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E’ stato un anno di trasferte. Ho vissuto lontano da casa, dagli amici, dai genitori, dai parenti in genere. In questi due mesi di pausa sto cercando di rimediare. Oggi, ad esempio, sono andato a pranzo da mia nonna paterna. C’eravamo tutti. Io, mia madre, mio padre. E mia nonna, naturalmente. Ci voleva, non ci vedevamo da mesi, contando anche che lei non abita come noi nella Baia delle Zanzare. E infatti di vampire volanti non se ne è vista neanche una.
Dopo pranzo le solite chiacchiere. Mio padre e mia nonna sembravano due vecchie zittelle. Polemiche. Pettegole. E per quanto lei sia giustificata dall’età e dalla sua condizione di vedova, il mio caro genitore lo è un po’ meno.
Ma a pensarci bene mio padre è proprio così. Non vecchio e zittello, ovvio, ma polemico e pettegolo sì. Anche se nega. Nega spudoratamente. Mio padre è un Alfonso Signorini dei poveri. Quando lo faccio passare per un suo fan sembra quasi che si offenda. Si anima per ribadire il suo no. E infatti mio padre è per il buon giornalismo, non per i piccoli scandali buoni solo a non far crepare di noia le fanatiche della tinta e della permanente. Ma è innegabile che che a lui piaccia farsi gli affari degli altri.
Mio padre è un giornalista mancato, io lo dico da sempre. Ha l’indole giusta. Curioso fino a diventare ficcanaso. Analista dei fatti, anche se in un modo tutto suo. Perennemente informato su tutto, e quello che non sa se lo inventa. Non gli manca proprio niente.
Ma oggi l’ho osservato, l’ho ascoltato. Stava lì a discutere con mia nonna dei fattacci dei vicini e dei parenti (e dei parenti dei parenti), ma anche delle indiscrezioni sulla presunta liaison tra George Clooney ed Elisabetta Canalis.
Forse sono figlio di un gossipparo. Se potete, abbattetemi subito. Fatelo finché siete in tempo. Prima che inizi a fare davvero carriera.
La mia è una stirpe pericolosa.
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E’ già passato un anno da quando ho iniziato a scrivere delle mie “fatiche” di aspirante cronista. E’ già da un anno che vivo in questo mondo (in realtà anche da prima), e che lo condivido con il resto. Il resto del mondo. Quello che mi legge perché ne ha voglia, e perché ne ha il tempo. Perché gli va, e devo ancora capire perché. Perché gli va, appunto.
C’è chi dice che questo blog sia divertente, chi “divertentissimo”. C’è chi quasi esplicitamente ammette di leggermi perché si consola nel vedere che ci sono altri coglioni aspiranti giornalisti come lui, tutti immersi nello stesso mare, fatto di delusioni e di riscatti. Di voglia di fare e, ogni tanto, di prendere e mollare tutto. Di dignità altalenante. Di scenette comiche inserite in un contesto di mezza tragedia.
Gli altri motivi non li so, anzi dovreste dirmeli voi. Voi che mi seguite in questa strada di risate agrodolci. Voi che mi incoraggiate, voi che dite di stimarmi. Voi che anche se non vi vedo siete qui accanto a me.
Buon primo compleanno KronaKus. Auguri a te e salute ai tuoi amici di bit. Forieri di consolazioni virtuali. Compagni di (s)ventura. Colleghi o non colleghi, comunque spettatori di uno spettacolo che si chiama vita, sogno, futuro. Speranza. E vada come vada. Perché lungo la strada ci saremo fatti due risate. Ché la voglia di quelle non ci passerà mai.
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Questo caldo sarebbe da mettere sotto inchiesta. Il clima s’è fatto tremendamente torbido, e non è facile far finta di niente. Tira un’aria bollente, che ti scotta la faccia e ti fa mancare il respiro. Di notte i grilli cercano di prendere il sopravvento, di cambiarla quest’aria. Stantìa, che sa di chiuso anche negli spazi aperti. O presunti tali. C’è chi spera cambi il vento. Mentre Casini grida: “Questo caldo risponda a Repubblica”.
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Mi sto rosalando al sole e nel miele del fancazzismo. Però ogni tanto mi guardo un telegionale. Sì, ogni tanto capita anche a me di farlo. Ma bastano pochi minuti. Poi mi ricordo del perché avessi smesso.
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Zzzzz..
Non sono io che dormo. Anche se vorrei. Anche se ogni mattina mi sento rincoglionito e ancora assonnato a prescindere dalle ore di sonno fatte.
Zzzzz…
No, ripeto. Non sono io che dormo. Ma allora che cos’è?
Zzzzz…
Sono quelle stronze di zanzare che mi ronzano intorno all’orecchio. Sono le sanguisughe che mi fanno grattare neanche fossi un macaco. Sono le vampire che dal tramonto all’alba mi mangiucchiano, nemmeno stessero facendo un provino per un film di Tarantino.
Ma in fondo cosa mi aspettavo? Questa è la Baia delle Zanzare. Questa è la città in cui vivo, e in cui ogni estate è la stessa storia. Nel mio giardino ce ne sono così tante che sembra un allevamento a batteria. Speriamo si esaurisca presto. Prima che mi esaurisca io. Che ho visto scolapasta con meno buchi di me.
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Certe volte mi domando quanto conti la verità. Quanto conti saperla, quanto conti diffonderla. Quanto conti per me e per la mia professione. Ma soprattutto, quanto conti per i politici.
Sembra ci vogliano mettere un bavaglio. In fin dei conti il giornalista non s’inventa nulla, perché quando lo fa per lui finisce male. Arrivano le querele, l’Ordine ti radia. Bell’affare. Perciò se il giornalista non si può permettere di dire cazzate, a cosa serve mettergli la museruola?
Il cronista è l’unico cane che morde solo quando ne ha davvero motivo. A meno che non sia impazzito. Il cronista dice quello che vede, e se lo vede significa che c’è’. E se c’è la gente lo deve sapere. E se la gente lo deve sapere è perché siamo in democrazia. E siamo in
democrazia ben venga la libertà di stampa. E se “ben venga” la libertà di stampa, non si può dire no alle intercettazioni. E non tanto per i giornalisti, quanto per i giudici che hanno un compito ancora più importante del nostro. Credo.
Reclamiamo libertà, libertà per tutti. Ma qui mi sembra che la libertà di pochi stia tentando oscurare i diritti di molti.
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Mi rendo conto di quanto sono fortunato. Fortunato nella sfiga di non esserlo stato affatto. Se il mio stage ha fatto pena è anche colpa mia, lo so. Ma ora questo non m’interessa. Ora sto riflettendo su altre cose. Sto riflettendo su quanto sia stato grande il privilegio di aver da poco finito di vedere (e di fare) tutto quello che odio del giornalismo. Ho visto la parte marcia, così la prossima volta saprò dove cercare la polpa. La parte succosa. Quella buona.
Agenzia. Economico. Dare voce ai politicanti di turno. Ecco le tre parole, o quello che sono, che non devono far parte del mio futuro di giornalista. Ecco i tre spauracchi, i tre indicatori di un fallimento sicuro.
Non è un caso se volevo fare uno stage di online. Dicono sia il futuro, anche se è evidente come non esista ancora un modello commerciale capace di farne una professione sicura e remunerativa. Purtroppo mi ritrovo a voler fare il giornalista in un momento in cui tutto sta cambiando. Come, non si sa. Ma forse forse l’online, un giorno, si rivelerà essere la terra promessa di questa strana e bistrattata professione. Vedremo. Sapevo, quindi, che l’agenzia non mi sarebbe piaciuta. E’ stata pur sempre un’esperienza, ma io sono più per l’approfondimento che per la tempestività. Non m’interessa “stare sulla notizia” quando lo fanno già gli altri. Per me il giornalismo non è una gara di velocità, ma una sfida giocata sulla comprensione profonda dei fatti. Da parti di chi scrive e di chi legge. Sono un cronista fuori dal coro, lo so. Ma d’altronde non è colpa mia. E’ che mi disegnano così.
E’ un caso, invece, che abbia lavorato per l’economico. Sono ragioniere, o così dice il mio diploma. E in cinque anni di scuola ho imparato che l’economia non mi piace affatto. Anzi, quasi mi fa schifo. Negli anni mi sono ritrovato a mio agio più con la penna che con la calcolatrice, più con le parole che con i numeri. Ma una volta arrivato in redazione, a inizio stage, non potevo
permettermi di decidere io che cosa avrei dovuto fare. O forse sì, ma sono una persona umile, anche se a volte non sembra. E prima mi piego. Poi, prima di spezzarmi, mi rialzo. Faccio scegliere agli altri, comincio in modo servizievole, nell’accezione più pulita del termine. Inoltre un mese è veramente poco, non ho nemmeno provato a farmi spostare in un altro settore. Appena il tempo di prendere confidenza con persone e meccanismi dell’economico, che eravamo già ai saluti.
E’ un altro caso, poi, quello di aver dovuto dare voce alle facce da culo di turno. Ho scoperto a mie spese che le agenzie ti mandano alle conferenze per un motivo ben preciso. Non per cercare la notizia, come logica vorrebbe, ma per far parlare e riportare quanto detto dal politico di turno. Dal presidente di turno. Da chi detiene la carica più alta. Insomma, da chi in quel momento ce l’ha più grosso.
Ma io sono affascinato dal lato umano delle cose. Mi piace capire, scavare e poi capire di nuovo osservando quanto sono riuscito a dissotterrare. E voglio raccontare alle persone quello che c’è da vedere. Preferisco metterci un giorno di più, ma farlo bene. Voglio entrare nel cuore di chi mi legge, non limitarmi a solleticargli la mente con due righe fresche di stampa. Anzi, di bit. E voglio dar voce a chi non ce l’ha. Voglio mettere sul piedistallo chi ce l’ha piccolo e farlo sentire il nuovo Rocco Siffredi. Voglio restituire dignità a coloro cui la società l’ha negata, e senza darmi un limite. E poi odio gli sproloqui propagandistici dei ministri, che infilano a forza i loro proclami autocelebrativi come vibratori senza vasellina.
Sono davvero fortunato. Ora la strada la vedo più chiara. Lontana, ma chiara. Ho capito che le deviazioni sono tante, che l’itinerario è tortuoso. E che certe strade portano a paludi più comode di certe foreste, ma che non per questo puzzano meno. Tutt’altro.
Qui ci vuole una rivoluzione del mio approccio. A colazione mangerò pane e intraprendenza. Servono iniziative mirate, per non finire nel lato più torbido di una professione che ha due facce. Una di merda e l’altra di cioccolato. E ora che mi son sporcato con la prima, mi è venuta una gran voglia di strafogarmi con la seconda.
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Sono indeciso se chiamare o no, anche se so che dovrei farlo. E’ giusto che in segreteria sappiano tutto. Quelli della scuola nemmeno s’immaginano che il mio stage non è stato quello che sarebbe dovuto essere. Sono stato fregato, l’ho scritto più volte. E non ho mai telefonato per farlo sapere ai segretari, quelli che hanno organizzato lo stage, perché non volevo creare casini. Ho deciso di prendere quello che c’era da prendere, senza farmi il sangue amaro né con me stesso né con nessun altro.
Ma ora che lo stage è finito, forse sarebbe il caso di tirar fuori tutto. Magari la prossima volta staranno più attenti. Eviteranno di mandare uno dei loro studenti a fare uno stage di online in un’agenzia di stampa che non ha nemmeno una redazione dedicata.
Ci penso su. Intanto ozio.
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Me ne vado con una valigia carica di pensieri irrisolti. Che pesa, pesa tanto. In questi due mesi ho accumulato molto, ora inizia la fase dello smaltimento. Per il momento mi sento saturo, sento la finta nostalgia di un passaggio obbligato che in fondo non mi dispiace affatto.
Da domani torno a casa. A casa mia. Per due mesi sarò un giornalista in panciolle, a fare la raccolta differenziata delle idee e dei propositi più o meno buoni. Separerò la carta dall’organico. Il giornalismo vero dalla merda. E mi arroterò le unghie per il futuro.
Cercherò un obiettivo. Poi mirare. Puntare. Fuoco.
