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E’ stata una settimana intensa, nonostante lo stage sia finito. Anzi, è stata più intensa dello stage stesso. E questo la dice lunga.
Sono stato assillato da due preoccupazioni non da poco. La prima riguarda i soldi che devo riavere dai miei (ormai ex) coinquilini del Borgo delle Cose Rotonde. La seconda, invece, è l’urgenza di trovare un nuovo alloggio nel Paese dei Polpacci. Perché la prossima settimana si ricomincia, e sono ancora senza un letto. Né un tetto. E io di dormire per strada non ci penso nemmeno.
Il problema della caparra è emerso quando la padrona di casa se n’è uscita con una frase del tutto infelice. E infondata (spero). “Io non ho le caparre di nessuno”, ha detto. E alla luce di queste parole funeree, l’inquilino che doveva entrare al posto mio si è rifiutato di pagarmi. Io, non appena entrato in quella casa, avevo pagato una mensilità in più come cauzione. E chi entra paga la persona che esce. Funziona così, anche se è un sistema che mi dà i nervi. Anche perché sono rimasto per solo due mesi. Mi è sembrato tutto molto inutile, ma quelle erano le regole. E io non sono nessuno per poter pretendere di cambiarle.
Mi domando dove siano finiti quei soldi. La proprietaria ha detto di non averli. I conquilini, l’ho capito da un po’, hanno usato la mia caparra per coprire una quota d’affitto arretrata di quest’estate. Ma resta il fatto che se la signora avesse ancora i soldi dei primi inquilini, il problema non si porrebbe. Il nuovo inquilino, scettico di carattere come lo sono io (e si chiama pure come me… sarà mica il nome?!), non si è fidato di restituirmi i miei soldi. Perché a giorni avrebbero dovuto stipulare un nuovo contratto. E se la simpatica vecchietta si fosse impuntata, avrebbe richiesto la caparra a tutti per firmare la nuova carta. A tutti tranne me, che in ogni caso me ne sono andato per altri lidi. E finché il dubbio non verrà cancellato, io non rivedrò i 267 euro che mi spettano.
Ora io mi domando se sia lei ad avere poca memoria e ad aver creato questo inutile casino, oppure se i coinquilini abbiano fatto qualche giochetto di cui non sono a conoscenza. Resta il fatto che i conti non tornano. E che i miei soldi devono tornare dritti dritti nelle mie tasche. Assolutamente. Anche perché chi può averli rubati? Lo zio Tom?!
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Avrei bisogno di una siesta. Di staccare. Nell’attesa del secondo e ultimo anno alla scuola di giornalismo, mi vorrei un po’ rilassare. Invece no. Rogne su rogne, tra case e caparre.
Se non mi fanno santo mi ci faccio da solo.
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Alacabula megicabula bididibodidibù
fa la magia tutto quel che vuoi tu
bididibodidibù
Per esempio può far sparire dalla circolazione il Burbero. Che è stato in ferie per due settimane, ma poi è tornato e dopo qualche giorno di velata umanità si è tolto le sue vesti di falso civile e si è di nuovo adeguato ai suoi standard relazionali sul modello troglodita.
“Ma abbiamo ancora uno stagista, in questa redazione?”. Mi cercava. Che tenero!
Mi ha fatto scrivere tre brevi. Anzi due, la terza l’ha dovuta togliere mentre stavo cominciando a scriverla. Poi mi ha dovuto dire qualcos’altro. Quindi mi ha cercato di nuovo.
“..Com’è che si chiama lo stagista?..”, ha chiesto ai suoi vicini di desk. Un po’ sottovoce, per quanto possa parlare sottovoce un energumeno incline al razzismo e all’intolleranza. E’ regolare che io l’abbia sentito anche da distante, e il fatto che nessuno gli abbia risposto non è buon segno. Spero fossero in altre faccende affaccendati. Perché se dopo due mesi non si ricordano il mio nome, o io sono Casper o loro hanno l’alzheimer.
Ma alla fine ha trovato lo stesso un modo carino e gentile per chiamarmi.
“Oh!!”, ha gridato il selvaggio dalla sua giungla tecnologica. Io mi sono voltato, ma lui si era già incamminato verso di me con una bacchetta in mano. Sul mio volto era già comparso un ghigno. Avevo capito che voleva “bacchettarmi” per qualcosa, ma il “come” mi faceva ridere. Anche se in fondo il suo modo di prendere le cose così alla lettera m’inquieta un po’.
La prima breve era sui nuovi autovelox che installeranno sulla statale. L’attacco chiamava per nome i marchingegni in questione, così ho titolato usando un sinonimo. Dispositivo al posto di autovelox.
“Che cazzo è dispositivo? Come si chiama quel dispositivo?”
“Autovelox“, ho risposto sicuro.
“E allora scrivi autovelox!! Perché cazzo scrivi dispositivo?!”
“Perché l’ho messo anche nell’attacco”.
“Ma che cazzo ti frega dell’attacco?!? Ma sei metto a guardare l’attacco?! Un conto è il titolo e un conto è il pezzo!!”.
E un altro conto, ho provato a spiegargli, è che a distanza di una riga, tra titolo e testo, si ripeta per due volte la stessa parola. Una quisquiglia. Niente di rilevante. Niente per cui bacchettare. Niente per cui reagire con aggressività, ma se non fosse stato scontroso di default non avrei avuto motivo di chiamarlo “Burbero”. Niente per cui venire da me con una bacchetta in mano. Appoggiandola, ma molto molto piano, sul mio braccio. Fingendo di colpirmi.
Ma forse quella bacchetta era magica, in realtà. Alacabula megicabula bididibodidibù, fa la magia tutto quel che vuoi tu, bididibodidibù. E oggi posso festeggiare il mio ultimo giorno in questa redazione senza il Burbero tra i piedi, impegnato altrove per impegni sportivi. Lui, nel Borgo delle Cose Rotonde, è un’autorità del pallone, e oggi ha ben altro da fare.
Fiestaaa!
Anche se avrei ben poco da festeggiare. Per il mio pezzo, quello congelato da una settimana neanche fosse un sofficino Findus, è forse partito l’ultimo requiem.
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L’altro stagista: “Almeno questa volta posso dire di aver fatto un lavoro alla fonte…”.
Io: “Più che altro, alla fontanella…”.
Siamo giovani.
Siamo sarcastici.
Siamo autoironici.
Più che i giornalisti dovremmo fare i comici.
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La classe non è acqua, e infatti qui sarebbe meglio darsi al vino. La classe non è acqua, ma non la si può bere per dimenticare. La classe non è acqua, e qui, di sorseggiare un po’ della nostra, pare che nessuno ne abbia davvero voglia.
Io l’ho scampata. Mi hanno messo a pasticciare con le agenzie per quel disgraziato del nostro sito. Disgraziato perché poco aggiornato. Disgraziato perché messo in mano a due stagisti. Ma su questo non sono nella condizione di lamentarmi. Perché non fosse per il sito non saprei proprio come passare il mio tempo in redazione. Facebook a parte.
Io l’ho scampata, dicevo. Ma il mio collega di stage direi proprio di no. A lui è toccato giocare con l’acqua. Perché a noi, il fuoco non lo fanno neanche vedere. L’hanno mandato a “prelevare” quell’antica miscela di idrogeno e ossigeno dalle principali fontane della città. La sede centrale di questo prestigioso quotidiano ha chiesto alle redazioni locali di verificare lo stato di salute dell’acqua pubblica. Il mio collega, bottigliette di plastica alla mano, ha passato il pomeriggio di fontana in fontana. E una volta tornato gli hanno consegnato un kit di strisce e cartine. Niente droga, per fortuna. Era “soltanto” il set del piccolo chimico, per improvvisare seduta stante tutta una serie di analisi sui campioni prelevati.
Lui ha provato a coinvolgere anche me. Non si sentiva troppo sicuro, e lo capisco. Ma per mia fortuna dovevo scrivere il pezzo della vita (l’ennesima cazzatella per il sito), e il caposervizio del web (un ragazzotto poco più grande di me) mi ha rispedito al desk. Loro due, invece, si sono messi a
smanettare fino a sera nel tentativo di raccapezzarci qualcosa. Di capire se quell’acqua fosse santa oppure di fogna. Sembravano due piccoli scienziati pazzi in cerca di chissà quale miracolo.
“Siamo finiti ben al di sotto della soglia della bassa manovalanza”, ha commentato più tardi lo stagista. E come dargli torto? Anche se in fondo lui è stato contento, perché non vedeva l’ora che lo mandassero a lavorare fuori da queste quattro mura. Ed è stato accontentato. Credo che la prossima volta ci penserà due volte prima di esprimere un desiderio.
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Fare interviste mi piace. E lavorarle mi fa sentire come fossi un artigiano della parola. Per questo sono contento che oggi il Fantasma Stonato mi abbia detto di scrivere il pezzo sulla fumettista con cui ho parlato la scorsa settimana. Quando lui era in ferie, e quando il Vice-qualcosa mi aveva dato l’ok per questo articolo che sarebbe dovuto andare in pagina prima del ritorno di quello spettro anacronistico del suo (e del mio) capo. Insomma, prima che tornasse il Fantasma Stonato. Ma niente da fare. Sul giornale non c’è stato abbastanza spazio, e io sto elemosinando ogni giorno (e con scarso successo) uno spazietto per piazzare il mio pezzo prima che me ne vada. Cioè dopodomani, il giorno in cui qua dentro saluterò tutti quanti. E chi si è visto si è visto.
Sì, mi ha detto di buttare giù l’articolo. Ma nemmeno oggi c’è posto per me. Ha già dovuto scartare diverse cose, perciò anche oggi passo il turno.
Meno due alla fine. Speriamo bene.
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Oggi fuori fa freddo, sì, ma meno di ieri. Eppure è stata una giornata da brividi, qui in redazione. Di sensazioni eterogenee, di momenti che dicono tutto e il contrario di tutto.
Stamattina il direttore si è dileguato pochi minuti dopo le 13. Mai visto: lui è uno che la redazione la molla solo se rischia la fame. O la sete. O la peste bubbonica. E già gira voce che ci sia di mezzo una donna. Bene. E se è vero che c’è un amore per tutte le stagioni, spero tanto per lui che nelle sue mutande non sia già calato l’inverno. E che là sotto, a sessantanni suonati (anche se lo stagista gliene dà molti meno), funzioni ancora tutto come si deve. Chissà, magari siamo noi infidi a pensare male, e invece il direttore ha lavorato pure nella pausa pranzo. Magari si è fatto un giro di nera. E ad andare a letto con una donna di colore, io non ci vedo proprio niente di male.
Ma son stati brividi anche per l’altro stagista. Stamattina è arrivato qui in redazione convinto che fosse il giorno del riscatto. Già da ieri aveva fissato, su consenso del Fantasma Stonato, un’intervista a un cantautore di questa città. Lui ama la musica, se si è dato al giornalismo è proprio perché vorrebbe scrivere di musica. Un’utopia. Ma non tutte le utopie vengono per nuocere.
A metà mattinata la doccia fredda: anche il redattore che si occupa della politica aveva espresso l’intenzione di fare la stessa intervista. E guai a scavalcare i cronisti di ruolo. Anche se in effetti è come se il cronista di calcio scrivesse qualcosa sul bilancio comunale. Ok la flessibilità, ma qui ci si spezza!
Siamo andati a pranzo insieme, io e l’altro stagista. Un pranzo magro: il solito baretto, che di solito è ben fornito, è stato preso d’assalto da tanti pinguini incravattati. Del resto è freddo, e io alle coincidenze non credo. E tra una fetta di rosbif e l’altro abbiamo parlato delle nostre aspettative per questo finale di stage. Finale per me, non per lui che resterà fino a metà novembre. Io invece sabato saluto tutti e me ne torno nella mia adorata Baia delle Zanzare. Anche se mi aspetto che le zanzare se ne siano già andate via tutte. (Che poi qualcuno ha mai visto pinguini e zanzare stare sotto lo stesso tetto?!)
Nel pomeriggio la smentita: il redattore del politico ha altre beghe di palazzo da dover gestire, e in fondo non si è attivato davvero per fare quell’intervista al cantautore che per domani rischia di venire bruciata dalla concorrenza. “Grazie della delicatezza, scrivila pure tu – gli ha detto il redattore – Ci mancherebbe!”. E’ stato gentilissimo. E così, salvo scossoni dell’ultimo minuto (so che stai leggendo, tieni quelle mani sulla tastiera!!), questo sarà davvero il suo giorno del riscatto.
Il mio, invece, deve ancora arrivare. “Oggi non c’è spazio – mi ha detto il Fantasma Stonato – vediamo domani”. E la mia intervista slitta ancora. E io, tra pinguini e zanzare (e nebbia ai locali a cui do del tu), finirò per diventare un asso del bob.
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Troppa gente e pochi computer. E- la realt’ di questa redazione, e io mi ritrovo a vagare come un profugo di pc in pc. Ogni volta reinstallando Firefox per navigare senza che mi si blocchi tutto. E per chattare su Facebook. Configurando il browser in modo da non lasciare traccia del passaggio di KronaKus.
Questa volta il periodo delle ferie [ finito davvero. L-altro stagista si [ sistemato in una postazione libera. Io nel frattempo ho girato tra i computer dei redattori in siesta. Saltando da uno all-altro in base alle loro settimane di stop. Torna uno, e via che si cambia. Ma a cinque giorni dalla fine del mio stage, eccomi qua in questo surplus di giornalisti. Senza fissa dimora. E sempre con meno cose da fare. Eh s=, sabato si finisce, e tanti saluti all-ennesimo stage sfalsato. E di dubbia utilit’.
Oggi, poi, mi ritrovo davanti a un computer con la tastiera sballata *ve ne siete accorti__(. Che mi fa certi simboli al posto di altri. Ho provato a reimpostarla, ma non ci sono riuscito. E di usare il codice ascii non ne ho proprio voglia. Almeno per il blog, perch{ quando scrivo articoli sono costretto a rigare dritto. Il cronista che [ in me ha un suo nome e una sua faccia. Invece il blogger [ clandestino.
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Melanzane ripiene, formaggio affumicato, involtini avvolti nelle budella. Qua si parla di cibo, e lo si fa per lavoro. La cultura è anche in cucina. E nel poco spazio che questo giornale riesce a riservare a tutto quello che un tempo occupava la cosiddetta “terza pagina”, si parlerà pure di prelibatezze e di esperimenti ai fornelli peggiori dei miei. (vi ho mai detto che alla scuola di giornalismo mi chiamano “chef”? e vi ho detto che non lo dicono affatto per farmi un complimento??)
E mentre si pensa all’arte culinaria, qua dentro quello con il culo in aria sono io. Con il mio pezzo sospeso in un limbo di cui non vedo l’uscita. In attesa di un misero spazio, anche a pié di pagina, per inserire l’intervista che ho fatto due sere fa di mia iniziativa. E con l’approvazione del Vice-qualcosa. Che mi aveva detto: “Va bene, lo facciamo. Però prima che torni il Fantasma Stonato, che poi lui c’ha la lirica e tutte quelle cazzate lì!”.
Ma ieri non se n’è fatto nulla, e oggi l’essere più anacronistico della storia del giornalismo culturale è tornato dall’ennesima settimana di ferie, con al seguito il suo cellulare e le sue assurde suonerie. Per il mio pezzo, forse, il tempo è già scaduto e non lo voglio ammettere. Né a me stesso né alla fumettista esordiente che ho intervistato. A cui non ho promesso nulla, se non la mia onestà di cronista stagista, vittima quanto lei di un sistema che preferisce dare corda a melanzane ripiene, formaggio affumicato e involtini avvolti nelle budella. Piuttosto che alla creatività di una giovane piena di ironia e di belle intuizioni.
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Topolino è compagno? No, è camerata. Mentre i Puffi sono dei gran socialisti. Eppure i criceti sono comunisti, e lo stesso dicasi per tartarughine e pesci rossi. A differenza dei gatti: quelli sono proprio dei gran paraculo.
E’ quanto emerge da un’indagine demoscopica svolta in questa redazione politicamente varia ed avariata, in seguito a un dibattito fragorante (e per fortuna breve) esploso dopo che la redattrice più schizzata ha tirato fuori dalla sua borsetta una maglietta del Gattocomunista acquistata sul sito del Manifesto. Pronto come sempre il commento sarcastico del direttore, che ha divagato dicendo che il buon Mickey Mouse è un comunista. L’orgoglio destroide è divampato, e il più nero (toh, chi si vede, il Sergente!) ha mostrato il suo dissendo, facendo infervorare la discussione. E alimentando (e prolungando) quella commistione verbale di cartoon ed animali che farebbe impallidire Walt Disney.
(in realtà era l’altra maglietta, ma questa è più rappresentativa..)
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Stamattina il Sergente mi ha fatto l’occhialino. Sono arrivato, mi ha guardato e mi ha strizzato l’occhio. Cioè, ha strizzato il suo mentre guardava me. Ed è una cosa che non è da lui, uomo dai modi duri e rudi e tutti gli altri anagrammi possibili. Per questo, quel saluto che scimmiotta un’intesa che non c’è, è di per sé una notizia. Soprattutto per me che ormai mi ritrovo ad annusare continuamente l’aria, per cercare di capire cosa pensino di me in mezzo a tanta schizofrenia. Anche se potrei fregarmene, dato che sono quasi alla fine. Di già.
Eppure no. E’ lo sprint finale, e potrebbe essere la fase più importante di questo bimestre-farsa. Perché in questi giorni ho preso l’iniziativa, e ho fatto una di quelle proposte che nel loro piccolo possono dare un senso a uno stage iniziato fiacco e che rischia di morire agonizzando.
Ma è ancora presto per parlarne. E’ una cosa su cui non posso ancora mettere la mano sul fuoco. E di scottarmi per niente non ne ho proprio voglia.
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In questo mare di nullafacenza, noi due stagisti abbiamo comunque il nostro salvagente. Un’àncora di salvataggio dalla noia e dalla frustrazione più totale. E’ il sito. Dove due o tre volte al giorno troviamo uno sbocco per scrivere qualcosa. In attesa che verso sera ci venga commissionato un box, o magari una breve, per il giornale del giorno dopo.
E mi viene da ridere. Perché quando avevo chiesto uno stage online sono finito a fare agenzia. E questa volta che dovrei scrivere per un quotidiano, mi ritrovo a lavorare per l’online. Una dolce condanna, certo. E in fondo è un cerchio che si chiude. Mi domando, però, se il prossimo anno sarà il caso di chiedere uno stage in radio per poter finalmente scrivere su un quotidiano.
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Oggi il Sergente è particolarmente euforico. Sarà la scia di sesso verbale lasciata questi giorni in redazione da una sequela di doppi sensi di cui, per pudore o per chissà cos’altro, ho riportato solo un estratto (mentre oggi il redattore più grassottello ha dichiarato che “si farebbe” almeno l’80% delle donne…). Il Sergente gira con la sua maglia a righe blu e panna a impartire ordini a destra e a manca. Ma con garbo. Qualcosa che con me, alcune sere fa, non ha avuto affatto.
Erano le 8 di sera. Ero stanco. Ero proprio fuso. Tutto il giorno di fronte al pc a fare meno di niente. Ma all’improvviso, come sempre verso quell’ora, mi è arrivato un articolo da fare. Un impasto di agenzie, s’intende.
Convinto che ormai fossi diventato più bravo di un panettiere, mi sono messo di buona lena a impastare, appunto, i lanci che mi servivano. Rassicurato anche dal fatto che si trattasse della seconda parte di una vicenda giudiziaria che avevo già seguito pochi giorni prima per il sito di questo stesso giornale.
Risultato: tempi sballati (tipo oggi al posto di ieri) e cariche sfalsate (gip al posto di pm). Oltre a una o due generalizzazioni tra diverse categorie professionali. Con cui, non volendo, avevo attribuito colpe a chi invece era coinvolto nel caso per ragioni simili ma meno dirette e infamanti. Roba da querela, lo so. Roba che si perdona, ma che merita un “cazziatone”.
E l’ho avuto.
Il Sergente non me l’ha mandata a dire. “Le agenzie non le hai proprio lette”. “Questo articolo l’hai fatto a cazzo“. E altre accuse accreditate dal mio pezzo distorto, ma che non corrispondevano di certo al vero. Perché le avevo lette. Male ma le avevo lette. A cervello spento, sì, ma le avevo lette.
Poi il peggio.
Ok gli sbagli. Ok i rimproveri. Mi scoccia ammetterlo, ma quelli erano pure meritati. Però non ho mandato giù quando mi ha chiesto di “rilasciare” il sommarietto di quell’articolo. Il sistema editoriale è fatto di spazi. Un doppio click e cominci a lavorarci. Agli altri quello spazio compare in rosso, perché “in uso” da te. Avevo dimenticato di uscire, così lo spazio del sommario risultava occupato. Come in effetti era.
“Kronakus, mi rilasci quel cazzo di sommario?!, ha detto il sergente con la solita voce ferma, rimarcando in modo particolare l’iniziale di quel sinonimo di fallo. Poi ha aggiunto: “Posso capire l’esperimento, ma…”.
Ma quale esperimento, (sinonimo di fallo)?!
Da quando sono arrivato mi hanno sempre detto di provare a fare pure i titoli dei miei pezzi. Provare, sì, perché quasi sempre trovano un motivo per cambiarmelo. Ma va bene, titolare è difficile, e serve un’esperienza che io ancora non posso avere. Certo, a me sembra che a volte i loro siano peggiori dei miei. Ma in fondo i titoli sono soggettivi. O quasi, dai. A te possono provocare un orgasmo, ma agli altri potrebbero sembrare peggio dell’orticaria. Basta guardare i quotidiani: ogni giorno ognuno dice la sua, e con con parole diverse. Spesso anche con concetti diversi.
I titoli, dunque, li ho sempre fatti. Sin dal primo giorno di stage. Ma evidentemente l’arrogante simil-bulletto non gradisce gli scavalcamenti di potere (i titoli spettano a lui). Non ha tollerato che io abbia provato a titolare, e lo stesso dicasi per il sommario. Ma certo, avrebbe potuto usare un altro tono. Anche se avrebbe comunque fatto la figura del despota che lotta contro soprusi che non esistono, contro una confusione di ruoli che evidentemente ritiene ingiusta. Ma di ingiusto, a mio avviso, c’è stato solo il suo atteggiamento. Contrario a quello dei suoi colleghi che sin dal primo giorno mi hanno messo nella condizione di provarci, e di riprovarci ancora. Magari fallendo, ma tentar non nuove. Ed è sbagliando che s’impara. Mentre le porte in faccia fanno solo incazzare.
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“Siete pronti a vedermi in tenuta da immersione?”, ha detto la redattrice dell’altro giorno. Quella giovane, doppiosensista, e pure autoironica. Si era appena messa un’incerata beige per ripararsi dalla pioggia, dato che stava uscendo in motorino per un servizio nel bel mezzo di una grandinata apocalittica.
Una volta indossata sembrava un sacco della spazzatura un po’ più vintage del normale.
“Più che altro sembri in tenuta lunare!”, gli ha detto il caposervizio dello sport. E in effetti sembrava un’astronauta, pure quello un po’ più vintage del normale. E intanto le aveva scattato una foto, provando poi a ricattarla per scongiurarne la pubblicazione su Facebook.
Poi la reazione top. Il caporedattore è entrato in scena e ha detto: “Nooo! Facciamo un box su di lei!!”.
Quell’uomo vive di lavoro, pure quando scherza. Pazienza. A ognuno la sua malformazione professionale.
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Prima dubitavo che il mio coinquilino fosse gay. Ora dubito che quello stesso coinquilino, appurato che sia davvero omosessuale, ci abbia davvero provato con il mio compagno di stanza. Perché? Perché il mio vicino di letto è un tipo un po’ strano. Dopo un mese e mezzo di convivenza non ho ancora capito che razza di pesce sia. E’ strano, davvero. Non si capisce quando scherzi e quando no.
La sua è un’ironia un po’ spaccona. Sta tutto il giorno davanti alla tv, e non contento accende pure il computer, talvolta sovrapponendo voci e suoni. E davanti a quel catorcio anteguerra che chiama pc, gioca a Metal Slug simulando spari e inveendo contro i pupini armati che gli compaiono sullo schermo.
“Tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu!! Du-du-du-du-du-du-du!! Vie’cch’!! Vie’cch’!! Vie’cch’!!Vie’cch’!!”*
Ma la cosa peggiore è che mostra una certa sufficienza verso l’inquilino gay. Sufficienza ed arroganza. Lo sgrida per le piccole cose, provocandolo dalla mattina alla sera (e quando capita anche dalla sera alla mattina) per motivi futili se non inesistenti.
Credo che prima o poi (forse più prima che poi), uno dei due cambierà casa. E penso che sarà proprio il mio compagno di stanza a farlo. Mi sa che sta già cercando. Sembra un’anima inquieta, con i suoi atteggiamenti strani, il suo modo deviato di essere simpatico, la sua zavorra che puzza di pregiudizio. E non mi stupirei se quella storia degli sms galeotti inviatigli dall’inquilino gay se la fosse inventata di sana pianta per chissà quale perverso sense of humour.
*traduzione in lingua vagamente umana: “Vieni qui!! Vieni qui!! Vieni qui!! Vieni qui!!”
(o almleno credo)
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Oggi non mi tocca nemmeno pensare alle rubriche. Se ne sta occupando l’”uomo della nera”, vittima di una giornata con pochi morti ammazzati di cui scrivere. E si ritrova, così, a dover titolare un testo che parla di messe troppo corte. Ma lui è un uomo di mondo, non ha di certo problemi a fare un titolo così.
“LA MESSA NON E’ UNA SVELTINA”.
Ovviamente non ha avuto il coraggio di scriverlo davvero, ma non si è di certo fatto sfuggire l’occasione di far sapere a tutti come avrebbe voluto titolare quel pezzo. E tutti a ridere.
“Dai, dai, scrivilo!!”, ha esclamato la redattrice dei doppi sensi di prima.
“Ma no! Ma mi licenziano!!”, ha ribattuto lui con la sigaretta in mano e un piede già in terrazza.
“No che non ti licenziano – ha commentato la collega della giudiziaria – Tanto il direttore non farebbe in tempo: leggendo una cosa del genere, schiatterebbe sicuramente prima”.
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Una delle poche donne in redazione ha detto una volgarità che ora mi sfugge. Qualcosa del tipo: “Sotto il tavolo di X c’era sicuramente qualcuno”. E non si riferiva di certo alla donna delle pulizie, ma a qualcun altro che deve aver trovato una valida alternativa alla “scopa”.
“Oddio, il Burbero è entrato in lei!!”, ha gridato un’altra redattrice, approfittando del fatto che il noto simpaticone, sicuro fan del manuale del bon ton letto al contrario (tipo manga, o disco satanico), si è preso ben due settimane di ferie. E ha aggiunto una domanda che di per sé è ben più inquietante dell’ipotesi di possessione sollevata un istante prima: “Ma almeno è stato piacevole?!”.
In fondo perché stupirsi. Questi goliardici giornalisti sono umani pure loro.
O almeno ci provano.
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Non due o tre righe, ma cinque! Son soddisfazioni.
Me la sono cavata con una fotonotizia. Che come dice il nome, prevede una foto. E una notizia. Di cinque righe, secondo gli standard di questo giornale. Come prevedibile ne è venuta fuori una cosa piuttosto istituzionale. Lo spazio è tiranno, mi sono dovuto attenere alle informazioni essenziali per far capire il senso di quel tripudio di divise verdi e di armi puntate contro la mia faccia. Mia e degli altri in tribuna. Uomini e donne della stampa, ma anche familiari dei soldati schierati su quel prato verde. Armi che spero fossero scariche. Ok che non mi ero vestito elegante come mi aveva suggerito il Vice-qualcosa (qui nel Borgo delle Cose Rotonde non ho né camicie né giacche, e francamente sono allergico a chi mi impone come vestirmi), ma non volevo mica macchiare la mia polo bianca di quel pomodoro che pomodoro non è! (avete mai visto una passata piena di globuli rossi?!)
Ma la beffa doveva pur esserci. Anche se mi fa sorridere, in realtà non avrei nemmeno motivo di chiamarla così. E’ che la fotonotizia sulla mattinata in caserma è finita alla solita pagina 32! Quella delle lettere e delle rubriche. Quella a cui lavoriamo tutti i giorni io e l’altro stagista, compiendo quel nobilissimo lavoro chiamato “revisione dei testi”. Una pagina che sembra essere la mia gabbia di carta, ma dove in fondo sto iniziando a sentirmi a casa.
E questo non va affatto bene.
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Ieri sera, poco prima di andare via, il caporedattore mi si è avvicinato e mi ha chiesto: “Ti va di andare qui, domattina alle 11?”. E mi ha consegnato un cartoncino, un invito per una manifestazione militare.
Bah. Non amo quegli ambienti, ma il lavoro è lavoro. E allora lavoriamo.
“Certo!”, ho esclamato io, che da più di un mese mendico per uno straccio di incarico fuori da quelle quattro mura fumose. E piene di fumati.
“Ok. Poi vediamo, non so… – il caporedattore ha cominciato a girare su se stesso facendo due passi indetro, con la testa bassa, e voltandosi ogni tanto verso di me – Non so quanto valga. Penso due o tre righe, vediamo domani. Comunque tu vacci, che loro sono contenti se ci vedono”.
Questa volta la marchetta porta la divisa, ma non quella mimetica. Anche se a testa china e con un po’ di imbarazzo, qualcuno ha trovato il coraggio di dirmi come stanno le cose. Sapevo da subito che se stamattina sono andato in caserma è stato per la gioia di qualcuno. Qualcuno che non sono io, che nella migliore delle ipotesi troverò spazio per al massimo due o tre righe di informazioni istituzionali. Talmente poco che non potrò far altro che spiegare il tema della manifestazione. Magari facendo il verso, al malloppo di scartoffie e documenti vari che mi hanno messo in cartella stampa. Tipo carta carbone.
Ma sono contento. Questa volta giochiamo a carte scoperte. Niente bluff. Solo quel poco di onestà che chiedevo, ma che certe volte sembra essere una richiesta fuori misura. Come se stessi pisciando fuori dal vaso.
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In questa nuvola di fumo che chiamano redazione c’era qualcuno che ancora non fumava. E’ un via vai continuo, tutti escono in terrazza con il chiaro intento di annerirsi i polmoni. Continuamente. Tutti tranne lui. L’altro pezzo di pane della combriccola. Niente popò di meno che il direttore.
Ma questo fino a una settimana fa.
Alle riunioni proponeva e ascoltava proposte. Non impartiva ordini, stabiliva soltanto le linee guida. O poco di più. E scherzava, scherzava tanto. E faceva pure ridere. Un po’ sboccacciato, e fin troppo cinico. Forse era nascosto lì, il suo essere divertente. Lui lanciava l’amo, poi si schiariva la voce. Quasi fosse il segnale per ridere. O forse la manifestazione di un desiderio: quello che qualcuno reagisca a quel suo vermicello di ironia.
Ma questo fino a una settimana fa.
Durante i pomeriggi di telefonate e di parole scaricate sui monitor, girava per i computer come un fantasma buono. Lo vedevi e non lo vedevi, ma lo sentivi borbottare cazzate che oltre a distrarti ti facevano ridere. Come un Casper invecchiato che ripassa tra sé e sé il copione della sua ultima serata sul palco.
Ma questo fino a una settimana fa.
Oggi come oggi le cose sono cambiate. Quello del direttore è uno sguardo un po’ più inquieto. Ogni tanto esce dal suo studio con la sigaretta già in bocca, pronto a uscire in terrazza proprio come tutti gli altri tabagisti di questa fumosa redazione. Le sue battute si sono fatte rare come neve d’estate. Testa bassa, fronte aggrottata. Dalla sua voce solo la preghiera di non chiamarlo tutti insieme. E molte ore passate in quella stanzetta a meditare sul giornale e su chissà cos’altro.
Ma questo fino a un minuto fa.
Ora fa avanti e indietro con uno spirito diverso. Lo vedo passeggiare a testa china, sì, ma di nuovo con quel borbottìo divertito e divertente. Ogni tanto lo vedi quasi pronto a farsi un’altra sigaretta. Ma è troppo preso a farci sorridere per potersi mettere in bocca quella cannuccia di tabacco e morte. Lui è il nostro pezzo di pane. Che non esce dal forno sempre uguale, ma che comunque si fa mangiare. E’ il cronista numero uno. Senza equilibrio. E coi nervi a fior di pelle. Come da definizione.
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E’ scoppiato un piccolo scandalo locale, e via che si lavora. Non per il giornale, però. Si lavora per il sito.
Meglio di niente.
Mi sono incamminato verso la stampante. Ho messo su carta un mazzetto di agenzie da rimpastare a mo’ di panettiere provetto. Il tempo di arrivare alla grande macchina sforna-fogli, che una voce rude e.. burbera mi è arrivata all’orecchio. E l’effetto è stato quello degli ultrasuoni per i cani. O per i pipistrelli.
“Allora. – ci mancava soltanto che il Burbero si schiarisse la voce – La caccola di topo è lo stagista”. Da cacca a caccola
L’ho guardato, e anche lui mi stava guardando. Poi ha continuato a illustrare il suo personale albero genealogico della merda.
“Lo sterco di topo è il collaboratore – ha detto – E poi c’è il topo.”.
“Però per la vecchia stagista non parlavi così”, gli ha fatto notare il Sergente, riferendosi alla bella ragazza venuta in redazione qualche giorno fa per un saluto.
“E poi c’è la topa! La penticana praticante!”. E con una grassa (direi obesa) risata, il Burbero ha concluso la sua relazione su popò e roditori.
Poi sono tornato al mio posto, a riflettere su quanto in fondo fosse fondato il suo ragionamento. Perché nella gerarchia degli escrementi funziona davvero come ha detto il Burbero. Non potrebbe essere diversamente. Altrimenti non mi spiegherei perché lui che è caposervizio assomigli così tanto a un’enorme montagna di merda.
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Due sere fa, ore 21.
“Ciao caporedattore”, ho detto al mio giovane superiore affacciandomi sul suo ufficio.
“Ciao”, mi ha risposto.
“Per quella cosa del centro commerciale, poi..”.
“No.. no mi spiace. Non se ne fa nulla..”.
“Ah.. capito.. Nemmeno domani immagino..”.
“No, no.. nemmeno”.
Eppure un po’ c’avevo sperato. Quel pomeriggio era arrivata una telefonata. La segretaria di redazione aveva risposto, e si era messa a parlare della possibilità di pubblicare o meno qualcosa nell’uscita di domani. Che poi sarebbe ieri. Avevo intuito che si stava parlando del mio pezzo. Qualcuno si stava interessando alle sorti del mio articolo. Chissà chi. E chissà perché.
Ma non c’è stato niente da fare. La segretaria era stata possibilista, ma non è di certo lei a decidere certe cose. E sono passati due giorni. Il caporedattore, era stato già abbastanza categorico, ma ora posso davvero dire che il mio pezzo sull’ipermercato sia andato a puttane. Beato lui.
Riunione di redazione di stamattina. La noia stava avendo la meglio su di me. Un po’ come sempre. Ogni tanto mi entra una parola, ma poi scappa via. Colgo il verso in cui girano alcuni ingranaggi sparsi che mandano avanti il lavoro di redazione. E amen. Tutto il resto è davvero noia. E’ sonno. E’ torpore. E’ lettura dei giornali. Tanto per non sentirmi del tutto inutile: se non mi permettono di informare gli altri, almeno informo me stesso. Tiè.
Sigh.
E’ proprio sfogliando il nostro numero di oggi che mi si è accesa la lampadina. Ma mica leggendo gli articoli, non sia mai! E’ grazie alla pubblicità che ho capito di essere uscito da una redazione di “marchettari” per finire, a distanza di poco più di un anno, in una redazione di omologhi. Lontani cugini. O forse, gemelli separati alla nascita. Evvai.
Il logo dell’ipermercato campeggiava in un piede di pagina piuttosto ingombrante. Sarà stato come minimo un 46. E senza soletta. E lì ho capito che la mia presenza alla conferenza stampa era servita soltanto a dare il contentino allo sponsor di turno. Per farmi firmare sul librone dei partecipanti all’evento, facendomi scrivere sia il mio nome che quello della testata per cui lavoro. (lavoro??) E per dare modo alla tardona dell’ufficio stampa di fare le sue fusa ipocrite. Così i pinguini che pagano sono felici e contenti. Si sentono ascoltati, coccolati. S’illudono di comparire sul giornale anche a mo’ di notizia. E telefonano alla segreteria di redazione per accertarsi che domattina in edicola si parlerà anche di loro.
E lì rimangono fregati. Perché dell’articolo nemmeno l’ombra. Quell’articolo, che era il mio, e che ora se la starà spassando in qualche pub. Solo, dimenticato da tutti. Anche da me, che in fondo in fondo ho di che essere contento, al pensiero che il mio pezzo non sia andato in porto. Così posso pensare che la marchetta sia venuta, sì, ma solo a metà. Che anche questo giornale sia solito sporcarsi le mani in nome del dio denaro, sì, ma che alla fine dei conti conoscesa qual è il confine tra notizia e spot.
E io l’ho capito, che è stato meglio così. Mi ci sono voluti due giorni per avere il quadro completo, ma ci sono arrivato. Meglio tardona che mai.

