlo tre o quattro volte. Il punto è che io sono più abituato a tutto questo, e il perché è semplice da capire. Io scrivo quotidianamente su questo blog che nemmeno loro due conoscono. Le mie dita sono più allenate al racconto piccolo e ironico. Fatto, appunto, di cose piccole e ironiche. Le stesse con cui riempio queste pagine digitali. Le stesse che ho usato per dar vita a quello scritto, che per loro due ha rappresentato un’impresa titanica (“io ho il piglio del cronista – mi ha detto l’Invasato – questo lavoro non è nelle mie corde”).
Qui le possibilità sono due. O loro si sono irrigiditi troppo a furia di vivere di sola realtà, o sono io il vero narratore. Perché meglio e più di loro so gestire la cosa, e a trecentosessanta gradi. Ma che magari il “piglio del cronista” lo vedo solo col binocolo, lontano dal mio imprinting, lontano dalla mia natura. E questa sarebbe una grossa gatta da pelare.
