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Sono a casa, la casa d’appoggio. Sono arrivato nella Città delle Pizze Gommose dopo quasi quattro ore di treno. E dopo altri dieci, massimo quindici minuti di tram sono arrivato a destinazione. Mi è venuto a prendere l’Ospitevole. Anche se non si dice così, ma la mia simpatica e dislessica ragazza preferisce dirlo in questo modo, piuttosto che “ospitale”. E lo chiamerò in questo modo perché è venuto alla fermata, mi ha preso un borsone dalle mani per portarmelo lui e mi ha offerto un buonissimo piatto di pasta. Sembra molto bravo in cucina. Ho apprezzato molto l’accoglienza. E’ un peccato che potrebbe essere davvero solo un appoggio.
Intanto evito di disfare del tutto le valigie. Non ho voglia di tirare fuori le mie cose per poi dover rimettere tutto dentro e ripartire. Lo farò solo se deciderò di restare qua. Anche perché in fondo c’è una cosa che non mi convince. Da qua, ogni giorno dovrei prendere una metro, un tram e farmi un quarto d’ora a piedi. Quasi cinquantacinque minuti di viaggio. Per ogni viaggio, quindi due volte al giorno. Vediamo, per ora provo così. Anche se mi fa strano fare il pendolare all’interno della stessa città.
Anche se devo dire che è stato divertente. Questa città mi affascina, mi incuriosisce. Voglio conoscerla meglio. E comunque la cosa più bella è stata arrivare alla meta, alla redazione in cui farò lo stage. Appena arrivato mi sono sentito fiero di me, anche se un motivo vero non c’è. Ho scattato una foto con il cellulare e ho mandato un mms ai miei genitori e alla mia ragazza. “Metaaaaa!!!” ho scritto.
Figo. Speriamo che da domani entrarci sia altrettanto figo.
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Era una casa molto carina, con il soffitto ma senza cucina..
Canta che che ti passa. Canta per non piangere.
La casa del padre di mia zia è divisa in due. Da un lato un appartamento con la “a” maiuscola, dove non manca nulla. Nemmeno le tre inquiline, e per questo non è disponibile. E immagino non lo siano nemmeno le inquiline. L’altro consiste in una stanza, una sola anche se grande, con un letto, un armadio, un bagno. E niente cucina. Niente dove potermi preparare da mangiare, e soprattutto niente frigorifero nemmeno per tenere in fresco l’acqua. Col caldo che inizia a fare, non mi sembra una gran bella soluzione. Perciò, niente da fare.
Domani parto, e in mano ho solo un buco in singola trovato grazie a un mezzo passaparola iniziato su Facebook e finito da amici di amici di amici che non sono miei. Una singola a uso doppia. Un buco, appunto. E’ solo un appoggio. Non so quanto dista dalla redazione in cui andrò. Non so come possa trovarmi in uno spazio così ristretto. E non conoscendo i coinquilini non posso immaginare come sarà la convivenza.
Nella stessa casa ci sarebbe anche una doppia, al momento occupata da una sola persona. Un francese che lavora qua ma che è in partenza. Se ne dovrebbe andare venerdì prossimo, ma non posso prendermi quella stanza né ora (c’è un gruppetto di suoi connazionali che si appoggia lì per farsi una vacanza) né dopo (la vuole affittare per intero, e io per quanto possa ingrassare non credo di riuscire a raddoppiare).
Andrà come dovrà andare. Questa volta parto davvero all’avventura.
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“Passiamo a una domanda un po’ più tecnica”, ha detto il prof.
E già mi tremavano le gambe.
“Qual è quel macchinario con cui si stampano oggi i giornali”.
Cazzo. E io che ne so? Questa è una domanda bastarda, cazzo. No. No. Non può essere la rotativa. Che poi credo che ormai sia superata. No, no. Non è lei. Come cazzo si chiama quella cazzo di macchina? Questo vuol farmi fesso. Ma io non sono fesso. Non dirò “rotativa”. No, mi spremerò le meningi, cercherò un’alternativa. Non lo dirò.
La risposta era “rotativa”. E per questo ora mi ruotano le palle, anche se so che tanto la borsa di studio non l’avrei vinta lo stesso. Tre misere borse per trenta pretendenti. E ho anche fatto una prova scritta abbastanza incolore, un 27 che lascia il tempo che trova. Ventisette su trentacinque. Una modalità di votazione che credo si rifaccia all’esame finale per diventare giornalisti professionsti, di cui questa specie di farsa era in fondo una simulazione.
Ma ora ho altri grilli per la testa. Domenica devo partire per la Città delle Pizze Gommose, e non ho ancora trovato casa. Forse il padre di mia zia ha una stanza per me, ma mi devo informare. Per ora sono come il pomodoro senza mozzarella. Come la mozzarella senza pomodoro. Anzi, come la mozzarella e il pomodoro senza impasto. Sono una pizza senza la base.
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Sta per finire il primo round della scuola di giornalismo. E la fase due è alle porte. Da lunedì mi trasferisco nella Città delle Pizze Gommose per uno stage di un mese. Un mese smilzo. Farò online, che dicono sia il futuro della professione e probabilmente l’unico vero settore in cui esiste qualche piccolo spiraglio lavorativo. Talmente piccolo da essere, forse, anche ridicolo.
Qui è già tempo di saluti e di timidi accenni di nostalgia. Stasera faremo una cena per dirci “ciao”, in un ristorante a menù fisso. Venti euro per, dicono, mangiare come porci. Speriamo non ci venga la “suina”.
E non mi va di fare tanti bilanci. Ci sono stati i bianchi e i neri. E tanti grigi. Per ora mi limito a dire che la prima breve fase della scuola si chiude con il segno più. Pollice alto per la didattica di base, un po’ meno per l’approfondimento. Difficile dire come sia andata con i laboratori, anche se ci hanno tenuti impegnati per buona parte del tempo. Ottimo il giornale della scuola, che poi è il giornale ufficiale del Paese dei Polpacci. La gente ne è entusiasta, e la possibilità di portare avanti delle mini-inchieste ne fa un piccolo paradiso del giornalismo italiano, saturo di quel politicheggiare che fa generare (e degenerare) le opinioni. E che mette un muro all’informazione vera. Quella che si basa sulla realtà, non sui botta e risposta di chi pensa solo a tirare acqua al suo mulino.
E’ andata bene, dai. A parte un fatto increscioso. Un episodio sorprendente. Assolutamente squallido.
Ma ora non mi va di parlarne.
Mi gusto il penultimo giorno di lezioni prima dell’abbuffata di stasera, anticipata rispetto alla fine della scuola (domani) perché c’è chi vuole partire prima. Sono quelli che si fanno lo stage all’estero, che si prendono un giorno di vantaggio sugli altri per potersi spostare. Io non ho nemmeno pensato di andare fuori all’Italia. Adoro questo democraticissimo paese (!), e soprattutto il mio inglese non è proprio da madrelingua. Uno scoglio che devo superare.
Ah, dimenticavo. Domani c’è l’esame di fine anno.
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Una boccata di aria fresca. Ossigeno per i diritti dei lavoratori. Per i diritti dei giornalisti. Per la coscienza delle persone che stanno dietro la penna e dietro lo schermo.
Il Corriere.it titola: “Tribunale di Roma: «Mentana deve essere reintegrato a Matrix»“. L’ex-conduttore del programma di approfondimento di Canale 5 ha vinto la prima fase di una battaglia legale combattuta per sé, sì, ma anche per tutti i colleghi. Di Mediaset e non. Colleghi intesa come categoria, quella dei giornalisti. Che fanno sempre più fatica a guardarsi allo specchio. O se lo fanno, lo specchio va puntualmente in frantumi.
Mentana si era ribellato alla decisione della rete di non rimandare la puntata del Grande Fratello per lasciare spazio al caso Englaro. Era la sera della morte di Eluana. Canale 5 ha detto no, il giornalista pure. Dando le dimissioni da direttore editoriale. Per poi venir licenziato del tutto dall’azienda che gli ha così impedito di proseguire nella conduzione. Negandogli il diritto di continuare comunque a esercitare la sua professione. Era il 9 febbraio, e l’indipendenza del giornalismo stava subendo un duro colpo. Basso. Un altro.
Grazie Enrico, continua a lottare. Grazie per la tua determinazione. Grazie per la tua “passionaccia”. Grazie per questa piccola mentina che ci fa odorare l’alito un po’ meno di merda.
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“Il primo pezzo che ho firmato per Il Cronista era su un piccione che era rimasto ferito in un parco pubblico, e su un animalista impazzito perché l’Asl non era voluta intervenire”. L’Invasato mi ha raccontato del suo esordio nel mondo della carta stampata con una storia che a qualcuno farebbe ridere e a qualcuno farebbe piangere.
A me fa piangere. E riflettere. Perché il suo flashback è arrivato subito dopo che io gli ho raccontato che alla Silente, una nostra collega della scuola di giornalismo, durante uno stage prima dell’inizio dei corsi, le era capitato il caso di un consigliere comunale che si era incatenato all’ingresso di un giardino pubblico per protestare contro l’incuria. L’avevano mandata sul posto, e già ridevano mentre le assegnavano la cosa. Infatti una volta tornata non se n’è fatto nulla. Niente pezzo, il fatto era troppo “stupido”.
Mi viene da piangere e riflettere, sì. Su quanto il giornalismo sia amabilmente e pericolosamente vario. Su come si debba stare attenti a non finire nel posto sbagliato. Nelle mani sbagliate, mani di persone ammanicate – mi si scusi il gioco di parole – e superficiali. Che si fermano alla politica perché è quella che tira. Che non vedono l’importanza delle piccole cose e che non sanno riconoscere la gravità delle stesse. Cose piccole che piccole non sono quasi mai. Ma ci vogliono gli occhi giusti. Ci vuole l’atteggiamento giusto. Ci vuole il direttore giusto.
Meglio cercarla in fretta, la retta via, in questa selva oscura di giornalisti politicanti e politicizzati. Sicuri del vero ma fuori dal vero. Pieni di sé ma fuori dal mondo.
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Ero appena sceso dal tram quando mi si è avvicinata una ragazza. Era pure carina, ma non era lì per accalappiarmi. O meglio, sì lo era. Ma non per questioni ormonali. Era lì per rifilarmi qualcosa.
“T’interessa un giornale comunista?”, mi ha detto.
Mi sono dovuto togliere la cuffia dell’mp3 per sentirla, poi le ho chiesto di ripetere.
“T’interessa IL giornale comunista?”, mi ha detto ora che la sentivo meglio.
Mi è venuto un sorriso, a vedere lei e altri due dietro di lei che cercavano di appioppare a destra e a manca (soprattutto a manca) giornaletti in bianco e nero inneggianti alla lotta comunista.
E io: “No, grazie, ce l’ho già”. Ho detto così, ancora sorridendo. E senza accennare a fermarmi. Che come al solito ero in ritardo del mio solito quarto d’ora accademico. Anche se l’università l’ho finita da un po’, ma quando una cosa ce l’hai nell’imprinting non puoi farci proprio niente. E io il ritardo ce l’ho marchiato a fuoco nel dna.
Sì, ce l’avevo già, il mio bel giornale comunista. Mi ero fermato in edicola prima di salire sul tram, a comprare “L’Altro” di Sansonetti e la P. Così le ho detto no grazie, un altro non me ne serviva.
Questo avrei fatto, ma non ho potuto. Perché io, L’Altro, l’ho seguito per tutta la prima settimana. Ma oggi ho voluto cambiare. E’ scoppiato (di nuovo) il caso Mills, e volevo un giornale che mi spiegasse la cosa in modo imparziale. Ho comprato il Corriere della Sera proprio per quel motivo. Anche se di “imparziale” ci sarebbe sì e no leggere nella testa dello stesso Mills. Ma non mi fiderei nemmeno di quello. Che la psiche, si sa, tende a conformarsi a quel che più conviene. In questo caso, forse, mentire. E c’è la possibilità che ormai si sia autoconvinto delle fandonie che è stato pagato per dire. Ammesso che i fatti siano andati realmente così.
Così alla ragazza ho detto comunque un “no grazie”. Sarà che non mi fido, sarà che da piccolo mi hanno insegnato a pensare che quelli che fanno come lei sono i drogati dei centri sociali che si vogliono comprare la dose con finti giornali. Sarà che ero piccolo, che nonostante i miei genitori tendano a sinistra hanno sempre cercato di tenermi distante dalle frange estreme. Sono diffidente. Diffidente e in ritardo. Perciò ho detto di no.
Ma mi sono un po’ pentito. La prossima volta, almeno, le chiederò il numero.
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I tempi stringono. Grazie agli imperativi dell’Ordine dei giornalisti, il calendario di noi studenti-barra-praticanti è tutto sfalsato. Per la gioia delle armate dei precari, da quest’anno niente stage nei mesi di luglio e agosto, per lasciare spazio ai disoccupati che non aspettano altro che le sostituzioni estive nelle redazioni svuotate dalle ferie.
Per questo la scuola sta già per finire il suo primo round, e già da giugno via libera alla gavetta nelle redazioni vere. Un mese, uno solo, poi uno stop forzato fino a settembre. Buon per me che amo il sole e il mare. Meno buono per me che ho bisogno di tempo e spazio per sgomitare nella mischia degli aspiranti cronisti, in questo mondo in cui di tempo e spazio per gli aspiranti cronisti proprio non ce n’è.
Da giugno sarò a fare il mio bello stage di giornalismo online in una delle principali agenzie di stampa di questo democraticissimo paese. Online, sì, perché dicono che il futuro sia lì. E nelle free press. Che però intanto stanno chiudendo sedi e tagliando edizioni. Ma suvvia, non perdiamoci in quisquiglie.
Ho un mese per far vedere se valgo. Trenta miseri giorni per uno stage richiesto dall’azienda stessa. E questo è uno scoop. Non capita spesso che non sia la scuola di giornalismo a rompere le scatole per mandare a forza i suoi allievi nelle redazioni, ma l’esatto contrario. Anche se loro le scatole non le rompono di certo.
La cosa più curiosa e bizzarra sarà cercare di imparare a fare il giornalista del web in un’agenzia di stampa. Che in fondo un sito ce l’ha, non vedo proprio perché preoccuparsi.
Ci vuole ottimismo, lo dice pure il Mister.
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Gira voce che Tremonti stia meditando da dare le dimissioni da ministro dell’economia. Pare che lui e Berlusconi non si parlino da mesi. Le motivazioni le ignoro.
Sarà vero? Non ho conferme, ma il tramonto di Tremonti è possibile. Dicono.
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C’è grossa crisi. Sì lo so che l’ho detto pure ieri, ma stavolta l’argomento mi tocca da vicino. Un articolo per il giornale della scuola. Argomento crisi. Intervistare i negozianti del Paese dei Polpacci per capire come stanno le cose. Per vedere se la situazione è davvero così tragica. Oppure no.
No. Sembra di no. Molti commercianti si lamentano, ok. Ma senza eccedere. Il bello è che alcuni dicono che è la tv a mettere paura. Che amplifica la cosa. Che da un cerino ci si è inventati un incendio.
Ma in fondo i numeri parlano chiaro. Il problema è serio, il solco è bello profondo. Eppure c’è chi sospetta che quella che era solo una fase di timida depressione sia stata trasformata in un evento apocalittico. Rendendolo apocalittico davvero. E poco integrato. Mettendo paura agli investitori, che hanno venduto i loro titoli nel timore di perdere tutto. E alle famiglie, ai consumatori, spingendoli in maniera più meno diretta a un risparmio forzato dai proclami catastrofisti. Meglio tenerci quello che abbiamo, che non si sa mai.
Non so quanto ci sia di vero. Poi l’economia non mi ha mai affascinato. Sono pure diplomato in ragioneria, ma le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere.
Fatto sta che gli alimentari – e di loro mi sono occupato soprattutto – stanno vivendo una fase di schizofrenia. Perlomeno nel Paese dei Polpacci. I piccoli soffrono, i grandi resistono. Tengono botta. La piccola distribuzione agonizza, i pesci grossi incassano i colpi senza tanti traumi.
Strano. L’economia non mi ha mai affascinato. Le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere. Però mi è piaciuto indagare la cosa. Nonostante i numeri. Sarà che gli interlocutori erano pur sempre persone. Che ho lavorato sui casi umani della crisi, non tanto sulle cifre.
L’uomo. E la donna. Ecco cosa m’interessa. Soprattutto la donna, ma lasciamo stare.
Sono il cronista della gente, il narratore delle piccole storie. Piccole ma vere. Vere quanto lo sono le persone, le loro vite. Vere quanto lo sono io.
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C’è grossa crisi, lo dice pure Quelo. Lo diceva, più che altro, quando ancora il suo alter ego di carne, ossa e comicità non era stato bandito dall’etere. Ma questa è un’altra storia.
C’è grossa crisi, dicevo. Crisi dell’economia, crisi dei giornali. Che le due cose non son mica distinte.
E’ crisi. Crisi e basta.
Macro. Micro.
Una fottuta crisi.
Bene.
Eppure nascono nuovi quotidiani, proprio nell’era in cui la carta viene data per spacciata. Sgualcita. Appallottolata. Infradiciata. In altre parole, morta.
Dicono non ci sia niente da fare per le notizie stampate, ma oggi stesso è nato un nuovo giornale.
L’Altro.
Impostazione di sinistra. Dodici pagine smilze. Pochi esteri. Tanta politica, inserita quasi a forza pure nelle pagine di cultura e spettacoli.
E Melissa P.
Sì, Melissa P.
Cazzo c’entra Melissa P.?
Forse perché in passato – neanche tanto passato – ha scritto una lettera aperta a Ruini. “In nome dell’amore”, si chiamava. Una lettera, sì. In forma di libro.
Devo ancora leggerlo, ma immagino fosse un inno alla laicità.
Ecco, forse, l’unico nesso con il redivivo Sansonetti.
E’ il mio corpo che cambia, e pure l’editoria. Ora le scrittrici soft-porno hanno rubriche domenicali sui quotidiani di (estrema) sinistra.
Credete sia un male?
Io no.
Non me la perderò per nulla al mondo.
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Avviso ai naviganti. Da domani questo blog sarà a pagamento. Sì, e non è colpa mia. Me l’ha detto il dottore. Il dottor Murdoch. Che ha detto a tutti che le notizie online si devono far pagare. Che sennò così non si va avanti.
Ok, io non do notizie. Questo è solo un misero blog. Però parlo di notizie. Di fare notizie. Di arrivare a poter fare notizie. E magari prenderci pure qualche soldo. Perciò vi faccio pagare. Stronzi. Tiè.
..
Se da domani quei quattro gatti che mi seguono diventano tre, significa che quel micio era proprio un coglione.
