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Per fortuna che poi c’è il fine settimana. Per fortuna che dopo il venerdì viene il sabato, e puoi affogare le delusioni nell’alcol. O affogarle nel mare.
Peccato che non faccia sbornie da mesi. Peccato che fuori ci siano Noè e il suo bestiame variegato che cercano salvezza dal diluvio universale.
Peccato che ormai sia abbastanza grande da saper liquidare il tutto con un laconico “’sti cazzi”.
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“Mi scusi, avrei bisogno dei dati di accesso al sistema per poter lavorare al sito..”, ho chiesto ieri mattina al caporedattore centrale, quello che si era adoperato per farmi istruire sul lavoro online che si fa in questa redazione.
“Ah – ha risposto – ma non so mica se te le possiamo dare..”
“Ah no?”, ho ribattuto io sempre più perplesso.
“Eh, sai, quelle non lo possiamo dare così..”
“Ma sono uniche? Non si può creare un profilo personale per me, un account che poi cancellate quando me ne vado?”
“Eh no, i dati di accesso sono uguali per tutti. Comunque chiedo”.
Avevo già capito che non c’erano speranze. Avevo già capito di essere condannato all’agenzia. Niente online per me, lì dentro. E poi ridendo e scherzando – anche se è stato più un “piangendo e sdrammatizzando” – il mio brevissimo stage si avvia già alla fine.
Avevo capito, e avevo capito bene.
“Mi dispiace – mi ha detto il caporedattore verso metà pomeriggio – ho parlato con i piani alti per la questione dei dati d’accesso. Mi hanno risposto come se fossi scemo. Mi dispiace ma non si può fare”.
Bingo. Fanculo.
“Magari potresti stare a vedere come lavorano gli altri…”, ha concluso.
Magari un paio di palle. Già con il tipo di lavoro online che si fa qua dentro, il mio tasso di “giornalisticità” – anche se non si dice – sarebbe stato ai minimi storici. Se poi devo addirittura stare a vedere, beh, ditemelo prima. Così la prossima volta mi porto pure i pop corn.
